C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – PIANKI (PIYE)

Di Piero Cargnino

In alcune liste lo troviamo al terzo posto dopo Alara e Kashta, ma dalla maggior parte degli studiosi viene a ragione, considerato il vero fondatore della XXV dinastia, Pianki è colui che per primo dette inizio all’espansione della Nubia fino a riunificare quasi tutto l’Egitto.

Pianki (Piye) era un re kushita, figlio del suo predecessore Kashta e di sua moglie Pebatjma, governò sempre dalla sua capitale Napata nel profondo sud della Nubia, oggi Sudan.

Prese tre o quattro mogli, Abar che gli generò il successore Taharqa, oltre a Tabiry, Peksater e forse anche Khensa.

Approfittando del disordine che regnava in Egitto a causa della litigiosità dei governanti locali, Pianki discese il Nilo estendendo il suo potere oltre Tebe nel Basso Egitto. Abbiamo già accennato alla coalizione dei sovrani libici organizzata da Tefnakht di Sais che assediò Heracleopolis il cui re, Peftjauawybast chiese aiuto a Pianki. Pianki si trovava nel suo 20° anno di regno e colse subito la palla al balzo, Forte di un grande esercito invase il Medio e Basso Egitto arrivando fino a Tebe in tempo per partecipare alla grande festa dell’Opet.

A fornirci una documentazione sugli avvenimenti del suo regno ci ha pensato lui stesso facendo erigere una stele, la “Stele delle Vittorie”, scoperta a Gebel Barkal da un ufficiale dell’esercito del Pascià d’Egitto nel 1862, ora al Museo del Cairo. Sulla stele viene descritta la sua vittoria sulla coalizione, non viene però riportato il motivo che lo spinse, dopo la vittoria, a fermare la sua avanzata verso il Basso Egitto ed a ritirarsi a Napata lasciando al loro posto i principi sconfitti accontentandosi di un semplice atto di vassallaggio.

Lasciò a Tebe la propria sorella Amenardis con il titolo di “Divina sposa di Amon”, titolo che per importanza e potere aveva superato quello di “Primo Profeta di Amon”; dell’importanza e del potere assunto dalle “Divine spose di Amon” a Tebe parleremo in seguito.

Nella stele una scena rappresenta i principi e i re delle città egiziane di fronte a Pianki in atto di sottomissione mentre il re si proclama faraone. Il testo seguente descrive la vittoriosa campagna militare del re in tutto l’Egitto, offrendo una panoramica dello stato del paese in quel momento e in particolare delle principali città conquistate.

Per Pianki quella era una Guerra Santa, ordinava ai soldati di purificarsi ritualmente prima di ogni battaglia mentre lui faceva offerte al grande dio Amon. L’esercito nubiano marciò verso nord conquistando dapprima Heracleopolis poi Menphis. Assediò poi Hermopolis che cadde dopo cinque mesi di assedio e li ricevette la sottomissione dei sovrani ribelli del Delta, Iuput II di Leontopolis, Osorkon IV di Tanis mentre Nimlot, di Heracleopolis Magna, fuggì su un’isola del Delta rifiutandosi di rendere una sottomissione diretta, infatti inviò una lettera al re nubiano in cui accettava la sconfitta. Dopo aver ottenuto la sottomissione dei principi vinti, Pianki li lasciò al loro posto e scese a Tebe per poi tornare a Napata.

Nonostante la sua vittoria, quello che Pianki lasciò cambiava qualcosa solo a nord di Tebe fino alle oasi del deserto occidentale e ad Herakleopolis dove a governare era rimasto Peftjauawybast in qualità di vassallo della Nubia. Nel Basso Egitto la situazione era sempre la stessa dove Tefnakht e gli altri sovrani continuavano a regnare indisturbati.

La data più alta trovata per il regno di Pianki è quella che compare su una stele rinvenuta nel tempio Sutekh di Mut el-Kharab, nell’oasi di Dakhla dove viene citato “anno 24, III Akhet, giorno 10”. Stando però ai rilievi del Grande Tempio di Gebel Barkal questi rappresentano Pianki intento a celebrare la festa Heb Sed, se è stata rispettata la tradizione che voleva che la festa Heb Sed si celebrasse nel trentesimo anno di regno del sovrano, Pianki avrebbe regnato almeno trent’anni. Va però detto che non sempre questa tradizione veniva rispettata per cui non abbiamo alcuna certezza. Kennet Kitchen, basandosi su una stele di donazione riferita all’anno 8 del re Tefnakht, ritiene di poter dire che Pianki regnò 31 anni. Olivier Perdu, nel 2002, ha sostenuto che questa stele potrebbe riferirsi ad un eventuale Tefnakht per cui non sarebbe da prendere in seria considerazione.

Anche Pianki venne sepolto in una piramide a el-Kurru vicino a Jebel Barkal, oggi nel Sudan settentrionale. Alla piramide si accede attraverso una scala di 19 gradini rivolta ad est, da qui si entra nella camera funeraria scavata nella roccia e coperta da un tetto in muratura a sbalzo. All’interno della camera, su di una piattaforma di pietra, posta al centro, sulla quale era sistemato il letto fu sistemato il corpo del sovrano (non ho trovato se era stato imbalsamato o meno). Pianki fu il primo re a ricevere una sepoltura del genere in più di 500 anni. In seguito altri sovrani kushiti vennero sepolti in questo sito.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Necropoli tebane

I KEFTIW

In almeno sei tombe della Necropoli tebana, sono riportate le cosiddette “processioni tributarie” che testimoniano i rapporti dell’Antico Egitto con altre popolazioni. Tra queste, di particolare interesse il rapporto con i Keftiw.

Keftiu (ma anche Keftiw o Kftw, Keft, Keftu, Kaftu, Kafta[1]) è un etnonimo egiziano, riferito ad una popolazione storicamente contemporanea, identificabile secondo alcuni nelle genti egee, e più precisamente nella civiltà minoica. Tra le due civiltà sono attestati scambi sin dal 2900 a.C.[2] intensificatisi successivamente e giunti al massimo nel periodo del Nuovo Regno egizio, corrispondente al Neopalaziale minoico, intorno al 1400 a.C.[3] Nomi analoghi, e che farebbero riferimento alle stesse genti, sono attestati anche nell’Antico Testamento: Caphtor[4]; in accadico: kaptaritum; in Lingua ugaritica: kptwr, kptr; e in testi in Lineare B dell’isola di Creta[5], su cui, tuttavia, non esiste unanimità di interpretazione: kapte (?).

Keftiw: Creta e cretesi

Il termine Kftw, vocalizzato in K(e)ft(i)w, di cui sono state censite 28 attestazioni epigrafiche, tra cui la c.d. “lista egea” del tempio funerario di Amenhotep III a Kom el-Hetan/Malqata, pur essendo di certo più antico[6] [7], fa la sua comparsa con la XVIII dinastia e viene nei moderni dizionari normalmente tradotto “Creta” seguita però da un punto interrogativo[8]. Tale termine, tuttavia, viene usato non solo per la toponomastica, ma anche per genti rappresentate nelle tombe dei nobili della XVIII dinastia in cui, a oggetti palesemente di provenienza egea, si sommano caratteri somatici e abbigliamenti del tutto simili a quelli noti da altri dipinti cretesi. Al British Museum è inoltre conservata una tavoletta in legno ricoperta di gesso, con testo in ieratico; risale al Nuovo Regno, è catalogata come E5647 ed è meglio nota come “tavoletta egea” giacché propone un elenco di “nomi di K(e)ft(i)w”[9]

Che il termine indichi comunque genti egee, e cretesi in particolare, lo si desumerebbe quasi definitivamente dalla tomba di Rekhmira (TT100), Visir sotto Thutmosi III, ove sono presenti rappresentazioni parietali di tributari stranieri: nel novero dei “tributari” sono presenti esplicitamente i K(e)ft(i)w che per foggia degli abbigliamenti, nonché per i “tributi” offerti, sarebbero decisamente minoici[10].

Recenti valutazioni[11] hanno posto in dubbio tale affermazione. Si fa infatti notare come l’assegnazione a Creta dei K(e)ft(i)w derivi, sostanzialmente, dalla interpretazione del “Grande Verde” nel mare Mediterraneo[12] e, conseguentemente, delle “isole” in esso esistenti come quelle (tra le altre) dell’Egeo. Se tale individuazione venisse tuttavia meno, decadrebbe di conseguenza la certezza su cui si basa l’equazione stessa. In tal senso, un primo dubbio[13] è stato evidenziato nei rilievi del tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari; qui con il termine “wedj wer” (ovvero “Grande Verde”) s’indica palesemente “quello che bagna la terra di Punt” individuata nell’area somala e, quindi, il mar Rosso.

Le Isole del “Grande Verde

Si è a lungo ritenuto che con il termine “Grande Verde”, o “Verdissimo”, gli egizi volessero far esclusivo riferimento al mar Mediterraneo[14] e che, perciò, le “isole del Grande Verde” comprendessero certamente quelle egee e, conseguentemente, Creta.

Recenti teorie[15], però, hanno messo in discussione tale identificazione tanto che si giunge ormai a ritenere che con “isole del Grande Verde” (traslitterazione dal geroglifico: “iww hryw ib nu w3d wr” tradotto con “Iles de la Mer[16]) si possano indicare non solo isole nel senso stretto del termine, ovvero terre circondate dal mare, ma anche le stesse “isole” costituite dalla penetrazione del fiume nel delta del Nilo[17] o, addirittura, le isole che si creavano annualmente a seguito delle inondazioni del fiume. La frase, peraltro, è attestata con riferimento sicuro al mare Mediterraneo solo in due occasioni relativamente recenti: il decreto di Canopo[18], in cui si tratta dell’isola di Nabinaitt (ovvero Cipro), che “[…]giace nel mezzo del Grande Verde[…]”, e la Stele di Rosetta.

La Lista Egea

Particolare attenzione viene posta, per identificare la provenienza dei Keftiw, in cinque manufatti rinvenuti nell’area di Kom el-Hettan ove sorgeva il tempio funerario di Amenhotep III. Qui, infatti, nell’area anticamente occupata dalla cosiddetta Corte Solare sono stati rinvenuti cinque piedistalli di statue verosimilmente del re, di cui restano solo i piedi, catalogati[19] con sigle da “An” ad “En”[20] e proprio quest’ultima base è meglio nota come “lista egea”. Le basi[21] recano ovali merlati (simili a cartigli) sovrapposti a prigionieri con le braccia legate, e sono evidentemente liste di toponimi, di terre, o località, o città, o popoli, sotto la giurisdizione dell’Egitto:

An:   toponimi di stati del nord della Siria ed altri piccoli stati compresa Babilonia (Sangar), Mitanni (Naharina), Karkemiš, Hatti, Arzawa ed Assur;

Bn:   città-stato minori dell’area siro-palestinese, molte delle quali non ancora identificate, tra cui Damasco;

Cn:   (molto danneggiata) toponimi che, in apparenza, coprono l’area siro-palestinese e la Fenicia;

Dn:   una serie di nomi non meglio identificati tra cui, forse, Aram, con riferimento agli aramei, Ashur e Babilonia.

La quinta stele En costituisce, invece, la “lista egea”. Mentre, tuttavia, le altre liste prevedono da 28 a 34 toponimi distribuiti sui lati delle basi, la lista egea ne prevedeva, verosimilmente, solo 17, di cui 15 (ancora leggibili) sono iscritti sul lato sinistro della base e sulla fronte mentre ulteriori due sono andati persi (il lato destro della base e anepigrafe, ed il posteriore è perso). Una prima particolarità riguarda le iscrizioni che, sulle altre basi, non occupano mai la fronte; nel caso della lista En, sulla fronte di trovano solo due toponimi alla destra del cartiglio del re: K(e)ft(i)w e T(a)n(a)y(u) che sono stati interpretati[22] rispettivamente come toponimi della Grecia. Keftiw sarebbe, infatti, l’isola di Creta mentre Tanayu indicherebbe i Danai, ovvero i greci continentali. Gli altri geroglifici della base indicano, invece, nomi di località[23]:

  1. Amnisos (Creta, in lineare B: A-mini-so);
  2. Festos (Creta, in lineare B: Pa-i-to);
  3. Kydonia (Creta);
  4. Micene (Grecia);
  5. Tebe (forse);
  6. Messenia (Grecia, in lineare B: Me-za-ne);
  7. Nauplion (Grecia);
  8. Kythera (isola greca, in lineare B: Ku-te-ra);
  9. Eleia (Creta, essendo ormai quasi certamente scartata l’ipotesi che si tratti di Ilio);
  10. Knossos (Creta, in lineare B: Ko-no-so);
  11. Amnisos (Creta, nuovamente);
  12. Lyktos (Creta);
  13. toponimo non leggibile.

Basandosi sull’apparente sequenza geografica, peraltro riassunta proprio nei due toponimi K(e)ft(i)w e T(a)n(a)y(u), alcuni autori[24] hanno ipotizzato che la lista En conservasse il ricordo di una spedizione egizia verso il mondo egeo partendo da Creta, da est verso ovest, alla Grecia continentale e poi, attraverso l’isola di Kythera (n.ro 8), ritornando a Creta (il che giustificherebbe, peraltro, la ripetizione del toponimo cretese Amnisos, n.ri 1 e 11)[25].

La base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[26]
(visione d’insieme: in alto, al centro, sopra due prigionieri legati sono riportati i cartigli reali Neb-Maat-Ra Amenhotep, a destra i “cartigli” relativi ai Keftiw ed ai Tanayu)

Che una spedizione nel senso, peraltro, possa realmente essere avvenuta e nel periodo corrispondente alle liste, sarebbe avvalorato dai ritrovamenti nell’area egea di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o della sposa reale Tye [27] [28] [29]  [30].

Riferimenti testuali

Un ulteriore, singolare, riferimento ai legami tra l’Egeo e l’Egitto si ricava da alcuni trattati medici che, sebbene in copie risalenti alla XVIII e XX dinastia, di fatto sono trascrizione di documenti più antichi, come il papiro Ebers[31], in cui si cita una “[…] fava del paese dei Keftiw […]”[32], o il papiro di Londra[33] in cui si fa riferimento ad un “[…]incantesimo per la malattia Cananea[34] secondo quanto dicono […] gli abitanti di Keftiw[…]”.

 Il Papiro del British Museum; nei riquadri in giallo la menzione delle navi K(e)ft(i)w[35]

Sempre in campo medico, si rileva la presenza, nella tomba di Thutmosi IV (KV43), di una giara (ancora sigillata) che un’etichetta dichiara contenere “droga Keftiw”[36].

Un altro papiro in ieratico[37] cita la presenza nel porto di Avaris di “navi Keftiw” in costruzione[38], ma la generica notazione non lascia intendere se si tratti di navi per commerciare con le terre dei K(e)ft(i)w, o di navi provenienti da quei lidi e momentaneamente in bacino di carenaggio, o di navi costruite da maestranze, e quindi con le tecniche, K(e)ft(i)w.

Le tombe tebane dei nobili

In alcune Tombe dei Nobili della Necropoli tebana, in Egitto, sono rappresentate scene di tributo da parte di popolazioni straniere assoggettate all’Egitto o con cui il Paese intratteneva, comunque, rapporti. In sei[39] di queste[40]  sono rappresentate scene di “tributari” indicati esplicitamente come Keftiw, o recanti elementi che li caratterizzano come provenienti dall’area minoico-cretese. Quando non esplicitamente scritto, la caratterizzazione è derivata da specifici studi sulle suppellettili recate in dono, sul vestiario[41] e sulle acconciature del tutto simili a quelle riscontrabili da dipinti o statuaria cretese[42].

Le processioni dei tributari rappresentavano la consegna di “tributi” da regioni assoggettate all’Egitto o, comunque, in rapporti con il Paese[43]. Si ritiene, tuttavia che gli oggetti presentati dalle delegazioni Keftiw non costituissero un “tributo” nel senso letterale del termine, bensì doni da popolazioni non assoggettate, ma in rapporti commerciali o diplomatici paritetici[44].

TT100: Le processione dei tributari (particolare con, secondo registro, i Keftiw)
(acquerello di George Alexander Hoskins -1802/1863-)

TT100: Le processione dei tributari (particolare con, secondo registro, i Keftiw)
(acquerello di George Alexander Hoskins -1802/1863-)

Nel caso della TT100 del visir Rekhmira, le “processioni tributarie” si sviluppano su cinque registri sovrapposti costituendo, di fatto, una sorta di vera e propria gerarchia[45]: i primi due registri alti, popolazioni libere, con cui l’Egitto aveva rapporti diplomatici; nel terzo e quarto registro popolazioni sicuramente vassalle; nel quinto registro le popolazioni assoggettate:

1° registro:    genti di Punt con alberi di incenso, zanne d’elefante, babbuini, scimmie ed altri animali, derrate alimentari;

2° registro:    Keftiw che portano vasellame artistico e suppellettili;

3° registro:    Nubiani con animali dell’Africa equatoriale (giraffe, leopardi, babbuini, scimmie,), buoi, cani, zanne d’elefante e pelli conciate;

4° registro:    Siriani che portano animali (tra cui, ultimo a sinistra, un elefantino e, penultimo, un orso), carri, cavalli, derrate alimentari e contenitori per liquidi (olio o vino);

5° registro:    gli schiavi, maschi, femmine, bambini, che offrono solo se stessi.

Nelle riproduzioni dei rilievi risalenti all’800, da parte dei primi esploratori, i colori sono più vividi di quanto non lo siano oggi nella realtà e, nel caso dei Keftiw, colpisce il colore giallo dell’oro, unito ad una palese opulenza venale e ad una qual forma artistica dei doni che sono, a loro volta, ripartiti su tre registri sovrapposti: ceste tra cui ne spicca una contenente anelli che il geroglifico “neb” qualifica come oro. Spicca, tra gli altri un rython conico, con manico, tipico di pitture parietali minoiche. Nel terzo registro, ancora suppellettili fittili ed altre di metallo prezioso tra cui spiccano, di evidente provenienza minoica, un rhyton a forma di testa di toro che poggia su una serie di lingotti “a pelle di bue”[46], ed un vaso con coperchio in forma di testa di “kri-kri”, la caratteristica “capra cretese”, riconoscibile per la lunga barba. Uno dei portatori reca sulla spalla sinistra un lingotto di forma particolare, cosiddetta “a pelle di bue”[47].


[1]      Lehmann 1991, p. 106.

[2]      (2900-2200 a.C.) sono noti rapporti tra l’Egitto e Creta fin dall’Antico Regno, corrispondente, orientativamente, al Prepalaziale cretese (2900-2200 a.C.): rinvenuti in terra cretese una zanna d’ippopotamo lavorato proveniente dall’Egitto, corniole, ametiste, sigilli in avorio (Warren 1995, pp. 1-28.), vasi in pietra delle necropoli di Mokhlos o di Zakhros di concezione e derivazione certamente egizia, anche se quasi certamente prodotti localmente, o alcuni vasi di Knossos databili ad un periodo compreso tra il Predinastico e la VI dinastia. Uno dei pezzi più tipicamente egizio un sistro in terracotta (Sakellarakis 1991.) proveniente dalla necropoli di Phourni ad Arkhanes che, benché non utile ad essere suonato dato il materiale, è tuttavia certamente derivante da modelli egizi a dimostrazione della conoscenza anche dell’uso di strumenti musicali di quel paese.

[3]      (1700-1400 a.C.) Materiali grezzi raggiungono Creta (Warren 1995, pp. 1-28.) provenienti sicuramente dall’Egitto come l’alabastro utilizzato nella produzione di vasi minoici (Warren 1969.), altri molto verosimilmente provenienti dall’Egitto come cristallo di rocca (usato per vasi, vaghi per collane, intarsi), ametiste (ancora per collane o, in un caso, per scolpire un vaso), cornalina.

Perviene inoltre anche materiale finito come i vasi in alabastro della tomba di Katsamba (un sobborgo di Hiraklion) con il cartiglio di Thutmosi III, o il coperchio di vaso con il cartiglio del re Hyksos Suserenra Khyan (XV dinastia), o l’ascia-martello cerimoniale dalla Tomba II di Poros collegabile ad esempi egizi diffusi nel Bronzo Medio ed interpretabile come un embrionale scambio di doni tra re o ancora, dalla stessa tomba, un sigillo cilindrico in diaspro verde (risalente a MM IIIB) recante le figure di un faraone egizio e di un re siriano al cospetto di Horus (Girella 2003, p. 263.). Numerosi i ritrovamenti di oggettistica, in special modo scarabei recanti i nomi di Amenhotep III e della Grande Sposa Reale Tye. Oggetti alquanto originali, ma senz’altro di provenienza egizia, sono uova di struzzo rinvenute a Creta; giunte verosimilmente grezze, le uova vennero quindi lavorate e localmente utilizzate come rytha (Muhly 1983.)

[4]      Libro di Amos, 9.7.

[5]      Hildebrandt 2007, p. 55.

[6]      Il termine si riscontra in uno dei Papiri di Leida, e nel Papiro Medico di Londra; pur risalendo il primo alla XIX dinastia ed il secondo alla XVIII (sotto Tutankhamon), si ritiene tuttavia trattarsi di testi molto più antichi risalenti, secondo Spiegel e Vercoutter, alla V o VI dinastia.

[7]      Vercoutter 1956.

[8]      Budge 1920,  Vol. II, p. 1048 e Dickson 2006,  p. 268.

[9]      La tavoletta (cm. 14×25), che presenta 3 linee scritte su un lato e 9 sull’altro, contiene tuttavia anche nomi tipicamente egizi, come S(en)n(e)f(e)r.

[10]     Duhoux 2006,  pp. 19-34.

[11]     Vandersleyen 2003, pp. 209-212.

[12]     Vercoutter 1956, p. 161.

[13]     Duhoux 2003.

[14]     Vercoutter 1987, pp. 110-111.

[15]     Duhoux 2003.

[16]     Vercoutter 1956.

[17]     Vandersleyen 2003, pp. 209-2012.

[18]     Il nome della località deriva dal toponimo egizio Kha-Nub (luogo dell’oro, con riferimento alla ricchezza dei commerci che vi si svolgevano). La stele, scolpita con un decreto dei sacerdoti egizi in onore di Tolomeo III Evergete, risale al 238 a.C.; l’iscrizione è riportata in geroglifico, demotico e greco, e cita encomiasticamente, i meriti del Faraone.

[19]     Edel 1966.

[20]     H. Sourouzian e R. Stadelmann, attuali scavatori del sito, hanno di recente rinominato le stele con la sigla “PWN” seguita dai numeri romani da I a V (nello stesso ordine delle lettere e, perciò, la “lista egea” è la PWN-V).

[21]     Cline 1998.

[22]     Cline 2011.

[23]     Edel 2005.

[24]     Tra cui Cline 1987 e Albright 1934.

[25]     Secondo un’ipotesi molto accreditata, si sarebbe trattato di una missione diplomatica egiziana destinata a portare “il soffio della vita” alle popolazioni collegate al Sovrano regnante Amenhotep III. Tale menzione, peraltro, sembra essere confermata nelle righe che sovrastano la serie di “prigionieri” là ove si legge, tra l’altro (Edel e Görg 2005, traslitterazione e traduzione confermata da Stannish): “[…] le grandi potenze straniere (del nord e del sud)[…] convergono sulle ginocchia in un sol posto, così che il soffio della vita possa loro essere dato, portando tributi sulle loro spalle […]”

[26]     Da Cline e Stannish 2011, p. 8.

[27]     Cline 1998, pp. 8-9.

[28]     Nell’area egea sono molto rari i ritrovamenti di oggetti iscritti con cartigli reali prima della XVIII dinastia; dei 21 rinvenuti, ben 12 recano i cartigli di Amehotep III e della sposa reale Tye.

[29]     Elenco riassuntivo dei ritrovamenti in E. Cline 1987, Tabella 1, p. 24: 6 a Micene; 1 ad Aetolia; 1 a Knosso; 1 Hagia Triada; 1 Kydonia; 1 Cipro.

[30]     Rinvenimenti di oggettistica intestata ad Amenhotep III e/o alla Sposa Reale Tye a Creta: Scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III (tomba n.ro 4 a Knossos); scarabeo in steatite della Sposa Reale (tomba n.ro 5 ad Aya Triada); scarabeo in faience (a Kydonia).

[31]     Papiro medico, scritto in ieratico, risalente al ~1550 a.C., oggi conservato presso l’Università di Lipsia in Germania. Verosimilmente si tratta di un testo notevolmente più antico, forse della X dinastia, che contiene oltre 800 rimedi e formule magiche.

[32]     Cline 1998, p. 20.

[33]     British Museum, cat. BM10059.

[34]     Potrebbe verosimilmente trattarsi della “lebbra lepromatosa”, o “morbo di Hansen”, di cui si tratta nel Levitico e che (Bardinet 1988, pp. 3 e sgg.) avrebbe colpito sporadicamente anche il delta.

[35]     Da Bietak 2011, fig. 13.

[36]     Merrilles 1972, p. 88.

[37]     Quindici linee di testo in inchiostro nero e rosso, oggi al British Museum, cat. BM 10056)

[38]     Bietak 2007b.

[39]     TT39, TT71, TT86, TT100, TT131 e TT155.

[40]     Wachsmann 1987 e Panagiotopoulos 2006.

[41]     Rehak 1996.

[42]     La produzione “letteraria” minoica è decisamente molto scarsa e, aldilà dell’interpretazione ancora impossibile per i testi in lineare A, limitata a documentazioni di carattere amministrativo-contabile. Per quanto riguarda la statuaria, si consideri che la statua più grande rinvenuta a Creta, il Kouros di Palaikastro, statua composita originariamente in oro e avorio da zanne di ippopotamo verosimilmente provenienti dall’Egitto, raggiunge i 50 cm.

[43]     Panagiotopulos 2006, pp. 370-412 e Panagiotopulos 2001, pp. 163-283.

[44]     Nella TT39 di Puyemra quattro personaggi vengono designati come “Capi stranieri dell’Asia più lontana” (Panagiotopulos 2006|pp. 370-412).

[45]     Panagiotopulos 2006.

[46]     La strana forma, e il peso, di questi lingotti di rame variano nel tempo con particolare accentuazione proprio delle “corna” angolari. Proprio da tale allungamento si tende ad individuare, peraltro, il periodo storico di datazione. Si è a lungo discusso della particolare forma giungendo alla conclusione che essa deriva non tanto dal voler imitare una pelle di bue, quanto alla praticità del trasporto da parte di almeno due persone.

[47]     Peyronel 2008,  pp. 159-185.

Necropoli tebane

TT133 – TOMBA DI NEFERRONPET

Neferronpet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT133[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NeferronpetCapo dei tessitori del Ramesseum nei possedimenti di Amon sulla riva occidentale a TebeSheikh Abd el-QurnaXIX dinastia  (Ramses II)nella pianura; a ovest del recinto del Ramesseum; a sud della TT45

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dai dipinti, il nome della moglie: Hunuro[5].

La tomba

Un arpista ritratto nella TT133 © Philippe Martinez (CNRS-MAFTO/ASR)

Dopo un breve corridoio si accede ad una sala trasversale sulle cui pareti sono visibili (1 in planimetria[6]) i resti di un dipinto rappresentante una donna e un uomo che recano oggetti e una barca trainata in una processione funeraria; seguono (2) brani del Libro delle Porte e il defunto e la moglie in adorazione della dea Hathor in presenza di un guardiano con testa di babbuino; su due registri sovrapposti (2-3) il defunto e la famiglia in adorazione di Osiride e di Hathor. Poco discosto (6) il defunto e la famiglia adorano Iside, Nephtys e Osiride mentre preti offrono libagioni agli dei e scene di tre divinità femminili (5) e del Ba del defunto.

Decorazioni floreali della TT133 © Philippe Martinez (CNRS-MAFTO/ASR)

Un corridoio, sulle cui pareti (7) sono riportati inni sacri a Osiride e Ra, dà accesso ad una camera irregolare molto danneggiata in cui (8) un uomo (forse il defunto) adora Osiride.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 249.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  5. Porter e Moss 1927,  p. 249.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  7. Porter e Moss 1927,  p. 249.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 249.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 249.

Necropoli tebane

TT132 – TOMBA DI RAMOSE

Planimetria schematica della tomba TT132[1] [2]

Epoca:                                   xxv Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RamoseGrande scriba del re e Supervisore del tesoro di Taharqa[4]Sheikh Abd el-Qurna[5]XXV dinastia  (Taharqa)nella pianura; a circa metà strada tra l’ingresso ovest del Ramesseum e la casa bianca di Sheikh Hassan Abd er Rasul

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dai dipinti, il nome della moglie: Thesmehitpert.

La tomba

Si tratta di una tomba molto piccola che si sviluppa su due livelli di cui uno sotterraneo. Un breve corridoio dà accesso ad una cappella in cui si aprono tre locali; da quello a est si accede alla camera funeraria preceduta da un rilievo della dea Iside in veste di serpente e dagli dei Wepwaut e Horus che innalzano un pilastro djed.

Sulle pareti, in due registri sovrapposti, la rappresentazione delle dodici ore del giorno in presenza di un guardiano con testa di leone, armato di coltello; sulla parete opposta analoga rappresentazione delle dodici ore della notte protette a loro volta da un guardiano armato di coltello. Sulla parete di fondo gli emblemi dell’oriente e dell’occidente, nonché scene della resurrezione di Osiride in presenza di due divinità femminili e di guardiani, inginocchiati, armati. Sul soffitto demoni e barche divine tra cui quella di Ra condotta da tre sciacalli.

Un cono funerario, recante il nome e i titoli del defunto e il nome della madre, risulta in possesso di Lord Claude Hamilton[5].

Il cono funerario di ramose, in esposizione al Museo di Bristol

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 247.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 26-27
  6. Porter e Moss 1927,  p. 237.
  7. Porter e Moss 1927,  p. 247.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Nato nel 1939 da James Edward Hamilton, IV Duca di Abercorn, Pari d’Inghilterra.

Necropoli tebane

TT131 – TOMBA USERAMON

DETTO USER

Planimetria schematica della tomba TT131[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Useramon, detto UserGovernatore della Città (Tebe) e Visir[5]Sheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi III)casa di Muhammed Abd er Rasul[6]; abbastanza in basso; a est e sotto la TT61, a sud della TT52

Biografia

Le notizie biografiche relative ad Useramon, detto User, sono ricavabili da un’altra tomba, la TT61, pure a lui intestata; suoi genitori furono Aamtju Ahmose, Visir a sua volta e titolare della tomba TT83, e Tahamethu; Thuyu fu sua moglie e Ahmosi una delle figlie (nei dipinti parietali sono rappresentati più figli, ma solo di costei si ha il nominativo). Useramon era inoltre titolare di un santuario rupestre (n.ro 17, oggi praticamente distrutto) a Gebel el Silsilah. Nonostante gli siano noti sette figlie femmine e cinque figli maschi, nessuno di costoro assumerà la carica di visir alla sua morte, nell’anno 34° di Thutmosi III, che sarà assegnata al nipote Rekhmira, titolare della tomba TT100.

La tomba

La posizione della TT131 sulla collina di El Qurna.

Il titolare di TT131 risulta titolare anche di un’altra tomba, la TT61 ove, però, risulta con il nome di User che, qui, risulta invece come nomignolo. Al contrario di altre tombe dello stesso periodo (XVIII dinastia), a forma di “T” rovesciata, la TT131 si sviluppa, subito dopo l’ingresso da un ampio cortile, in una sala trasversale da cui si accede ad una camera rettangolare.

La posizione della TT131 rispetta alla seconda tomba intitolata a Useramon, la TT61

Un’ampia facciata presenta otto nicchie (da “a” ad “h” in planimetria[7]) in cui sono riportati i titoli del defunto. Un breve corridoio, sulle cui pareti (1) sono riportati inni ad Amon e il defunto sotto il cartiglio di Thutmosi III, dà accesso alla sala trasversale sulle cui pareti è rappresentato (2) il defunto in offertorio e scene di accumulo del grano e (3) su tre registri sovrapposti, gioiellieri (?) che mostrano il proprio prodotto al defunto che, in un’altro registro, ispeziona il bestiame. Segue (4), su quattro registri sovrapposti, un banchetto funebre con musicisti, offerte al defunto e alla moglie di miele ed altri prodotti e il defunto che ispeziona alcuni prigionieri e tributi provenienti da Wawat. Su uno dei lati corti (5) due donne con mazzi di fiori dinanzi ai genitori del defunto Aamtju Ahmose (TT83) e Tahamethu. Poco oltre (6) il defunto ispeziona liste di tasse mentre alcuni contribuenti sono rappresentati in una sala dinanzi a scribi, segue (7) scena di pagamento delle tasse con contribuenti che recano prodotti, anelli in oro, sacchi di grano, nonché un testo che elenca i doveri del visir.

Parata di militari accompagnati da musici davanti ad un tempio. Da: Matić, Uroš. 2018. ‘They were like lions roaring upon the mountain-crests’: Soundscapes of war in New Kingdom Egypt. In Current Research in Egyptology 2017. Proceedings of the Eighteenth Annual Symposium.

Una scena, alla destra dell’ingresso alla sala trasversale, (8) rappresenta il vecchio visir Aamtju Ahmose, padre del defunto, che svolge il suo incarico di visir in presenza di Thutmosi III, di cortigiani e di un ciambellano, mentre Useramon svolge le mansioni di scriba e riceve l’incarico di coadiutore del padre quale visir. La scena seguente (9) rappresenta il faraone Thutmosi III, in palanchino circondato da portatori di flabello, preceduto da Useramon nelle sue vesti di visir[8], con ufficiali e soldati di scorta, seguito da una banda composta di trombettieri e tamburini; sono inoltre riportati “insegnamenti” di Aamtju Ahmose. Il rilievo successivo (10), di cui restano solo tracce, rappresenta il defunto a caccia nel deserto; il dipinto successivo su sei registri sovrapposti (11), rappresenta la ricezione dei tributi di delegazioni straniere, tra cui i Keftiw e i siriani accompagnati da donne e bambini, da parte del visir Useramon. Seguono (12) i resti di un testo relativo all’incarico di visir. Un breve corridoio, sulle cui pareti (13) sono riportati testi di omaggio a Thutmosi III, adduce ad una camera rettangolare i cui dipinti sono oggi non interpretabili.

I tributi stranieri

Due dignitari stranieri ritratti nella TT131. Rilievo di N. De Garis Davies

Una delle scene parietali della camera trasversale (11) è relativa alle cosiddette “processioni egee”, o “dei tributi stranieri” o, ancora, “processioni Keftiw”. Le processioni dei tributari rappresentavano la consegna di “tributi” da regioni assoggettate all’Egitto o, comunque, in rapporti con il Paese. Si ritiene, tuttavia che gli oggetti presentati dalle delegazioni Keftiw[9], ovvero secondo la maggior parte degli studiosi i minoici, rappresentate in almeno sei Tombe dei Nobili[10], non costituissero un “tributo” nel senso letterale del termine, bensì doni da popolazioni non assoggettate, ma in rapporti commerciali o diplomatici paritetici[11].

Nel caso della TT131, le “processioni tributarie” si sviluppano (11 in planimetria) su sei registri sovrapposti il primo dei quali, in alto, è occupato dai Keftiw che recano vasellame in metallo prezioso e rython teriomorfi.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 245.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  5. Porter e Moss 1927,  p. 123.
  6. Porter e Moss 1927,  planimetria a p. 238.
  7. Porter e Moss 1927,  pp. 245-247.
  8. Panagiotopulos 2006, pp. 370-412.
  9. Panagiotopulos 2001, pp. 163-283.
  10. Panagiotopulos 2001, pp. 163-283.
  11. Panagiotopulos 2006.
  12. Peyronel 2008,  pp. 159-185.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Il termine visir viene anacronisticamente utilizzato per indicare, nell’antico Egitto, il più alto funzionario dell’entourage faraonico.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 238.

[8]      Farina, Le funzioni del Visir faraonico, in “Rendiconti Lincei” XXVI, Accademia dei Lincei, Roma, 1916, cartella B.

[9]      Il termine egizio per indicare i popoli egei, e segnatamente quelli minoici, era Keftiw. Benché non esista unanimità in tale identificazione, tuttavia la grande maggioranza degli studiosi indica il termine Keftiw come individuazione certa del popolo cretese nei contatti con l’Antico Egitto del Bronzo Tardo.

[10]     Le cosiddette “processioni egee”, o “dei tributi stranieri”, o “processioni Keftiw”, si ripetono in altre cinque tombe dei nobili oltre la TT131, tutte concentrate nella XVIII dinastia e in un arco temporale di circa 100 anni: TT39, di Puyemra, Secondo Profeta di Amon durante il regno di Thutmosi III; TT71, di Senenmut, architetto durante il regno di Hatshepsut; TT86, di Menkheperreseneb Primo Profeta di Amon sotto Thutmosi III; TT100, di Rekhmira Visir di Thutmosi III e Amenhotep II; TT155, di Intef Grande araldo del re sotto Thutmosi III.

[11]     Nella TT39 di Puyemra quattro personaggi vengono designati come “Capi stranieri dell’Asia più lontana” (Panagiotopulos 2006|pp. 370-412).

Necropoli tebane

TT130 – TOMBA DI MAY

Planimetria schematica della tomba TT130[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
MayResponsabile del porto della CIttà del sud (Tebe)Sheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi III ?)nella pianura; circa 50 m a nord del gruppo che comprende le tombe TT50, TT51 e TT111

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dalla tomba, il nome della moglie Tuy.

La tomba

La TT130 segue lo schema planimetrico tipico delle tombe del periodo a “T” rovesciata; da un cortile, un corridoio adduce ad una sala trasversale sulle cui pareti il defunto e la moglie sono in offertorio. Poco discosto, una stele in cui il defunto e la moglie adorano Osiride e Anubi; scene molto danneggiate di due uomini che offrono libagioni al defunto e alla moglie e, su tre registri sovrapposti (non ultimati), rituali funebri sulla mummia. Un dipinto rappresenta una donna in offertorio al defunto e alla moglie che, a loro volta, adorano la dea Hathor in presenza di un gruppo di musiciste (arpiste, liutiste, cantanti e suonatrici di tamburello).

May riceve una delegazione nubiana; TT130. parete ovest del corridoio. Da: Shirley, JJ. “The Life and Career of Nebamun, The Physician of the King in Thebes.” (2007)

Un corridoio, sulle cui pareti è rappresentato il defunto e altri uomini che escono dalla tomba “per ammirare il disco solare”, immette in una camera quasi quadrata sulle cui pareti sono rappresentati due uomini con vasi per libagioni; poco oltre, il defunto e la moglie offrono libagioni a Osiride e Hathor e ispezionano una nave con prodotti provenienti dalla Nubia. Su tre registri sono presenti scene rituali da parte di preti nei confronti del defunto e della moglie, nonché scene molto danneggiate del pellegrinaggio ad Abydos e del corteo funebre.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  7. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  8. Porter e Moss 1927,  pp. 244-245.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

Necropoli tebane

TT129 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT129[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutotitolo perdutoSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi III ?)casa di Mohammed Tayya[5]; nella pianura; accessibile dalla TT128

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile.

La tomba

La TT129 è costituita da una semplice camera rettangolare cui si accede da un corridoio della TT128. Unico dipinto superstite rappresenta una scena di banchetto funerario del defunto e della moglie seduti (dipinto non finito) dinanzi ai quali una figlia offre libagioni in presenza di un arpista e di suonatrici di lira, tamburello, doppio flauto, arpa e nacchere.

Uno stretto passaggio, forse scavato dai tombaroli in tempi antichi, collega la TT129 alla TT318.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  7. Porter e Moss 1927,  p. 244.
  8. Porter e Moss 1927,  p. 244.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

Mai cosa simile fu fatta

STATUA MAGICA DI DJED HOR

Granito nero, altezza cm 78, lunghezza cm 43, larghezza cm 35
Base: altezza cm 38, lunghezza cm 93, larghezza cm 56
Tell Atrib (Athribi) – Rinvenuta casualmente nel 1918
Periodo Tolemaico
Museo Egizio del Cairo JE 46341

Questa particolare statua coniuga un insieme di elementi della religiosità nell’Epoca Tarda: un personaggio che sostiene una stele apocratea e un bacino per la raccolta dell’acqua sacra, scavato davanti davanti alla stele nella spessa base parallelepipeda.

Il personaggio è scolpito rispettando la tipologia delle statue a cubo: le gambe riportate al petto e le braccia incrociate sulle ginocchia, indossa un copri parrucca a borsa che gli lascia scoperte le orecchie, una barba liscia che collega il mento al piano delle braccia.

Il volto è ovale con lineamenti regolari: i piccoli occhi sono protetti dalle arcate sopracciliari , il naso diritto e bocca piccola.

Il corpo è completamente ricoperto di testi geroglifici.

Davanti, appoggiata ai suoi piedi, si trova una stele apocratea, denominata anche ” stele dei coccodrilli” o “cippo di Horus”.

Si tratta di un monumento peculiare dell’Epoca Tarda, le cui dimensioni variano di pochi centimetri fino quasi a un metro.

Vi è raffigurato Arpocrate, ovvero “Horus bambino”, nella maggior parte dei casi di prospetto, talvolta anche con le gambe di profilo, in piedi su una coppia di coccodrilli, mentre stringe animali sethiani, cioè considerati collegati al dio Seth, in genere serpenti, scorpioni, orici e leoni.

La figura è protetta dalla testa del dio Bes, che la sovrasta.

Le raffigurazioni e i testi sono attinenti all’episodio mitico in cui la dea Iside cerca di proteggere il figlio Horus da Seth che lo vuole uccidere.

Il mito, che costituisce la base su cui si fonda la monarchia egizia, stabilendone la successione, il destino vittorioso del faraone sul caos e il suo legame con il divino, viene usato in Epoca Tarda come formula di protezione individuale, perde cioè il suo referente cosmico, Arpocrate, superate le insidie di Seth, diviene protettore di coloro che vengono minacciati dagli stessi animali che misero in pericolo la sua vita.

Infatti il verso sulla stele è solitamente occupato da testi che raccontano il mito e contengono formule per la sconfitta del male.

Mentre le stele venivano utilizzate privatamente come amuleti, le statue magiche o guaritrici, rappresentanti uomini che sostituivano il dio Arpocrate nella funzione di guaritore, era poste in luoghi pubblici, dove ci si poteva rivolgere per ottenere aiuto o protezione.

Esse erano viste come interceditrici presso gli dei, cioè rivestite di una funzione che in passato era riconosciuta unicamente al faraone.

Il bacino posto davanti ai piedi del personaggio serviva a raccogliere l’acqua che, dopo aver bagnato la stele, veniva utilizzata a scopo terapeutico .

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli -Edizioni White Star

Curiosità, Tutankhamon

RICHARD ADAMSON

IL GUARDIANO DELLA KV62

«Carneade! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone…

Già, chi era costui? Una domanda che ci siamo posti molto spesso al sentire un nome di cui sappiamo poco o niente… e allora, eccovi un altro nome, a cui potremmo tranquillamente assegnare la stessa frase del povero Don Abbondio: Tania Head!

TANIA HEAD

Ma “chi era costei?

Come avrà ormai imparato chi si ostina a leggere i miei articoli, parto sempre da lontano… o da quel che sembra lontano, per poi calare il lettore nel fatto; e anche questa volta non riesco a farne a meno rievocando una delle pagine più tragiche della nostra storia recente: l’11 settembre 2001.

Potremmo soffermarci sulle 2.603 vittime nel crollo delle Torri ma, per un attimo, faremo riferimento all’intervento di Wells Remy Crowther[1], uno degli eroici Vigili del Fuoco di New York che, prima di morire nel crollo, riuscirà a salvare ben diciotto persone. Dopo l’immane tragedia, nasce il World Trade Center Survivors Network, ed è proprio a tale organizzazione che, nel 2004, si presenta Tania Head che dichiara di essere una di quelle diciotto persone salvate da Crowther proprio mentre il fidanzato[2], Dave, moriva nel crollo della Torre Nord. Facile immaginare il clamore che suscita la notizia, le interviste, le conferenze, la visibilità della donna che, ben presto, diventa addirittura presidente dell’Associazione dei reduci e dei sopravvissuti.

Nel 2007, però, qualcuno decide di andare un po’ più in profondità scoprendo che qualcosa non torna: benché nelle sue interviste la Head abbia più volte dichiarato di essere andata quale volontaria in Thailandia per lo tsunami (26/12/2004), e a New Orleans per portare aiuto dopo l’uragano “Katrina” (25/08/2005), di fatto nessuno la conosce o l’ha mai vista. Anche le due lauree di cui la Head dice di essere titolare non sono mai state conseguite e non risulta abbia neppure mai frequentato università statunitensi. In verità, ha, infatti, frequentato l’università, ma a Barcellona, in Spagna, la sua terra natia; il suo vero nome è, infatti, Alicia Esteve Head, ed è arrivata negli Stati Uniti nel 2003, ben due anni DOPO l’attacco alle Torri Gemelle.

Per completezza, e per soddisfare la curiosità che certamente è stata suscitata da questo racconto, dirò che la donna, improvvisamente, scompare dai “radar” giornalistici fino al 2008 quando giunge notizia che si sia suicidata… debbo aggiungere che, anche in questo caso, si tratta di una bugia[3]?

E qui, ne sono certo, i lettori si staranno chiedendo come farò a ricollegarmi all’egittologia che è alla base del nostro sito… un briciolo di pazienza e ci arriveremo giacché se abbiamo iniziato chiedendoci chi era Carneade, e poi chi era Tania Head, ora è il momento di un altro nome altrettanto “misterioso”: Richard Adamson.

RICHARD ADAMSON

Richard Adamson sulla copertina di “The Forgotten Survivor” di Chris Ogilvie-Herald (2015)

E per scrivere di Adamson dobbiamo necessariamente fare un passo indietro e, dal tragico 2001, tornare all’affascinante novembre 1922, quando un egittologo inglese scopre il primo di sedici gradini che lo porteranno a fare la più grande scoperta di tutti i tempi.

Eh già, ci accingiamo a entrare proprio nella KV62, la tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re e, irrimediabilmente, ci toccherà accennare, quanto meno, alla “maledizione” del Faraone bambino. Per non tediarvi troppo con discorsi che riguardano l’inesistenza di una tal maledizione, vi rimando a due articoli in questo stesso sito (troverete i link nella nota a pie’ di pagina)[4]. Mi preme, però, riportare qui una semplice tabella che elenca coloro che, per primi, ebbero la fortuna di trovarsi faccia a faccia con il giovanissimo Faraone della XVIII dinastia[5]:

Nome e cognomeIncarico nella spedizioneNato nelMorto nelEtàAnni dopo il 1922
Lord Carnarvonfinanziatore del ritrovamento18661923571
Howard Cartercapo della spedizione187419396517
Arthur Cruttenden Macecollaboratore18741928546
Alfred Lucaschimico186719457823
Harry Burtonfotografo187919406118
Arthur R. Callenderingegnere e disegnatore187519366114
Percy Newberryegittologo186919498027
Alan H. Gardineregittologo filologo187919638441
James H. Breastedegittologo storico186519357013
Walter Hauserarchitetto189319596637
Lindsley Foote Hallarchitetto188319698647
Richard Adamsonpoliziotto190119828160

Brevemente, diremo che delle ventisei persone presenti all’apertura della tomba, solo sei morirono nell’arco dei dieci anni successivi; delle ventidue presenti all’apertura del sarcofago solo due morirono nei successivi dieci anni mentre delle dieci persone presenti allo sbendaggio della mummia, nessuna morirà sempre nei dieci anni successivi a questa operazione.

Lady Evelyn, figlia di Carnarvon, che partecipò attivamente alle fasi iniziali della scoperta della tomba e che, pare, sia stata la prima, in assoluto, ad accedervi, nata nel 1901, morì nel 1980: 79 anni e 58 anni dopo la scoperta. Il medico D.E. Derry, che eseguì la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, morì nel 1969, all’età di 87 anni e 47 anni dopo.

Ma quel che ci interessa (finalmente) è il nominativo che ho indicato in rosso e che dà il titolo a questo paragrafo: Richard Adamson, nato, forse, nel 1901 e morto nel 1982 a 81 anni.

LA SCOPERTA DI KV62

Dimenticate tutto quel che sapete della scoperta di KV 62!

Durante la preparazione della grande esposizione al British Museum[6], in occasione dei 50 anni dalla scoperta della tomba, sulla rivista “The New Statesman” apparve, il 14 aprile 1972, un articolo in cui, tra l’altro si leggeva:

«…gli scavi di Carter erano protetti da poliziotti militari assegnati dal nostro esercito in Egitto. Uno di questi, un brillante giovane di Leeds, notò due egiziani che frettolosamente ricoprivano qualcosa nella sabbia. Con inusuale efficienza prese la sua Brownie, li fotografò e segnò il luogo. IL giorno seguente, con l’aiuto dei suoi riferimenti guidò Carter nell’esatto posto… dove i due egiziani avevano coperto una rampa di scale… Se quel poliziotto non fosse stato così efficiente, non ci sarebbe stata alcuna mostra al British Museum. Il suo nome è Richard Adamson…»

E così, nonostante Carter e le migliaia di testi ne abbiano mai fatto menzione,  dovremmo rivedere tutte le nostre conoscenze sulla scoperta della tomba di Tutankhamon.

Meno male…se non ci fosse stato quel poliziotto militare…

Già, ma quel poliziotto militare, quel tale Richard Adamson, è davvero mai stato in Egitto? Era davvero un Sergente della Polizia Militare assegnato alla spedizione Carter/Carnarvon? E davvero si deve a lui la più grande scoperta egittologica della storia? Davvero dormirà per quasi dieci anni all’interno della KV62 per proteggerla da ladri e vandali, come poi dichiarerà in una delle migliaia di interviste che rilascerà? E tutto questo ripeterà nelle oltre 1.500 conferenze che terrà, in tutto il mondo, dal 1968? …e confermerà addirittura all’allora Principe di Galles, attuale Carlo III d’Inghilterra, in un incontro riservato nel dicembre 1968? Davvero, per combattere la solitudine delle fredde notti nel deserto, sarà solito ascoltare l’Aida su un grammofono donatogli dallo stesso Carter?

Come si vede i quesiti sono davvero tanti e dobbiamo perciò rifarci a chi di questo personaggio ha fatto oggetto di studio e di un libro[7] che, per quanto piccolo (un centinaio di pagine e solo in inglese), è un condensato di informazioni, tra cui il testo che ho sopra tradotto, dimostrando una particolare acribia, con ricerche davvero degne, queste si, di un’indagine di polizia.

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, “comparve” sulla scena un tale Adamson che disse di aver partecipato alla missione e di essere stato, da Sergente della Polizia Militare inglese, il “guardiano” della tomba per sette anni. L’uomo infarcì il suo racconto di aneddoti tra cui il più clamoroso riguardava un grammofono che Carter gli avrebbe fornito per alleviare le lunghe ore di solitudine, specie notturne. Come “ultimo sopravvissuto” della spedizione, ottenne una certa notorietà al punto da essere ricevuto, come sopra accennato, addirittura dall’allora Principe Carlo d’Inghilterra e da tenere oltre 1.500 conferenze in tutto il mondo…

Qualcosa, in questo strano personaggio, che si era “ricordato” della sua partecipazione alla scoperta del secolo solo alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, però non quadrava. E tra coloro che decisero di investigare c’era Chris Ogilvie Herald[8]che, nel 2005, pubblicò “The Forgotten Survivor”.

Il primo articolo che indichi Adamson come coinvolto nella scoperta della tomba di Tutankhamon, compare sul “Daily Mirror” del 16/08/1968, circa un anno dopo la morte di Lilian Kate Penfold che Adamson aveva spostato nel 1924… ma così siamo già troppo avanti rispetto alla scoperta di KV62 che, come tutti sappiamo, risale al novembre 1922 e, perciò, facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire la storia…

Adamson, dichiaratamente nato a Leeds nel 1901, nei suoi racconti, nelle sue conferenze e in tre libri a lui dedicati[9], afferma di essere stato destinato come Sergente della Polizia Militare in Egitto nel 1919. Nel 1920 sarebbe stato coinvolto, come “spia” infiltrata, nella cosiddetta “Cairo Conspiracy” e di aver attivamente partecipato all’arresto di Abdel-Rahman Bek Fhami[10], un nazionalista egiziano che, nel marzo 1919 aveva organizzato una cospirazione contro l’occupante inglese con attentati e omicidi di funzionari e ufficiali britannici. Durante il processo a Abdel-Rahman e altri 28 complici, Adamson, che pure disse di essere stato il principale testimone nel procedimento, dichiarò di svolgere attività di guardia del corpo del Presidente del Tribunale, il Generale Lawson.

È tuttavia noto che le forze di polizia britanniche in Egitto:

 «…in particolare indirizzarono le indagini verso Abdel-Rahman Bek Fhami… mettendolo sotto stretta sorveglianza da parte di un agente segreto della polizia del Cairo, il Capitano Selim Zaki…»

Al processo, inoltre, il principale accusatore di Abdel-Rahman fu un altro complice, appartenente al partito nazionalista FAWD, Abdel- Saher al-Salamuti[11].

La segretezza del suo incarico, la dichiarata, ma non provata, partecipazione alle indagini per la “Cairo Conspiracy”, e il pericolo conseguente per la sua vita, per essere stato tra i principali artefici dello smascheramento della congiura stessa, avrebbero giustificato la sua assenza da ogni qualsivoglia fotografia relativa alla scoperta di KV62.

Nel 1981, dopo un viaggio in Egitto, durante il quale entrò nella KV62 accompagnato da John Lawton[12], quest’ultimo scrisse[13] che appena al termine del processo, nel 1920:

«…due giorni dopo, il suo nome apparve sull’ordine del giorno del Reggimento per la promozione da Caporale a Facente funzioni di Sergente (Acting Sergeant) e trasferito immediatamente a Luxor per presentarsi a Carter, presso il “Winter Hotel”, per la spedizione Carnarvon…»   

Nel suo libro, però, Elain Edgar scrisse che Adamson raggiunse Luxor il 31 ottobre 1922. In altre parole, considerando il racconto di Lawson, che indica come impartito due giorni dopo la fine del processo l’ordine di “immediata” partenza, Adamson avrebbe impiegato ben due anni per percorrere i quasi 700 km dal Cairo.

Adamson non giustificò mai questo ampio lasso di tempo.

Come abbiamo sopra visto, nell’articolo del “The New Statesman” dell’aprile 1972, Adamson giunse a Luxor appena in tempo, per nostra fortuna, per scoprire l’ubicazione della KV62 e segnalarlo a Carter:

“Nel 1922 ero in Egitto, nella Valle dei Re, in servizio presso la Polizia Militare proprio mentre la spedizione archeologica di Lord Carnarvon ed Howard Carter stava scavando sotto la tomba di Ramses VI. Proprio pochi giorni prima che la concessione scadesse…”

Di fatto, ma si tratta di poca cosa, la concessione non era proprio quasi alla sua scadenza. Come si ricorderà, infatti, se è vero che Carnarvon aveva intenzione di lasciare, è altrettanto vero che Carter si era dichiarato disponibile ad assumere su di se la concessione stessa, convincendo lo sponsor a reiterare la licenza per un altro anno.

E così siamo arrivati alla scoperta di KV62 e all’incarico dichiarato da Adamson di dover far la guardia allo scavo proprio a far data dal 1922 per oltre dieci anni, fino al 1932 quando finalmente poté far rientro in Patria… o forse no?

Ogilvie, nella sua ricerca della verità, richiese al “General Register Office” (da noi diremmo l’Anagrafe) di Merseyside il certificato di famiglia di Adamson così scoprendo che lo stesso aveva sposato Lilian Kate Penfold il 24/12/1924. Quanto alla professione riportata sul certificato, questa risulta essere “Lance Corporal”, ovvero un livello leggermente inferiore a Caporale, il che viene confermato, peraltro, da una foto del matrimonio in cui Adamson indossa la divisa dell’esercito con, appunto, tali gradi.

Sul taschino sinistro dell’uniforme, inoltre, fa mostra di se un solo nastrino e nessuno di quelli che tutti i militari sfoggiavano purché avessero preso parte a missioni della Prima Guerra Mondiale.

Esiste, quindi, la prova che, almeno nel dicembre 1924 Adamson NON era in Egitto a proteggere la KV62. Ma il certificato fornisce altre informazioni altrettanto importanti, ad esempio, sulla nascita di almeno due dei suoi cinque figli: Ronald, infatti, nasce a Portsea e Landport, nell’Hampshire, il 23/12/1925. IN questo caso, la professione paterna viene indicata come “Motor Mechanic” e la residenza in Church Road a Landport.

Il 21/08/1927 è la volta di Edward che nasce a Portsmouth e la professione del padre viene riportata come “Tram Conductor”. Sempre per restare nel periodo in cui era dichiaratamente impegnato in Egitto per l’incarico di guardiania della KV62, nel 1930 nasce Robert e la professione, stavolta, è “Bus Conductor[14].

Abbiamo così almeno quattro interruzioni del dichiarato, ininterrotto, servizio decennale in Egitto: 1924 per il matrimonio; 1925 per la nascita del primo figlio; 1927 per la nascita del secondo; 1930 per la nascita del terzo. È appena il caso di rammentare che non esiste prova di alcun viaggio dall’Egitto all’Inghilterra di Adamson, o viceversa della moglie verso Luxor che valgano a giustificare i concepimenti: marzo 1925 per Ronald, e novembre 1926 per Edward. Ed è altrettanto utile rammentare che tali viaggi, negli anni ’20 del ‘900, oltre ad essere particolarmente costosi, erano anche particolarmente difficoltosi e lunghi.

Ma Ogilvie non si fermò di certo qui nelle sua ricerche. L’autore, infatti, rivolse richiesta al registro storico del CPPTD[15]. Tale registro, che inizia però dal 1934, confermò, tuttavia, che dal 05/11/1934 Adamson fu effettivamente impiegato alla Portsmouth Corporation Tramways fino al 06/09/1939 quando, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne richiamato alla RAFVR (Royal Air Force Volunteer Reserve). Ed è proprio con questa uniforme che Adamson viene rappresentato in una fotografia del libro della Edgar, ma si tratta di una foto del 1940 e il grado è ancora. comunque, quello di Caporale.

Il libro della Edgar, pubblicato nel 1997, trae palesemente spunto non solo dai racconti in prima persona fatti da Adamson, ma anche dal testo di Wynne del 1969 e dall’articolo di Lawton del 1981. Tra le altre cose, la Edgar riporta che le uniche fotografie scattate da Adamson nella Valle dei Re sarebbero state da questo regalate al Museo Egizio del Cairo. Appare chiaro perciò che Ogilvie non poteva resistere dalla voglia di richiederle all’archivio museale ottenendo risposta negativa.

Poiché la Edgar riferisce che Adamson ha inoltre svolto un periodo di servizio in Turchia prima di essere assegnato alla Polizia Militare, Ogilvie non perde anche quest’occasione e rivolge istanza al “Military Police Museum” e all’ “Army Record Office” ottenendo in risposta che nei registri 1921/1945 non esiste alcuna traccia di Richard Adamson.

E, ancora la Edgar, precisa che, ad avvenuta scoperta della KV62, Adamson avrebbe pattugliato l’area circostante per evitare furti e danneggiamenti trascorrendo la notte sotto le stelle, davanti all’ingresso della tomba.  Solo a gennaio 1923, quando l’anticamera fu sgombrata, Carter lo avrebbe autorizzato a spostare il letto all’interno della tomba dove dormirà fino al suo rientro in Patria nel 1932. Ma, di rimando, Ogilvie, fa presente che le predisposizioni di sicurezza della tomba erano ben differenti: al termine di ogni stagione di scavo, infatti, la tomba veniva chiusa; la scala riempita con tonnellate di terra, rocce e macerie che venivano poi rimosse all’inizio della successiva stagione di scavo come peraltro testimoniato da Jean Capart[16], egittologo belga, che in un suo libro[17] scrive:

«…il passaggio in pendenza, la scala e il piccolo pianerottolo su cui si apre l’entrata vengono bloccati. Prima con una barriera di pali e assi di legno, poi con blocchi di pietra…»

E, poco oltre:

«…questa mattina sono stato nella Valle di Biban el-Moluk, cioè la Valle dei Re, rimanendo sorpreso dell’attività che vi si stava svolgendo. Bambini trasportavano correndo le loro piccole ceste sotto la supervisione del loro “reis” per riempire di sabbia e scaglie di pietra il sito della tomba. Il terreno aveva già assunto il suo aspetto normale…»

Durante i periodi di chiusura della tomba la sicurezza era garantita dalla polizia locale; è inoltre bene precisare che, da poco dopo la scoperta, fino a ottobre dell’anno successivo, ottobre 1923, la KV62 restò chiusa, e sigillata, come sopra indicato. È perciò decisamente inverosimile, anzi impossibile, che Adamson possa aver dormito nella tomba e non corrisponde di certo al vero che la sua presenza fosse indispensabile.

Come scritto per “The Times” di Londra da Lord Carnarvon l’11 novembre 1922. Ovvero nell’imminenza delle scoperta:

«…Mr Carter e Mr, Callender, il suo assistente,  sono soliti ora dormire all’interno della tomba…»

…cosa che durò comunque pochissimo tempo, fino alla sostituzione della grata di legno, posta a chiusura dell’ingresso, con una porta in acciaio chiusa con quattro catene e relativi lucchetti[18].

Come noto, la scoperta della tomba di Tutankhamon, e l’esclusiva rilasciata da Carnarvon al “The Times” di Londra, aveva suscitato non solo critiche da parte del Governo locale, che poteva avere notizie dell’evoluzione della scoperta solo leggendo proprio quel giornale, ma anche l’”assalto” di decine, centinaia, di corrispondenti di giornali di tutto il mondo che avrebbero fatto carte false pur di avere una qualsivoglia notizia da “vendere” ai propri editori (anche per giustificare le ingenti spese che questi dovevano sostenere per tenerli in Egitto). Può perciò sembrare realistico che, sapendo che qualcuno dormiva nella KV62, nessun giornalista abbia pensato di ricavarne un articolone da prima pagina? Ed è peraltro possibile immaginare che, pur volendo accettare per vero il racconto di Adamson, e volendo accettare la massima riservatezza del “poliziotto”, nessun giornalista abbia mai pensato di corrompere un qualsivoglia operaio locale che, dietro adeguato bakhsheesh, sarebbe stato ben felice di raccontare una notizia giornalisticamente così ghiotta?

E la “maledizione”? Ma ovviamente anche questa fu un’idea del nostro eroe; nel 1982, infatti, nel corso di un articolo dal titolo “I invented the King Tut Curse”, “ho inventato io la maledizione di Tut” scrisse:

«…Come Capo della Sicurezza (ndr: ulteriore promozione a Capo) temevo che la tomba potesse essere derubata… un reporter che aveva sentito parlare della maledizione suppose che si trattasse di un’invenzione per tener lontani i ladri… infatti, ma mi ero reso conto che sarebbe stato un buon sistema per salvare il tesoro…»

Ma ora facciamo nuovamente un passo in avanti e arriviamo al 1964 quando viene a mancare, all’età di 61 anni, Lilian Kate, sua moglie. È la data che fa, in qualche modo, da spartiacque tra il silenzio e la voglia di raccontare della sua esperienza come guardiano della Tomba più famosa dell’egittologia. A chi gli chiese perché non ne avesse mai parlato prima, Adamson disse che la moglie non gradiva e che non ne aveva mai parlato neppure con i suoi figli.

Un ulteriore perplessità riguardava anche i rapporti tra Adamson e l’amata moglie giacché non esiste traccia di epistolario tra i due nei sette anni di lontananza: pur volendo considerare una lettera al mese, sarebbe ipotizzabile l’esistenza di almeno una novantina di lettere e almeno da altrettante di risposta.

E invece, al 1968 risale il primo periodo di diffusione delle sue storie, con la partecipazione a trasmissioni, interviste e conferenze (alla fine ne terrà, come detto, oltre 1.500 in giro per il mondo). Durante queste ultime Adamson era solito presentare slide e fotografie, ma si trattava di documentazione già nota e pubblicata su libri e riviste, non esistendo immagini originali o inedite, come fece risaltare H.V.F. Winstone[19] anche nel suo “Howard Carter: and the discovery of the tomb of Tutankhamen”.

UN altro duro colpo alla veridicità di Richard Adamson, viene assestato con la lettura del suo stato di servizio militare. Ogilvie, infatti, chiese e ottenne dall’ “Army Personal Centre” lo stato di servizio del militare Adamson, ma questo non contiene documenti ufficiali dell’arruolamento, delle promozioni, dei trasferimenti e non fa menzione di un eventuale passaggio alla Polizia Militare.

Tutto il personale che aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale dal 1914 al 1918 (ma Adamson avrebbe avuto dai 14 ai 17 anni essendo nato nel 1901) era inoltre insignito della “Victory Medal” che, come sopra visto, Richard Adamson non sfoggia nella foto del suo matrimonio. IL personale che aveva comunque svolto attività all’estero, era inoltre insignito della “British World Medal” che, anche in questo caso Adamson non ha. L’assenza di decorazioni fu confermato a Ogilvie dal “National Archive” di Kew, nel Surrey, che detiene traccia di tutte le onorificenze militari concesse.

Anche per quanto riguardava il Reggimento “Duke of Wellington”, presso il cui 1° Battaglione di stanza a Gosport Adamson riferiva di aver prestato servizio dal 1918 al 1922, non esisteva riscontro, giacché, salvo un breve periodo in Scozia nel 1926, il Reggimento fu di stanza presso le St. Georges Barracks di Gosport dal 1923 al 1930 e non dal 1918 al 1922. E proprio al 1923 risale, verosimilmente, una fotografia che rappresenta Adamson, in uniforme dell’esercito, senza alcun grado[20] o decorazione, con altri diciotto commilitoni, dinanzi a una baracca sulla cui parete si legge “DW” (per “Duke of Wellington”) e “Gosport”.

Sembra perciò palese che nel 1923 Adamson non era in Egitto, non era Sergente (e neppure Caporale), e non apparteneva alla Polizia Militare.

In conclusione, nel 1972, in occasione della grande mostra presso il British Museum di Londra per il cinquantenario dalla scoperta della tomba KV62, Adamson si offrì come “official lecturer”, cioè docente, chiedendo solo il rimborso delle spese. Philip Taverner, uno degli organizzatori della Mostra, negò, però, la possibilità di rimborso e di poterlo perciò ospitare. Irritato da tale sfacciata offerta di Adamson, I.E.S. Edwards[21], Curatore della sezione Egizia, scrisse a Lady Evelyn Carnarvon[22], figlia di Lord Carnarvon, ancora in vita e che aveva partecipato alla scoperta della tomba di Tutankhamon, per chiedere se fosse a conoscenza della presenza durante gli scavi di Adamson:

«…con riguardo alla sua lettera e alla sua domanda, non ricordo se Mr. Adamson fosse in Egitto…»[23]

 Nella sua lettera a Lady Evelyn[24] Edwards aveva scritto inoltre:

«…è mia convinzione che Mr. Adamson non sia mai stato aggregato alla missione di Lord Carnarvon. Afferma di esserlo stato e di aver operato come guardia del corpo di Mr. Carter, ma io non sono riuscito a trovare alcunché a supporto di tale dichiarazione. Due archeologi che lavoravano nelle immediate vicinanze della Valle dei Re ai tempi delal scoperta hanno negato di avere alcuna conoscenza della sua presenza. Miss Walker, nipote di Mr. Carter, mi ha detto che Carter non lo ha mai menzionato…» 

In un’altra lettera[25] Edwards esprime ancora le sue perplessità:

«…Sono sorpreso che (Adamson) sia stato così abile con le sue storie con Peter Clayton & Co.[26], ma come ben sappiamo la gente crede in ciò in cui vuol credere, e questo ne è un buon esempio…»

Edwards eseguì, a sua volta, ricerche presso il Ministero della Difesa ottenendo risposte negative anche con riferimento a un possibile transito nella Polizia Militare. Approssimandosi la mostra del cinquantenario dalla scoperta di KV62, tuttavia, Edwards, pur convinto dell’esattezza delle sue sensazioni sul millantatore Adamson, ritenne che uno scandalo sarebbe stato sicuramente da evitare e controproducente:

«… Sarebbe facile smascherarlo ma questo significherebbe suscitare una tale confusione che sia meglio evitare…»

Si trattò certamente di una decisione saggia, visto il momento, ma consentì ad Adamson ancora di propalare le sue falsità per altri 10 anni circa.

Si capirà ora perché abbia iniziato questo articolo con la storia di Tania Head, altra millantatrice capace di manipolare la storia fino a prova contraria… mi piace, qui, concludere ripetendo la frase del Dr. Edwards:

«… la gente crede in ciò in cui vuol credere, e questo ne è un buon esempio…»

Linea temporale degli eventi riguardanti  Richard Adamson

(da “The Forgotten Survivor” di Chris Ogilvie Herald, 2005)

DataEventoNote
1901-1906NascitaData esatta non conosciuta
1918-1922Dichiara di essersi arruolato nell’EsercitoData esatta non conosciuta
24/12/1924Sposa Lilian Kate PenfoldA Portsea, Hampshire
1925Congedato dall’esercitoSi stabilisce a Portsmouth
23/12/1925Nascita di RonaldRisulta Meccanico Motorista
25/08/1927Nascita di EdwardRisulta Conducente di Tram
30/01/1930Nascita di RobertRisulta Conducente di Autobus
05/11/1934Joins Portsmouth Corporation Tramways (PCT)Risulta Conducente di Autobus per la PCT
05/04/1937Nascita di PatrickRisulta Conducente di Autobus
06/09/1939RichiamatoLascia la PCT
1939RAFVR (RAF Volunteer Reserve)Data di trattenimento sconosciuta
21/06/1941Dimesso dalla RAFVRMotivazione: invalidità
17/04/1942Nascita di JohnRisulta impiegato, Ministero del Lavoro
12/03/1948Riassunto alla PCTRisulta conducente di Autobus
18/06/1948Lascia la PCTPensionato
1967Morte di Lilian (moglie)età 61 anni
1968Comincia a parlare di TutankhamonTiene le prime conferenze
16/08/1968Compare il primo articolo su AdamsonPubblicato dal Daily Mirror
1968Udienza privata con il Principe CarloConversazione sulla tomba di Tutankhamon
31/07/1969Articolo su AdamsonPubblicato dal Hampshire Telegraph
04/05/1972Storia di Adamson pubblicata da Barry WynneBehind the mask of Tutankhamon
1980Entra al ricovero per reduciRoyal Star & Garter, Richmond-Surrey
1981Visita l’Egitto con John Lawton Entra nella tomba di Tutankhamon
16/07/1982Morto presso Royal Star & Garter

[1]      Welles Remy Crowther (17 maggio 1977 – 11 settembre 2001), Commerciante di Borsa e Vigile del Fuoco volontario. Durante l’incendio portò in salvo oltre 18 persone dal 78° piano della Torre Sud. Il suo corpo venne ritrovato solo a marzo del 2002.

[2]      Nelle molteplici interviste rilasciate, la Head fa riferimento a “Dave” talvolta come fidanzato, altre come marito. I familiari di “Dave”, dichiararono, tuttavia, di non conoscere Tania né di essere a conoscenza di una qualsivoglia relazione tra i due.

[3]      Verrà, infatti, intercettata a New York nel 2011 e, nel 2012, verrà licenziata dalla Società di Assicurazioni per cui lavorava.

[4]      https://laciviltaegizia.org/2021/11/18/morte-e-maledizione/ (di Andrea Petta)

       https://laciviltaegizia.org/2021/10/17/la-maledizione-di-tutankhamon/ (di Giuseppe Esposito)

[5]      troverete la stessa tabella nella voce “Maledizione di Tutankhamon” di Wikipedia Italia poiché l’ho scritta io.

[6]      Inaugurazione il 28 marzo 1972, furono esposti 55 reperti.

[7]      Chris Ogilvie Herald, “The forgotten survivor”, 2005: le informazioni riportate in quest’articolo sono tratte dal testo, in inglese, nella sua versione e-book. È perciò impossibile indicare le pagine e, come noto, anche le “posizioni” derivano dal tipo di lettore usato per visualizzarlo, e dalle dimensioni del carattere. Non risulta che il libro sia stato tradotto in italiano. Tutte i testi tra «» sono tratti dal libro di Ogilvie e da me tradotti. 

[8]        Già direttore della rivista «Quest for Knowledge» e Fondatore e responsabile dell’EgyptNews

[9]    Barry Wynne “Behind the mask of Tutankhamon”, 1969, Pinnacle;

       Elain Edgar, “A journey between souls: the Story of a Soldier and a Pharaoh”, 1997, Colin White & Laurie Boucke;

       Desmond Zwar, “The Qeeen Rupert & me”, 2004, Sid Harta Pub.

       Wynne ed Edgar  hanno scritto, dichiaratamente, a seguito di interviste, o diretta conoscenza, specie la Edgar, con il soggetto; senza approfondimenti o ricerche, come peraltro riportato da Ogilvie che, nel suo testo, pubblica i testi di scambi epistolari con i due autori.

       Zwar dichiarò di aver ricavato le sue conoscenze dall’ascolto di nastri relativi alle conferenze tenute da Adamson.

[10]     Abdel-Rahman Bek Fhami, nazionalista del WAFD Party (Wafd al-Miṣrī, ossia “Partito Egiziano della Delegazione”).

[11]     Il processo si concluse con la condanna a morte di Abdel-Rahman, condanna che, dato il pericolo di insurrezioni, venne commutata in quindi anni di lavori forzati. Successivamente, salito al potere un governo nazionale retto da Saad Zaghlul,  Abdel-Rahman venne scarcerato dopo soli quattro anni.

[12]     John Lawton, 1949, produttore e registra televisivo, autore di racconti e romanzi gialli, storici e di spionaggio. 

[13]     Aramco (Arabian American Oil Company) – World Magazine, vol 32, n.ro 6 nov/dic 1981: “The last survivor” .

[14]     Patrick nascerà nel 1937, ovvero dopo il periodo dichiaratamente di “servizio” in Egitto,  e la professione riportata è ancora quella di “Bus Conductor”; nel 1942 sarà la volta di John, ma stavolta la professione è di impiegato.

[15]     “City of Portsmouth Preserved Transport Depot”: associazione che cerca di preservare la storia della cittadina sotto il profilo dei trasporti cittadini. 

[16]    Jean Capart (Bruxelles, 21 febbraio 1877 – Etterbeek, 16 giugno 1947) è stato un egittologo belga. Direttore degli scavi di Nekheb dal 1937 al 1939 e poi nel 1945.

[17]     “The tomb of Tutankhamen” 1923, George Allen & Unwin Limited, p. 64.

[18]     “…we had a heavy wooden grille at the entrance passage, and a massive steel gate at the inner doorway, each secured by four padlocked chains…” (H. Carter)

[19]     Harry Victor Frederick Winstone (3 August 1926 – 10 February 2010), membro della Royal Geographic Society, autore e giornalista inglese, specializzato in argomenti inerenti il Medio Oriente e l’Egitto.

[20]     Si rammenterà che solo nella foto del matrimonio, risalente all’anno successivo, 1924, Adamson sfoggia i gradi di Caporale.

[21]     Iorwerth Eiddon Stephen Edwards (21 July 1909 – 24 September 1996), “Commander of the Order of British Empire” e “Fellow of the British Academy” è stato un egittologo inglese e curatore del British Museum, considerato uno dei massimi esperti delle piramidi.

[22]     Lady Evelyn Leonora Almina Herbert Beauchamp (15 August 1901 – 31 January 1980), nota in famiglia come Eve, era la figlia di George Herbert, 5° Conte di Carnarvon. Nel novembre 1922 lei, suo padre e l’archeologo Howard Carter furono le prime persone ad entrare nella tomba del faraone Tutankhamon. Sposò Sir Brograve Beauchamp, e morì nel 1980 all’età di 78 anni.

[23]     Lettera da Lady Evelyn a I.E.S. Edwards, datata 22 novembre 1971, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1685.

[24]     Lettera da I.E.S. Edwards a Lady Evelyn Beauchamp, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1684.

[25]     Lettera da I.E.S. Edwards a Mrs, Reneé Lovegrove, parente di Howard Carter, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1785.

[26]     Nel 1969 Adamson era stato invitato ad una cena presso la “Royal Society of Medecine” di Londra da un ristretto gruppo che si era denominato “Shemsu Kmt” (i seguaci dell’Egitto) costituito da quattro soci: Frank Filce, odontoiatra ed egittologo, che, nel 1968, aveva collaborato con il Professor Harrison nell’esame odontoiatrico della mummia di Tutankhamon; Michael Cane, direttore di un’importante società pubblicitaria e membro di un team che aveva eseguito scavi nel delta nilotico; Ronald Bullock, docente di giurisprudenza ed esperto di geroglifici; Peter Clayton, egittologo, docente e autore di libri di egittologia tra cui il bestseller internazionale “Chronicle of Pharaos”. Era usanza di tale gruppo di amici invitare, una volta al mese, un personaggio importante nel campo dell’egittologia.

Necropoli tebane

TT128 – TOMBA DI PATHENFY

Planimetria schematica della tomba TT128[1] [2]

Epoca:                                   Periodo Tardo

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PathenfySindaco di Edfu e di TebeSheikh Abd el-QurnaPeriodo Tardocasa di Mohammed Tayya[5]; nella pianura; a nord della TT127

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dai dipinti, il nome del padre: Pedeamon.

La tomba

La TT128 si sviluppa planimetricamente con una sala rettangolare con soffitto retto da otto pilastri; nell’angolo sud-est si apre l’accesso alla TT129. Un breve corridoio, sulle cui pareti è rappresentato il defunto con suoi assistenti che lascia la tomba, dà accesso alla sala sulle cui pareti i resti di tredici colonne di testo con i titoli del defunto. In uno dei dipinti sopravissuti (angolo nord-est) tre figli e due figlie (non ne sono indicati i nomi) sono dinanzi al defunto seduto. Su un’architrave formule di offertorio per il defunto.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 243.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 235.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  7. Porter e Moss 1927,  p. 243.
  8. Porter e Moss 1927,  p. 243.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.