Arte militare, Ramses II

LA BATTAGLIA DI QADESH

di Giuseppe Esposito

Chissà quante volte avete sentito parlare della Battaglia di Qadesh (ma anche Kadesh, o Qades) e anche in questo stesso sito/gruppo esiste qualcosa di quella che Ramses II, il Grande, “contrabbandò” per una folgorante vittoria quando al massimo, calcisticamente parlando, si trattò di un pareggio. Ma, si sa, la pubblicità è l’anima del commercio, e in politica la pubblicità, e la visibilità, sono elementi utili per il mantenimento del potere come, purtroppo, hanno scoperto tanti dei nostri politici nostrani compulsivamente attirati dai social. Sperando di non ripetere troppo cose già dette e ridette, a mia volta vi parlerò di una delle battaglie più famose della storia egizia e, forse, della storia in senso lato. Direi che, per chi segue con assiduità questo sito/gruppo, questo articolo farà il paio con quello che, nel novembre 2021, pubblicai su Thutmosi III e la Battaglia di Megiddo.

E ora, armiamoci e gettiamoci nella mischia… buona lettura!

La freccia lasciò l’arco e con una traiettoria leggermente curva volò sopra il campo, quasi si fermò alla sommità della parabola, poi precipitò verso il suo bersaglio accelerando impercettibilmente. Un leggero vento trasversale tentò di deviarla dalla sua corsa, ma la rossa impennatura, la mantenne stabile nell’aria finché incontrò il bronzo della corazza del Generale hittita.

Se il campo fosse stato più silenzioso, se non ci fossero state le urla dei combattenti e quelle dei moribondi, se il rumore delle ruote falcate dei carri hittiti e di quelle dei leggeri carri della terra di Kemi non avesse monopolizzato l’aria, si sarebbe allora sentito nettamente lo stridio del legno che attraversava il bronzo, poi il tonfo sulla leggera cotta imbottita che, non reggendo all’impatto, avrebbe consentito alla punta in metallo di penetrare profondamente nella carne traendone un risucchiante rumore che sovrastò definitivamente la vita del Generale.

Quasi sbigottito, questi guardò il legno che gli sporgeva dal torace e l’ultima cosa che vide fu l’impennaggio rosso, poi precipitò dal carro lanciato a folle velocità, si ritrovò sotto le ruote di quello che lo seguiva dappresso; né il cielo, né il Grande Re Khattusil, ne’ Qadesh, ne’ la terra di Kheta, ebbero più importanza!

MENNA

Là, nella piana, sta accadendo qualcosa, ma non si sa quale sia l’esito della battaglia… dalle spesse mura merlate di Qadesh si vede solo un’impenetrabile nuvola di polvere in cui, a stento, si scorgono i possenti carri da guerra, con i loro equipaggi di tre uomini, correre in tutte le direzioni. Tra quei carri così massicci, vanto dell’esercito confederato, si muove, a velocità doppia, un carro leggerissimo; ha ruote a sei raggi e un pianale che splende ai pochi raggi di sole che riescono a colpirlo in quella baraonda infernale.

Forse non conosciamo il nome dei grandi generali di entrambi gli schieramenti, ma di quel carro conosciamo il nome del conducente, si chiama Menna e, probabilmente, porta le redini legate alla vita per aiutare l’unico altro combattente che, accanto a lui sullo stretto pianale di vimini e giunchi che corre all’impazzata sul campo di battaglia, scaglia frecce, le uniche con impennaggio rosso, che trovano sempre, mortalmente, un bersaglio.

VITTORIA IN TEBE e MUT E’ SODDISFATTA

Ancor più incredibile è che di quel carro conosciamo anche il nome dei cavalli che, bava alla bocca e groppa grondante sudore, lo fanno quasi volare tra gli oltre duemilacinquecento carri nemici[1]: “Vittoria in Tebe”, l’uno, “Mut è soddisfatta”, l’altro.

I pennacchi che ne ornano le teste sono imbrattati di polvere e di sangue, e rendono quel carro decisamente un bersaglio per tutti i carri nemici: come la strana pietra nera che attrae il metallo delle stelle, tutti convergono su quei pennacchi, e tutti sanno che, catturare, colpire o uccidere quel carrista può portare inimmaginabili onori, gloria, titoli, ricchezza, perché solo lui, il Re nemico in persona, può spavaldamente sfoggiarli.

Vittoria in Tebe”, “Mut è soddisfatta”, strani nomi, direte voi, e ancor più strano sarà che il combattente di quel carro, al termine della battaglia dichiarerà, facendolo addirittura scolpire nella pietra[2], che ogni giorno, quando sarà a Palazzo, assisterà al pasto di quegli animali così coraggiosi[3] unici, assieme all’auriga Menna, a essere con lui nella mischia mentre Principi, Ufficiali e lo stesso Esercito, troppo impauriti, neppure lo hanno seguito[4].

Davanti al rilievo che ricorda quella cruenta battaglia nella piana di Qadesh[5], User-Maat-Ra Setpenra Ramses[6], secondo di questo nome, l’amato di Amon, il Grande Re delle Due Terre, Colui che regna sul Giunco e sull’Ape, risente ancora nelle orecchie quelle urla e, involontariamente, le dita della mano destra si atteggiano a stringere la cocca e la corda del suo possente arco… in quella, il primo raggio del sole improvvisamente esplode all’interno delle scure profondità ed illumina i quattro dei che lo attendono sul fondo del tempio[7] e che simboleggiano il mondo delle Due Terre: Ptah il “creatore”, in onore dell’antica Mennefer[8], Amon per Niwt, Ra-Horakti per On, e lo stesso Ramses che simboleggia l’intera Terra di Kemi.

 Figlio di Sethy I, iniziatore della XIX Dinastia, sarà uno dei Faraoni più longevi che si conoscano (morirà infatti ad oltre 80 anni) ed il suo regno durerà per oltre 60 anni. Si dice inoltre che abbia avuto 100 tra figli e figlie (e la tomba KV5[9], ritrovata nella Valle dei Re, parrebbe confermarlo viste le dimensioni) e che abbia iniziato la costruzione di una grande città che da lui prese il nome.

Quell’uomo, quel Dio, è conosciuto anche come Ramses il Grande, ed è solo il secondo a portare questo prestigioso nome giacché, dopo di lui, ne seguiranno altri nove.

Ma ora che abbiamo presentato i protagonisti di questa storia, direi che è il momento di sapere come mai Ramses si trova in quella piana sconfinata e, soprattutto, perché è solo contro tutti quei nemici agguerriti. Da sempre gli Hittiti, che vivevano nell’area attualmente occupata dalla Turchia, erano una spina nel fianco dell’Egitto che si era, in qualche modo, protetto alleandosi con nazioni vicine che dovevano fungere da “zone cuscinetto” contro i frequenti tentativi di invasione.

Ovvio che un’alleanza internazionale di questo tipo deve basarsi su un corrispettivo e questo, oltre a consistenti aiuti economici, è la protezione proprio dagli attacchi e dalle scorrerie degli Hittiti.

Già in precedenza, nella battaglia di Megiddo combattuta da Thutmosi III (e chi ha letto l’articolo precedente in questo stesso sito sa di cosa sto parlando) erano apparsi, e da allora sono ormai trascorsi oltre 200 anni, ma quegli attaccabrighe degli Hittiti sono sempre lì con le loro incursioni ed ora il “vile Principe di Kheta” (come lo chiama Ramses) è addirittura riuscito a raccogliere attorno a se una coalizione davvero enorme di Re e Principi[10].

Ovvio che se non vuole essere aggredito da un esercito di oltre 40.000 uomini e 3.700 carri (ognuno con tre uomini a bordo) Ramses deve prendere l’iniziativa e così, nel V anno del suo regno, il giorno 9 del mese della stagione estiva, muove con quattro Divisioni che portano il nome degli Dei protettori di ciascuna: la Amon, la Ra, la Seth e la Ptah.

Ogni Divisione ha una forza di 4.000 fanti e 1.000 tra aurighi e combattenti montati su 500 carri.

Si tratta, perciò, di 16.000 fanti e 2.000 carri veloci. Una curiosità riguarda la composizione dell’esercito in cui, spicca, unico ad essere menzionato negli atti ufficiali della guerra, un contingente di Sherdan[11] in cui molti studiosi hanno visto i coraggiosi guerrieri “Sardi”. Ma anche nello schieramento Hittita c’è una curiosità giacché, secondo gli studiosi, uno dei popoli confederati, quello degli Arwna, potrebbe indicare gli abitanti di Ilio, ovvero Troia.

Ma torniamo al campo di battaglia: l’esercito egiziano è in marcia e le Divisioni, giunte al guado dell’Oronte, sono disposte in colonna: in testa la Amon, che passa il fiume e pone il campo, mentre la Ra si trova ancora ad un “iterw” di distanza (ovvero a circa 2,5 Km).

La Ptah si trova dietro la Ra e la Seth è addirittura ancora in marcia.

Qui ci vengono in aiuto i “bollettini” di guerra che il Re farà incidere su alcuni dei suoi monumenti più importanti come il Ramesseo, o il tempio di Abu Simbel; i “servizi segreti” del Re, infatti, catturano ben presto due “shasu”, ovvero due beduini che opportunamente interrogati (e possiamo immaginare con quali metodi), confessano che l’esercito Hittita, capeggiato da Re Muwatalli, si trova addirittura ad Aleppo, ovvero alla frontiera opposta dell’Impero.

Ovviamente si tratta di un tranello, l’esercito confederato Hittita è infatti schierato alle spalle della città, ma Ramses “abbocca” e si rilassa nel campo intanto eretto, in attesa dell’arrivo e del consolidamento delle altre tre Divisioni.  Muwatalli, Re Hittita, scatena allora i suoi carri da guerra che attraversano l’Oronte (fig. 1, n.ro 1), attaccano la Divisione Ra che sta sopraggiungendo (fig. 1, n.ro 2) e proseguono nell’attacco verso l’accampamento della Amon dove si trova Ramses (fig. 1, n.ro 3).

La Ptah, come abbiamo sopra detto, è ancora ben lontana dal campo di battaglia e lo è ancor di più la Seth.

Potrebbe essere la disfatta, ed i soldati della Amon, colti completamente di sorpresa, si sbandano mentre il Re con la forza della disperazione raccoglie quanti può (a sentir lui nessuno) e coraggiosamente contrattacca più volte (fig. 2, n.ri 1, 2 e 3) mettendo in fuga i carri Hittiti che riattraversano l’Oronte e si rifugiano a Qadesh subendo considerevoli perdite, specie nei Comandanti. Da sud, intanto, sta sopraggiungendo la Ptah (fig. 2, n.ro 4) e da nord, insperatamente, una quinta Divisione di rinforzo, pure prevista ma di cui non si avevano notizie (fig. 2, 5),proveniente da Naharina (uno degli stati cuscinetto di cui si è sopra accennato) che subito si getta nella mischia.

I carri Hittiti, con numerosissime perdite, si sono ormai ritirati e le forze in campo, sfumata la sorpresa, sono ormai pari; è vero che le Divisioni Amon e Ra hanno subito a loro volta perdite considerevoli, ma è anche vero che si sono ormai attestate nella piana tre Divisioni fresche: la Ptah, la Seth e la divisione di rincalzo proveniente da Naharina che conservano intatta la vera forza di sfondamento costituita dai carri.

Dall’altra parte, gli Hittiti hanno due Divisioni fresche, ma la vera forza d’assalto, costituita anche in questo caso dai carri, è molto mal ridotta. E’ ancora vero che i carri egizi portano un solo combattente, escluso l’auriga, a fronte dell’equipaggio composto da due unità combattenti degli Hittiti, ma questi ultimi sono anche più pesanti, meno maneggevoli e molto malridotti dagli scontri precedenti. 

La situazione è decisamente di stallo: da una parte gli egizi si apprestano a iniziare l’assedio della città, dall’altra Muwatalli, che ha perso nel combattimento due fratelli, il Comandante della sua Guardia personale, svariati comandanti carristi e Generali, comprende che una guerra di logoramento non potrà che aggravare la sua posizione politica che, in questo momento, è ancora stabile. Vengono perciò inviati messi a Ramses con una proposta di pace. Ramses, non sentendosi a sua volta forse troppo sicuro della possibilità di vincere, forse appagato nell’onore dalla vittoria tattica riportata, accetta e fa ripiegare il suo esercito di fatto non concludendo la guerra, ma semplicemente rimandando il problema Hittita.

E’ verosimile che tale decisione sia stata presa anche per la scarsa fiducia che il Re aveva ormai nella sua classe dirigente militare che non tralascerà di criticare apertamente nelle trascrizioni della battaglia[12] [13](vedi anche nota 3).

Tornato in patria, Ramses II spaccerà la battaglia di Qadesh per una vittoria sfolgorante quando, di fatto, calcisticamente parlando, al massimo si potrebbe parlare di un pareggio. Le sue “gesta”, potenza della propaganda, verranno perciò scolpite, secondo la sua interpretazione s’intende, sui suoi monumenti più importanti a Luxor, a Karnak, ad Abydos e saranno poi trascritte innumerevoli volte dagli scribi tanto che ce ne restano, oggi, addirittura sette esemplari. Di uno di questi conosciamo anche il nome dello scriba che lo redasse; si trova oggi al British Museum ed è, infatti, noto come “Poema di Pentaur”.

Passano gli anni, Ramses II è ancora sul trono (non dimentichiamo che regnò per oltre 60 anni e che quando combatté la battaglia di Qadesh non doveva averne che poco più di venti), mentre Muwatalli è stato sostituito dal figlio Khattusil III, e gli Hittiti continuano ad essere i soliti turbolenti alle frontiere. Ma nel 1258 a.C. circa, le due Super-Potenze del mondo antico decidono di firmare, finalmente, un trattato di pace duratura che costituisce il primo trattato internazionale paritetico che si conosca.

Si legge, tra l’altro[14]:

…Ecco, l’ha stabilito Khattusil, il grande principe di Kheta, con il grande principe dell’Egitto [Ramses], per far che, da oggi in poi esista fra loro la pace e una buona fraternità, per sempre. [Ramses] fraternizzerà con me e sarà in pace con me, io fraternizzerò con lui e sarò in pace con lui, per sempre. …

Di questo trattato, inciso sulle mura dei templi di Karnak e nel Ramesseum nonché su lastra d’argento, restano anche tre copie di provenienza Hittita su tavolette in terra cotta; una di queste è quella riportata qui sotto di cui, data proprio l’importanza a livello di politica internazionale, esiste una copia nell’atrio del Palazzo di Vetro dell’ONU (la foto è stata da me scattata presso il Museo Archeologico di Istanbul, se volete potete tranquillamente usarla, ma citando la fonte, grazie).

Il trattato tra Ramses II e Khattusil III (foto dell’autore)

[1]   «…Trovai coraggioso il mio cuore, mentre il mio animo era gioioso.

Divenni come Monthu: lanciai frecce a destra, catturai prigionieri a sinistra; ero come Seth nella sua ora, davanti a loro. 

Le duemilacinquecento pariglie in mezzo alle quali mi trovavo, erano ammucchiate davanti ai miei cavalli. Non uno trovava fra loro coraggio per combattere.  I loro animi erano sciolti nel loro corpo, le loro braccia deboli, e non riuscivano a lanciar frecce. Non trovavano il coraggio per impugnare le loro lance. Li feci allora cadere nell’acqua come cadono i coccodrilli, uno sull’altro.

Feci strage fra loro a mio piacere, e non uno guardò dietro a sé, ne’ un altro riuscí ad andarsene.  Ogni caduto fra loro non si rialzava più…»

(Tutti i brani riportati nelle note sono tratti dal “Poema di Pentaur”, nella versione di Edda Bresciani in  “Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto”, ed. Einaudi, p.286 e sgg.)

[2]   Del cosiddetto “bollettino di Qadesh”, esistono varie versioni egizie scolpite sui muri dei templi di Abidos (muro di cinta), Luxor (lato nord del pilone e mura dell’avancorte), Karnak (angolo nord-ovest della corte detta “della cachette”; faccia occidentale del muro ovest della corte del nono pilone; muro esterno meridionale della sala ipostila) e nel Ramesseum. La più famosa è, tuttavia, quella sul muro nord del tempio di Abu Simbel. Esistono, inoltre, versioni su papiro così come trascritte, in ieratico, dallo scriba Pentawer, o Pentaur (di qui il nome con cui è maggiormente conosciuta di “poema di Pentaur”). Il Poema c’è giunto in due frammenti, uno si trova oggi presso il British Museum di Londra (papiro Sellier III), l’altro presso il Louvre di Parigi (papiro Rifèh): si tratta di complessive 112 righe risalenti all’anno VII di regno “di Ramses Meri-Amon dispensatore di vita come suo padre Ra, dal capo bibliotecario degli archivi reali, lo scriba Pentaur”.  

[3]   «…Ho vinto milioni di paesi da solo, con Vittoria in Tebe e Mut è soddisfatta, i miei grandi cavalli.

     Solo loro mi hanno aiutato a combattere quando ero da solo contro paesi numerosi. Darò disposizioni per farli mangiare io stesso, quando sarò a Palazzo, ogni giorno in mia presenza: solo loro ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero…»

[4]   «…Non c’è un principe con me, non c’è auriga, non c’è un soldato, non un ufficiale. Mi ha lasciato il mio esercito, la mia cavalleria si è in ritirata davanti a loro, non si è fermato uno di loro per combattere…»

[5]   Kinza, in lingua Hittita, ubicata nell’attuale Siria, a circa 25 km da Homs e verosimilmente identificabile nei resti di Tell Nebi Mend.

[6]   Nome di Horus: Kanakht-Merimaat (Toro possente, amato da Maat); titolo le Due Signore: Mek-kemet-uaf-khasut (Protettore d’Egitto, Dominatore dei Paesi Stranieri); Horus d’Oro: Userrenput-Aanekhtu (Ricco di Anni, Grande di Vittorie); Nesw-Bity (Colui che regna sul Giunco e sull’ape): User-maat-ra Setepenra (Potente è la Maat di Ra, Eletto di Ra); Sa-Ra (Figlio di Ra): Ramses Meri-Amon (Ra lo ha Generato, Amato da Amon).

[7]   Il tempio di Abu Simbel era orientato in modo che, in due date ben prestabilite (verosimilmente il 21 febbraio e il 21 ottobre), il sole sorgente illuminasse l’interno del sacrario e, in particolare, proprio la statua di Ramses assisa tra gli altri Dei. Tale fenomeno si ritiene servisse a rigenerare il vigore e la forza del Re. Con la costruzione della diga di Aswan, negli anni ’60 del secolo scorso, e lo spostamento dell’intero tempio di 210 m più indietro e 65 m più in alto della precedente posizione, il fenomeno, pur mantenendo l’orientamento originale, si spostò al 22 febbraio e al 22 ottobre.

[8]   Mennefer = Menfi; Niwt = Tebe; On = Heliopolis.

[9]   Nota fin dall’antichità, era considerata non recuperabile per la gran quantità di detriti e fango che la riempiva anche a causa delle molte alluvioni succedutesi nei millenni (almeno 11). Nel periodo 1960-1990, inoltre, proprio sopra la tomba si trovava il parcheggio dei pullman turistici, il che causò numerosi altri crolli. Nel 1825 molto verosimilmente la KV5 era stata visitata dall’egittologo inglese James Haliburton (cognome poi variato in Burton) (1788-1862) che però, a causa dei detriti, poté penetrare solo per pochi metri; fu poi la volta, nel 1902, di Howard Carter che, pure, non riuscì ad andare molto oltre l’ingresso. Abbandonata del tutto, della tomba si persero quasi le tracce finché non venne “ri-scoperta”, nel 1984-85, dall’egittologo statunitense Kent R. Weeks (1941-vivente) che iniziò lavori sistematici di scavo e recupero che, a oggi, hanno consentito di individuare oltre 150 locali.

[10] «…il vile principe, il caduto di Kheta, aveva riunito a sé tutte le terre straniere, dai confini del mare alla terra di Kheta, che  erano venute al completo, Naharina, Arzawa, Derden, Qesheqesh, Mesa, Pidasa, Arwna, Qarkesc, Luka, Qagiuaden, Karkemish, Ugarit, Qedi, la terra di Nugas al completo, Mushanet, Qadesh…»

[11] «…Sua Maestà aveva preparato il suo esercito, la sua cavalleria, gli Sherdan… forniti di tutti i loro attrezzi di guerra…»

[12] «…Tutte le terre straniere si sono unite contro di me. 

     Io sono solo, non c’è nessuno con me, mi ha abbandonato il mio esercito numeroso. 

     Non uno ha guardato verso di me fra i miei carristi, se io grido, non uno di loro mi sente. Ma io grido ugualmente e trovo forza in Amon, più di milioni di soldati, più che centinaia di migliaia di cavalieri, piú che decine di migliaia di fratelli e di figli…»

[13] «…Oh, la bella impresa del titolare di molti monumenti a Tebe, la città di Amon, e l’impresa vergognosa compiuta dal mio esercito e dalla mia cavalleria, troppo grande per essere detta!…»

[14] traduzione tratta da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, E.Bresciani, ed. Einaudi, p. 286

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