E' un male contro cui lotterò

LA RESURREZIONE DI OSIRIDE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il mito di Osiride (rinchiuso in un sarcofago dal fratello Seth, buttato in mare, approdato a Byblos dove diventa parte di un albero, recuperato da Iside, diviso in 13 parti – di nuovo da Seth – nuovamente recuperate da Iside tranne il membro virile mangiato da un coccodrillo del Nilo e ricomposte da Iside insieme a Thot, che insieme lo fanno “risorgere”) potrebbe avere in questa sua ultima parte una base medica.

La resurrezione di Osiride era stata infatti tradotta inizialmente come il dio tornato “sano ed in buona salute” (nella traduzione di Faulkner degli anni ’70, ad esempio), ed il suo simbolo, il pilastro djed, correttamente indicato come la colonna vertebrale del dio, come simbolo di postura eretta, e quindi “vivo”.

Osiride raffigurato come un pilastro djed con pastorale e flagello tra le mani

Nel testo originale (il mito è riportato nel Libro dei Morti) si fa però riferimento letteralmente alla ricostruzione della colonna vertebrale del dio defunto. Uno dei simboli utilizzati (Gardiner S24), inizialmente interpretato come un nodo alla cintura, viene utilizzato nel Papiro Edwin Smith per indicare le vertebre. Dallo stesso papiro di deduce che i medici egizi conoscessero la relazione tra lesioni vertebrali e paralisi (para- o tetraplegia) e che degli interventi fossero possibili a livello del sistema nervoso centrale.

I simboli legati alla colonna vertebrale

Non solo: la pratica in uso fin dall’antichità è quella di fasciare strettamente (ed in tempi moderni ingessare) intorno alle ossa fratturate dopo il riallineamento per permetterne la saldatura.

Si può ipotizzare che “Osiride” fosse un alto funzionario, forse addirittura un sovrano predinastico, andato incontro ad una frattura vertebrale che lo avesse lasciato paralizzato e guarito con un intervento medico di riduzione della frattura tale da far pensare ad una “resurrezione”? Completamente fasciato dopo l’intervento per permettere una guarigione completa, diventando l’iconografia ufficiale di Osiride?

Statuetta di Osiride con il pilastro djed nella posizione della sua colonna vertebrale e delle costole. Museo del Cairo

In tempi moderni l’intervento di stabilizzazione della colonna vertebrale si avvale di un filo guida e, praticate delle incisioni sulla cute, vengono fatte scorrere verso la frattura gli strumenti necessari ad inserire i mezzi di sintesi, cioè le viti e barre, non ferromagnetiche, attraverso cui è possibile la ricomposizione delle fratture vertebrali. Il risultato è un riallineamento delle vertebre che va a decomprimere il midollo spinale con recupero del deficit motorio. In tempi antichi una trazione della colonna con un intervento chirurgico che decomprimesse volutamente o fortunosamente il midollo spinale avrebbe avuto successo?

Pilastro djed con la corona di Osiride sul retro di un sarcofago, British Museum

Ricordiamoci che nel papiro Edwin Smith una frattura del cranio con esposizione del cervello è “un male che curerò”…

È un’ipotesi suggestiva. Ma solo un’ipotesi.

Nel Papiro di Ani, che abbiamo già incrociato molte volte, al capitolo 26 si invoca Anubi “per rendere le mie gambe forti…ho ripreso forza nelle mie mani e nelle mie braccia, forza nelle mie gambe e nei miei piedi”.

Ma soprattutto (capitolo 50):

Lega per me le vertebre del mio collo e della mia schiena. Mi è stato concesso il giorno in cui mi sono rialzato sulle mie due gambe dalla debolezza, il giorno in cui mi hanno tagliato i capelli. Seth e il ciclo degli dèi nella loro forza primordiale hanno fasciato le vertebre del mio collo e della mia schiena; possa non succedere mai nulla a causare la loro separazione… Nut [madre di tutti gli dèi, dea del cielo] ha fasciato le mie vertebre.”

Infine, nel capitolo 155: “Alzati…hai la tua spina dorsale” insieme alle istruzioni per porre un simbolo “djed” sul corpo del defunto.

Papiro di Ani, Plate XVI: al Capitolo 50 il riferimento a collo e vertebre fasciate collegate al potersi alzare sulle gambe

Non avremo mai la prova che una tale ipotesi possa corrispondere alla realtà: rimane un’idea intrigante

I pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari

Bibliografia specifica:

  • Filler, Aaron G. “A historical hypothesis of the first recorded neurosurgical operation: Isis, Osiris, Thoth, and the origin of the djed cross.” Neurosurgical Focus 23.1 (2007): 1-6.
  • Loukas, Marios, et al. “Clinical anatomy as practiced by ancient Egyptians.” Clinical Anatomy 24.4 (2011): 409-415.
  • Okereke, Isaac, Kingsley Mmerem, and Dhanasekaraprabu Balasubramanian. “The Management of Cervical Spine Injuries–A Literature Review.” Orthopedic Reserch and Reviews 13 (2021): 151.
  • Lang JK, Kolenda H: First appearance and sense of the term “spinal column” in ancient Egypt. Historical vignette. J Neurosurg 97 (1 Suppl):152–155, 2002
E' un male contro cui lotterò

MEDICINA E MAGIA – I DEMONI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Nel pensiero egizio, le influenze maligne non sono prettamente metafisiche ma sono in grado di entrare nel corpo umano dall’esterno e causare malattie.

Specificatamente, sappiamo anche da dove: “Il respiro della Vita entra dall’orecchio destro e quello della Morte dall’orecchio sinistro” (Papiro Ebers, riga 854f).

Un demone con corpo umano e testa di gazzella o antilope, British Museum

Alcuni punti dei testi pervenutici sono molto oscuri; d’altra parte si riferiscono ad una filosofia molto lontana dalla nostra, espressa in una lingua che è andata persa per quasi due millenni. Ad esempio, si fa riferimento, sempre nel Papiro Ebers, alla “neba” che, entrando dall’esterno, affligge il cuore del malato, oppure alla malattia “nesyet” causata da un demone che entra nel corpo attraverso l’occhio – ma non sappiamo né cosa sia la “neba”, né cosa sia il “nesyet”. Rimane chiaro però il concetto che questi “elementi” potessero causare malattie penetrando nel nostro corpo.

I demoni erano entità che normalmente risiedevano nel Duat, ma potevano “attraversare” il confine tra il mondo ultraterreno ed il nostro se inviati da una divinità o invocati dagli umani. Spesso erano rappresentati con corpo umano e testa di animale, ma potevano essere completamente antropomorfe. Compaiono nel pensiero egizio solo a partire dal Medio Regno, ed hanno connotazione sia positiva che negativa. Potremmo dire che sono positivi se si conosce come affrontarli (amuleti, incantesimi, conoscenza del nome), mentre diventano negativi quando ci si trova impreparati di fronte a loro, o non si riceve aiuto da chi potrebbe fornirlo (come nelle “lettere ai defunti” in cui sono i defunti che non garantiscono protezione ai viventi).

Tre demoni di cui il defunto doveva conoscere il nome per proseguire nel suo viaggio ultraterreno: da sinistra “Colui che è grande” a testa di babbuino, “Colui che ha il cuore in allarme” a testa di leone, e “Colui che mangia i propri escrementi” con la testa a forma di tartaruga.(Sarcofago di Menekhibenekau, Periodo Saitico)

Facendo un triste parallelo con i giorni nostri, anche le pandemie erano causate da demoni scatenati da Sekhmet (la dea guerriera a testa di leone), inviate come venti malevoli immaginati come frecce scagliate da demoni-arcieri, frecce che non potevano essere viste ma sentite sulla pelle ed il cui “respiro” poteva essere udito.

Le due statue di Sekhmet donate da Belzoni alla città di Padova (foto Leonardo Scarabello)

Sono stati catalogati finora più di 4,000 demoni, ma è probabile che il loro numero fosse molto più elevato.

La lotta a questi demoni comprendeva una forma di prevenzione, con gli amuleti, ed una reazione con formule magiche ed incantesimi (documentati e catalogati nei papiri medici).

Di particolare importanza era la conoscenza del nome del demone coinvolto. Il concetto del nome come “arma” da usare era stato sviluppato nel mito di Ra e Iside, dove la dea chiede di sapere il nome segreto di Ra in cambio del suo intervento per guarirlo dal morso di un serpente da lei stessa creato (Papiro Chester Beatty XI), ma lo abbiamo trovato diverse volte nel Libro dei Morti, in cui il defunto doveva pronunciare il nome dei Guardiani per poter proseguire nel suo viaggio.

Anche il famosissimo Papiro di Ani, la versione più completa del Libro dei Morti pervenutaci e conservato al British Museum, mostra ai capitoli 146 e 147 l’importanza della conoscenza dei nomi dei Guardiani delle Porte che Ani dovrà attraversare

Come già accennato, è stato tentato un parallelismo tra i demoni e gli agenti patogeni oggi conosciuti (virus, batteri, tossine). Anche se tale parallelismo è molto suggestivo, è però privo di qualsivoglia riscontro nei testi pervenuti.

Uno dei Guardiani dalla tomba di Nefertari: “Colui che illumina, amico del grande Dio che naviga verso Abydos”, anch’egli relativo al capitolo 146 del Libro dei Morti

Per una panoramica più ampia sui demoni, non legata al solo modo della medicina egizia, è disponibile su YouTube la registrazione di una conferenza molto chiara ed esaustiva di Andrea Vitussi: https://www.youtube.com/watch?v=5buJwx2iYcg&t=3s