C'era una volta l'Egitto, Letteratura, Medio Regno

SINUHE, IL FIGLIO DEL SICOMORO

Di Piero Cargnino

Come ebbi modo di scrivere in precedenti articoli, col Medio Regno, ed in particolare con la XII dinastia, l’Egitto conobbe una notevole rinascita culturale. Nell’architettura, come nell’arte in generale, assistiamo all’emergere di nuove concezioni esecutive, un’armonia nuova nelle costruzioni  mentre la statuaria presenta una delicatezza nei tratti che denota una maturazione artistica straordinaria.

Tra le opere architettoniche più importanti del Medio Regno ricordiamo le piramidi di Sesostri II e di Amenemhat III (che tratteremo in seguito), la statuaria non rappresentava più il faraone come un essere solenne ed impassibile ma evidenziava, nei tratti del volto, un’immagine più umana e meno divina di un sovrano che si occupa del benessere del suo popolo.

La letteratura subì un notevole sviluppo quale mezzo di promozione nei confronti di un faraone più umano e generoso, guida del popolo, non più come un dio inaccessibile. Il sovrano non era più considerato come l’unico ad avere accesso alla vita eterna, prerogativa che ora veniva estesa anche alle fasce socialmente meno elevate. Oltre ai testi che ci sono giunti nei numerosi papiri, le lamentazioni, gli insegnamenti ed altri papiri sapienziali, è giunta sino a noi l’opera letteraria più importante e completa di tutta la letteratura antico egizia, “Il racconto di Sinuhe”.

L’opera si inserisce perfettamente nella cronologia del periodo che sto trattando in quanto si sviluppa proprio nella XII dinastia a cavallo tra i regni di Amenemhat I e del figlio Sesostri I.

A questo punto mi voglio permettere una parentesi ed anziché parlare di storia voglio parlare di letteratura, poiché la storia di Sinuhe si inserisce in questa epoca, purtroppo buia per l’Egitto, credo che seguirne l’evoluzione, oltre che interessante, ci può dare anche il senso del livello raggiunto nella letteratura del Medio Regno. Si tratta di un’opera autobiografica dove l’autore (ignoto) dimostra un autentico interesse alle finezze ed una padronanza del linguaggio che, pur mantenendosi nel lirismo, non disdegna qualche divagazione di humor pittoresco. Lo scriba esprime se stesso alternando e variando costruzioni sintattiche e coniando espressioni nuove e ricercate, quale ad esempio: “dare strada ai piedi”, invece del banale “andare”.

Il racconto dovette incontrare un enorme successo e la sua diffusione è dimostrata dal fatto che fu più volte copiato dagli altri scribi tanto che è giunto a noi su numerosi papiri e ostraca in scrittura ieratica. Il papiro meglio conservato è il “Papiro di Berlino 3.022” che consta di 311 righe ma purtroppo è mancante della parte iniziale.

Supplisce a questa lacuna il “Papiro di Berlino 10.499”, risalente alla fine del Medio Regno che contiene 203 righe tra cui l’intero inizio. Talmente il racconto era divenuto popolare che veniva utilizzato nelle scuole per la formazione degli scribi i quali se ne servivano per i loro esercizi su ostraca che sono pervenuti fino a noi in grande quantità.

Il più famoso è l’ostrakon che oggi si trova presso l’Ashmolean Museum di Oxford che contiene 130 righe. Quest’ultima versione si presenta con un valore filologico nettamente inferiore poiché fu redatta in epoca molto posteriore a quella in cui fu composta l’opera originale, essa risale alla XIX dinastia del Nuovo Regno.

La storia di Sinuhe venne definita dallo scrittore inglese Rudyard Kliping come una delle più grandi opere della letteratura universale e, di certo, pur non essendo molto vasta, è sicuramente l’opera di letteratura egizia, non religiosa, più elaborata e che presenta le sfumature più numerose. Questo capolavoro trascende gli altri numerosi testi letterari di questo tipo trovati nelle tombe dell’Antico Egitto. Il protagonista si presenta come un vero essere umano qualunque, con le sue paure, le sue debolezze ed incertezze e non come un mitologico eroe guerriero. L’elaborazione letteraria dell’intero racconto, confermata ed ampliata da approfondite ricerche, pare dimostrare che il testo sia scritto in versi e non in prosa, come tale, a ragione, fu considerata già dagli antichi egizi come un classico per eccellenza della loro letteratura.

Il nome di Sinuhe è stato elaborato dai filologi moderni traendolo da un geroglifico che significa “Il figlio del sicomoro”, o “Il figlio di Hator”. Il geroglifico è composto dalla rappresentazione di un’oca che precede il segno dell’albero della dea Hator al quale viene aggiunto il segno determinativo che indica che si riferisce ad un uomo.

Il racconto si colloca in quel clima di torbidi di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, la fine del regno di Amenemhat I che cade vittima di una congiura del suo stesso Harem mentre suo figlio Sesostri si trovava impegnato in una campagna militare. Sinuhe inizia il racconto con la sua presentazione:

<< ……Ero un compagno che seguiva il suo signore, un servo dell’harem reale e della principessa ereditaria, la grande favorita, la sposa reale di Sesostri nella città di Khnumsut, la figlia di Amenemhat nella città di Qaneferu, Neferu, signora di beneficio. L’anno di regno XXX, nel terzo mese della stagione dell’inondazione, il giorno sette, il dio (il re) salì al suo orizzonte (morì)…… >>.

Improvvisamente arriva la notizia che il re  Amenemhat I è stato assassinato,

<<……il re dell’Alto e Basso Egitto fu sollevato al cielo e unito con il disco solare…….il corpo divino si assorbì in colui che lo aveva creato……>>.

L’intera residenza tace, i cortigiani sono disperati ed il popolo è in lamento. Sesostri era stato inviato dal padre  Amenemhat con un esercito a combattere

<<……i paesi stranieri e punire quelli che erano tra i Tehenu…….>>.

La notizia della congiura raggiunse Sesostri mentre stava rientrando con prigionieri libici ed un ingente bottino, senza indugio <<……il falco volò…..>> mentre ancora l’esercito non sapeva nulla.   

Come abbiamo detto Sinuhe non era certo quell’eroe tipo quelli descritti dagli storici antichi, Sinuhe era un semplice cittadino del popolo al servizio del suo faraone, Amenemhat I, e la cosa lo turbò parecchio. In preda alla paura, all’incertezza, o forse in quanto, anche se indirettamente, implicato nella congiura, Sinhue teme per la sua vita, teme che il complotto nel quale è stato ucciso il faraone possa ingenerare una guerra civile e sopratutto è preso dal terrore di esserne coinvolto. Decide quindi di fuggire lontano verso la Siria, attraversa il lago Maaty e giunge all’isola di Snofru, il giorno dopo raggiunge la città del Bove. Con una zattera senza timone passa oltre la Signora della Montagna Rossa e da qui

<< …..detti strada ai miei piedi verso nord……..>>

(notare l’effetto e la finezza letteraria già menzionata, “detti strada ai miei piedi”). Sinhue arrivò fino ai “Muri del Principe” (fortificazioni per tenere lontani gli asiatici), e qui rimase fino a notte rannicchiato in un cespuglio. Dopo aver camminato tutta la notte

<<……..quando s’imbiancò la terra giunsi a Peten…….>>. Con la gola riarsa dalla sete pensò <<……questo è il gusto della morte…….>>, ma si rincuorò quando udì la <<……voce del muggito degli armenti……>> e scorse degli asiatici. Il capo tribù che era stato in Egitto lo riconobbe e lo rifocillò con acqua e latte cotto e lo trattò con grande amicizia <<……..fu bello quello che fecero per me, paese mi dette paese……..>>.

Lasciati gli asiatici riprese il suo cammino finché giunse a Biblo e raggiunse Qedem dove venne accolto da Amu-Nenesei, principe di Retenu che lo rassicurò dopo averlo riconosciuto da quanto riportato dagli egiziani che erano ivi residenti, <<…..e passai là un anno e mezzo……>>.

Sinhue racconta al principe le vicissitudini che lo hanno portato così lontano dal suo paese, la paura di quanto sarebbe successo, dopo aver appreso dell’assassinio del faraone Amenemhat I, pur ammettendo che contro di lui in Egitto non vi era nulla che gli fosse stato rimproverato, non sapeva perché si era diretto là, forse

<<…….fu il consiglio di un dio, come quando un uomo del Delta si vede a Elefantina o un uomo della palude in Nubia……..>>.

Il principe di Retenu, sbalordito si chiese come avrebbe fatto ora l’Egitto senza quel dio perfetto, (il faraone),

<<……..la paura del quale era presso i paesi stranieri come (quella) di Sekhmet in un anno di pestilenza…….>>.

Sinhue afferma che il figlio di Amenemhat, Sesostri, che succederà al padre, provvederà a punire i colpevoli del complotto e prenderà saldamente in mano le redini del paese. Sarà lui il nuovo dio

<<……..è un dio, invero, di cui non c’è l’eguale……è un signore della saggezza…….ci proteggerà ora che è entrato nel palazzo e ha ottenuto l’eredità di suo padre……>>.

E qui lo scriba si dilunga nel tessere le lodi al nuovo faraone, ne esalta le qualità in battaglia

<<…….non c’è riparo per chi gli volge la schiena…….la sua gioia è far prigionieri i barbari…….>>,

osannando il suo coraggio e la sua forza. Come sempre accade nella storia anche il nostro scriba si prodiga dilungandosi in elogi e adulazioni verso il sovrano regnante che non è solo un guerriero

<<…….ma è (anche) un signore d’amore…….la sua città lo ama più del suo dio……>>.

Sinhue consiglia al principe di Retenu di far visita al nuovo faraone

<<…….vallo a trovare, fagli conoscere il tuo nome…….non mancherà di far del bene a un paese che sarà leale verso di lui…….>>.

Allora il principe di Retenu si compiace ed invita Sinhue a fermarsi presso di lui dove troverà una nuova casa in pace e tranquillità. Sinhue viene trattato con tutti gli onori

<<…….mi mise avanti ai suoi figli e mi sposò alla sua figlia maggiore……>>.

Gli venne fatto scegliere un ricco possedimento,

<<……Iaa è il suo nome…..>> dove abbondavano ogni sorta di delizie, <<…….vi erano fichi, e uva, olio e miele abbondante e c’era più vino che acqua…….>>,

e dove era numeroso il bestiame di ogni tipo. Gli viene assegnata una tribù, una di quelle più scelte del suo paese alla quale viene messo a capo.

Passarono molti anni ed i suoi figli crebbero forti ciascuno a capo di una tribù. Quando i beduini del deserto insorsero, Sinuhe dette consigli su come condurre la guerra allora il principe Amu-Nenesei lo mise a capo dell’esercito e Sinuhe marciò

<<……..in battaglia contro beduini del deserto……>>.

Ovviamente il trattamento a lui riservato e gli onori conquistati in battaglia alimentarono le invidie,

<<……venne un forte di Retenu e mi sfidò nella mia tenda…….intendeva lottare con me e portarmi via il mio bestiame……>>.

Sinhue si confida col principe chiedendosi cosa potesse volere costui al quale lui non aveva mai fatto nulla,

<<…….è invidia perché mi vede eseguire i tuoi ordini?……. C’è forse un uomo di umile nascita che sia amato una volta divenuto un capo?……>>.

Dopo aver passato la notte a preparare le sue armi, giunse infine il mattino e con esso il suo sfidante con tutta la sua gente. Sinhue lascia che l’avversario scagli le sue frecce ed i suoi giavellotti scansandoli tutti, e quando l’altro si lancia su di lui egli lo trafigge con una freccia nel collo per poi finirlo con la sua stessa ascia,

<<…….resi grazie a Montu mentre la sua gente si lamentava sopra di lui……>>,

quindi distrugge il suo accampamento e si impossessa dei suoi averi.  

A questo punto lo scriba ci descrive lo stato d’animo di Sinhue che dopo tutti questi anni sente, più che mai, la nostalgia per il suo paese, ora che ha tutto ciò che si può desiderare, il suo pensiero vola lontano, verso l’Egitto, le Due Terre che ha lasciato.

<<……..c’era un (uomo) fuggito verso un altro paese: oggi il mio cuore è gioioso…….era fuggito un fuggiasco al suo tempo, ora si riferisce di me alla Residenza……>>, egli sa che in Egitto si parla di lui alla corte di Sesostri I. Rispolvera quello che fu e quello che invece è oggi, <<……vagava un vagabondo in preda alla fame, ora do pane al mio vicino. Un uomo lasciò nudo il suo paese, ora splendo in vesti di lino. Un uomo correva per non avere chi mandare, ora sono ricco di servitori………>>.

Apprezza tutto ciò che possiede ora, la sua casa è bella e ampia, è la sua sede, e mentre al palazzo del faraone ci si ricorda di lui, il suo cuore piange ed implora il suo dio di farlo tornare in Egitto.

<<……..O dio, chiunque tu sia, che hai predestinato questa fuga, sii clemente!………>>.

Grande è il desiderio del ritorno, dove verrà sepolto il suo corpo? In un paese straniero? Prega il suo dio, Sinhue, lo implora affinché ascolti le preghiere di colui che oggi è esiliato,

<<……..si commuova il suo cuore per colui che avevi bandito a vivere in un paese straniero…….>>.

La vecchiaia incalza ed è sopraggiunta la debolezza, Sinhue è affranto

<<……..sono pesanti i miei occhi, deboli le braccia, le mie gambe si rifiutano di servire, il mio cuore è stanco………>>.

Le lamentazioni di Sinhue giungono fino al faraone Sesostri al quale viene riferito riguardo alle sue condizioni. Sua maestà dell’Alto e Basso Egitto Kheperkara (giustificato), invia subito doni come ad un re di terre straniere ed anche i figli del sovrano fanno udire i loro messaggi. Il messaggio del faraone è un’interrogazione a Sinhue,

<<………che cos’era che tu avessi fatto sicché si dovesse agire contro di te?……>>. Qui lo scriba riporta il testo dell’ordine che il faraone Sesostri invia a Sinhue, <<………l’Horo che vive dalla nascita, ……..il re dell’Alto e Basso Egitto, Kheperkara (giustificato), il figlio di Ra, Sesostri, possa egli vivere eternamente e per sempre………ti si porta questo ordine del re per renderti edotto…….Torna in Egitto, che tu riveda la Residenza dove sei cresciuto, che tu baci la tua terra……..>>.

Il sovrano promette a Sinhue che gli verrà riservata una tomba, che si procederà all’imbalsamazione con oli e <<………bende (fatte) con le mani di Tait……..>>. Il suo corpo verrà inumato in un sarcofago, (antropoide), d’oro con la testa di lapislazzuli, si farà una grande processione ed il suo sarcofago sarà trainato da buoi e preceduto da musicisti e la sua tomba verrà eretta tra quelle dei figli del re. Sinhue non deve morire fuori dall’Egitto

<<………non morirai in paese straniero, non ti porteranno gli asiatici, non sarai posto dentro una pelle di montone, non ti si farà un tumulo………>>.

Non appena gli fu letto il messaggio Sinhue esulta incredulo che il suo sovrano e dio possa fare una cosa simile al suo servitore il cui cuore è stato sviato verso i paesi barbari. Risponde al messaggio di Sesostri invocando tutti i possibili dei dell’Egitto affinché diano al sovrano la vita e la forza e gli concedano l’eternità senza limiti. Ora lo scriba riprende una litania di elogi al sovrano che ha avuto tanta clemenza, verso la quale Sinhue trova mille spiegazioni per ciò che ha fatto,

<<……….non so cosa mi ha fatto lasciare (il mio) posto, era come uno stato di sogno……….non avevo paura, non ero stato perseguitato……….le mie membra fremettero, le mie gambe si misero a fuggire e il mio cuore a guidarmi………>>.

Altra finezza letteraria dello scriba, “le mie gambe si misero a fuggire”. Ancora un giorno nel paese di Iaa per passare tutti i suoi possedimenti ai figli lasciando in mano al maggiore la guida della sua tribù. L’indomani partì verso sud facendo sosta alle Strade di Horo, l’ufficiale di guardia mandò un messaggero al re per informarlo del ritorno di Sinuhe. Sesostri inviò subito un  <<………eccellente ispettore di contadini del dominio reale…….>>, questi portò con se navi cariche di doni del sovrano per i beduini che lo avevano accompagnato fin li.

Lasciati i beduini Sinuhe partì a vele spiegate, durante il viaggio ciascun servitore faceva il suo lavoro,

<<………si pestò e si filtrò (la birra) davanti a me finché raggiunsi la città di Itu………quando la terra s’imbiancò, di mattina prestissimo…….>>

vennero dieci uomini e lo condussero a palazzo. Sinuhe, piegato, con la fronte a terra percorse il viale delle sfingi mentre i figli del re lo aspettavano all’ingresso. I cortigiani lo condussero nelle stanze private dove il sovrano riceveva le personalità

Avvolto in uno splendido costume dorato, con accanto la sua regina (forse Neferu III), Sesostri I assiso sul trono delle Due Terre riceve Sinuhe che, si stende pancia a terra mentre davanti a lui,

<<…….trovai Sua Maestà sopra un trono tutto d’oro. io ero steso sul ventre e persi conoscenza davanti a lui benché questo dio mi salutasse affabilmente……ma io ero come un uomo preso nel crepuscolo: la mia anima mancava, il mio corpo vacillava, il mio cuore non era più nel mio petto a che potessi distinguere la vita dalla morte……>>.

Sesostri ordina ai cortigiani presenti di sollevarlo <<…….alzalo, che possa parlarmi….…>>. poi Sesostri si rivolge a lui

<<…….ecco, sei venuto. Hai calcato i paesi stranieri. Ora è calata su di te la vecchiaia, hai raggiunto la tarda età. Non tacere più. Tu non parli quando il tuo nome è pronunciato!……>>.

Sinuhe, sempre in preda alla paura di ricevere una punizione, risponde con la “risposta di uno che ha paura”:

<<……che mi dice il mio Signore? Vorrei rispondere, ma non c’è nulla che possa fare. Veramente è la mano di Dio, la paura è nel mio corpo come quella che causò la fuga predestinata……>>.

Vennero fatti condurre i figli del Re e il sovrano si rivolse alla sposa regale:

<<…….Vedi, Sinuhe è ritornato come un  asiatico nato fra i beduini…….essa lanciò un grande grido e i figli del Re lanciarono esclamazioni tutti insieme. Dissero a sua Maestà: “Non è lui davvero o sovrano mio Signore!” Ma sua Maestà disse: “E’ lui davvero!”………>>.

Segue la solita cerimoniosa elencazione dei titoli del re con l’invocazione alla “Dorata” (Hathor) affinché

<<…….discenda la corrente la corona del Sud e risalga la corrente la corona del Nord, unendosi e incontrandosi secondo il detto di Tua Maestà………>>.

Esaurite le spiegazioni Sinuhe viene quindi condotto al locale delle abluzioni per essere preparato, viene portato nell’appartamento di uno dei figli del re dove c’era <<…….una sala fresca e immagini all’orizzonte……>>. Per lui si preparano vesti di lino regale, mirra e olio fine del re. Tutti i servitori sono accanto a lui,

<<……..si cancellarono gli anni dal mio corpo………si abbandonarono al deserto i vestiti di “quelli che corrono sulla sabbia”……..>>.

Sesostri gli fa dono di una casa con giardino appartenuta in precedenza ad un cortigiano, la casa viene rimessa a nuovo e molti operai vengono impiegati per ristrutturarla, il giardino viene arricchito con nuovi alberi. Il faraone ordinò che gli fosse costruita una piramide di pietra in mezzo alle altre piramidi reali, gli fece allestire <<…….tutto l’arredo funerario che si usa porre dentro la tomba…….>>.

Tale era l’affetto che il faraone provava per Sinuhe che ordinò che gli fosse scolpita una statua e poi ricoperta d’oro. Qui il racconto si chiude

<<……..Non c’è un uomo da poco per il quale sia stato fatto altrettanto. Io stetti sotto il favore del re finché venne il giorno del trapasso. E’ venuto (a compimento) dall’inizio alla fine, come è stato trovato in scrittura…….>>.

Per coloro che avessero letto il romanzo “Sinuhe l’egiziano”, di Mika Waltari, scritto nel 1950, vorrei segnalare che trattasi di un romanzo del genere di fantarcheologia, nonostante vada riconosciuto all’autore una smagliante fantasia ed una precisa conoscenza storica con la quale fa rivivere il fantastico mondo dei faraoni. Va però precisato che il romanzo, come il film che è stato tratto nel 1954, magistralmente interpretato da bravissimi attori è stato ambientato all’epoca dei faraoni Akhenaton e Horemheb della XVIII dinastia, (1330 a.C. circa). Il racconto originale invece, come già detto, si colloca all’epoca dei faraoni Amenemhat I e Sesostri I della XII dinastia, (1950 a.C. circa), ben sei secoli prima.

Spero di non avervi tediato rispolverando il “Racconto di Sinuhe ma l’opera è talmente significativa per il periodo considerato da potersi definire un’eccellenza di letteratura

Fonti e bibliografia:

  • E. Bresciani, “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, Torino II ed., 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Bams John W. B., “The Ashmolean Ostracon of Sinuhe”, Griffith Institute, Ashmolean Museum, Oxford, 1968
  • Sergio Donadoni, “Storia della letteratura egiziana antica”, Milano, Nuova Accademia, 1957
  • Naguib Mahfouz, “Il ritorno di Sinuhe”, (tradotto da Robert Stock), Random House, 2003 Mika Waltari, “Sinuhe l’egiziano”, (Romanzo), BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1997