III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

BUSTO DI UN DIGNITARIO

Grovacca, 16,5x9x7 cm
Epoca Tarda, XXVI Dinastia – Provenienza ignota
Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo ( 1824-1888). C. 1393

Questo busto maschile, che porta spalla il cartiglio di un sovrano di nome Psammetico, illustra lo stile caratteristico della XXVI Dinastia, con un’estrema levigatezza della superficie, che appare quasi vellutata, e lineamenti cesellati con grande finezza, che emergono con precisione.

  

Si osserva una cura per il virtuosismo nell’uso dello scalpello e nel levigare le pietre, una raffinatezza e un equilibrio che, tuttavia, non riescono ad evitare un certo accademismo, la sensazione di una perfezione un po’ fredda.

Le statue di questo periodo presentano un volto ovale, con guance allungate, occhi posizionati in alto le linee del khol chiaramente indicate con un disegno quasi orizzontale.

Fonte

Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore.

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL RECUPERO DELLA TRADIZIONE

La Statuaria e il recupero eclettico della tradizione.

Nell’ultima, lunga fase dell’età faraonica si incontrano e confrontono diverse tradizioni, con un denominatore comune: recuperare, ritrovare, salvare la propria identità.

Nella produzione statuaria si hanno esiti diversificati: la tradizione risulta come vivificata da nuovi rapporti, rivissuto nella sostanza e rapporta alla attualità e riprodotta fedelmente, come se ci si volesse riconoscere solo in quello che risale a tempo addietro.

Non sono pochi gli esemplari che sono datati come risalenti, per esempi, al Medio Regno, e che attenti esami hanno convito a far “scendere” di ben più di mille anni.

Anche in questa ricerca formale si scorge qualcosa di nuovo: la ricerca della perfezione e l’attenzione ai giochi di luce fanno intuire un’altra maniera di porsi davanti a un oggetto e all’arte.

Si può notare che la funzione primaria delle statue, quella funeraria, è scomparsa: ormai la statua votiva in un tempio che funge da garanzia di protezione e continuità dei riti.

Inoltre sono rare, rispetto al passato le statue dei sovrani, e comunque non fuori mura.

Scarsi sono, al momento, i reperti del periodo delle Dinastia XXI-XXIV, ma dalla XXII Dinastia c’è ne sono giunti di sorprendenti, che mostrano fra l’altro la maestria nella lavorazione del metallo.

Oltre a immagini di dimensioni ridotte raffiguranti divinità, si trovano figure di personaggi femminili nelle quali quali risulta tipica e curata la decorazione della superficie del bronzo in agemina di oro, rame e argento.

Nella pietra le figure femminili da sole sono rare, e una si impone per sommare in sé recupero del passato e “devianze” nuove: la nipote di Osorkon II ( XXII Dinastia), Shebensopdey, ebbe l’onore di avere una statua di granito a Karnak da parte dello sposo.

Il tipi statuari adottati sono strettamente limitati dalla collocazione quasi esclusivamente templare; domina la Statua-cubo, oppure il personaggio seduto in posa detta assimetrica, con un ginocchio in alto, l’altra gamba appoggiata a terra, o la posa dello scriba seduto a gambe incrociate.

Non c è dubbio che i sovrani nubiani debbano aver impresso un notevole impulso alla ricerca dei modelli canonici.

D’altra parte sembra nascere proprio in questa epoca un’attenzione per il ritratto non convenzionale centrato sulla resa delle caratteristiche individuali.

La caratterizzazione di alcune statue di sovrani nubiani risulta anche dalle novità del loro costume, che vollero evidentemente combinare con quello tradizionale egizio.

Nell’età saitica quando il peculiare era stato introdotto nella produzione artistica dai nubiani fu ripudiato, mentre furono perfezionato la tendenza all’ arcaismo e l’aspetto idealizzante.

Tali qualità si combinarono con una scultura curata e sopratutto una finitura molto ricercata che ne costituisce lo spirito dominante.

Fonte

  • L’arte egizia – Alice Cartoccio, Gloria Rosati – Giunti
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

I SARCOFAGI DELLA XXV DINASTIA

Coperchio del sarcofago interno di Renpetnefret

Legno

Altezza 176 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2231/1

  

Coperchio del sarcofago interno di Tapeni

Legno

Altezza 191 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2215/1

Coperchio del sarcofago interno di Tamit

Legno

Altezza 173 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2218/01

I sarcofagi della XXV Dinastia hanno chiari elementi distintivi che possiamo riconoscere negli esemplari delle tre sorelle, Tapeni, Tamut e Renpetnefret, figlie del sacerdote di Amon Ankh-Khonsu.

Le tre mummie sono conservate in un sarcofago antropoide, a sua volta contenuto in un sarcofago rettangolare a colonnette. (qeresu).

La decorazione dei sarcofagi riproduce l’ambiente della camera sepolcrale, con le dee Iside e Nefti ai piedi e alla testa dello stesso, un arcaismo che lega questi sarcofagi ai modelli del Medio e Nuovo Regno, una fila di divinità disposte intorno alla mummia.

La raffigurazione della dea Nut sul petto, anche questo motivo ripreso dal Nuovo Regno, è il pilastro djed sulla schiena connettono il sarcofago con la terra e il cielo, la dea Nut, e il mondo ultraterreno, il pilastro djed simbolo del dio Osiride.

Diminuiscono la dimensione e la varietà dei dipinti, mentre aumentano i testi sacri tratti dal Libro dei Morti.

I testi sono disposti in bande diversi colori, arancione, giallo e verde.

Tra le bande di testo sono raffigurate divinità stanti e occhi udjat sopra i piedi.

Sarcofago esterno di Renpetnefret
Legno, larghezza 207 cm.
Museo Egizio di Torino - C. 2232

L’alveo del sarcofago esterno imita la tomba del dio Osiride, come conferma la presenza del fregio khekeru, elemento decorativo della parte superiore delle pareti in struttura architettoniche a partire all’antico Regno, e il motivo serekh, decorazione a linee verticali e orizzontali che imita la faccia di un palazzo.

Sui lati corti corti sono raffigurati, a una estremità le dee Iside e Nefti, il disco solare adorato da due babbuini, all’altra estremità il geroglifico neferet che indica la dimora di Osiride o del defunto, situata a Occidente.

  

Il coperchio, bombato, raffigura il cielo identificato con la dea Nut ed è diviso in due parti da una colonna di testo: una metà raffigura il viaggio notturno, l’altra metà raffigura il viaggio diurno dell’imbarcazione del Sole.

Entrambi le barche sono trainate con corde da divinità, personificazione di corpi celesti.

I testi sono costituiti principalmente dalla forma canonica di offerta in cui si supplica il dio affinché protegga il defunto.

  

La cassa esterna è così contemporaneamente rifugio per le defunto durante la veglia notturna e santuario dove si potranno risvegliare a nuova vita per ascendere al cielo in modo da unirsi al dio sole e partecipare con lui al suo eterno e ciclico viaggio.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Fondazione del Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Mai cosa simile fu fatta

LA XXVI DINASTIA (664/525 a.C.)

IL CROLLO DI TEBE E IL RINASCIMENTO SAITA

Psammetico I offre libagioni a Ra-Harakhti

Dopo Il successo iniziale la dinastia etiopica si rivelò incapace di riportare l’Egitto ad un grado di coesione sufficiente a respingere l’assalto degli Assiri. Gli Assiri saccheggiando Tebe nel 664 avanti Cristo pongono fine al dominio kushita.

L’Egitto ritorna ad essere indipendente sotto una stirpe di sovrani originari di Sais, nel delta occidentale. L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, aveva reso impossibile l’unificazione del paese. In quest’epoca gli Assiri, che erano nel fiore della loro potenza, calarono in Egitto e la sottoposero a tributo: sconfitti I re etiopi, fondarono sui principi locali la loro potenza. Uno di questi principi, Psammetico I, si ribellò e riunì tutto l’Egitto sotto il suo potere.

Pendente di collana con iscrizione celebrativa della Heb Sed di Psammetico I. Parigi, Museo del Louvre

Sembra che nell’anno 9 del suo regno Psammetico I abbia soppresso gli ultimi feudatari, sostituiti tosto da governatori regi. Questa volta al feudalesimo era definitivamente finito.

Testa di statua regale (Psammetico I?). Periodo tardo dell’Egitto, tra il 664 e il 525 a.C. Museo Egizio, Torino.

Per più di un secolo l’Egitto rimase sotto l’autorità della dinastia Saita. I sovrani saitici allo scopo di legittimare il loro trono si fanno difensori e sostenitori proprio del Rinascimento della cultura egiziana. Benché questa tendenza sia presente dall’inizio della dinastia e come prosecuzione di ciò che già i sovrani kushita avevano fatto, la rivalutazione dell’Antico diviene un fenomeno di grande portata culturale soprattutto con il regno di Amasi.

Testa di Amasis in ardesia. Arenaria silicizzata, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Altes Museum, Berlino. XXVI dinastia
Questo ritratto è particolare per il viso allungato e largo, la bocca prominente e dalle pieghe che danno più un’area sprezzante che un sorriso. Amasis (versione greca del nome Egizio Iah-mase, Ahmose), era un generale di Apries e fu posto sul trono dall’esercito poiché il suo predecessore, Apries, era talmente filelleno da alienarsi Il favore della popolazione egizia e delle truppe native.

La lotta contro gli stranieri invasori genera presso gli Egizi uno spirito nazionalistico che avvalorando la propria civiltà, ” se la pone davanti come qualcosa che debba essere conquistata”.

L’artista sente le opere del passato come un “suo presente fantastico”, l’interesse generale è rivolto in particolare alla tradizione dell’arte egizia del Regno Antico e Medio: “la razionalità impassibile delle più antiche esperienze figurative è assunta a modello”

” Tutto il paese stava risorgendo e tornando all’antico splendore, I templi riebbero parte dei loro averi, una nuova ricchezza inondò l’Egitto” .

La diffusa nostalgia per le antiche glorie fu incanalata al restauro di antichi monumenti. Vennero ripulite e risistemate le piramidi menfite, rievocati ” i prestigiosi titoli protocollari dei millenni precedenti e riesumata l’antica letteratura mortuaria caduta in disuso”

Statuetta lignea di personaggio ammantellato. Museo del Cairo. La grandiosità delle impostazioni di questa figura, completamente nascosta sotto le vesti che cancellano ogni allusione al corpo anatomicamente considerato, risale al Regno Antico. Non ci sono pieghe, non cambiamenti di luce: ma la vita non manca nell’acutissimo giocare del ritmo, proprio secondo il modo di espressione delle più grandi opere menfite.
In un’opera come questa lo spirito del passato rivive immediatamente, e senza scorie culturali: il neoclassicismo diviene qui semplice e umana classicità. Fonte: Sergio Donadoni.

Si può ben parlare Rinascimento Egizio, ma in realtà si tratta di due movimenti diversi: il primo si potrebbe definire neoclassicismo, per il ritorno al passato; il secondo, molto più interessante, è proteso alla ricerca di nuove vie di espressione e muove verso certe singolari forme di verismo e astrattismo, accentuando la purezza geometrica delle forme.

Cerimonia funebre dalla tomba di Nespaqashuty l. New York Brooklyn Museum
Il dolore per la morte è per l’artista saitico un’emozione di tale intensità da indurlo ad abbandonare qualsiasi schema e a soffermarsi sul movimento disordinato e convulso delle braccia sollevate nel tipico gesto del cordoglio, in una scena che non ha paralleli, per la drammaticità e forza emotiva, nell’arte contemporanea.

“Nella realizzazione delle statue si utilizzano pietre di estrema durezza che consentono di ottenere superfici levigate e luminose. Il leggero sorriso, che rischiara i volti in quest’epoca, diverrà una delle caratteristiche della scultura greca arcaica” .

Statua del Visir Nespaqashuty, Il Cairo museo egizio
La scultura in Slovacca, capolavoro della 26esima dinastia, è ispirata alle statue di scriba dell’Antico Regno. Della Statua colpisce l’estremo nitore e la perfetta geometria delle superfici che rendono la figura umana un insieme di forme astratte di straordinaria lucentezza. La lettura esclusiva esclusivamente frontale dell’Opera è suggerita dalla deformazione dei fianchi, che combaciano con gli avambracci senza alterare il senso di perfezione dell’insieme.
Statua-cubo di Pakharkhonsu. Il Cairo museo egizio
La statua cubo ha una forma che riscuote un largo successo di tutte le epoche della storia egizia. Nel corso dell’eta’ saitica la sua struttura chiusa e geometrica riceve un’impostazione ancora più astratta che tende ad eliminare o a inglobare le forme del corpo all’interno di uno schema impostato su una rigida simmetria.

FONTE:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO
  • FEDERICO A.ARBORIO MELLA-L’EGITTO DEI FARAONI-MURSIA
  • VOCI DAL PASSATO
  • MEDITERRANEO ANTICO
  • WIKIPEDIA
  • ARALDO DE LUCA
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI AMENOFI I

   

Legno di cedro dipinto, lunghezza cm 203
Tebe Ovest, tomba della regina Inhapy (TT 320)
Scavi del Servizio delle Antichità 1881
Museo Egizio del Cairo – CG 61OO5

Il sarcofago con il nome di Amenofi I non era stato realizzato per questo faraone, ma fu utilizzato per racchiudervi la mummia quando nel corso della XXI Dinastia, il sommo sacerdote di Amon Pindujem II decise di mettere al sicuro le spoglie di sovrani e sacerdoti tebani nella tomba della regina Inhapy.

Il riutilizzo è documentato da una doppia iscrizione ieratica , databile proprio all’epoca di Pindujem II, tracciata con inchiostro nero sul coperchio, in corrispondenza del petto.

Si tratta di una delle rare testimonianze dell’ultimo grande saccheggio nella necropoli tebana, che indusse il clero a riseppellire le mummie di faraoni e sacerdoti nella cosiddetta Cachette di Deir El-Bahari.

Il sarcofago e la mummia di Amenofi I in un disegno all’epoca della scoperta

Il sarcofago è mummiforme e subì alcune modifiche per poter ospitare degnamente la salma del sovrano.

Il coperchio è formato da più parti unite per mezzo di elementi in legno e strisce di cuoio.

La parrucca era originariamente decorata con strisce gialle e nere, ma in seguito fu uniformemente dipinta di nero aggiungendo l’immagine di un avvoltoio giallo sulla sua sommità e inserendo sulla fronte un cobra reale con il corpo diviso in tre parti di colore blu, rosso e nero.

Il volto è dipinto di giallo e su di esso risaltano i grandi occhi e le sopracciglia.

Le labbra accennando un tenue sorriso e sono contrassegnate da una linea rossa, che sottolinea anche le piccole fossette sul mento, da cui pende la barba posticcia.

La superficie del coperchio un tempo era completamente dipinta di bianco, ma la vernice è stata poi eliminata, lasciando visibile il colore naturale del legno.

Sul petto era originariamente dipinta una collana circolare multicolore cancellata anch’essa allorché si decise di destinare il sarcofago a contenere la salma di Amenofi I.

Fu invece conservata l’immagine della dea Nekhbet in forma di avvoltoio con le ali spiegate, dipinta sul petto.

  

Al di sotto dell’avvoltoio si trova una colonna di geroglifici contenenti la formula d’offerte dedicata ad Amenofi I di cui è anche indicato il nome di incoronazione: Djeserkara, “Santo è il ka di Ra”.

L’iscrizione è intersecata da tre bande di geroglifici per parte che riportano i nomi di Anubi, Osiride e i quattro figli di Horus, dei protettori della salma.

Sotto i piedi del coperchio è raffigurata la dea Nephty, inginocchiata e con le braccia sollevate dalle quali pendono i segni ankh.

Originalmente anche le superfici dell’alveo del sarcofago dovevano essere dipinte, ma la vernice è stata asportata al momento dell’usurpazione, come è avvenuto per il coperchio.

Su entrambi i lati, all’altezza delle spalle, è raffigurato un occhio udjat al di sopra di un piccolo santuario con la porta rossa.

La restante superficie delle pareti laterali è suddivisa in quattro sezioni per mezzo di iscrizioni verticali ormai poco leggibili dentro ad ognuna di esse si trovava l’immagine di una divinità.

L’interno del sarcofago è interamente ricoperto di vernice nera.

Il colore originale e le tracce degli altri particolari obliterati al momento del riutilizzo inducono a datare la produzione del sarcofago alla prima parte della XVIII Dinastia.

Quello di Amenofi I, quando la sua salma fu prevata per essere nascosta, era forse stato distrutto dai ladri nel tentativo di asportare la lamina d’oro che sicuramente lo ricopriva.

Si provvide allora a trovare uno di fortuna che però, come per gli altri sovrani, risalisse approssimativamente all’epoca in cui il re era vissuto.

La salma di Amenofi I come fu scoperta all’interno del sarcofago

Fonte e fotografie

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LE TOMBE DELLA XIX E XX DINASTIA

Tomba di Roy (TT 255)

Spesso ritenute più ordinarie delle tombe dipinte dell’inizio del Nuovo Regno, le tombe tebane ramessidi sono criticate per i colori piatti e le figure pesantemente contornati , ma, di fatto, queste pitture rappresentano una consistente varietà e alcuni di esse denotano un’ottima decorazione, con caratteristiche interessanti.

Tomba di Pashedu (TT 3) – vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/02/17/pashedu-tt3/

Alcune scene che descrivono giardini o attività agricole (come nella tomba di Sennedjem) sono vivaci e ricche di particolari: volatili e animali sono disegnati con la massima cura.

Tomba di Sennedjem (TT 1)

Certo, nelle stesse scene le figure umane sono talvolta quasi caricaturale, rapidamente tracciate, con gambe troppo lunghe per i corpi sottili e abiti e gioielli così elaborati da rasentare il cattivo gusto.

Mentre alcune scene mostrano spiccata individualità e creatività, altre propongono una tale enfasi nei temi religiosi che sembrano aver soffocato ogni aspirazione dell’artista a oltrepassare le convenzioni.

Tomba di Khonsu (TT 31)

Entrambe le estremità di questo spettro si riscontrano nelle tombe di Roy e Shuroy a Dra Abu el-Naga: la prima possiede dipinti di buona fattura, ricchi di particolari suggestivi e innovativi, la seconda appare sbrigativa, addirittura trascurata, e priva di inventiva.

Tomba di Nefersekheru (TT 296)

Fonte

I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni W Hite Star

Fotografie

  • Patrizia Burlini
  • Giusy Antonaci
  • Dal libro citato.
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

VASI CANOPI DI WAH-IB-RA

Alabastro – Altezza 36,5 cm
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C 3208

I casi canopi prendono il loro nome dalla città di Canopo, nel Delta egizio, dove era venerato il dio Osiride che qui aveva la forma di un vaso panciuto sormontato da una testa umana.

I vasi canopi, presenti sempre nel numero di quattro nei corredi funerari, sono infatti forniti da coperchi che, dalla fine della XVIII Dinastia, assunsero l’aspetto di teste umane e animali.

La comparsa di questi particolari recipienti è legata alo sviluppo delle pratiche di imbalsamazione.

Il loro scopo era infatti quello di contenere le viscere del defunto asportare prima della fase di bendaggio del cadavere.

Gli organi, una volta prelevati, subivano un trattamento volto a garantirne la conservazione e ciascuno di essi veniva infine deposto in un determinato vaso canopo posto sotto la tutela di uno dei quattro figli di Horus :Hamset proteggeva il fegato contenuto nel vaso a testa umana, Hapi i polmoni contenuti nel vaso a testa di babbuino, Duanutef lo stomaco contenuto nel vaso a forma di sciacallo e infine Khebesenuef proteggeva gli intestini conservati nel vaso a testa di falco.

Sul corpo di ciascun vaso si trova in genere un’iscrizione in colonne che riporta il nome del dio associato a quello di una divinità femminile corrispondente, oltre al nome e alla titolatura del defunto che, nel caso di questi raffinati esemplari in Alabastro del Museo torinese, era il dignitario Wah-ib-Ra.

Fonte

I grandi musei, il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Mai cosa simile fu fatta, XXV Dinastia

LA XXV DINASTIA

NAPATA, LA CONQUISTA NUBIANA E IL RINASCIMENTO EGIZIO

Testa in granodiorite di Taharqa
– Assuan Museo della Civiltà nubiana.
In questa testa il riferimento a modelli più antichi si inquadra in un modellato più pesante, tipico di quest’epoca.

Il terzo periodo intermedio Egizio si colloca tra la fine del Nuovo Regno e la XXV dinastia etiope, e comprende la XXI dinastia, quella dei ” re sacerdoti e le tre dinastie libiche”.

Mappa dell’antico Egitto, con il Nilo fino alla V cateratta. Le maggiori città e siti del periodo dinastico (dal 3150 a.C. al 30 a.C. circa)

Il terzo periodo intermedio vede coesistere varie dinastie che, contribuendo al frazionamento e alla fine della unità che aveva caratterizzato l’Egitto in altri periodi, determinano “la preparazione del substrato politico sociale in cui si innesteranno le dominazioni straniere di potenze emergenti nell’area medio orientale” .

Statuina in oro, argento e bronzo di Taharqo in adorazione del dio Falco Hemen
Parigi Museo del Louvre.
È una rara testimonianza della finezza raggiunta dall’ oreficeria in quest’epoca.

“Dopo la spartizione del territorio Egizio tra i sacerdoti di Ammone e i re eletti dai generali libici, la Valle del Nilo era stata di nuovo ricomposta in unità politica sotto l’autorità dei Re di Etiopia” .

Non erano sicuramente dei barbari, anzi, si possono considerare “campioni di uno stretto e puro concetto della vecchia civiltà egizia; ma per il fatto che la capitale da cui essi governavano era a Napata, in Nubia, forzatamente estranei alla vita politica quotidiana del paese” .

Primo re riconosciuto della XXV dinastia fu Pi(ankh)y (Piye, o anche Pi) che, dal 747 a.C., proseguì nelle conquiste territoriali in Alto Egitto e prese Tebe sotto la sua protezione;
qui nominò la propria sorella Amenardis I quale Divina Sposa di Amon, conferendole in tal modo un potere simile a quello regale sull’area tebana.
Per far fronte all’invasione di Pi(ankh)y al sud, il re Tefnakht, della XXIV dinastia settentrionale creò una coalizione che comprendeva Eracleopoli ed Ermopoli, ma lo scontro vide vittorioso.
Pi(ankh)y che narrò la vicenda in una stele monumentale fatta erigere nel tempio di Amon a Gebel Barkal.
«Sua Maestà mandò a dire ai suoi generali che erano in Egitto, al comandante Puarma, al comandante Lamerskeny e ad ogni capitano di sua Maestà: “Avanzate in formazione da combattimento, attaccate battaglia, accerchiatelo, assediatelo! Catturate le sue genti, il suo bestiame, le sue navi! Impedite ai contadini di lavorare, impedite agli aratori di arare! Assediate il nomos della Lepre e combattete contro di lui ogni giorno»
Stele della vittoria: Piankhi – Museo del Louvre. Particolare della stele.
Piankhi (sulla sinistra, parzialmente raschiato) compare onorato da quattro governanti.
WIKIPEDIA

L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, rese molto “difficile per loro il giungere a rifondere in una unità non soltanto politica ma anche sentimentale il paese” .

La frammentazione politica dell’Egitto alla fine del nuovo Regno conduce inesorabilmente alla costituzione di un reame autonomo in Nubia: Il regno di Kush.

Tomba di Harwa
Con i suoi quattromila metri di estensione è uno dei monumenti funerari più vasti mai realizzati da un privato cittadino nell’antico Egitto. Le ricerche in corso stanno anche rivalutando l’epoca dei “faraoni neri” sotto il profilo artistico e culturale. I rilievi della tomba sono eseguiti in uno stile che richiama quello dell’Antico regno, dal quale si distaccano per i lineamenti più marcati dei visi e per un trattamento più luminoso dello spazio.

Il re kushita Piankhi, approfittando della debolezza degli Stati settentrionali riesce a annettersi l’alto Egitto e ammettere sotto la propria influenza i sovrani che regnano sul delta, dando così inizio alla venticinquesima dinastia.

Vista aerea delle piramidi nubiane di Meroe

Durante gli anni del dominio kushita, quasi 100, si effettua un recupero della cultura egizia più antica, la quale trae ispirazione soprattutto dall’arte del Medio Regno.

I sovrani kushiti della XXV dinastia si fecero inumare in tombe piramidali nella necropoli della loro capitale Napata, oggi nel Sudan settentrionale.
Panorama delle piramidi nubiane, Meroe. Tre di queste sono state ricostruite.

Tebe, dove già il ritorno al passato aveva avuto manifestazioni nella precedente epoca, si può considerare il centro di tale rinascita.

Nella statuaria privata, lo stile e le forme auliche si accompagnano ad una forte caratterizzazione dei tratti fisionomici. I ritratti dei sovrai “improntati a una maggiore astrazione , lasciano invece trasparire i caratteri somatici tipici della razza nubiana” .

FONTE:

  • ARTE EGIZIA-SERGIO DONADONI-GHIBLI
  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • ARCHEOLOGIA VIVA
  • WIKIPEDIA
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

ALVEO DEL SARCOFAGO MUMMIFORME DI DJEDHOREFANKH

Legno dipinto; lunghezza cm 203, larghezza cm 61
Tebe ovest, Qurna, Scavi di Theodore Davies 1916
Inizio della XXII Dinastia
Museo Egizio del Cairo – TR 24.11.16.2

Il sarcofago, privo di coperchio, apparteneva al sacerdote Djedhorefankh, soprintendente agli altari nel tempio di Amon-Ra a Karnak, e risale agli inizi della XXII Dinastia, quando l’Alto Egitto costituiva un stato teocratico autonomo, sotto il dominio del potente clero tebano.

In quel periodo, di sacerdoti di Amon-Ra venivano sepolti in variopinti sarcofagi mummiformi ammassati in tombe comuni ben nascoste, al sicuro dai saccheggi.

Le superfici dei sarcofagi presentano un repertorio iconografico simile a quello che in precedenza tornava le pareti degli ipogei che, in quest’epoca , non vengono mai decorate.

L’interno dell’alveo del sarcofago di Djedhorefankh mostra una decorazione suddivisa in registri, nei quali le scene dai brillanti colori risaltano sul fondo giallo.

La parte superiore è dipinta a imitazione di una tenda, come i soffitti delle tombe tebane, e nella lunetta sottostante è rappresentata la barca solare, con la la prua e la poppa terminati in fiori di papiro, su cui si trova il disco solare, tra due urei, che sorge all’orizzonte.

Al centro del registro è raffigurata la personificazione, dell’amuleto tit , il nodo isiaco: ha un volto femminile e ha le braccia alzate e sostiene il corso d’acqua su cui naviga la barca.

Ai lati dell’amuleto si trovano due sciacalli accovacciati su un santuario.

Il registro sottostante riporta due cartigli sormontati dal disco solare : in quello di sinistra si legge “il dio grande, signore del cielo, governatore dell’eternità”, mentre quello a destra reca la sequenza di segni men ( stabile), Kheper (apparire), ra ( il dio Ra).

L’interpretazione di tale sequenza, in questo contesto è problematica.

Menkheperra corrisponde infatti al nome di incoronazione di Thutmosi III, al nome di un grande sacerdote tebano che governò l’Alto Egitto alla fine del XI secolo a. C., o a un modo di scrivere in forma di rebus il nome di Amon-Ra.

Sulla base di criteri stilistici, il sarcofago può essere datato a un ristretto periodo della XXII Dinastia, ciò porterebbe a escludere le prime due ipotesi e renderebbe assai verosimile che Menkheperra sia usato come forma crittografica del nome Amon-Ra di cui Djedhorefankh è sacerdote.

Il cartiglio di sinistra cita indirettamente il nome di Osiride.

Tra i due cartigli si trova un elemento decorativo khaker da cui si ergono due cobra con l’amuleto tit al collo.

Alle due estremità del registro, dinanzi a ceste con offerte, si trovano due volatili con teste femminili che portano le mani al volto nel tipico gesto di cordoglio.

Il registro sottostante è diviso i due scene quasi identiche: a sinistra una sacerdotessa offre papire e incenso al dio Ptah, a destra si trova un sacerdote di nome Djedkhonsu.

La scena successiva è raffigurata sotto una tenda: sopra un letto dove è stesa la mummia del defunto che il di Anubi sta terminando di preparare

I quattro vasi canopi, sono posti sotto il letto funebre.

L’ultima scena, sormontata da un fregio di urei con il disco solare sul capo, è la più grande :vi appare la mummia del defunto inghirlandata, di fronte alla quale si trova un sacerdote sem che, identificato dalla pelle di leopardo che copre la veste bianca, compie fumigazioni di incenso.

La funzione di questo sacerdote era quella di ridare vita al corpo mummificato del defunto durante la “cerimonia dell’apertura della bocca”.

Tra le due figure si si trova una tavola di offerte sormontata da un fiore di ninfea, mentre una seconda ninfea è disegnata in basso, dietro a una donna inginocchiata che in segno di dolore si strappa i capelli.

Le pareti laterali del sarcofago sono divise in due registri: il alto si trova il cartiglio affiancato da due sciacalli distesi sopra due santuari e protetti dagli occhi udjat, le due scene sottostanti, separate tra loro da una riga di geroglifici, mostrano un sacerdote che porge rispettivamente un mazzo di fiori e due coppe a una figura in trono che impugna i simboli del potere.

Dietro al trono è raffigurato Anubi.

Nell’ultimo registro si trovano i quattro figli di Horus rappresentati mummiformi.

Fonte e fotografie

I tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di L’Araldo De Luca – Edizioni White Star

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

L’AMPLIAMENTO DEL SANTUARIO DI KARNAK E IL FIORIRE DEI TEMPLI

Il portico dei Bubastidi nel primo cortile del tempio, Karnak

Il santuario di Karnak fu ampliato durante il regno di Sheshonq I, il sovrano originario di Bubasti che diede inizio alla XXII Dinastia : si deve a lui il cortile, ornato da portici a nord e a sud, che ingloba completamente un piccolo tempio della fine della XIX Dinastia e la parte anteriore di quello di Ramses II, che formavano il “viale” di mezzo, furono rimosse e sistemate ai lati, come tutt’ora si vede.

Tempio di Iside, Philae, oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Il pilone, l’ingresso del tempio, forse fu iniziato durante la XXX Dinastia, (tutto il complesso fu circondato da un muro con grandi portali), ma non fu mai completato.

Nel suo lungo regno il sovrano Taharqa realizzò un edificio per il culto di Amon connesso con il lago sacro, e un grande chiostro per la barca processional proprio nel cortile, con eleganti colonne a papiro aperto, collegate in basso da transenne.

Tempio di Iside, colonne con capitelli con volti volti di Hathor – Iside
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

L’attività edilizia fu ovunque intesa, ma non sempre il tempo ha risparmiato realizzazioni anche imponenti, sopratutto nel Delta, sicché la nostra conoscenza è lacunosa.

La città di Saus, capitale della XXVI Dinastia, ma di antiche origini, doveva possedere un grande tempio per la dea Neith, nel quale stavano le cripte sepolcrali dei sovrani, come a Tanis, ma oggi si può appena indicare il luogo in cui sorgeva la città.

Tempio di Iside, colonnato del primo pilone.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Migliore la situazione a Bubasti, dove è possibile che già Cheope avesse iniziato qualche struttura, per la dea Bastet, qui sono riconoscibili i progetti dell’epoca tarda, dei faraoni Bubastidi, e fino all’ultimo, Nectanebo II

(XXX Dinastia)

L’isolamento ha favorito la conservazione di un piccolo tempio di Amon nell’oasi di Kharga, che potrebbe essere stato costruito nella tarda XXVI Dinastia, ma fu poi decorato dal “faraone” persiano Dario I, nella XXVII Dinastia.

Tempio di Ibis, Oasi di Kharga

La costruzione originaria presenta alcune novità : un proanos di colonne papiro formi unite da transenne, quindi una sala colonnata su cui si trovano il santuario e cappelle laterali e le scale per salire sul tetto.

Chiostro di Traiano II.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Durante la XXI Dinastia fu aggiunta, sul davanti, un’altra sala colonnata e Nectanebo I come aveva fatto a Karnak, realizzò il muro di cinta, con un chiostro di accesso, le cui colonne, come quelle dell’interno, esibiscono capitelli del tipo composito, con molteplici decorazioni (papiro e palmette), su una forma di base a campana.

Sarà questo il tipo che incontrerà il successo nelle grandi costruzioni successive in Egitto, di età greco-romana.

Tempio di Amon-Ra, chiostro di Taharqa davanti al secondo pilone, Karnak

Fonte e fotografie

L’arte Egizia – Alice Carocci, Gloria Rosati – Giunti