Oggetti rituali, Statue

DIMMI COS’HAI IN PUGNO!

A cura di Patrizia Burlini

C’è un particolare che molti di voi avranno notato in alcune statue e la cui interpretazione è ancora dubbia.

Sto parlando dell’oggetto a firma di cilindro o perno che molte statue in pietra stringono in pugno.Le interpretazioni sono molte: papiro, pezzo di stoffa, sigillo…ho letto anche qualche interpretazione esoterica e molto fantasiosa che parla di cilindri che funzionavano come pile che ricaricavano il faraone, oppure cilindri di cristallo che permettevano al faraone di « unirsi al futuro » potenziando la sua energia mentale!

Lasciando da parte le interpretazioni più o meno fantasiose, vediamo cosa ci dicono i reperti giunti fino a noi.

Innanzitutto parliamo di statue in pietra. Questa caratteristica non appartiene infatti alle statue in legno o ai rilievi parietali.

Il primo esempio giunto a noi appartiene alla statua di Hemiunu, IV Dinastia, di cui vi ho parlato recentemente. Secondo alcuni studiosi si tratterrebbe dello « spazio negativo » cioè dell’incavo vuoto del pugno (es. Ludwig Borchardt nel suo “Statuen und Satuetten”) ma tale osservazione non tiene in considerazione il fatto che lo spazio negativo preso gli egizi generalmente è dipinto di nero o bianco, mentre questi oggetti sono pervenuti a noi anche di colore bianco, rosso o marrone. Nel fare un confronto tra statue in pietra e in legno, Spiegelberg concluse nel 1906 che si trattasse, nelle statue di pietra, della versione tronca dei bastoni tenuti in pugno dalle statue di legno . Nel 1948 fu adottato il termine di « bastoni emblematici » grazie a Bernard Bothmer. Secondo questi studiosi si tratterebbe quindi di simboli di bastoni o scettri, che sono rappresentati per intero nei rilievi parietali e nelle statue di legno, ma di difficile realizzazione nella pietra. Se così fosse, non si spiegherebbe però perché siano dipinti di bianco, anziché giallo o forse rosso, come dovrebbe essere rappresentato un bastone. Non si spiegherebbe neppure perché sarebbero talvolta tenuti in mano da donne (es. Una delle Triadi di Micerino) o da prigionieri. Altri studiosi hanno identificato quindi questo oggetto come un rotolo di papiro o come un Pezzo di stoffa o un “fazzoletto”.

Le estremità di questi oggetti nelle statue dell’Antico Regno sono normalmente arrotondate, di forma sfuggente, pertanto l’ipotesi del papiro decade.

Lo studio dei geroglifici potrebbe venirci in aiuto. Il pezzo di stoffa è rappresentato infatti nello stesso modo (con le due estremità arrotondate) anche come Geroglifico N18, (Gardiner’s sign List) o come geroglifico S29 (tessuto piegato).Nelle statue di pietra, essendo difficile rendere la parte posteriore del tessuto, questo sarebbe reso come arrotondato da entrambi i lati. Nel rilievo parietale di una tomba, la B4, scoperta a Saqqara da Mariette, e risalente alla metà della V Dinastia, il tessuto piegato viene rappresentato sotto il braccio aderente al corpo (vedere foto) nella stessa forma che è normalmente rappresentata come stretta in pugno dalle statue. Questo rilievo è leggermente posteriore alla prima apparizione di questo oggetto nelle mani delle statue, ma non c’è ragione di credere che il geroglifico N18, che rappresenta un pezzo di stoffa, non fosse familiare agli scultori della IV dinastia.

Da notare che la forma sfuggente di questo oggetto la distingue dall’oggetto con le estremità più ampie che era talvolta portato dai sovrani. In quest’ultimo caso l’oggetto è dipinto di giallo e rappresenta un contenitore di documenti. Talvolta appare nelle mani di personaggi non reali. L’oggetto viene chiamato “Nemes”. In alcuni testi egizi viene indicato come il contenitore di un documento che stabiliva la conferma divina del potere del sovrano, grazie al quale egli possiede la terra, che egli stesso può in parte dedicare agli dei per i loro templi (vedere ad esempio le foto delle statue di Ramses II e Seti II)

Per approfondire l’argomento:

Gruppo statuario di Meryre e sua moglie Iniuia o Tinra

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Calcare dipinto, Museo del Cairo 1372-1356 a.C., XVIII Dinastia, JE 99076H. 85 cm

Questo splendido gruppo statuario fu scoperto a Saqqara, nel 2001, e appartiene a Meryre, che fu Grande Sacerdote presso il tempio di Aton ad Akhetaton e in seguito a Karnak.

La moglie, una nobildonna, portava il titolo di “Favorita della Dama del Palazzo”.

Le statue private erano rare in questo periodo, pertanto questa diade viene considerata un esempio straordinario

.La coppia siede su una sedia con alto schienale e gambe feline.

Iniuia stringe in vita il marito in un gesto che rappresenta l’unione e l’armonia della coppia. Il nome e i titoli di Meryre sono incisi sul gonnellino.

Sia Meryre che la moglie stringono nella mano un pezzo di tessuto piegato.

La tomba di Meryre ad Akhetaton conserva dei famosi rilievi in cui sono rappresentati Akhenaton e Nefertiti con le figlie, oltre al Palazzo Reale.

Font:

  • The Egyptian Museum in Cairo
  • Di Abeer El-Shahawy, Matḥaf al-Miṣrī
  • Osirisnet.net
  • Photo credit: Kenneth Garrett
Oggetti rituali

IL SIMBOLO (O TOTEM) “IMIUT”

A cura di Andrea Petta

LA STORIA

L’imiut o “jmy-wt” compare addirittura nella simbologia Predinastica, nel periodo Naqada II, ed arriva fino all’Età Tolemaica. È composto da una pelle di animale, privata della testa, legata ad un bastone infisso in un vaso. Solitamente la “coda” legata termina con un fiore di loto.Il simbolo è strettamente legato ad Anubis. Il significato del nome “jmy-wt” è approssimativamente “Colui che è al posto dell’imbalsamatore” o “Colui che si trova nei bendaggi del corpo”. Se ne fa menzione nei Testi delle Piramidi” (la scala che percorre Pepi II per salire al cielo è composta di “Imiut”); più tardi lo si trova associata alle Feste Sed (Giubileo) di rigenerazione del Faraone.

Pare ne esista un solo esemplare “reale” della XII Dinastia, in cui la pelle non è stata identificata ma si pensa sia di bovino. Gli esemplari rituali più noti sono probabilmente quelli in legno dorato della tomba di Tutankhamon.

IL SIGNIFICATO

L’Imiut viene citato in un papiro dell’epoca tolemaica (Papiro Jumilhac) in cui si narra che Hezat (la dea-mucca madre di Anubis) avesse separato le ossa del dio Anti (una forma di Horus) dai suoi organi interni, avesse messo il tutto dentro una pelle “imiut” e cospargendolo del suo latte lo avesse riportato a nuova vita.

Si crede quindi che l’Imiut fosse un altro simbolo di rigenerazione e resurrezione, e che per questo entri spesso nelle raffigurazioni di Osiride.

Si crede inoltre che la pelle di felino indossata dal sacerdote officiante nel rituale della “Apertura della Bocca” del defunto sia un richiamo al simbolo Imiut, anche in questo caso come rigenerazione e rinascita.

Celebrazione della Apertura della Bocca: il sacerdote a sinistra indossa una pelle avvolta che richiamerebbe l’Imiut
Ay (a destra) nella cerimonia di Apertura della Bocca del defunto Tutankhamon

Riferimenti:

  • Jmjwt, DuQuesne, UEE 2012
  • Thomas J. Logan, The Origins of the Jmy-wt Fetish. Journal of the American Research Center in Egypt Vol. 27 (1990)
  • Sousa, Rogério. “The Coffin of an Anonymous Woman from Bab El Gasus (A.4) in Sociedade De Geografia De Lisboa.” Journal of the American Research Center in Egypt, vol. 46, 2010
Oggetti rituali

I CONI FUNERARI

A cura di Grazia Musso

I “coni funerari” sono piccoli oggetti d’argilla di lunghezza compresa tra gli 8 e i 30 cm, a base piatta, rinvenuti nelle necropoli egizie.

Nonostante il nome essi possono essere anche rettangolari, a forma di cuneo o anche di campana, alcuni hanno il corpo cavo.

A Nuto, Balat ed Elefantina ne erano stati rinvenuti alcuni risalenti all’epoca tra il Protodinastico e l’antico Regno, quando avevano una funzione puramente decorativa, a partire dall’ XI Dinastia compaiono nelle tombe dell’area Tebana, ove rimasero in uso fino all”epoca tarda.

Essi erano incastonati nella muratura, sul bordo superiore della facciata della tomba o nella piramide del complesso funerario in modo che la loro base restasse in vista; inizialmente sulla stessa non comparivano iscrizioni, poi, durante il Nuovo Regno, venne iscritta con formule funerarie contenenti il nome del defunto.

Oggi sono tornati alla luce circa 600 coni funerari, risalenti soprattutto alla XVIII Dinastia e provenienti da Tebe Ovest, dalla Nubia ed uno solo da Deir El-Medina ; per buona parte di essi non si conosce ancora l’originale collocazione, il che suggerisce l’esistenza di molte tombe non ancora scoperte.

I coni più grandi sono quelli più antichi, mentre quelli adottati a partire dal Nuovo Regno erano colorati in blu, bianco e rosso; per un lungo periodo di tempo si è data importanza solo alla base iscritta, tanto che gli studiosi del XIX secolo, avevano l’abitudine di tagliarli e di eliminare il corpo conservando solo la parte finale.

Per approfondire: https://sites.google.com/view/funerarycones/