Necropoli tebane

TT178 – TOMBA DI NEFFERRONPET detto KENRO

Neferronpet in geroglifici
Kenro in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT178[1] [2]

 

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Neferronpet, detto Kenro[5]Capo degli scriba del tesoro nei possedimenti di Amon, re di tutti gli dei; Scriba delle divine offerte nella casa di AmonEl-KhokhaXIX dinastia  (Ramses II ?)[6]a nord-ovest e a breve distanza dalla casa dell’Omdeh[7]

Biografia

Piay, Prete purificatore a Karnak, nel tempio di Amon, fu suo padre; Wiay fu sua madre e Mutemwia, Cantatrice di Amon, fu sua moglie[8]. Quanto al nome del titolare, delle 95 volte in cui esso è riportato all’interno della TT178, solo 19 volte è indicato come Neferronpet, mentre 95 volte è indicato come Kenro. Di queste ricorrenze, i due nomi affiancati ricorrono invece 7 volte come “Neferronpet detto Kenro” e 4 volte, al contrario, come “Kenro detto Neferronpet”; l’ipotesi più accreditata ritiene perciò che il nome fosse originariamente Kenro e che, essendo di origine straniera, il titolare, considerata anche l’alta carica rivestita, fosse stato rinominato Neferronpet (letteralmente “Buon-Anno”) alla Corte faraonica[9] [10].

La tomba

L’ingresso della TT178. Fonte: osirisnet.net

L’ingresso di TT178, alla base di una scalinata, si apre in un cortile da cui è possibile accedere anche alle TT296 e TT365. Un breve corridoio (1 in planimetria[11]) sulle cui pareti sono riportati cartigli di Ramses II nonché rappresentazioni di Osiride e il defunto e la moglie in atto di adorazione di inni a Ra-Horakhti, immette in una camera quasi quadrata.

Il corridoio d’entrata. Fonte: osirisnet.net

Sulle pareti: quattordici scene (2-3-4) con brani tratti dal Libro delle Porte, il defunto e la moglie in adorazione di divinità e in atto di bruciare offerte dinanzi ad Anubi, scene di psicostasia con Horus e Thot che recano l’esito della pesatura a Osiride, Iside e Nephtys, il defunto e la moglie offrono libagioni ad Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari.

Neferronpet offre libagioni ad Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari. Fonte: osirisnet.net
Neferronpet e la moglie davanti a uno dei portali. Fonte: osirisnet.net

Su altre pareti (5-6-7), su due registri sovrapposti e sei scene, il defunto in adorazione dinanzi a una porta con fiori, uomini che adorano un pilastro Djed, personificato, che sorregge il disco solare dotato di mani; poco oltre il defunto e la moglie adorano Maat e Thot, Atum e Sekhmet, Ptah e Iside, Ra-Horakhti; seguono scene della processione funeraria con il trasporto del sarcofago, accompagnato da prefiche e dolenti, e di tavole per banchetto e cerimonie sulla mummia. Sul soffitto i titoli del defunto.

La psicostasia davanti a Osiride. Fonte: osirisnet.net

Un breve corridoio presenta sulle pareti (8) il defunto e la moglie in adorazione di Osiride e Iside, su un lato, e Ra-Horakhti e Maat, sull’altro; sul soffitto l’uccello ba. Una camera rettangolare presenta, sulle pareti: su due registri e otto scene (9-10) il defunto in adorazione di un dio mummiforme, il defunto e la moglie in adorazione di Tueris e di Hathor in veste di vacca sacra.

Il defunto gioca a senet mentre un arpista intrattiene lui e la moglie.Fonte: osirisnet.net

Su altre pareti (11-12) il defunto e la moglie offrono libagioni ad un pilastro Djed personificato con Anubi, Thot e Upuaut, Sokar-Osiride rappresentato come falco; in una scena il defunto, indicato come Kenro, sorveglia il lavoro di realizzatori di perline, scultori e cuochi; la Casa dell’Oro di Amon con il controllo del peso dell’oro registrato da scribi e uomini che immagazzinano provviste. Sul fondo una nicchia (13) ospita quattro statue: il defunto e la moglie, un tale [Ni]ay, prete wab[12]di Amon e un altro personaggio del cui nome resta solo il geroglifico per “y” [13] [14].

La scena delle offerte meglio conservata. Fonte: osirisnet.net

La tomba si sviluppa anche con un appartamento sotterraneo cui si accede per il tramite di un pozzo profondo circa 5 m che si trova nell’angolo sud-est della camera rettangolare più interna (in linea tratteggiata grigia o rossa in planimetria); si ritiene tuttavia, per dettagli stilistici dello scavo, che solo i locali I[15] e II[16] (in rosso in planimetria) siano coevi della TT178 e facessero parte dell’appartamento funerario di Neferronpet e Mutemwia[17]; le restanti sale (da III a IX in colore grigio in planimetria[18]) vennero probabilmente scavate successivamente, forse per ospitare altri rappresentanti della famiglia. Il ritrovamento di frammenti di una cassa e di un ushabti con il nome di Piay, e di un frammento del sarcofago con il nome di Mutemwia hanno dato certezza di una loro effettiva sepoltura nei primi due locali[19].

La processione funebre e il trasporto del sarcofago. Fonte: osirisnet.net

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 283.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 33
  6. Hofmann 1995.
  7. Porter e Moss 1927, pp. 283-285.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 283.

[6]      Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33.

[7]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[8]      Hofmann 1995.

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 283.

[10]     Secondo altre interpretazioni, tuttavia ugualmente attestanti una provenienza straniera, Kenro potrebbe essere stata la variante sillabica del nome cananita Ken-El in cui il termine finale El, ovvero dio, costituirebbe la parte teofora del nome; a suffragio di tale interpretazione si porta la recente scoperta, a cura dell’egittologo francese Alain-Pierre Zivie (1947, vivente), della tomba del cosiddetto “visir dimenticato” Aper-El nell’area di Saqqara.

[11]     La numerazione dei locali e delle pareti (in rosso) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 282.

[12]     I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[13]     Recenti studi, specie di Kenneth Kitchen, su un testo geroglifico consentirebbero di ipotizzare che il nome del personaggio possa essere [Pi]ay e potrebbe trattarsi del padre di Neferronpet/Kenro; il personaggio femminile, potrebbe invece essere identificabile in [Wia]y che potrebbe, in tal caso, essere la madre del defunto.

[14]     Kitchen 2001, pp. 231-238.

[15]     Altezza 1,70 m x 3 x 3, il locale più vasto e più profondo della parte ipogea.

[16]     Più in alto, rispetto al fondo del pozzo, di circa 1,75 m; alto circa 1 m, largo 1 e profondo 2 m.

[17]     Hofmann 1995.

[18]     Locali da III a IX:

  • III: altezza 1,40 m x larghezza 2,50 x profondità 2,50;
  • IV: 1, 50 x 2,50 x 1,60; * V: di forma irregolare, con una lunghezza approssimativa di circa 3,70 m, presenta una parte del pavimento più incassata forse per ospitare un sarcofago;
  • VI: altezza 1,50 x 2,50 x 2,50, ad un livello più alto della VII;
  • VII: segue, a nord-est della V, la VII alta 1 m, larga altrettanto e che si sviluppa verso est per circa 2,90 m;
  • VIII: altezza 1,70 x 2,00 x 2,50;
  • IX: altezza 0,75 x 1,75 x 2,30.

[19]     Hofmann 1995.

Necropoli tebane

TT177 – TOMBA DI AMENEMOPET

Amenemopet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT177[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AmenemopetPrete lettore;Scriba della verità nel Ramesseum nei possedimenti di AmonEl-KhokhaXIX dinastia  (Ramses II ?)accesso alla TT176;  circa 80 m a ovest della casa dell’Omdeh[5]

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile il nome del padre, Nebkhed, Scriba del divino sigillo nei possedimenti di Amon[6].

La tomba

TT177, cui si accede da un piccolo cortile, è costituita da un corridoio che immette in una sala trasversale; la parete nord venne sfondata, danneggiando irrimediabilmente i dipinti parietali, nel XIX secolo dalla popolazione locale per adibire TT177 e la adiacente TT176[7] ad abitazione o stalla[8] [9].

Il soffitto della T177. Fonte: Osirisnet.net

Il Service des Antiquités, considerando il danno ormai già fatto, non ritenne necessario proseguire nella ricerca e scavo dell’ingresso originario di TT176 facendo della TT177, di fatto, una sorta di anticamera della prima. Dato il posizionamento al fondo di un pozzo i dipinti sono pesantemente danneggiati specie in occasione delle violente piogge che si abbattono sull’area talché, mentre le pareti sono danneggiate dalle inondazioni, i soffitti sono meglio conservati[10].

Alla TT177, la cui decorazione non venne ultimata, (e conseguentemente alla TT176[11]) si accede per il tramite di un corridoio sulle cui pareti (1/rosso in planimetria) sono rappresentati il defunto e la moglie in adorazione; segue una sala trasversale in cui sono rappresentati (2) la dea Maat alata, (3) il defunto e la moglie in adorazione delle dea Meretseger e (4) l’abbozzo di un uomo, probabilmente ad un banchetto.

Amenemopet in adorazione di Meretseger. Fonte: osirisnet.net

Un breve corridoio, sulle cui pareti (5) sono rappresentati Osiride e altre divinità, immette in una camera quadrata. Sul soffitto i titoli del defunto e del padre[12]. Benché danneggiata, la parete in cui si apre l’accesso alla TT176 recava una doppia scena del defunto dinanzi a Osiride e a un’altra divinità[12]

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 283.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927, p. 283.
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  6. Porter e Moss 1927, p. 283.
  7. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  8. Gardiner e Weigall 1913, p. 33
  9. Calcoen 20144.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 283.

[7]      In planimetria i riferimenti alle due tombe sono differenziati in diverso colore, rosso per la TT177 e nero per la TT176.

[8]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri.

[9]      Calcoen 2014, pp. 66-70.

[10]     Calcoen 2012, pp. 66-70.

[11]     La numerazione dei locali e delle pareti (in rosso) segue quella di Porter e Moss 1927, p. 282.

[12]     Porter e Moss 1927, pp. 281-283.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

TESTA DI GIOVANE UOMO

Provenienza incerta (Alessandria)
Grovacca
Altezza 24,5 cm
British Museum, Londra

Testa di giovane uomo.

Dal punto di vista artistico l’età Tolemaica fu molto feconda.

Sculture di puro stile egizio venivano realizzate accanto ad altri di tradizione greca.

Molte statue egizie erano idealizzate, altre invece naturalistica.

L’opinione prevalente è che le statue più realistiche non fossero veri ritratti di individui, ma rappresentazione di “tipi”.

Sicuramente ciò vale per le statue create precedentemente, durante l”epoca faraonica, ma la diversità delle fisionomia della statuaria naturalistica tolemaica è tale da mettere in dubbio questa ipotesi.

.È appurato l’esistenza di un’intenzione fra le sculture in stile egizio e quelle in stile ellenistico, e alcune presentano una commissione di stili.

Il viso dai tratti femminili del giovane potrebbe appartenere a entrambi gli stili, o essere una sintesi di entrambi.

Il contrasto fra il viso levigato e i capelli si riscontra in molte statue egizie.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromur Malek – Edizioni Phaidon

Foto: British Museum Londra

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

MASCHERA FUNERARIA

Epoca Tolemaica – Romana
Altezza 42 cm
Assiut
Museo Egizio di Torino S. 11059

Maschera funeraria Cartonnage

L’imbalsamazione fu praticata in Egitto fino alla tarda epoca imperiale romana.

Le mummie di questo periodo mostrano una particolare cura nella fasciatura e presentano maschere funebri in cartonnage o veri e propri ritratti su tavola di legno, posizionati in corrispondenza del volto ( noti come “ritratto del Fayyum, che vi descriverò prossimamente).

Fonte e fotografia

Museo Egizio di Torino – Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

L’INSTITUT D’ÉGYPTE

Napoleone parla ai “sapienti” sul ponte della Orient in viaggio per Alessandria, il momento tradizionalmente considerato come la genesi dell’Institut d’Égypte

Nel 1798 la popolarità di Napoleone in Francia è immensa. Forse troppo.

La Campagna d’Italia è appena terminata con il suo clamoroso successo, ed il Direttorio rivoluzionario vede (giustamente!) con sospetto quel giovane generale che viene dalla Corsica. Decide allora di prendere due piccioni con una fava e bloccare la via terrestre per le Indie all’eterno nemico inglese conquistando l’Egitto e togliere dal territorio francese il piccolo generale.

Il Porto di Alessandria nel 18° secolo

Nel maggio 1798, Napoleone si imbarca quindi da Tolone con 54,000 soldati su 400 navi alla volta di Alessandria. Già che c’è, nel mezzo invade e conquista Malta, da sempre approdo strategico nel Mediterraneo per le navi inglesi. Il 1° luglio sbarca con la nave ammiraglia Orient ad Alessandria e, incredibilmente, marcia sul Cairo a piedi nel deserto invece di risalire il Nilo; a completare l’opera i soldati francesi hanno le uniformi in lana e patiranno le pene dell’inferno.

Lo sbarco della flotta francese ad Alessandria, sbarco non privo di incidenti compreso l’affondamento della Patriote (Museo della Rivoluzione Francese).

Nonostante tutto, il 21 luglio l’organizzazione e la strategia di Napoleone disintegrano l’esercito dei Mamelucchi sulla piana di Giza (dopo il famoso monito: “Soldati! Dall’alto delle Piramidi quaranta secoli vi guardano!”), ma Nelson a sua volta tra il 1° ed il 2 agosto disintegra la flotta francese ad Abukir e sancisce la fine delle velleità militari francesi in Egitto. Dopo aver tentato la conquista della Palestina ed essersi scontrato con l’esercito turco, Napoleone riparte per la Francia, ma lascia in Egitto un altro piccolo “esercito”.

Napoleone davanti alla Sfinge. Olio su tela di Jean Leon Jerome (1886)
La battaglia delle Piramidi, dipinto di Louis-François Lejeune

Quando è partito per la sua spedizione in Egitto, oltre alla strategia militare Napoleone aveva infatti in testa un secondo obiettivo: creare un’istituzione scientifica in Egitto simile all’Institut de France da poco creato in patria e di cui faceva parte non per motivi “politici” (o almeno, non solo per quello…), ma come matematico. Sulle navi che hanno fatto vela per il Nilo, c’era quindi posto per più di 150 scienziati “capitanati” da Gaspard Monge, direttore del Politecnico (École Polytechnique) di Parigi. Tra i più illustri Fourier (matematico e fisico maledetto da generazioni di studenti), Berthollet (chimico), Dolomieu (geologo a cui dobbiamo il nome delle Dolomiti), Conté (pittore, chimico e fisico a cui dobbiamo l’invenzione della matita odierna) e un disegnatore, Dominique Vivant Denon, che conosceremo meglio in seguito.

Gaspard Monge ritratto da André Dutertre all’epoca della spedizione in Egitto

Napoleone ha infatti chiesto a Monge due obiettivi: poter costruire strade ed infrastrutture in Egitto, oltre al materiale bellico richiesto per l’invasione, e scoprire un mondo che era allora ampiamente sconosciuto sotto tutti i punti di vista.

In poco più di due mesi, Monge ha messo insieme una squadra che spazia dalla matematica alla zoologia, dalla medicina all’ingegneria, compresi musicisti, astronomi, scultori ed una schiera di tipografi per eternare le loro scoperte. Da notare che, visto il carattere militare della spedizione, sia la destinazione che la durata della missione rimasero segreti fino a quando non furono tutti imbarcati. Dell’organizzazione si occupa il generale Caffarelli, di origine italiane, che aveva perso una gamba in battaglia tre anni prima.

Solo dopo aver salpato da Tolone il 17 maggio 1798 in un momento immortalato da un autore sconosciuto, Napoleone parla agli scienziati più eminenti, che viaggiano a bordo della nave ammiraglia Orient e svela la destinazione ed il loro ruolo nell’impresa.

Anche le “truppe” scientifiche sbarcano ad Alessandria il 1° luglio, non senza intoppi: la Patriote si incaglia ed affonda nel porto con il suo carico di attrezzature scientifiche, di cui si riesce a recuperarne una parte. Poi si separano: le truppe marciano verso la battaglia delle piramidi, mentre gli scienziati si dividono tra Alessandria e Rosetta, dove avverrà una delle scoperte più importanti della missione.

Nonostante l’esito infausto della campagna d’Egitto, il 22 agosto 1798 Napoleone decreta la nascita dell’Institut d’Égypte “per il progresso e la propagazione dell’Illuminismo in Egitto”. Durerà solo fino al 1801, ma l’impatto culturale fu enorme.

La prima riunione dell’Institut d’Égypte, il 23 agosto 1798 al Cairo. Si distinguono, fra gli altri, Napoleone, Conté (con la benda sull’occhio), il generale Caffarelli (con la gamba di legno), Dolomieu (il più alto)

Monge ne è il presidente, Napoleone stesso il vicepresidente. L’Institut è diviso in 4 sezioni: matematica, fisica (storia naturale e medicina), economia politica e letteratura ed arte. Ogni sezione ha 12 membri e sarà indipendente, convergendo poi nella descrizione delle loro attività con la “Description de l’Egypte”, in cui verrà immortalata anche la loro prima riunione al Cairo.

La nostra storia, in pratica, comincia qui. Un gruppo di studiosi alla riscoperta di un mondo perduto.

Riferimenti:

· Reybaud, Louis, 1799-1879. Histoire scientifique et militaire de l’expédition française en Égypte. Paris: A.J. Dénain, Librarire-éditeur, 1830-1836

· Description de l’Égypte; ou, Recueil des observations et des recherches qui ont été faites en Egypte pendant l’expédition de l’armée francais. Paris: De L’Imprimerie impériale, 1809-1828

· Denon, Dominique Vivant, 1747-1825. Voyage dans la Basse et la Haute Égypte, pendant les campagnes du général Bonaparte. Paris: De l’Imprimerie de P. Didot l’aîné, 1802

· Institut d’Égypte, Cairo, Mémoires sur l’Égypte: publiés pendant les campagnes du Général Bonaparte, dans les années VI et VII [-IX]. Tome premier [-quatrieme]. Paris 1800-1803

· Andrews, Carol AR. The Rosetta Stone. London: British Museum Publications, 1981.

· Beaucour, Fernand, Laissus, Yves, and Orgogozo, Chantal. The Discovery of Egypt: Artists, Travellers and Scientists. Paris: Flammarion, 1990.

· Burleigh, Nina, and Cassandra Campbell. Mirage: Napoleon’s scientists and the unveiling of Egypt. New York: Harper, 2007.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

IL PAPIRO DI EFANKH

Epoca Tolemaica
Lunghezza 1912 cm – Altezza 30 cm
Collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino C. 1791

Nell’immaginario collettivo i papiri, insieme alle mummie, sono i manufatti associati all’antico Egitto.

Effettivamente questa grande civiltà produsse un’ enorme quantità di documenti scritti, molti su papiro, inerenti tutti gli aspetti della vita quotidiana: lettere, testamenti, opere letterarie, atti giudiziari, mappe, testi religiosi.

Tra questi ultimi una posizione di primo piano spetta al cosiddetto Libro dei Morti, una raccolta di formule religiose scritte con inchiostro nero e rosso, corredato da illustrazioni policrome, che a partire dal Nuovo Regno faceva regolarmente parte dei corredi funerari dei personaggi abbienti.

La conoscenza delle varie formule che componevano la silloge avrebbe dovuto aiutare il defunto a superare gli ostacoli che questi poteva incontrare nel suo cammino verso l’aldilà.

Tra i vari ” capitoli” in cui è stato convenzionalmente suddiviso il Libro dei Morti, il più noto è certamente il 125 relativo alla psicostasia o pesatura dell’anima.

Nella raffigurazione ad essa associata, qui estratta dal Libro dei Morti di Efankh, è raffigurato il tribunale divino, composto da 42 giudici e presieduta da Osiride in trono.

Al cospetto di queste e altre divinità viene pesato su una bilancia il cuore del defunto che, se innocente, avrà accesso al mondo ultra terreno dove inizierà la sua nuova vita eterna.

Nelle scene di psicostasia l’esito della pesatura viene registrato per scritto, come in un vero processo.
È Thot, il dio della scrittura è della conoscenza, che si occupa di questa operazione.
Thot è raffigurato con la testa del suo animale sacro, l’ Ibis, intento ad annotare il verdetto utilizzando i tipici strumenti degli scribi, ed è inoltre rappresentato sotto forma di babbuino sopra la bilancia.

La bilancia, il fulcro dell’intera scena, è composta da due piatti sui quali sono posti l’immagine della dea della giustizia Maat, a sinistra e il cuore di Efankh, a destra, che deve risultare più leggero del suo contrappeso affinché il defunto sia salvo.
Le due divinità sotto la bilancia sono Anubi, a sinistra, il dio dell’imbalsamazione e delle necropoli, e Horus, a destra, figlio di Osiride.

Se il cuore posto sulla bilancia non supera la prova della pesatura e risulta più pesante del simbolo di Maat la piuma, il defunto è condannato a una seconda e definitiva morte che non gli consentirà l’accesso alla vita eterna.
In questo caso il suo cuore viene divorato da un essere mostruoso e ibrido, noto come “la grande divoratrice”, raffigurato con la testa di coccodrillo e il corpo metà di leone e metà di ippopotamo.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

PANNELLO INTARSIATO

Epoca Tolemaica
Legno e pasta vitrea – 17,2 x 20,5 cm.
Scavi di C. Anti a Tebtynis
Museo Egizio di Torino – S. 18155

Nella collezione del Museo Egizio torinese sono confluiti anche i reperti recuperati dal professore padovano Carlo Anti, durante i suoi Scavi effettuati negli anni 1930 – 1933 a Tebtynis, nel Fayyum.

La località è nota per aver restituito una grande quantità di materiali risalenti soprattutto all’epoca greco-romana, quand’essa divenne un importante centro agricolo e religioso con abitazioni, botteghe, strade, bagni pubblici e un importante santuario consacrato a Soknebtynis.

Tra gli oggetti rinvenuti a Tebtynis vi è anche questo pannello ligneo, probabilmente parte di una cassetta, che è di per sé un piccolo capolavoro di artigianato.

Nel legno sono stati inseriti intarsi di pasta vitrea colorata: blu rossa e azzurra, che raffigurano quattro figure stanti.

Da sinistra verso destra si riconoscono la dea Hathor, il dio bambino Arpocrate, il faraone con la doppia corona e infine una divinità femminile.

La scena è collocata sotto l’immagine stilizzata di un cielo stellato su cui domina il disco solare alato.

L’eccezionalità del reperto sta soprattutto nella raffinata e meticolosa lavorazione di alcuni piccoli dettagli quali le rosette e il panneggio dell’abito della dea all’estremo destra, le striature del suo copricapo ad alte piume o i piccoli intarsi che formano le di Arpocrate e del sovrano.

Fonte: I grandi musei: Torino Museo Egizio – Silvia Einaudi – Electa

Foto: Museo Egizio di Torino

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

SARCOFAGO DI PETOSIRI

Legno con intarsi in pasta vitrea
Altezza 195 cm
Museo Egizio del Cairo – JE 46592

Sarcofago di Petosiri, sommo sacerdote del dio Thoth, dalla sua tomba a Tuna el-Gebel

Gli Egizi vivevano in un’ambiente variopinto e i colori vivaci e la policromia aveva un ruolo importante anche nelle iscrizioni geroglifiche sui monumenti, nei rilevi e nelle sculture.

La scelta cromatica seguiva modelli predefiniti.

La decorazione della cappella di Petosiri era a rilievo, con una commistione di stile ellenistico ed egizio, ma il sarcofago ligneo antropomorfo è in puro stile egizio.

Il sarcofago si trovava dentro ad un altro sarcofago in pietra, e le iscrizioni su di esso sono tratte dal Libro dei Morti.

I geroglifici sono intarsiati in pasta vitrea policroma, si tratta di una tecnica insolita per i sarcofagi, è un segno dei progressi compiuti nella produzione di decorazioni intarsiate in pasta vitrea durante il periodo Tolemaico.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

SARCOFAGO PER GATTO

Provenienza sconosciuta
Bronzo
Lunghezza 52 cm.
Rijsmuseum van Oudheden, Leida

Secondo la mitologia, alcune divinità avevano aspetto teriomorfo e i loro templi comprendevano allevamenti dell’animale adorato nella località.

Alla dea Bastet era associato il gatto e i suoi templi maggiori si trovavano a Bubasti e a Menfi.

I sarcofagi per animali erano disponibili in diverse forme e misure, il più costoso era realizzato in bronzo, nella bottega del tempio

La forma poteva essere a scatola, con la figura di un animale sopra di essa; in questo modo il sarcofago ricorda un piedistallo, associazione riconosciuta ed enfatizzata dagli artisti creatori.

La forma ricordava inoltre il modo standard di rappresentare il contenuto di una scatola nell’arte bidimensionale, che era quello di riprodurlo sopra di essa.

Fonte

Egitto : 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Phaidon

Kemet Djedu

CIRCONCISIONE EGIZIA


La Mastaba di Ankhmahor è vicina alla piramide di Unas, nella Necropoli di Saqqara.
Ankhmahor deteneva l’importante titolo di visir dimostrando così la sua fulgida carriera di funzionario.
La sua tomba è conosciuta anche come “tomba del medico” poiché contiene scene di pratiche sanitarie.

Le immagini più famose della tomba di Ankhmahor si trovano sulla porta della sala delle colonne. Sono scene mediche che mostrano rappresentazioni di operazioni chirurgiche, inclusa la circoncisione.
Ho notato che di questa celeberrima raffigurazione esistono traduzioni perlopiù romanzate per non dire allegrissime.
Penso di poter dare il mio modestissimo contributo.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare il geroglifico a chi non lo ha ancora studiato!