Antico Regno, Piramidi

I TESTI DELLE PIRAMIDI

“MEDU NECER” (“PAROLE SACRE”)

A cura di Piero Cargnino

Abbiamo parlato della piramide del faraone Unas (o Unis), ultimo sovrano della V dinastia che, a differenza dei suoi predecessori, le cui piramidi non presentano iscrizioni od incisioni di alcun genere, le camere della sua ne sono interamente ricoperte.

Fu l’egittologo francese Gaston Maspero, nel 1881, a scoprire per primo questi testi ai quali, dato il luogo in cui furono rinvenuti gli assegnò il nome di “Testi delle Piramidi”. Consistono in una raccolta di formule rituali egizie risalenti all’Antico Regno che hanno il loro riferimento più antico appunto nella piramide di Unas ma verranno utilizzati successivamente anche da alcuni re e regine della VI dinastia. Ne sono stati rinvenuti nelle piramidi dei faraoni Teti, Pepi I, Merenra, e Pepi II ed in quelle delle regina Ankhesenpepi II, Neith, Iput II, Udjebten e Bahenu, altri furono rinvenuti anche su frammenti di legno nella sepoltura della regina Meritites IV.

Innanzitutto va precisato che i “Testi delle Piramidi”, non sono, come viene spesso ritenuto, un testo unico del tipo di un libro che viene ripetuto tale e quale ovunque lo troviamo, questi sono composti da un totale di 759 formule o espressioni spesso diverse da una piramide all’altra ed in nessuna piramide compaiono al completo. La versione rinvenuta nella piramide di Unas è composta da 228 formule. I “Testi delle Piramidi”, come detto, precedono di molto i “Testi dei sarcofagi” ed il “Libro dei Morti” e, a differenza di questi ultimi, erano riservati ai soli faraoni (con alcune eccezioni, li troviamo infatti nelle tombe delle regine citate sopra), inoltre questi testi non riportavano illustrazioni. Dopo la Pietra di Palermo, cronologicamente precedente, i Testi contengono la più antica citazione di Osiride come dio dell’aldilà. Probabilmente tutte quelle formule venivano pronunciate quando il corpo del re era preparato per la sepoltura, mentre la mummia veniva collocata nel sarcofago e mentre si portavano gli oggetti funebri nella tomba. O forse non venivano pronunciati da nessuno.

Come ho già ricordato in un mio precedente articolo, il Prof. Alessandro Roccati, ci spiegava che il geroglifico non è una scrittura il geroglifico è Parola. Il suo nome egizio “medu necer” significa “parole sacre”, i greci, tramandandoci il nome di “hieroglyphikós”, ovvero “segni sacri incisi” sbagliarono la traduzione. Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e magie. I testi non venivano incisi per essere letti, (chi sapeva leggere allora?), ma solo ad uso del faraone defunto, tant’è che dopo la sepoltura la piramide veniva sigillata e nessuno più li avrebbe dovuti vedere. Le formule avevano lo scopo di garantire la protezione dei resti del faraone, di infondere lo spirito nella sua mummia assicurandone l’ascesa tra le stelle imperiture e permettere la riunificazione del sovrano con il dio Sole Ra. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi, mi sorge il dubbio che, i potenti sovrani dell’Antico Regno, sicuri di se al punto da credersi immortali, non avessero poi quella grande fiducia che tutto sarebbe andato liscio nell’ora del trapasso dubitando della loro sicura salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi un sicuro cammino verso il cielo.

Si presume che prima di Unas le formule venissero solamente recitate e non incise. Molte di queste, trovandosi sparse in più piramidi diverse e non facenti parte di un corpo unico, scritte in un linguaggio arcaico e talvolta oscuro ed ermetico, non permettono di comprendere pienamente il loro significato.

La Formula 554 descrive il faraone in forma di Toro Possente che raggiunge gli dei tra le stelle: <<……Tu sei il figlio della Grande Vacca Bianca! Essa ti ha concepito, ti ha partorito e ti protegge. Attraverserà il fiume con te, poiché tu appartieni a coloro che stanno intorno al sole e circondano la Stella del Mattino……..>>. In loro compagnia anche il re sarebbe diventato una stella, la Formula 302 recita: <<……..Il cielo è limpido e Sothis risplende perché io, figlio di Sothis, sono vivo e gli dei si sono purificati per me nelle stelle imperiture……..>>.

Il termine presente nei Testi delle Piramidi per definire Stelle Imperiture è iHmw-sk, che tradotto letteralmente significa “che non tramontano”, questa è la destinazione finale del sovrano, il luogo nel quale si trovano i seguaci di Osiride.

LA TEOFAGIA – “L’INNO CANNIBALE”

I Testi delle Piramidi descrivono come il faraone avrebbe potuto raggiungere gli dei, anche servendosi di rampe, gradini, scalinate o volando. <<…….Oh! Oh! Elevati tu Unas, ricevi la tua testa, riunisci le tue ossa, metti insieme queste carni, sposta la terra dalla tua carne……>>. Quando il sovrano avrà raggiunto Ra nei cieli con lui camminerà e si leverà al mattino: <<……. Unas appare in gloria al mattino associato al levarsi del sole……un dio che vive dei suoi padri, che si nutre delle sue madri……..>>.

Dalla forma con cui sono espressi appare evidente che la provenienza dei testi si perde nell’oscurità del passato rifacendosi ad una tradizione antichissima. Nonostante i Testi delle piramidi risalgano alla V e VI dinastia, alcuni di questi fanno supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. A conferma di ciò tra le varie formule riportate, compare uno strano testo, la cui antichità si deduce dallo stile oratorio che si riflette nella scrittura molto arcaica oltre che negli Dei citati ed in elementi celesti quali pianeti e Orione.

Si tratta del cosiddetto “Inno cannibale”. L’Inno cannibale è un documento letterario straordinario che si compone di due incantesimi, (Testi delle Piramidi 273 e 274), iscritti sul frontone orientale dell’anticamera della tomba del faraone Unas. Ernest Wallis Budge ritiene che l’inno abbia origini molto antiche, addirittura preistoriche e preistoriche che veniva trasmesso oralmente di generazione in generazione da tempi remotissimi.

Secondo Toby Wilkinsos l’Inno Cannibale, doveva già essere considerato primitivo all’epoca di Unas infatti venne utilizzato solamente nella sua piramide ed in parte minore in quella di Teti per poi scomparire dai Testi delle Piramidi. Il destino dei faraoni dell’Antico Regno era l’ascesa al cielo, ma per poter fare ciò necessitavano della magia per superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell’aldilà. Poiché il corpo degli dei era pieno di magia, per impossessarsene i faraoni dovevano divorarli.

La teofagia, ovvero l’atto del mangiare la divinità, è uno di questi particolari aspetti arcaici, ripreso anche da altre civiltà successive. Un esempio di teofagia lo troviamo anche nei Vangeli sinottici, in Marco (11:22), Matteo (20:26) ed in Luca (22:19) quando, durante l’ultima cena, Gesù dice agli apostoli porgendogli del pane: << Prendete e mangiate questo è il mio corpo >>.

Il tono dell’Inno Cannibale è certamente pretenzioso, nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per essere divorate da lui: <<……..Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Unas ha preso possesso dei cuori degli dei. Unas si è nutrito delle loro interiora. Egli si è ingozzato delle loro sacre parole non dette. ……… Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. …….. Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. ……..La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. …..…Egli ha assimilato la saggezza degli Dei. La sua esistenza è eterna…….Unas, l’assassino degli dei……..Unas il grande Sekhem. Il Sekhem dei Sekhemn. Unas il grande Ashem. L’Ashem degli Ashemn. Osserva Orione……..la resurrezione di Unas……..Le fiamme di Unas nelle loro ossa. Le loro ombre sono con le loro forme……..Unas sta sorgendo……La durata della vita di Unas è l’eternità, il suo limite è la perpetuità ……… Ecco che l’anima degli dei è nel corpo di Unas, …….. Unas possiede il loro spirito ……… Ecco che l’anima degli dei appartiene a Unas >>.

Dalla lettura dell’Inno si deduce che l’ascesa al cielo dei faraoni dell’Antico Regno consisteva in un assalto al paradiso degli dei e, per poter compiere interamente il percorso e superare gli ostacoli per raggiungere la Duat, il faraone doveva integrare la magia e l’energia creativa del suo predecessore, a ritroso nel tempo, fino al primo Re divino, Osiride, confermando in questo modo la chiusura dei cicli dell’universo e l’eterna rinascita di ogni elemento, garantiti dalla resurrezione del re che a sua volta garantiva l’ordine della Maat attraverso il potere della magia che gli dei gli avevano conferito. La cosa può anche lasciare stupiti, se riferita alla VI dinastia, ma gli studiosi pensano che l’Inno, come altre formule, facciano riferimento ad un’epoca di molto anteriore che si perde nei meandri della storia in cui, forse, si praticava ancora il cannibalismo prendendo come esempio alcune tribù africane che lo praticavano. Potrebbe anche essere riferito al periodo egizio arcaico quando forse si effettuavano ancora sacrifici umani. Si tratta però di ipotesi a supporto delle quali non esistono prove concrete. A questo punto possiamo affermare che la tendenza tipica della religione egizia di divinizzare i suoi eroi e di mitizzare gli eventi storici del passato è la causa principale della mancanza di eroi propriamente detti. Nella vicenda di Unas si può leggere, e non è azzardato farlo, lo scontro dell’uomo, che diventa eroe, con gli dei. Ma a differenza di altre civiltà, tipicamente egizia c’è che Unas vince gli dei, li mangia e si sostituisce ad essi. Poiché, come ho detto fin dall’inizio, è mia intenzione presentare per quanto possibile una storia controversa dell’Antico Egitto non posso fare a meno di citare anche teorie alternative purché rientrino in un contesto logico, Ognuno poi si farà una propria idea. Clesson H. Harvey, ricercatore indipendente, rifiuta l’idea che i Testi delle Piramidi siano testi religiosi. Secondo la sua ricerca, sarebbero piuttosto i resti di una scienza metafisica, che identifica anche in testi paralleli di altre culture come quella indù, e che gli egittologi hanno confuso con sortilegi e incantesimi. Infatti, non vede “dichiarazioni”, ma istruzioni per la trasformazione di un essere umano mortale in un essere immortale. Nel “Libro dei Morti” c’è un brevissimo passo, di soli tre versetti, che esprime tutto ciò che l’egiziano antico vede nell’aldilà, con la sua sete di immortalità e con la sua aspirazione a vincere il tempo e la morte: << …….L’Ieri mi ha generato, ecco Oggi io creo il domani…….. >>.

Fonti e bibliografia:

  • Massimiliano Nuzzolo, “The Fifth Dynasty Sun Temples. Kingship, Architecture and Religion in Third Millennium BC Egypt”, cap. II, Prague 2018
  • Edda Bresciani, “Testi religiosi dell’Antico Egitto”, I Meridiani, Mondadori, 2001,
  • Franco Cimmino, “Vita quotidiana degli egizi”, Tascabili Bompiani, 2001,
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egiziani”, UTET, Roma, 1970,
  • Lichtheim Niriam, “ Ancient Egyptian Literature”,  University of California Press, London, 1975
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Torino, Ananke, 2004
  • Christian Jacq, “Il segreto dei geroglifici”, Piemme, Milano, 1995
  • Alessandro Roccati, “Introduzione allo studio dell’egiziano”, Salerno editore, 2007 Clesson H. Harvey, “Aprendo la porta all’immortalità”, Edizioni Cliff  Morgenthaler, 2012

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