Kemet Djedu

LA CIVILTÀ DEL PAPIRO

Il libro egizio

Di Livio Secco

Il papiro, un vegetale strumentale


Papiro è il nome della pianta di Cyperus papyrus Linneo con fusto a sezione triangolare, alto anche cinque metri, caratteristica della Valle del Nilo in Egitto.
Recenti studi hanno dimostrato che questa pianta è originaria dell’Etiopia e solo in seguito fu importata nella Valle del Nilo.
Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia, nel libro XIII, al paragrafo 71 descrive la pianta in questo modo: «Dunque il papiro nasce negli acquitrini d’Egitto o nei pantani lasciati dal Nilo dopo le inondazioni, dove le acque stagnano in pozze profonde non più di due cubiti. Ha una radice obliqua della grossezza di un braccio, un fusto a sezione triangolare non più lungo di dieci cubiti, che si assottiglia verso l’alto e termina, simile a un tirso, con un’infiorescenza priva di semi e senza altro uso se non quello di farne corone per le statue degli dèi.».

Il papiro dai mille usi


Il papiro fu usato fino al Medioevo e fu adoperato per gli usi più svariati:
– Come alimento: la masticazione del suo gambo, e forse delle radici, era molto nutriente e diffusa in Egitto dove faceva parte della dieta del popolo.
– Costruzione di sandali: era intrecciato per fare sandali molto resistenti.
– Produzione di cordami: molto apprezzati nell’antichità.
– Fabbricazione di ceste e stuoie: uso ancora diffuso in epoca napoleonica.
– Produzione di stoppini per lampade ad olio.
– Fabbricazione di vele per ogni tipo di imbarcazione.
– Fabbricazione di piccole imbarcazioni dal basso pescaggio molto usate dagli Egizi per muoversi sia sul Nilo che nei canali artificiali.
– Produzione di capi di vestiario: di questi manufatti purtroppo non ci sono pervenuti dei reperti a causa della deperibilità, ma il loro uso era certo.

La radice si poteva mangiare cruda, bollita o al forno. Comunque si succhiava il succo e si sputava la polpa.
Una volta invecchiato, il papiro poteva essere usato come combustibile da bruciare oppure per fare utensili domestici o da lavoro. L’Egitto non aveva grandi risorse di legno che veniva tutto importato ad elevato costo.
In medicina il papiro Ebers lo prescrive per la cura degli occhi.
Infine la cima del papiro era usata come ornamento.

I lati del (foglio di) papiro

Nella facciata di un rotolo papiraceo, indicata oggi con il simbolo →, detta faccia prefiberale, le fibre corrono in senso orizzontale e quindi parallele alla lunghezza del rotolo stesso e perpendicolari alla giuntura dei vari fogli (in greco kòllema singolare, kollemata plurale). Questa facciata è chiamata convenzionalmente recto.
Nella facciata opposta, detta faccia transfiberale, indicata oggi con il simbolo ↓, le fibre corrono in senso verticale, perpendicolari alla lunghezza del rotolo e parallele alle linee di giuntura. Questa facciata è chiamata verso.
L’unico elemento che ci fa distinguere, senza alcuna incertezza, il recto dal verso di un papiro è la kollesis cioè il punto di sovrapposizione che chiarisce inequivocabilmente l’andamento delle fibre nelle due facciate del rotolo originario e, di conseguenza, l’esatta posizione della scrittura sia in relazione alle due facciate del papiro, sia in relazione all’andamento di essa rispetto a quello delle fibre sull’una o sull’altra facciata.

Gli strumenti scrittori


Gli strumenti dello scriba, riprodotti anche nella parola 

  •  [seʃ] scriba oppure 
  •  [seʃ] scrivere oppure 
  •  [seʃ] libro, lettera, scritto, iscrizione, scrittura,

come hanno dimostrato gli scavi archeologici, erano un pennello costituito da un giunco per poter tracciare i segni della scrittura geroglifica (la penna metallica comparirà nel periodo tolemaico), due piccoli recipienti per contenere i pigmenti rosso e nero e una piccolissima brocca in cui era conservata l’acqua necessaria a sciogliere gli inchiostri.
Gli scribi erano soliti masticare l’estremità del giunco di papiro utilizzato per scrivere per ammorbidirlo e ottenere la punta sfrangiata e filamentosa, molto simile a un pennello, atta a tracciare i fluidi segni delle scritture corsive ieratica prima e demotica poi.
Quando non era usato, il giunco / stilo / pennello era riposto in una paletta di legno scavata all’interno. Con il tempo tutti gli strumenti per scrivere furono unificati nella paletta porta calami, dotata di un coperchio scorrevole, la quale era portata insieme ai vassoietti in pietra per frantumare i pigmenti e a un coltellino per tagliare il papiro.

Il percorso didattico


L’insegnamento si articolava su tre scuole distinte che prendevano nomi diversi e che si trovavano forse anche in luoghi diversi anche se probabilmente contigui.
La scuola di primo grado si chiamava Ꜥt-sbȜ [at-seba] La sala dell’insegnamento.
Da qui si passava ad una scuola di secondo grado, al pr-Ꜥnḫ [per-ank] La casa della Vita dove probabilmente si insegnava la magia, la medicina e la scrittura. Quest’ultima era considerata una scienza sacra dono del dio Thot.
L’ultimo passaggio si concludeva al pr-mḏȜt [per-meʤat] La casa dei rotoli di papiro (La casa del libro, biblioteca) riservata agli insegnamenti specialistici.
Gli atti burocratici erano invece conservati in archivi locali nel così detto Ufficio delle scritture del Visir.
Come archivio prevalentemente diplomatico si presenta invece la biblioteca di Amarna di Akhenaton: tȜ st šꜤt pr-aȜ Ꜥnḫ(.w) wDȜ(.w) snb(.w) [ta set ʃat per-aa ank.u uʤa.u seneb.u] La sede delle lettere del Faraone, vita, prosperità, salute; cioè la Cancelleria del re. Essa era costituita da un’ampia raccolta di tavolette d’argilla con la corrispondenza diplomatica tenuta tra gli Egizi della XVIII dinastia e i popoli mesopotamici.

La lezione è diventata il Quaderno di Egittologia 28 – LA CIVILTÀ DEL PAPIRO – Il libro egizio. Chi volesse approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-civilta-del-papiro/

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LA FALSA PORTA DI KHENU

Di Livio Secco

Condivido con voi la falsa porta di Khenu perché l’immagine è molto suggestiva. Soprattutto per me che m’interesso di Filologia Egizia. Non nego che mi piacerebbe utilizzare il reperto come un Laboratorio Breve.

Intanto ne vediamo insieme, velocemente, tre parti.
Si tratta dell’architrave maggiore, della tabella e dell’architrave medio. L’architrave minore non lo considero perché riporta una parte del testo delle altre superfici analizzate e quindi non è originale da tradurre.

Come al solito ho aggiunto la codifica fonetica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li avesse ancora studiati (cosa aspettate?)


Per coloro che volessero cimentarsi in questa stupenda ginnastica intellettuale che è la Filologia Egizia, non posso che consigliare i seguenti testi:

Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume)

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

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IL FENOMENO GRAFICO DELL’APLOGRAFIA

Di Livio Secco

Secondo la Treccani l’aplografia è, in filologia, un errore commesso dall’amanuense nella trascrizione di un testo, consistente nell’omissione di una o più parole, o gruppi di lettere, quando questi seguano immediatamente a una parola o ad altro gruppo uguale.

In Filologia Egizia questa omissione è, invece, intenzionale, perciò non è da considerare un errore, ma un semplice espediente per risparmiare spazio cioè superficie scrittoria.

Si possono fare due esempi, tra i più diffusi, ma le ricorrenze, sebbene non numerose, sono anche dettate dal caso che fa avvicinare, graficamente, due segni uguali di due lemmi diversi.

Per chi volesse approfondire le tematiche grammaticali della lingua egizia e, perché no?, cimentarsi ad apprenderla posso consigliare il seguente strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

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L’AFFERMAZIONE ICONICA DEL POTERE

Di Livio Secco

DIAPOSITIVA 1: Titolo della lezione

L’origine del geroglifico

Oggi ho svolto la conferenza “L’affermazione iconica del potere – L’origine del geroglifico” nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino, Corso di Egittologia, Anno VI.
Non potendo sintetizzare in questa sede due ore di conferenza, mi limiterò a qualche spunto breve per solleticare l’interesse dei nostri lettori.
La lezione si divide in due parti.
La prima parte, più tecnica dal punto di vista glottologico, spiega la nascita del linguaggio e poi della scrittura. Quest’ultima va intesa come la possibilità e poi la modalità di storicizzare e conservare il linguaggio stesso.
Nella seconda parte la lezione dimostra la nascita della scrittura durante il periodo Predinastico dell’antico Egitto.

PRIMA SI CREA IL LINGUAGGIO
Per comprendere cosa significhi l’affermazione iconica del potere dobbiamo innanzi tutto chiarire cos’è un linguaggio.
Il linguaggio è il modo di comunicazione più utilizzato tra gli individui che appartengono a qualunque gruppo o società umana. Infatti è il metodo più potente, ma anche il più economico, per dare e ricevere informazioni con un altro soggetto.
Se due individui riescono a comunicare tra di loro potranno interagire, ad esempio, aiutandosi a svolgere un compito che interessa entrambi ottenendo un esito maggiore.
L’esistenza di un linguaggio diventa, quindi, la condizione essenziale affinché un insieme di individui si trasformi da gruppo a società perché ora sono in grado di condividere un insieme di esperienze comuni di ogni tipo.
In assenza di un linguaggio per quanto primitivo, un consesso di individui non può fare in modo che essi partecipino attivamente agli eventi che il gruppo vive nella sua globalità. Molto probabilmente essi condivideranno solo alcuni avvenimenti legati alla sopravvivenza comune come ad esempio la caccia. In ogni caso non più di altri, ma solo quelli fisiologici, come il riposo oppure i pasti e la riproduzione.
Un simile consesso sarebbe meglio definirlo, molto sinteticamente, un branco di ominidi piuttosto che una società di umani.
Branco, appunto, è un sostantivo con il quale noi intendiamo immediatamente un gruppo di animali minimamente collaborativi tra di loro in alcuni eventi, come i lupi durante l’attività di predazione. Infatti riposo, vigilanza e caccia esigono scambi di informazioni non particolarmente sofisticati.

POI SI CREA LA SCRITTURA
Stabilito che il linguaggio sia fondamentale per lo sviluppo di una civiltà bisogna però riconoscere che esso è di difficile trasmissione e conservazione.
Conservare una messaggio orale veicola già di per sé un’evidente concetto di difficoltà, ma anche la trasmissione non è così banale. Esiste un gioco, che si fare spesso nelle comunità di bambini, che si chiama passaparola.
Il divertimento consiste nel capire come il messaggio sia stato trasmesso sempre con qualche lieve errore di comprensione e i vari tentativi che sono stati fatti per restaurarlo. In realtà ogni giocatore ha deformato involontariamente il messaggio che così è giunto diverso a destinazione.
Le civiltà moderne, con l’invenzione della stampa, hanno risolto la necessità di diffusione dei messaggi che per le antiche civiltà non era una priorità. Per esse, infatti, la loro iniziale esigenza era la conservazione delle tradizioni culturali. Il messaggio, più che diffuso, andava soprattutto conservato come memoria collettiva.

IL SEREKH E LA SUA SIMBOLOGIA
La comparsa della scrittura geroglifica, come già anticipato, avvenne all’epoca dei proto stati associandosi, ben presto, all’iconografia della sovranità.
Questa apparizione si manifesta mediante la grafia del SEREKH. Il termine, tra gli altri significati, veicola letteralmente il concetto di “far conoscere”.
In origine è però un emblema che rappresenta, in modo stilizzato, una porta in un parete dotata di tutta una serie di modanature. Molto probabilmente l’architettura a gradoni fu ispirata dal Vicino Oriente. Infatti la facciata del palazzo è un tema conosciuto nelle incisioni mesopotamiche ed è ormai accertata un’influenza culturale della Mesopotamia sull’Egitto predinastico.
Questo elemento architettonico era molto usato nelle tombe e negli edifici precedenti e durante le dinastie thinite (I e II).
Nel corso della I dinastia il serekh, utilizzato dai sovrani per i propri monumenti funerari, diventa un elemento sempre più monopolizzato dalla regalità contrassegnando, in questo modo, lo status del sovrano che ne conferma l’affermazione iconica.
Alcuni studiosi fanno osservare che questo genere di architettura richiedeva del legname da costruzione e che, in Egitto, il legname fu sempre un materiale decisamente raro e costosissimo. Da qui l’eccezionalità del suo uso e, soprattutto, di chi poteva impiegarlo.

L’AFFERMAZIONE DEL GEROGLIFICO
Concludendo la nostra esposizione possiamo affermare che la scrittura è chiaramente associata ai regni che si sono sviluppati estendendo il movimento dei grandi centri urbani formatisi sia nella Valle che sul Delta.
Grazie alla scrittura i sovrani riescono non solo a marcare le loro proprietà sui territori e sui beni che controllano, ma anche ad identificarsi individualmente, l’affermazione iconica del potere.
Inoltre, la scrittura arricchisce l’apparato ideologico che i re dispiegano per giustificare e, soprattutto, legittimare il loro potere facendo riferimento ad una visione totalizzante del mondo e alle divinità che ne assicurano il funzionamento.
La magia del geroglifico, il suo forte potere di attualizzare quanto descritto inverando la realtà, serve alla perpetuazione del potere politico e dell’élite che lo pratica.
Il geroglifico, fondendosi con i riti e le cerimonie, afferma che la visione che la monarchia ha di sé stessa è quella corretta. Mediando il potere divino, della quale fa parte, garantisce l’ordine cosmico non solo sull’Egitto ma sul mondo intero.

DIAPOSITIVA 2: Il concetto di pittografia. Il soggetto è espresso con la sua raffigurazione pittografica. Il problema è che più è dettagliato e più diventa incomprensibile. Finisce per essere utile se il destinatario del messaggio conosce già il contenuto del messaggio stesso. Tipico funzionamento della nostra arte sacra: il fedele riconosce nelle pitture gli eventi di cui è già a conoscenza per la sua cultura religiosa. Una capanna non ci dice nulla, ma se aggiungiamo una stella cometa il messaggio è decisamente più comprensibile.

DIAPOSITIVA 3: il serekh, simbolo del potere monarchico.

DIAPOSITIVA 4: dimostrazione della lettura del serekh di Narmer (dalla paletta omonima). L’antroponimo veicola un messaggio. L’iconografia diventa scrittura.

DIAPOSITIVA 5: uso iniziale della scrittura. Contrariamente a quanto si creda la scrittura non ha origini amministrative, né tantomeno burocratiche. Diventerà indubbiamente lo strumento principale dell’aministrazione e della burocrazia egizia, ma molto più tardi, in epoca storica. La scrittura nasce per la celebrazione della sovranità. Le etichette, costosissime, non possono essere solo un mezzo di identificazione di beni, ma sono uno strumento cultuale che trasforma la scrittura (il geroglifico) in uno strumento magico che invera la realtà.

DIAPOSITIVA 6: il dio perfetto, il signore delle Due Terre, User-Maat-Ra Setep-en-Ra (=Ramesse III). Il signore delle corone, Ra-mes-su, governatore di Eliopoli. Gratificato di vita. Il behedita (=Horus).

La conferenza ha dato origine al Quaderno di Egittologia 48 L’AFFERMAZIONE ICONICA DEL POTERE – L’origine del geroglifico. Chi fosse interessato ad approfondire il tema lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/laffermazione-iconica…/

Kemet Djedu

GLI ANTROPONIMI EGIZI

Di Livio Secco

Quando si parla di civiltà egizia molto spesso la nostra immaginazione si sofferma sui templi, sulle tombe, sulle piramidi e sugli obelischi.
Ci si dimentica, però, che la civiltà egizia è stata fondata, realizzata e sviluppata da uomini e donne in tutto e per tutto uguali a noi. Diversi certo per conoscenze tecniche, ma a noi molto simili per sogni, aspirazioni, ideali, aspettative.
Dell’Egitto conosciamo molto dei suoi re, delle loro costruzioni templari e funerarie, delle imprese militari sorvolando spesso sulle migliaia di uomini che realizzarono materialmente queste ricchezze.
Chi erano questi uomini?
Come si chiamavano?

DIFFICOLTÀ DI TRADUZIONE DI UN ANTROPONIMO
Tradurre un testo egizio comporta un certo grado di difficoltà: lo si deve prima collocare nel tempo e nello spazio poiché esso è influenzato dalla lingua parlata durante la sua epoca e dall’uso locale e geografico che se ne faceva.
Una lingua si arricchisce costantemente di neologismi dovuti allo sviluppo tecnologico, alle mode, alle usanze per non considerare i prestiti in arrivo dalle lingue straniere.
Basti pensare all’italiano contemporaneo, da un lato sempre più addensato dallo slang giovanile, e dall’altro invaso da anglicismi di dubbio gusto.
Tutti abbiamo ricevuto dal proprio fornitore telefonico un messaggio del tipo “Il report con le tue performance del mese scorso è online …”
In egizio l’antroponimo aveva un vero e proprio significato e quindi si trattava di una vera e propria esposizione lessicale di diverse lunghezze. Va da sé che, forzando fortemente un concetto di sintesi, la grammatica non sempre era rispettata e spesso anche la grafia era perlopiù incompleta. Si è in presenza di quella che si chiama “scrittura difettiva”.
Perciò tradurre un testo, per quanto breve, ma apparentemente irrispettoso della grammatica, della morfologia e della costruzione sintattica, diventa un’ardua impresa la cui difficoltà è dimostrata dalle diverse traduzioni che gli autori fanno dello stesso nome.

ABBREVIAZIONI DEGLI ANTROPONIMI
Come in tutte le civiltà antiche e moderne, i nomi propri di persona subivano delle alterazioni nella vita comune. Al bimbo egizio appena nato i genitori potevano assegnare un nome con un significato così esteso e complesso da generare un antroponimo poco pratico da utilizzare quotidianamente.
Non ci sorprende quindi l’uso di abbreviazioni che comprendono diminutivi, vezzeggiativi, lessici familiari oppure veri e propri giochi onomatopeici.
Nel caso di diminutivi o vezzeggiativi il nome può ancora essere ricostruito. Invece nel caso di lessici oppure onomatopee non è possibile fare una traduzione dell’abbreviazione.
La dimostrazione dell’uso di un lessico o di una onomatopea è anche evidenziata dal fatto che a volte l’abbreviazione è relativa ad un nome già corto e magari genera un’abbreviazione che in realtà è più lunga contravvenendo così all’idea stessa di utilità.

CONSIDERAZIONE FINALE
Il nostro piccolo lavoro non pretende assolutamente di essere esaustivo. Nonostante ciò una collezione di settecento trenta antroponimi e cinquanta soprannomi egizi è da ritenere una buona raccolta se facciamo il confronto con quelli italiani contemporanei.
Nel 2018 gli statistici dell’ISTAT hanno affermato che, nonostante gli Italiani abbiano a disposizione migliaia di antroponimi, i primi trenta nomi della classifica maschile coprono il 45% della popolazione maschile, mentre i primi trenta nomi della classifica femminile rappresentano il 38% della popolazione femminile.
Non c’è che dire: la fantasia parentale egizia era indubbiamente superiore alla nostra.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento non posso che consigliare la lettura del quarto volume della Collana “Laboratorio di Filologia Egizia”: LdFe4 – DIZIONARIO ANTROPONIMICO POPOLARE reperibile qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario…/

Kemet Djedu, Stele

LA STELE DI NEKHEMMUT

Di Livio Secco

La stele, conservata al Museo Egizio di Torino, reca un breve testo geroglifico posizionato su cinque registri verticali. Quello più a destra è didascalico del dio Amon. I quattro più a sinistra sono relativi al proprietario della stele. Come spesso accade il proprietario nomina anche altri parenti in modo da eternare pure a loro la memoria eterna.

Al Museo Egizio di Torino sono custodite moltissime stele funerarie. Quella soggetto della nostra analisi è chiamata, dal nome del suo proprietario, la stele di Nekhemmut. Essa ha il numero di inventario Cat. 1587 ed è registrata nel Catalogo Generale (del Museo Egizio di) Torino con il numero CGT 50070.
La stele è in calcare e misura 24 cm di altezza, 16 cm di larghezza e 2 cm di spessore.
È stata datata tra il 1190 e 1076 a.C. e ciò la colloca nel Nuovo Regno durante la XX dinastia.
La stele fu repertata dagli agenti di Bernardino Drovetti nel 1824 durante la sua permanenza in Egitto come ambasciatore francese. L’origine del manufatto è Deir el Medina, il celeberrimo villaggio degli operai che scavavano le tombe dei sovrani dell’epoca.
Il visitatore ne può prendere visione nella vetrina numero 2 della sala numero 6.

La nostra analisi filologica prevede, come da accordi internazionali, il riporto della grafia su registri verticali in linee orizzontali orientate da sinistra a destra; in ossequio al senso di lettura occidentale. Ciò comporta un diverso posizionamento relativo dei geroglifici.

Ne ho fatto un “Laboratorio rapido” che vi propongo sempre allo scopo di appassionarvi alla filologia egizia. Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha (ancora) studiati.

A chi volesse cimentarsi in questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare i seguenti strumenti:
Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

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Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

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Kemet Djedu, Tutankhamon

LA MASCHERA DI TUTANKHAMON NON È DI TUTANKHAMON

Di Livio Secco

Nel 2015 Nicholas Reeves (Università dell’Arizona) affermava che, già da qualche tempo, aveva cercato di dimostrare come la celeberrima maschera d’oro non fosse stata prodotta per Tutankhamon, ma per una donna che lo aveva preceduto sul trono.

L’egittologo aveva identificato questo personaggio con gli antroponimi Ankh-kheperu-Ra e Nefer-neferu-Aton e la riteneva una coreggente di Akhenaton.
Aggiungo che questa regnante potrebbe essere stata la grande sposa del re Nefertiti oppure Meryt-Aton, la primogenita della coppia reale. Quest’ultima prese il posto della madre quando Nefertiti scomparve dalla scena senza che se ne sia ancora determinato il motivo: defunta? Decaduta? Ritirata?

Le convinzioni di Reeves erano determinate dall’analisi di un cartiglio posto sulla maschera che sembra evidenziare un rimaneggiamento del materiale allo scopo di far comparire un nuovo nome al posto di quello originale. Finalmente nel settembre 2015 Reeves venne a contatto con Mahmoud Al-Halwagy, allora Direttore del Museo del Cairo e, per mezzo di questi, con il fotografo del Museo, Ahmed Amin.
Essi fornirono all’egittologo l’IMMAGINE 1 che Reeves stesso definisce particolarmente nitida e dettagliata.


L’IMMAGINE 2 è solo un mio ingrandimento della precedente.

Lo stesso Reeves ammetteva serenamente che, data l’importanza di quella che lui definisce una scoperta, volle da subito coinvolgere qualche collega specialista per ottenerne anche dei suggerimenti e non solo degli avvalli. In soccorso a Reeves vennero Ray Johnson e Marc Gabolde.
La prima cosa da fare fu replicare graficamente il cartiglio di Tutankhamon mettendo in evidenza i segni ancora visibili della precedente iscrizione.

La restituzione grafica che se ne derivò fu l’IMMAGINE 3, quella qui raffigurata in verde. In rosso sono evidenziati i segni dell’iscrizione precedente che gli artigiani egizi non riuscirono a nascondere del tutto. Per meglio discuterli con il lettore ho numerato la serie delle impronte che gli egittologi hanno analizzato nel loro tentativo di ridefinire il nome del predecessore.

Nell’IMMAGINE 4 diamo la traduzione del cartiglio repertato. Quello originale, in verde, si legge da destra a sinistra mentre noi, per convenzione internazionale, lo riportiamo da sinistra a destra concordando con il senso di lettura occidentale.


Si tratta del Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. È il nome con il quale la diplomazia conosce il re d’Egitto all’estero. Insieme al Quinto, il nome di famiglia, è l’unico racchiuso dal cartiglio.
Per R.J. Leprohon lo si traduce: “Il possessore delle manifestazioni di Ra”. Nel cartiglio si presenta una doppia metatesi onorifica per il disco solare (rꜤ, [ra], dio Ra) e per lo scarabeo (ḫpr, [keper] dio Khepri). La dizione mȜꜤ-ḫrw, [maa-keru], “giusto di voce”, significa che il defunto non ha mentito durante la psicostasia (=pesatura dell’anima) relativamente al suo corretto comportamento in vita e quindi può risiedere nell’Aldilà con gli dèi.

Una cosa che da subito Reeves non si spiegava era la doppia impronta 1 che si notava tra i due segni mȜꜤ-ḫrw, i due geroglifici dopo il cartiglio di Tutankhamon. La doppia impronta presentava, per entrambe, un tratto angolare. Inoltre, a loro volta, i due tratti risultavano allineati reciprocamente.

I tre egittologi si concentrarono sugli ultimi tre che, a loro avviso, rappresentavano una maggiore facilità di interpretazione.
L’impronta 6 non poteva che essere l’arrotondamento del cartiglio precedente. Questo permetteva di capire che i due cartigli sovrapposti iniziavano dallo stesso punto.

L’impronta 4 era composta da quattro tratti verticali.
Cos’erano? La soluzione era proprio a portata di mano.
Infatti non potevano che essere le zampe fossorie sinistre di uno scarabeo che era originariamente posizionato più a sinistra di quello attuale. L’analisi dell’impronta 4 suggeriva che a destra della stessa, lo spazio precedentemente più largo era occupato da un altro geroglifico che era stato fatto sparire.

L’impronta 5, però, ne rilevava due caratteristiche: la parte superiore era stondata mentre la parte inferiore doveva essere verticale. Per Reeves, Gabolde e Johnson non c’erano dubbi. Il segno cancellato era un Ꜥnḫ [ank]

A suffragare pienamente la materializzazione del nome cancellato si poteva benissimo aggiungere l’impronta 3. Essa non poteva che essere la sequenza delle tre barrette affiancate che nella grafia geroglifica indica il plurale e che si leggono w [u].

Fermandosi un istante a visualizzare il lavoro fin qui svolto gli egittologi si resero conto che il primo antroponimo del cartiglio cancellato era formato dalla sequenza rꜤ+Ꜥnḫ+ḫpr+w, cioè, considerando la metatesi onorifica: Ꜥnḫ-ḫprw-rꜤ [ank-keperu-ra] Ankh-kheperu-Ra. (L’antroponimo divino rꜤ Ra è in metatesi onorifica, quindi anteposto agli altri segni).
Esattamente quello che Reeves ipotizzava da anni, ma che ora poteva parzialmente documentare. Parzialmente, perché il nome della coreggente era doppio.

Infatti esistono due versioni del nome Ankh-kheperu-Ra:
1) La prima incorporava anche l’epiteto mr(y) nfr-ḫprw-rꜤ [meri nefer-keperu-ra] ed era la versione esclusivamente usata dalla donna coreggente di Akhenaton (iscrizione al maschile).
2) La seconda, senza epiteto supplementare, sembra usata soltanto dal successore, l’effimero Smenkhkara.

Ma dove avrebbe potuto essere posizionato il secondo epiteto? Ovviamente non restava che lo spazio alla sinistra dei segni fin qui riconosciuti in corrispondenza dell’impronte 2 e 3. Inoltre le righe orizzontali all’interno del cesto (nb [neb]) facevano ipotizzare la precedente presenza di un segno orizzontale allungato come quello del canale (mrt [meret], al genere femminile).
In questo modo si risolveva anche il fatto che, con la lettura da destra a sinistra, l’epiteto supplementare, posizionandosi a sinistra, dimostrava di essere appunto il secondo nome della coreggente.

Non restava che risolvere ancora un problema.
I due cartigli, l’originale della coreggente Ankh-kheperu-Ra, meret Nefer-kheperu-Ra, e quello di Neb-kheperu-Ra avevano dimensioni diverse, infatti comprendevano antroponimi molto diversi. Quello precedente e originale era più lungo, quello seguente, che gli era stato sovrapposto, era più corto.
La spiegazione fu fornita da Ray Johnson che, analizzata meglio la squadratura dell’impronta 1, riconobbe la base del cartiglio originale.
La differenza di lunghezza dei due cartigli fu risolta brillantemente in questo modo. Una volta ricoperto il cartiglio della coreggente con il Quarto Protocollo di Tutankhamon, lo spazio eccedente fu impegnato dalla formula mȜꜤ-ḫrw [maa-keru] “giusto di voce” mettendo gli abituali due geroglifici (base di statua e remo) affiancati e in verticale.

L’inumazione di Tutankhamon, in una tomba che non era a mappatura regale, aveva già ampiamento dimostrato la frettolosità della sepoltura, a causa di un decesso inaspettato. Evidentemente anche il corredo funebre del sovrano non era stato ancora approntato e lo si era formato attingendo da altri corredi ai quali era stato sostituito il nome del precedente possessore.
Come la celeberrima maschera, appunto, starebbe a dimostrare.

Per chi volesse approfondire l’argomento su Tutankkhamon è consigliabile la lettura dei Quaderni di Egittologia che ho dedicato al celeberrimo faraone:

QdE 35 I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

QdE 36 IL SIMBOLO DEL RE – I sigilli della tomba di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/629547/il-simbolo-del-re/

QdE 37 I MARCATORI DI TUTANKHAMON – Il DNA di una dinastia: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-marcatori-di…/

QdE 38 SULLE TRACCE DEL RE – Il ritrovamento della famiglia di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sulle-tracce-del-re/

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IL CARTIGLIO TORINESE DI AKHENATON

Un elemento architettonico molto particolare viene custodito al Museo Egizio di Torino.

Non voglio dilinguarmi più di tanto su esso perché è molto conosciuto visto che raffigura niente meno che gli antroponimi divini e regali di Akhenaton. Indubbiamente si tratta di uno dei sovrani più amati o più odiati da parte degli egittologi ed egittofili. Su questo re non ci sono vie di mezzo.

Si tratta di un reperto che avevamo già analizzato qualche mese fa QUI, ma ora prendiamo in considerazione anche il fianco sinistro dell’oggetto, cosa che in precedenza non avevamo fatto visto che l’immagine a corredo era esclusivamente frontale. Perciò riprendiamo in mano il tutto e rifacciamo la nostra analisi filologica considerando anche il lato visibile.

Per coloro che fossero interessati a questo periodo storico, ma soprattutto alla capitale creata da Akhenaton, ho preparato tre Quaderni di Egittologia. La vastità della materia è così ampia da richiedere ben sei ore di conferenze suddivise in tre lezioni che hanno dato origine al Quaderno 4, 5 e 6. Li potete trovare qui:
AMARNA – Il quartiere palatino https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-il-quartiere…/
AMARNA – La città residenziale https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-la-citta…/
AMARNA – L’hinterland https://ilmiolibro.kataweb.it/…/630051/amarna-lhinterland/

Kemet Djedu

L’ANELLO DI AMENHOTEP IV

L’anello in faience di Amenhotep IV conservato al Walters Art Museum Baltimore reca un’iscrizione.

Qual è il suo senso di lettura?
Basta guardare in che direzione sono voltati i geroglifici, visto che guardano sempre l’origine della scrittura. Interessante, però, che i primi cinque segni siano tutti quanti simmetrici e quindi non ci aiutano a determinare il senso di lettura.
Lo fa il sesto, un arpione la cui punta è diretta a destra. Perfetto. Il senso di lettura è da destra a sinistra e dall’alto verso il basso.

Riusciamo, quindi, a leggere due frasi che riconosciamo come gli antroponimi del re Amenhotep IV (il futuro Akhenaton). Si tratta del Quarto Protocollo Reale anche se, qui, non è iscritto in un cartiglio per motivi di spazio.

Nelle immagini vediamo l’anello ritratto dall’alto per mostrare la scritta, la stessa immagine con sovrapposti i geroglifici, la stessa immagine ribaltata per motivi didattici e la traslitterazione e traduzione dell’antroponimo reale.

Come al solito ho aggiunto la pronuncia seconda la codifica IPA.

Kemet Djedu

LA DIREZIONE DI LETTURA DEL GEROGLIFICO

I filologi del XIX secolo avevano ben compreso la variabilità del senso (o direzione) di lettura della grafia egizia. Infatti il geroglifico, essendo una scrittura grafica, non era rigidamente legata ad una direzione precisa, sebbene da destra a sinistra sia quella più diffusa sui papiri.

Gli Egizi avevano già compreso la particolare scenografia della loro scrittura e non tardarono a sfruttarla soprattutto in ambito templare e funerario (molto meno in ambito scrittorio).

Una facciata templare può presentare entrambi le direzioni di scrittura usando, ad esempio, come asse di simmetria l’accesso. Quindi posizionandoci di fronte all’entrata leggeremo da desta a sinistra la parete sinistra e da sinistra a destra la parete di destra. Troviamo questo sistema, ad esempio, sulle false porte dove l’asse di simmetria è lo spacco centrale dal quale esce e rientra il defunto.

Stabilita la direzione orizzontale, normalmente il testo è dall’alto al basso, ma ci sono casi specialissimi.

In alcuni testi religiosi arcaici i filologi tentarono la lettura verticalizzata dall’alto al basso per poi accorgersi che, non leggendo nulla, la direzione era opposta.

Quindi esistono dei testi da leggere dal basso in alto ma sono rarissimi. Nel caso esemplificato il testo religioso fa riferimento al caos. Lo scriba (o il sacerdote), per meglio rappresentare il concetto di caos, scrisse dal basso in alto.

Dire “al contrario” non è proprio preciso, perché implicitamente affermerebbe che la direzione corretta sarebbe dall’alto al basso.

Per permettervi di familiazzare con le diverse direzioni di lettura vi propongo una TA (Traduzione Archeologica) per i miei allievi del terzo anno (oggi direi del terzo livello).

Si tratta della falsa porta di Mehu. Sforzatevi a riconoscere i diversi elementi e la loro direzione di lettura. Qui sotto vi dettaglio la soluzione:

al1, al2, al3, stele, ac1, ac2, ac3 vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a sinistra della luce mediana vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a destra della luce mediana vanno tutti letti (da sx a dx) —–>

fondo: è sufficiente guardare le sei figure di Mehu, il cui nome è scritto ogni volta sopra di esse. Le tre a sinistra della luce mediana vanno lette (da dx a sx) <—–. Le tre figure a destra della luce mediana vanno lette (da sx a dx) —–>.

È intuitiva la fortissima valenza grafica della scrittura geroglifica. Come già detto gli Egizi la sfruttarono immediatamente per meglio inquadrare i testi parietali.