“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

LA DESCRIPTION DE L’ÉGYPTE

Una sorta di “autoritratto” di Denon intento a disegnare tra le sabbie

Quando è partito per la campagna d’Egitto, Napoleone non sapeva che l’unico successo della sua spedizione sarebbe stato legato proprio a quei 154 scienziati imbarcati con le sue truppe. Non che la loro vita sulle sponde del Nilo sia stata facile, tutt’altro. Prima abbandonati a loro stessi dalle truppe francesi tra caldo opprimente, difficoltà di comunicazione con gli egiziani ed inevitabili scontri – anche armati – con i mamelucchi in rotta dopo la sconfitta a Giza. Poi le incomprensioni culturali: le divise degli scienziati sono verdi, un colore riservato ai discendenti di Maometto per i musulmani, e agli egiziani, che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, non può importare di meno degli esperimenti e delle ricerche dei francesi. Dopo la sconfitta di Abukir, anche gli scontri con gli inglesi peggiorano la situazione: quattro scienziati francesi muoiono nell’ottobre 1798 proprio in uno scontro a fuoco in cui vengono distrutte molte delle apparecchiature scientifiche scampate al naufragio della Patriote.

Nicolas-Jacques Conté, l’inventore francese che permise la spedizione scientifica in Egitto dopo l’affondamento della Patriote e la distruzione delle attrezzature da parte degli inglesi ad Abukir. Qui è ritratto dopo l’incidente in laboratorio che gli costò l’occhio sinistro nel 1784

Conté salva il futuro della spedizione con la sua capacità inventiva e ricostruendo sul luogo molte di queste apparecchiature. Possono rimettersi al lavoro ingegneri, naturalisti e fisici.

Ed anche un disegnatore.

È Dominique Vivant Denon, un ex-aristocratico (un barone, nientemeno) che, privato dalla Rivoluzione del titolo e di tutti i suoi beni, si è dovuto reinventare disegnatore per campare. Nella sua vita aristocratica aveva infatti scoperto di saper disegnare molto bene; un suo ritratto di Voltaire aveva fatto arrabbiare non poco lo scrittore-filosofo per il suo realismo. Anche durante i suoi viaggi in Italia come diplomatico si era dilettato in numerosi ritratti, sempre molto espressivi, tanto da essere eletto membro dell’Accademia delle Belle Arti a Venezia, dove si era rifugiato dopo la Rivoluzione.

È bravo, Denon; David, il pittore della Rivoluzione, lo presenta a Napoleone, che lo salva dalla ghigliottina e lo aggrega alla spedizione in Egitto.

Denon sa ben poco dell’Egitto, praticamente nulla, ma è curioso e disegna instancabilmente. Arriva fino ad Assuan riempiendo innumerevoli taccuini di disegni. Ad Elefantina disegna la cappella di Amenofi III e la salva dall’oblio, perché verrà demolita pochi anni dopo. Pubblica il suo “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” nel 1802 ed il successo delle sue 141 incisioni a corredo è talmente clamoroso (ben 40 edizioni solo nel XIX secolo) che vengono trovati fondi e supporto per un’opera monumentale, la “Description de l’Egypte”, 23 volumi pubblicati a partire dal 1809 in cui verrà raccolta buona parte del lavoro svolto dalla spedizione scientifica in Egitto.

Il frontespizio della prima edizione del “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” del 1802

NOTA: se volete curiosare l’opera di Denon, le sue incisioni del “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” sono disponibili in rete qui (magie di internet…): https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53207750w

La Piana di Giza, disegno originale della “Description de l’Egypte”. Incredibile la resa della prospettiva aerea, considerando che non risultano sorvoli in mongolfiera della zona all’epoca
Il tempio di Philae, colorato a mano in una edizione della “Description de l’Egypte”

E la Sfinge è lì, in diversi disegni. Diventa un simbolo. Una ricchezza sepolta dalla sabbia. Tirarla fuori, esporla, ammirarla, salvarla come innumerevoli altri capolavori in Egitto. Mentre l’egittomania dilaga, ci proveranno in tanti, novelli Thutmosis, a togliere la sabbia e liberare il leone…

La Sfinge di Denon. Finalmente un ritratto degno di questo nome.
In questo secondo ritratto della Sfinge un esploratore esce dalla cavità sulla testa della Sfinge, successivamente chiusa maldestramente con una colata di cemento. Si ritrovano però qui le sembianze negroidi di Volnay
La Cappella di Amenhotep III a Elefantina, “salvata” da Denon. Furono in tutto 7 gli edifici eternati dal disegnatore francese ed in seguito distrutti.

L’eredità di Denon

Rientrato in patria, Denon sarà il primo direttore del Museo Centrale delle Arti, diventato poi Museo Napoleone, infine Museo del Louvre. Accoglierà le opere trafugate da Napoleone in tutta Europa, creando in dieci anni uno dei musei più importanti al mondo – da cui però dovette dimettersi dopo Waterloo.

Denon ritratto al Louvre nella sua impresa di catalogare tutte le opere trafugate da Napoleone

A Denon – e ai suoi colleghi, nonché a Napoleone – tutti noi appassionati di egittologia dobbiamo essere eternamente grati. Grazie alla loro opera scoppiò in Europa una Egitto-mania che non si è mai spenta. È vero, c’era stata un’altra Egitto-mania ai tempi di Cesare e dell’Impero Romano – che però si era limitata ad essere per lo più una moda, un trafugamento di statue, monumenti ed oggetti artistici all’inseguimento imperiale della grandiosità faraonica – interrotta dall’avvento del cristianesimo che iniziò a pretendere un’egemonia culturale non ancora sopita.

E tutto questo avvenne nonostante i disegni di Denon & C. fossero “muti”, i simboli disegnati non avessero voce. Doveva passare ancora un po’ di tempo prima che un altro francese, un colpevole di alto tradimento della Patria ma con un talento linguistico eccezionale, desse voce a quei simboli. E successe anche con l’aiuto della “Description de l’Egypte”.

Dominique Vivant, Barone di Denon, all’opera nei suoi ritratti. Grazie, Barone di Denon, per esserti reinventato artista ed aver acceso una luce.
Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

IL LIBRO DELLA RESPIRAZIONE DI USIRUR

Provenienza sconosciuta
Altezza 40 cm
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –

Il Libro delle Respirazione di Usirur, sacerdote di Amon,

Questo rotolo di papiro contiene una delle ultime “Guide dell’Aldilà”, i testi che si ritenevano utili al defunto nella vita ultraterrena.

Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –

Detto “Libro delle respirazione”, riguarda la nuova esistenza e le percezioni sensoriali del defunto, ossia respiro, vista, udito ecc.., inoltre affronta altre questioni fonda per l’aldilà, come superare il giudizio ( nell’illustrazione).

La pesatura del cuore è un tema frequente nelle tombe e su vari oggetti del corredo funerario a partire dal 1500 a. C.

Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284

Gli artisti egizi erano i grado di trasporre in forma visuale anche concetti estremamente astratti.

Man mano che l’immaginario oltremondano diveniva sempre più complesso, le regole per accedere all’aldilà divenivano sempre più rigide ed esclusive.

Per entrare nel regno dei morti, il defunto dichiarava di non aver mai commesso del male in vita; la sua dichiarazione veniva verificata da giudici.

Il cuore, l’organo preposto al pensiero. , veniva perciò pesato con una piuma per contrappeso, che simboleggia la verità.

Il dio Thot registrava il risultato.

L’intera procedura era presieduta dal Dio Osiride, qui accompagnato dalla dea Iside.

Nella parte sinistra Usirur brucia incenso davanti alla dea Hathor, in forma di vacca.

Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –

Fonte: Egitto, 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaion

Foto: Museo del Louvre, Parigi

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

MUMMIA DI GATTO

Da Abido
Lino – Altezza 45,7 cm
British Museum of Art, Londra

Il gatto, l’animale sacro alla dea Bastet era molto amato in Egitto.

I templi dedicati alla dea in varie zone del paese avevano grandi allevamenti di gatti, e quando gli animali morivano venivano sottoposti a una semplice mummificazione e seppelliti in catacombe comuni.

Le mummie di gatto, in sé piuttosto toccanti, sono spesso abbellire dal motivo geometrico formato dalle bende utilizzate per la mummificatione.

La testa dell’animale è l’unica parte trattata separatamente, e veniva modellate in lino o coperta con una maschera Im legno o bronzo.

Fonte e fotografia

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

VASO CON DECORAZIONE IN RILIEVO

Epoca Tolemaica
Terracotta, Altezza cm14
Menfi
Museo Egizio del Cairo – JE 44160.

Uno studio recente ha dimostrato che la produzione di vasellame in terracotta decorato a stampo, che si credeva caratteristica dei primi secoli della nostra era, è in realtà attestato già a partire dall’epoca Tolemaica.

I reperti, solitamente di piccole dimensioni, sono ornati da motivi di ispirazione mista greca -egiziana.

Questo esemplare reca al centro un fregio che alterna delle figure di Arpocrate a colonne scanalate con capitelli lotoformi.

La parte inferiore del vaso è decorata da alcune foglie disposte a calice, mentre sulla parte superiore compaiono motivi geometrici e floreali stilizzati.

Fonte e fotografie

I Tesori dell”Antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

TESTA DI UOMO

Provenienza sconosciuta, forse Menfi
Diorite, Altezza 41,4 cm
Brooklyn Museum of Art, New York

Le statue realizzate per le tombe divennero molto rare, e alcune tipologie, soprattutto quella seduta, praticamente scomparvero.

La collocazione delle statue nei templi spinse alla realizzazione di statue più grandi.

Questa testa è nota come ” Testa nera di Brooklyn”, ed è un’opera di tradizione egizia, come dimostrano i resti della sommità trapeziodale del pilastro dorsale.

I capelli ricci, sconosciuti nella statuaria faraonica, fanno pensare a una datazione all’età Tolemaica o a un’influenza ellenistica.

Il volto è realistico, ma senza difetti, e quindi allo stesso idealizzato.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Foto: Brooklyn Museum

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUETTA DI ARPOCRATE

Bronzo, Altezza cm 26,7
Dono del re Faruk (1937)
Museo Egizio del Cairo – CG 26964.

Questa statuetta in bronzo ben documenta i sincretisni religiosi caratteristici dell’epoca Tolemaica.

Si tratta del dio Somtus, ” Colui che riunisce le Due Terre”, una forma di Arpocrate, ” Horus il bambino”, assimilato a Herishef, il dio ariete di Eracleopoli Magna, che ha partire dall’epoca Tolemaica viene identificato con Eracle.

Il dio porta il dito alla bocca nell’atteggiamento tipico di Arpocrate e indossa il nemes.

Vicino all’orecchio destro è visibile l’attacco della treccia laterale caratteristica dei fanciulli, che non si è conservata.

Tramite il confronto con altre raffigurazioni, si può ipotizzare che questo dio bambino impugnasse con la sinistra una mazza appoggiata sulla spalla.

L’atteggiamento della statua è tipicamente greco, così come le pieghe della lunga tunica, mentre il nemes è l’ureo sono tradizionali attributi faraonici.

Le due estetiche, greca ed egizia, non giungono a fondersi in un unico stile coerente, infatti, nonostante le numerose contaminazioni fra le due tradizioni artistiche, queste continuano a mantenere, nel corso del periodo tolemaico, una loro individualità.

Fonte e fotografia

I tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo. – National Geographic – Edizioni Wite Star

Necropoli tebane

TT180 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT180[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutonon notoEl-KhokhaXIX dinastiaaccessibile dalla TT179

 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile.

 

La tomba

Alla TT180 si accede attraverso la TT179; si tratta di un unico locale (solo abbozzato)[5], di forma irregolare che presenta di una nicchia per statue, non ultimata, contenente le statue non iscritte del defunto e della moglie[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31
  7. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  8. Porter e Moss 1927,  p. 286.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      E’ molto verosimile che la TT180 fosse, ab origine, una sala prevista per la TT179, poi usata come tomba autonoma.

[6]      Data l’ipotesi che potesse, in origine, essere stata predisposta come ampliamento della TT179, non è escluso che possa trattarsi, di fatto, di statue di Nebamon e Setnefert.

Necropoli tebane

TT179 – TOMBA DI NEBAMON

Planimetria schematica della tomba TT179[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NebamonScriba contabile dei granai delle divine offerte di AmonEl-KhokhaXVIII dinastia  (Hatshepsut ?)ai piedi della collina, di fronte alla casa dell’Omdeh[5]; a ovest della TT182

 

Biografia

Yotef, Amministratore del Signore delle Due Terre, fu suo padre; Ahmosi sua madre. Setnefert fu sua moglie[6].

La tomba

La scena principale della parete ovest. Da: Schreiber, G., R. Vadas, and K. Vértes. “The Abydos Pilgrimage: A Reconstructed sequence of Scenes in Theban Tomb 179.” Hungarian archaeology E-Journal (2018): 10-17.
Dettaglio della scena precedente con il cane di Nebamon sotto la sedia. Schreiber, G., R. Vadas, and K. Vértes. “The Abydos Pilgrimage: A Reconstructed sequence of Scenes in Theban Tomb 179.” Hungarian archaeology E-Journal (2018): 10-17.

TT179 è costituita planimetricamente da una camera trasversale all’ingresso[7] da cui si accede, peraltro, alla TT180 (solo abbozzata)[8]. Nell’unica camera trasversale: il defunto consacra offerte; poco oltre, un figlio (non indicato il nome) con liste di offerte, dinanzi al defunto e alla moglie, scene della processione funeraria verso la dea dell’Occidente (Mertseger) e trasporto delle suppellettili funebri.

Il tavolo delle offerte. Da: Gábor Schreiber – Réka Vadas – Krisztián Vértes : « Le pèlerinage d’Abydos : une séquence reconstituée de scènes dans la tombe thébaine 179 » dans : Journal électronique d’archéologie hongroise, automne 2018

Due uomini danzano e riti d’innalzamento di un obelisco.

Altre scene di cerimonie funerarie e i resti di scene del defunto seduto e in offertorio; quattro portatori di offerte, due donne e due uomini, recano un toro e alcuni uccelli; poco oltre preti che offrono libagioni.

Un dettaglio del tavolo delle offerte con un’anatra sopra a dei tagli di carne bovina. Gábor Schreiber – Réka Vadas – Krisztián Vértes : « Le pèlerinage d’Abydos : une séquence reconstituée de scènes dans la tombe thébaine 179 » dans : Journal électronique d’archéologie hongroise, automne 2018

Il defunto e la moglie ricevono offerte da un uomo (un figlio?), scene di banchetto con musicisti e danzatori; file di donne e un uomo che riempie giare di vino[9].

Danzatrici ritratte nella TT179. Rilievo di N. De Garis Davies

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927, p. 283.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 283.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti (in rosso) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 282.

[8]      E’ molto verosimile che la TT180 fosse, ab origine, una sala prevista per la TT179, il che sarebbe avvalorato dalla presenza di una nicchia per statue non ultimata, poi usata come tomba autonoma.

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 285-286.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

ISIDE O REGINA TOLEMAICA

Provenienza ignota
Bassorilievo in pietra calcarea con dettagli in pittura rossa.
Altezza 10,3 cm.
Asmolean Museum, Oxford.
© Ashmolean Museum / Bridgeman Images

Un’intera categoria di opere è ancora in attesa di studio, si tratta dei così detti modelli o lavori di esercitazione degli scultori, come questo in fotografia.

Le tipologie variano da sculture tridimensionali, solitamente busti di sovrani, a lastre bidimensionali con la testa del re, di una dea o di una regina incise a rilievo.

Altre invece raffigurano altre divinità, animali o grandi geroglifici singoli.

La decorazione può essere su entrambi i lati della lastra.

Questi oggetti vengono solitamente ritenuti lavori di esercitazione degli scultori o addestramento per gli apprendisti, sopratutto perché alcuni mostrano reticolati piuttosto rozzi.

Ma ciò non spiega perché siano così numerosi nell’ Età Tolemaica e rari nei periodi precedenti.

I soggetti sono limitati e ripetitivi, potrebbero trattarsi, forse, di oggetti votivi da presentare a un santuario, ipotesi supportata dalle iscrizioni su alcune opere.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

FIGURA DI REGINA

Provenienza incerta
Argento con doratura
Altezza 24, 5 cm
Brooklyn Museum of Art, New York

I lineamenti idealizzati di questa figura, la parrucca ripartita con le lunghe masse frontali di capelli ( di cui una sola visibile), le forme generose e il seno abbondante ne indicano chiaramente l’appartenenza all’Età Tolemaica.

Il copricapo è danneggiato, ma aveva sicuramente forma di avvoltoio, quindi caratteristico di regine o dee.

La figura Indossa un abito senza maniche con bretelle, una collana, bracciali.

L’aspetto più interessante dell’abbigliamento è l’avvoltoio che con le ali aperte le avvolge la parte inferiore del corpo : le penne e la coda sono visibili sulla coscia.

La figura è i rilievo, con dettagli incisi, le gambe sono andate parzialmente perdute.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Foto: Brooklyn Musuem New York