Papiri, Vita quotidiana

PAPIRO: la parola

Di Giuseppe Esposito

«Papyrum ergo nascitur in palustribus Aegypti»

«…il papiro nasce nelle paludi dell’Egitto o in pozze lasciate dal Nilo, dopo l’inondazione, profonde non più di due cubiti. La radice ha lo spessore di un braccio ed è obliqua, il fusto ha sezione triangolare e non ha altezza maggiore di dieci cubiti; è assottigliato verso l’alto con un’infiorescenza, a mo’ di tirso[1], che non offre alcun seme e che può al massimo essere usata per ricavarne corone per gli Dei.»

Così, intorno al 77 a.C., descrive la pianta di papiro (cyperus papyrus) Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”[2], ma il primo a usare la parola “pàpyros”, almeno 300 anni prima, deve indicarsi in Teofrasto, nella sua “Historia plantarum[3]. In realtà, Teofrasto indica con tale nome il papiro come alimento, mentre, volendo indicare le fibre della pianta che, intrecciate, consentono di realizzare ceste, cordami, e supporti per la scrittura, usa il termine “biblos”. Del resto, gli stessi egizi erano soliti distinguere con “twfy” la pianta nella sua accezione edibile, mentre “dt” indicava il papiro inteso come supporto da scrittura. Per il solito, onnipresente, Erodoto il papiro, inteso come supporto scrittorio, era “biblion[4]” e solo nel IV secolo a.C., con Teofrasto, si passò, come sopra visto, al termine “pàpyros”.

Quanto al termine “biblos”, o “biblion”, questo deriverebbe dalla città fenicia Gùbla, chiamata dai greci, appunto, “Byblos”, principale porto da cui partiva il papiro egizio destinato ai paesi dell’area egea.

Nella Bibbia, infine, il termine usato per indicare il papiro era “game”.

Isidoro di Siviglia, nel VII secolo scrive che

«il papiro è stato chiamato così perché ottimo per accendere il fuoco…in greco, infatti, fuoco si dice “pyr”…» [5].

A solo titolo di curiosità, si può aggiungere che il termine accadico per la parte edibile del papiro era “niaru”, mentre il rotolo di supporto scrittorio era “kerkè”. La stessa parola greca “pàpyros”, infine, si ritiene derivi, comunque, dall’egiziano e, più precisamente, dal copto boharico[6]papouro” con il significato di “quello del re”.

E potremmo ancora continuare sull’etimologia della parola papiro e sulle sue continue trasformazioni, nel corso della storia dei supporti di scrittura[7], fino a giungere a più fogli di papiro, incollati tra loro, a formare “volumen”, ovvero rotoli, avvolti sugli “umbilici”, gli ombelichi. Per avere un vero e proprio “libro”, per come lo intendiamo noi, ovvero una serie di “pagine”, di uguale dimensione, rilegate assieme e racchiuse da una copertina, si dovrà attendere la fine del primo secolo, o gli inizi del secondo; è in questo periodo, infatti, che il papiro verrà soppiantato dalla pergamena, molto più costosa, ma meno soggetta a variazioni dovute al clima e producibile dappertutto. …per la carta? Dovranno passare altri 10 secoli giacché il suo uso corrente entrerà in vigore solo dal XIII secolo.

Un’ultima notazione riguarda l’uso del papiro in ambito arabo. Dopo la conquista araba dell’Egitto, nel VII secolo, si continuò a usare il papiro e tale uso proseguì fino al XV secolo[8].     

Il supporto scrittorio

Come sopra abbiamo anticipato, con la descrizione di Plinio il Vecchio, la pianta di papiro ha stelo a forma triangolare e ancora a lui dobbiamo rifarci per avere una descrizione delle tecniche di lavorazione ancora oggetto, tuttavia, di approfondimenti. Scrive l’Ammiraglio[9]:

«…per ottenere il foglio di papiro, si divide la pianta con una lama sottile (Plinio usa il termine “ago”) in strisce sottilissime, ma il più larghe possibili. La qualità migliore è quella ricavata dal centro della pianta, poi, via via, le altre… la varietà dedicata ai testi sacri era chiamata “hieratica” ma, più tardi, per semplice piaggeria, le venne imposto il nome di “Augustea” mentre quella di seconda qualità, dal nome di sua moglie, venne detta “Liviana” fu così che la varietà ieratica passò dal primo al terzo posto per qualità. Veniva quindi la carta “amphitheatrica”, dal luogo di sua produzione…»

Qui Plinio, per quanto riguarda quest’ultimo tipo, aggiunge una nota di colore informandoci che, a Roma, un tale Fannus assunse l’appalto della sua realizzazione e fornitura; con procedimenti particolari Fannus riuscì a rendere della mediocre carta “dell’anfiteatro”, in carta di prima scelta, così sottile e di qualità da imporle il suo nome. Per sottolineare la qualità della carta di “Fanniana”, Plinio specifica che ogni altra carta “amphiteathrica”, non trattata con il procedimento brevettato dall’intraprendente commerciante, continuò a chiamarsi con il suo nome originale.

Abbiamo perciò visto che il papiro veniva realizzato con strisce di pianta e che. maggiore era la vicinanza al centro dello stelo, maggiore era anche la qualità: Augustea, Liviana, Amphitheatrica (Fanniana), ma la qualità dei papiri egizi non si fermava qui. Esistevano, infatti, anche:

«…la “saitica”, dal nome della città in cui abbonda maggiormente il papiro (Sais), fatta con materiale di qualità molto inferiore, e ancora la “teneòtica” così chiamata da una località vicina (Tanis)… e questa carta viene venduta a peso, e non in base alla qualità…»

E ancora non è finita, giacché la più scadente delle carte ricavate dal papiro era la “emporética”:

«…non usabile per scrivere, ma solo per avvolgere le altre carte di maggiore qualità o per impacchettare mercanzie, e questo è il motivo per cui il nome si rifà a quello degli empori…»

Sin qui gli strati di stelo utilizzabili, sia pure in differente qualità, per produrre papiro; resta lo strato più esterno che Plinio sottolinea non essere utile neppure per produrre cordami «…a meno che questi non debbano lavorare in acqua… ».

Si passa, poi, alla preparazione dei fogli di papiro:

«[10] Tutto il papiro si prepara su una tavola umida di acqua del Nilo in cui il limo fa da collante. Si distendono le strisce verticalmente sulla tavola… poi si dispone sopra un altro strato di strisce, in senso ortogonale alle prime. Si pressa il tutto e si fa quindi asciugare al sole e si uniscono l’uno all’altro… un rotolo non ne contiene mai più di venti… le diverse qualità variano in larghezza: 13 dita le migliori (Augustea e Liviana), due di meno la “hieratica”, dieci dita la “fanniana”, nove la “amphitheatrica”, meno ancora la “saitica”… quanto all’“emporética”, è più larga di sei dita. Si tiene altresì conto dello spessore, della consistenza, della bianchezza e della levigatezza…»  

Interessante è, inoltre, una precisazione di carattere davvero pratico riguardante un altro Imperatore, Claudio. Questi, infatti, notò che una carta troppo sottile (Augustea, o Liviana) lasciava trasparire il testo scritto sulla parte a ciò destinata e, per i testi scritti su ambo i lati, che tale trasparire rendeva talvolta illeggibile il testo,

«…perciò, per lo strato base vennero impiegate strisce di minor qualità e di miglior qualità per lo strato superiore. (Claudio) Ne aumentò, inoltre, la larghezza fino a un piede… la carta “Claudia” venne perciò preferita alle altre; quella di Augusto venne riservata alla corrispondenza…».

La minuziosa descrizione di Plinio, peraltro suffragata anche da altri autori, tra cui il botanico arabo Abu al-Abbas a-Nabati[11], ha tuttavia suscitato, tra gli studiosi, diatribe ancora oggi in corso che, a una esattezza di base del procedimento, contrappongono la perfetta qualità dei papiri archeologicamente rinvenuti più antichi, facendo infine notare che le descrizioni degli autori più recenti fanno di certo riferimento a realizzazione di papiri del periodo ellenistico, e che il botanico arabo, molto verosimilmente, si rifece proprio al testo di Plinio.

L’analisi dei papiri più antichi, ed esperimenti realizzati negli anni ‘80/’90 del secolo scorso, hanno consentito di ipotizzare che il fusto del papiro venisse effettivamente tagliato in strisce sottilissime che venivano affiancate e leggermente sovrapposte; a questo primo strato ne veniva sovrapposto un secondo perpendicolare che aderiva al precedente grazie a sostanze collose proprie della pianta, o anche usando collanti a base di miglio. Si procedeva, quindi, alla battitura mediante un bastone per ottenere una superficie il più possibile priva di dislivelli; si passava poi all’asciugatura al sole e alla levigatura, probabilmente con un lisciatoio in avorio o una conchiglia. Per evitare che il foglio, con il tempo, ingiallisse, s’inserivano, in fase di realizzazione, sostanze saline e, per evitare che fosse attaccato da parassiti o insetti, se ne spalmava la superficie con una soluzione di resine gommose, oppure oleose, dal forte odore repellente. L’ultima operazione consisteva in un trattamento a base di albume d’uovo, gomma arabica e amido, che fissava le fibre superficiali ed evitava che l’inchiostro usato per scrivere si espandesse. I fogli rettangolari che se ne ricavavano erano detti “shedefu” in egiziano, e “kòllema” in greco.

Ne consegue che anche la distinzione tra le varie qualità di papiro[12] risale al periodo in cui Plinio scrive, ovvero al I secolo; alcuni secoli dopo, una ripartizione più o meno simile è dovuta a Isidoro di Siviglia[13]; questi omette, però, la “Claudiana” e aggiunge la “Corneliana” derivata dal nome del Prefetto dell’Egitto Cornelio Gallo e sostituisce la “Liviana” con la “Lybiana” (semplice errore di copiatura?). 

Quanto all’archeologia, il papiro più antico, non scritto, risale al terzo millennio a.C. e venne rinvenuto nella tomba 3035 di Saqqara, intestata ad Hemaka[14], Ufficiale di confine, tesoriere del re del Basso Egitto; quello invece scritto più antico che si conosca costituisce, di fatto, libri contabili redatti durante il regno del re Neferirkhara Kakai[15], V dinastia.

Un discorso a parte meritano, benché non connessi in senso stretto all’egittologia, i “Papiri Ercolanensi”.

Come noto, Ercolano venne distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e, per oltre un millennio, quasi si perse il ricordo della città stessa. A metà del ‘700, re Carlo III di Borbone[16] iniziò campagne di scavo delle due città vesuviane e, nel 1750, accidentalmente, durante lo scavo di un pozzo, si pervenne alla scoperta di quella che verrà poi chiamata “Villa dei Papiri”, in origine molto probabilmente appartenente a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino[17]. Durante gli scavi svolti inizialmente mediante cunicoli, stante anche lo spessore della tefra, pari a 20-30 m, venne alla luce una biblioteca contenente quasi duemila rotoli papiracei[18] carbonizzati. La carbonizzazione era avvenuta, tuttavia, in tempi brevissimi e in ambiente già privo di ossigeno, talché i delicati papiri erano comunque intatti. Per trattarli, oltre i danni che vennero causati dai primi pionieristici tentativi di studiosi dell’epoca, venne chiamato da Roma, ove svolgeva incarichi presso la Biblioteca Vaticana, Padre Antonio Piaggio[19] «…un genio potente e speculativo… di onesta famiglia… ed educato ben per tempo agli studi classici…», come lo descrisse il suo biografo, padre Giovan Battista Cereseto. Fu così che padre Piaggio inventò una macchina, che da lui prese il nome, per “svolgere” i papiri carbonizzati che verrà poi impiegata fino alla metà del XX secolo.   

La “macchina di Piaggio” per srotolare i “Papiri Ercolanensi”

Il primo papiro pubblicato in Europa, in assoluto, si deve al Card. Stefano Borgia[20]; si tratta della cosiddetta Charta Borgiana[21], un semplice elenco di nomi di operai che lavorarono alla realizzazione di un canale idrico a Tebtynis[22] tra il 192 e il 193 d.C. Il suo valore sta principalmente nell’essere considerato il primo mai letto in Europa e, per tale motivo, lo si indica come data di nascita della “papirologia”.

…Non solo per scrivere…

Parafrasando una vecchia frase riferita al maiale, di cui come noto non si butta niente, direi che questa ben si attaglia anche al Papiro. Già più sopra abbiamo infatti letto che Teofrasto[23], nella sua Historia Plantarum, specifica che «…gli abitanti della zona adoperano le radici non solo per arderlo, come legname, ma anche per ricavarne utensili…  con la pianta, inoltre, realizzano imbarcazioni… vele, stuoie, vesti, materassi e cordame…», inoltre, come una sorta di antesignano del chewing gum, «…usano masticarla, cruda o cotta, ingoiandone solo il succo…»[24].

In effetti, evidenze archeologiche hanno consentito di appurare che, di papiro erano fatti sandali, ceste, stuoie, vele, stoppini da lucerna, e che il papiro veniva usato anche  in ambito medico per la cura degli occhi[25] e, con valore apotropaico, per al protezione della madre e del bambino[26].

Ma anche nei riti funerari il papiro trova la sua collocazione; fin dal I millennio a.C., infatti, di cartonnage erano i sarcofagi antropoidi di minor valore. Tale materiale era, originariamente, costituito da gesso e tela, ma dal III secolo a.C., in luogo della più costosa tela, si cominciò ad impiegare carta di papiro già utilizzato e proveniente da scuole, veccie biblioteche, case private e archivi dismessi o depredati. Veniva realizzata, in sostanza, una sorta di cartapesta costituita da strati di papiri macerati e incollati; tale usanza, peraltro, grazie all’intuizione, nel 1825, del francese Jean Letronne[27] ha consentito di recuperare, “sfogliando” alcuni elementi in cartonnage, testi scritti tra i vai strati; originariamente i risultati furono alquanto deludenti e di scarsa utilità, ma i progressi fatti nello specifico settore, anche con l’uso di metodologie all’avanguardia, come la Tomografia Computerizzata, hanno consentito di leggere testi altrimenti persi.   

I materiali scrittori

Fin qui abbiamo trattato del supporto scrittorio costituito dal papiro, ma per scrivere manca ancora un elemento: lo strumento che consente di farlo, ovvero il materiale scrittorio.

Il geroglifico che indica il papiro, e lo scriba, appare di per se già esaustivo se lo si sa interpretare nei suoi elementi essenziali: un rettangolo con due cerchi, rappresentano la tavoletta dello scriba con le due cavità destinate a contenere i due colori essenziali per la scrittura, il nero e il rosso; ma la tavoletta è unita, per il tramite di uno strano legaccio, a quella che sembra essere un’ampolla. Si tratta, nel primo caso, del laccio che, passando dietro al testa e sulle spalle dello scriba, faceva pendere la tavoletta con gli “inchiostri” su un lato del petto, mentre dall’altra parte, quasi un contrappeso, si trovava un’ampolla, forse in terracotta, o forse un semplice sacchetto  in cuoio, destinato a contenere verosimilmente l’acqua da utilizzarsi per diluire i pigmenti colorati. Un quarto elemento, affiancato all’ampolla, sembra un bastoncino terminante con una sorta d’infiorescenza o di spatola: si tratta di un astuccio, destinato a contenere i calami, ovvero le penne, dotato di un lisciatoio, forse per cancellare eventuali errori.

I calami erano realizzati in giunco, tagliando, obliquamente, circa 20 cm di stelo dello spessore di circa 2 cm. L’estremità veniva quindi masticata per renderla più simile a un pennello e la forma, obliqua, consentiva di avere un tratto sottile o più largo, a seconda della necessità.

Lo “Scriba rosso”, Museo del Louvre, risalente, forse alla IV/V dinastia. Il personaggio rappresentato è, forse, Pehernefer. Vista la posizione delle mani, si ritiene che tenesse, tra le dita della mano destra, un calamo.

Gli “inchiostri” usati dagli scribi egizi erano di vari colori ed è interessante notare che nelle due “vaschette” sopra indicate e riportate nel geroglifico relativo allo scriba, si trovavano specialmente il nero, per il testo normale, e il rosso che veniva usato in special modo per evidenziare parti di testo e, per eventuali correzioni. I colori principalmente adoperati nell’Antico Egitto[28] erano:

  • nero: ricavato dalla combustione del legno;
  • rosso: ocra con piccola quantità di ematite (per un rosso ocra); oppure, per ottenere un rosso più brillante, solfuro di arsenico;
  • blu: (blu egizio) silice, rame e calcio; durante la XVIII dinastia è attestato anche l’uso di cobalto;
  • marrone: ossido di ferro oppure ocra;
  • verde: malachite (raramente), oppure metasilicato di calce (wollastonite);
  • grigio: gesso e carbone;
  • giallo: ocra gialla, e materiali contenenti ferro come la goethite (ruggine) e la lemonite;
  • arancio: misto di rosso e giallo;
  • rosa: ocra rossa e gesso bianco;
  • bianco: carbonato di calcio o solfato di calcio.

Un’ultima curiosità, a proposito del papiro, riguarda l’Italia e, precisamente Siracusa e la fonte Aretusa[29] del fiume Ciane. Si tratta di una fonte di acqua dolce che sgorga nell’isola di Ortigia, nella parte più antica della città, alimentata nel sottosuolo dal fiume Ciane. Qui si trova l’unico papireto d’Europa; i botanici dibattono se possa trattarsi di una pianta autoctona o d’importazione, certo è che sono noti rapporti diplomatici tra Gerone II di Siracusa[30] e Tolomeo II “Filadelfo”[31]; non è quindi da escludersi che il papiro sia giunto a Siracusa come dono del sovrano egizio.

La fonte Aretusa in una foto storica di Carlo Brogi[32]

I papiri della fonte Aretusa oggi (2019)

Roma, 27 ottobre 2022                                                    


[1]    Tirso: In botanica, termine impreciso e attualmente pressoché desueto, che indica una infiorescenza semplice o composta, racemosa o cimosa, d’aspetto ovoide (definizione da Enciclopedia “Treccani”).

[2]    Plinio il Vecchio (23-79): “Naturalis Historia”, XIII, 71.

[3]    Teofrasto (371-287 a.C.): “Historia plantarum”, IV, § VIII, 2; VI, § III, 1-2.

[4]    Erodoto (484-425 a.C.): “Ἱστορίαι” (Historíai), II, 92, 5; V, 58, 3.

[5]   Isidoro di Siviglia (560-636): “Etymologiarum sive Originum libri XX”, XVII, § XI, 96.

[6]    Copto boharico, detto anche “dialetto menfitico” o “copto del Basso Egitto” che, a far data dal IV secolo, si parlava nelle aree costiere di Alessandria, il che è confermato dalla derivazione araba del termine “al-bohuaria”, ovvero “mare”. Soppiantato nell’VIII secolo dall’arabo, con la conquista islamica dell’Egitto, permane tuttavia ancora oggi nella liturgia della Chiesa ortodossa copta. 

[7]    Carlo Pastena, “Storia dei materiali scrittori e delle forme del libro”, Vol. 1, Regione Sicilia, Assessorato ai Beni Culturali e dell’dentità siciliana, 2019.

[8]    Carlo Pastena, Opera citata, vol. 1, 4. A oggi, sono noti oltre quindicimila papiri arabi: il più antico risale all’anno 22 dell’Egira (643 d.C.), il più recente, al 780 dell’Egira (1378.).

[9]    Plinio il Vecchio, Opera citata, XIII, 74.

[10] Plinio il Vecchio, Opera citata, XIII, 77.

[11]   Ahmad bin Muhammad bin Mufarrai bin Ani al-Khalil, noto anche come Ibn al-Rumiya (“figlio della donna romana” poiché di etnia greco-bizantina) o al-Ashshab (116-1239), botanico, farmacista, teologo arabo nato in Al-Andalus (la Spagna islamica).

[12] Claudia; Augustea; Liviana; Hieratica; Amphitheatrica; Fanniana; Saitica; Teneòtica; Emporética.

[13] Isidoro di Siviglia, Opera citata, VI, X, 2-5. Tipi citati: Augustea; Lybiana; Hieratica; Tenèotica; Saitica; Corneliana; Empòretica:

[14] Per il numero di oggetti rinvenuti recanti il cartiglio del re Den (sigilli di giare di vino,  etichette in avorio, modello di falce, sigillo di Den su una sacca in pelle, tre vasi globulari), la tomba 3035 di Saqqara è stata anche identificata come cenotafio di tale sovrano della I Dinastia (~3000 a.C.), la cui tomba principale sarebbe, invece, ad Abydos.

[15] Neferirkhara Kakai Hor Userkhau, V dinastia (~2480 a.C.), fratello e successore del re Sahura. La “Pietra di Palermo” (lista dei re stilata proprio durante la V dinastia) gli assegna un regno di forse 10 anni (cinque censimenti del bestiame che venivano eseguiti ogni due anni); Manetone nella sua “Aegyptiaca” gli assegna, invece, un regno di venti anni.

[16]  Carlo I di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759, quindi re di Sicilia, come Carlo III dal 1735 al 1759 re di Sicilia, e infine re di Spagna, come Carlo III di Spagna, dal 1759 al 1788, anno della sua morte.

[17] Lucio Calpurnio Pisone Cesonino (105/101 – 43 a.C.), suocero di Giulio Cesare.

[18] Il primo papiro venne rinvenuto il 19 ottobre 1752, l’ultimo il 25 agosto 1754.Un primo inventario indica in 1814 il numero di papiri, e di frammenti, rinvenuti. A oggi (1986) il numero è di 1826bdi cui oltre 300 quasi completi e quasi 1.000 danneggiati, ma in buona parte leggibili. Si tratta, principalmente, di trattati di filosofia epicurea, specie del filosofo Filodemo di Gadara (110-35 a.C.).  

[19] Antonio Piaggio, appartenente all’ordine degli Scolopi (1713-1796).

[20] Stefano Borgia (1731-1804) Cardinale, storico, numismatico e bibliofilo; a diciannove anni entrò a far parte dell’Accademia Etrusca di Cortona e, dopo svariati incarichi pontifici, nel 1770 divenne Segretario della Propaganda Fide il che gli permise, data anche la responsabilità delle missioni estere, di acquisire notevoli reperti archeologici.

[21] “Charta Papyracea Grecae scripta” Musei Borgiani Velitris, 1788

[22] Tebtynis, oggi Tell Umm el-Braygat, nel governatorato del Fayyum, Città del Basso Egitto (140 km circa dal Cairo) fondata, intorno al 1800 a.C., dal re Amenemhat III, della XII dinastia. Centro economico e religioso particolarmente importante durante il periodo Tolemaico e fino al periodo Bizantino. Nel Medio Evo, con il nome di Touton, divenne uno dei principali centri copia di manoscritti copti.

[23] Teofrasto, Opera citata, IV, § VIII, 2.

[24] Da questa usanza deriva il termine “papyrophagòi”, ovvero “mangiatori di papiro”, assegnato agli egizi dai greci.

[25] Papiro Ebers.

[26] Papiro di Berlino 3017.

[27] Antoine Jean Latronne (1787-1848), archeologo e numismatico.

[28] Carlo Pastena, Opera citata, vol. 2, 18, che cita uno studio del British Museum.

[29] Aretusa, personaggio mitologico, naiade, figlia di Nereo e Doride. Alfeo, figlio del titano Oceano, se ne innamorò, ma la ninfa fuggì nell’isola di Ortigia dove Artemide la trasformò in fonte. A sua volta, Alfeo, persa l’amata chiese e ottenne, da Zeus, di essere trasformato in fiume consentendogli, così, di attraversare, nel sottosuolo, il Mar Ionio e ricongiungersi alla fonte.

[30] Gerone II di Siracusa [Ἱέρων] (308-215 a.C., in carica dal 269 a.C. alla morte), stratego dell’esercito siracusano dal 275 al 270 a.C. e basileus, ovvero re, di Sicilia dal 269.

[31] Tolomeo II “Filadelfo” [Πτολεμαῖος Φιλάδελφος ] (308-246 a.C., faraone dal 282 alla morte), successe al padre Tolomeo I “Sotere”, fondatore della dinastia tolemaica, o dei Lagidi.

[32] Carlo Brogi (1850-1925), fotografo italiano, figlio di Giacomo (1822-1881), fotografo a sua volta, fondatore delle “Edizioni Brogi Firenze”, attive in campo fotografico fino al 1950.

Papiri

IL PAPIRO WESTCAR

IL FARAONE CHEOPE E IL MAGO DJEDI

A cura di Piero Cargnino

Grazie al suo clima secco l’Egitto ci ha restituito nimerosi papiri, anche se spesso solo frammentati che, decifrati e tradotti ci parlano della vita di un popolo altamente civilizzato. Gli antichi egizi non furono solo quei costruttori di piramidi e monumenti che oggi fanno bella mostra a testimonianza della loro grandezza, erano anche degli esseri umani che provavano le nostre stesse sensazioni ed emozioni, rapportate ai loro tempi, e come noi, sentivano il bisogno di trasmetterle agli altri. L’ascesa intellettuale della classe degli scribi è da considerare come una “rivoluzione dei media” che permise una nuova sensibilità culturale dell’individuo ed un livello di alfabetizzazione senza precedenti. Richard B. Parkinson ci ricorda comunque che, quando parliamo di grado di alfabetizzazione ci riferiamo solo all’uno percento di tutta la popolazione allora presente nel territorio. La letteratura era dunque una pratica d’élite monopolizzata da una classe di scribi, legata alle cariche di governo e alla corte reale del faraone. (Nonostante tutto mi piace pensare che esistesse all’epoca una specie di cantastorie che, accompagnandosi magari con un sistro ed un tamburello, girasse per le strade a raccontare le storie scritte dagli scribi. Ovvio che nulla lo conferma). Una letteratura egizia narrativa fu comunque creata solo dagli inizi del Medio Regno, (2055 a.C.). Ciò non toglie che fin dall’Antico Regno si siano sviluppate forme di letteratura narrativa, il Papiro di Westcar, pur collocandosi nel periodo relativo alla XVI o XVII dinastia, il suo contenuto è molto più antico e narra fatti risalenti alla IV e V dinastia.

Nei miei articoli sulla letteratura antico egizia ho già citato il “Papiro Westcar”, giunto sino a noi molto frammentario, il papiro racconta cinque storie intrise di sortilegi praticati da sapienti sacerdoti e maghi, ognuna di queste storie viene raccontata al faraone Khufu dai suoi figli. Il papiro deve il suo nome al viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar che lo acquistò durante un suo viaggio in Egitto nel 1824, tornato in Inghilterra lo affidò all’egittologo Lepsius. All’epoca l’egittologo non era ancora in grado di decifrare il papiro, Champollion aveva appena annunciato di aver trovato il modo di interpretare la scrittura egizia in segni fonetici e ideografici. Nel 1886 il Papiro Westcar giunge al Museo di Berlino dove è tutt’ora conservato con il numero di catalogo P 3033. Si tratta di un papiro di 1,69 x 0,33 metri, venne redatto all’epoca della XVI o XVII dinastia ma il testo è molto più antico e risale alla V dinastia, ci è pervenuto in un unico esemplare, parecchio frammentario e riporta cinque storie relative a sortilegi realizzati da sacerdoti e maghi le quali vengono raccontate alla corte del faraone Khufu dai suoi figli. Nei racconti si precisa anche quali erano i prodotti regalati per omaggiare gli intrattenitori e gli interlocutori, in questo caso praticanti di magia ai quali venivano dati pani, brocche di birra, un bue ed alcune misure di incenso. Ogni racconto termina con una pia e formale approvazione di Kheope che ordina offerte funebri per i re suoi predecessori. Del primo racconto ci è pervenuta solo la parte terminale, costituita peraltro da pochissime parole che consistono nella manifestazione di soddisfacimento di Cheope, per il racconto appena narrato, a noi sconosciuto, che deve però essere molto antico, visto che risale ai tempi della III dinastia.

Mancante di almeno 70 righe iniziali, si è ipotizzato che il racconto iniziasse così: << C’era una volta il re delle Due Terre, Khufu, giusto di voce >>. La descrizione prende spunto della noiosa vita di Corte che doveva opprimere il sovrano e cerca di essere un colto espediente per alleggerire la pesante situazione. << …….Il re aveva girato ogni sala della Casa reale, vita prosperità e salute!, alla ricerca, per sé, di uno svago ma non lo trovò. Allora egli disse: “Andate e portatemi il sacerdote ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh!”……. >>. Si intuisce come Khufu passasse da una stanza all’altra del suo palazzo per trovare qualche diversivo alla noia e, non avendolo trovato, convocava i suoi principi affinché lo intrattenessero. Questa è la situazione che si immagina in base all’inizio della seconda storia narrata a Khufu. Seconda storia che purtroppo si presenta molto lacunosa, mentre la terza e la quarta sono invece complete. L’ultima, pur presentandosi ampia e ricca per le vicende descritte, termina bruscamente, venendo meno allo schema narrativo dell’epoca e soprattutto all’impostazione dei racconti precedenti. Come accennato in altri miei articoli quest’ultima storia riportata dal papiro si riferisce all’origine divina dei primi tre sovrani della V dinastia, Irmaat, Nebkhau e Userkhau che, secondo la leggenda sarebbero stati generati dallo stesso dio Sole Ra per mezzo di Redgdet, moglie di un sacerdote.

La storia è narrata dal principe Herdegef e si divide in due sottosezioni, la prima contiene la narrazione delle gesta magiche del mago Djedi, vecchio di oltre 110 anni, in grado di mangiare cinquecento pani e mezzo bue bevendo cento boccali di birra. Di lui si racconta che sappia ricomporre una testa mozzata di un animale e domare i leoni. Il mago Djedi sarebbe anche in grado di svelare quanti libri sono contenuti nella biblioteca del dio Thot all’interno del suo tempio. Udito ciò Khufu, che è molto interessato all’Egitto predinastico, vorrebbe conoscere l’ubicazione dei libri segreti custoditi nelle stanze del dio Thot, che erano andate perdute e nessuno sapeva più da millenni dove fossero, pur conoscendone l’esistenza tramandata da antiche tradizioni orali. Khufu chiese dunque al mago Djedi dove fossero i libri di Thot ma questi profetizzò al re la nascita della persona che gli avrebbe rivelato ciò che egli desiderava sapere predicendogli però che questi avrebbe spodestato i suoi discendenti. Djedi racconta della nascita di tre figli del dio Ra da una donna mortale. <<……. il maggiore dei tre bimbi che sono nel ventre di Reddjedet è colui che te la porterà”…….>>. Khufu insiste dunque per sapere chi fosse questa Reddjedet. E Djedi disse: << È la moglie di un sacerdote “uab” di Ra, Signore di Sakhebu, che è incinta di tre figli di Ra, e il maggiore di loro è destinato a diventare il Grande di una nuova dinastia >>. Ovviamente, in questo caso, essendo la paternità dello stesso dio Ra, ciò implica che la linea di Kheope non sarà la vera discendenza reale. <<…..Allora il cuore di sua Maestà si rattristò a causa di queste parole…… >>. Storici ed egittologi suppongono che la parte mancante avrebbe dovuto descrivere i viaggi di Cheope e soprattutto i suoi progetti atti a boicottare i tre figli di Reddjedet che avrebbero posto fine alla sua dinastia. Spero di non aver annoiato troppo chi ha avuto la pazienza di leggere tutto.


SNEFRU E LE REMATRICI REALI

Una delle cinque storie che il Papiro Westcar ci racconta è una deliziosa storia di vita quotidiana alla corte del faraone Snefru. Probabilmente anche Cheope si sarà beato ascoltando queste storie raccontategli dai suoi figli quasi 5000 anni fa.

Questa storia racconta di un episodio successo a suo padre, il faraone Snefru. Famoso soprattutto per le sue tre o quattro piramidi, di lui si può dire che è stato uno dei più grandi costruttori dell’Antico Egitto. Nonostante le informazioni in nostro possesso siano piuttosto scarne, sono numerose le opere architettoniche che ci parlano di lui. C’è da restare meravigliati dalla squisitezza dei gioielli e dall’arredo raffinatissimo, rinvenuti nella tomba della sua sposa, la regina Hetephereses I. Il regno di Snefru segna un periodo di pace e tranquillità per il popolo egizio, forse l’unica operazione militare da lui avviata fu una spedizione nel Sinai per domare una rivolta di nomadi che intralciavano il lavoro degli operai nelle miniere. Venne ricordato a lungo ed il suo nome fu venerato ancora nel Medio Regno ed oltre. Sotto di lui si moltiplicarono le botteghe artigiane, emersero grandi artisti, scultori e pittori che lavoravano al suo servizio. Numerosi furono i cantieri navali che costruivano navi per spedizioni commerciali. A buona ragione si può affermare che il suo regno rappresentò uno dei periodi più prosperi e felici della storia egizia. Quasi un’età dell’oro. Ma come ben possiamo immaginare in tempi di pace la vita di corte doveva essere assai monotona tanto che anche Snefru si trovò a girare annoiato per le varie stanze del suo palazzo. Dai racconti del papiro Westcar riusciamo però a vedere questo sovrano sotto una luce diversa da quella con cui siamo abituati ad immaginare i grandi e rudi faraoni egizi.

Come già detto le storie del papiro Westcar vengono narrate a Khufu dai suoi figli. <<…..Poi si alzò Baufra per parlare e disse: “Farò che la tua Maestà oda di un prodigio, accaduto al tempo di tuo padre Snefru, giusto di voce, uno tra quelli che ha compiuto il sacerdote ritualista capo Djadjaemankh………>>. Ci troviamo nel palazzo reale dove Snefru, che: << …..dopo aver girato per tutte le stanze della casa reale, vita prosperità e salute!, alla ricerca, per se, di uno svago che però non trovò, disse: “Andate e portatemi il sacerdote ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh!”…… >>. Snefru espose il suo problema al sacerdote che rispose: <<……. “Se solo la tua Maestà volesse andare al lago della Grande Casa, essendo approvvigionata per te una barca con tutte le bellezze dell’interno del tuo palazzo, il cuore della tua Maestà si rinfrescherà vedendole remare………il tuo cuore si divertirà con questo”…….>>.

A Snefru la cosa dovette garbargli per cui replicò subito: << “Farò, dunque, la mia navigazione! Fate che mi siano portati venti remi d’ebano lavorati con oro, con le loro impugnature di sekeb lavorate con oro fino. Fate che mi siano condotte venti donne nella bellezza dei loro corpi, con ampi seni e con capelli intrecciati, che non siano state ancora aperte a causa del parto, fate che si portino venti reti e fatele indossare a queste donne, quando siano state deposte le loro vesti” >>. E con tutto questo ben di dio, entusiasta, Snefru si apprestò ad iniziare il suo viaggio sul Nilo. Successe però che mentre la barca solcava le acque ed il faraone era soddisfatto, ad un’ancella cadde in acqua un pendente a forma di pesce, di turchese nuovo. La donna smise di remare ma, essendo capovoga, con lei smisero anche le sue compagne, al che Snefru chiese perché si erano fermate. Informato di cosa si trattava Snefru disse all’ancella che glielo avrebbe ripagato lui stesso. << ……ma ella aggiunse: “Desidero più il mio oggetto che una sua copia” >>. Allora Snefru mandò immediatamente a chiamare il sacerdote al quale spiegò l’accaduto. << “Djadjaemankh, fratello mio, ho fatto ciò che hai detto e il cuore di sua Maestà si è rallegrato nel vederle remare. Poi un pendente a forma di pesce, di turchese nuovo, di una delle capovoga è caduto in acqua………… Allora io le ho chiesto: “Perché non remi più?”. Ella mi ha risposto: “È il mio pendente a forma di pesce, di turchese nuovo, che è caduto in acqua!”. Ed io le ho detto: “Rema! Ecco, io lo ripagherò!”. Ma ella mi ha risposto continuando a piangere: “Amo più il mio oggetto che una sua copia!” >>. E qui entra in gioco l’abilità del Grande Mago di corte: << …….. Djadjaemankh pronunciò le parole magiche rituali che era solito pronunciare e pose una metà dell’acqua del lago sull’altra di esse e subito, nell’asciutto, venne trovato il pendente a forma di pesce……..posato su una scaglia di pietra. Quindi lo prese e fu reso alla sua proprietaria………Quanto all’acqua, essa era di dodici cubiti nel suo centro e finì per essere di ventiquattro cubiti, dopo il suo ripiegarsi……>>.

Pronunciate nuovamente le parole magiche l’acqua tornò come prima. Vorrei a questo punto aprire una parentesi, quanto sopra accadeva (o comunque veniva raccontato) più di mille anni prima che si verificasse l’episodio dell’apertura delle acque ad opera di Mosè. Quale peso può aver avuto (se lo ha avuto) la conoscenza di questo episodio su coloro che hanno scritto la Bibbia?). Chiusa la parentesi torniamo al nostro Snefru, sua Maestà riprese il suo viaggio e trascorse una giornata felice. Al suo ritorno <<…….con la casa del Re tutt’intera e per ricompensare il sacerdote gli fece dono di ogni sorta di buone cose. Ecco, un prodigio avvenuto al tempo di tuo padre, il nesut-bjty, Sneferu, giusto di voce, tra quelli che ha operato il sacerdote e ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh >>.

Spero con questo di avervi regalato un momento piacevole, come forse lo fu per il faraone Khufu, più di 2700 anni a.C.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Marco Chioffi, Giuliana Rigamonti, “I racconti di Re Kheope – Il Papiro Westcar”, Ed. Duat, 2005
  • Antonio Loprieno, “Defining Egyptian Literature: Ancient Texts and Modern Literary Theory”,, Eisenbrauns, 1996
  • H. D. Gardiner, “Late Egyptian Stories”, Bruxelles, 1932
  • Sergio Donadoni, “Storia della letteratura egiziana antica”, Milano, Nuova Accademia, 1957
  • Aldo Tosi, “Favole e racconti dell’Egitto faraonico”, Fabbri Editori, Milano, 2001
  • Web, Leonardo Lovari
  • Disegni da Web, Buen Vivir, Sumak Kawsay-Suma Qamaña.)
Cose meravigliose, Papiri

IL CANONE REALE DI TORINO

A cura di Andrea Petta

Uno dei più importanti documenti della collezione di Drovetti è senz’altro il cosiddetto “Canone Reale” o “Papiro Torino”. È in pratica l’unica vera lista dei Faraoni compilata in Egitto prima dell’Età Tolemaica pervenuta fino a noi.

Viene considerata unica in quanto riporta (o meglio, riportava) tutti i regnanti a partire dalle divinità e dall’era pre-dinastica e riporta gli anni di regno di ciascun Faraone (le liste di Abydos e di Saqqara sono state “tagliate” e non riportano la durata dei singoli regnanti).Purtroppo il documento è oggi diviso in più di 300 frammenti – ma il papiro (come dimostrato dall’analisi delle fibre) è stato rovinato in tempi moderni, presumibilmente dopo l’acquisto da parte di Drovetti a Tebe intorno al 1820. Maspero sostiene nella sua “Histoire Ancienne” che fosse intero al momento dell’acquisto; un altro storico, Winlock, racconta che fu distrutto durante una cavalcata a dorso d’asino di Drovetti con il papiro inserito in un vaso (forse un’anforetta per il vino). Probabilmente veniva dalla tomba di uno scriba, ma non ci sono certezze.

Il papiro in sé è “strano”: da un lato riporta un registro tributario dell’epoca di Ramses II che ne fu il suo primo utilizzo; il papiro fu poi riusato sul verso per la lista dei Faraoni ma l’ultima parte fu strappata via nell’antichità, forse per prendere degli altri appunti.

Il testo è scritto in ieratico ed è diviso in 11 colonne (13 in origine). La disposizione del testo fa pensare che fosse stato copiato da altre fonti più antiche (per alcune parti lo scriba scrive “mancanti” ad indicare delle lacune nello scritto originale) con un lavoro non proprio preciso ed un po’ svogliato; fa pensare ad un esercizio di un giovane scriba scritto sul retro di un papiro ormai obsoleto.Il papiro fu oggetto di numerosi tentativi di restauro. Ci provò per primo Champollion nel 1824; seguirono Farina nel 1938 (con le prime foto del papiro) e Gardiner nel 1959. Il confronto tra foto e primi disegni dei frammenti conferma che il papiro si è ulteriormente rovinato negli anni.

Il papiro originale era alto 42 cm e lungo più o meno 1,75 m. La lista riporta inizialmente le divinità e i semi-dei che regnarono sull’Egitto (tra cui Seth, Horus e Thoth), i cosiddetti “spiriti” o “re spirituali” (probabilmente i sovrani pre-dinastici) ed i re storici a partire da Menes fino alla XVI Dinastia (le altre sono state perse nel frammento strappato nell’antichità). La formula per ciascun Faraone è: “Il Sovrano delle Due Terre (nome). Ha regnato per x anni, x mesi e giorni”. Per i regnanti più antichi, del periodo arcaico, viene riportata anche quanto vissero. Non ci sono Faraoni “maledetti” esclusi dalla lista; non si menziona la provenienza o il sesso (Nofrusobek viene menzionata senza alcun accenno al fatto che fosse donna). Solo per la XV Dinastia non viene usata la formula classica ma vengono menzionati come “Hyksos”.A seconda delle Dinastie vengono usati i nomi nebty, il nomen o il prenomen (o insieme).

Alcune scritte sono in inchiostro rosso, per lo più i titoli delle sezioni e le somme degli anni di regno dei periodi; l’unico Faraone marcato in rosso è Djoser, a testimoniare l’importanza datagli più di mille anni dopo la sua morte.

Perché è stato conservato nell’antichità – e quindi è arrivato fino a noi? Non lo sappiamo.Il papiro non è di eccelsa qualità. Conservare il registro tributario non ha un gran senso, visto che era stato già riciclato all’epoca. Quindi si è voluto tenere proprio la lista dei re, che però è un lavoro scadente, una copia di altri documenti su un papiro ulteriormente riciclato dopo.

E allora, lasciamo la storia ed entriamo nella fantasia…

“Figlio mio, perché la malattia ti ha portato via così presto? Avevi ancora tanta strada da percorrere. I sacrifici fatti per farti studiare, per farti entrare nella Casa degli Scribi…tutto perduto ormai.Lascio nella tua tomba i tuoi pochi scritti. Falli vedere a Thoth, invoca la sua benevolenza e chiedi a Seshat di continuare ad insegnarti l’arte delle parole. Il tuo cuore non può essere impuro, ti aiuteranno sicuramente. Ed aspettami, verrò a riabbracciarti se gli dei me lo permetteranno”

Riferimenti:

  • Kim Ryholt The Turin King-List Or So-Called Turin Canon (Tc) As A Source For Chronology. Ancient Egyptian Chronology, 2006
  • Alan Gardiner The Royal Canon of Turin Review by John A. Wilson Journal of Near Eastern Studies, 1960