Antico Regno, Mastaba

LA “MASTABAT EL FARA’UN”

A cura di Piero Cargnino

Continuando nella successione dinastica a questo punto ci si aspetterebbe di trovare la piramide di Shepseskaf, figliastro di Menkaura, suo successore anche se non erede legittimo, invece no. Se Menkaura si fece costruire una piramide più piccola delle precedenti, Shapseskaf non se la fece proprio costruire. Non è da escludere che Shapseskaf abbia regnato in una situazione turbolenta, le fonti storiche non ci dicono molto sull’oscura fine della IV dinastia.

Secondo alcuni fu l’ultimo faraone della IV dinastia, ma nella versione di Sesto Africano, Manetone ne cita ancora uno, Thampththis, forma grecizzata del nome Djedefptah, il Canone Reale di Torino, come accennato in altro articolo, è molto lacunoso sulla fine della IV dinastia anche se, dopo Menkaura, lascia effettivamente spazio per altri due sovrani. In un periodo in cui avere la piramide come sepolcro reale era ormai divenuta una tradizione ben consolidata, Shepseskaf scelse di rompere con la tradizione e di tornare alla mastaba. Ma non si accontentò di una qualsiasi, bensì una mastaba di inedite proporzioni, (lunga 99,60 metri, larga 74,40 metri ed alta circa 18 metri), che, nonostante i fianchi inclinati, ricorda un enorme sarcofago dell’epoca. Non solo ma Shapseskaf scelse per la sua sepoltura un luogo diverso da quello dei suoi diretti predecessori optando per un ritorno a Saqqara. Non è chiaro il motivo per cui non scelse la piana di Giza, dove peraltro non c’era più spazio sufficiente per la costruzione di un nuovo grande complesso sepolcrale. Sono state avanzate numerose ipotesi, secondo una di queste potrebbe essere che Shapseskaf, non sentendosi sufficientemente legittimato alla successione, nonostante avesse sposato Khenkaus, figlia di Djedefhor, figlio di Cheope, abbia scelto di tornare alle origini della IV dinastia, un luogo all’epoca sperduto a sud di Saqqara, ma vicino alle piramidi del fondatore della dinastia, Snefru a Dashur, la cava di pietra per la costruzione si trovava a ovest della Piramide Rossa. Un’altra ragione potrebbe essere una scelta di carattere politico-religioso.

Durante la IV dinastia il potere del clero solare eliopolitano del dio Ra, aveva raggiunto un livello tale da riuscire ad influenzare il faraone sulla scelta del tipo di sepolcro da adottare. L’egittologo Gustave Jéquier, individuò un’ulteriore prova della volontà di Shepseskaf di accentuare la rottura col clero solare, per tornare all’antico sepolcro del periodo thinita, sta nel nome del sovrano che risulta privo della parte fondamentale “Ra”. Voi direte, “ma il nome glielo imposero i genitori”, a questo punto ci sono due possibilità, o il padre, Menkaura, voleva già dare un segnale ai sacerdoti eliopolitani o, come spesso accadeva, fu lo stesso Shapseskaf a mutare il proprio nome. Inutile dire che Jéquier si attirò le ire di altri archeologi in particolar modo dello svizzero Herbert Ricke il quale asserisce che solo l’obelisco assume il ruolo di simbolo solare, mai la piramide. Contrario fu anche Hans-Wolfgang Muller che sosteneva che la mastaba rappresentava la trasposizione in pietra di una capanna di stuoie.

Singolare è anche il fatto che nei dintorni della Mastabat el-Fara’un non sono state trovate tombe di famigliari o di dignitari di corte, questo pone un’altra domanda sulle circostanze, ancora da chiarire, in cui fu eretta la tomba. Stadelmann, rifacendosi a Ricke e Muller, avanzò una sua ipotesi, (rimasta però priva di conferma), forse Shapseskaf intendeva farsi costruire una vera piramide ma, essendo ancora impegnato ad ultimare il complesso del padre Micerino, fu costretto a ricorrere a questa soluzione onde non rischiare di rimanere privo di una tomba. Per iniziare una piramide si rendeva necessario ultimare i lavori a Giza per poi trasferire la complessa macchina tecnica ed economico-amministrativa nel nuovo cantiere di Saqqara. La soluzione fu quella di iniziare una costruzione provvisoria del tipo mastaba, che richiedeva minor tempo ed impiego di risorse, salvo poi, ultimati i lavori a Giza, procedere alla sopraelevazione della mastaba per trasformarla in piramide. L’adozione di questa soluzione provvisoria potrebbe però anche essere, come già detto, espressione della grave crisi che caratterizzò la fine della IV dinastia.

Il regno di Shapseskaf durò solo poco più di quattro anni per cui la soluzione provvisoria diventò definitiva. Ma veniamo alla sua tomba reale conosciuta come “Mastabat el-Fara’un”, “La panca del Faraone”. Descritta per la prima volta da John Perrin a metà del XIX secolo. Nel 1858 Auguste Mariette effettuò una prima indagine sulle parti ipogee della struttura alla quale seguì uno scavo più approfondito di Gustave Jéquier che fu anche il primo ad assegnare la struttura a Shepseskaf in seguito alla scoperta di un frammento di una stele in cui compariva il nome del faraone. In precedenza si pensava che la tomba fosse appartenuta all’ultimo faraone della V dinastia, Unas. Da alcuni resti di testi, trovati su dei blocchi di rivestimento, si apprende che, intorno al 1250 a.C., il principe Khaemwaset figlio di Ramesse II, gran sacerdote di Ptah a Menfi, fece eseguire lavori di restauro alla Mastabat el-Fara’un. Secondo alcuni egittologi la mastaba parrebbe essere stata costruita in due tempi con la precisa volontà di dargli la forma di un santuario di tipo Buto, ovvero con una forma a volta con estremità dritte; Karl Lepsius la definì “un sarcofago gigante”. La mastaba è costruita con enormi blocchi di calcare ed in origine doveva essere rivestita con bianco calcare di Tura molto più fine, l’ultimo corso in fondo, oggi scomparso, era di granito rosa.

“E le tue piramidi si sono arrese a me, mi costruirò una mastaba migliore” – disse Shepseskaf e andò dalla necropoli della sua famiglia a Giza a sud. Bene, visto che ci siete, proviamo ad entrare in questa strana e misteriosa mastaba. L’ingresso alla zona ipogea si trova sul lato settentrionale più corto. Scendiamo quindi in un corridoio scavato nella roccia sottostante e rivestito in granito rosa che si presenta con una pendenza di 23°30′ e lo percorriamo però solo per 16,3 metri dove, a causa di un crollo si interrompe, ma noi proseguiremo virtualmente. In origine era lungo 20,75 metri. Al termine della discesa il corridoio diventa orizzontale e subito presenta un piccolo vestibolo, (forse solo una nicchia), lunga 2,67 metri e alta 2 metri. Proseguendo si incontra uno sbarramento con tre macigni di calcare a caduta ancora ancorati al soffitto, il passaggio, le cui pareti ed il soffitto sono anch’essi rivestiti in granito, è largo 1,1 metri e l’altezza si riduce a 1,27 metri. Dopo le saracinesche, l’altezza del passaggio aumenta nuovamente, a causa del pavimento molto irregolare, probabilmente mai finito. Dopo alcuni metri il soffitto si abbassa riducendo l’altezza a 1,2 metri e finalmente, dopo una lunghezza totale di 19,46 metri, il passaggio orizzontale raggiunge infine l’anticamera. L’anticamera, come la successiva camera funeraria sono orientate nella direzione est-ovest, è lunga 8,31 metri, con una larghezza di 3,05 metri e un’altezza di 5,55 metri. Il tetto è formato da una capriata di blocchi di granito rosa. Tramite un passaggio di 1,20 x 1,11 x 1,54 metri, con una pendenza di 10°30′ si accede alla camera funeraria vera e propria. Lunga 7,79 metri, larga 3,85 metri e alta 4,9 metri, ha anch’essa un tetto in granito rosa a capriata nella parte superiore per scaricare il peso sovrastante, ma presenta però un soffitto lievemente arcuato ad imitazione di una volta a botte, (come nella piramide di Micerino). Sia l’anticamera che la camera funeraria sono entrambe rivestite in granito lasciato allo stato grezzo, non levigato.

Nella camera sono stati rinvenuti numerosi frammenti, riconducibili ad un sarcofago, in grovacca o basalto, insufficienti ad immaginarne la forma. Dall’anticamera, nell’angolo sud-est, si apre un altro passaggio lungo 10,62 metri, largo 1,14 metri e alto circa 2,3 metri sul cui lato est si trovano quattro piccole nicchie, un’altra si trova sul lato ovest, immediatamente di fronte alla quarta nicchia del lato opposto. Le nicchie orientali sono lunghe circa 2,27 metri con una larghezza di soli 80 centimetri e 1,4 metri di altezza, la nicchia occidentale è lunga 2,65 metri e larga 1,16 metri. Con tutta probabilità, anche se molto piccole, dovevano servire come depositi. Bene, adesso ripercorriamo i corridoi e torniamo all’aperto e diamo un’occhiata anche intorno alla mastaba. Due muri di mattoni crudi la circondano, il più interno si trova a una decina di metri dalla mastaba e la avvolge su tutti i lati con uno spessore di 2 metri. Il secondo la circonda ad una distanza di circa 48 metri. Un piccolo tempio funerario si trovava sul lato est ma di esso rimangono solo le fondamenta e pochi resti delle mura. Questa è la “Mastaba el-Fara’un, per visitarla, e per visitare alcuni dei monumenti di quest’area, non è sempre facile; per accedere alla zona di Saqqara sud occorre disporre di un permesso speciale che deve essere richiesto all’organizzazione delle antichità egiziane. Si raccomanda un fuoristrada e una buona guida. Mastabat el-Fara’un si trova sul bordo meridionale del sud di Saqqara, vicino alla piramide di Pepy II e al nord-ovest delle piramidi del Medio Regno in una parte piuttosto remota del deserto.

Fonti e bibliografia:

  • Gustave Jéquier, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
  • Franco Cimmino, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997)

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