Succeduto al fratello Pianki, Shabaka Neferkara-Meriamon marciò verso nord e sconfisse definitivamente gli avversari completando così la conquista dell’Egitto lasciata incompleta, dal fratello. Manetone racconta che:
<<……..catturò Bocchoris e lo arse vivo…….>>.
Autoproclamatosi faraone legittimo, il primo vero “faraone nero”, Shabaka procedette alla restaurazione degli antichi culti, cosa che vedrà la completa realizzazione solo con la XXVI dinastia.
A Menfi tornò il culto di Ptah, venne redatto il “Testo di teologia menfita”, la più articolata cosmogonia della tradizione egizia.
Alla sorella di Shabaka, Shepenupet, fu assegnato il titolo di “Divina Sposa di Amon” mentre il figlio di Shabaka, Harmakis, assunse il titolo di “Primo Profeta di Amon” con valenza prettamente teologica.
Shabaka si dedicò presto alla politica estera con particolare riguardo verso l’Assiria che minacciava i confini egizi, senza indugi provvide ad inviare doni a Sargon II per accattivarselo ma visto che la cosa non funzionava si fece promotore di una coalizione di stati palestinesi che si trovavano nelle stesse condizioni dell’Egitto minacciati dagli assiri.
Shabaka rinforzò il suo esercito, ormai composto per la maggior parte di mercenari, col quale affrontò l’esercito assiro. Le sorti purtroppo non furono favorevoli alla coalizione che venne sconfitta nella battaglia di Raphia. Fortunatamente per l’Egitto l’Assiria era travagliata da problemi interni per cui Sargon II non ebbe modo di sfruttare la vittoria.
Riguardo alla durata del regno di Shabaka le fonti dissentono, la data più alta registrata è il 15º anno di regno, Manetone gli assegna 14 anni, mentre per i suoi epitomi, Giulio Sesto Africano, sarebbero solo otto, per Eusebio di Cesarea sarebbero dodici. Nonostante avesse posto la sua capitale a Menfi, sono state rilevate alcune testimonianze anche a Tebe, Karnak e Medinet Habu dove si trovano alcune sue cappelle.
Fu sepolto nella necropoli nubiana di El-Kurru. Verso la fine del 1700, il conte George John Spencer, primo Lord dell’Ammiragliato britannico, noto mecenate e cultore di letteratura dell’epoca entrò in possesso di una stele, realizzata intorno al 710 a.C. per ordine del faraone Shabaka, che contiene la copia di un testo molto più antico, il cui incipit risale a periodi di molto anteriori, (2780 – 2260 a.C.). Sfuggita alle varie ricerche archeologiche in quanto, in epoca post-faraonica, essa fu utilizzata dai contadini come pietra per mulino. Lord Spencer ne fece poi dono al British Museum di Londra nel 1805.
Chiamata comunemente “Pietra di Shabaka”, consiste in una stele di granito nero di forma rettangolare, leggermente smussata agli spigoli, di 1,37 x 0,92 m., ove sono riportate delle iscrizioni in corsivo geroglifico molto rovinate, in un’area ristretta al centro del reperto di cm. 132 x 69.
Essa riveste grande importanza soprattutto nell’ambito della storia del pensiero filosofico. In detto reperto vengono infatti esposti i principi della cosmogonia menfita incentrata sul concetto del nous e logos, principi che, come acutamente osservò l’archeologo e storico statunitense James Henry Breasted, rappresentano uno dei pilastri, delle fondamenta su cui poggia la speculazione filosofica dei grandi pensatori greci. Una prima pubblicazione dell’iscrizione fu fatta da S. Sharpe nel 1837, dopo di che la stele finì chiusa nei magazzini del British Museum come in una specie di dimenticatoio, vi rimase per circa un secolo senza destare particolare interesse da parte degli studiosi.
Sarà poi solo a fine 800 che Breasted intraprese lo studio dell’iscrizione in maniera approfondita che pubblicò col titolo “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901. L’iscrizione inizia con un prologo dove viene precisato che si tratta della copia di un documento molto più antico, trascritto sulla pietra per essere conservato. Dal linguaggio arcaico utilizzato si presume che la stesura del testo debba essere fatta risalire all’antico regno, nel quale vediamo l’affermarsi di tre importanti centri religiosi: Eliopoli, Menfi ed Ermopoli.
Onde evitare di tediarvi eviterò di descrivere le differenze tra le tre teologie, che i più già conosceranno, ma rimarrei nella descrizione dell’iscrizione della Pietra di Shabaka. Breasted elaborò una ricostruzione dei vari geroglifici tracciando un particolare disegno che ne facilitasse la lettura. La scrittura si snoda nell’iscrizione come segue: dapprima appaiono due linee orizzontali per l’intera lunghezza nella parte introduttiva, seguono poi 61 colonne a raggiera che si dipanano dal centro, oltre alla linea n. 48 di breve lunghezza. In tutto 64 tra linee e colonne. Lo scritto è composto da tre parti, nella prima, (linee 1 e 2), viene citato a ricordo dei posteri la volontà del sovrano Shabaka di far copiare una antica iscrizione, notevolmente rovinata a quell’epoca, nella quale erano tracciati i principi della Teologia Menfita. Dalle linee 3 a 47 incluse viene raccontata la storia della unificazione dell’Alto e Basso Egitto dove Geb, in un primo momento assegna a Seth il Basso Egitto e l’Alto Egitto a Horus, salvo poi assegnare, in un secondo tempo, l’intero paese a Horus ritenendo che, in quanto figlio del proprio figlio primogenito Osiris, ne avesse maggior diritto. Nella terza parte (dalla linea 48 alla colonna 64), quella più importante, vengono esposti i principi fondamentali della cosmogonia menfita.
Fonti e bibliografia:
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Mario Menichetti, “Teologia menfita – La Pietra di Shabaka”, Gubbio 29 maggio 2007
Joshua J. Bodine, “The Shabaka Stone”, Studia Antiqua, vol. 7, 2009
Henry Breasted, “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901)
La posizione della TT135 rispetto alla TT134 nel cortile antistante la TT53. Da: Kampp, Friederike. Die thebanische Nekropole: zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. von Zabern, 1996.
Costituita da un’unica sala rettangolare presenta sulle pareti schizzi di dipinti rappresentanti un banchetto funebre con liutiste e fanciulli nubiani con nacchere; poco oltre il defunto inginocchiato dinanzi a una divinità maschile (non identificabile).
Uno dei dipinti parietali rappresenta l’innalzamento del pilastro Djed alla presenza di Osiride, Iside, Nephtys, Thot e altre divinità nonché la processione funeraria officiata da Anubi e i resti di una scena con la dea Neith e le Anime di Pe e Nekhen.
Poco oltre, la scena di regina (?) trasportata su un palanchino preceduto da suonatrici di sistro, acrobati e danzatrici. Sul soffitto, ripartito in quattro parti, la barca di Ra trainata da dee, il defunto come mummia su un letto accudito da falchi, il dio del Nilo inginocchiato dinanzi all’Ureo e l’adorazione del pilastro djed e di uno scarabeo alato da parte di babbuini, del defunto e della moglie con i rispettivi “ba“[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
Porter e Moss 1927, p. 250.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
Una statua magnifica rappresentante Arsinoe II, nei panni di Iside. Questo capolavoro dell’arte ellenistica è stato ripescato dalle acque del mare, a Heraclion.
Sensualità, maestosità, tutto racchiuso in una statua di granito nero che trasuda bellezza.
Periodo tolemaico, ca. 305-30 a.C.
Conservata nella Bibliotheca Alexandrina Antiquities Museum. 842
Data III secolo o II secolo a.C. (Regno tolemaico) Proveniente da Alessandria. Conservato al Walters Art Museum di Baltimora Dimensioni: 8.5 × 18 × 7.9 cm
Delizioso questo vaso a forma di anatra in faïence policroma
“La maggior parte della faïence egiziana è smaltata in un vivido colore blu o verde; la faïence policroma di questo vaso è molto più complicata da produrre. L’anatra è stata realizzata con uno stampo insieme a ciò che rimane del manico ad anello ancora visibile sul lato sinistro dell’uccello. La superficie del corpo mostra un motivo a puntini in rilievo, mentre l’estremità delle ali presente un motivo con delle piume. La forma potrebbe essere stata ispirata dai vasi a forma di anatra a figure rosse dell’Etruria e dell’Italia meridionale. L’anatra è raffigurata con un naturalismo così dettagliato che la parte inferiore ha anche piedi palmati delicatamente modellati.”
Pronao del tempio di Hathor a Dendera. Le colonne, costruite come strumenti musicali, presentano la testa di Hathor e la cassa armonica del sistro rivolte verso i quattro punti cardinali e riempiono della loro armonia l’ampio spazio del pronao
I dominatori stranieri privarono gli egizi dell’indipendenza politica, ma non della religione.
Sebbene i templi fossero sottoposti al controllo statale, essi conservarono i loro possedimenti terrieri e la loro casta sacerdotale, e poterono costruire nuovi santuari o ampliare quelli esistenti grazie alle donazioni del re o dei privati.
In tal senso i templi detenevano l’organizzazione di una parte economica influenzavano ambiti della vita pubblica, per esempio con le loro festività, e offrivano ai nuovi sovrani una legittimazione religiosa.
Quest’ultima trovò la sua massima espressione nella presenza, sui rilievi dei Templi, di scene che raffiguravano tali sovrani mentre compivano il culto dinnanzi alle divinità egizie, esattamente come i loro predecessori locali delle epoche passate.
Tempio di Hathor, Dendera Rilievo del soffitto con il sole nascente.
Durante il regno di alcuni Tolomei , le processioni erano accompagnate da statuette d’oro del sovrano vivente, le sue statue erano collocate nei templi per essere venerate mentre le immagini dei sovrani defunti comparivano sui rilievi dei Templi accanto a delle divinità per ricevere alla pari di queste le dovute manifestazioni di devozione.
Degli oltre cento templi di quest’epoca se ne sono conservati in buono stato sei di grandi dimensioni , oltre a parecchi più piccoli.
Si tratta del tempio di Mandulis a Kalabsha, del tempio di Iside a File, del tempio doppio di Sobek e Haroeri a Kom Ombo, del tempio di Horus a Edfu, del tempio di Khnumit a Esna e del tempio di Hathor a Dendera.
Cortile di Edfu visto dalla terrazza del proano. Epoca Tolemaica. Il lato meridionale del cortile è delimitato da un pilone alto circa 35 metri, mentre quelli orientali e occidentali sono delimitato da un muro alto 10 metri Addossato al pilone e ai muri corre un colonnato coperto, detto peristilio. Questo insieme architettonico comunica l’impressione di uno spazio chiuso, la cui armonia si fonda sulla perfetta simmetria dei diversi elementi costruttivi
I templi di Edfu e Dendera hanno superato quasi senza danni i due millenni trascorsi dalla loro costruzione e sono perciò particolari adatti ad evidenziare le caratteristiche architettoniche di un complesso templare di Epoca Greco – Romana.
Fonte e fotografie
Egitto e la terra dei faraoni, Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Profeta di Amenhotep che naviga sul mare di Amon[3][4]
Sheikh Abd el-Qurna
XIX dinastia
nella pianura; nello stesso cortile della TT53
Biografia
Thauenany riceve le offerte. Da: im Wandel, Bilder. “die Kunst der ramessidischen Privatgräber.” By eva Hofmann. Theben 17 (2004): 217.
Uniche notizie biografiche ricavabili dai dipinti, il nome della moglie, Tabesi, e quello del padre, Besuemopet, che ricopriva lo stesso incarico del figlio.
La tomba
La posizione della TT134 rispetto alla TT135 nel cortile antistante la TT53. Da: Kampp, Friederike. Die thebanische Nekropole: zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. von Zabern, 1996.
L’accesso alla TT134 si trova in un cortile, da cui si accede anche alla TT53, in cui (n. 1 in planimetria[5]) una stele, su tre registri sovrapposti, reca la barca di Amon trainata da sciacalli, inni dedicati ad Amon-Ra e il defunto e la moglie dinanzi a Ra-Horakhti, Atum, Iside, Osiride e Hathor. Un corridoio, sulle cui pareti (2) sono riportati i cartigli di Amenhotep I e della regina Ahmose Nefertari, adduce ad una sala trasversale, nella forma planimetrica tipica delle tombe del periodo a “T” rovesciata, sulle cui pareti (3-4) brani del Libro delle Porte, una barca trainata verso il tempio di Busiris attesa sulla riva da donne con sistri. Su altre pareti (6-7) i resti di una donna e un uomo, inginocchiati, in offertorio al defunto e alla moglie.
Un breve corridoio, sulle cui pareti (8) è rappresentato il defunto in offertorio a varie divinità, dà accesso ad una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti (9-10) brani del Libro delle Porte con personaggi inginocchiati, resti di processione funeraria (11-12) e cerimoniale sulla mummia e (13) il defunto e un figlio che adorano Ra-Horakhti e Ahmose Nefertari, e Osiride e Amenhotep I (?). Sul fondo, una nicchia (14) accoglie le statue di un re (o di un dio), di Osiride e di una regina (o una dea), nonché scene del defunto e della moglie che adorano Amenhotep I, Ahmose Nefertari, Osiride e Ra-Horakhti[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
Porter e Moss 1927, p. 249.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
Porter e Moss 1927, p. 249.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 249.
British Museum, numero BM EA22558, numero di registrazione 1890,0412.5 36 cm di altezza, 13,5 cm di larghezza, 24,5 cm di profondità.
Tetisheri, il personaggio
La regina Tetisheri fu la madre di Seqenenra Ta’o (sovrano della XVII dinastia dal 1558 al 1555/4 a.C. circa) soprannominato “Il Valoroso”. Seqenenra fu il protagonista di una grande impresa militare contro il popolo Hyksos che, stanziandosi prima sulle terre d’Egitto come pastori, ne avevano poi preso il potere. Fu proprio Seqenenra che iniziò la campagna militare per la cacciata degli invasori partecipando alla missione in prima persona e lasciando la madre Tetisheri a mantenere l’ordine all’interno della corte tebana. Il ruolo assunto dalla regina fece si che Tetisheri divenne il prototipo delle sovrane egizie dell’epoca: donne forti e carismatiche, con ruoli chiave nel mantenimento della gerarchia di potere all’interno del Paese. Il ruolo guida di Tetisheri divenne ancora più importante dopo la morte del figlio, quando il trono passò a Kamose, probabilmente fratello del sovrano deceduto in battaglia. Considerata ispiratrice dello spirito di liberazione che ha distinto i suoi figli, nonché suo nipote Ahmose I, fu venerata dalle generazioni future proprio per il ruolo che ebbe nella storia dell’antico Egitto. Tetisheri fu anche la prima regina egizia ad essere rappresentata con il copricapo ad avvoltoio, ornamento che ben presto divenne la tipica corona indossata dalle regine e spesso anche dalle dee.
Da Tiziana Giuliani La Repubblica 11 Ottobre 2018
LA SCOPERTA DELLA STATUA
Una prima considerazione è che le statue in questione sono due.
Si ritiene che le due statue di Tetisheri siano state “trovate”, definizione alquanto superficiale ma non si ha conoscenza di dettagli circa la scoperta di queste due statue poiché non sono state rinvenute in uno scavo archeologico correttamente condotto, ma invece semplicemente “sono apparse” sul mercato delle antichità. Come notizia certa si cita Dra’ Abu el-Naga’, ma provenienza esatta sconosciuta.” Venduto da Mohammed Mohassib a EA Wallis Budge del British Museum nel 1890
Una delle statue era frammentaria e consisteva in poco più del trono su cui sedeva la Regina. Questo frammento è ormai perduto, ma una copia fotografica dell’iscrizione è stata fatta ed è conservata fino ad oggi. La seconda di queste statue è quella del British Museum.
La statua del British Museum è stata identificata come un falso da W.V. Davies, sulla base dell’imitazione della sua iscrizione dalla stessa porzione inferiore frammentaria di una statua simile della regina presenta al Museo del Cairo (ora perduta) . Tuttavia, alcuni mettono in dubbio questa attribuzione e hanno sollevato dubbi sulla potenziale autenticità della statuetta stessa, non dell’iscrizione.
Si cercherà qui di analizzare le motivazioni che portarono Davies a considerare un falso questa opera e i punti citati per sostenere questa tesi.
Analisi
Circostanze che suggeriscono che l’intero pezzo è un falso:
Sono state trovate tracce di vernice rossa e blu non compatibili come pigmenti.
Altresì è stato rilevato solfato di bario (barite), largamente utilizzato dagli artisti in epoca moderna, ma non utilizzato dagli antichi Egizi.
Alcune peculiarità della parrucca, decisamente insolita, che non ha un parallelo preciso. Il particolare in oggetto sono gli spazi liberi dell’acconciata che sembra appoggiata sulla testa (vedi foto). Non ci sono rappresentazioni simili e anche per questo si avvalorano ulteriori dubbi sull’autenticità della statua.
Quando tutti questi fattori della statua vengono considerati, diventa difficile non concludere che sia l’opera di un falsario moderno, realizzata a Luxor probabilmente poco prima del 1890.
Le iscrizioni sui due troni, identiche nel contenuto, sono molto diverse per qualità ed esecuzione. Mentre i testi del pezzo del Cairo sono stati chiaramente incisi da una mano esperta e sicura, quelli della statua del British Museum contengono numerosi errori elementari e omissioni che possono essere spiegate solo come errori di qualcuno che non ha dimestichezza con l’antico linguaggio egizio con l’incisione di testi geroglifici.
Le iscrizioni sulla statua del Cairo (in alto) e quella del British Museum (in basso). A destra i testi con gli errori evidenziati.
I segni sono di qualità pessima, direi grezzi. Certe parole sono incomplete, o sono formate da segni non corretti. È significativo che le sezioni di testo in cui si verificano queste anomalie corrispondono esattamente alle aree della statua del Cairo in cui i testi sono danneggiati o poco chiari. Non c’è dubbio che i testi della statua del British Museum siano stati copiati pari-pari da quelli della statua del Cairo.
Le parole che mostrano errore sono evidenziate nella trascrizione del testo: “madre” a sinistra in alto, e “troni” a destra in basso. La parola sovrano nel lato b, manca di due segni: X1 e N35. I segni W11 che formano la parola Troni non sono uguali uno all’altro e male incisi. Notare che la parola “sovrano” sul lato A è scritta correttamente (o quasi se si considera il segno t inciso al contrario) Sul lato b è incompleta …illogico !
Il testo completo di entrambe le statue.
Sulla statua persa, l’iscrizione sul trono della Regina è danneggiata negli angoli inferiore sinistro e destro. Se si guarda la foto, si vedrà che anche la statua del British Museum è danneggiata nello stesso posto . Ma sulla statua del museo britannico, il danno non è causato da una corrosione nella pietra come nella foto del Cairo, sembrano invece causate da scalpellatura.
Per quanto riguarda l’iscrizione, il dottor Davies ha ritenuto che la falsificazione sia molto più che probabile, una conclusione con la quale il sottoscritto concorda. Purtroppo, credo che l’intera statua sia un falso, anche se qualche voce discordante c’è, come quella di John Taylor curatore del British Museum. La tesi contro l’autenticità della statua di Tetisheri è riportata nella seguente pubblicazione: W V Davies, The Statuette of Queen Tetisheri. A reconsideration, British Museum Occasional Paper 36 (Londra 1984).
In alcune liste lo troviamo al terzo posto dopo Alara e Kashta, ma dalla maggior parte degli studiosi viene a ragione, considerato il vero fondatore della XXV dinastia, Pianki è colui che per primo dette inizio all’espansione della Nubia fino a riunificare quasi tutto l’Egitto.
Pianki (Piye) era un re kushita, figlio del suo predecessore Kashta e di sua moglie Pebatjma, governò sempre dalla sua capitale Napata nel profondo sud della Nubia, oggi Sudan.
Prese tre o quattro mogli, Abar che gli generò il successore Taharqa, oltre a Tabiry, Peksater e forse anche Khensa.
Approfittando del disordine che regnava in Egitto a causa della litigiosità dei governanti locali, Pianki discese il Nilo estendendo il suo potere oltre Tebe nel Basso Egitto. Abbiamo già accennato alla coalizione dei sovrani libici organizzata da Tefnakht di Sais che assediò Heracleopolis il cui re, Peftjauawybast chiese aiuto a Pianki. Pianki si trovava nel suo 20° anno di regno e colse subito la palla al balzo, Forte di un grande esercito invase il Medio e Basso Egitto arrivando fino a Tebe in tempo per partecipare alla grande festa dell’Opet.
A fornirci una documentazione sugli avvenimenti del suo regno ci ha pensato lui stesso facendo erigere una stele, la “Stele delle Vittorie”, scoperta a Gebel Barkal da un ufficiale dell’esercito del Pascià d’Egitto nel 1862, ora al Museo del Cairo. Sulla stele viene descritta la sua vittoria sulla coalizione, non viene però riportato il motivo che lo spinse, dopo la vittoria, a fermare la sua avanzata verso il Basso Egitto ed a ritirarsi a Napata lasciando al loro posto i principi sconfitti accontentandosi di un semplice atto di vassallaggio.
Lasciò a Tebe la propria sorella Amenardis con il titolo di “Divina sposa di Amon”, titolo che per importanza e potere aveva superato quello di “Primo Profeta di Amon”; dell’importanza e del potere assunto dalle “Divine spose di Amon” a Tebe parleremo in seguito.
Nella stele una scena rappresenta i principi e i re delle città egiziane di fronte a Pianki in atto di sottomissione mentre il re si proclama faraone. Il testo seguente descrive la vittoriosa campagna militare del re in tutto l’Egitto, offrendo una panoramica dello stato del paese in quel momento e in particolare delle principali città conquistate.
<<…….Ascolta cosa ho fatto superando gli antenati. Io sono il re, la rappresentazione di dio, l’immagine vivente di Atum, uscito dal grembo segnato come sovrano, che è temuto da coloro più grandi di lui, [il cui padre] conosceva e la cui madre percepiva anche nell’uovo che avrebbe sii sovrano, il buon dio, amato dagli dei, il Figlio di Re, che agisce con le sue due braccia, Piye, amato da Amon……>>.
Per Pianki quella era una Guerra Santa, ordinava ai soldati di purificarsi ritualmente prima di ogni battaglia mentre lui faceva offerte al grande dio Amon. L’esercito nubiano marciò verso nord conquistando dapprima Heracleopolis poi Menphis. Assediò poi Hermopolis che cadde dopo cinque mesi di assedio e li ricevette la sottomissione dei sovrani ribelli del Delta, Iuput II di Leontopolis, Osorkon IV di Tanis mentre Nimlot, di Heracleopolis Magna, fuggì su un’isola del Delta rifiutandosi di rendere una sottomissione diretta, infatti inviò una lettera al re nubiano in cui accettava la sconfitta. Dopo aver ottenuto la sottomissione dei principi vinti, Pianki li lasciò al loro posto e scese a Tebe per poi tornare a Napata.
Nonostante la sua vittoria, quello che Pianki lasciò cambiava qualcosa solo a nord di Tebe fino alle oasi del deserto occidentale e ad Herakleopolis dove a governare era rimasto Peftjauawybast in qualità di vassallo della Nubia. Nel Basso Egitto la situazione era sempre la stessa dove Tefnakht e gli altri sovrani continuavano a regnare indisturbati.
La data più alta trovata per il regno di Pianki è quella che compare su una stele rinvenuta nel tempio Sutekh di Mut el-Kharab, nell’oasi di Dakhla dove viene citato “anno 24, III Akhet, giorno 10”. Stando però ai rilievi del Grande Tempio di Gebel Barkal questi rappresentano Pianki intento a celebrare la festa Heb Sed, se è stata rispettata la tradizione che voleva che la festa Heb Sed si celebrasse nel trentesimo anno di regno del sovrano, Pianki avrebbe regnato almeno trent’anni. Va però detto che non sempre questa tradizione veniva rispettata per cui non abbiamo alcuna certezza. Kennet Kitchen, basandosi su una stele di donazione riferita all’anno 8 del re Tefnakht, ritiene di poter dire che Pianki regnò 31 anni. Olivier Perdu, nel 2002, ha sostenuto che questa stele potrebbe riferirsi ad un eventuale Tefnakht per cui non sarebbe da prendere in seria considerazione.
Anche Pianki venne sepolto in una piramide a el-Kurru vicino a Jebel Barkal, oggi nel Sudan settentrionale. Alla piramide si accede attraverso una scala di 19 gradini rivolta ad est, da qui si entra nella camera funeraria scavata nella roccia e coperta da un tetto in muratura a sbalzo. All’interno della camera, su di una piattaforma di pietra, posta al centro, sulla quale era sistemato il letto fu sistemato il corpo del sovrano (non ho trovato se era stato imbalsamato o meno). Pianki fu il primo re a ricevere una sepoltura del genere in più di 500 anni. In seguito altri sovrani kushiti vennero sepolti in questo sito.
Fonti e bibliografia:
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
In almeno sei tombe della Necropoli tebana, sono riportate le cosiddette “processioni tributarie” che testimoniano i rapporti dell’Antico Egitto con altre popolazioni. Tra queste, di particolare interesse il rapporto con i Keftiw.
Keftiu (ma anche Keftiw o Kftw, Keft, Keftu, Kaftu, Kafta[1]) è un etnonimo egiziano, riferito ad una popolazione storicamente contemporanea, identificabile secondo alcuni nelle genti egee, e più precisamente nella civiltà minoica. Tra le due civiltà sono attestati scambi sin dal 2900 a.C.[2] intensificatisi successivamente e giunti al massimo nel periodo del Nuovo Regno egizio, corrispondente al Neopalaziale minoico, intorno al 1400 a.C.[3] Nomi analoghi, e che farebbero riferimento alle stesse genti, sono attestati anche nell’Antico Testamento: Caphtor[4]; in accadico: kaptaritum; in Lingua ugaritica: kptwr, kptr; e in testi in Lineare B dell’isola di Creta[5], su cui, tuttavia, non esiste unanimità di interpretazione: kapte (?).
Keftiw: Creta e cretesi
Il termine Kftw, vocalizzato in K(e)ft(i)w, di cui sono state censite 28 attestazioni epigrafiche, tra cui la c.d. “lista egea” del tempio funerario di Amenhotep III a Kom el-Hetan/Malqata, pur essendo di certo più antico[6][7], fa la sua comparsa con la XVIII dinastia e viene nei moderni dizionari normalmente tradotto “Creta” seguita però da un punto interrogativo[8]. Tale termine, tuttavia, viene usato non solo per la toponomastica, ma anche per genti rappresentate nelle tombe dei nobili della XVIII dinastia in cui, a oggetti palesemente di provenienza egea, si sommano caratteri somatici e abbigliamenti del tutto simili a quelli noti da altri dipinti cretesi. Al British Museum è inoltre conservata una tavoletta in legno ricoperta di gesso, con testo in ieratico; risale al Nuovo Regno, è catalogata come E5647 ed è meglio nota come “tavoletta egea” giacché propone un elenco di “nomi di K(e)ft(i)w”[9]
Che il termine indichi comunque genti egee, e cretesi in particolare, lo si desumerebbe quasi definitivamente dalla tomba di Rekhmira (TT100), Visir sotto Thutmosi III, ove sono presenti rappresentazioni parietali di tributari stranieri: nel novero dei “tributari” sono presenti esplicitamente i K(e)ft(i)w che per foggia degli abbigliamenti, nonché per i “tributi” offerti, sarebbero decisamente minoici[10].
Recenti valutazioni[11] hanno posto in dubbio tale affermazione. Si fa infatti notare come l’assegnazione a Creta dei K(e)ft(i)w derivi, sostanzialmente, dalla interpretazione del “Grande Verde” nel mare Mediterraneo[12] e, conseguentemente, delle “isole” in esso esistenti come quelle (tra le altre) dell’Egeo. Se tale individuazione venisse tuttavia meno, decadrebbe di conseguenza la certezza su cui si basa l’equazione stessa. In tal senso, un primo dubbio[13] è stato evidenziato nei rilievi del tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari; qui con il termine “wedj wer” (ovvero “Grande Verde”) s’indica palesemente “quello che bagna la terra di Punt” individuata nell’area somala e, quindi, il mar Rosso.
Le Isole del “Grande Verde
Si è a lungo ritenuto che con il termine “Grande Verde”, o “Verdissimo”, gli egizi volessero far esclusivo riferimento al mar Mediterraneo[14] e che, perciò, le “isole del Grande Verde” comprendessero certamente quelle egee e, conseguentemente, Creta.
Recenti teorie[15], però, hanno messo in discussione tale identificazione tanto che si giunge ormai a ritenere che con “isole del Grande Verde” (traslitterazione dal geroglifico: “iww hryw ib nu w3d wr” tradotto con “Iles de la Mer[16]“) si possano indicare non solo isole nel senso stretto del termine, ovvero terre circondate dal mare, ma anche le stesse “isole” costituite dalla penetrazione del fiume nel delta del Nilo[17] o, addirittura, le isole che si creavano annualmente a seguito delle inondazioni del fiume. La frase, peraltro, è attestata con riferimento sicuro al mare Mediterraneo solo in due occasioni relativamente recenti: il decreto di Canopo[18], in cui si tratta dell’isola di Nabinaitt (ovvero Cipro), che “[…]giace nel mezzo del Grande Verde[…]”, e la Stele di Rosetta.
La Lista Egea
Particolare attenzione viene posta, per identificare la provenienza dei Keftiw, in cinque manufatti rinvenuti nell’area di Kom el-Hettan ove sorgeva il tempio funerario di Amenhotep III. Qui, infatti, nell’area anticamente occupata dalla cosiddetta Corte Solare sono stati rinvenuti cinque piedistalli di statue verosimilmente del re, di cui restano solo i piedi, catalogati[19] con sigle da “An” ad “En”[20] e proprio quest’ultima base è meglio nota come “lista egea”. Le basi[21] recano ovali merlati (simili a cartigli) sovrapposti a prigionieri con le braccia legate, e sono evidentemente liste di toponimi, di terre, o località, o città, o popoli, sotto la giurisdizione dell’Egitto:
An: toponimi di stati del nord della Siria ed altri piccoli stati compresa Babilonia (Sangar), Mitanni (Naharina), Karkemiš, Hatti, Arzawa ed Assur;
Bn: città-stato minori dell’area siro-palestinese, molte delle quali non ancora identificate, tra cui Damasco;
Cn: (molto danneggiata) toponimi che, in apparenza, coprono l’area siro-palestinese e la Fenicia;
Dn: una serie di nomi non meglio identificati tra cui, forse, Aram, con riferimento agli aramei, Ashur e Babilonia.
La quinta stele En costituisce, invece, la “lista egea”. Mentre, tuttavia, le altre liste prevedono da 28 a 34 toponimi distribuiti sui lati delle basi, la lista egea ne prevedeva, verosimilmente, solo 17, di cui 15 (ancora leggibili) sono iscritti sul lato sinistro della base e sulla fronte mentre ulteriori due sono andati persi (il lato destro della base e anepigrafe, ed il posteriore è perso). Una prima particolarità riguarda le iscrizioni che, sulle altre basi, non occupano mai la fronte; nel caso della lista En, sulla fronte di trovano solo due toponimi alla destra del cartiglio del re: K(e)ft(i)w e T(a)n(a)y(u) che sono stati interpretati[22] rispettivamente come toponimi della Grecia. Keftiw sarebbe, infatti, l’isola di Creta mentre Tanayu indicherebbe i Danai, ovvero i greci continentali. Gli altri geroglifici della base indicano, invece, nomi di località[23]:
Amnisos (Creta, in lineare B: A-mini-so);
Festos (Creta, in lineare B: Pa-i-to);
Kydonia (Creta);
Micene (Grecia);
Tebe (forse);
Messenia (Grecia, in lineare B: Me-za-ne);
Nauplion (Grecia);
Kythera (isola greca, in lineare B: Ku-te-ra);
Eleia (Creta, essendo ormai quasi certamente scartata l’ipotesi che si tratti di Ilio);
Knossos (Creta, in lineare B: Ko-no-so);
Amnisos (Creta, nuovamente);
Lyktos (Creta);
toponimo non leggibile.
Basandosi sull’apparente sequenza geografica, peraltro riassunta proprio nei due toponimi K(e)ft(i)w e T(a)n(a)y(u), alcuni autori[24] hanno ipotizzato che la lista En conservasse il ricordo di una spedizione egizia verso il mondo egeo partendo da Creta, da est verso ovest, alla Grecia continentale e poi, attraverso l’isola di Kythera (n.ro 8), ritornando a Creta (il che giustificherebbe, peraltro, la ripetizione del toponimo cretese Amnisos, n.ri 1 e 11)[25].
La base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[26] (visione d’insieme: in alto, al centro, sopra due prigionieri legati sono riportati i cartigli reali Neb-Maat-Ra Amenhotep, a destra i “cartigli” relativi ai Keftiw ed ai Tanayu)
Che una spedizione nel senso, peraltro, possa realmente essere avvenuta e nel periodo corrispondente alle liste, sarebbe avvalorato dai ritrovamenti nell’area egea di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o della sposa reale Tye [27][28][29][30].
Riferimenti testuali
Un ulteriore, singolare, riferimento ai legami tra l’Egeo e l’Egitto si ricava da alcuni trattati medici che, sebbene in copie risalenti alla XVIII e XX dinastia, di fatto sono trascrizione di documenti più antichi, come il papiro Ebers[31], in cui si cita una “[…] fava del paese dei Keftiw […]”[32], o il papiro di Londra[33] in cui si fa riferimento ad un “[…]incantesimo per la malattia Cananea[34] secondo quanto dicono […] gli abitanti di Keftiw[…]”.
Il Papiro del British Museum; nei riquadri in giallo la menzione delle navi K(e)ft(i)w[35]
Sempre in campo medico, si rileva la presenza, nella tomba di Thutmosi IV (KV43), di una giara (ancora sigillata) che un’etichetta dichiara contenere “droga Keftiw”[36].
Un altro papiro in ieratico[37] cita la presenza nel porto di Avaris di “navi Keftiw” in costruzione[38], ma la generica notazione non lascia intendere se si tratti di navi per commerciare con le terre dei K(e)ft(i)w, o di navi provenienti da quei lidi e momentaneamente in bacino di carenaggio, o di navi costruite da maestranze, e quindi con le tecniche, K(e)ft(i)w.
Le tombe tebane dei nobili
In alcune Tombe dei Nobili della Necropoli tebana, in Egitto, sono rappresentate scene di tributo da parte di popolazioni straniere assoggettate all’Egitto o con cui il Paese intratteneva, comunque, rapporti. In sei[39] di queste[40]sono rappresentate scene di “tributari” indicati esplicitamente come Keftiw, o recanti elementi che li caratterizzano come provenienti dall’area minoico-cretese. Quando non esplicitamente scritto, la caratterizzazione è derivata da specifici studi sulle suppellettili recate in dono, sul vestiario[41] e sulle acconciature del tutto simili a quelle riscontrabili da dipinti o statuaria cretese[42].
Le processioni dei tributari rappresentavano la consegna di “tributi” da regioni assoggettate all’Egitto o, comunque, in rapporti con il Paese[43]. Si ritiene, tuttavia che gli oggetti presentati dalle delegazioni Keftiw non costituissero un “tributo” nel senso letterale del termine, bensì doni da popolazioni non assoggettate, ma in rapporti commerciali o diplomatici paritetici[44].
TT100: Le processione dei tributari (particolare con, secondo registro, i Keftiw) (acquerello di George Alexander Hoskins -1802/1863-)
TT100: Le processione dei tributari (particolare con, secondo registro, i Keftiw) (acquerello di George Alexander Hoskins -1802/1863-)
Nel caso della TT100 del visir Rekhmira, le “processioni tributarie” si sviluppano su cinque registri sovrapposti costituendo, di fatto, una sorta di vera e propria gerarchia[45]: i primi due registri alti, popolazioni libere, con cui l’Egitto aveva rapporti diplomatici; nel terzo e quarto registro popolazioni sicuramente vassalle; nel quinto registro le popolazioni assoggettate:
1° registro: genti di Punt con alberi di incenso, zanne d’elefante, babbuini, scimmie ed altri animali, derrate alimentari;
2° registro: Keftiw che portano vasellame artistico e suppellettili;
3° registro: Nubiani con animali dell’Africa equatoriale (giraffe, leopardi, babbuini, scimmie,), buoi, cani, zanne d’elefante e pelli conciate;
4° registro: Siriani che portano animali (tra cui, ultimo a sinistra, un elefantino e, penultimo, un orso), carri, cavalli, derrate alimentari e contenitori per liquidi (olio o vino);
5° registro: gli schiavi, maschi, femmine, bambini, che offrono solo se stessi.
Nelle riproduzioni dei rilievi risalenti all’800, da parte dei primi esploratori, i colori sono più vividi di quanto non lo siano oggi nella realtà e, nel caso dei Keftiw, colpisce il colore giallo dell’oro, unito ad una palese opulenza venale e ad una qual forma artistica dei doni che sono, a loro volta, ripartiti su tre registri sovrapposti: ceste tra cui ne spicca una contenente anelli che il geroglifico “neb” qualifica come oro. Spicca, tra gli altri un rython conico, con manico, tipico di pitture parietali minoiche. Nel terzo registro, ancora suppellettili fittili ed altre di metallo prezioso tra cui spiccano, di evidente provenienza minoica, un rhyton a forma di testa di toro che poggia su una serie di lingotti “a pelle di bue”[46], ed un vaso con coperchio in forma di testa di “kri-kri”, la caratteristica “capra cretese”, riconoscibile per la lunga barba. Uno dei portatori reca sulla spalla sinistra un lingotto di forma particolare, cosiddetta “a pelle di bue”[47].
[2] (2900-2200 a.C.) sono noti rapporti tra l’Egitto e Creta fin dall’Antico Regno, corrispondente, orientativamente, al Prepalaziale cretese (2900-2200 a.C.): rinvenuti in terra cretese una zanna d’ippopotamo lavorato proveniente dall’Egitto, corniole, ametiste, sigilli in avorio (Warren 1995, pp. 1-28.), vasi in pietra delle necropoli di Mokhlos o di Zakhros di concezione e derivazione certamente egizia, anche se quasi certamente prodotti localmente, o alcuni vasi di Knossos databili ad un periodo compreso tra il Predinastico e la VI dinastia. Uno dei pezzi più tipicamente egizio un sistro in terracotta (Sakellarakis 1991.) proveniente dalla necropoli di Phourni ad Arkhanes che, benché non utile ad essere suonato dato il materiale, è tuttavia certamente derivante da modelli egizi a dimostrazione della conoscenza anche dell’uso di strumenti musicali di quel paese.
[3] (1700-1400 a.C.) Materiali grezzi raggiungono Creta (Warren 1995, pp. 1-28.) provenienti sicuramente dall’Egitto come l’alabastro utilizzato nella produzione di vasi minoici (Warren 1969.), altri molto verosimilmente provenienti dall’Egitto come cristallo di rocca (usato per vasi, vaghi per collane, intarsi), ametiste (ancora per collane o, in un caso, per scolpire un vaso), cornalina.
Perviene inoltre anche materiale finito come i vasi in alabastro della tomba di Katsamba (un sobborgo di Hiraklion) con il cartiglio di Thutmosi III, o il coperchio di vaso con il cartiglio del re Hyksos Suserenra Khyan (XV dinastia), o l’ascia-martello cerimoniale dalla Tomba II di Poros collegabile ad esempi egizi diffusi nel Bronzo Medio ed interpretabile come un embrionale scambio di doni tra re o ancora, dalla stessa tomba, un sigillo cilindrico in diaspro verde (risalente a MM IIIB) recante le figure di un faraone egizio e di un re siriano al cospetto di Horus (Girella 2003, p. 263.). Numerosi i ritrovamenti di oggettistica, in special modo scarabei recanti i nomi di Amenhotep III e della Grande Sposa Reale Tye. Oggetti alquanto originali, ma senz’altro di provenienza egizia, sono uova di struzzo rinvenute a Creta; giunte verosimilmente grezze, le uova vennero quindi lavorate e localmente utilizzate come rytha (Muhly 1983.)
[6]Il termine si riscontra in uno dei Papiri di Leida, e nel Papiro Medico di Londra; pur risalendo il primo alla XIX dinastia ed il secondo alla XVIII (sotto Tutankhamon), si ritiene tuttavia trattarsi di testi molto più antichi risalenti, secondo Spiegel e Vercoutter, alla V o VI dinastia.
[8]Budge 1920, Vol. II, p. 1048 e Dickson 2006, p. 268.
[9]La tavoletta (cm. 14×25), che presenta 3 linee scritte su un lato e 9 sull’altro, contiene tuttavia anche nomi tipicamente egizi, come S(en)n(e)f(e)r.
[18]Il nome della località deriva dal toponimo egizio Kha-Nub (luogo dell’oro, con riferimento alla ricchezza dei commerci che vi si svolgevano). La stele, scolpita con un decreto dei sacerdoti egizi in onore di Tolomeo III Evergete, risale al 238 a.C.; l’iscrizione è riportata in geroglifico, demotico e greco, e cita encomiasticamente, i meriti del Faraone.
[20]H. Sourouzian e R. Stadelmann, attuali scavatori del sito, hanno di recente rinominato le stele con la sigla “PWN” seguita dai numeri romani da I a V (nello stesso ordine delle lettere e, perciò, la “lista egea” è la PWN-V).
[25]Secondo un’ipotesi molto accreditata, si sarebbe trattato di una missione diplomatica egiziana destinata a portare “il soffio della vita” alle popolazioni collegate al Sovrano regnante Amenhotep III. Tale menzione, peraltro, sembra essere confermata nelle righe che sovrastano la serie di “prigionieri” là ove si legge, tra l’altro (Edel e Görg 2005, traslitterazione e traduzione confermata da Stannish): “[…] le grandi potenze straniere (del nord e del sud)[…] convergono sulle ginocchia in un sol posto, così che il soffio della vita possa loro essere dato, portando tributi sulle loro spalle […]”
[28]Nell’area egea sono molto rari i ritrovamenti di oggetti iscritti con cartigli reali prima della XVIII dinastia; dei 21 rinvenuti, ben 12 recano i cartigli di Amehotep III e della sposa reale Tye.
[29]Elenco riassuntivo dei ritrovamenti in E. Cline 1987, Tabella 1, p. 24: 6 a Micene; 1 ad Aetolia; 1 a Knosso; 1 Hagia Triada; 1 Kydonia; 1 Cipro.
[30]Rinvenimenti di oggettistica intestata ad Amenhotep III e/o alla Sposa Reale Tye a Creta: Scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III (tomba n.ro 4 a Knossos); scarabeo in steatite della Sposa Reale (tomba n.ro 5 ad Aya Triada); scarabeo in faience (a Kydonia).
[31]Papiro medico, scritto in ieratico, risalente al ~1550 a.C., oggi conservato presso l’Università di Lipsia in Germania. Verosimilmente si tratta di un testo notevolmente più antico, forse della X dinastia, che contiene oltre 800 rimedi e formule magiche.
[34]Potrebbe verosimilmente trattarsi della “lebbra lepromatosa”, o “morbo di Hansen”, di cui si tratta nel Levitico e che (Bardinet 1988, pp. 3 e sgg.) avrebbe colpito sporadicamente anche il delta.
[42]La produzione “letteraria” minoica è decisamente molto scarsa e, aldilà dell’interpretazione ancora impossibile per i testi in lineare A, limitata a documentazioni di carattere amministrativo-contabile. Per quanto riguarda la statuaria, si consideri che la statua più grande rinvenuta a Creta, il Kouros di Palaikastro, statua composita originariamente in oro e avorio da zanne di ippopotamo verosimilmente provenienti dall’Egitto, raggiunge i 50 cm.
[43]Panagiotopulos 2006, pp. 370-412 e Panagiotopulos 2001, pp. 163-283.
[44]Nella TT39 di Puyemra quattro personaggi vengono designati come “Capi stranieri dell’Asia più lontana” (Panagiotopulos 2006|pp. 370-412).
[46]La strana forma, e il peso, di questi lingotti di rame variano nel tempo con particolare accentuazione proprio delle “corna” angolari. Proprio da tale allungamento si tende ad individuare, peraltro, il periodo storico di datazione. Si è a lungo discusso della particolare forma giungendo alla conclusione che essa deriva non tanto dal voler imitare una pelle di bue, quanto alla praticità del trasporto da parte di almeno due persone.
Dopo un breve corridoio si accede ad una sala trasversale sulle cui pareti sono visibili (1 in planimetria[6]) i resti di un dipinto rappresentante una donna e un uomo che recano oggetti e una barca trainata in una processione funeraria; seguono (2) brani del Libro delle Porte e il defunto e la moglie in adorazione della dea Hathor in presenza di un guardiano con testa di babbuino; su due registri sovrapposti (2-3) il defunto e la famiglia in adorazione di Osiride e di Hathor. Poco discosto (6) il defunto e la famiglia adorano Iside, Nephtys e Osiride mentre preti offrono libagioni agli dei e scene di tre divinità femminili (5) e del Ba del defunto.
Un corridoio, sulle cui pareti (7) sono riportati inni sacri a Osiride e Ra, dà accesso ad una camera irregolare molto danneggiata in cui (8) un uomo (forse il defunto) adora Osiride.
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 249.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
Porter e Moss 1927, p. 249.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
Porter e Moss 1927, p. 249.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.