Antico Regno, Storia egizia

SACRIFICI UMANI NELL’ANTICO EGITTO

A cura di Giuseppe Esposito

Sacrifici umani… chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, c’è una qual forma di ritrosia a usare questi termini, quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi?

Amèlineau e Petrie

Nelle fredde notti del deserto[1], lì ad Abydos, quelle resine bruciavano davvero benissimo, e per giorni interi[2]. Emile Amèlineau (1850-1915) si riscaldava a quel tepore, incurante che si trattasse di… unguenti che avevano migliaia di anni. Ogni tanto aggiungeva al fuoco qualche pezzo di vecchio legno ricavato da sarcofagi o, magari per cuocere una bistecca, qualche chilo dei duecento di “carbone” che aveva ritrovato in una delle tombe di Umm el-Qa’ab[3]. Aveva scavato lì per cinque anni, e se qualcosa si era salvato dai predoni antichi, ci aveva pensato lui a completare l’opera distruggendo vasi di terracotta integri, per evitare che altri se ne impossessassero, o letteralmente riducendo in briciole vasi in pietra[4] già danneggiati, per lo stesso motivo.

Monsieur Emile Amèlineau

Erano ancora i tempi in cui “scavi archeologici”, e in Egitto per di più, era sinonimo di caccia al tesoro e al diavolo la ricerca scientifica. Il primo che arrivava aveva diritto di “vita e di morte” impossessandosi di tutto, e se non poteva portarsi via tutto, tanto valeva distruggerlo. Una tomba chiusa? E che problema c’era, nulla resisteva alla dinamite e poi tutti quegli inutili corpi neri e resinosi bruciavano così bene… per comprendere quanto fosse normale tale comportamento, e che quello era il metodo riconosciuto di ricerca e scavo, si consideri che, nonostante gli scempi compiuti, nel 1895 Amèlineau divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Torino.

Il complesso funerario di Abydos, da “The royal tombs of the first dynasty (Part I)” di Fliders Petrie

Ma continuare in queste veritiere descrizioni (che venivano addirittura riportate dal diretto interessato con un certo compiacimento) è una sofferenza e perciò faccio un breve passo avanti e giungo al 1897 quando, terminata la concessione di Amèlineau (per fortuna), nell’area di Abydos giunse Sir Flinders Petrie che letteralmente inorridì dinanzi allo scempio causato dal suo “egittologo” predecessore[5], lasciandone esplicita traccia in “The Royal Tombs of the First Dynasty[6]. Con pazienza e dedizione stavolta scientifica, Petrie cercò di mettere un po’ d’ordine nel caos lasciato da Amèlineau, che aveva peraltro dichiarato non esistere più nulla nella necropoli che valesse la pena cercare, e cominciò a setacciare le macerie lasciate dal predecessore rinvenendo tali e tanti reperti da poter individuare una cronologia quasi completa della 1ª Dinastia[7].

Flinders Petrie, uno dei padri dell’archeologia moderna

Saqqara, e i primi dubbi

Ma, dopo questo excursus nell’egittologia dei primordi e nell’area di Abydos, che avrà comunque un suo posto nella trattazione che segue, torniamo all’argomento principale di questo articolo e andiamo ancora un po’ più avanti sulla linea del tempo.

Nel 1935, nell’area di Saqqara, Walter Bryan Emery (1902-1971) scopre la tomba della madre del re Den[8], V della 1ª dinastia, la regina Mer(it)neith[9]. Come tutti i complessi funerari di questo periodo, anche quello di Den è costituito dalla sepoltura vera e propria e da un recinto all’interno del quale Emery rinviene altre tombe più piccole, in mattoni crudi, appartenenti verosimilmente a Funzionari della corte; ma è nella tomba principale che, per la prima volta, vengono attestati sacrifici umani.

La tomba di Den a Umm el-Qa’ab circondata da 136 tombe sussidiarie

Molti cadaveri, 230 per esattezza, su cui non viene riscontrata alcuna traccia di violenza apparente, vengono infatti rinvenuti, nella sepoltura. Sono disposti ordinatamente e la mancanza di lesioni, l’ordine nella deposizione, fa supporre che siano stati sepolti tutti contemporaneamente ed essere stati uccisi in un luogo diverso, forse con un veleno.

Le tombe sussidiarie della sepoltura di Den

Analoghi sacrifici umani si rilevano nello stesso periodo storico, del resto, nelle tombe reali mesopotamiche del cimitero di Uruk[10] scavate da Leonard Woolley (1880-1960). In questo caso, però, i corpi, centinaia, si trovano là ove sono caduti ricostruendo quasi lo sviluppo del corteo funebre o le ultime posizioni di una sorta di festa funebre; i musicisti ancora stringono i propri strumenti, le guardie impugnano le loro armi… come se avessero continuato a svolgere le proprie attività mentre attendevano la morte. Se la distribuzione dei corpi mesopotamici fa propendere, per un proditorio atto sacrificale a carico dei defunti, pare di poter dire il contrario per le sepolture egizie.

Analogo massacro viene riscontrato in altre tombe della stessa area: nel complesso funerario del re Djer[11], oltre 300 furono i corpi rinvenuti nella tomba principale e ben 200 quelli sepolti in tombe all’interno del recinto funerario.

L’area sepolcrale del faraone Djer

Nel caso di Djet[12], i corpi rinvenuti nella sepoltura di Umm el-Qa’ab furono oltre 150 mentre 60 quelli rinvenuti nel cenotafio a lui intestato, sia pure non con certezza assoluta, a Saqqara.

SaCRIFICI UMANI

Come si è visto siamo entrati ormai pienamente nell’argomento sacrifici umani, ma si rende necessaria una prima considerazione, peraltro già anticipata nell’introduzione, di carattere quasi…romantico: chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, esiste una qual forma di ritrosia a parlare di sacrifici umani quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto da quella Civiltà rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”. È altrettanto ovvio, però, che il metro da noi usato è quello di una presunta “civiltà” che ci vuole esenti da violenze gratuite come, appunto, riteniamo i sacrifici di altri esseri umani… poco importa se poi assistiamo a violenze ancor più gratuite che hanno la sola differenza di non essere istituzionalizzate (fatta salva la pena di morte ancora esistente in molti Paesi) e non hanno neanche la giustificazione, o l’alibi, di un atto religiosamente, e talvolta politicamente e sociologicamente, molto rilevante.

Agli inizi del 2006 l’egittologo canadese Donald Redford (n. 1934), della “Pennsylvania State University”, diede, durante una conferenza, la notizia del ritrovamento di quasi 40 corpi misteriosamente sepolti, alla rinfusa, in strati sottostanti gli scavi di un tempio risalente al regno di Ramses II, nell’area ove sorgeva l’antica città di Mendes[13].

Dall’evidenza archeologica, anche in questo caso, non era stato possibile risalire alle cause di morte, ma la collocazione stratigrafica faceva risalire la sepoltura alla tarda età dell’Antico Regno, cioè coeva dei ritrovamenti che abbiamo sopra visto.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi? Ebbene si!

Sia pure anticamente, in epoca predinastica (~4500-3000 a.C.), è attestata, come abbiamo visto, anche nella 1ª Dinastia. Uno dei primi esempi noti, forse il più antico, è stato rinvenuto nell’antica Behedet[14] dove, in un complesso funerario del periodo Naqada 2[15] (o Gerzeano dal 3600 al 3200 a.C.)vennero rinvenuti quattro corpi (non mummificati giacché tale usanza verrà adottata successivamente) disposti in posizione fetale e privi di corredo funebre a volerne sottolineare l’umile origine. Che si tratti di un sacrificio umano è certo ed il fatto stesso che si tratti verosimilmente di servi, sta ad indicare che loro compito, nell’aldilà, sarebbe stato l’accudire il personaggio di più alto lignaggio con cui erano stati sepolti e che, per quanto dato di sapere, non era un re.

Un altro complesso sepolcrale, nei pressi di Abydos, conferma tale ipotesi ed è ancor più evidente che la morte sia stata causata contemporaneamente, e in maniera violenta. Nel 2002, infatti, nel corso di rilievi per il reperimento del recinto del complesso funerario di Horus-Aha[16] vennero rinvenute, tra le altre, 6 tombe dotate, questa volta, di corredo funebre. Di queste: tre ospitavano donne; una un uomo; e la quinta un bambino/a che indossava ben 25 braccialetti e collane di lapislazzuli. Dell’ultima tomba non ho trovato traccia ed è probabile che non sia ancora stata scavata, ma già le altre sono la prova che sacrifici umani furono compiuti in concomitanza con la morte di Aha.

Un frammento dell’epoca di Horus-Aha contiene la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto.
Fonte:  Wilkinson,  Egitto protodinastico 

Le sei tombe sono risultate, infatti, tutte chiuse da un soffitto di legno, su cui poggiano mattoni di fango; su questi, ancora, venne steso uno strato di gesso che non recava tracce di giunture ad indicare, perciò, che esso venne realizzato in un’unica soluzione e non per aggiunte successive (come sarebbe successo se i decessi fossero avvenuti in tempi storici differenti).

Per inciso, e come sopra accennato, anche più in prossimità della sepoltura di Aha esistevano sepolture minori scoperte nei primi del ‘900 da Sir Flinders Petrie, che le chiamò “Grande Cimitero dei Domestici”. Erano 35 e presentavano caratteristiche identiche ma, all’epoca, pur ritenendo possibile il ricorso a sacrifici umani, il Petrie si limitò semplicemente ad accennare a tale teoria, forse proprio per quella ritrosia “romantica” cui si è più sopra fatto cenno.

Nel 1967, ancora ad Abydos, David O’Connor (n. 1938, egittologo australiano), quasi proseguendo gli scavi nelle stesse aree di Petrie, rinvenne 14 navi alcune lunghe anche 27 m, perfettamente atte a navigare e quindi non simulacri[17]. Ciò fece supporre che fosse prassi, per l’epoca, seppellire i re con un effettivo corredo di manufatti e suppellettili effettivamente utilizzati in vita; ciò accentuò l’idea dei sacrifici umani così come gli scheletri di alcuni giovani leoni. Come aveva regnato sulla terra, il re doveva perciò proseguire a regnare nell’aldilà e, per far questo, doveva averne gli strumenti che comprendevano, ovviamente, navi per risalire il Nilo celeste (14), funzionari per governare (35), regine (3) per il proprio piacere e figli/e (1). 

E siamo così giunti a ipotizzare la risposta alla domanda: come vennero uccise tutte queste persone?

Sulle prime si ritenne che potessero essere state avvelenate, ma un esame anatomo-patologico sui teschi ha consentito di individuare quella che, verosimilmente, fu la reale causa di morte: in caso di strangolamento, infatti, l’aumento della pressione sanguigna può causare la rottura di cellule ematiche all’interno dei denti e tracce di tal genere sarebbero state rinvenute sui denti delle vittime.

Il successore di AhaDjer, si circonderà di ben 369 tombe secondarie (300 nel recinto funerario e 69 nelle immediate vicinanze), praticamente l’intera corte, ma già con Kaa (ultimo re della I Dinastia del quale, tuttavia, è stata trovata la tomba, ma non ancora il recinto funerario) il numero dei sepolcri secondari scende a meno di 30.

Una domanda però, che avevamo già ventilato più sopra, sorge ancora spontanea: le “vittime” erano consenzienti?

Verosimilmente si! Il re defunto era, potremmo dire, il prototipo di quel che, nel Medio Regno, sarà poi il culto di Osiride, Dio dei morti. Era perciò proprio al re che spettava il potere di restituire la vita ai suoi sudditi più fedeli che lo avevano accompagnato nel suo viaggio nell’aldilà.

Un frammento del regno di Horus Djer mostra l’uccisione di un essere umano in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra).
Fonte:  Wilkinson, Egitto protodinastico

Tanto importante ed imponente doveva essere la sepoltura di Djer, con i suoi 369 funzionari e servitori, che quando nel Medio Regno si affermò il culto di Osiride, mitico primo Re del paese e poi Dio dei Morti, i Sacerdoti cercarono nell’antica necropoli di Abydos la sua tomba e la identificarono proprio in quella di Djer che divenne, così, meta di pellegrinaggio annuale. La stessa disposizione dei corpi, infine, lascia intendere una sorta di consapevolezza del tragico (ai nostri occhi) atto finale; una compostezza, ad esempio, che non si trova negli identici sacrifici umani compiuti (2500 a.C. circa) in Mesopotamia, sempre per accompagnare re e regine nel loro viaggio ultraterreno, in cui la posizione e gli atteggiamenti dei corpi lascia comunque intendere una sorta di estrema difesa.

La pratica dei sacrifici umani, tuttavia, sembra non protrarsi a lungo nell’Antico Egitto.

Con la 2ª Dinastia la necropoli reale si sposterà di quasi 400 Km, a Saqqara, e qui sembra cessare l’usanza dei sacrifici umani quasi certamente non per motivi etici, che anzi doveva essere considerato un onore seguire il Re-Dio nel suo viaggio ultraterreno, ma più probabilmente per motivi pratici e politici: gran parte di coloro che venivano “sacrificati”, o meglio coloro che accettavano di essere sacrificati, erano alti Funzionari di Governo ed è ipotizzabile che, data anche la grande capacità di qualcuno di questi, il successore abbia cominciato a comprendere che, ucciderli, sarebbe stato un inutile “spreco” di conoscenze ed esperienze. S’inizierà, perciò, verosimilmente ad “uccidere” nominalmente l’individuo, ovvero ad imporgli un nuovo nome alla morte del Re, e si proseguirà con quella che diventerà la caratteristica delle tombe egizie a noi note: la presenza degli ushabti, ovvero centinaia e centinaia di statuette rappresentanti servitori e funzionari del Re. Con la 3ª Dinastia sempre nella necropoli di Saqqara, non si avranno più evidenze di sepolture sacrificali e nascerà il complesso funerario destinato a diventare il simbolo stesso dell’Egitto: la Piramide.


NOTE:

[1]      Lo sbalzo termico nel deserto, tra giorno e notte, può arrivare anche a 40/45 gradi e non è inusuale che, di notte, si giunga a temperature al disotto dello “0”. In alcuni luoghi, in cui di giorno si raggiungono temperature anche di 50/60 gradi, l’escursione termica è davvero straordinaria.

[2]      Emile Amèlineau, “Les Nouvelles  fuilles d’Abydos – Seconde Campagne 1896-1897 – description des monuments et objet decouverts”, Ernest Leroux editeurs, Parigi, 1897, p. 18: «…le materie grasse bruciano per giorni interi, come ho potuto osservare…»

[3]      Amèlineau, citata, p. 15.

[4]      Amèlineau, citata, p. 33: «…quelli che erano in pezzi e che ho ridotto in briciole…»

[5]      Per avere un’idea del “potere” esercitato all’epoca da Amèlineau, si consideri che lo stesso non venne informato delle ricerche e degli scavi in corso a cura di Pertrie, se non a campagna terminata, per evitare che potesse porre in essere azioni di disturbo, o peggio, nei confronti dell’egittologo.

[6]      Sir Flinders Petrie, “The Royal Tombs of the First Dynasty”, 1901: «…Ottenne la concessione per lavorarvi cinque anni; non furono realizzate piante del sito (poche ed errate furono fatte in seguito), non sono state registrate le ubicazioni originali in cui gli oggetti sono stati rinvenuti, nessuna pubblicazione utile. Si vantava di aver ridotto in frantumi i pezzi dei vasi di pietra che non si preoccupò di spostare e bruciò i manufatti in legno della I dinastia nella sua cucina…»; «Le tavolette di ebano di Narmer e Mena — i più inestimabili monumenti storici — furono rotte nel 1896 e buttate nella spazzatura, da dove furono poi recuperate e riparate come possibile».

[7]      Si consideri che Petrie, solo rovistando tra le macerie della tomba di re Den, rinvenne 18 tavolette in avorio che descrivevano eventi chiave del suo regno.

[8]      Nome di Horus: Den (Colui che colpisce); titolo Nebty: Khasty (Colui che viene dal deserto); Horus d’oro: Iaret nub; Nesut-Bity: Semti. V re della I Dinastia, data di incoronazione ipotetica 3050 a.C., morte 2995 a.C. (da Franco Commino: “Dizionario delle Dinastie Faraoniche”, Bompiani 2003, pag. 467). Come solito per i re delle prime dinastie, due sono le sepolture riconducibili a re Den: una a Umm el-Qa’ab, nei pressi di Abydos (tomba “T”), che molto probabilmente accolse i resti del re, e un cenotafio a Saqqara (ove sono stati rinvenuti molti reperti riferiti a Den in tombe di funzionari) (Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 3/2, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1981),

[9]      Mer(it)Neith, verosimilmente regina consorte del re Djet (IV della 1ª Dinastia). I nomi composti con il teoforo “Neith” potevano essere indistintamente maschili o femminili: Mer-Neith se maschio, Merit-Neith, se femmina (Amato/a da Neith). Un sigillo cilindrico rinvenuto nella tomba riporta il nome accompagnato dal titolo regale Nebty; ciò ha fatto supporre si trattasse del diretto predecessore di Den, ma l’assenza, nel sigillo, del Nome di Horus, proprio dei re delle prime dinastie, ha fatto propendere per l’identificazione femminile e per una reggenza (il che potrebbe giustificare il titolo Nebty) in nome del figlio Den.  

[10]     Antica città, sumera prima e babilonese poi, sita nella Mesopotamia meridionale, a 20 km circa dall’Eufrate e a 230 dall’odierna Bagdad. Nata nel IV secolo a.C., viene ricordata e classificata come la “prima città della storia”, ovvero avente diritto al titolo di “città” poiché ne presentava i caratteri fondamentali “stratificazione sociale” e “specializzazione del lavoro”.

[11]     Nome di Horus: Djer (il Soccorritore); titolo Nebty: Itit; titolo Nesu-Bity: Iti. Secondo re della 1ª Dinastia, Djer fu il diretto successore di Aha e regnò tra il 3100 e il 3055 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[12]     Nome di Horus: Djet (il Serpente); titolo Nebty: Iterty; titolo Nesu-Bity: Itiw. Successore di Djer, padre di Den, regnò tra il 3055 e il 3050 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[13]     L’antica Djedet, capitale del XVI nomo del Basso Egitto, sul ramo Mendesiano del Delta nilotico.

[14]     Oggi Edfu, era nota anche con il nome di Djeb, fu la capitale del II nomo dell’Alto Egitto e, in età greco-romana, venne ribattezzata Apollinopolis Magna. Edfu è oggi famosa poiché sede di uno dei templi egizi meglio conservati, quello dedicato a Horus, risalente all’Antico Regno, poi riedificato nel Nuovo Regno e ancora ricostruito, in epoca greco-romana, tra il 237 e il 57 a.C.

[15]     Nel 1894, Sir Matthew William Flinders Petrie (1853-1942) esegue scavi a Naqada e Koptos. Dalle risultanze archeologiche delle necropoli ivi esistenti (contrassegnate dalle sigle “N” -cioè New Race”-, “T” e “B”), e dall’esame di oltre 700 tipi di ceramica differenti, Petrie farà scaturire una “Sequence Date” (SD) in cui incasella le tipologie di ceramiche analizzate: SD 30-39 detto Naqada 1, o Amratiano; SD 40-62 detto Naqada 2, o Gerzeano; SD 63-76 detto (sia pur raramente) Samainiano; SD 77-88 inizio dinastico, oggi meglio conosciuto come Dinastia “0” risalente al ~3050 a.C.  

[16]     Nome di Horus: Aha (il Combattente); titolo Nebty: Tety, secondo re della 1ª dinastia dopo Menes, o forse identificabile con lo stesso Menes/Narmer, fu incoronato intorno al 3150 a.C. e morì intorno al 3100 a.C.

[17]     Si tratta di navi costruite con tavole di legno e non ricavate da tronchi scavati o realizzate con canne o giunchi. Archeo-storicamente, sono le navi più antiche che si conoscano.

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