Calcare, con tracce di pittura e doratura Età Tolemaica – Altezza cm 47,5 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di George’s Legrain Museo Egizio del Cairo – JE 38582
La statua ritrae una figura femminile che Indossa una lunga veste aderente, impreziosita da un nastro rosso annodato sopra l’ombelico, che richiama nella forma in nodo isiaco.
La donna Indossa una parrucca tripartita, che conserva ancora tracce di pittura nera, trattenuta da una fascia di colore rosso.
I suoi tratti fisionomici sono molto idealizzati, gli occhi a mandorla, la quasi assenza di sopracciglia e la bocca piccola sono caratteristiche che consentono di attribuire statua agli inizi del periodo tolemaico.
La figura è ritratta incedente con la gamba sinistra avanzata.
Il braccio destro è disteso lungo il fianco, mentre quello sinistro è piegato sotto il seno, su cui appoggia lo scettro floreale.
Il collo è impreziosito da un’ampia collana ricoperta di foglia d’oro come i bracciali ai polsi.
In mancanza di iscrizioni ( le colonne sul basamento avrebbero dovuto contenere dei geroglifici che però non sono stati redatti) il personaggio non può essere identificato con precisione.
Fonte
I Tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star
Da Karnak, XXV Dinastia Quarzite Museo Nubiano di Aswan
Figlio del sacerdote kushita Shabaka, Horemakhet fu gran sacerdote di Amon a Tebe durante il regno paterno e quelli dei due successori, Shabaka e Taharka.
In questa statua Horemakhet è raffigurato in piedi, con la gamba sinistra in avanti, Indossa un gonnellino plissettato e al collo ha una collana e un amuleto ankh, simbolo della vita.
La statua è di stile egizio, salvo nei tratti che evidenziano l’origine kushita.
Una statua magnifica rappresentante Arsinoe II, nei panni di Iside. Questo capolavoro dell’arte ellenistica è stato ripescato dalle acque del mare, a Heraclion.
Sensualità, maestosità, tutto racchiuso in una statua di granito nero che trasuda bellezza.
Periodo tolemaico, ca. 305-30 a.C.
Conservata nella Bibliotheca Alexandrina Antiquities Museum. 842
Data III secolo o II secolo a.C. (Regno tolemaico) Proveniente da Alessandria. Conservato al Walters Art Museum di Baltimora Dimensioni: 8.5 × 18 × 7.9 cm
Delizioso questo vaso a forma di anatra in faïence policroma
“La maggior parte della faïence egiziana è smaltata in un vivido colore blu o verde; la faïence policroma di questo vaso è molto più complicata da produrre. L’anatra è stata realizzata con uno stampo insieme a ciò che rimane del manico ad anello ancora visibile sul lato sinistro dell’uccello. La superficie del corpo mostra un motivo a puntini in rilievo, mentre l’estremità delle ali presente un motivo con delle piume. La forma potrebbe essere stata ispirata dai vasi a forma di anatra a figure rosse dell’Etruria e dell’Italia meridionale. L’anatra è raffigurata con un naturalismo così dettagliato che la parte inferiore ha anche piedi palmati delicatamente modellati.”
Pronao del tempio di Hathor a Dendera. Le colonne, costruite come strumenti musicali, presentano la testa di Hathor e la cassa armonica del sistro rivolte verso i quattro punti cardinali e riempiono della loro armonia l’ampio spazio del pronao
I dominatori stranieri privarono gli egizi dell’indipendenza politica, ma non della religione.
Sebbene i templi fossero sottoposti al controllo statale, essi conservarono i loro possedimenti terrieri e la loro casta sacerdotale, e poterono costruire nuovi santuari o ampliare quelli esistenti grazie alle donazioni del re o dei privati.
In tal senso i templi detenevano l’organizzazione di una parte economica influenzavano ambiti della vita pubblica, per esempio con le loro festività, e offrivano ai nuovi sovrani una legittimazione religiosa.
Quest’ultima trovò la sua massima espressione nella presenza, sui rilievi dei Templi, di scene che raffiguravano tali sovrani mentre compivano il culto dinnanzi alle divinità egizie, esattamente come i loro predecessori locali delle epoche passate.
Tempio di Hathor, Dendera Rilievo del soffitto con il sole nascente.
Durante il regno di alcuni Tolomei , le processioni erano accompagnate da statuette d’oro del sovrano vivente, le sue statue erano collocate nei templi per essere venerate mentre le immagini dei sovrani defunti comparivano sui rilievi dei Templi accanto a delle divinità per ricevere alla pari di queste le dovute manifestazioni di devozione.
Degli oltre cento templi di quest’epoca se ne sono conservati in buono stato sei di grandi dimensioni , oltre a parecchi più piccoli.
Si tratta del tempio di Mandulis a Kalabsha, del tempio di Iside a File, del tempio doppio di Sobek e Haroeri a Kom Ombo, del tempio di Horus a Edfu, del tempio di Khnumit a Esna e del tempio di Hathor a Dendera.
Cortile di Edfu visto dalla terrazza del proano. Epoca Tolemaica. Il lato meridionale del cortile è delimitato da un pilone alto circa 35 metri, mentre quelli orientali e occidentali sono delimitato da un muro alto 10 metri Addossato al pilone e ai muri corre un colonnato coperto, detto peristilio. Questo insieme architettonico comunica l’impressione di uno spazio chiuso, la cui armonia si fonda sulla perfetta simmetria dei diversi elementi costruttivi
I templi di Edfu e Dendera hanno superato quasi senza danni i due millenni trascorsi dalla loro costruzione e sono perciò particolari adatti ad evidenziare le caratteristiche architettoniche di un complesso templare di Epoca Greco – Romana.
Fonte e fotografie
Egitto e la terra dei faraoni, Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Granito nero, altezza cm 78, lunghezza cm 43, larghezza cm 35 Base: altezza cm 38, lunghezza cm 93, larghezza cm 56 Tell Atrib (Athribi) – Rinvenuta casualmente nel 1918 Periodo Tolemaico Museo Egizio del Cairo JE 46341
Questa particolare statua coniuga un insieme di elementi della religiosità nell’Epoca Tarda: un personaggio che sostiene una stele apocratea e un bacino per la raccolta dell’acqua sacra, scavato davanti davanti alla stele nella spessa base parallelepipeda.
Il personaggio è scolpito rispettando la tipologia delle statue a cubo: le gambe riportate al petto e le braccia incrociate sulle ginocchia, indossa un copri parrucca a borsa che gli lascia scoperte le orecchie, una barba liscia che collega il mento al piano delle braccia.
Il volto è ovale con lineamenti regolari: i piccoli occhi sono protetti dalle arcate sopracciliari , il naso diritto e bocca piccola.
Il corpo è completamente ricoperto di testi geroglifici.
Davanti, appoggiata ai suoi piedi, si trova una stele apocratea, denominata anche ” stele dei coccodrilli” o “cippo di Horus”.
Si tratta di un monumento peculiare dell’Epoca Tarda, le cui dimensioni variano di pochi centimetri fino quasi a un metro.
Vi è raffigurato Arpocrate, ovvero “Horus bambino”, nella maggior parte dei casi di prospetto, talvolta anche con le gambe di profilo, in piedi su una coppia di coccodrilli, mentre stringe animali sethiani, cioè considerati collegati al dio Seth, in genere serpenti, scorpioni, orici e leoni.
La figura è protetta dalla testa del dio Bes, che la sovrasta.
Le raffigurazioni e i testi sono attinenti all’episodio mitico in cui la dea Iside cerca di proteggere il figlio Horus da Seth che lo vuole uccidere.
Il mito, che costituisce la base su cui si fonda la monarchia egizia, stabilendone la successione, il destino vittorioso del faraone sul caos e il suo legame con il divino, viene usato in Epoca Tarda come formula di protezione individuale, perde cioè il suo referente cosmico, Arpocrate, superate le insidie di Seth, diviene protettore di coloro che vengono minacciati dagli stessi animali che misero in pericolo la sua vita.
Infatti il verso sulla stele è solitamente occupato da testi che raccontano il mito e contengono formule per la sconfitta del male.
Mentre le stele venivano utilizzate privatamente come amuleti, le statue magiche o guaritrici, rappresentanti uomini che sostituivano il dio Arpocrate nella funzione di guaritore, era poste in luoghi pubblici, dove ci si poteva rivolgere per ottenere aiuto o protezione.
Esse erano viste come interceditrici presso gli dei, cioè rivestite di una funzione che in passato era riconosciuta unicamente al faraone.
Il bacino posto davanti ai piedi del personaggio serviva a raccogliere l’acqua che, dopo aver bagnato la stele, veniva utilizzata a scopo terapeutico .
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli -Edizioni White Star
Statua di di Cleopatra VII Hermitage Museum San Pietroburgo A 3936
L’avanzata del re macedone Alessandro Magno dalla Grecia fin nel cuore del regno persiano mise fine anche alla dominazione dei persiani in Egitto.
Nel 332 a. C. le truppe macedoni marciarono su Menfi, Alessandro fondò la nuova capitale, Alessandria, sul luogo di un porto egizio lungo un braccio occidentale del Nilo in posizione favorevole alle comunicazioni.
Passando per Mersa Mathrul raggiunse l’oasi di Siwa, dove fece legittimare la propria autorità dall’oracolo del tempio di Amon.
Una piccola minoranza greca diventa così classe dirigente: la lingua ufficiale dello stato adesso è il greco a cui si affianca il demotico per l’amministrazione.
Convivono così due popoli, due lingue e due culture, ma sono i dominatori ad assimilarsi alla coltura locale, identificando i propri dei con quelli egizi e mutando culti e tradizioni.
Dopo la morte di Alessandro è Tolomeo I ad amministrare ciascuna delle province d’Egitto.
La dinastia tolemaica regnerà salda per tre secoli mantenendo vive le tradizioni dell’Egitto faraonico , fino al momento del declino, all’arrivo della nuova potenza del Mediterraneo: Roma
Maschera funeraria di Hirnedjitef British Museum, Londra – EA6679
I nuovi faraoni, sovrani di due popoli ed eredi di due tradizioni artistiche, quella egizia e quella greca, scelsero di conservarle entrambe, senza però permettere che si contaminassero a vicenda.
La Statuaria regale, destinata ad uso interno della corte, si mantiene più prossima alla tradizione ellenistica sia nei temi che nella resa.
Le immagini di Alessandro Magno e quelle dei Tolomei , fino all’ultima Cleopatra, si inquadrano perfettamente nello stile ellenistico, e incarnano un ideale eroico di sovrano conquistatore.
Sono figure piene del movimento e del realismo tipici dell’arte greca di quel periodo.
In netto contrasto con queste opere si pone invece la produzione pubblica, quella destinata al popolo, una produzione di propaganda che mira a far percepire la dominazione senza fratture rispetto al passato.
Le immagini scolpite sui templi e la statuaria votiva si inquadrono con continuità di stile temi della tradizione faraonica.
Già Alessandro aveva compreso che lo strumento migliore per mantenere il potere sul paese era mostrarsi legati alla tradizione.
I sovrani greci furono così faraoni in tutto e per tutto, ed eressero templi secondo le regole architettoniche del Nuovo Regno.
La produzione artistica del periodo dei Tolomei si rifà dunque alla stessa simbologia e ricorre alle stesse tecniche, riproponendo la staticità, la ieraticità e perfino i tratti somatici che caratterizzano le statue egizie.
Nelle decorazioni dei Templi i Tolomei si presentano nelle loro funzioni rituali e militari, come sovrani illuminati divinizzati in vita.
I due stili, quello greco e egizio, non si conpenetrano mai: né la produzione greca né tanto meno quella egizia risentono della reciproca influenza.
Tipico del periodo greco è il cambiamento delle figure femminili che diventano più sensuali: nella rappresentazione dei corpi, si accentua la rotondità dei fianchi e dei seni.
Le regine e le dee indossano una lunga veste aderente e solo una leggera linea sopra le caviglie lascia intendere che non sono nude.
Con il passare degli anni però gli schemi della produzione in stile egizio diventano sempre più stereotipati, anche le decorazioni in scene risultano appesantita, sia nel modellato che nella composizione diventando sempre più rigide e prive di spunti creativi.
Cleopatra VII Mauritania ( provenienza incerta), successivo al 30 a. C Altezza 28 cm – Berlino SMPK, Antikenmuseum, 1976.10.
Cleopatra VII, ultima reggente della Dinastia Tolemaica, è una delle personalità politiche di maggior rilievo della sua epoca. La spiccata intelligenza e il carisma personale giocarono un ruolo maggiore rispetto alla presunta bellezza della regina in senso classico, a giudicare dai suoi ritratti presenti sulle monete contemporanee. Questo ritratto greco postumo della regina proviene con ogni probabilità dalla Mauritania, dato che la figlia Cleopatra Selene sposò Giuba II di Mauritania. Il figlio di Cleopatra venne isolato per ragioni politiche da Augusto, che autorizzò l’esecuzione di ritratti postumi di Cleopatra a scopo privato.
Fonte e fotografie:
L’arte egizia – Alice Cartoccio, Gloria Rosati – Giunti
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Il Serapeo è una catacomba, scavata nella roccia calcarea di Saqqara, che si svolge sotto terra per circa 300 metri, più le cappelle laterali.
La prima delle due gallerie di cui è composto è stata costruita a partire dal regno di Ramses II, durante la XIX Dinastia e utilizzata fino al regno di Psammetico, XXVI Dinastia.
La galleria più grande viene descritta da Mariette di fattura alquanto mediocre e povera di decorazioni rispetto alla galleria più recente, iniziata sotto il regno di Psammetico, che presenta spazi più larghi e maggiore cura nel realizzare il corridoio centrale e le cappelle laterali.
Corridoio interno del Serapeum ( foto di Paolo Bondielli)
I sarcofagi ritrovati nella galleria principale sono monumentali, i loro pesi oscillano fra le settanta e cento tonnellate e il portarli e sistemarli nelle cappelle non deve essere stato facile.
Un sarcofago, datato al regno di Cambise, quindi portato nel Serapeum durante il periodo della satrapia Persiana è stato lasciato praticamente in mezzo al corridoio, oltre a questo sarcofago anche tre coperchi lasciati in mezzo ai corridoi apparentemente senza una spiegazione.
Corridoio interno del Serapeum, particolari delle iscrizioni ancora presenti (foto di Paolo Bondielli)
Oltre ciò, lo stesso Mariette, nel suo resoconto pubblicato ormai postumo nel 1882, ci fornisce un racconto di come lui stesso, con l’aiuto di alcuni uomini, affrontano un vero e proprio esperimento di Archeologia sperimentale, fornendone la spiegazione diretta del modo in cui si svolgeva almeno la parte finale della sistemazione dei sarcofagi.
Mariette segnala un dettaglio importante : le cappelle laterali, che si aprono sul corridoio principale, sono più basse di questi di un paio di metri circa.
Entrando nella cappella contenente il sarcofago, Mariette constatò che la stanza era stata riempita di sabbia, la quale ancora la occupava per circa 80-90 cm di altezza.
Il sarcofago si trovava sopra il livello del calpestio; l’archeologo francese realizzò quindi che la stanza doveva essere stata riempita totalmente di sabbia fino al livello della soglia della cappella.
Il sarcofago veniva fatto discendere poi al livello del suolo svuotando costantemente la camera stessa dalla sabbia, cosa che Mariette descrive di aver fatto con l’aiuto di quattro uomini nel giro di poco tempo.
Sarcofago monumentale (fonte di Paolo Bondielli)
La quasi totale mancanza di resti organici dei tori all’interno del Serapeum lascia perplessi gli studiosi che si sono divisi in merito a ciò che poteva essere fatto dell’animale una volta morto.
Si è suggerita l’ipotesi di un atto rituale di consumazione della carne del Toro Api deceduto, per cause naturali, da parte del re, mentre il resto veniva incenerito per essere utilizzato per la sepoltura.
Lo scavo del Serapeum ha inoltre fruttato molti reperti che attestano il culto del Toro Api proprio in quel luogo.
Fonte e fotografie
Il Serapeum di Saqqara : storia, Archeologia, falsi enigmi – Michela Tozzi, Formamentis.
Questa scultura, che porta il nome del suo precedente proprietario, appartiene al genere delle statues guérisseuses, figure ricoperte di testi e raffigurazioni magiche.
Le statue, collocate nei templi, venivano irrorate d’acqua che, scorrendo sulla figura sacra, acquista a poteri magici e veniva in seguito prelevata dai fedeli come fluido terapeutico per mezzo di ciotole inserite proprio a questo scopo nel piedistallo della statua.
In questo caso la statua regge tra le mani una stele apotropaica con la raffigurazione di Horus come dio-fanciullo che scaccia il male (una cosiddetta STELE DI HORUS SUI COCCODRILLI).
Menfi ( provenienza incerta) – XXVI Dinastia Ardesia, altezza 25,1 cm, larghezza 18,1 cm Parigi, Museo del Louvre, N 2454
Nel corso della XXII Dinastia, come dimostrano le poche opere databili con sicurezza a quest’epoca grazie alle iscrizioni, lo stile dell’epoca saita viene arricchito dall’ introduzione di elementi realistici, che conferiscono al ritratto una decisa rassomiglianza.
Il busto raffigura un anonimo dignitario il cui sorriso saita è stato sostituito da una bocca di taglio naturalistico, le labbra sono piene e l’espressione è alquanto ascetica , è datata, con ogni probabilità, al periodo della dominazione Persiana.
Tuttavia, il volto ben modellato e lievemente cascate, nonostante la sua pienezza, le “zampe di gallina” agli angoli degli occhi, il lieve doppio mento e le pieghe sul collo, nel loro distacco dalla pura idealizzazione, ricordano la ritrattistica del Medio Regno.
Fonte e fotografia
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann