Cose meravigliose, Tutankhamon

HO VISTO IL PASSATO; CONOSCO IL FUTURO

A cura di Andrea Petta

La morte di Carnarvon non priva Carter solo del suo mecenate, ma anche del “grimaldello” per aprire molte porte. Già la consegna dei primi reperti al Museo Egizio nel giugno del ’23 diventa un’impresa. Per evitare danni durante il trasporto, Callender ha l’idea di usare un trasporto su binari. Per arrivare al Nilo, servono nove chilometri di binari; la Sovrintendenza ne manda meno di tre. Gli operai montano i binari arrivati, il convoglio fa un tratto poi smontano e rimontano i binari più avanti. Un lavoro pazzesco, sotto più di 40 gradi. Carter impazzisce di rabbia, ma una volta completato tutto senza danni, il resto del lavoro sembra una passeggiata un po’ a tutti. Il Times intanto dimezza il compenso per l’esclusiva a Carter, “tanto l’interesse diminuirà”. Come no.

Lo stesso Carter dichiara durante la pausa estiva (nella Valle si toccano i 60 gradi quell’anno) che “basteranno quattro settimane per arrivare alla mummia del Faraone”. Ci metterà due anni.

A inizio ottobre rientra in Egitto. Tre giorni dopo, ha già litigato con tutta la Sovrintendenza alle Antichità, con la stampa di mezzo mondo e con tutto il mondo politico egiziano su afflusso di turisti, esclusiva al Times e permessi di visita alle autorità. Soprattutto la questione della stampa e l’ovvia pretesa della Sovrintendenza di poter controllare quanto avveniva nella Valle portano ad una situazione di stallo.

Nella Valle si naviga a vista. I sacrari sono molto più fragili del previsto: la doratura si sta staccando dal legno ormai secco dopo più di tremila anni.

NOTA: i sacrari meritano una descrizione dettagliata; troppo spesso sono “trascurati” a favore delle bare o della maschera di Tutankhamon, ma sono oggetti meravigliosi, carichi di significati esoterici. Li vedremo prossimamente

Carter, Callender e due operai impegnati nello spostamento del tetto del primo sacrario, l’impresa forse più complicata della tomba

L’intera parete sud della camera del sarcofago viene smontata per poter lavorare e l’estrazione del primo sacrario risulta eccezionalmente complicato. Il primo sacrario è enorme, più di 5 metri per 3,35; lascia liberi meno di 70 centimetri per lato. Un ragazzino deve sgusciare sul tetto del sacrario per permettere l’aggancio di un piccolo paranco preparato da Callender allo scopo.

La struttura di sostegno del drappo funebre ci fa capire la sua importanza

Tra il primo ed il secondo sacrario spunta una struttura in legno che sorregge un enorme drappo funebre decorato con rosette di bronzo; il cielo stellato sopra l’anima del Faraone defunto. È fragilissimo, e viene avvolto su un rullo e nuovamente riaperto all’esterno per tentarne il restauro.

Nel frattempo, Lacau è tra l’incudine del governo egiziano ed il martello di Carter. Prova allora a far allontanare spontaneamente Carter: in una sorta di moderno “mobbing” fa approvare al governo una serie di norme per cui la Sovrintendenza avrà il pieno potere sugli scavi di lì in avanti.

Carter e Mace al lavoro per avvolgere il drappo funebre

All’inizio di gennaio si può finalmente rompere il sigillo del secondo sacrario: ne appare un terzo e poi un quarto. Su quest’ultimo il Prof. Newberry traduce una scritta che lascia tutti attoniti: “Ho visto il passato, conosco il futuro”.

Carter apre il secondo sacrario dopo aver tagliato il sigillo con un bisturi

Il quarto sacrario rivela il sarcofago in arenaria ed un braccio scolpito della dea Neith che sembra protendersi a voler proteggere il corpo del Faraone. La squadra si ferma, in riverente silenzio, e si prepara a smontare “a cipolla” i sacrari e tutti gli oggetti che vengono rinvenuti. È un colpo di fortuna, perché il coperchio del sarcofago è gravemente danneggiato, rotto in due probabilmente dall’imperizia degli antichi operai. Andare avanti avrebbe rischiato di compromettere tutto.

Il coperchio del sarcofago (con la linea di rottura al centro) è in granito, un materiale diverso dal sarcofago stesso, che è in arenaria. Alcuni studiosi hanno visto un parallelo con il sarcofago distrutto di Akhenaton, anch’esso con il coperchio in granito, a suggerire un “distacco” non ancora completato dal periodo di AmarnaIl coperchio del sarcofago (con la linea di rottura al centro) è in granito, un materiale diverso dal sarcofago stesso, che è in arenaria. Alcuni studiosi hanno visto un parallelo con il sarcofago distrutto di Akhenaton, anch’esso con il coperchio in granito, a suggerire un “distacco” non ancora completato dal periodo di Amarna

Mentre il lavoro nella tomba procede a ritmo incessante, con la preoccupazione di manovrare oggetti così preziosi e fragili in uno spazio così angusto, arriva la “bomba”: Lacau, oltre a ribadire il diritto della Sovrintendenza di controllare ogni aspetto del lavoro di scavo, dichiara “tutti gli oggetti ritrovati quale parte del Patrimonio Pubblico”. In parole povere, viene negata ogni spartizione degli oggetti ritrovati come previsto nella concessione originale di Lord Carnarvon. Viene minacciata l’esclusione di Carter dai lavori. Alle proteste di Carter, viene fuori un documento da lui firmato 8 anni prima per una concessione secondaria (rivelatasi infruttuosa), in cui veniva specificato che una “tomba inviolata” era da intendersi anche come

una tomba violata nell’antichità ma che presentasse una collezione di oggetti in buone condizioni di rilevante interesse, come nel caso della tomba dei genitori della Regina Tiye”.

Per Carter è una pugnalata alle spalle. Per il Met Museum sfuma la possibilità di acquisire parte degli oggetti di Tut. Carter si rivolge in primis all’avvocato che cura gli interessi della vedova Carnarvon, poi mette in moto la comunità scientifica con una lettera firmata da Breasted, Gardiner, Newberry e Lythgoe (praticamente i quattro maggiori egittologi dell’epoca) riuscendo almeno a proseguire il lavoro in attesa di dipanare la questione.

A sinistra: lo schema disegnato da Carter della camera funeraria, con i sacrari, il sarcofago al centro e la posizione degli oggetti magici. A destra: la riproduzione dei sacrari in mostra a Parigi ci fornisce meglio l’idea delle loro dimensioni

Il 12 febbraio 1924 finalmente riesce a sollevare il coperchio del sarcofago di arenaria. Nello stupore dei presenti, sollevati i drappi in lino che lo coprivano, compare la prima bara in legno dorato. La tomba di Tutankhamon sta per rivelare i suoi tesori più preziosi, ma la tensione tra Carter e le autorità rimane altissima.

Il casus belli è la proibizione da parte del Ministro dei Lavori Pubblici egiziano, Morcos Bey, della visita da parte delle donne della tomba, comprese le mogli dei ricercatori all’opera. Carter denuncia pubblicamente la cosa e si rifiuta di portare avanti i lavori, ma il Ministro lo anticipa ed il 20 febbraio soldati armati entrano nella tomba riabbassando il coperchio del sarcofago che era rimasto inopinatamente sollevato, dichiarando nulla la concessione di Lord Carnarvon.

Inizia una battaglia legale, con Carter, il Met e i legali di Lady Carnarvon da una parte, e Lacau con il Ministro Morcos Bey dall’altra. Carter è costretto a firmare una rinuncia a qualunque oggetto proveniente dalla tomba, ma non basta.

Il 31 marzo la corte di Alessandria conferma la revoca della concessione. Subito dopo Lacau scopre in un’ispezione al laboratorio della tomba la testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui peggiorando ulteriormente le cose.

Il 12 aprile, due mesi dopo l’apertura del sarcofago, Howard Carter parte per un giro di conferenze negli Stati Uniti. Non sa nemmeno se gli sarà permesso tornare in Egitto, figuriamoci continuare i lavori nella Valle dei Re.

Tutankhamon rimane abbandonato nella tomba, tutti i maggiori egittologi si rifiutano di portare avanti il lavoro di Carter. Qualcosa verrà perso per sempre. Qualcuno dovrà cedere.

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