Papiro – Altezza cm 37, Lunghezza cm 450 Tebe Ovest, Tomba della regina Inhapy – Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1881 XXI Dinastia, Pontificato e regno di Pindujem I Museo Egizio del Cairo – SR VIII. II488.
All’inizio del Terzo Periodo Intermedio, L’Egitto meridionale era governato di fatto dai sommi sacerdoti di Amon.
Pindujem I non fece altro che ratificare una situazione già consolidata, quando, nella seconda parte del suo lungo pontificato, decise di assumere la titolatura faraonica.
Il suo nome racchiuso nei cartigli compare su questo pregiato esemplare del Libro dei Morti, il cui ritrovamento è legato a una delle più clamorose scoperte della storia dell’egittologia : nel 1881, a Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Karnak, furono rinvenute le mummie dei più grandi faraoni del Nuovo Regno, che erano state nascoste dai sacerdoti di Amon nella tomba rupestre della regina Inhapy, nel tentativo di sottrarle alla devastazione dei ripetuti saccheggi delle sepolture reali.
Insieme agli antichi sovrani, erano sepolti anche alcuni membri del clero di Amon, fra cui Pinudjem I; la sua mummia, deposta nel sarcofago appartenuto a Thutmosi I, era in parte sbendata e custodiva fra le gambe un rotolo di papiro contenente alcuni capitoli illustrati del Libro dei Morti.
Questo testo funerario, i primi esemplari del quale risalgono alla fine della XVIII Dinastia, consiste in una raccolta di formule magico-religiose destinate ad accompagnare il defunto nel suo viaggio.
Destinato in un primo tempo al sovrano e ai membri della famiglia reale il Libro dei Morti si diffuse ben presto fra i ceti più abbienti; veniva sistemato nel sarcofago, sotto le mani o fra le gambe del defunto, oppure riposto in un vano nella parete della tomba.
I testi, scritti con inchiostro nero e rosso, erano incorniciati in alto e i basso da linee orizzontali colorate, illustrati da raffinati disegni dipinti in colori vivaci.
I papiri erano di dimensioni variabili, perché diverso era il numero delle formule e delle immagini a seconda delle possibilità economiche del committente.
I capitoli non avevano una successione prestabilita, solo durante la XXVI Dinastia venne fissata la sequenza delle 165 formule canoniche, alle quali ne vanno aggiunte altre 30 recentemente individuate.
Il Libro dei Morti è stato convenzionalmente diviso dagli egittologi in 5 sezioni che comprendono:
I testi relativi alla sepoltura (Capitoli 1-30)
L’allontanamento dei nemici e l’invocazione di alcune divinità (Capitoli 31-63)
L’uscita dalla tomba e l’assunzione di forme diverse per agevolare gli spostamenti nell’aldilà (Capitoli 64-92)
L’attraversamento nel cielo sulla barca solare e l’ arrivo al cospetto di Osiride, dio dei morti (Capitoli 93-125)
La descrizione dell’Oltretomba (Capitoli 126-165)
Nel capitolo 125, punto cruciale del testo, il defunto deve affrontare il giudizio di un tribunale costituito da 42 divinità e presieduto dal dio Osiride, Anubi e Horo procedendo alla pesatura del cuore e Thot che registra il risultato: se il giudizio è negativo il cuore viene dato in pasto ad Ammut, se positivo, il defunto vivrà felicemente nelle fertili campagne dell’Oltretomba.
La scena che accompagna questo capitolo compare frequentemente sui papiri.
Il Libro dei Morti di Pindujem contiene i Capitoli 23, 27, 30, 71, 72, 110, 135 e 141.
Le raffigurazioni rappresentano: Pinudjem in adorazione al cospetto di Osiride, l’uscita dalla tomba, la pesatura del cuore, Ra emergente all’oceano primordiale con Mehet-uret ( la Grande Inondazione) e Thot dalla testa di Ibis; una serie di divinità ripartite in registri all’interno di una cornice naos sormontata da un fregio di piume, emblemi della dea Maat; i campi di Iaru, regno dei beati, nel quale il defunto è intento a occupazioni agresti; i 42 giudici del tribunale di Osiride, davanti a due divinità femminili assise, Maat, la giustizia, e Maaty, la doppia giustizia.
Fonte
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Per le fotografie ringrazio Nico Pollone per la sua disponibilità.
L’antico Egitto ha lasciato splendide raffigurazioni del mondo animale che spesso stupiscono perché poco convenzionali.
Ciò è dovuto all’attenta osservazione della natura da parte dell’artista, che in essa trova una fonte di inesauribile ispirazione, ma sopratutto all’alto valore simbolico che gli animali svolgono nella religione egizia.
Nelle rappresentazioni degli animali verosimiglianza e astrazione si sommano in immagini che hanno l’incisività nel soggetto dettagliato e l’essenzialità del simbolo.
Così quegli elementi e quei particolari che sono ritenuti necessari vengono rappresentati con estrema accuratezza, mentre a volte i tratti sono meno significativi, sopratutto del corpo, possono essere trascurati e tracciati con poche pennellate.
Gli animali vengono raffigurati in base al loro legame con la sovranità o con determinate divinità, oppure in quanto animali comuni, ad esempio nelle scene di vita quotidiana dipinte sulle pareti delle tombe.
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, a essere legati al mondo divino e regale non sono gli animali “nobili”, come il leone e il falco : accanto al falco del dio Horo, alla leonessa della dea Bastet o al’ibis del dio Thot, appaiono anche la semplice oca, quale simbolo del dio Amon, la principale divinità del Nuovo Regno, è addirittura lo scarabeo stercorario, come emblema del sole e della metamorfosi.
Lo scarabeo costruisce una sfera di sterco nella quale deposita le uova, nuovi scarabei nasceranno perciò nello sterco: la capacità di trasformare la materia più umile in nuove forme di vita diviene il simbolo della metamorfosi è delle diverse manifestazioni della realtà.
Curiosamente, il cavallo animale fondamentale per lo sviluppo delle civiltà del Vicino Oriente, non è affatto presente nella religione egizia.
Introdotto solo in un momento successivo rispetto all’epoca di formazione della civiltà nel V millennio, questo animale non ha quindi assunto un ruolo di rilievo nella simbologia religiosa.
La sua immagine è però strettamente legata a quella del sovrano guerriero del Nuovo Regno che sbaraglia i nemici con il suo carro trainato da una pariglia di cavalli impennati.
In altri contesti, come nelle scene di vita quotidiana che ornano le sepolture, gli animali raffigurati sono semplicemente compagni della vita di tutti i giorni e fonte di nutrimento.
È il caso dei bovini, legati alla dea Hathor, ma anche le oche di Amon, spesso rappresentate legate per le ali mentre vengono portate come offerta al defunto.
Sono raffigurati anche animali pericolosi come il cobra, che è il simbolo della regalità per eccellenza, è allo stesso tempo del pericolo: Apophis, il nemico che minaccia il percorso notturno del dio sole, è infatti rappresentato come un enorme serpente, con grandi volute.
Fonte
L’arte egizia – Alice Carocci, Gloria Rosati – Giunti
Il colosso di Ramses II usurpato da Pinodem nel tempio di karnak ” la statua riconoscibile davanti alle sue gambe è quella di Nefertari”
Con la morte di Ramses XI, ultimo dei ramessidi, il basilare dualismo della Terra Dei Faraoni si spezza in due in modo inaspettato e nuovo. Solamente i primi tre ramessidi si distinguono per gesta degne di menzione, gli altri otto anni si possono considerare spettatori più o meno passivi della disgregazione del loro paese.
Collier in oro appartenente a Pinodem I Parigi Museo del Louvre.
La decadenza dell’Egitto è dovuta principalmente al progressivo frazionamento dell’Alto Egitto “in grandi feudi sacerdotali” e al fatto di avere abbandonato il regno all’oligarchia che ha distrutto a proprio profitto la potenza regia.
Triade in oro e lapislazzuli di Osorkon II – Parigi Museo del Louvre Le piccole e effigi di Osiride, Iside e Horus testimoniano la perizia artistica degli orefici dell’epoca.
Si crea “una specie di “feudalesimo sacerdotale” e il potere in mano ai sacerdoti si cristallizza sempre più in un immobilismo ereditario”.
Statua in granito del Visir Hor, Il Cairo Museo Egizio. La posizione del personaggio è ispirata a modelli statuari dell’Antico Regno. Il contrappunto tra le superfici lisce e iscritte, la testa calva e i tratti idealizzati rispondono invece a canoni artistici del terzo periodo intermedio.
Smendes successore di Ramses Xi inaugura una “nuova monarchia”.
Smendes, governatore di Pi Ramses, ribattezzata Tanis, sposando Tentamon, una ramesside, sale al trono del basso Egitto. Smendes, pur possedendo solo il delta, da Manetone viene messo in testa alla XXI dinastia. La dinastia ramesside condivide di fatto il potere con i re sacerdoti “che governano Tebe e aree limitrofe, con il benestare del faraone, a cui erano spesso uniti da un legame parentale”. In questo periodo di crisi interna, nel Basso Egitto i generali eleggono uno di loro sovrano. “E poiché l’esercito era per la maggior parte composto di mercenari libici, e libici ne erano i capi, anche i re furono libici”.
A destra: la magnifica maschera funeraria di Psusennes I è in oro e lapislazzuli, con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco; a differenza di quella di Tutankhamon, non reca iscrizioni. Definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”, oggi si trova nel Museo egizio del Cairo. È larga 38 centimetri e alta 48 centimetri. «Le dita delle mani e dei piedi [del faraone] furono coperte da ditali d’oro, e fu sepolto con sandali d’oro ai piedi. I ditali delle mani sono i più elaborati mai scoperti, con unghie scolpite. Ogni dito recava un elaborato anello d’oro con lapislazzuli o altre pietre semi-preziose.» (Bob Brier) A sinistra: parte superiore del sarcofago in argento di Psusennes I. Il sarcofago esterno e quello mediano di Psusennes I furono riciclati da sepolture precedenti nella Valle dei Re, attraverso una spoliazione delle ricchissime tombe del Nuovo Regno attuata normalmente dai regnanti durante il Terzo periodo intermedio. Un cartiglio sul robusto sarcofago in granito indica che tale oggetto conteneva originariamente la salma di Merenptah, tredicesimo figlio e immediato successore di Ramses II. La salma di Psusennes I fu infine rinchiusa in un sarcofago, creato appositamente per lui, interamente in argento con inserti d’oro. Dal momento che in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, il feretro argenteo di Psusenne I costituisce una sontuosa sepoltura di grande ricchezza negli anni del declino dell’Egitto.
Dettaglio del sarcofago argenteo di Psusennes I, Museo egizio del Cairo.
La spaccatura dell’Egitto non determinò lo spezzarsi della tradizione, l’arte rimase tipicamente egiziana. Lo stato del Nord proseguendo la tradizione monarchica ramesside si ispira alle sue forme e al suo stile per il desiderio di immortalarne i fatti. Entra largamente in uso la pratica di attribuirsi opere di predecessori, grazie alla apposizione del proprio nome; Tanis in particolare viene arricchita di pietre di statue di monumenti di epoca ramesside, sottratti al basso Egitto.
Il sarcofago d’argento a testa di falco di Shoshenq II (XXII dinastia) fu scoperto a Tanis nel 1839 da Pierre Montet.
Pettorale di Shoshenq II
Una certa influenza del Vicino Oriente si riscontra nelle opere di alta oreficeria e nelle suppellettili in metallo e pietre preziose rinvenute nelle tombe reali di Tanis da Pierre Montet. Questi tesori Oggi sono esposti al Museo Egizio del Cairo.
Statua della principessa Karomama. La divina adoratrice di Amon, Karomama, era nipote di Osorkon I. Il suo titolo la poneva a capo delle più alte gerarchie religiose e le assicurava un potere enorme, specie, nell’area tebana. La sua preziosa statua è un esempio delle nuove tecniche della lavorazione del metallo nel terzo periodo intermedio; si sviluppano Infatti sia la fusione del bronzo che le incrostazione di metalli preziosi. Probabilmente da Karnak XXII dinastia Parigi Louvre.
È al sud però che inizia a svilupparsi un più originale linguaggio artistico: l’aristocrazia tibana da inizio a un certo gusto arcaizzante che si svilupperà e si diffonderà a partire dalla venticinquesima dinastia. Dopo la morte di Akhenaton, l’arte dei primi ramessidi seppe conservare la delicatezza che aveva ereditato; ma in tutto ciò che accade dopo non si sarebbe ritrovata quella sensibilità che, salvo poche eccezioni, era stata una caratteristica dei passati splendori.
Statua di Meresamon (Berlino, Agyptsches Museum). La bocca atteggiata a un lieve sorriso è una caratteristica convenzione artistica del terzo periodo intermedio, mentre i seni pronunciati precorrono il modellato del corpo femminile delle epoche successive
FONTI:
SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-
ELECTA
STORIA DELLE CIVILTÀ DELL’ANTICO EGITTO-JACQUES PIRENNE-SANSONI
Tanis pianta dell’area templare 1 Grande Tempio di Amon 2 tempio di Nakhtnehef 3 Lago sacro 4 Tempio Est 5 Tempio di Horus 6 Necropoli reale 7 Porta monumentale 8 Porta del Nord 9 Cortile 10 Porta Est 11 Porta del Sud 12 Grande Recinto 13 Recinto di Psusennes 14 Grande recinto anteriore 15 Tempio di Anta 16 Tempio di Tolomeo IV 17 Chiostro
Tanis ( Za’ net in Egiziano Antico) capitale del XIV nomo del Basso Egitto, è situata sul lato orientale del delta del Nilo, circa 130 chilometri a nord-est del Cairo e a 50 dal Mediterraneo.
L’individuazione del sito si deve alla spedizione napoleonica, mentre nel 1825 il francese Rifaud, che qui compí i primi scavi archeologici, rinvenne due grandi sfingi in granito rosa conservate al Museo del Louvre.
La foto mostra dei blocchi sparsi è il portale di accesso al complesso templare di Amon, a Tanis. Il grande tempio di Amon ha un asse maggiore che misura 400 metri e anche oggi, come nel passato, l’accesso principale al recinto sacro si trova a ovest, dove si attraversa la porta monumentale della foto, che fu costruita nel regno di Shesonq III ( XX Dinastia) e che oggi appare come un maestoso accumulo di rovine immense parzialmente restaurate e ricoperte da bassorilievi, il tutto fiancheggiato da colossali statue e triadi.
D’allora in avanti i lavori sono continuato ininterrottamente, diretti da eminenti egittologi quali Mariette, Petrie, P. Momtet e J. Youotte.
Queste campagne di scavo hanno portato alla luce prevalentemente reperti databili dalla XXI Dinastia sino all’epoca Tolemaica.
In primo piano la tomba originaria incompiuta di Amenemope, dietro si vede il gruppo principale della necropoli con le pareti esterne delle tombe di ( da sinistra) :Psusennes I, Amenemope, Osorkon II e Hornekht ( oltre l’angolo della costruzione, al centro della foto).
La casuale scoperta di resti d’epoca ramesside e di periodi precedenti fece ipotizzare che questa fosse la biblica città di Pi-Ramses, l’enigma è stato in parte chisrito: pare ormai certo che i blocchi di epoche antecedenti fossero stati trasportati a Tanis per essere usati come materiale da costruzione per i monumenti locali, secondo una prassi molto usata dagli antichi egizi.
La principale ragione di interesse del luogo è costituita dal grande tempio di Amon, protetto da una cinta rettangolare di mattoni che misura 430 x 370 metri.
Davanti al pilone del tempio si ergono un gruppo statuario e un colosso di Ramses II.
All’interno di questa, è in parte coincidente con la prima, se ne trova una seconda, i cui mattoni riportanoinciso il nome del faraone Psusenne I (XXI Dinastia).
Al centro sorgeva il Grande Tempio di Amon, oggi ridotto a una distesa di colonne, obelischi e statue di differenti epoche con iscrizioni e motivi decorativi per lo piu risalenti a Ramses II.
Fuori dalla cinta muraria sorge il tempio di Mut e Khonsu anche noto come “tempio di Anta”, e il lago sacro.
Uscendo dalla porta orientale della cinta di Psusennes ci si trova fra le rovine del Tempio Est, interamente costruito in granito.
Nell’angolo sud-est del recinto si trovano i resti del tempio di Horus di Sile, della XXX Dinastia.
L’intera area archeologica tanta è costellata di blocchi di granito figurati, frammenti architettonici e resti monumentali pertinenti ai diversi complessi templari.
Subito dietro si trovano le tracce di mura di cinta colossali e ancora più a est si trova il recinto maggiore, che è interrotto da una porta calcarea di Tolomeo I.
All’interno del recinto sacro di Psusennes, si trova una rara costruzione monumentale interpretata come una probabile rappresentazione simbolica della sacra collina primordiale, la struttura è estremamente interessante poiché fornisce dati preziosi sui particolari riti religiosi legati alla fondazione di un tempio.
Tra i resti del Grande Tempio di Tanis spiccano i frammenti di due colossi in arenaria di Ramses II
L’ l’egittologo tedesco Carl Lepsius nel 1866 scoprí a Tanis un blocco di pietra noto come Decreto di Canopio riportante su un lato un’iscrizione in geroglifici e la traduzione in greco del medesimo testo, l’altro lato è occupato dall’equivalente iscrizione in caratteri demotici.
Frammento sommità le di uno degli obelischi che formavano il Grande Tempio di Amon.
Nel 1939, nell’angolo sud-ovest della cinta muraria interna del tempio di Amon, l’egittologo Pierre Monet fece un ritrovamento che per importanza risultò secondo solo a quello della tomba di Tutankhamon : una necropoli sotterranea con le sepolture reali intatte di Psusenne I, Osorkon II, e Shesonq III ( XX – XXII Dinastia), sono stati ritrovati sarcofagi d’argento, maschere d’oro e gioielli.
Oboi: Giunco; lunghezza 38cm, 44cm, 45 cm, 48 cm. Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6258 Astuccio porta oboi: legno dipinto, diametro 5,5 cm, lunghezza 70 cm Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6278
La musica e la danza avevano un ruolo importante nella vita sociale degli Egizi per allietare non solamente di momenti di svago, ma anche e sopratutto le cerimonie religiose.
Dai contesti archeologici, soprattutto del Nuovo Regno, sono venuti alla luce numerosi strumenti musicali la cui esistenza è dimostrata anche dalle scene figurate riprodotte sulle pareti delle tombe.
Arpe, lire, sistri, liuti, tamburelli, crotali, Oboi, flauti producevano la più svariata gamma di suoni e accompagnavano l’esecuzione di danze ritmate.
All’originaria collezione Drovetti apparteneva questa serie di oboi in giunco, composti da due parti a incastro una delle quali è fornita di un diverso numero di fori: da tre a otto.
Le quattro esili canne erano custodite all’interno di un contenitore cilindrico che è stato decorato con cura su tutta la superficie esterna.
Fregi a motivi geometrici si alternano a bande con ornamenti vegetali policrome in un fitto susseguirsi di piccoli disegni.
Nella parte centrale del l’astuccio è riprodotta una scena di danza c’è si snoda intorno al perimetro.
Alcuni danzatori, probabilmente nubiani, ballano in mezzo a un papireto eseguendo il ritmo cadenzato di un tamburello suonato da un loro compagno.
Le esili figure stilizzate degli uomini danno realisticamente il senso dei loro passi di danza.
Fonte
I grandi musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
Avorio, Lunghezza 20 cm Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6921
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Uno degli strumenti musicali più diffusi nell’antico Egitto era il crotalo, la cui origine si può probabilmente far risalire alla lontana epoca Predinastica.
I crotali nella loro forma più semplice sono costituiti da bastoncini, diritti o ricurvi, fabbricati con legno,osso o avorio, che in genere venivano accoppiati affinché, con la loro percussione reciproca, producessero un suono simile al battito delle mani.
Il loro uso è attestato soprattutto come accompagnamento ritmato di danze rituali e cerimonie funebri.
In particolare la presenza del volto della dea Hathor su alcuni esemplari induce a pensare che essi fossero connessi al culto di questa divinità, di cui è noto il legame con la musica e la danza.
Nel Nuovo Regno divennero particolarmente frequenti i crotali a forma di braccio, con evidente riferimento alloro tipo di suono che doveva imitare il battere delle mani.
Questo esemplare in avorio di raffinata fattura proviene da un contesto regale, come dimostra la presenza del cartiglio contenente il nome della “sposa divina” Ahmose: una principessa o regina non identificata.
Con il titolo di “sposa divina” (Hemet netjer), rappresentato dai tre segni geroglifici posti al di sopra del cartiglio, si indicavano tradizionalmente le donne appartenenti alla famiglia reale, dimostrazione della natura divina che veniva riconosciuta al sovrano e ai suoi congiunti.
Granito grigio, altezza 75 cm Karnak, cortile della Cachette – Scavi di George’s Legrain 1904 Museo Egizio del Cairo, JE 36582 = CG 42162
Statua di Ramessunakht, primo sacerdote di Amon-Ra
La carriera di Ramessunakht è nota grazie a diversi documenti.
La carica più importante da lui rivestita fu quella di primo sacerdote di Amon-Ra, che detenne sotto i regni successivi di Ramses IV, V e VI.
Di Ramessunakht si sa che guidò la spedizione, che nel corso del regno di Ramses IV, si recò nello uadi Hammamat per procurarsi blocchi di pietra da costruzione.
Il potere di lui era tale da permettergli di edificare un proprio tempio funerario, recentemente riportato alla luce, tra le colline di Dra Abu el-Naga.
La statua lo rappresenta nella classica posizione dello scriba seduto.
Sculture di questo genere sono attestate in ogni periodo della storia faraonica.
La novità è qui rappresentata dal babbuino appollaiato sulle spalle.
L’animale era sacro a Thot, patrono degli scribi e inventore della scrittura, e la scelta di rappresentarlo con le mani che poggiano sulla testa della persona ha il senso di porrerla sotto la protezione della divinità medesima.
La statua era stata dedicata a Ramessunakht dal figlio Nesamon, anch’egli primo sacerdote di Amon – R a Tebe.
I tratti del volto sono quelli tipici dell’epoca ramesside.
Gli occhi sono stretti ed allungati, il naso sottile, la bocca stretta e larga con gli angoli posti in ulteriore risalto da due pieghe oblique.
La parrucca, tripartita e con i capelli realizzati in onde sottili, lascia scoperte le orecchie.
Lo sguardo è rivolto verso il basso, nel tipico atteggiamento dello scriba concentrato sul proprio lavoro.
L’abbigliamento è costituito da una tunica con le maniche plissettate e da una gonna, anch’essa plissettata nella parte inferiore.
L’abito è aderente e trasparente sul torace dove oltre ai muscoli pettorali è posto i risalto il ventre prominente , segno inequivocabile dell’elevato status e dell’agiatezza goduti da Ramessunakht.
Le braccia sono posate sulle cosce coperte dalla gonna su cui si sviluppa un geroglifico con i titoli e il nome di Ramessunakht.
La mano destra è rappresentata come se tra le dita vi fosse uno stilo la sinistra stringe il rotolo del papiro.
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie L’Araldo De Luca – Edizioni White Star.
Wadi es-Sebua o “Valle dei Leoni” (così denominato in arabo per il cortile fiancheggiato da sfingi) è il sito, nella Bassa Nubia, di due templi egizi del Nuovo Regno, incluso uno speos costruito da Ramses II (Diciannovesima Dinastia).
Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua in un’accurata ricostruzione di Jean-Claude Golvin
Il primo tempio fu costruito da Amenhotep III (Diciottesima Dinastia) e successivamente restaurato da Ramses II. In origine questo tempio consisteva in un santuario scavato nella roccia (approssimativamente di 3 metri per 2) di fronte a un pilone in mattoni crudi, un cortile e una sala, parzialmente decorati con pitture murali. Il tempio era probabilmente dedicato a una forma locale nubiana di Horus ma le sue raffigurazioni furono successivamente convertite in quelle di Amon. Nel corso dell’era amarniana queste figure furono prese di mira e le decorazioni deteriorate; in epoca successiva Ramses II restaurò e ampliò il tempio di Amenhotep III mediante la costruzione di strutture antistanti il pilone.
A: PRIMA CORTE ANTERIORE CON SFINGI LEONINE B: SECONDA CORTE ANTERIORE CON SFINGI A TESTA DI FALCO : TERRAZZA DEI COLOSSI DI RAMESSE II D: PILONE DI PIETRA E: CORTE F: SCALA A PILASTRI SCAVATA NELLA ROCCIA G: SANTUARIO
Il tempio fatto costruire da Ramesse II a El-Sebua, noto come “il tempio di Ramesse-meriamun nel dominio di Amon”, è considerato il secondo per grandezza tra i templi dell’antica Nubia. In arabo significa “Valle dei Leoni” riferito al Viale delle Sfingi che porta al tempio; è parzialmente costruito in pietra tranne la sala ipostila e il santuario interno che furono ricavati dalla “lavorazione del sostrato roccioso”.
Il tempio, costruito da Ramesse II, ripreso dall’alto: sono visibili le Sfingi e il terzo Pilone del tempio.
Dopo il portale d’ingresso in pietra vediamo il Viale delle Sfingi.
Il tempio era situato in una zona strategica perché vi confluivano importanti rotte commerciali ed era vicino alla sede del Viceré della Nubia. In quel tempo ne ricopriva la carica Setau al quale Ramesse II affidò la costruzione nell’anno 44 del suo regno (1236 a. C. circa).
Il tempio di Amon di Ramses II
Il secondo e più grande tempio edificato a Wadi es-Sebua era conosciuto come “il Tempio di Ramses Meriamon nel Dominio di Amon” e fu eretto approssimativamente 150 metri a nord-est del tempio di Amenhotep III. Raffigurazioni e monumenti contemporanei del viceré di Kush, Setau, indicano che questo edificio sacro fu innalzato fra il trentacinquesimo e il cinquantesimo anno di regno di Ramses II. Setau è noto per aver servito in qualità di Viceré di Kush o Nubia fra il 38esimo e il 63esimo anno di regno di questo sovrano e fu responsabile anche dei successivi templi nubiani edificati da Ramses.
Il portale d’ingresso in pietra fiancheggiato da due statue di Ramesse II.
Fra questi, Il tempio di Wadi es-Sebua fu il terzo santuario scavato nella roccia e dotato di una spianata in pietra. Ubicato approssimativamente centocinquanta chilometri a sud di Assuan, sulla sponda occidentale del Nilo, il tempio doveva la sua importanza al fatto che in epoca ramesside l’insediamento sorgeva allo sbocco delle vie carovaniere, era il luogo di residenza del Viceré di Kush ed era localizzato nei pressi di un tratto del Nilo dove le imbarcazioni avevano difficoltà a risalire la corrente del fiume.
Per quest’ultimo motivo, il tempio di “Ramses amato da Amon nel dominio di Amon” era utilizzato come banchina o luogo di sosta per le imbarcazioni, quando queste discendevano il Nilo.
Il vicerè di Nubia, Setau, al quale Ramses II aveva affidato l’amministrazione dei suoi progetti in questa località, si vide obbligato ad adeguarsi ad una forza lavoro poco capace (molti i prigionieri delle oasi libiche) e a materiali di costruzione di qualità inferiore; lo attesterebbe la scarsa qualità di alcune sculture come le statue osiriache presenti nel cortile che si apre dopo aver attraversato il terzo pilone della struttura templare.
Le popolazioni arabe dei secoli successivi, ispirati dalle sculture in pietra delle sfingi che costellano l’ingresso del primo tempio, battezzarono il luogo col nome di Uadi es-Sebua o Valle dei Leoni. Il tempio, realizzato in parte all’aperto e in parte scavato nella roccia, si suddivideva in tre sezioni differenti: due cortili aperti decorati da sfingi (dromos), un grande patio interno con colonne osiriache e il sacrario rupestre.
Il cortile del tempio è arricchito di pilastri osiriaci.
L’edificio sacro possedeva in origine tre piloni. I primi due furono realizzati in mattoni crudi di bassa qualità e col tempo caddero in rovina. Di questi due piloni sopravvive odiernamente solo il portale di ingresso in pietra che stava fra uno di loro. Dietro il primo pilone si apre il primo cortile caratterizzato da sfingi dalla testa umana e da statue del re che originariamente fiancheggiavano l’ingresso. Solo la statua sinistra di Ramses permane in situ; l’altra si trova attualmente nell’area desertica del sito.
Dopo il secondo pilone, un secondo cortile è decorato da quattro sfingi ieracocefali (dalla testa di falco) che rappresentano quattro divinità riconducibili a Horus: l’Horus di Miam, di Meha, di Baki e curiosamente l’Horus di Edfu, mentre ci si sarebbe aspettati di trovare l’Horus di Buhen che si trova proprio in Nubia.
Fra le loro zampe anteriori, compare una piccola statua che raffigura Ramses col copricapo nemes. Alla loro base, un’iscrizione che proclama Ramses “Signore dei Giubilei-Sed, come suo padre Ptah” fa riferimento al desiderio di longevità da parte di questo sovrano, un desiderio che era stato già espresso sul secondo portale (del quale rimangono vestigia): “Ramses Meriamon, Signore dei Giubilei-Sed, come Ptah”.
Il TERZO pilone è ornato da una statua di Ramesse II che regge uno stendardo
Subito prima di attraversare nel terzo pilone, compaiono quattro colossali statue di Ramses II, una sola delle quali rimane oggi in piedi. Il terzo pilone è decorato nel convenzionale stile egizio del faraone che colpisce i suoi nemici e che presenta offerte agli dei (incluso sé stesso). Dopo aver attraversato il terzo pilone, comincia la sezione rupestre del tempio con una sala ipostila composta da 12 pilastri a base quadrata:
“fra questi, i sei centrali erano in origine adornati da statue osiriache del re che furono scalpellate quando prese piede il cristianesimo. Tuttavia, le scene di offerta sulle pareti sopravvivono e alcune mantengono i loro colori originali”
(Lorna Oakes, Pyramids, Temples and Tombs of Ancient Egypt: An Illustrated Atlas of the Land of the Pharaohs, Hermes House:Anness Publishing Ltd, 2003. p.202)
L’anticamera si apre in due camere laterali, due cappelle laterali e il vero e proprio santuario. Benchè le statue nelle nicchie del santuario siano state distrutte, è indubbio che esse rappresentassero Amon-Ra, Ra Harakhty e lo stesso Ramses.
Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua fu costruito nello stile nubiano (che taluni ritengono rozzo e provinciale) che caratterizza alcuni dei più grandi edifici ramessidi della regione.
Rilievo di Ramesse II che presenta un’offerta agli dei a Wadi es-Sebua
Bassorilievo all’interno del vestibolo: barca sacra e il faraone al cospetto di Horo.
Nella cella centrale erano custodite le statue del tempio, che sono andati distrutte.
Davanti al pilone d’ingresso si estendevano due corti arricchite da Sfingi; quella della prima corte sono a testa umana (secondo la tipologia antica), quelle della seconda sono a testa di falco (una tipologia nuova). Il tempio è inoltre fornito di un cortile con 5 pilastri osiriaci, di una terrazza e di una parte scavata nella roccia, dove originariamente erano custodite le statue del Santuario che sono andate distrutte.
Le Sfingi furono dedicate da Ramesse II al “padre” Amon-Ra. La testa regale di una delle sei Sfingi che affiancano il viale nella prima corte anteriore di Wadi Sabua Indossa il Nemes e la doppia corona.
Stele raffigurante Setau e sua moglie Nofretmut
Stele, ora nel museo nazionale del Sudan, con Setau, vicerè della Nubia, e sua moglie Nefromut che adorano Ramses II, il cui cartiglio appare sul lato sinistro.
Conversione del tempio in chiesa cristiana
Nel quinto secolo d.C., dopo l’avvento del cristianesimo copto, il tempio fu convertito in chiesa. Alcuni rilievi di questo furono ricoperti da uno strato di stucco sul quale furono dipinte immagini divine. Questa copertura ha avuto il merito di permettere la conservazione dei rilievi originali; i migliori esempi di questi si trovano nel santuario e nelle cappelle associate al tempio di Ramses dove scene policrome raffigurano il sovrano che adora le barche sacre di Amon-Ra e Ra-Harakhty.
Nella nicchia centrale del tempio, è visibile una scena interessante: qui, fra due raffigurazioni di Ramses II, erano presenti due statue, una di Amon e l’altra di Ra-Harakhty, che furono asportate dai primi fedeli cristiani e rimpiazzate da un’immagine di San Pietro. Quando nel corso dei restauri dello speos il rivestimento in stucco fu rimosso dai bassorilievi, si presentò alla vista la bizzarra immagine di Ramses II che offre ghirlande floreali a San Pietro.
L’ atrio, in seguito, fu trasformato in chiesa dai Copti, che ricoprirono parte delle raffigurazioni egizie con immagini di santi.
Ricollocazione del tempio
Nel 1964, i templi di Wadi es-Sebua, che correvano il rischio di essere sommersi dalle acque del Nilo a causa della costruzione della diga di Assuan (come altri edifici nubiani), furono smantellati con l’aiuto degli Sati Uniti e ricostruiti a quattro chilometri dal sito originario.
Il tempio di Vadi es-Sebua parzialmente sommerso dalle acque del lago Nasser. Foto scattata prima del trasferimento del tempio.
Il tempio di Dakka e quello di Maharraqa furono anch’essi trasferiti e ricostruiti nel nuovo complesso templare di Uadi es-Sebua.
Fonte:
ABU SIMBEL-ASSUAN E I TEMPLI NUBIANI-MARCO ZECCHI-WS
In Nubia Ramses II edificò niente meno che sette templi.
Due di questi, quelli di Abu Simbel, sono annoverati tra i più belli lasciati dalla civiltà faraonica: il tempio maggiore di Ramses II e quello dedicato alla sua Grande Sposa reale, la regina Nefertiti.
Le due costruzioni si trovano circa a 380 km a sud di Elefantina, confine meridionale dell’Egitto.
Il tempio di Abu Simbel è sicuramente uno dei luoghi di culto dell’Antico Egitto. Costruito da Ramesse II in Nubia, sulla riva occidentale del Nilo, era chiamato dagli egizi ” Tempio di Ramesse Mariamon (Ramesse, l’amato di Amon)”.
La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.
Il 22 marzo 1813 l’esploratore e viaggiatore svizzero Burckardt fu il primo europeo che, travestito da arabo, riuscì a visitare il sito di Abu Simbel. Queste le sue parole:
“per un caso fortunato mi ha allontanai verso sud e i miei occhi incontrarono la parte ancora visibile di quattro immense statue colossali tagliate nella roccia… . è davvero un peccato che esse siano quasi completamente sepolte nella sabbia, che il vento fa precipitare in questo punto dalla montagna, come precipiterebbero le acque di un torrente”.
Quindi poté’ vedere del Grande Tempio solo ciò che emergeva dalla sabbia.
La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.
Il tempio Maggiore parzialmente scavato in una foto del 1923
Circa quattro anni dopo l’italiano Giovanni Belzoni riuscì a liberare l’entrata del tempio dalla sabbia e insieme ai suoi collaboratori effettuò le prime indagini e le misurazioni degli ambienti interni, con una temperatura di 55° c. È giusto che a descrivere per primo il Grande Tempio di Abu Simbel sia lo stesso Belzoni: “entrammo nel più bello è più vasto speos della Nubia, uno speos che può rivaleggiare con qualsiasi speos o ipogeo dell’Egitto, eccetto la tomba da poco scoperta a Biban el-Mulook (la tomba di Seti I, a lungo chiamata tomba Belzoni)”.
I raggi del sole illuminano la facciata del tempio dall’alto verso il basso. Il primo elemento decorativo che incontrano è una serie di babbuini accovacciati. Questi animali sono spesso associati al sorgere del sole, forse per i versi che emettono all’alba.
Ad Abu Simbel Ramesse II porta a termine il processo di glorificazione del sovrano che il padre Seti I aveva iniziato, ridonando dignità divina alla funzione regale.
Il Tempio fungeva da elemento propagandistico, oltre che dissuasorio nella ricca terra nubiana. La Nubia, paese tributario dell’Egitto, costituiva un’area molto ambita per i suoi giacimenti auriferi, tanto che Ramses II costruì una serie di forti e 7 tempi scavati nelle gole, come simboli del potere e dominio sui ribelli nubiani.
“La luce del sole inizia la discesa verso il basso illuminando i colossi di Ramesse II. Il sole prima di tuffarsi all’interno del tempio irraggia la statua di Ra posizionata alla porta di ingresso. La statua dell’a ntico dio di Eliopoli è un vero e proprio rebus: la mano destra poggia sul geroglifico “User”,mentre quella sinistra su un’immagine di Maat. Combinando queste parole con il nome del Dio si ottiene il praenomen di Ramesse II: User- Maat- Ra”
Negli anni Sessanta, per via della costruzione della diga di Assuan, che minacciava di sommergerli, i due templi furono trasferiti in una posizione 65 m più in alto e circa 200 m più lontano dalla loro collocazione iniziale.
In origine, i due speos erano stati scavati ognuno su un promontorio roccioso di arenaria rossa, situato sulla sponda occidentale del fiume, per poter così ricevere il sole dell’alba.
È possibile, anche se non lo si sa con certezza, che i lavori siano iniziati poco dopo il quinto anno di regno di Ramses II (1274 a. C.), periodo della mitica battaglia di Qadsh e siano stati terminati circa trent’anni piu tardi.
I COLOSSI DELLA FACCIATA
Quattro colossali statue sedute, a gruppi di due, reggono la facciata di questo tempio rupestre.
Sono tra i principali simboli dell’antico Egitto e rappresentano Ramses II seduto, vestito con il gonnellino reale, sul capo Indossa il nemes, con un ureo sulla fronte, ha la barba posticcia e la doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto.
Il sovrano è inoltre abbigliato con pettorale e bracciali decorati con cartigli.
Cartiglio di Ramesse II. Nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.
Le statue misurano oltre 20 metri di altezza dalla pianta dei piedi fino alla punta della doppia corona, il che conferisce agli altri lineamenti del faraone dimensioni colossali.
Per esempio la sua fronte misura 59 cm, il naso 98 cm è il viso 4, 17 di larghezza, se a questo sia giunge l’espressione maestosa e di serena autorità trasmessa dai volti, non c’è dubbio che l’effetto dovesse essere sconvolgente…
Colosso 1 – Ramesse II seduto su un trono, sul capo la corona “pschent”, la doppia corona dell’Alto Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia. Colosso 2 – La parte superiore è andata distrutta durante il terremoto accaduto nel 31mo. anno di regno di Ramesse II (1263 a.C.). Raffigurate in formato ridotto da sinistra: la figlia Nebettauy, un figlio non nominato, Tuia la regina madre.
La facciata del tempio è coronata da 22 figure di babbuino, alti circa 2 metri, seduti in posizione frontale.
Non si tratta di un abbellimento casuale, perché tutta l”arte faraonica è piena di significato.
Grandi osservatori della natura, gli egizi si soffermarono su una peculiare abitudine che queste scimmie avevano quando si svegliavano all’alba: si mettevano a guardare il sole e facevano molto chiasso.
Gli egizi interpretarlo o questo gesto come se le scimmie iniziassero le giornate adorano Ra ed è per tale motivo che sono raffigurate su questa facciata, per salutare il sole quando riappare al termine della notte.
Più in basso, nel punto centrale della facciata, c’è una nicchia rettangolare fiancheggiato da due immagini del re in piedi in atteggiamento di adorazione.
Colosso 1. Il re porta sul capo lo “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia. Sul braccio destro il cartiglio nome di re dell’Alto e del Basso Egitto. Nella nicchia, la statua di Ra-Harakhty con testa di falco e il grande disco solare sul capo riceve un’offerta da Ramesse II.
All’interno di questa nicchia fu intagliato, in alto rilievo, una statua del dio Ra-Horakhti; ma in realtà si tratta di qualcosa di più di una rappresentazione del dio, perché gli attributi che lo connotano sono la chiave per leggere il criptogramma che forma l’immagine : Il dio è coronato da un immenso disco solare e Indossa un ureo sulla fronte, mentre nella mano sinistra tiene una immagine della dea Maat e, nella destra, la testa e il collo di candide, cioè il segno geroglifico user.
Così tali elementi permettono di leggere la statua , oltre che per quello che è, una immagine di Ra-Horakhti, come una rappresentazione tridimensionale dl nome del re: Usermaatre.
Colossi 3 – 4. Le piccole figure di fianco e tra le gambe dei colossi sono, da sinistra: la Grande Sposa Reale Nefertari, il figlio Ramessu, la regina madre Tuia, la figlia Meritanon, la figlia Nefertari II, la figlia Baket-Mut. Sulla terrazza davanti ai colossi statue osiriache di Ramesse II alte ca. 3 mt. e di Horus come falco.
Colosso 3. Ramesse II porta sul capo il “nemes” e la corona “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, la parte superiore è distrutta. Sulla fronte l’ureo regale e al mento la barba posticcia. Sul braccio destro e sul petto è inciso il cartiglio con il nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.
Colosso 3. Di fianco alla gamba destra del colosso 3 la Grande Sposa Reale Nefertari, sul capo una pesante parrucca, il “modio” una sorta di corona decorata con cartigli e urei. Di fianco alla gamba sinistra il cartiglio della regina: “La bellissima amata da Mut” – “La Grande sposa reale”.
I quattro colossi si innalzano su un’ampia terrazza, a cui si accede tramite una breve scalinata di 1 5 m di altezza e dai bassi gradini.
Ai loro piedi, proprio all’esterno di ogni gamba e in mezzo ad esse, ci sono altre statue di piccole dimensioni che rappresentano la famiglia reale, tra cui quella di Nefertari e quella di Mut-Tuya, la madre del re.
Tra il colosso 1 e il colosso 2. A sinistra: la figlia Bentanat, sul capo una grande parrucca un basso modio, due grandi piume e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano sinistra. A destra; Tuia la regina Madre, sul capo il “modio”, una sorta di corona decorata con cartigli e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano destra
Le altre corrispondono ai vari figli e nipoti.
Tra le gambe del colosso 2. Il figlio Amon-Her-Khepeshef indossa una lunga veste, i capelli con la treccia dell’infanzia. Con la mano destra regge l’ accessorio solitamente portato dai principi reali, il “flabello” formato da una piuma di struzzo,
La vistosa ornamentazione della facciata continua in altri elementi che non sono così in vista: è il caso dei rilievi che si trovano ai lati dei troni e che delimitano l’entrata del tempio.
Sul lato nord si può vedere una fila di prigionieri asiatico legati e inginocchiati, mentre sul lato sud i prigionieri sono nubiani.
LA GRANDE SALA IPOSTILA
Nonostante la particolarità del terreno, roccioso e scosceso, dove venne edificato il tempio i costruttori fecero tutto il possibile per riprodurre la pianta tipica dei templi egizi ( pilone, cortile colonnato, sala ipostila e sancta sanctorum), nel superbo speos di Ramses II.
La sala ipostila assume nel caso di Abu Simbel una dimensione colossale.
È la prima sala del tempio e, indubbiamente, la più spettacolare: si tratta di una stanza di 18 metri di profondità per 16,7 metri di Larghezza e con un’ampiezza di circa 10 metri.
Ciò che la caratterizza è la presenza delle enormi statue che raffigurano il re.
Due file di quattro pilastri ciascuna delimitano il corridoio centrale, fiancheggiato da otto colossali figure osiriache di Ramses II, scolpite, sui lati frontali dei pilastri.
Quelle del lato sud, che rimangono a sinistra dell’entrata del tempio sono ornate con la Corona bianca dell’Alto Egitto, mentre quelle del lato nord rappresentano la doppia corona, o pschent.
Il re non appare mummiforme , ma Indossa un gonnellino e porta la barba posticcia ; le braccia incrociate sul petto e le mani che stringono l’una il bastone e l’altra il flagellum, lo identificano come Osiride.
I tratti di questa figura sono in armonia con l’aspetto del monarca.
Dal soffitto, la dea avvoltoio Nekhbet sorvola i colossi.
Con le poderose ali spiegate, varie immagini delle dea protettrice dell’Alto Egitto decorano il soffitto del corridoio centrale, con gli artigli la dea tiene due piume a lunga canna che la separano dai cartiglio con i nomi del re e delle “Due Signore” ( le dee Nekhbet e Uadjet) del sovrano che si alternano agli avvoltoi.
Il resto del soffitto, quello delle navate laterali, è decorato da stelle rosse dipinte su fondo azzurro.
Le pareti della sala ipostila, che rimangono ai due lati della galleria centrale, sono decorate con incisioni che ricordano le imprese belliche di Ramses II.
Delle gesta evocate in questi rilievi, la battaglia di Qadesh è la predominante.
La parete nord è occupata da questo combattimento, tutto l’insieme compone una grande narrazione iconografica che si somma ad altre rappresentazioni di questa battaglia in monumenti come il pilone del tempio di Luxor, la parete sud della sala ipostila del tempio di Karnak e il Ramessum, tra gli altri.
Ma i rilievi di argomento militare non si esauriscono con Qadesh, ci sono anche immagini dove si può vedere Ramses che conduce gruppi di prigionieri davanti a triadi di dei.
Anche la parete sud è divisa in due registri: quello superiore è dedicato a scene i cui il re presenta offerte a diversi dei, e quello inferiore è dedicato a tre scene belliche: il re e tre dei suoi figli, in testa all’esercito, attaccano una fortezza asiatica a bordo dei propri carri ( a sinistra); Ramses II combatte a piedi contro un nubiano (al centro), e file di prigionieri nubiani condotti davanti a dei tebano (a destra).
L’ultima parete, entrando nella sala sulla sinistra, mostra Ramses II davanti ad Amon-Ra mentre i mola prigionieri di ogni razza e nel registro inferiore appaiono otto principesse reali con in mano un flabello.
LE STATUE DEL SANTUARIO
Dopo aver percorso l’impressionante spazio della grande sala ipostila, il tempio cambia la propria fisionomia: il soffitto e il pavimento si avvicinano mano a mano che si penetra nell’interno.
Questa progressiva elevazione della quota pavimentale è, contemporaneamente, l’abbassamento della copertura producono una graduale diminuzione della luce.
È la modalità che gli architetti egizi avevano di indicare il percorso che conduceva alla penombra della sancta sanctorum, il luogo più profondo del tempio.
Prima di arrivare a questo luogo di raccoglimento, una volta lasciata la sala ipostila, si accede a una seconda sala decorata con immagini di Ramses II abbracciato agli dei e scene di offerta e adorazione.
In una delle pareti si apre una porta che dà accesso alla sancta sanctorum o santuario del tempio, dove solo il re e il gran sacerdote potevano entrare.
È una stanza di 7 metri di profondità x 4 metri di larghezza , nella cui parete in fondo sono intagliate quattro statue sedute su una panca.
Sono le solenni immagini, da destra a sinistra, di Ra-Horakhty, Ramses II divinizzato , Amon e Ptah.
Le pareti che le circondano sono decorate da immagini della barca sacra di Ramses II.
Queste statue sono protagoniste di un curioso fenomeno astronomico che si verifica due volte l’anno.
Intorno al 20 febbraio e 22 ottobre i raggi del sole dell’alba colpiscono direttamente il santuario illuminando le statue seguendo un ordine preciso, illuminano di luce l’immagine di Amon, quella del re divinizzato e la spalla destra di Ra-Horakhty ; l’unica che rimane nell’oscurità é quella del dio Ptah, dio dell’oltretomba.
Il fenomeno, ampiamente sfruttato dalle agenzie di viaggio negli ultimi anni, è stato reclamizzato come il “miracolo di Abu Simbel”, tuttavia l’ipotesi che queste due date coincidano con i giorni della nascita e incoronazione di Ramses II non trova alcun riscontro.
Calcare dipinto; altezza cm 24,5, larghezza cm 41 Deir el- Medina, Temenos del tempio di Hathor Scavi di E. Baraize 1912 Museo Egizio del Cairo – JE 43566
Questa stele, dedicata da Bay al dio ariete Amon, proviene dal villaggio degli operai di Deir el-Medina.
I colori sono ancora vivaci ed è caratterizzata dalla presenza di tre orecchie dipinte di blu, giallo e verde sul lato destro, rappresentazioni delle orecchie del dio ” che ascolta le preghiere”.
È questa una forma del dio Amon alla quale soprattutto i ceti sociali modesti si rivolgevano durante il Nuovo Regno, quando maggiori erano le tracce lasciate dai culto della pietà personale accanto a quelli della religione ufficiale praticata nei templi e a corte.
Il proprietario della stele è un operaio del villaggio ed è ritratto sul lato sinistro, separato con una linea verticale dalle orecchie divine, mentre è Inginocchiato con le mani alzate in segno di adorazione.
Nel l’iscrizione sovrastante Bay spiega: “Adorazione di Amon-Ra da parte del servitore nella Sede della Verità, Bau”, ove “Sede della Verità” si riferisce alla tomba reale.
Nella parte superiore della stele compaiono due arieti affrontati e con il capo adorno delle piume di Amon, del disco solare e dell’ureo, inframmezati da una brocca poggiata su un tavolino.
In alto l’iscrizione identifica i due animali con “Amon-Ra, l’ariete Perfetto”.
Fonte e fotografia:
I tesori dell’antico Egitto – National Geographic – Edizioni White Star.