“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

ANTEFATTO – L’OBLIO

Caduto il potere degli ultimi Faraoni (anche se Macedoni), l’Egitto ormai provincia romana perse gradualmente il suo fascino. Saccheggiato dei suoi obelischi e trasformatosi nel granaio dell’Impero, pur mantenendo la sua importanza culturale con la biblioteca di Alessandria divenne oggetto di mere manovre politiche e quasi nessuno si interessò alla storia passata. Non senza danni, però.

Prima intervennero le dispute teologiche nell’ambito cristiano e le ondate iconoclaste; Ario era infatti presbitero ad Alessandria, e all’inizio del IV secolo lo scisma legato all’arianesimo fu di fatto il primo della storia cristiana, con relative conseguenze. Un secolo dopo, sempre ad Alessandria, l’assassinio di Ipazia da parte dei cristiani capitanati dal vescovo Cirillo (assurdamente ancora venerato come santo…) pose di fatto fine alla cultura “classica”, considerata ormai pagana. La conquista dell’Egitto da parte degli arabi nel VII secolo chiuse definitivamente l’epoca greco-romana in Egitto.

Il linciaggio di Ipazia, illustrazione tratta dal libro Vies des savants illustres, depuis l’antiquité jusqu’au dix-neuvième siècle, di Louis Figuier, 1866

I danni li possiamo vedere ancora oggi: statue e dipinti mutilati, deturpati, distrutti; edifici e tombe riadattati a monasteri o abitazioni comuni (a volte come stalle…); totale disprezzo per la storia e la cultura faraonica, caduta nell’oblio.

Nel frattempo, alla fine del IV secolo (precisamente nel 394, sotto Diocleziano) viene incisa quella che è considerata l’ultima iscrizione in geroglifici. Nesmeterakhem (o Esmet Akhom, a seconda delle traduzioni), scriba del tempio di Iside a Philae (ultimo baluardo “pagano” sopravvissuto grazie alla popolarità del culto di Iside), incide una preghiera al dio nubiano Mandulis. Con la morte del suo autore, dopo più di tremila anni tutti i testi faraonici diventano solo figure disegnate, illeggibili.

L’ultima iscrizione in geroglifici nota: “Davanti a Mandulis, figlio di Horus, per mano di Esmet-Akhom figlio di Esmet (o Nesmeterakhem, figlio di Nesmeter, a seconda delle traduzioni), il Secondo Sacerdote di Iside, per tutti i tempi e l’eternità. Parole pronunciate da Mandulis, signore dell’Abaton, grande dio”. Tempio di Phiale, 24 agosto 394 CE

Per secoli l’Egitto diventa un luogo poco raccomandabile; meta solo di temerari pellegrini in viaggio per i luoghi biblici. La conoscenza dell’Egitto si limita al solo Delta o poco più. Le piramidi diventano “i granai di Giuseppe”, la Sfinge prende il nome arabo di Abol-Haul, “Il Padre del Terrore”, ed è solo “una testa che sporge dalla sabbia”, come scrive Abd al-Laṭīf al-Baghdādī, uno studioso arabo del XII secolo. 

Un gentiluomo europeo con i boccoli che spunta da un prato: così André Thevet, un frate francescano, nel 1556 rappresenta la Sfinge

In Europa arrivano poche e confuse notizie, a volte riportate da chi in Egitto non è proprio mai stato. Soprattutto la piana di Giza attira curiosità “adattata” allo stile occidentale. La Sfinge viene disegnata quindi come una donna europea, con tanto di seno che sporge dalla sabbia, oppure come un clamoroso busto colossale romano, come un Cesare conquistatore. André Thevet, un frate francescano, nel 1556 disegna la Sfinge come la testa di un gentiluomo francese, con tanto di boccoli.

Johan Helffrich (Lipsia) nel 1589 presenta la Sfinge con tanto di seno che emerge dalla sabbia. Per Helffrich la Sfinge rappresenta Iside e, notando una cavità sulla testa, immagina che i sacerdoti parlassero al popolo da quella cavità

Forse la prima testimonianza “diretta” europea è del 1610, ed è in un resoconto dei viaggi di George Sandy, un figlio minore dell’Arcivescovo di York il quale, fallito il tentativo di laurearsi a Oxford, decise di spendere allegramente parte del patrimonio di famiglia girovagando in Europa e Medio Oriente raccontando le sue imprese in quattro volumi illustrati. In uno di questi volumi quella testa, già senza naso, emerge davanti alle piramidi.

Nel 1610 Mr. Davis porta a casa un ricordo della piana di Giza e una prima realistica rappresentazione
Sempre intorno al 1610 il Civitates Orbis Terrarum (il primo Google Maps dell’epoca…) raffigura così sulla mappa del Cairo la Piana di Giza con le piramidi e la Sfinge

Un disegno molto più accurato è del 1757 (“Testa colossale con le tre piramidi” di Norden), mentre negli stessi anni Diderot, nella sua Enciclopedia, inopinatamente le rimette il naso e una sorta di ureo sulla fronte, forse immaginandone l’aspetto originale.

Il primo “vero” disegno della sfinge di Norden, 1757. I danni al volto sono molto evidenti 40 anni prima della campagna di Napoleone
La Sfinge dell’Enciclopedia di Diderot, con ureo e naso, che tante accuse porterà a Napoleone. Da notare la forma a punta delle Piramidi, forse considerandole ancora dei granai come da tradizione

Il conte Volnay, un altro che decide di spendere la sua eredità in viaggi, nel suo pensiero afrocentrico prende una svista colossale descrivendo nel suo “Voyage en Syrie et en Égypte” la Sfinge come “chiaramente di razza negroide” – un “peccato originale” che purtroppo semina frutti avvelenati tuttora.

La Sfinge “negroide” di Volnay

L’Illuminismo sta comunque sortendo i suoi effetti. Tutti questi resoconti, le Piramidi, i colossali obelischi, stanno facendo nascere la curiosità in tutta Europa. La Francia è al centro di questo inesorabile movimento. E un francese, che ha “mancato” per pochi anni la possibilità di essere italiano (anzi, genovese…) sta per accendere la miccia. Della guerra, sì, ma anche di quella che i francesi chiameranno “Égyptomanie“.

Nella prossima puntata: quaranta secoli vi guardano!

  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • Ceram, C. W. Civiltà sepolte: il romanzo dell’archeologia. Vol. 161. G. Einaudi, 1953.
  • Ceram, C. W., and Maria Grazia Locatelli. Civiltà al sole. 1958.
  • Curto, Silvio. L’antico Egitto. Unione tipografico-editrice torinese, 1981.
  • Braun and Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum (1572-1617).
  • Andrews, Carol AR. The Rosetta Stone. London: British Museum Publications, 1981.
  • Diderot, M., ed. “L’encyclopédie de Diderot et d’Alembert” (1778).

Necropoli tebane

TT172 – TOMBA DI MENTIYWI

Mentiywi in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT172[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
MentiywiMaggiordomo reale, Figlio della nursery reale (?)El-KhokhaXVIII dinastia  (da Thutmosi III ad Amenhotep II ?)versante sud della collina, in alto; a breve distanza a nord-ovest della casa dell’Omdeh[5]

 

 

Biografia

Unica notizia ricavabile, il nome della madre, Hepu[6].

La tomba

TT172 presenta planimetria a “T” rovesciata tipica delle tombe del periodo. Da un cortile, un breve corridoio dà accesso ad una sala trasversale; sulle pareti: Il defunto offre libagioni su un braciere (1 in planimetria[7]) mentre portatori di offerte recano dolci e fiori; un uomo con incenso dinanzi al defunto seduto, nonché resti di scene di portatori di offerte. Sul lato corto occidentale una stele (2) con duplice scena del defunto in offertorio a Osiride e testi autobiografici. Oltre il corridoio che adduce alla sala perpendicolare, su due registri sovrapposti (4), il defunto e una figlia (?) praticano la pesca e l’uccellagione mentre due file di portatori recano prodotti delle terre del nord e vitelli. Sulla parete più corta orientale (3), su due registri, il defunto, con fiori, in offertorio dinanzi a un re (non ne è specificata l’identità); falsa porta con portatori di offerte sui lati.

Un corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti: su tre registri (5-6) scene della processione funeraria verso Anubi e Osiride, portatori con le suppellettili funebri e prete lettore[8] con gli strumenti per eseguire la Cerimonia di apertura della bocca; sono presenti prefiche, donne nei pressi di un laghetto, conduttori di carro e macellai. Sulla parete opposta (7) il defunto a piedi pratica la caccia agli struzzi nel deserto e scene di aratura; poco oltre (8) su due registri, scene di vendemmia con pigiatura delle uve, immagazzinamento del vino e chiusura delle giare con offerte a Thermutis rappresentata in forma di serpente; un uomo offre grappoli d’uva al defunto. Seguono (9) scene del defunto che riceve da un uomo ghirlande per la festa del nuovo anno e, su tre registri, carpentieri, pesatori di oro e orafi; in altra scena il trasporto di grano e mucche che procedono a calpestare grano. Un uomo (10) in offertorio dinanzi al defunto e alla madre. Sul fondo, in una nicchia (11) due statue e, nella parte alta, il defunto inginocchiato dinanzi ad Anubi in forma di sciacallo; su quattro registri, scene di portatori di offerte e macellai. Il soffitto, a volta, è decorato con testi di offertorio[9]

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 279.

[8]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 279-280.

Necropoli tebane

TT171 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT171[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutonon notoDra Abu el-NagaXVIII dinastiala successiva, a est della TT170

 

Biografia

Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Esi[5].

La tomba

Poche e molto danneggiate sono le rappresentazioni parietali: una stele all’ingresso (illeggibile) e il defunto e la moglie rappresentati sulle pareti del corridoio d’ingresso[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

Amarna

IL BUSTO “GEMELLO” DI AKHENATON

Busto di Akhenaton ricomposto dal Museo di Berlino
Busto di Akhenaton frammentario, da Tell el-Amarna
Nuovo Regno, XVIII Dinastia – Ca.1351-1334 a.C.
Neues Museum Berlino, Inv. ÄM21360
Donato da James Simon (mecenate ebreo, finanziatore della spedizione di Borchardt)

IL BUSTO « GEMELLO » DEL BUSTO DI NEFERTITI A BERLINO

Mi è capitato recentemente di rivedere in rete un busto di Akhenaton molto noto ed importante.

Si tratta di un busto conservato al Neues Museum di Berlino, che reca il numero di inventario ÄM 21360.

Questo busto fu trovato poco prima di quello famosissimo della regina Nefertiti nell’officina dello scultore Djehutymose (o Tuthmose nella versione grecizzante), più precisamente nell’abitazione P47.2, in cui rividero la luce molte altre sculture magnifiche.

Borchardt descrisse così la scoperta nel suo diario: « Nella stanza d’angolo della casa, all’angolo NE, probabilmente la stanza accanto all’ampia sala, per il momento ancora senza numero, giace un busto colorato a grandezza naturale del re, rotto in 5 pezzi e non del tutto completo. Purtroppo il volto è piuttosto malconcio. Sono conservati il petto, parte del braccio, il collo, il viso e la parrucca”

Il busto del sovrano era l’unica scultura dipinta assieme a quella di Nefertiti e rappresenta , assieme a quella scultura, una coppia straordinaria. Era probabilmente anche l’unica scultura completa tra i vari calchi e modelli conservati nello studio dello scultore ed era ricoperta di foglia d’oro, che la rendeva un pezzo unico e prezioso, addirittura più prezioso ed elaborato del magnifico busto della regina, oggi a Berlino. Probabilmente la foglia d’oro fu asportata nell’antichità, e questo giustifica i danni e le abrasioni in alcuni punti, e il volto fu danneggiato volontariamente a causa della damnatio memoriae, il che rende ancora più incredibile il fatto che il busto di Nefertiti non abbia ricevuto lo stesso trattamento.

Busto di Akhenaton frammentario (prima della ricomposizione con o frammenti della bocca e dell’arcata sopraccigliare). Da Tell el-Amarna,
Nuovo Regno, XVIII Dinastia – Ca.1351-1334 a.C.
Neues Museum Berlino – Inv. ÄM21360
Donato da James Simon (mecenate ebreo, finanziatore della spedizione di Borchardt)

Sembra che il busto sia stato ulteriormente danneggiato durante la II guerra Mondiale, durante in trasporto in un luogo per proteggerlo dai bombardamenti.

Secondo gli esperti, nessuno dei due busti (del sovrano e della regina) era destinato ad un contesto funerario, bensì ad un tempio o ad un palazzo.

Il busto presenta molte similitudini con un altro busto di Akhenaton oggi conservato al Louvre, E11076. (https://collections.louvre.fr/en/ark:/53355/cl010006986 ). Anche quest’ultimo presenta ancora delle tracce di colore e nell’insieme il volto è meglio conservato. Per il busto di Berlino sembrerebbe certa la mano di uno scultore esperto come Djehutymose e non di un allievo. La bocca mostra infatti una maestria esecutiva unica (e, a mio parere, molte similitudini con la bocca in diaspro giallo conservata al MET inv. 26.7.1396 https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544514).

Busto di Akhenaton del Louvre I- nv E11076
Foto Wikipedia

A Berlino i vari pezzi del volto di Akhenaton sono stati ricomposti: 15 in totale, mentre 5 (parte dell’orecchio) non sono stati ancora assemblati.

Le immagini del busto sono presenti in rete in due versioni: (anche nel sito del museo) una antecedente al restauro e l’altra con la bocca e parte dell’arcata sopraccigliare di sinistra ricomposta.

Una possibile ricostruzione del busto di Berlino é stata proposta da Dimitri Laboury, Maud Mulliez, François Daniel in « Étude du buste d’Akhénaton du musée du Louvre par restitution 3D polychrome » https://hal.science/hal-03153335v1/document.

Confronto tra una ricostruzione 3D dei due busti di Berlino ÄL21360 (la foto presenta un refuso nel numero di inventario) e del Louvre E11076.. Da: Dimitri Laboury, Maud Mulliez, François Daniel in « Étude du buste d’Akhénaton du musée du Louvre par restitution 3D polychrome » https://hal.science/hal-03153335v1/document.

Se fosse attendibile, mostrerebbe che i busti di Berlino e di Parigi sono identici!

Fonti e Link di approfondimento:

Necropoli tebane

TT170 – TOMBA DI NEBMEHYT

Nebmehyt in geroglifici
Schematizzazione della necropoli di Dra Abu el-Naga (area sud) [1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Nebmehyt[5]Scriba delle reclute nel Ramsesseum nei possedimenti di AmonDra Abu el-NagaXIX dinastia  (Ramses II ?)abitazione di Bunna (una donna)[6], immediatamente a sud della casa dell’Omdeh[7]

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[8].

La tomba

TT170 è impraticabile. In un vestibolo è noto esistano due stele: il defunto e la moglie dinanzi a Osiride e tre preti dinanzi al defunto e alla moglie con testi rituali[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 278-279.

Necropoli tebane

TT169 – TOMBA DI SENENA

Senena in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT169[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Senena[5]Hry-tp nby n Imn
Capo degli orafi di Amon
Dra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Amenhotep II ?)[6]casa di Muhammed Khalifah[7],  versante meridionale della collina, lato est; a nord e molto vicina alla TT168

Biografia

Sensonb fu il nome del padre, Tanub la madre, mentre Maatka, Divina Adoratrice di Amon, fu il nome di sua moglie[8].

La tomba

TT169 si struttura, planimetricamente, con una sala trasversale da cui una sala perpendicolare alla precedente adduce a una seconda sala trasversale a simulare una “I”. Molto danneggiata presenta sulle pareti della sala perpendicolare resti di scene e testi; scene di preti officianti la Cerimonia di apertura della bocca sulla mummia; il defunto e la moglie con una figlia (?), che reca lo stesso nome della madre Maatka, con arpisti e liutisti in offertorio ai genitori[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Gardiner e Weigall 1913, p. 31.

[7]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 278-279.

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MERI-HATHOR

Le mani, grondanti acqua, si riappoggiarono su quella massa informe, umida e maleodorante premendola e lisciandola; affondarono in essa spremendone l’acqua e scivolarono trasformandola lentamente in esseri splendenti di vita.

Khnum, il Grande Vasaio, sorrise di certo guardando quel suo discepolo del mondo umano, lui, dio primevo che plasmava continuamente l’uomo sul suo tornio, non poteva che riconoscere la sua scintilla. Che plasmasse l’argilla, o picchiasse il suo mazzuolo sulla durissima diorite o sul granito, Thutmosi, scultore di Akhetaton, sapeva che suo compito era estrarre dalla materia ciò che essa certo già conteneva e che era lì, in paziente attesa di essere portata alla luce.

Sulle larghe mensole del laboratorio si allineavano, in buon ordine, piccole statue di ushabti, alcune di minor valore, altre in quella pasta azzurra che tanto lavoro comportava in fase di cottura… quante volte la temperatura troppo alta aveva vanificato giorni e giorni di lavoro, e quante volte gli apprendisti, troppo indaffarati a guardare le cosce delle lavandaie del vicino fiume, avevano fatto raffreddare il forno costringendo il maestro ad attendere che raggiungesse la temperatura giusta. Certo, mentre la temperatura del forno saliva, Thutmosi non aveva sprecato il suo prezioso tempo e aveva colto l’occasione per misurare le spalle dei suoi apprendisti con un flessibile giunco. Ma, sarà perché in quei casi ci vedeva poco (in realtà così non sembrava quando dipingeva minutamente le sue opere), sarà perché, a sua volta, era stato apprendista e ben ricordava le sode parti posteriori delle belle donne di Kemi, nessuno rammentava le staffilate che, spesso, colpivano il sacco su cui il malcapitato era sdraiato piuttosto che il fondo schiena. 

Thutmosi, burbero individuo sempre però pronto a perdonare o a far finta di non vedere, era stato allievo del grande Bak e quest’ultimo, a sua volta, era stato allievo dello stesso Akhenaton che gli aveva insegnato quel suo concetto di arte che così grandemente aveva scandalizzato l’aristocrazia reale e clericale: la rappresentazione umana non doveva essere l’idealizzazione dell’uomo, ma doveva essere l’uomo stesso con le sue paure, i suoi dolori, i suoi difetti. Di questa regola Thutmosi aveva fatto la propria ragion d’essere e da questa regola faceva scaturire la sua arte.

Lavorava lentamente, senza fretta, perché riteneva che solo accarezzando la sua argilla, o strappando alla pietra piccole schegge, avrebbe potuto individuare, nelle pieghe delle materie utilizzate, le vere linee che avrebbero fatto del suo lavoro un’immagine vivente. Era presuntuoso Thutmosi, sapeva che la sua arte era quanto di più prossimo potesse esistere alla capacità degli Dei di creare l’uomo e se Khnum, da parte sua, era un po’ invidioso dello scultore, Thutmosi lo era ben di più del Dio, perché non era ancora riuscito ad infondere la vita nella sua opera più importante che, ora, troneggiava su una delle mensole di un piccolo studiolo il cui accesso era precluso a tutti. Il busto  era gelosamente ricoperto da un pesante panno di cui conosceva ogni piega: non avrebbe tollerato che qualcuno lo sollevasse.

Il suo studio si trovava in una traversa laterale della Grande Strada Regia che attraversava Akhetaton ed era separato dalla casa dove viveva, da solo, da un piccolo giardino ove un ombroso sicomoro allargava i suoi rami fin quasi a coprirlo per intero. Quante volte, la sera, lo scultore si era sdraiato sulla panca, che aveva disposto strategicamente sotto quell’albero, e guardava l’immenso cielo stellato che s’intravedeva tra i rami. Quante volte la Dea Iside, la Luna, si era rivolta a lui con la sua dolce voce accarezzandolo e mostrandogli interminabili strade, che si perdevano nel nulla, lungo le quali egli avrebbe voluto incamminarsi conversando della sua arte con un discepolo che, però, non esisteva poiché sembrava quasi che la razza stessa degli scultori di Akhetaton si stesse spegnendo con lui.

Che strano, gli stessi apprendisti che lavoravano nel suo laboratorio, maschi e femmine, gli erano stati affidati dai propri genitori timorosamente e, di fatto, erano più manovali che veri e propri apprendisti: nessuno di loro era interessato alla scultura, ad esempio, salvo a comprendere l’uso del mazzuolo e degli scalpelli di bronzo, quasi che nel loro futuro ci fosse un incarico da scalpellino, piuttosto che uno studio d’artista. Anche gli altri, quelli che più s’interessavano a manipolare le argille, somigliavano a costruttori di mattoni di fango e solo uno, la giovane Meri-Hathor, aveva dimostrato un barlume di interesse per la scultura, un barlume che era, però, durato lo spazio di pochi giorni giacché, improvvisamente, si era dedicata esclusivamente al suo lavoro manovale anche se, e Thutmosi lo aveva notato, di sottecchi guardava le mani del maestro correre sull’argilla con un interesse a stento mascherato sotto le lunghe ciglia nere.

Perché?” la interrogò Thutmosi un pomeriggio quando, andati via tutti gli altri, Meri-Hathor si era attardata per rassettare lo studio, “perché!” ripetè lo scultore e la giovane lo fissò negli occhi con i suoi velati palesemente dalle lacrime. Thutmosi vi lesse un misto di rimorso, vergogna, desiderio di fornire la risposta, paura… e proprio quella paura fu più eloquente di ogni altra giustificazione: le era proibito imparare quell’arte blasfema, che spingeva gli artisti a svilire gli esseri umani, a renderli simili a caricature, ad accentuare, addirittura, i difetti.

Un Dio, ed il Re era tale, non poteva essere rappresentato come un uomo qualsiasi. Come avrebbe potuto elevarsi al di sopra degli altri, imporre il proprio potere e giustificare il suo poter colloquiare direttamente con gli Dei se era così vicino alla terra? Come poteva mantenere la Maat sulle Due Terre se la sua mano poteva indebolirsi e lasciar cadere anche uno scettro? O se il suo collo diventava troppo sottile per reggere il peso delle corone?

Thutmosi non ripeté la sua domanda e, poggiata la sua larga mano sul capo della giovane allieva, la invitò a tornare a casa per non far stare in pensiero sua madre. Da quel giorno, Thutmosi non intervenne più verso la giovane apprendista, ma cercò ogni pretesto perché fosse presente mentre egli lavorava e, invitandola ora a porgergli l’acqua, ora a ricoprire di un telo bagnato l’argilla perché non asciugasse, cominciò discretamente a insegnarle tutto quello che sapeva della sua arte.

Un giorno, con la discrezione che gli era ormai abituale, Thutmosi porse a Meri-Hathor un gran pane di ottima argilla, “gettala, le disse, non riesco a ricavarne niente di buono e certo il dio Bes, l’ignobile nano, abita in quell’argilla e mai mi permetterà di trarne un’opera degna di questo nome…” la giovane si inchinò come prevedeva la sua posizione dinanzi al maestro e tentò una timida difesa dell’incolpevole argilla “maestro, esordì, non  mi sembra che questa argilla sia poi così cattiva, e la tua vena artistica non è certo la colpa del tuo insuccesso… ti ho visto lavorare questa mattina e le tue mani correvano sul tornio elevando vasi di incomparabile bellezza…

Ti ho detto di portarla via, Meri-Hathor, non voglio più vederla, fanne quello che ti pare…

L’argilla, come Thutmosi voleva, finì in casa di Meri-Hathor ed il maestro continuò nelle sue lezioni silenziose, anzi le intensificò poi, un giorno, mentre stava rifinendo un busto particolarmente bello: “…per Seth ed il suo animale misterioso, devo consegnare questo al nobile Ptahneb per la Corte del Re e mi fa male una delle corde della mano; non riesco a spingere sull’argilla con la giusta forza e rischio di deformare il viso di questa splendida fanciulla… eppure dovrò rinunciare all’incarico e reimpastare l’argilla per non farla seccare… perderò un ottimo cliente e certo la voce si spargerà… nessuno più vorrà avere a che fare con me, mi ridurrò ad ubriacarmi nella taverna del Coccodrillo, e finirò presto a faccia in giù in un fosso…

Se Meri-Hathor, che era lì accanto, considerasse quello sfogo quanto meno esagerato, certo non lo diede a vedere, avrebbe voluto dirgli che non sarebbe mai accaduto, che la sua arte le era dentro, che ogni piccolo particolare delle sue mani le era caro, che avrebbe voluto essere quell’argilla per essere da lui accarezzata, che solo lui poteva estrarre dalla materia informe le forme della bellezza,  ma si limitò a seguirlo con lo sguardo mentre lasciava il laboratorio. Una lacrima rotolò sulla guancia che ora si era imporporata per un misto di rabbia e vergogna, rabbia per non aver saputo mai dire al suo Maestro del suo amore, vergogna per non avere il coraggio di essergli vicino quando era triste e solo. Fu così che, mentre le lacrime rendevano sempre più incerta la sua visuale, Meri-Hathor si avvicinò alla statua di argilla… la sua mano sottile accarezzò la fronte di quella splendida donna, poi scese lungo il naso perfetto e si soffermò su labbra che non potevano non parlare e che, Meri-Hathor ne era certa, improvvisamente si sarebbero aperte per far sentire una voce calda e sensuale che le avrebbe portato via il suo amore.

Piano, senza fretta, con dolcezza, Meri-Hathor si trovò a premere sempre più sull’argilla e, quasi che le mani fossero indipendenti dalla sua volontà, si rese conto che stava proseguendo il lavoro di Thutmosi; dapprima timidamente, poi con sempre maggior coraggio, la fanciulla vide le sue dita proseguire e fondersi con la materia inerte, diventare la materia stessa e capì che nessun divieto, nessuna minaccia potevano allontanarla da Thutmosi, ne’ da quella sua arte che era entrata in lei con così abile dolcezza da non lasciarle più alcuno scampo!

Frattanto, dal suo studiolo, Thutmosi ammirava soddisfatto le mani affusolate della giovane fanciulla che proseguivano nell’opera da lui interrotta; da giorni aveva studiato il suo piano e, mentre da solo attendeva che il sonno venisse a cancellargli il ricordo del dolce viso della ragazza,  aveva studiato con ogni cura la posizione in cui avrebbe appoggiato il suo tornio per proseguire la sua nuova, grande opera. Gli era stata commissionata dal grande Ptahneb, dignitario di corte e preposto agli abbellimenti della reggia, ma derivava da un espresso desiderio del Re Akhenaton in persona.

Nessun altro può realizzare il mio sogno!” queste erano le parole del Re che Ptahneb gli aveva riferito, queste erano lo sprone a realizzare quanto mai egli era riuscito a creare, a dare vita alla vita, a lottare con Khnum nel suo stesso campo, in un blasfemo tentativo di superare il Dio Vasaio nella sua stessa arte.

Meri-Hathor lavorava assorta e nell’argilla prendeva vita la struttura di base che, lo sapeva bene, Thutmosi avrebbe ricoperta del sottile strato di gesso che avrebbe poi dipinto dei colori più vividi; Thutmosi, nel suo buio osservatorio, era combattuto dal desiderio di guardare la ragazza o il suo lavoro ed entrambi non si accorsero dell’ombra nera che, stagliatasi per un istante sul muro del laboratorio, si era poi dileguata e si era diretta, ombra tra le ombre della via, verso una casa poco distante da quella dello scultore.

Erano passate le ore e il cielo, come solo nella terra di Kemi accade, era passato dall’azzurro, al rosso, al viola, al nero, ma Meri-Hathor sembrava non rendersene conto, continuava a lavorare quasi senza vedere… Thutmosi si agitò nel suo nascondiglio e causò, volontariamente, un piccolo rumore che ricordasse alla fanciulla che egli poteva tornare da un momento all’altro, scivolò poi, non visto, fuori dallo studio e si recò in casa ove prese una lucerna accesa e ritornò verso lo studio come se non vi mettesse piede da tempo.

C’è nessuno?” chiese al buio poi, senza neanche aspettare risposta, si voltò e sparì nel cortile; qui sollevò il palo che la richiudeva ed aprì la porta che dava sulla strada, quindi si allontanò e rientrò in casa lasciandola inspiegabilmente aperta.

Meri-Hathor comparve sulla porta dello studio poco dopo, si guardò intorno e si avvicinò alla porta del cortile… non riusciva a distogliere i pensieri dal lavoro che aveva appena sospeso ne’, principalmente, dal suo Maestro che sapeva, solo, sulla sua stuoia. Non poteva tenersi dentro tutto quell’amore, non poteva, ancora una volta, nascondere a se stessa che il suo respiro era niente se mancava dell’altra metà costituita da quello del suo maestro…

Meri-Hathor si soffermò sulla soglia e guardò la strada che si perdeva tra le case di Akhetaton, poi richiuse la porta del giardino, riabbassò il paletto che poco prima Thutmosi aveva sollevato ed entrò nella casa buia dello scultore…

Il mattino seguente, Khepri, il sole dell’alba, seppe che mai nessun amore era stato più dolce, mai nessun amante era stato più delicato, mai le parole avevano saputo narrare amore più grande ed eterno… Thutmosi era seduto sotto il frondoso sicomoro e guardava verso l’abitazione aspettando che ne uscisse il motivo stesso del suo sguardo. A che servivano gli occhi se non per ammirare l’amore? Davanti a lui, a terra, era disteso un largo pezzo di fine papiro su cui lo scultore aveva tracciato splendidi geroglifici; aveva iniziato alle prime luci dell’alba, anzi, quando era ancora notte ed il cuore gli aveva fatto capire che la gabbia del suo petto era troppo piccola per contenerlo.

Thutmosi aveva allora raccolto il rotolo di papiro, i suoi pennelli più belli, i colori e, silenziosamente per non svegliare Meri-Hathor, se ne era andato in giardino, ove ancora si trovava, ed aveva iniziato a dipingere così, quasi meccanicamente. E i segni si erano trasformati in parole, e le parole in frasi, e le frasi in quello che ora si trovava di fronte a lui e che egli avrebbe fatto leggere a Meri-Hathor. Avrebbero poi bruciato quel papiro e il fumo, salendo al cielo, avrebbe portato al Dio Aton, al Globo Solare, il loro amore che nessuno mai avrebbe potuto dividere:

Da quel giorno Meri-Hathor visse nella casa di Thutmosi e visse nel suo cuore… il bel busto, cui i due artisti lavoravano ora a turno, diventava sempre più splendido, ma, improvvisamente, gli altri apprendisti cominciarono a disertare lo studio e a nulla valsero gli sforzi di Thutmosi per capire cosa stesse succedendo.     

Era la solita storia, era chiaro che da ormai sei o sette anni la città stava morendo. Dapprima qualche Funzionario si era fatto destinare ad incarichi particolari presso la splendida Ipet-Eswe e qualcuno era tornato all’antica Men-Nefer. I più fortunati si erano fatti assegnare ad incarichi diplomatici; fu poi la volta degli artigiani, dapprima si trattò di incarichi di lavoro che richiedevano il loro intervento lontano dalla capitale, da Akhetaton, poi i lavori si erano prolungati sempre più e nei giardini avevano cominciato a spuntare alte erbacce, poi era giunto il desiderio di apprendere nuove tecniche e gli artigiani non avevano più fatto rientro.

Al loro posto erano giunti altri artigiani dai capelli stranamente corti e Thutmosi, quando ne aveva conosciuto qualcuno, era rimasto colpito dalla superficiale conoscenza della materia di cui avrebbero dovuto essere maestri e, quasi sempre, dalla totale assenza di quei calli che, soli, potevano essere ornamento delle mani dei veri artigiani. Sembrava più che si trattasse di mani abituate a reggere l’alto bastone di un Dio, o i vasi delle offerte, …o il pugnale del sicario.

I nuovi giunti, che avevano occupato le case degli artigiani che erano partiti, sembravano in apparenza sconosciuti l’uno all’altro, ma fecero rapidamente, forse troppo, conoscenza tra loro tanto che non si mescolarono alla variopinta folla della città preferendo incontri nelle rispettive abitazioni. Qualche mala lingua raccontò di una statua d’oro del Dio nascosto, di Amon, che veniva conservata in una delle abitazioni e che, giornalmente, riceveva le previste attenzioni, ma nessuno seppe mai se questo corrispondesse alla verità ne’ la cosa suscitò curiosità eccessiva poiché mai e poi mai il Faraone Akhenaton aveva proibito il culto delle divinità.

Vero è che nella sua furia iconoclasta aveva chiuso il grande tempio di Ipet-Eswe, ed il clero del “Nascosto” si era, in gran parte, disperso nelle province di Kemi, ma questa dispersione rispondeva più a timori ingiustificati e al tentativo di mantenere, tra gli ignoranti, il potere ormai acquisito che non ad ordini perentori del Re. Si sparsero voci d’incontri notturni in cui il simulacro del Re eretico veniva trafitto da pugnali dopo lunghe litanie, ma anche questo non trovò riscontro.

Fu proprio in quel periodo che anche gli ultimi apprendisti lasciarono lo studio di Thutmosi e fu in quel periodo che la ragazza divenne più cupa e meno felice; più di una volta, ormai, aveva trovato nel giardino teste di serpente, gettate dall’esterno, che aveva fatto immediatamente sparire perché non turbassero Thutmosi, poi, un giorno, mentre lui era assente, accadde…

Thutmosi rientrò dal suo impegno a Corte,… mancavano solo piccolissimi dettagli al busto cui stavano lavorando e, in particolare, si era recato al Palazzo portando nella sua sacca il secondo degli  occhi di alabastro che aveva realizzato per la sua opera. Il primo era già stato montato, ma, in un ripensamento dovuto alla perfezione cui sempre tendeva, lo scultore voleva verificare che corrispondesse, in bellezza, a quello del modello.

Giunto davanti alla porta che dava sul giardino Thutmosi si rese subito conto che qualcosa non andava: la porta era semiaperta e nello spiraglio si intravedeva, a terra, il paletto spezzato; gettò in un angolo la sacca che conteneva l’occhio del busto incompiuto e subito si precipitò in casa.

Meri-Hathor giaceva nello studio, mentre tutte le mensole che contenevano le sue opere erano spezzate e centinaia di frammenti di argilla erano sparsi per la stanza. La donna aveva opposto una resistenza estrema e Thutmosi si rese conto che la sua difesa aveva scatenato le ire degli aggressori che non erano, però, riusciti ad entrare nello studiolo sulla cui mensola si trovava ancora il meraviglioso busto cui Meri-Hathor ed egli stesso stavano lavorando… quello della Grande Regina Nefertiti il cui unico occhio ora sembrò fissare il suo pianto disperato…

Thutmosi raccolse la piccola Meri-Hathor tra le braccia e la portò in casa; qui la depose delicatamente sulla stuoia, le lavò le ferite mortali e, con una sottile catena d’oro unico ricordo della madre, le legò al collo l’occhio di alabastro perché la guidasse nei sentieri dell’Occidente poi, presala tra le braccia, si avviò lungo la strada, stranamente vuota, verso la periferia della città, proseguendo lentamente verso il deserto amico da cui non ritornò mai più!

Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI EDFU

Il dio Horus di Behedet.
Il tempio di Edfu, l’antica Behedet, era dedicato al dio Horus, le cui statue prevedevano il pilone e la sala ipostila. Quelle statue sono più o meno rovinate, tranne una, quella della fotografia. Il Dio Horus, sotto forma di falco Indossa la corona dell’Alto e Basso Egitto. La statua si trova nel cortile, di fronte alla sala ipostila, sulla sinistra guardando la facciata.

Edfu era la Behedet degli Egizi: il suo nome si trova su molti monumenti e stele, associato a quello dell’Horus di Behedet.

La città fu infatti la sede principale del tempio di Horus.

Il dio Horus, in forma di falco in questa raffigurazione appare in un naos, che si trova nel tempio di Edfu.
Le convenzioni egizie raffigurano ciò che noi metteremmo in pianta con una visione frontale, dunque il sacrario di Horus sembra sul tempio e non al suo interno.

Il modo particolare in cui il santuario è collocato nel cuore del tempio non è un’invenzione dell’era greco-romana; in questo periodo l’idea già esistente, acquistò maggiore impiego, il visitatore del tempio di Edfu viene accolto in un mondo protetto dall’esterno, in cui l’ordine determinato dalla simmetria crea un’atmosfera di profonda quiete.

Lo scopo del tempio era mantenere, grazie ai riti quotidiani, l’equilibrio cosmico, e per fare ciò nulla doveva minacciare il santuario. La funzione delle mura perimetrali era questa: racchiudere e proteggere il santuario, riproduzione in terra del cosmo. Le due facce del corridoio che così si formava, quella interna del muro perimetrale e quella esterna del tempio, erano coperte da raffigurazioni di dei tutelari, Horus che sconfigge Seth, simboli protettivi. In alto le bocche di grondaia hanno la forma di leoni perché si supponeva che questi animali stessero di guardia contro i poteri di Seth, che si manifestavano in violenti temporali, proteggendo il luogo sacro

Soltanto dopo un lungo percorso dalla luce alla penombra, nel corso del quale il pavimento si eleva gradatamente, i soffitti diventano più bassi e le porte piu strette, si giunge nel cuore del tempio, al santuario, dove l’effige della divinità é collocata in un tabernacolo.

Qui vediamo il dio Seth come ippopotamo trafitto dalla lancia di Horus: la scena simbolizza la sconfitta del male.
Edfu parete interna del corridoio che circonda il tempio, muro esterno, lato ovest, faccia est, parte centrale.

Durante il percorso si attraversa l’ imponente portale del pilone e si entra nel grande cortile aperto che è circondato da un colonnato simmetrico che prosegue fino all’ingresso della sala esterna del pronao.

Il cortile è la sala ipostila.
Veduta del cortile e della facciata della sala ipostila del tempio di Horus dà un’idea della grandiosità del tempio. Il cortile è circondato da colonne su tre lati, peristilio, formando così dei portici le cui pareti sono coperte da raffigurazioni: tra le varie quelle delle feste di Horus, in cui la dea Hathor di Dendera faceva visita al dio Horus, è raffigurata la processione di navi che accompagnava la dea

Qui si apre lo spazio interno più grande del tempio, il cui soffitto è sostenuto da diciotto colonne, si entra nella sala ipostila interna, la “Sala dell’apparizione”, dove l’effige della divinità veniva mostrata in occasione della processione, lasciando così la penombra del santuario.

Il naos divino
Alla prima sala ipostila, ne segue una seconda più piccola e a questa seguono i due vestiboli, dei quali il primo è la camera delle offerte; infine si trova il santuario raffigurato in questa fotografia, che conserva il naos monolitico di granito grigio, alto 4 metri, di Nectanebo II e quindi appartenente al tempio che qui sorgeva prima della ricostruzione tolemaica. Il naos o sacrario, ne conteneva un altro in legno, dove era racchiusa la statua del dio

Seguono la sala delle offerte e la sala di collegamento al santuario.

Intorno ad esso corre un deambulatorio che si apre su otto cappelle, due delle quali danno accesso nuovamente a spazi più ampi.

Il grandioso pilone di Tolomeo XIII del tempio di Horus a Edfu.
Alto 36 metri, il pilone è largo 79 metri, è precede quello che, dopo Karnak, è il più grande santuario d’Egitto. In primo piano si vedono le rovine del mammisi. Foto: Marc Ryckaert

Il santuario circondato da cappelle su tre lati è un’unità architettonica a sé stante, che si ritrova in forma analoga in diversi templi dell’epoca greco – romana.

Il mammisi di Edfu. Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.
Questo piccolo tempio è costruito su un asse est – ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.
Il mammisi possedeva due cortili, di cui vediamo in primo piano le rovine, sullo sfondo si vede la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella. Il muro perimetrale che circonda il secondo vestibolo e la cella, che formano un corpo unico; il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato con la figura del dio Bes. L’interno è decorato da rilievi sulla nascita divina. Il tempio fu costruito da Tolomeo VIII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soter II. 

LA FESTA DELLA VITTORIA

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

In questa scena la festa della vittoria raggiunge il suo culmine.

A sinistra si vede il dio che dà da mangiare a un’oca, un gesto rituale che simboleggia tra l’altro il trionfo sui nemici.

Al centro è raffigurato il prete llettore, il divinizzato Imhotep, che legge dal libro rituale, mentre a destra c’è il macellaio che esegue il suo lavoro, che tuttavia non è affatto sanguinario, in quanto l’uccisione rituale dell’avversario viene compiuta sul simulacro di pasta dolce.

Successivamente gli dei ottengono ciascuno una parte del corpo dell’ippopotamo da mangiare per partecipare così alla distruzione di Seth.

È Iside che indica al figlio Horus la giusta spartizione: ” Dai la sua zampa anteriore a tuo padre Osiride […]. Fai portare a Ermopoli la sua spalla per Thot […]. Dai i suoi zoccoli a Horus, il primigenio […]. A me però spettano la parte anteriore è la parte posteriore, perché sono tua madre […].”

Il testo si conclude con formule di trionfo da ripetere ciascuna quattro volte.

Una di queste recita:

LE SCENE DEL MITO DI HORUS

Scene dal mito di Horus, Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

La scena presenta il settimo e l’ottavo episodio del rituale dell’arpione.

Il re, in piedi sulla terra, solleva le braccia in gesto di preghiera.

Davanti a lui, su entrambe le barche, Horus uccide con una lancia l’ippopotamo che tiene legato a una corda; questa termina con un arpione che è stato infilzato in precedenza nel corpo dell’animale

Alle spalle di Horus vigila un dio protettore, armato di lancia e coltello.

Edfu, tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

A differenza della leggenda consacrata, in cui gli dei erano tra di loro, ora il re partecipa attivamente ai festeggiamenti. Qui lo si vede sulla sinistra della scena.

Horus, sulla barca solare a lui dice: “Vogliamo infilzare il quel vigliacco [ Seth ] con i nostri due arpioni“.

Alle spalle di Horus Iside alza una mano in gesto protettivo e dice: “Io do forza al tuo cuore, Horus, figlio mio, cattura l’ippopotamo, il nemico di tuo padre!

Thot legge ad alta voce dal rotolo celebrativo: “O bel giorno di Horus, il signore del paese, figlio di Iside, prediletto da tutti, signore del trionfo, erede di Osiride […]“.

Alle spalle di Thot si trovano Horus di Edfu che regge gli arpioni e sua madre Iside.

La duplice raffigurazione di una divinità nella medesima scena è un fenomeno che si incontra spesso.

In questi casi vengono di solito evidenziati ogni volta aspetti diversi dello stesso dio.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re sostiene il cielo sotto il dio del sole, che appare come scarabeo alato.

Le sue parole “Il cielo appartiene a te, [Horus] Behedet, dal piumaggio variopinto!” racchiudono la quintessenza dell’intero mito, la vittoria annuale del dio del sole contro i suoi nemici.

Il santuario sulla destra, che si trova sulla terraferma, riproduce il tempio di Edfu con le sue divinità principali, Horus Behedeti e Ra-Harakhty; quello di destra, che si trova a bordo della barca pronta a salpare, raffigura le stesse divinità, con la differenza che ora Ra-Horakhty è definito “Re dell’Alto e Basso Egitto”.

Qui si riallaccia l’inizio della narrazione, “Nell’anno di regno 363 del re dell’Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty. Sua maestà si trovava allora in Nubia […].” Scoppia una rivolta, non a caso proprio in quello stesso giorno (l’anno di regno del dio del sole era formato da un giorno), perché nel trecento sessantatreesimo giorno dell’anno era nato Seth.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

Nel corso della marcia trionfale verso nord, si è giunti nel Medio Egitto, nei pressi di Eracleopoli, un’importante località consacrata ad Osiride.

Questo è raffigurato sulla sinistra del tabernacolo, davanti a lui c’è Iside, “La magica […], che respinge il nemico a Naref [ località sacra]“.

Al centro si vedono Horus di Edfu e Harsieses che insieme infilano il nemico.

Entrambi gli dei hanno le medesime fattezze, segno quello che il locale Horus di Edfu era identificato con Harsieses : quest’ultimo era il figlio di Iside e Osiride venerato in tutto il paese.

A destra è raffigurata la barca solare, ormeggiata a riva, con Ra assiso in trono.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

I nemici in fuga hanno raggiunto il Delta orientale.

Qui dimora a Horus di Mesen, che combatteva i nemici in forma di un leone.

Per questo l’Horus di Edfu si trasforma ” in leone col volto di uomo, apparso con la corona hemhem, il cui artiglio era come un coltello”.

Egli dilaniava i nemici esattamente come è raffigurato sul piedistallo al centro della scena.

A sinistra si vede uno dei cacciatori con gli arpioni che salpa trainando la barca del dio del sole.

Questo si trova a destra nel suo tabernacolo, con davanti Thot e Horus di Edfu sulla prua.

Thott era l”accompagnatore fisso nel viaggio e, in qualità di dio onniscente, è colui che spiega in molti punti gli avvenimenti.

In questa scena pronuncia formule magiche per placare le acque, in modo che la flotta di Ra possa navigare senza inconvenienti.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re uccide l’ippopotamo dalla riva del fiume.

Dietro di lui si avvicinano “i figli del re, la progenie di Horus, i ramponieri del Signore di Mesen [ Horus], i forti cacciatori con gli arpioni di Horus Behedeti, che spingono per farla finita con tutti i suoi nemici, […]“.

Essi dicono:” Avanti lasciaci andare al [sacro] lago-di-Horus, affinché vediamo il falco sulla barca da battaglia […].

Sulla prua della nave è inginocchiata Iside che partecipa attivamente alla lotta e nel frattempo incoraggia il figlio: “Persevera, Horus! Non fuggire davanti agli animali d’acqua ostili! Non temere i nemici che si trovano tra i flutti. Non cedere, quando lui [Seth] implora la grazia!

Iside stessa è anche la barca da battaglia :

Horus figlio mio, perché io sono la balia che conduce Horus sull’acqua, che lo nasconde nel legname scuro delle sue assi.

La barca viene descritta come segue “[…], perché il remo perfetto si muove sul suo sostegno come Horus nel grembo di sua madre Iside. Gli scalmi sono fermi su entrambi gli attacchi come il visir nella residenza. L’albero è solido sul suo piede come Horus, quando ha preso possesso di questo paese. Questa barca perfetta ha il colore luminoso di Nut [ la dea del cielo], la Grande, che partorisce gli dei […] I remi percuotono i suoi fianchi come i soldati quando combattono coi bastoni. Le assi sono amici stretti, non si allontanano le une dalle altre […] “.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Questa scena si svolge a Edfu

Horus aveva reso i nemici ciechi e sordi, in modo che si uccidessero tra di loro.

A Ra viene chiesto di visitare il campo di battaglia insieme alla dea guerriera Astarte, “padrona dei cavalli, signora del carro da guerra”, entrambi sono raffigurati a destra.

Sulla barca si trovano, davanti a Ra in trono, la dea Hathor di Dendera e Horus di Edfu suo sposo.

Sulla riva si vede uno dei ramponieri e compagno di battaglia di Horus.

La sala delle offerte

Tolomeo IV ( a destra) porta a Horus dei pani e un bastone formato da fiori intrecciati.

Davanti a lui il dio dalla testa di toro Mnevis che invita Horus, a nome del sovrano a mangiare i pani caldi posati sul tavolo delle offerte : ” Su, vieni, o dio, affrettati al tuo pasto ancora caldo! […] Sul tavolo delle tue offerte sono posti ogni giorno gustosi pani, potrai saziartene e assaggiarli […].

Il re descrive il bastone floreale rivolgendo al dio le seguenti parole:” […] fiori che spuntano nei prati, che crescono grazie al tuo sudore [acqua] e vivono grazie ai raggi del sole […].

Il dio risponde al sovrano:” […] sono lieto dei doni che mi hai portato, e ti concedo che L’Egitto presenti a te i suoi doni |…].

Ti do grandi quantità di cose buone [cibo], affinché tu le distribuisce tra i vivi.”

Tolomeo VIII Evergete incoronato dalle dee Usdjet e Nekhbet, nel tempio di Horus.

Rilievo a incavo.

I sovrani della Dinastia Tolemaica non erano egizi, ma discendenti di Tolomeo.

Sulle pareti dei Templi i Tolomei si fecero però rappresentare come faraoni egizi.

In questo rilievo Tolomeo VIII Evergete II è incoronato da Nekhbet, a destra, e da Uadjet, a sinistra.

Nekhbet era la dea della città di Nekheb, odierna Elkab, nell’Egitto meridionale, mentre Uadjet era Associata alla città di Buto, odierna Tell El-Farain, nel Delta.

Le due dee sono spesso presenti sulla fronte dei Re come avvoltoio, Nekhbet, e cobra Uadjet.

Mentre Nekhbet Indossa la corona bianca dell’ Alto Egitto, Uadjet Indossa la corona del Basso Egitto.

I re egizi indossavano una corona che combinava entrambe.

Le due dee hanno corporatura snella e seni abbondanti, caratteristici dell’età Tolemaica.

Le spalle sono strette, come se fossero viste di tre quarti, mentre le braccia sono innaturalmente lunghe, in modo che la mano di Nekhbet sia visibile dietro al collo del sovrano e la mano di Uadjet sulla sua spalla sinistra

Muro di cinta del tempio di Horus

“Colui-che-muggisce-forte” suona il nome del dio che minaccia punizione a tutti i nemici che cercheranno di scavalcare il muro di cinta del tempio di Horus.

Infatti, sul punto più alto della recinzione, ha preso posizione Urhemhem, in forma di falco con la testa di toro.

La sala 24 del tempio di Horus

Edfu, Epoca Tolemaica, regno di Tolomeo IV.

Tolomeo IV riceve “l’attestato della casa”.

Il re è inginocchiato sotto l’albero sacro Ima e “riceve dalla mano del padre” Horus Behedeti il documento che attesta la legittima acquisizione del potere.

La dea Nekhbet ( sulla destra) gli concede un tempo infinito “come sovrano sul trono di Horus”.

Horus e Nekhbet stringono in mano una pannocchia di palma come simbolo dell’infinito successione degli anni.

Sulla punta ricurva di ciascuna infiorescenza è fissato il geroglifico per “giubileo di regno”.

Hathor abbraccia il faraone Tolomeo IV.

La dea reca sora la lunga parrucca Il copricapo a forma di avvoltoio e la corona, composta da corna di vacca con in mezzo il disco solare.

La raffigurazione traduce in immagine esattamente il contenuto dei testi: “Re Tolomeo IV, prediletto di Hathor, la Grande, la Signora di Dendera”.

Il mammisi di Edfu

Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.

Questo picco tempio è costruito su un asse est-ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.

Il mammisi possedeva due cortili.

Sullo sfondo si può vedere la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella, un muro perimetrale circonda il secondo vestibolo e la cella, che fanno corpo unico.

Il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato dalla figura di Bes

L’interno è ornato da rilievi sulla nascita divina.

Il tempio fu costruito da Tolomeo VII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soster II.

Mammisi è il termine in cui, secondo la denominazione in copto data da Champollion, si designa il santuario dedicato alle nascite sacre.

In generale questi monumenti sono decorati da figure delle divinità preposte alla nascita, come Hathor e Bes.

È chiara l’implicazione politica delle nascite divine di sovrani (Theogamia) che volevano essere legati il più possibile agli dei

Fonte e fotografie

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori

Fonte e fotografie

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Konemann
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Necropoli tebane

TT168 – TOMBA DI ANY

Any in geroglifici
Schematizzazione della necropoli di Dra Abu el-Naga (area sud) [1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AnyPadre divino dalle mani nette; Lettore[5] scelto del Signore degli deiDra Abu el-NagaXIX dinastiaabitazione di Muhammed Abdullah[6], versante meridionale della collina, lato est; a breve distanza da TT15

Biografia

Unico dato ricavabile; il nome della moglie Merynub, Cantatrice di Amon[7].

La tomba

TT168 è impraticabile e non ne è nota la planimetria; si è solo a conoscenza della presenza di fregi testuali e di pareti dipinte[8].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

Necropoli tebane

TT167 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT167[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutotomba incompiutaDra Abu el-NagaXVIII dinastiasopra e a nord della TT13

 

Biografia

Nessun dato ricavabile; il nome del titolare è ormai perso[5].

La tomba

TT167 presenta una planimetria a “T” con portico anteriore e quattro pilastri. La tomba, non ultimata, presenta poche e molto danneggiate rappresentazioni parietali. Un lungo corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente. Solo nel passaggio di accesso alla sala trasversale sono presenti sulle pareti i resti di alcuni testi; nella sala trasversale è ancora leggibile una lista di offerte[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 278.