Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI DENDERA

A una settantina di chilometri a nord di Luxor, si trova il tempio tolemaico di Dendera , uno dei monumenti egizi meglio conservato.

Dendera, l’antica Tantere (Tanetjeret), la Tentyris dei greci, è un sito molto esteso che comprende necropoli risalenti alle prime dinastie.

Fu capitale del VI nomo dell’Alto Egitto.

Il suo monumento più celebre è il tempio di Hathor, racchiuso entro un muro di cinta di mattoni crudi, misura 280 x 290 metri di perimetro, spesso 10 metri e alto 10.

Il Tempio è circondato da numerosi edifici, tra cui un Tempio di Iside, due mammisi, o “case della nascita”, di epoca tolemaica e romana, una basilica copta e un lago sacro.

La costruzione del tempio, iniziata nel I secolo a. C., proseguì dal 54 al 20 a. C.

Il complesso sorge sui resti di templi anteriori, alcuni risalenti all’ Antico Regno, altri a opera di Thutmosi III, di Ramses Il e Ramses III.

Il nome di Tolomeo XIII compare nella parte più interna del tempio, la prima a essere costruita in età tolemaica, ma nella decorazione parietale molti cartigli furono lasciati in bianco: verosimilmente, l’instabilità politica dei tempi rese incerti gli artisti in merito ai nomi da inserire.

La maggior parte dell’opera fu intrapresa da Cleopatra VII.

Veduta dall’alto del complesso templare

Il parallelismo tra le piante dei templi di Dendera e di Edfu non è fortuito: il primo ricalca il secondo, sebbene in scala ridotta e riflette lo stretto legame che unisce Hathor, venerata a Dendera, e Horo venerato ad Edfu, e i loro culti

Un’altra particolarità costruttiva del tempio è la wabet, la “cappella pura” e del cortile aperto antistante dove venivano collocate le numerose statuette delle divinità.

Veduta sul cortile e sulla facciata della “cappella pura” wahet. La “cappella pura” e l’antistante cortile delle offerte costituiscono una parte della cornice architettonico per la festa della “unione al dio solare”. Il nome wahet potrebbe forse essere stato ripreso dalla sala dell’imbalsamazione attestata già nell’Epoca classica. In entrambi gli ambienti, infatti, il corpo veniva preparato alla rinascita. Nel primo caso si trattava, in ambito reale e privato, del corpo del defunto, qui nel tempio dal corpo della divinità che moriva e si rigeneravano annualmente.

Sulla terrazza del tempio di Dendera si trovano, oltre al chiostro, anche due cappelle, composte ciascuna da un cortile e due ambienti annessi.

Esse erano adibite, come le analoghe cappelle in altri templi dell’Epoca, allo speciale culto di Osiride nel mese khoyak.

LA FACCIATA

La facciata è impressionante: 35 metri di larghezza e 12,5 di altezza, formata da sei colonne a sistro con capitello hathorico, separate da muri di schermo decorati e una porta centrale.

In alto, un’iscrizione in greco su tre righe, dedicata dai Romani nel 35 a. C., dichiara che il tempio era: “per l’Imperatore Tiberio Cesare, nuovo Augusto, figlio del divino Augusto, al tempo del prefetto Aulus Avillius Flaccus” e di altri.

Tiberio Cesare, rilievo parietale del tempio

IL VESTIBOLO

All’interno, 18 colonne a sistro occupano una sala immensa.

Grazie alla perfetta conservazione del tempio con il soffitto ancora intatto, l’illuminazione interna e quasi identica a quella originaria e il gioco di luci e ombre sulle colonne di questo vestibolo ne è un esempio suggestivo.

Veduta del soffitto del vestibolo

Sul lato sinistro della parete dell’ingresso, l’imperatore con la corona del Basso Egitto, lascia il palazzo per officiare le cerimonie nel tempio.

Egli è purificato da Horo e da Thoth e incoronato da varie dee.

Queste scene proseguono sulla parte destra del vestibolo, dove il sovrano traccia la pianta del tempio di Dendera e lo consacra ad Hathor.

Sul lato destro della parete d’ingresso, l’imperatore indossata la corona dell’Alto Egitto ed è introdotto da Montu e Atum al cospetto di Hathor.

Sebbene le molte immagini di personaggi regali e divini riprodotte sulle colonne, che compongono scene del re offerente agli dei, siano state deturpante, mostrano tuttavia chiaramente la lieve rotondità che caratterizza la figura umana nell’arte tolemaica.

Il soffitto presenta una complessa decorazione di carattere astronomico, che comprende raffigurazioni della dea del cielo Nut, e i segni dello zodiaco e i decani.

Raffigurazione della dea Hathor sul soffitto astronomico del vestibolo

Oltre la sala ipostila si apre un piccolo atrio ipostilo con due ordini di tre colonne, detto “Sala dell’Apparizione”.

Le basi delle colonne sono in granito, mentre i tamburi e i capitelli sono in arenaria..

Sulle pareti, il re è al cospetto di Hathor, qui chiamata ” Figlia di Ra”, di Horo e e del fanciullo Ihi, anche chiamato Harsomtu.

Le figure parietali , nella parte destra dell’atrio, leggibili in senso antiorario, dall’ingresso alla porta che si apre sul fondo, hanno per tema la fondazione, la costruzione e consacrazione del tempio di Hathor, ugualmente a quelle della sala ipostila; quelle nella parte sinistra, da leggersi in senso orario dell’ingresso, raffigurano il sovrano nell’atto di presentare il tempio a Hathor e Horo.

Sul lato destro della parete di fondo, Ptah introduce il re al cospetto di Hathor, Horo e del loro figlio Harsomtu, che agita il sistro in segno di giubilo.

L’atrio ipostilo è circondato da dei piccole camere, la cui funzione e raffigurata nelle immagini che ornano le pareti: in ognuna il sovrano compie offerte ad Hathor, ornamenti d’argento nel primo vano a destra, libagioni di acqua nella seconda, incenso nella prima camera a sinistra e derrate nella seconda.

Le due stanze di fondo venivano usate come magazzino per gli arredi sacri del tempio.

Oltre l’atrio ipostilo si susseguono due anticamere: la prima, detta ” Sala delle Offerte” , era chiusa da una porta in legno e metallo.

Le decorazioni parietali raffigurano il re che fa offerte agli dei di Dendera.

Su entrambi i lati della prima anticamera, una scala conduce alla terrazza del tempio, mentre sulla seconda anticamera, la “Sala dell’Enneade Divina”, si aprono piccole camere che custodivano le vesti e gli ornamenti degli dei: la ” Sala delle stoffe” e la “Sala del tesoro”.

Entrando nella Sala del Tesoro si accede a un piccolo cortile, al fondo del quale, una piccola scala, conduce alla “Cappella Pura”.

Qui veniva celebrata l’unione di Hathor e di Ra in occasione del compleanno della dea e dell’Anno Nuovo.

Sulle pareti del cortile sono illustrati i sacerdoti che consacravano le offerte, mentre nella “Cappella Pura” figurano le cerimonie che comportavano anche processione degli dei dell’Alto e Basso Egitto.

Nella seconda anticamera si aprono alte undici camere e al centro di trova il Sacrario, il “Grande Seggio” che custodiva le barche di Hathor, Horo, Harsomtu e Iside, questa è la parte più sacra del tempio, dove solamente il sovrano e i sacerdoti potevano entrare.

Le camere perimetrali fungevano sia da cappelle di varie divinità sia da magazzi per gli arredamenti sacri.

La cappella direttamente a ridosso del Sacrario, custodiva un simulacro dorato di Hathor alto due metri.

Nel pavimento della camera, a destra di quest’ ultima cappella, vi è l’ingresso di una delle dodici cripte sotterranee, di notevole interesse sia per l’aspetto architettonico sia per la decorazione parietale che illustra i vari oggetti rituali custoditi.

In una cripta Pepi I, sovrano dell’Antico Regno, è raffigurato offerente una statuetta di Hathor.

IL TETTO A TERRAZZA

Il tetto a terrazza di Dendera è un capolavoro; salite le scale che si trovano nella prima sala ipostila, quella sul lato sinistro, immette direttamente al tetto, quella sul lato destro è a rampa avvolgente.

Si tratta delle stesse scale percorse dai sacerdoti in occasione della Festa dell’Anno Nuovo e le pareti sono decorate con scene che illustrano la processione : ascendono con le statue divine destinate allo svolgersi delle cerimonie sul tetto e ne discendono a celebrazione ultimata.

Il tetto è costituito a più livelli, a seconda dell’altezza dell’ambiente sottostante.

Nell’angolo in fondo a destra (sud-occidentale) sorge un piccolo chiostro con dodici colonne a capitello hathorico distribuite sul perimetro; costruito da Tolomeo XII, in origine era coperto da una volta a botte di legno.

All’estremità opposta, verso la parte anteriore del tempio, due santuari erano consacrato a Osiride.

Si riteneva che il dio fosse stato sepolto ( tra molti altri luoghi) a Dendera, dove le celebrazioni che ne rievocano la morte e resurrezione erano ricorrenti.

Il soffitto di uno dei santuari era ornato con un bellissimo zodiaco circolare.

L’originale, ora conservato presso il Museo del Louvre a Parigi, fu rimosso nel 1820; in sito è stato collocato un calco.

In questa foto del tempio di Hathor a Dendera, è visibile lo stato del soffitto prima del restauro (a destra).
Si tratta della foto della dea avvoltoio Nekhbet coperta da uno spesso strato di fuliggine e sporco depositatosi nel corso di due millenni. Foto Paul Smit

In un vano vicino una figurazione mostra Osiride adagiato su un letto, compianto da Hathor, Iside, sotto le sembianze di un uccello, lo sovrasta, pronta a ricevere il suo seme e concepire Horus.

Le lastre di copertura del tetto a terrazza presentano una rete di canali di drenaggio poco profondi, destinati a raccogliere e convogliare l’acqua piovana nei doccioni a protome leonina disposti a intervalli sulle mura esterne del tempio.

Sotto ogni doccione una colonna di geroglifici contiene un testo magico, al cui contatto l’acqua, scivolando i sopra, assumeva virtù magiche.

Anche sulle pareti esterne il re traccia le fondazioni del tempio, ne depone le prime pietre e le consacrata ad Hathor.

Sul muro posteriore, Cleopatra VII e il figlio Cesarione sono ritratti in due scene al cospetto di Hathor e di altre divinità.

LE SCIMMIE URLANTI

Una delle magnifiche scene del soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Dendera, periodo tolemaico- romano

Le rappresentazioni in questo tempio sono ricchissime di simboli, spesso difficili da interpretare.

Nell’immagine si vedono quattro babbuini in adorazione del sole nascente.

Gli egizi erano grandi studiosi della natura e osservavano che i babbuini erano soliti urlare al sole nascente, scaldati dai suoi raggi.

Immagini di babbuini adoranti di fronte al sole si trovano spesso nell’arte egizia (nei commenti un’immagine del tempio di Ramses III a Medinet Habu).

Medinet Habu, tempio di Ramses III, i babbuini urlanti

Si trattava di animali che erano visti come intermediari tra l’umanità e gli dei ed erano considerati sacri, allevati nei templi, mummificati.

Il Dio Thot e Khonsu venivano spesso rappresentati con le loro sembianze.

A sinistra si nota la prua di una barca (che trasporta il sole nascente, non visible nella foto), su cui viene trasportato un bambino seduto, nella tipica posizione infantile con il dito in bocca. La barca che trasporta il sole, è trainata da tre sciacalli neri ( chiamati “i giustificati”) .

Dettaglio dei tre sciacalli

Più a destra sono rappresentati i quattro babbuini con le zampe alzate in adorazione. Sono chiamati “le anime dell’est”.

Foto Paul Smit

Fonte:

https://www.ancient-origins.net/…/primates-ancient…

IL DIO BES

Capitello presso la Porta Nord
Rilievo in pietra calcarea.

Questo rilievo formava , con altri pilastri rettangolari posti nel mammisi del tempio di Hathor a Dendera.

Il mammisi era un tipo particolare di piccoli tempio molto diffuso in Epoca Tarda e Età Tolemaica – Romana.

Era annesso ai templi delle principali divinità, a Dendera si trovano due case della Nascita, e questo rilievo proviene dalla più antica, costruita da Nectanebo I e ampliata durante l’ Età Tolemaica.

Il semidio Bes era il protettore delle donne incinte e dei bambini, e questo ne spiega la presenza nel mammisi.

Sue caratteristiche sono la lingua sporgente, la criniera e la coda.

La visione frontale è tipica delle sue rappresentazioni.

L’iconografia delle principali divinità era fissata da lungo tempo, e non differita molto da quella della figura umana in templi e tombe; le rappresentazioni invece delle divinità meno comuni, o di quelle, come Bes, che solo tardi entrarono a far parte del repertorio templare, erano spesso alquanto eterodosse.

Fonti:

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
  • I tesori di Luxor e della valle dei re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromin Malek – Edizioni Phaidon
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Fotografie di Andrea Vitussi che ringrazio per la sua disponibilità.

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TESTA DI REGINA TOLEMAICA

Thuis ( Tell Timai)
Epoca Tolemaica ( fine III secolo a. C.)
Marmo – Altezza cm 19
Museo Egizio del Cairo – JE 39517

Testa di regina Tolemaica assimilate a Iside

Questa testa proviene da Tell Timai, l’antica Thuis, una località del Delta.

Raffigura un personaggio femminile dal mento pronunciato, con una raffinata acconciatura a boccoli e cinta da un diadema tipico delle Regine.

Sul capo era applicato un ornamento metallico, forse il disco solare racchiuso fra due corna bovine, attributo divino che si ritrova su altre teste acconciate nello stesso modo.

Si tratta probabilmente di una sovrana tolemaica assimilata alla dea Iside; tramite il confronto con le raffigurazioni sulle monete è stata proposta un’identificazione con Berenice II, sorella e sposa di Tolomeo III Evergete.

Fonte e fotografia

I tesori dell’antico Egitto – Daniela Comand – Fotografia Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star

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FIGURA INTARSIATA DI SOVRANO

Provenienza sconosciuta
(250 a. C.)
Pasta vitrea con tracce di doratura, 13 x 6 cm.
Brooklyn Museum of Art, New York

L’ Età Tolemaica vide grandi progressi nell’arte vitrea policroma.

Questa figura faceva forse parte della decorazione di un tabernacolo ligneo, e raffigura un personaggio maschile che indossa la corona del Basso Egitto ( per quanto la corona, detta Corona Rossa, sia in questo caso di colore blu).

In teoria potrebbe trattarsi di un re o di una divinità, ma la posizione del braccio destro suggerisce un gesto di offerta o di adorazione.

È più probabile che raffiguri un sovrano.

Il viso idealizzato fa propendere per una datazione all’ Età Tolemaica, come anche la tecnica dell’intarsio, che non si avvale più di alveoli in metallo per contenere i singoli pezzi della composizione.

La figura venne realizzata in quattro pezzi: corona, testa, girocollo e corpo.

La pasta vitrea era un materiale molto apprezzato, di livello pari alle pietre dure.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

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FIGURA STANTE DI UOMO

Provenienza sconosciuta ( dall’alto Egitto)
Ardesia grigio-verde
Altezza 49,5 cm., P. 15 cm, L. 13,5 cm
Altezza della testa 7 cm
Agyptisches Museum, Berlino
Inv. n. 10972

Il soggetto di questa scultura può non apparire particolarmente attraente, ma l’opera è notevole.

A prima vista pare essere composto da due parti non appartenenti l’una all’altra; dal collo in giù sembra una scultura idealizzata, con il gonnellino quale unico capo di vestiario.

Uno sguardo più attento rivela un corpo tonico, non più giovane, ma ancora in forma; il modellato della mosculatura è limitato e sul petto risaltano seni quasi femminili.

La testa è notevole : la fronte corrugata, profondi solchi nasolabiali e l’angolo sinistro della bocca leggermente sollevato ne fanno un notevole approccio naturalistico.

Da: Lembke, Katja, and Günter Vittmann. “Die Ptolemäische Und Römische Skulptur Im Ägyptischen Museum Berlin. Teil I: Privatplastik.” Jahrbuch Der Berliner Museen, vol. 42, 2000, pp. 7–57.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

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STATUA DI HOR, FIGLIO DI HOR

Alessandria
Basalto, altezza cm 83
Museo Egizio del Cairo

Questa scultura presenta il pilastro dorsale, caratteristico della tradizione egizia.

Chi non ha familiarità con le sculture realizzate durante l’ Età Tolemaica e i primi anni del l’occupazione romana tende a negare l’origine egizia dell’opera.

Uno dei motivi è l’abbigliamento, che può essere egizio o introdotto dall’estero.

In quest’ultimo caso si tratterebbe comunque di una statua che riflette la moda dell’epoca.

Secondo motivo i capelli, corti e con una pronunciata stempiatura, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi dalla resa realistica di una pettinatura comune.

Infine il volto, lungo e magro, con borse sotto gli occhi e un solco orizzontale sopra il mento.

Alcune sculture dell’ Età Tolemaica e del periodo immediatamente successivo sono chiaramente naturalistiche, e ritraggono fedelmente l’aspetto della persona.

Non c’è quindi da dubitare che la statua di Hor figlio di Hor appartenga alla tradizione egizia.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

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MUMMIA DI TAKERHEB

Provenienza e acquisizione: dono del museo Antropologico, 1884
Museo Egizio di Firenze, inv. n. 5703
Legno, tela struccata e dipinta, pittura nera, bianca, rossa, verde e azzurra. Lamina e foglia d’oro
Sarcofago: lunghezza c. 169, larghezza cm 50

Mummia di donna, chiamata Takerheb

Il sarcofago si presenta di forma antropoide: sul coperchio è applicata una maschera con il volto ricoperto di lamina d’oro, con parrucca ripartita decorata da un nastro di petali di ninfea.

L’ampio collare usekh è dipinto al di sopra dell’immagine di un avvoltoio con testa umana e ali spiegate; al di sotto è raffigurato un pettorale a forma di naos con Osiride, Iside e Nefti e quindi lo scarabeo alato con disco solare dorato.

Il segno geroglifico del cielo sormontato cinque colonne di iscrizione geroglifica, fiancheggiate dalle immagini dei quattro figli di Horus, mummiformi, e delle dee Iside e Nefti.

L’iscrizione, che consiste in invocazione per l’aldilà, riporta il nome della defunta:”L’ Osiride Takerheb, giustificata, figlia dello scriba reale, sacerdote, Aapehty, giustificato, nata dalla signora della casa Nebetdenehyt, giustificata”.

I geroglifici sono incisi e riempiti di colore azzurro, con alcuni particolari in bianco e in rosso.

Il coperchio, che all’interno non presenta decorazione, si inserisce alla nella cassa mediante sei tenoni.

L’interno della cassa presenta sul fondo l’immagine dipinta della dea Nut, con parrucca a riccioli sormontata dal disco solare: la dea indossa il collare usekh, una tunica con bretelle e un nastro che si annoda sotto il petto, con una iscrizione dipinta fra i due risvolti che scendono lungo il corpo, contenente un’ invocazione per la defunta.

All’interno del sarcofago, la mummia di Takerheb era conservata in un involucro, che viene chiamato cartonnage, costituito da vari strati di tela applicata direttamente sul corpo, quindi stuccato e accuratamente dipinto sulla superficie esterna, e decorato con foglia d’oro.

Cartonnage: lunghezza cm 163
Larghezza cm 40

L’uso del cartonnage compare agli inizi della XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio, e continua fino all’ epoca tolemaica e romana.

L’involucro di Takerheb si presenta mummiforme : la defunta Indossa una parrucca tripartita, sormontata dall’immagine dello scarabeo alato, con disco solare; sul retro della parrucca è Osiride sotto forma di pilastro djed, tra le dee Iside e Nefti.

Sotto l’ampio collare usekh riccamente decorato con le fermature sulle spalle a forma di testa di falco, il corpo della defunta è coperto da numerose immagini di divinità con il nome indicato in geroglifico, quasi un vero e proprio “pantheon” egizio.

Al centro è da notare la scena della mummuficazione del corpo della defunta, steso sul letto funebre, da parte del dio Anubi: sotto il letto sono raffigurati i vasi canopi destinato a conservare le viscere della mummia ; sotto i piedi è la tipica raffigurazione di due prigionieri in abbigliamento siriano, dipinti sotto la suola dei sandali.

Un’iscrizione geroglifica, nella quale sono ripetuti i nomi defunta e dei genitori, su sfondo verde, delimitato il bordo inferiore del cartonnage, e altre iscrizioni, in lamina d’oro, sono sulla parrucca e sulle gambe, con formule di preghiera alle divinità

Il volto di Takerheb, parti del collare e alcune delle immagini divine sono ricoperte di sottile lamina d’oro, applicata su stucco i rilievi, che dà grande preziosità all’involucro.

Fonte: Le Mummie del Museo Egizio di Firenze -aria Cristina Guidotti – fotografie Paola Roberta Faggio i, Roberto Magazzini – Edizioni Giunti

Bibliografia:

  • Scamuzzi, Le Antichità Egiziane p. 43, nota 7;
  • Ieri, Arcangelo Michele Migliarino pp. 451-457:
  • AA.VV., Arte sublime, p. 234 n69 M. C. G.
Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

DONNE CHE PREPARANO UN UNGUENTO

Eliopoli (?)
Bassorilievo in pietra calcarea – Altezza 26 cm
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 11162 –

Scene con la raccolta dei fiori di loto e la successiva estrazione per pressatura di un unguento profumato, il lirinon, citato da Plinio, ricorrono in parecchie tombe dell’ Epoca Tarda dell’area menfita e del Delta.

Il breve testo geroglifici afferma solo “pressatura del loto bianco”.

Le donne al centro della scena estraggono l’unguento dai fiori torcendo i bastoni all’estremità di un piccolo sacchetto.

L”unguento cola in un vaso posto su una base.

Si può pensare che quella raffigurata sia una scena che rappresenti la vita quotidiana, ma in realtà si tratta di temi connessi agli usi funerari.

Gli oli e unguenti si usavano per la preparazione della salma per la sepoltura, e facevano parte dei corredi funerari posti nelle tombe.

Nonostante si tratti di un lavoro eseguito da servitori, le donne raffigurate indossano parrucche con diademi da cui pende un anello.

L”immagine mostra l’anello nella sua interezza, secondo la visione egizia delle cose.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

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STATUA DI SOVRANO TOLEMAICO

Granito, Altezza cm 280
Karnak – Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – CG 701

Questa statua raffigura un sovrano, probabilmente Tolomeo, in piedi con la gamba sinistra avanzata e le braccia rigidamente distese lungo il corpo, nel tradizionale atteggiamento della statuaria maschile egizia.

L’abbigliamento è costituito da un semplice gonnellino e dal nemes, indossato sovente dai re al posto della corona.

Sulla fronte un’ureo, emblema di regalità.

Si tratta probabilmente di un sovrano tolemaico anche se mancano le iscrizioni per identificarlo e collocarlo in una data precisa.

Mentre la postura e l’abbigliamento sono tipici dell’arte egizia, la resa dei tratti del volto allungato e la descrizione accurata delle ciocche di capelli che spuntano dal nemes, risentono degli influssi dell’arte ellenistica.

I sovrani tolemaici si presentavano agli Egizi in qualità di faraoni, per cui le loro raffigurazioni erano spesso realizzate seguendo gli antichi canoni iconografici, anche se con il frequente inserimento di elementi d’ispirazione greca.

In questo periodo non sono rare le sculture in cui coesistono i caratteri di entrambe le culture, nonostante le due tradizioni artistiche continuino a mantenere una loro individualità.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo di Daniela Comand – National Geographic Edizione – White Star.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

COLLANA CON PENDENTI

Oro, diametro cm 12, 5, peso gr 169
Ritrovata a Dendera nel 1914
Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – JE 45206

Questo pesante collare è costituito da uno spesso filo d’oro al quale sono appesi dieci ciondoli variamente sagomati, di altezza compresa fra 1,3 e 3,7 cm.

Il secondo filo è stato infilato negli anelli di sospensione e arrotolato sul primo ai lati dei pendagli, che in tal modo non possono spostarsi sulla collana.

I pendenti raffigurano, partendo da sinistra:

  1. la dea Tueris, divinità popolare rappresentata sotto forma di ippopotamo conle zampe di leone e coda di coccodrillo, protegge le donne gravide e sorveglia i parti e l’allattamento. Il suo culto conosce una grande diffusione nel tardo periodo..
  2. la dea Iside sedura sul trono, sposa di Osiride e madre di Horo, esperta di arti magiche, a partire dal periodo ellenistico viene associata al dio Serapide, introdotto in Egitto dai sovrani tolemaici.
  3. un falco immagine di Horus, antica divinità del cielo e della regalità. Indossa la doppia corona.
  4. un altro falco che un tempo aveva le ali e la coda arricchiti da una decorazione ad intarsi.
  5. un uccello a testa umana, rappresentazione del ba manifestazione animata del defunto. Porta sul capo un disco solare racchiuso fra due corna bovine.
  6. un altro uccello a testa umana di uguali dimensioni.
  7. un altro falco con la doppia corona..
  8. un altro falco con la corona bianca, a tiara, dell’Alto Egitto.
  9. un occhio – udjat, l’occhio risanato di Horus, potente amuleto che assicura a chi lo porta salute e integrità.
  10. 1un’immagine del dio Nefertem, personificazione del loto primordiale da cui ebbe origine la vita.

Tutti i ciondoli, tranne l’occhio-udjat, sono dotati di un sottile basamento.

La chiusura della collana era assicurata da due ganci ottenuti piegando le estremità del filo.

Fonte e fotografia

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo egizio del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo Daniela Comand – National Geographic, Edizioni White Star

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IL TEMPIO DI KNUM AD ESNA

Tempio di Knum, facciata della sala ipostila

Per maggiori informazioni sul restauro del tempio di Esna vedi anche: IL RESTAURO DEL TEMPIO DI ESNA


L’ egizia Lunyt e greca Latopolis è un villaggio dell’Alto Egitto in mezzo al quale vi è l’imponente tempio di Esna era dedicato al dio artefice Knum e alla sua controparte femminile, la dea Neith.

Knum è il dio creatore, infatti è il vasaio, colui che nella mitologia crea sulla ruota l’immagine dell’uomo in argilla che poi viene animata dalla potenza divina.

Il tempio è un inno alla sua opera, cioè alla creazione e alla natura.

I capitelli della sala ipostila sono fitomorfi, con papiri e loto i cui colori variano dal rosso al blu, al bianco al verde per rendere più movimentata la scena e variare la ripetizione dello stesso schema.

Capitello con foglie di loto

A Esna i resti visibili del tempio sono circa 9 metri più in basso del livello della città moderna.

Il tempio presenta una struttura classica, ma l’unica parte completamente alla luce è la sala ipostila.

La facciata è formata da 6 colonne con sendidi capitelli, collegati da intercolunni che arrivano più o meno a metà dell’altezza delle colonne.

Le sue pareti sono interamente decorate di rilievi : due inni crittografici a Knum che sono scritti quasi completamente l’uno con il segno geroglifico dell’ l’ariete, l’altro con quello del coccodrillo.

La sala ipostila presenta 24 colonne, il tempio fu ampliato da diversi imperatori romani, a partire da Claudio nel I secolo d. C. fino a Decio nel II secolo d. C., ed è quindi la struttura templare più tarda che si sia conservata in Egitto.

Geroglifici sulle colonne e sullo splendido soffitto del tempio di Esna.
Fatto costruire nel II secolo a. C. dai faraoni Tolomeo VI è Tolomeo VII, ma decorato durante l’impero Romano.
Si tratta quindi di una scrittura geroglifici di una fase finale della civiltà egizia.
Foto Eirestok/Shutterstock
Fonte Rivista Archeologia Viva settembre /ottobre 2003

Fonte e fotografie:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromur Malek – Edizioni Phaifon
  • L’arte egizia – Alice Cartocci, Gloria Rosati Scala, Giunti
  • Rivista Archeologia Viva settembre/ottobre
  • Foto di Wirestok/Shutterstok