Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE CHE ABBAGLIAVA I CONTEMPORANEI

“MEN-NEFER-PEPI” – LO SPLENDORE DI PEPI E’ DURATURO

A cura di Piero Cargnino

Pepi I, (Pepi, Phios, Piopi Meryra, Horo Merytowe, Nefersahor), fu il terzo faraone della VI dinastia, figlio di Teti e della regina Iput I, regnò intorno al 2330 a.C. succedendo a Userkara. Su questo ci sono molti dubbi in quanto Userkara potrebbe aver usurpato il trono per un breve periodo governando la province del Basso Egitto mentre Pepi I governava legittimamente il resto del paese.

Salì al trono col nome di Nefersahor, che poi trasformò, assumendo il nome di Ra, in Piopi Meryra. Il Canone Reale di Torino gli assegna 20 anni di regno mentre Manetone, che lo chiama Phios, gliene attribuisce 53. Tenendo conto che il dato più alto, rinvenuto in un’incisione, fa riferimento al venticinquesimo anno della conta del bestiame, che di norma era biennale, si può pensare che il dato di Manetone sia il più vicino alla realtà. Pepi I si dimostrò subito un sovrano energico mirando all’affermazione della dinastia, a lui viene attribuito un serio tentativo di rinsaldare l’autorità centrale che si stava sgretolando in favore dei vari nomarchi e sacerdoti senza però ottenere risultati di rilievo. Ad un certo punto, non sappiamo per quali ragioni, probabilmente costretto dalle necessità reali della situazione, iniziò la triste politica di accettazione delle più egoistiche richieste dei nobili provinciali, che segnò il lento ma inarrestabile sfacelo dello Stato assolutista, già minato fin dalla precedente V dinastia.

Fu un grande costruttore, fece erigere un grande santuario, le cui rovine sono ancora visibili a Bubastis, ed un importante tempio a Eliopolis, a dimostrazione che il culto di Ra, seppure un po appannato, non era caduto completamente nell’oblio. Ancora in epoca tolemaica il nome di Piopi Meryra era ricordato nel tempio di Dendera con quello del fondatore. Due statue in rame di Pepi I, oggi conservate al Museo Egizio del Cairo, vennero rinvenute a Ieracompolis e rappresentano i migliori esemplari di scultura in metallo rimasti dall’Antico Regno. L’impressione di grandezza evocata dal nome di Piopis Meryra non è dovuta ai suoi monumenti, ma alla grande abbondanza e diffusione delle epigrafi che lo citano. Secondo alcuni fu dal nome della sua piramide, “Men nefer Pepi”, (Lo splendore di Pepi è duraturo), che prese il nome la città di Menfi.

Da un’iscrizione recante il suo nome scopriamo che organizzò una spedizione alla cava di alabastro di Hatnub nel 25° censimento del bestiame che equivale al suo cinquantesimo anno di regno. Iscrizioni rupestri rinvenute nello Wadi Hammamat ricordano la sua prima festa Sed, probabilmente avvenuta nel trentesimo anno di regno. L’orgoglio di Pepi per questa festa lo troviamo commemorato su numerosi vasi d’alabastro, ora al Louvre e in altri musei. I suoi matrimoni sembrano indicare un’indole modesta, sposò le figlie di un principe ereditario provinciale, forse di Abido, detto Khui. Ebbe comunque ben sei mogli, Ankhesenpepi I e II, Nebwenet, Mentites IV, Inenek-Inti e Nedjeftet. Una fu la madre di Merenra, suo successore, l’altra del successore di questi, Pepi II, un terzo figlio Djau ricoprì l’alto ufficio di visir. La sua piramide che “abbagliava i contemporanei” oggi ci presenta le sue modeste rovine alte circa 12 metri. Il solito Perring la visitò negli anni ’30 del XIX secolo, nel 1881 fu Gaston Maspero a penetrare nei sotterranei dove scoprì, per la prima volta, i Testi delle Piramidi. Le indagini archeologiche approfondite iniziarono solo nel 1950 con la missione francese a Saqqara, i primi ad approfondire gli studi furono Lauer e Sainte Fare Garnot seguiti poi dal 1963 dall’egittologo francese Jean Leclant. Le indagini hanno portato a dei risultati sorprendenti quali la scoperta dei complessi piramidali delle mogli di Pepi I.

La piramide ed il complesso funerario di Pepi I si trova a nord-ovest del complesso di Djedkara, nel deserto di Saqqara. Il complesso riflette tutti gli elementi dalla VI dinastia, comprende una piramide ad est, un tempio funerario ed una piramide satellite, più lontano una strada rialzata che conduce ad un tempio della valle. Come per le piramidi precedenti, il nucleo è formato da sei gradoni composti da frammenti di calcare cementati con malta argillosa. La piramide presentava una base quadrata di 78,75 metri per lato, con una pendenza di circa 53° e raggiungeva un’altezza di circa 53 metri. Sul lato nord, in corrispondenza dell’ingresso, probabilmente esisteva una cappella della quale però oggi non è rimasto nulla. Tutto il resto era come per le piramidi precedenti, un corridoio discendente che poi diventa orizzontale, rinforzato all’inizio ed alla fine con massi in granito rosa, circa a metà della parte orizzontale una barriera costituita da tre massi a caduta. L’anticamera era ubicata sull’asse verticale della piramide, il serdab a tre nicchie era ad est mentre la camera funeraria era ad ovest. Il soffitto era formato da tre strati di enormi blocchi di calcare sistemati a capriata con un peso complessivo di circa 5.000 tonnellate. Sul soffitto delle camere sono dipinte stelle bianche su sfondo nero, questa volta rivolte ad occidente. Le pareti sono interamente ricoperte dai testi delle piramidi che compaiono anche nel corridoio d’accesso. Il sarcofago in pietra si presenta danneggiato ed è situato lungo la parete ovest. Oltre a piccoli frammenti di mummia sono stati ritrovati resti di bende di lino di cui un brandello porta l’iscrizione “Lino per il re dell’Alto e Basso Egitto, che viva in eterno”, pezzi di canopi in alabastro giallastro, un piccolo coltello di selce ed un sandalo sinistro di legno rosso. Un’ultima curiosità sta nel fatto che nei testi il nome reale del faraone, Nefersahor è stato cambiato in Meryra.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003,
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1990
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 2012
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996 )

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