La stele, conservata al Museo Egizio di Torino, reca un breve testo geroglifico posizionato su cinque registri verticali. Quello più a destra è didascalico del dio Amon. I quattro più a sinistra sono relativi al proprietario della stele. Come spesso accade il proprietario nomina anche altri parenti in modo da eternare pure a loro la memoria eterna.
Al Museo Egizio di Torino sono custodite moltissime stele funerarie. Quella soggetto della nostra analisi è chiamata, dal nome del suo proprietario, la stele di Nekhemmut. Essa ha il numero di inventario Cat. 1587 ed è registrata nel Catalogo Generale (del Museo Egizio di) Torino con il numero CGT 50070. La stele è in calcare e misura 24 cm di altezza, 16 cm di larghezza e 2 cm di spessore. È stata datata tra il 1190 e 1076 a.C. e ciò la colloca nel Nuovo Regno durante la XX dinastia. La stele fu repertata dagli agenti di Bernardino Drovetti nel 1824 durante la sua permanenza in Egitto come ambasciatore francese. L’origine del manufatto è Deir el Medina, il celeberrimo villaggio degli operai che scavavano le tombe dei sovrani dell’epoca. Il visitatore ne può prendere visione nella vetrina numero 2 della sala numero 6.
La nostra analisi filologica prevede, come da accordi internazionali, il riporto della grafia su registri verticali in linee orizzontali orientate da sinistra a destra; in ossequio al senso di lettura occidentale. Ciò comporta un diverso posizionamento relativo dei geroglifici.
Ne ho fatto un “Laboratorio rapido” che vi propongo sempre allo scopo di appassionarvi alla filologia egizia. Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha (ancora) studiati.
Nel 2015 Nicholas Reeves (Università dell’Arizona) affermava che, già da qualche tempo, aveva cercato di dimostrare come la celeberrima maschera d’oro non fosse stata prodotta per Tutankhamon, ma per una donna che lo aveva preceduto sul trono.
L’egittologo aveva identificato questo personaggio con gli antroponimi Ankh-kheperu-Ra e Nefer-neferu-Aton e la riteneva una coreggente di Akhenaton. Aggiungo che questa regnante potrebbe essere stata la grande sposa del re Nefertiti oppure Meryt-Aton, la primogenita della coppia reale. Quest’ultima prese il posto della madre quando Nefertiti scomparve dalla scena senza che se ne sia ancora determinato il motivo: defunta? Decaduta? Ritirata?
Le convinzioni di Reeves erano determinate dall’analisi di un cartiglio posto sulla maschera che sembra evidenziare un rimaneggiamento del materiale allo scopo di far comparire un nuovo nome al posto di quello originale. Finalmente nel settembre 2015 Reeves venne a contatto con Mahmoud Al-Halwagy, allora Direttore del Museo del Cairo e, per mezzo di questi, con il fotografo del Museo, Ahmed Amin. Essi fornirono all’egittologo l’IMMAGINE 1 che Reeves stesso definisce particolarmente nitida e dettagliata.
L’IMMAGINE 2 è solo un mio ingrandimento della precedente.
Lo stesso Reeves ammetteva serenamente che, data l’importanza di quella che lui definisce una scoperta, volle da subito coinvolgere qualche collega specialista per ottenerne anche dei suggerimenti e non solo degli avvalli. In soccorso a Reeves vennero Ray Johnson e Marc Gabolde. La prima cosa da fare fu replicare graficamente il cartiglio di Tutankhamon mettendo in evidenza i segni ancora visibili della precedente iscrizione.
La restituzione grafica che se ne derivò fu l’IMMAGINE 3, quella qui raffigurata in verde. In rosso sono evidenziati i segni dell’iscrizione precedente che gli artigiani egizi non riuscirono a nascondere del tutto. Per meglio discuterli con il lettore ho numerato la serie delle impronte che gli egittologi hanno analizzato nel loro tentativo di ridefinire il nome del predecessore.
Nell’IMMAGINE 4 diamo la traduzione del cartiglio repertato. Quello originale, in verde, si legge da destra a sinistra mentre noi, per convenzione internazionale, lo riportiamo da sinistra a destra concordando con il senso di lettura occidentale.
Si tratta del Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. È il nome con il quale la diplomazia conosce il re d’Egitto all’estero. Insieme al Quinto, il nome di famiglia, è l’unico racchiuso dal cartiglio. Per R.J. Leprohon lo si traduce: “Il possessore delle manifestazioni di Ra”. Nel cartiglio si presenta una doppia metatesi onorifica per il disco solare (rꜤ, [ra], dio Ra) e per lo scarabeo (ḫpr, [keper] dio Khepri). La dizione mȜꜤ-ḫrw, [maa-keru], “giusto di voce”, significa che il defunto non ha mentito durante la psicostasia (=pesatura dell’anima) relativamente al suo corretto comportamento in vita e quindi può risiedere nell’Aldilà con gli dèi.
Una cosa che da subito Reeves non si spiegava era la doppia impronta 1 che si notava tra i due segni mȜꜤ-ḫrw, i due geroglifici dopo il cartiglio di Tutankhamon. La doppia impronta presentava, per entrambe, un tratto angolare. Inoltre, a loro volta, i due tratti risultavano allineati reciprocamente.
I tre egittologi si concentrarono sugli ultimi tre che, a loro avviso, rappresentavano una maggiore facilità di interpretazione. L’impronta 6 non poteva che essere l’arrotondamento del cartiglio precedente. Questo permetteva di capire che i due cartigli sovrapposti iniziavano dallo stesso punto.
L’impronta 4 era composta da quattro tratti verticali. Cos’erano? La soluzione era proprio a portata di mano. Infatti non potevano che essere le zampe fossorie sinistre di uno scarabeo che era originariamente posizionato più a sinistra di quello attuale. L’analisi dell’impronta 4 suggeriva che a destra della stessa, lo spazio precedentemente più largo era occupato da un altro geroglifico che era stato fatto sparire.
L’impronta 5, però, ne rilevava due caratteristiche: la parte superiore era stondata mentre la parte inferiore doveva essere verticale. Per Reeves, Gabolde e Johnson non c’erano dubbi. Il segno cancellato era un Ꜥnḫ [ank]
A suffragare pienamente la materializzazione del nome cancellato si poteva benissimo aggiungere l’impronta 3. Essa non poteva che essere la sequenza delle tre barrette affiancate che nella grafia geroglifica indica il plurale e che si leggono w [u].
Fermandosi un istante a visualizzare il lavoro fin qui svolto gli egittologi si resero conto che il primo antroponimo del cartiglio cancellato era formato dalla sequenza rꜤ+Ꜥnḫ+ḫpr+w, cioè, considerando la metatesi onorifica: Ꜥnḫ-ḫprw-rꜤ [ank-keperu-ra] Ankh-kheperu-Ra. (L’antroponimo divino rꜤ Ra è in metatesi onorifica, quindi anteposto agli altri segni). Esattamente quello che Reeves ipotizzava da anni, ma che ora poteva parzialmente documentare. Parzialmente, perché il nome della coreggente era doppio.
Infatti esistono due versioni del nome Ankh-kheperu-Ra: 1) La prima incorporava anche l’epiteto mr(y) nfr-ḫprw-rꜤ [meri nefer-keperu-ra] ed era la versione esclusivamente usata dalla donna coreggente di Akhenaton (iscrizione al maschile). 2) La seconda, senza epiteto supplementare, sembra usata soltanto dal successore, l’effimero Smenkhkara.
Ma dove avrebbe potuto essere posizionato il secondo epiteto? Ovviamente non restava che lo spazio alla sinistra dei segni fin qui riconosciuti in corrispondenza dell’impronte 2 e 3. Inoltre le righe orizzontali all’interno del cesto (nb [neb]) facevano ipotizzare la precedente presenza di un segno orizzontale allungato come quello del canale (mrt [meret], al genere femminile). In questo modo si risolveva anche il fatto che, con la lettura da destra a sinistra, l’epiteto supplementare, posizionandosi a sinistra, dimostrava di essere appunto il secondo nome della coreggente.
Non restava che risolvere ancora un problema. I due cartigli, l’originale della coreggente Ankh-kheperu-Ra, meret Nefer-kheperu-Ra, e quello di Neb-kheperu-Ra avevano dimensioni diverse, infatti comprendevano antroponimi molto diversi. Quello precedente e originale era più lungo, quello seguente, che gli era stato sovrapposto, era più corto. La spiegazione fu fornita da Ray Johnson che, analizzata meglio la squadratura dell’impronta 1, riconobbe la base del cartiglio originale. La differenza di lunghezza dei due cartigli fu risolta brillantemente in questo modo. Una volta ricoperto il cartiglio della coreggente con il Quarto Protocollo di Tutankhamon, lo spazio eccedente fu impegnato dalla formula mȜꜤ-ḫrw [maa-keru] “giusto di voce” mettendo gli abituali due geroglifici (base di statua e remo) affiancati e in verticale.
L’inumazione di Tutankhamon, in una tomba che non era a mappatura regale, aveva già ampiamento dimostrato la frettolosità della sepoltura, a causa di un decesso inaspettato. Evidentemente anche il corredo funebre del sovrano non era stato ancora approntato e lo si era formato attingendo da altri corredi ai quali era stato sostituito il nome del precedente possessore. Come la celeberrima maschera, appunto, starebbe a dimostrare.
Per chi volesse approfondire l’argomento su Tutankkhamon è consigliabile la lettura dei Quaderni di Egittologia che ho dedicato al celeberrimo faraone:
Un elemento architettonico molto particolare viene custodito al Museo Egizio di Torino.
Non voglio dilinguarmi più di tanto su esso perché è molto conosciuto visto che raffigura niente meno che gli antroponimi divini e regali di Akhenaton. Indubbiamente si tratta di uno dei sovrani più amati o più odiati da parte degli egittologi ed egittofili. Su questo re non ci sono vie di mezzo.
Si tratta di un reperto che avevamo già analizzato qualche mese fa QUI, ma ora prendiamo in considerazione anche il fianco sinistro dell’oggetto, cosa che in precedenza non avevamo fatto visto che l’immagine a corredo era esclusivamente frontale. Perciò riprendiamo in mano il tutto e rifacciamo la nostra analisi filologica considerando anche il lato visibile.
L’anello in faience di Amenhotep IV conservato al Walters Art Museum Baltimore reca un’iscrizione.
Qual è il suo senso di lettura? Basta guardare in che direzione sono voltati i geroglifici, visto che guardano sempre l’origine della scrittura. Interessante, però, che i primi cinque segni siano tutti quanti simmetrici e quindi non ci aiutano a determinare il senso di lettura. Lo fa il sesto, un arpione la cui punta è diretta a destra. Perfetto. Il senso di lettura è da destra a sinistra e dall’alto verso il basso.
Riusciamo, quindi, a leggere due frasi che riconosciamo come gli antroponimi del re Amenhotep IV (il futuro Akhenaton). Si tratta del Quarto Protocollo Reale anche se, qui, non è iscritto in un cartiglio per motivi di spazio.
Nelle immagini vediamo l’anello ritratto dall’alto per mostrare la scritta, la stessa immagine con sovrapposti i geroglifici, la stessa immagine ribaltata per motivi didattici e la traslitterazione e traduzione dell’antroponimo reale.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia seconda la codifica IPA.
I filologi del XIX secolo avevano ben compreso la variabilità del senso (o direzione) di lettura della grafia egizia. Infatti il geroglifico, essendo una scrittura grafica, non era rigidamente legata ad una direzione precisa, sebbene da destra a sinistra sia quella più diffusa sui papiri.
Gli Egizi avevano già compreso la particolare scenografia della loro scrittura e non tardarono a sfruttarla soprattutto in ambito templare e funerario (molto meno in ambito scrittorio).
Una facciata templare può presentare entrambi le direzioni di scrittura usando, ad esempio, come asse di simmetria l’accesso. Quindi posizionandoci di fronte all’entrata leggeremo da desta a sinistra la parete sinistra e da sinistra a destra la parete di destra. Troviamo questo sistema, ad esempio, sulle false porte dove l’asse di simmetria è lo spacco centrale dal quale esce e rientra il defunto.
Stabilita la direzione orizzontale, normalmente il testo è dall’alto al basso, ma ci sono casi specialissimi.
In alcuni testi religiosi arcaici i filologi tentarono la lettura verticalizzata dall’alto al basso per poi accorgersi che, non leggendo nulla, la direzione era opposta.
Quindi esistono dei testi da leggere dal basso in alto ma sono rarissimi. Nel caso esemplificato il testo religioso fa riferimento al caos. Lo scriba (o il sacerdote), per meglio rappresentare il concetto di caos, scrisse dal basso in alto.
Dire “al contrario” non è proprio preciso, perché implicitamente affermerebbe che la direzione corretta sarebbe dall’alto al basso.
Per permettervi di familiazzare con le diverse direzioni di lettura vi propongo una TA (Traduzione Archeologica) per i miei allievi del terzo anno (oggi direi del terzo livello).
Si tratta della falsa porta di Mehu. Sforzatevi a riconoscere i diversi elementi e la loro direzione di lettura. Qui sotto vi dettaglio la soluzione:
al1, al2, al3, stele, ac1, ac2, ac3 vanno tutti letti (da dx a sx) <—–
mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a sinistra della luce mediana vanno tutti letti (da dx a sx) <—–
mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a destra della luce mediana vanno tutti letti (da sx a dx) —–>
fondo: è sufficiente guardare le sei figure di Mehu, il cui nome è scritto ogni volta sopra di esse. Le tre a sinistra della luce mediana vanno lette (da dx a sx) <—–. Le tre figure a destra della luce mediana vanno lette (da sx a dx) —–>.
È intuitiva la fortissima valenza grafica della scrittura geroglifica. Come già detto gli Egizi la sfruttarono immediatamente per meglio inquadrare i testi parietali.
Troviamo QUI la pagina dedicata alla cura dei capelli nella medicina egizia.
Aggiungo qui, a margine, una ricetta originale tratta dal PAPIRO HEARST. Seguendo le istruzioni si dovrebbe riuscire a realizzare un preparato che, una volta applicato, dovrebbe far cadere i capelli alla rivale (in amore?).
Però il papiro non ci fornisce la motivazione ingannatrice con la quale convincere la nemica a procedere con l’applicazione.
UN’ALTRA PRESCRIZIONE PER FAR CADERE I CAPELLI ALLA RIVALE
La ricetta del Papiro Hearst immediatamente seguente a quella che vi ho mostrato, tratta da un Laboratorio di Filologia Egizia che avevo preparato per i miei allievi, riguarda nuovamente un secondo modo per far cadere i capelli alla rivale.
Spero che anche questa prescrizione vi incuriosisca.
La considerazione con la quale gli antichi Egizi trattavano le proprie capigliature è il soggetto del mio Quaderno di Egittologia 49 – CON LA SABBIA TRA I CAPELLI – Le acconciature nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento può trovarre il testo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/con-la-sabbia-tra-i…/
Questa stele (già descritta QUI) è conservata al Kunsthistorisches Museum (Museo di Storia dell’Arte) di Vienna con il numero d’inventario 95. E’ stata datata al Medio Regno, tra la fine dell’XI dinastia e l’inizio della XII.
Poiché l’immagine è molto chiara mi permetto di farne il commento filologico. Le due donne raffigurate sono dichiarate sorelle, forse a causa del nome della seconda donna, Senet, il cui antroponimo potrebbe appunto essere l’abbreviazione di tȜ-snty [ta-seneti] “Le Due Sorelle” con riferimento a due dee, usualmente Iside e Nefti.
Entrambe le donne indossano il classico lungo abito attillato egizio con le bretelline che lasciano il seno scoperto. Senet ha l’abito decorato a rombi, abbastanza inusuale.
Le due donne hanno in una mano un tessuto (spesso indicato come un fazzoletto (?) che indica il loro elevato stato sociale, mentre con l’altra mano odorano un fiore. Nella didascalia è indicato come LOTO, ma è un errore di traduzione dall’inglese della prima Egittologia. Per gli Inglesi tutti i fiori che galleggiano sono LOTO perchè lo derivano dalla loro esperienza coloniale. Il fiore di loto è appunto orientale, non è autoctono africano. Il loto in Egitto lo porteranno i Persiani giusto un millennio e mezzo dopo. Le due donne stanno odorando delle NINFEE.
Ho ribaltato le immagini per poter meglio seguire il lavoro filologico che, come di consueto, ho corredato con la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha (ancora) studiati.
Chi volesse provare a cimentarsi in questa stupenda esperienza intellettuale può trovare qui uno strumentario completo:
La stele 50034 custodita al Museo Egizio di Torino ed illustrata nella pagina dedicata alla regina Ahmose Nefertari QUI è, manco a dirlo, molto bella anche perché presenta ancora molti colori. L’originalità della stele è di avere pure il lato nascosto lavorato. Si tratta soltanto di uno schizzo che, però, rappresenta addirittura l’effige del visir con tanto di didascalia.
Visto che la stele è molto conosciuta per il suo recto, allora commentiamo filologicacamente il suo verso.
RECTO
Come da convenzione internazionale (occidentale) i testi originali vanno tutti riportati per righe orizzontali da sinistra a destra. Ciò significa che i geroglifici possono subire uno spostamento relativo diverso pur essendo tutti precisamente riportati.
La stele ha una breve scheda sul sito del Museo Egizio, il suo numero di inventario precedente era C1452. La trovate QUI.
Come di consueto ho proposto anche la codifica IPA per permettere la lettura a chi non conosce i geroglifici. Nel caso invece foste interessati a studiarli potrete trovare a questi link uno strumentario completo:
Il trono della principessa, e poi regina, Sat-Amon figlia primogenita di Amenhotep III e di Tiiy (illustrato QUI da Patrizia Burlini) mostra, oltre all’abilità artigianale nel produrlo, un’iscrizione sulla tabella che decora il lato interno dello schienale.
Su essa sono riportate due immagini che subito comprendiamo come speculari. La principessa è seduta mentre un’ancella le sta recando un collare d’oro posto su di un vassoio.
Anche le colonne di testo sono speculari e recitano l’identico messaggio. Poiché la raffigurazione di sinistra è meno danneggiata, analizziamo quella.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora) studiati.