Ecco un volume che non dovrebbe assolutamente mancare nella biblioteca di ogni appassionato di Storia della Civiltà Egizia.
E’ magnificamente strutturato in capitoli che accompagnano cronologicamente il lettore dai primordi dell’architettura funeraria attraverso l’evoluzione che condurrà via via alla piramide a gradoni, ai tentativi di Snefru, fino alle meraviglie di Giza e al successivo passo che vede la comparsa delle piramidi inscritte con gli omonimi testi. Si prosegue con un attenta descrizione dell’eredità della forma piramidale così come si presenta in Sudan, ma anche a Roma, senza disdegnare uno sguardo ai lasciti che hanno ispirato l’architettura contemporanea.
Di straordinario interesse sono i capitoli dedicati alle modalità costruttive di questi monumenti e le loro funzioni legate al contesto religioso e funerario. Il tutto arricchito da splendide illustrazioni e numerosissime spettacolari ricostruzioni operate dall’autore stesso.
Altro pregio fondamentale dell’opera è da individuare nel suo essere aggiornatissima. Il tutto è proposto alla luce dei più recenti ritrovamenti con uno studio rigoroso che smonta inesorabilmente (direi quasi in maniera irrisoria), teorie messe in piedi senza alcuna prova, ma che hanno riscosso l’entusiasmo di molti cultori del “fantastico” o, per non voler essere esagerati, dei simpatizzanti dei ricercatori “alternativi”. Infine un’ultima annotazione, il libro è edito in francese, pertanto ne richiede una discreta conoscenza.
Personalmente, nonostante l’uso di vocaboli decisamente “tecnici”, non ho trovato per nulla insormontabile affrontarne l’impegno. Di certo sono argomenti che vanno studiati, non semplicemente letti, ma grazie alla scrittura agevole utilizzata da Monnier, penso che sia alla portata di chiunque abbia un minimo di conoscenza di questa lingua.
Posso dire in tutta serenità che non è un libro che si rivolge esclusivamente ad un ristretto numero di esperti, ma può arricchire tutti coloro che desiderano approfondire con serietà e rigore scientifico le conoscenze su questa straordinaria civiltà. Per quanto mi riguarda, una rivelazione assoluta!
Un bellissimo romanzo da leggere sotto l’ombrellone.
Egitto, fine Ottocento.
Émile Brugsch, egittologo tedesco, cerca di scoprire la provenienza di alcuni oggetti di valore che sono apparsi nei negozi di antiquariato di Luxor. Il suo istinto gli dice che dietro quei manufatti, venduti come souvenir ai turisti, potrebbe nascondersi qualcosa di losco. Brugsch si mette allora a indagare e scopre un complesso traffico internazionale di opere d’arte che agisce con la compiacenza delle corrotte istituzioni locali. Eppure chi ha trafugato quei reperti non sa che nelle tombe reali si nascondeva un terribile segreto risalente a migliaia di anni fa, fino all’epoca dei faraoni: un enigma fatto di violenze, tradimenti, sanguinose vendette e tragiche maledizioni…
Inizio col dire che il titolo non c’entra nulla, anche se la vicenda è ambientata in Egitto.
Il romanzo racconta la scoperta della cachette delle mummie di Der el-Bahari; ha una bella ambientazione ed i personaggi sono ben delineati; dà un’idea vivida di come dovesse essere l’Egitto nell’epoca d’oro dell’archeologia. .
L’autore ha competenze egittologiche e si è mantenuto fedele alla realtà storica, inserendo tuttavia anche una piccola parentesi rosa di pura invenzione, che rende il libro adatto a chiunque desideri qualche ora di evasione a tema egittologico senza doversi troppo impegnare.
Verrebbe quasi da dire che, come le vie del Signore sono infinite, così lo sono quelle che conducono all’amore per la Civiltà Egizia. E allora ho deciso di cominciare i miei contributi a questa rubrica, dedicandoli al primo approccio avuto con gli antichi abitatori della Valle e del Delta.
Siamo intorno al 1962-63, quell’irripetibile momento di boom economico, in cui usciti da un dopoguerra di disastri e ricostruzioni, si cominciava a nutrire un giustificato ottimismo verso il futuro. Avevo sette, forse otto anni ed in casa c’era un monumentale radiogrammofono della Greatz, rigorosamente a valvole e rigorosamente mono. A questo si accompagnava un discreta collezione di dischi (molti dei quali ancora a 78 giri) per lo più canzoni napoletane classiche e microsolchi a 45 giri dei cantanti in voga al momento: Mina, Tony Dallara, Joe Sentieri, Milva, Dalida ecc. ecc. (lo so, sembra che vi stia parlando del paleozoico, ma vi assicuro che provo una tenerezza inaudita nel ricordare quei tempi). Bene, chissà come e perché, faceva compagnia a questi esemplari di musica leggera, una piccola ma tutt’altro che disprezzabile raccolta di musica colta. Opere, liriche, per lo più, tra cui edizioni della Angel’s Record di Bohéme e Tosca con Maria Callas e Giuseppe Di Stefano e soprattutto lei: una bellissima Aida edita nel 1959 dalla Decca, con Renata Tebaldi, Carlo Bergonzi, Giulietta Simionato e la mitica Orchestra Filarmonica di Vienna diretta dall’altrettanto mitico Herbert von Karajan.
A colpirmi fu il frontespizio del libretto (lo vedete nell’immagine) una scenografica e un po’ pasticciata ricostruzione di un tempio egizio (tebano, di epoca ramesside) con tanto di piloni, e quattro statue che rimandano al Chefren dell’Antico Regno: ma per me, all’epoca, fu un fulmine a ciel sereno. Quella magnificenza da Kolossal, accese subito la mia infantile fantasia e così cominciai a chiedere di ascoltare quale mistero si celasse in quel vinile etichettato in arancione. E scoprii un mondo: una musica che mi trasportava in mondi lontani, in suggestioni mistico-religiose perdute nel tempo.
Era nato il mio amore per l’Antico Egitto.
E non mi limitavo, come sarebbe facile credere, alla celeberrima marcia trionfale o al Gloria all’Egitto ad Iside, ma via via scoprivo perle musicali di un impatto emotivo tale (ero poco più che un bambino) che avrebbero segnato profondamente i miei gusti sia musicali che storici.
Certo il percorso fu lungo. Ci fu prima l’Egitto dei libri di scuola, quello ancora indissolubilmente legato alla concezione biblica con tanto di schiavi impegnati a costruir piramidi sotto la sferza degli oppressori; poi venne quello dei libri tanto divulgativi quanto poco aderenti alla realtà dei vari Vandemberg, Kolosimo ecc. e infine quello delle riviste con pretese esoteriche come Arcana ed altre di cui neanche ricordo il nome. E infine l’approdo al lavoro di egittologi veri” (in primis alcune dispense a cura di Edda Bresciani) che hanno cambiato gradualmente, ma totalmente le mie comprensioni su questa gloriosa civiltà.
Via, tutti i presunti misteri, le conoscenze occulte, l’ossessione per la morte, gli apporti di civiltà sconosciute e mai identificate: hanno preso il loro posto una società esemplarmente pragmatica e razionale (può sembrare un paradosso, ma non lo è), amante come poche della vita, rispettosa come nessuna dell’universo femminile, regolata da un’etica che dovrebbe fare impallidire di vergogna le classi dirigenti di tantissime società moderne (per inciso, e ci tengo a sottolineare che è solo un mio parere del tutto personale, la nostra – intendo classe dirigente – sotto questo aspetto se la gioca furiosamente per il poco invidiabile primato).
Non starò qui a farvi una recensione di questa Aida. Basti dire che il soggetto è ricavato da un canovaccio di Auguste Mariette, e le voci e l’orchestra sono davvero da sogno ad occhi aperti. Di certo l’opera non ha più quella formidabile attrattiva che aveva un tempo (devo riconoscere che già all’epoca venivo considerato un bel po’ fuori di testa ad amare una simile forma di cultura), ma se è servita per farmi avere il primo e determinante approccio con l’Antico Egitto, direi che ha assolto il suo compito in pieno.
Da allora sono seguiti innumerevoli ascolti di questo capolavoro, finché, se non erro, nel 1977 ho fatto la prima conoscenza con Aida al teatro di San Carlo con una memorabile edizione che schierava un formidabile trio composto da Angeles Gulin, Grace Bumbry ed un giovane Nunzio Todisco e poi tante altre rappresentazioni fino a giungere alle ultime due: la prima in Piazza del Plebiscito, in forma di concerto con Jonas Kaufmann, Anna Pirozzi e Anita Rachvelishvili, due anni or sono, per finire con l’ultima, recentissima in teatro in Febbraio di quest’anno con una colossale Anna Netrebko.
Alberto Angela, “Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità”, 2018, Harper Collins.
Adoro Alberto Angela: spiega e scrive in modo molto chiaro e con grande umiltà. Si vede che si rivolge al grande pubblico, a cui arriva in maniera diretta, con grazia e bellezza. È un grande divulgatore per tutti questi motivi, senza arroganza e consapevole del suo ruolo.
Questo libro si colloca in questo filone divulgativo.
Molti sono gli aneddoti che invitano ad avventurarsi in approfondimenti (ad esempio il racconto dell’incontro tra Cleopatra e Marco Antonio) ma…credo che si noti la sua preferenza e maggior conoscenza della storia romana. Il saggio, infatti, racconta benissimo soprattutto la storia romana di Cesare, Pompeo, Crasso, Marco Antonio e Ottaviano, in mezzo ai quali Cleopatra si trova ad essere comprimaria.
Mi sembra un libro frutto di conoscenze indirette, in cui l’autore utilizza conoscenze -e consulenze – altrui, in alcuni casi.
Nell’insieme, però, un saggio molto godibile e di scorrevole lettura che consiglio.
Bruttina la copertina, a mio parere, ma non credo lui ne sia responsabile
Hatshepsut figlia di Thutmose I sin da giovanissima mostra forte personalità, strabiliante intuito politico e grande fascino, tanto che il fratellastro Thutmose II la sceglie come Grande sposa reale e regina d’Egitto.
Alla morte del marito Hatshepsut viene nominata faraone ed assume la guida del regno e con la sua saggezza dona prosperità e potere all’Egitto.
Verrà considerata la grande Regina d’oro, una delle sovrane più famose d’Egitto diventandone una vera e propria leggenda.
Titolo: LA TOMBA PERDUTA – il sepolcro dei 50 figli di Ramses II;
Autore: Kent. R. Weeks;
Editore: Piemme;
Numero pagine: 426;
Prezzo: (della mia edizione) £ 40.000;
Qualcosa di…: storia della più vasta tomba della Valle, la KV5, con le sue oltre 130 stanze, scritta da chi la “riscoprì” e ne rese possibile la fruizione
Quando nel 1858 Théophile Gautier, scrittore, poeta, giornalista e critico letterario francese, pubblica Il Romanzo della Mummia (Le Roman de la Momie) sono passati appena trentasei anni dalla decifrazione della lingua geroglifica ad opera di Champollion, Auguste Mariette è nominato Direttore delle Antichità Egiziane col compito di creare un museo al Cairo e Tutankhamon dorme ancora indisturbato nell’ipogeo della Valle dei Re.
Si tratta di quello che potremmo definire un romanzo storico-sentimentale la cui trama oggi potrà fare sorridere ma che ben descrive un fenomeno preciso: la Civiltà Egizia stava entrando ormai a far parte dell’immaginario collettivo.
Egitto, Valle di Biban El-Molûk
Lord Evandale (un giovane inglese di nobile aspetto) e il tedesco dottor Rumphius sono alla ricerca di una tomba inviolata. Sembra un’impresa disperata ma dopo mille peripezie grazie ad un greco, Argyropulos, imprenditore di scavi, riescono a trovare una tomba intatta.
Un luogo funebre molto ricco, degno di un Faraone, ma all’interno del sarcofago trovano il corpo di una donna e un papiro che narra la sua storia…
Si chiamava Tahoser, ed era una delle donne più belle e più ricche d’Egitto, nonostante questo era infelice, perché amava un bellissimo giovane di nome Poeri, che non ricambiava il suo amore perché il suo cuore apparteneva alla sua promessa sposa Ra’hel. Ma Tahoser non sapeva che il potente Faraone si era innamorato di lei…
Sullo sfondo la storia di Mosè e la liberazione del popolo d’Israele…