Arte militare

LA BATTAGLIA NAVALE DEL DELTA DEL NILO

Di Sandro Barucci

Il faraone Ramses III, attorno al 1175 a.C. , si trovò a fronteggiare sul Delta del Nilo un tentativo di invasione da parte dei cosiddetti “popoli del mare” .

Un bassorilievo raffigurante la battaglia fu ritrovato nel suo mausoleo a Medinet Habu, Egitto meridionale, di fronte a Luxor sulla sponda opposta del fiume.

E’ raffigurato uno scontro molto cruento e caotico, che ha fornito però molte indicazioni agli studiosi, estrapolando le singole imbarcazioni egizie ed avversarie dal groviglio dei combattenti e dei morti e feriti caduti in acqua.

Riporto qui una immagine (da Nelson 1945) dove togliendo i corpi in acqua dalla cruenta rappresentazione complessiva vista nel post precedente, si possono meglio osservare le imbarcazioni coinvolte, con la lettera E le egizie, con la N quelle dei “popoli del mare”.

Si vede subito che tutte hanno la vela quadra imbrogliata (serrata sul pennone, che ha in tutte la stessa forma arcuata). Le imbarcazioni egizie hanno però i remi in posizione d’ uso; questo ha fatto pensare ad alcuni che la flotta di Ramses III abbia sorpreso gli invasori non pronti al combattimento.

Nell’ingrandimento della imbarcazione N1 degli invasori (da Nelson 1930 ) ho evidenziato a colori alcuni particolari interessanti :

in giallo la vela raccolta sul pennone ed in rosso le manovre. Quest’ultima è una innovazione tecnica importante, comune a tutte le imbarcazioni dei due schieramenti e consente di conferire alla vela quadra la forma migliore a seconda del vento (Vinson 1993) o di raccoglierla sul pennone, senza dover lasciare il ponte di coperta.

Le sole navi degli invasori sono caratterizzate dall’ornamento a prua e poppa a forma di testa di uccello , e dalla struttura in testa d’albero interpretata come una coffa , in azzurro, assolutamente assente nella tradizione egizia.

Come abbiamo visto spesso nei dipinti murali e bassorilievi egizi, i protagonisti della scena sono raffigurati con dimensioni decisamente aumentate rispetto alle navi, che appaiono così piccole “barchette”. In realtà nel 1175 a.C. entrambe le flotte avversarie sono dotate di mezzi navali consistenti. Wachsman ha aggiunto alla sua analisi l’immagine riportata in scala più realistica della nave N3 dei “popoli del mare” .

Parleremo ancora dei “popoli del mare” anche se con cautela, perché molto si è detto e scritto in proposito basandosi più su miti che su prove concrete.

Nel bassorilievo di Medinet Habu abbiamo già visto la particolarissima forma di prua e poppa delle navi degli invasori , con le teste di uccello alle due estremità, entrambe rivolte (in senso opposto fra loro) verso l’esterno dello scafo. E’ una forma assente nella tradizione micenea/egizia/mediterranea-orientale, che invece è collegata all’Europa centrale e alla “Cultura dei campi di urne” con le sue “vogelbarke” le “barche-uccello”. Nel lavoro di Wachsmann del 2013 sono mostrati gli esempi qui riprodotti: A) nord Romania, B) Ungheria, C) Tirinto. Si potrebbe pensare ad una migrazione di popoli del Centro-Europa verso sud a costituire almeno una parte degli invasori.

La constatazione non è certo nuova, vari studiosi hanno parlato di migrazioni . Lo stesso Prof. Maurizio Damiano parla della 

“…gigantesca ondata migratoria che intorno al XIV-XIII secolo sconvolse il mondo orientale : interi popoli si spostarono portando con sè famiglie, masserizie e bestiame, occupando le terre sul loro cammino e spingendo gli abitanti ad abbandonarle a loro volta.”

I popoli del mare non sono occasionali predoni associati in bande, ma parte di un fenomeno vasto.

Concludo il discorso sugli invasori raffigurati nello scontro con Ramses III (circa 1175 aC) anche se una vera parola fine sul tema nessuno la può dire fino ad oggi.

Come detto in precedenza una migrazione gigantesca ed invasiva si verifica da Nord verso il Mediterraneo orientale. Arrivano al collasso quasi contemporaneo la Civiltà Micenea , l’Impero Ittita, il regno dei Mitanni fra il 1200 ed il 1170 a.C.

I cosiddetti “popoli del mare” sono una parte del fenomeno e non è escluso che abbiano partecipato alle predazioni lungo le coste anche gli “italiani” aggregandosi in un momento propizio per le scorribande : equipaggi Sardi , Siciliani, qualcuno ha parlato anche di etruschi . Nell’immagine una possibile ricostruzione di una delle aggressive navi. Ricordiamo però che bande di aggressori ben attrezzati e numerosi non possono aver provocato di per sé il collasso della Civiltà del Bronzo nel mediterraneo orientale (fissata convenzionalmente al 1200 a.C.)

Riporto anche lo schema pubblicato da Kaniewski et al. dove si può vedere il progredire delle invasioni (ho solo colorato terra e mare per miglior visione in un post) . La ricerca aveva lo scopo di determinare l’esatta data della caduta di Gibala (in rosso) , ricordiamo che era un importante porto presidiato dagli Ittiti.

Solo il faraone egizio potrà fermare l’ondata minacciosa .

Riferimenti:

  • Wachsmann, Shelley, “The Ships of the Sea Peoples.” International Journal of Nautical Archaeology 10, no. 3 (1981): 187–220. doi:10.1111/J.1095-9270.1981.TB00030.X.
  • Nelson, Harold Hayden, 1930, “Medinet Habu” , Vol.I , Oriental Inst. Publ. , University of Chicago Press.
  • Nelson. Hayden Harold, 1943, “The naval battle pictured at Medinet Habu”. Journal of NearEastern Studies, V. 2, pag. 40-45.
  • Vinson, Steve. “The Earliest Representations of Brailed Sails.” Journal of the American Research Center in Egypt 30 (1993).
  • Wachsmann, Shelley. (2013). The Gurob Ship-Cart Model and Its Mediterranean Context. College Station, Texas A&M University Press
  • Damiano, Maurizio, (1996), Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane. Mondadori ISBN 9788878136113
  • Kaniewski D, Van Campo E, Van Lerberghe K, et al. (2011) The Sea Peoples, from Cuneiform Tablets to Carbon Dating. PLOS ONE 6(6): e20232.
Arte militare, Età Tarda

L’ARMATA PERDUTA DI CAMBISE

Di Luisa Bovitutti

“Nel deserto occidentale, a tratti, il vento porta con se’ un suono lugubre. Secondo la leggenda, e’ il lamento dei 50.000 soldati persiani inghiottiti dal nulla 2500 anni fa”.

Il re persiano Cambise II, figlio di Ciro il Grande, nel 525 a. C. sconfisse l’esercito egizio nei pressi di Pelusio, catturò il re Psammetico III che poi si suicidò, si impadronì di Menfi e dilagò fino a Tebe, facendosi proclamare faraone; Erodoto, lo dipinge come un folle, dispotico e crudele, colpevole di aver distrutto numerosi templi, di aver fatto assassinare il fratello e la sorella, di aver massacrato la precedente élite egizia e di aver ucciso il sacro toro Api.

Nella primavera del 524 a.C. Cambise inviò un esercito di circa 50.000 uomini all’oasi di Siwa, sede dell’oracolo di Amon, dove era asserragliata una guarnigione egizia, per conquistarla e distruggerla ed impadronirsi di un ricco ed importante caposaldo del traffico commerciale carovaniero tra l’Africa nera ed il Mediterraneo, nonche’ di quello costiero est-ovest.

Da Tebe, luogo di partenza della spedizione, l’oasi distava 880 chilometri in linea d’aria, da percorrere attraverso il deserto chiamato il Grande Mare di Sabbia, battuto dal violento vento khamsin, secco e terribilmente caldo, che soffia a 150 Km/h, tinge il cielo di un arancio scuro e rende l’aria carica di sabbia; al suo passaggio l’umidità crolla sotto il 5%, la temperatura si innalza sopra i 45 C e si formano slavine mortali di sabbia fine.

Guerrieri persiani appartenenti al corpo d’élite definito degli “Immortali” (rilievo proveniente da Susa)

Dopo sette giorni di viaggio in difficili condizioni l’armata giunse nei pressi dell’oasi di El-Kharga ma da lì se ne perse ogni traccia. Secondo Erodoto, si trovò ad affrontare una violentissima tempesta che si protrasse per molti giorni e che decretò la fine di uomini ed animali, soffocati dalla sabbia, disidratati dal calore e dalla mancanza d’acqua, storditi dalla mancata visibilità ed alla fine sepolti per sempre da una coltre spessa di sabbia che ricopriva il teatro della tragedia.

Da oltre due secoli archeologi, esploratori e geografi cercano resti, notizie e tracce dell’armata scomparsa, ma fino ad oggi non è stato trovato nessun riscontro archeologico definitivo.

Nel 2009 gli archeologi varesini Angelo ed Alfredo Castiglioni hanno pubblicato un documentario che mostra i risultati delle spedizioni effettuate nel deserto alla ricerca dell’esercito di Cambise, che ritenevano non avesse seguito la tradizionale “via delle oasi”, presidiata dagli Egizi, ma che partendo da El Kharga, si fosse diretto verso occidente, all’altopiano roccioso di Gilf El Kebir, passando per il Uadi Abd el Melik, e puntando poi a nord verso Siwa per sorprendere il nemico alle spalle.

Lungo questo tragitto “alternativo” hanno rinvenuto degli alamat (cumuli di pietre per orientarsi), sorgenti oggi prosciugate ed un deposito di centinaia di anfore per l’acqua datate a 2500 anni fa e sepolte nella sabbia, che avrebbero reso possibile una marcia nel deserto; inoltre hanno portato alla luce nei pressi di una caverna abbastanza vicino a Siwa numerose ossa umane e piccoli oggetti di epoca achemenide che potrebbero riferirsi all’Armata perduta (punte di freccia, un pugnale, parte dei finimenti di un cavallo, un orecchino e le perle di una collana).

L’egittologo prof. Olaf Kaper dell’Università di Leida sostiene invece che l’esercito non scomparve ma venne semplicemente sconfitto in battaglia dopo essere caduto in un’imboscata mentre cercava di riconquistare parte del paese che gli Egizi, sotto la guida del nobile Petubasti III, proclamato faraone, avevano sottratto al dominio persiano. Dario I, successore di Cambise, alla fine soffocò nel sangue la rivolta egizia, e per non offuscare la gloria di quest’ultimo attribuì la disfatta dell’esercito ad una calamità naturale.

I reperti si trovano ora presso il Museo Castiglioni di Varese, dal cui sito sono tratte le immagini.

FONTI:

Arte militare, Ramses II

IL POEMA DI PENTAUR

Di Francesco Alba

Ramses II combatte contro gli Ittiti sulle rive dell’Oronte, a Qadesh.

Ora benché pregassi nella terra lontana, la mia voce risuonò nel meridione di On.

mi porse la sua mano ed io fui pieno di gioia.

Mi chiamò alle spalle, come fosse vicino:

“Avanti, sono insieme a te,

Io, tuo padre, la mia mano è con te,

prevalgo su centomila uomini,

Io sono il signore della vittoria, amante del valore!”

Ritrovai il mio cuore saldo, il mio petto pieno di gioia,

riuscivo in tutto quello che facevo, ero come Mont.

Scagliavo dardi alla mia destra, aggrappato con la mia sinistra,

ero davanti a loro come Seth nella sua ora cruciale.

Mi accorsi della massa di carri in mezzo alla quale mi trovavo,

si disperdevano davanti ai miei cavalli;

nessuno di loro trovava la propria mano per combattere,

i loro cuori non reggevano nei loro corpi per la paura di me.

Le loro braccia erano come rallentate, non potevano scagliare,

non avevano il coraggio di afferrare le proprie lance;

Li ho fatti precipitare in acqua come si tuffano i coccodrilli,

Caddero sulle loro facce, uno sull’altro.

Portai il massacro fra loro a mio piacimento,

nessuno guardò dietro di sé, nessuno si voltò,

chi cadde, mai più si rialzò. . .

Il testo del Poema di Pentaur, riportato sui monumenti di Tebe, Karnak e Abido e nei Papiri Sallier, descrive la Battaglia di Qadesh e le prodezze di Ramses Il grande. Pentaur fu probabilmente uno scriba vissuto ai tempi di Merenptah, figlio e successore di Ramses. È estremamente probabile che egli abbia copiato il testo da una versione più antica. Non si tratta in effetti di un vero e proprio poema; l’opera tratta diversi episodi della campagna contro gli Ittiti culminata con lo scontro presso le rive dell’Oronte. Ulteriori dettagli sono contenuti in bollettini militari e nei rilievi monumentali.

Ramses il Grande (1290 – 1224 a.C., XIX Dinastia), nel quinto anno del suo regno si scontrò con gli Ittiti guidati dal re Muwatallis, a Qadesh (odierna Siria), presso il fiume Oronte. Entrambe le parti reclamarono la vittoria dopo una serie di scontri, inclusi spionaggio e imboscate; infine Egizi e Ittiti riconobbero di trovarsi in una situazione di stallo. La battaglia di Qadesh è ben documentata nei bassorilievi ramessidi e sulle tavolette ittite in linguaggio cuneiforme accadico. Dopo alcuni anni di conflitti, ambedue le potenze si accordarono sulla stipula di un trattato di pace che fu sigillato dallo sposalizio di Ramses con una principessa ittita, la figlia di Hattusilis III e della regina Pedukhipa.

La riproduzione pittorica è di Émile Prisse d’Avennes, egittologo francese (1807 – 1879):

Ramses, ritratto come l’unico eroe della battaglia, conduce il carro mediante delle redini legate alla vita e scaglia frecce verso gli Ittiti. Il fiume Oronte, prossimo al campo di battaglia, è visibile sul fondo della scena, ma la fortezza di Qadesh (che non fu presa) è stata tralasciata. L’abito, l’imbracatura e l’equipaggiamento del carro sono stati riprodotti con dettagli elaborati e nei loro completi e originali colori. La scena proviene dal Secondo Pilone del Ramesseum, a Tebe.

Arte militare, Ramses II

IL TRATTATO DI PACE CON GLI HITTITI

Di Ivo Prezioso

Si tratta del primo trattato conosciuto dalla storia e fu redatto in babilonese, la lingua diplomatica dell’epoca. Dal tipo di espressioni utilizzate, sembrerebbe che sia stato opera di giuristi del re Hattusili, ma alla stesura avevano contribuito anche tre eminenti uomini di legge egiziani delegati da Ramses II. I membri di questa commissione mista, presero la volta dell’Egitto, attraversando la Siria sui carri protetti da una scorta armata e facendo tappa nelle località che anni prima erano state devastate dai continui conflitti tra i due paesi. Arrivarono a Pi-Ramses, nell’anno 21 di regno del faraone, circa trenta giorni dopo la partenza da Hattusa (l’odierna città turca di Boghazkoy), e giunsero alla reggia il ventunesimo giorno del primo mese invernale (presumibilmente tra novembre e dicembre del 1259 a.C.) . Usermaatra Setpenra Ramessw Meriamon, aveva quarantasei anni. I delegati recavano una grande tavola d’argento, lucidissima sulle cui facce erano incisi caratteri cuneiformi. Al centro spiccava il grande sigillo dello stato Ittita. Sul verso era,in rilievo, l’immagine di Seth che stringe un’effigie del Gran Principe di Hatti, circondata da un’iscrizione che recita: “ Il sigillo di Seth, sovrano del cielo, il sigillo del trattato fatto da Hattusili, il grande signore di Hatti, il potente figlio di Mursili”. Sul verso un rilievo con la dea di Hatti che stringe una figura femminile che rappresenta la grande sovrana del paese. La relativa iscrizione dice: Il sigillo della dea-sole Arinna, la sovrana del paese, il sigillo di Pudukhepa, grande sovrana di Hatti, figlia di Kizzuwadna, sacerdotessa della città di Arinna”.

Ramses, circondato dai consiglieri fece chiamare lo scriba interprete, perché il testo gli fosse tradotto immediatamente al fine di confrontarlo con la versione egiziana, già redatta. Dopo lievi modifiche apportate al testo babilonese, le copie su papiro furono depositate presso quello che oggi chiameremmo Ministero degli Affari Esteri. La versione definitiva, in babilonese, fu incisa su tavolette di argilla ed affidata alla delegazione incaricata di consegnarla ad Hattusili.Questi fece deporre il testo egiziano sotto i piedi del dio Teshub , mentre ad Eliopoli la tavoletta ittita fu posta ai piedi di una statua del dio Horakhty. Inoltre Ramses, ordinò che il testo fosse inciso in geroglifici sui muri di Karnak, dove fu decifrato per la prima volta da Champollion, che non conosceva l’esistenza degli ittiti, ed anche nel Ramesseum, accanto alla rappresentazione della battaglia di Kadesh. E’ probabile che una copia fosse stata incisa anche a Pi-Ramses.

La versione ittita del trattato Museo Archeologico di Istanbul

IL CONTENUTO DEL TRATTATO

La redazione di questo trattato ha suscitato l’interesse di giuristi che hanno constatato come il testo sia sorprendentemente moderno. Uno degli studi più autorevoli è stato pubblicato dal giudice Ch.-P.Loubière, “Les chroniques égyptiennes: le traité de paix égypto-hittite, une negociation vieille de 3200 ans”. L’autore si esprime in questi termini:

<<il trattato è così un atto soggetto al diritto internazionale….che si afferma veramente come tale quando mette la guerra “fuorilegge”. Questo principio fondamentale ci ricorda la Carta dell’ONU, che vieta di ricorrere alla forza come modo di regolare le differenze fra gli stati; la guerra ormai concepita come illecita, cede il posto ai procedimenti pacifici di negoziazione>>.

Il trattato proponeva prima di tutto “bella fraternità e pace”. In sostanza un patto reciproco di non aggressione con norme sull’estradizione, sul trattamento umano degli estradati e sulla mutua assistenza contro eventuali aggressori. Si parla, inoltre dell’alleanza fra le famiglie regnanti . Il suo contenuto sorprende per la modernità di alcuni elementi di diritto internazionale, che son ancora oggi in vigore. Una nota curiosa innanzitutto: ciascuno dei due sovrani afferma essere stato l’altro a prendere l’iniziativa verso il grande passo. Nonostante le due versioni mostrino qualche lieve differenza, esse sono in sostanza sovrapponibili nella parte conservata che hanno in comune. Si tratta di una ventina di paragrafi concordanti sui punti essenziali in cui viene citato più volte l’accordo stretto tra i due paesi al tempo in cui Suppilluliuma, contemporaneo dei faraoni dell’epoca amarniana, regnava su Hatti. Quel primo accordo fu gravemente minacciato allorquando il principe Zannanza (il figlio di Supilluliuma), che la vedova di Tutankhamon, Ankhesenamon, aveva chiesto in sposo, fu assassinato, mentre si recava in Egitto, probabilmente per ordine di Horemheb. Ma veniamo ad illustrare alcuni elementi fondamentali di quel trattato.

Estradizione di semplici rifugiati:

Se uno o più uomini senza importanza fuggono e si rifugiano nel paese di Hatti per servire un altro padrone, non devono restare nel paese di Hatti. Bisogna ricondurli a Ramses-Meriamon, il grande sovrano d’Egitto.”

Amnistia per i rifugiati:

Se un egiziano o anche due o tre fuggono dall’Egitto e arrivano nel grande paese di Hatti….in questo caso il grande signore di Hatti li catturerà e li manderà a Ramses, grande sovrano d’Egitto. Non gli sarà rimproverato il loro errore, la loro casa non sarà distrutta, le loro donne e i loro figli avranno salva la vita, non saranno messi a morte. Non gli saranno inflitte ferite, né agli occhi né alle orecchie né alla bocca né alle gambe. Nessun reato gli sarà imputato.”

Segue la clausola di reciprocità da parte ittita esposta esattamente con le stesse modalità.

Divinità dei due paese chiamate a testimoni del trattato:

Per quanto riguarda le parole del trattato che il grande signore di Hatti ha scambiato con il grande re d’Egitto Ramses-Meriamon, esse sono incise su questa tavola d’argento. Mille dei e mille dee del paese di Hatti, e mille forme maschili e femminili le hanno intese e ne sono testimoni: il sole maschio signore del cielo e il sole femmina della città di Arinna. Seth del paese di Hatti, Seth della città di Arinna, Seth della città di Pittiyarik, Seth della città di Hissaspa, Seth della città di Saressa, Seth della città di Haleb (Aleppo), Seth della città di Luczina, Seth della città di Nerik, Seth della città di Nushashe, Seth della città di Shapina, Astarte della terra di Hatti……la dea di Karana, la dea del campo di battaglia, la dea di Ninive….la dea del cielo, gli dei signori del giuramento …la sovrana delle montagne dei fiumi del paese di Hatti, gli dei del paese di Kizzuwadna; Amon Ra e Seth, le forme divine maschili e femminili, le montagne e i fiumi d’Egitto, il cielo, la terra, il grande mare, i venti, le nubi, la tempesta.

La salvaguardia del trattato:

Per quanto riguarda le parole incise su questa tavola d’argento della terra di Hatti e della terra d’Egitto, le mille forme divine della terra di Hatti e le mille forme divine della terra d’Egitto distruggeranno la casa, la terra e i servi di colui che non le rispetterà. Quanto a colui che rispetterà le parole incise su questa tavola d’argento, ittita o egiziano, e che ne terrà conto, le mille forme divine della terra di Hatti e le mille forme divine della terra d’Egitto, assicureranno prosperità e vita a lui, alla sua casa, al suo paese, ai suoi servi.

Ci fu tra i due paesi uno scambio di felicitazioni e doni. La regina Pudukhepa scrisse a Nefertari (Naptera, in babilonese), ignorando Isinofret, l’altra grande sposa reale di Ramses. Le esprimeva la sua soddisfazione per la pace fraterna che da quel momento avrebbe unito i due paesi . Nefertari, si affidò ad uno degli interpreti che trascrisse la sua risposta in caratteri cuneiformi.

Allora Naptera, la grande regina d’Egitto, disse: << Per Pudukhepa, la grande regina di Hatti, mia sorella, io parlo così. Per me, sorella mia,, tutto va bene, per il mio paese tutto va bene. Per te sorella mia (auguro) che tutto vada bene. Vedi, ora ho apprezzato che tu sorella mi abbia scritto a proposito dei rapporti di buona pace e fraternità in cui sono entrati il grande re, sovrano d’Egitto, e suo fratello il grande re, sovrano di Hatti. Possano il dio sole e il dio della tempesta (Seth) apportarti la gioia; possa il dio sole fare che la pace sia buona e accordi la fratellanza al grande re, sovrano d’Egitto, e a suo fratello il grande re, sovrano di Hatti, per sempre.”

Fonti:

Christiane Desroches-Noblecourt: “Ramsès II, le Véritable Histoire”, (It. Ramsete II figlio del Sole, Trad. Maria Magrini).

Ch.-P. Loubière: “Les chroniques égyptiennes: le traité de paix égypto-hittite, une negociation vieille de 3200 ans”, Journal du Tribunal de Grande Instance de Paris, 1993.

Arte militare, Ramses II

LA BATTAGLIA DI QADESH

di Giuseppe Esposito

Chissà quante volte avete sentito parlare della Battaglia di Qadesh (ma anche Kadesh, o Qades) e anche in questo stesso sito/gruppo esiste qualcosa di quella che Ramses II, il Grande, “contrabbandò” per una folgorante vittoria quando al massimo, calcisticamente parlando, si trattò di un pareggio. Ma, si sa, la pubblicità è l’anima del commercio, e in politica la pubblicità, e la visibilità, sono elementi utili per il mantenimento del potere come, purtroppo, hanno scoperto tanti dei nostri politici nostrani compulsivamente attirati dai social. Sperando di non ripetere troppo cose già dette e ridette, a mia volta vi parlerò di una delle battaglie più famose della storia egizia e, forse, della storia in senso lato. Direi che, per chi segue con assiduità questo sito/gruppo, questo articolo farà il paio con quello che, nel novembre 2021, pubblicai su Thutmosi III e la Battaglia di Megiddo.

E ora, armiamoci e gettiamoci nella mischia… buona lettura!

La freccia lasciò l’arco e con una traiettoria leggermente curva volò sopra il campo, quasi si fermò alla sommità della parabola, poi precipitò verso il suo bersaglio accelerando impercettibilmente. Un leggero vento trasversale tentò di deviarla dalla sua corsa, ma la rossa impennatura, la mantenne stabile nell’aria finché incontrò il bronzo della corazza del Generale hittita.

Se il campo fosse stato più silenzioso, se non ci fossero state le urla dei combattenti e quelle dei moribondi, se il rumore delle ruote falcate dei carri hittiti e di quelle dei leggeri carri della terra di Kemi non avesse monopolizzato l’aria, si sarebbe allora sentito nettamente lo stridio del legno che attraversava il bronzo, poi il tonfo sulla leggera cotta imbottita che, non reggendo all’impatto, avrebbe consentito alla punta in metallo di penetrare profondamente nella carne traendone un risucchiante rumore che sovrastò definitivamente la vita del Generale.

Quasi sbigottito, questi guardò il legno che gli sporgeva dal torace e l’ultima cosa che vide fu l’impennaggio rosso, poi precipitò dal carro lanciato a folle velocità, si ritrovò sotto le ruote di quello che lo seguiva dappresso; né il cielo, né il Grande Re Khattusil, ne’ Qadesh, ne’ la terra di Kheta, ebbero più importanza!

MENNA

Là, nella piana, sta accadendo qualcosa, ma non si sa quale sia l’esito della battaglia… dalle spesse mura merlate di Qadesh si vede solo un’impenetrabile nuvola di polvere in cui, a stento, si scorgono i possenti carri da guerra, con i loro equipaggi di tre uomini, correre in tutte le direzioni. Tra quei carri così massicci, vanto dell’esercito confederato, si muove, a velocità doppia, un carro leggerissimo; ha ruote a sei raggi e un pianale che splende ai pochi raggi di sole che riescono a colpirlo in quella baraonda infernale.

Forse non conosciamo il nome dei grandi generali di entrambi gli schieramenti, ma di quel carro conosciamo il nome del conducente, si chiama Menna e, probabilmente, porta le redini legate alla vita per aiutare l’unico altro combattente che, accanto a lui sullo stretto pianale di vimini e giunchi che corre all’impazzata sul campo di battaglia, scaglia frecce, le uniche con impennaggio rosso, che trovano sempre, mortalmente, un bersaglio.

VITTORIA IN TEBE e MUT E’ SODDISFATTA

Ancor più incredibile è che di quel carro conosciamo anche il nome dei cavalli che, bava alla bocca e groppa grondante sudore, lo fanno quasi volare tra gli oltre duemilacinquecento carri nemici[1]: “Vittoria in Tebe”, l’uno, “Mut è soddisfatta”, l’altro.

I pennacchi che ne ornano le teste sono imbrattati di polvere e di sangue, e rendono quel carro decisamente un bersaglio per tutti i carri nemici: come la strana pietra nera che attrae il metallo delle stelle, tutti convergono su quei pennacchi, e tutti sanno che, catturare, colpire o uccidere quel carrista può portare inimmaginabili onori, gloria, titoli, ricchezza, perché solo lui, il Re nemico in persona, può spavaldamente sfoggiarli.

Vittoria in Tebe”, “Mut è soddisfatta”, strani nomi, direte voi, e ancor più strano sarà che il combattente di quel carro, al termine della battaglia dichiarerà, facendolo addirittura scolpire nella pietra[2], che ogni giorno, quando sarà a Palazzo, assisterà al pasto di quegli animali così coraggiosi[3] unici, assieme all’auriga Menna, a essere con lui nella mischia mentre Principi, Ufficiali e lo stesso Esercito, troppo impauriti, neppure lo hanno seguito[4].

Davanti al rilievo che ricorda quella cruenta battaglia nella piana di Qadesh[5], User-Maat-Ra Setpenra Ramses[6], secondo di questo nome, l’amato di Amon, il Grande Re delle Due Terre, Colui che regna sul Giunco e sull’Ape, risente ancora nelle orecchie quelle urla e, involontariamente, le dita della mano destra si atteggiano a stringere la cocca e la corda del suo possente arco… in quella, il primo raggio del sole improvvisamente esplode all’interno delle scure profondità ed illumina i quattro dei che lo attendono sul fondo del tempio[7] e che simboleggiano il mondo delle Due Terre: Ptah il “creatore”, in onore dell’antica Mennefer[8], Amon per Niwt, Ra-Horakti per On, e lo stesso Ramses che simboleggia l’intera Terra di Kemi.

 Figlio di Sethy I, iniziatore della XIX Dinastia, sarà uno dei Faraoni più longevi che si conoscano (morirà infatti ad oltre 80 anni) ed il suo regno durerà per oltre 60 anni. Si dice inoltre che abbia avuto 100 tra figli e figlie (e la tomba KV5[9], ritrovata nella Valle dei Re, parrebbe confermarlo viste le dimensioni) e che abbia iniziato la costruzione di una grande città che da lui prese il nome.

Quell’uomo, quel Dio, è conosciuto anche come Ramses il Grande, ed è solo il secondo a portare questo prestigioso nome giacché, dopo di lui, ne seguiranno altri nove.

Ma ora che abbiamo presentato i protagonisti di questa storia, direi che è il momento di sapere come mai Ramses si trova in quella piana sconfinata e, soprattutto, perché è solo contro tutti quei nemici agguerriti. Da sempre gli Hittiti, che vivevano nell’area attualmente occupata dalla Turchia, erano una spina nel fianco dell’Egitto che si era, in qualche modo, protetto alleandosi con nazioni vicine che dovevano fungere da “zone cuscinetto” contro i frequenti tentativi di invasione.

Ovvio che un’alleanza internazionale di questo tipo deve basarsi su un corrispettivo e questo, oltre a consistenti aiuti economici, è la protezione proprio dagli attacchi e dalle scorrerie degli Hittiti.

Già in precedenza, nella battaglia di Megiddo combattuta da Thutmosi III (e chi ha letto l’articolo precedente in questo stesso sito sa di cosa sto parlando) erano apparsi, e da allora sono ormai trascorsi oltre 200 anni, ma quegli attaccabrighe degli Hittiti sono sempre lì con le loro incursioni ed ora il “vile Principe di Kheta” (come lo chiama Ramses) è addirittura riuscito a raccogliere attorno a se una coalizione davvero enorme di Re e Principi[10].

Ovvio che se non vuole essere aggredito da un esercito di oltre 40.000 uomini e 3.700 carri (ognuno con tre uomini a bordo) Ramses deve prendere l’iniziativa e così, nel V anno del suo regno, il giorno 9 del mese della stagione estiva, muove con quattro Divisioni che portano il nome degli Dei protettori di ciascuna: la Amon, la Ra, la Seth e la Ptah.

Ogni Divisione ha una forza di 4.000 fanti e 1.000 tra aurighi e combattenti montati su 500 carri.

Si tratta, perciò, di 16.000 fanti e 2.000 carri veloci. Una curiosità riguarda la composizione dell’esercito in cui, spicca, unico ad essere menzionato negli atti ufficiali della guerra, un contingente di Sherdan[11] in cui molti studiosi hanno visto i coraggiosi guerrieri “Sardi”. Ma anche nello schieramento Hittita c’è una curiosità giacché, secondo gli studiosi, uno dei popoli confederati, quello degli Arwna, potrebbe indicare gli abitanti di Ilio, ovvero Troia.

Ma torniamo al campo di battaglia: l’esercito egiziano è in marcia e le Divisioni, giunte al guado dell’Oronte, sono disposte in colonna: in testa la Amon, che passa il fiume e pone il campo, mentre la Ra si trova ancora ad un “iterw” di distanza (ovvero a circa 2,5 Km).

La Ptah si trova dietro la Ra e la Seth è addirittura ancora in marcia.

Qui ci vengono in aiuto i “bollettini” di guerra che il Re farà incidere su alcuni dei suoi monumenti più importanti come il Ramesseo, o il tempio di Abu Simbel; i “servizi segreti” del Re, infatti, catturano ben presto due “shasu”, ovvero due beduini che opportunamente interrogati (e possiamo immaginare con quali metodi), confessano che l’esercito Hittita, capeggiato da Re Muwatalli, si trova addirittura ad Aleppo, ovvero alla frontiera opposta dell’Impero.

Ovviamente si tratta di un tranello, l’esercito confederato Hittita è infatti schierato alle spalle della città, ma Ramses “abbocca” e si rilassa nel campo intanto eretto, in attesa dell’arrivo e del consolidamento delle altre tre Divisioni.  Muwatalli, Re Hittita, scatena allora i suoi carri da guerra che attraversano l’Oronte (fig. 1, n.ro 1), attaccano la Divisione Ra che sta sopraggiungendo (fig. 1, n.ro 2) e proseguono nell’attacco verso l’accampamento della Amon dove si trova Ramses (fig. 1, n.ro 3).

La Ptah, come abbiamo sopra detto, è ancora ben lontana dal campo di battaglia e lo è ancor di più la Seth.

Potrebbe essere la disfatta, ed i soldati della Amon, colti completamente di sorpresa, si sbandano mentre il Re con la forza della disperazione raccoglie quanti può (a sentir lui nessuno) e coraggiosamente contrattacca più volte (fig. 2, n.ri 1, 2 e 3) mettendo in fuga i carri Hittiti che riattraversano l’Oronte e si rifugiano a Qadesh subendo considerevoli perdite, specie nei Comandanti. Da sud, intanto, sta sopraggiungendo la Ptah (fig. 2, n.ro 4) e da nord, insperatamente, una quinta Divisione di rinforzo, pure prevista ma di cui non si avevano notizie (fig. 2, 5),proveniente da Naharina (uno degli stati cuscinetto di cui si è sopra accennato) che subito si getta nella mischia.

I carri Hittiti, con numerosissime perdite, si sono ormai ritirati e le forze in campo, sfumata la sorpresa, sono ormai pari; è vero che le Divisioni Amon e Ra hanno subito a loro volta perdite considerevoli, ma è anche vero che si sono ormai attestate nella piana tre Divisioni fresche: la Ptah, la Seth e la divisione di rincalzo proveniente da Naharina che conservano intatta la vera forza di sfondamento costituita dai carri.

Dall’altra parte, gli Hittiti hanno due Divisioni fresche, ma la vera forza d’assalto, costituita anche in questo caso dai carri, è molto mal ridotta. E’ ancora vero che i carri egizi portano un solo combattente, escluso l’auriga, a fronte dell’equipaggio composto da due unità combattenti degli Hittiti, ma questi ultimi sono anche più pesanti, meno maneggevoli e molto malridotti dagli scontri precedenti. 

La situazione è decisamente di stallo: da una parte gli egizi si apprestano a iniziare l’assedio della città, dall’altra Muwatalli, che ha perso nel combattimento due fratelli, il Comandante della sua Guardia personale, svariati comandanti carristi e Generali, comprende che una guerra di logoramento non potrà che aggravare la sua posizione politica che, in questo momento, è ancora stabile. Vengono perciò inviati messi a Ramses con una proposta di pace. Ramses, non sentendosi a sua volta forse troppo sicuro della possibilità di vincere, forse appagato nell’onore dalla vittoria tattica riportata, accetta e fa ripiegare il suo esercito di fatto non concludendo la guerra, ma semplicemente rimandando il problema Hittita.

E’ verosimile che tale decisione sia stata presa anche per la scarsa fiducia che il Re aveva ormai nella sua classe dirigente militare che non tralascerà di criticare apertamente nelle trascrizioni della battaglia[12] [13](vedi anche nota 3).

Tornato in patria, Ramses II spaccerà la battaglia di Qadesh per una vittoria sfolgorante quando, di fatto, calcisticamente parlando, al massimo si potrebbe parlare di un pareggio. Le sue “gesta”, potenza della propaganda, verranno perciò scolpite, secondo la sua interpretazione s’intende, sui suoi monumenti più importanti a Luxor, a Karnak, ad Abydos e saranno poi trascritte innumerevoli volte dagli scribi tanto che ce ne restano, oggi, addirittura sette esemplari. Di uno di questi conosciamo anche il nome dello scriba che lo redasse; si trova oggi al British Museum ed è, infatti, noto come “Poema di Pentaur”.

Passano gli anni, Ramses II è ancora sul trono (non dimentichiamo che regnò per oltre 60 anni e che quando combatté la battaglia di Qadesh non doveva averne che poco più di venti), mentre Muwatalli è stato sostituito dal figlio Khattusil III, e gli Hittiti continuano ad essere i soliti turbolenti alle frontiere. Ma nel 1258 a.C. circa, le due Super-Potenze del mondo antico decidono di firmare, finalmente, un trattato di pace duratura che costituisce il primo trattato internazionale paritetico che si conosca.

Si legge, tra l’altro[14]:

…Ecco, l’ha stabilito Khattusil, il grande principe di Kheta, con il grande principe dell’Egitto [Ramses], per far che, da oggi in poi esista fra loro la pace e una buona fraternità, per sempre. [Ramses] fraternizzerà con me e sarà in pace con me, io fraternizzerò con lui e sarò in pace con lui, per sempre. …

Di questo trattato, inciso sulle mura dei templi di Karnak e nel Ramesseum nonché su lastra d’argento, restano anche tre copie di provenienza Hittita su tavolette in terra cotta; una di queste è quella riportata qui sotto di cui, data proprio l’importanza a livello di politica internazionale, esiste una copia nell’atrio del Palazzo di Vetro dell’ONU (la foto è stata da me scattata presso il Museo Archeologico di Istanbul, se volete potete tranquillamente usarla, ma citando la fonte, grazie).

Il trattato tra Ramses II e Khattusil III (foto dell’autore)

[1]   «…Trovai coraggioso il mio cuore, mentre il mio animo era gioioso.

Divenni come Monthu: lanciai frecce a destra, catturai prigionieri a sinistra; ero come Seth nella sua ora, davanti a loro. 

Le duemilacinquecento pariglie in mezzo alle quali mi trovavo, erano ammucchiate davanti ai miei cavalli. Non uno trovava fra loro coraggio per combattere.  I loro animi erano sciolti nel loro corpo, le loro braccia deboli, e non riuscivano a lanciar frecce. Non trovavano il coraggio per impugnare le loro lance. Li feci allora cadere nell’acqua come cadono i coccodrilli, uno sull’altro.

Feci strage fra loro a mio piacere, e non uno guardò dietro a sé, ne’ un altro riuscí ad andarsene.  Ogni caduto fra loro non si rialzava più…»

(Tutti i brani riportati nelle note sono tratti dal “Poema di Pentaur”, nella versione di Edda Bresciani in  “Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto”, ed. Einaudi, p.286 e sgg.)

[2]   Del cosiddetto “bollettino di Qadesh”, esistono varie versioni egizie scolpite sui muri dei templi di Abidos (muro di cinta), Luxor (lato nord del pilone e mura dell’avancorte), Karnak (angolo nord-ovest della corte detta “della cachette”; faccia occidentale del muro ovest della corte del nono pilone; muro esterno meridionale della sala ipostila) e nel Ramesseum. La più famosa è, tuttavia, quella sul muro nord del tempio di Abu Simbel. Esistono, inoltre, versioni su papiro così come trascritte, in ieratico, dallo scriba Pentawer, o Pentaur (di qui il nome con cui è maggiormente conosciuta di “poema di Pentaur”). Il Poema c’è giunto in due frammenti, uno si trova oggi presso il British Museum di Londra (papiro Sellier III), l’altro presso il Louvre di Parigi (papiro Rifèh): si tratta di complessive 112 righe risalenti all’anno VII di regno “di Ramses Meri-Amon dispensatore di vita come suo padre Ra, dal capo bibliotecario degli archivi reali, lo scriba Pentaur”.  

[3]   «…Ho vinto milioni di paesi da solo, con Vittoria in Tebe e Mut è soddisfatta, i miei grandi cavalli.

     Solo loro mi hanno aiutato a combattere quando ero da solo contro paesi numerosi. Darò disposizioni per farli mangiare io stesso, quando sarò a Palazzo, ogni giorno in mia presenza: solo loro ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero…»

[4]   «…Non c’è un principe con me, non c’è auriga, non c’è un soldato, non un ufficiale. Mi ha lasciato il mio esercito, la mia cavalleria si è in ritirata davanti a loro, non si è fermato uno di loro per combattere…»

[5]   Kinza, in lingua Hittita, ubicata nell’attuale Siria, a circa 25 km da Homs e verosimilmente identificabile nei resti di Tell Nebi Mend.

[6]   Nome di Horus: Kanakht-Merimaat (Toro possente, amato da Maat); titolo le Due Signore: Mek-kemet-uaf-khasut (Protettore d’Egitto, Dominatore dei Paesi Stranieri); Horus d’Oro: Userrenput-Aanekhtu (Ricco di Anni, Grande di Vittorie); Nesw-Bity (Colui che regna sul Giunco e sull’ape): User-maat-ra Setepenra (Potente è la Maat di Ra, Eletto di Ra); Sa-Ra (Figlio di Ra): Ramses Meri-Amon (Ra lo ha Generato, Amato da Amon).

[7]   Il tempio di Abu Simbel era orientato in modo che, in due date ben prestabilite (verosimilmente il 21 febbraio e il 21 ottobre), il sole sorgente illuminasse l’interno del sacrario e, in particolare, proprio la statua di Ramses assisa tra gli altri Dei. Tale fenomeno si ritiene servisse a rigenerare il vigore e la forza del Re. Con la costruzione della diga di Aswan, negli anni ’60 del secolo scorso, e lo spostamento dell’intero tempio di 210 m più indietro e 65 m più in alto della precedente posizione, il fenomeno, pur mantenendo l’orientamento originale, si spostò al 22 febbraio e al 22 ottobre.

[8]   Mennefer = Menfi; Niwt = Tebe; On = Heliopolis.

[9]   Nota fin dall’antichità, era considerata non recuperabile per la gran quantità di detriti e fango che la riempiva anche a causa delle molte alluvioni succedutesi nei millenni (almeno 11). Nel periodo 1960-1990, inoltre, proprio sopra la tomba si trovava il parcheggio dei pullman turistici, il che causò numerosi altri crolli. Nel 1825 molto verosimilmente la KV5 era stata visitata dall’egittologo inglese James Haliburton (cognome poi variato in Burton) (1788-1862) che però, a causa dei detriti, poté penetrare solo per pochi metri; fu poi la volta, nel 1902, di Howard Carter che, pure, non riuscì ad andare molto oltre l’ingresso. Abbandonata del tutto, della tomba si persero quasi le tracce finché non venne “ri-scoperta”, nel 1984-85, dall’egittologo statunitense Kent R. Weeks (1941-vivente) che iniziò lavori sistematici di scavo e recupero che, a oggi, hanno consentito di individuare oltre 150 locali.

[10] «…il vile principe, il caduto di Kheta, aveva riunito a sé tutte le terre straniere, dai confini del mare alla terra di Kheta, che  erano venute al completo, Naharina, Arzawa, Derden, Qesheqesh, Mesa, Pidasa, Arwna, Qarkesc, Luka, Qagiuaden, Karkemish, Ugarit, Qedi, la terra di Nugas al completo, Mushanet, Qadesh…»

[11] «…Sua Maestà aveva preparato il suo esercito, la sua cavalleria, gli Sherdan… forniti di tutti i loro attrezzi di guerra…»

[12] «…Tutte le terre straniere si sono unite contro di me. 

     Io sono solo, non c’è nessuno con me, mi ha abbandonato il mio esercito numeroso. 

     Non uno ha guardato verso di me fra i miei carristi, se io grido, non uno di loro mi sente. Ma io grido ugualmente e trovo forza in Amon, più di milioni di soldati, più che centinaia di migliaia di cavalieri, piú che decine di migliaia di fratelli e di figli…»

[13] «…Oh, la bella impresa del titolare di molti monumenti a Tebe, la città di Amon, e l’impresa vergognosa compiuta dal mio esercito e dalla mia cavalleria, troppo grande per essere detta!…»

[14] traduzione tratta da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, E.Bresciani, ed. Einaudi, p. 286

Arte militare, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL CARRO DI THUTMOSIS IV

A cura di Francesca Benelli

Il National Museum of Egyptian Civilization presso il Cairo, dopo un laborioso restauro, espone il carro del Faraone Thutmose IV.

Ritrovato nella sua tomba in pessime condizioni, in legno , gesso e lino.

È come sfogliare un libro perché racconta delle sue battaglie e dei suoi nemici con immagini ricche di particolari. Le immagini provengono dal museo. Dinastia XVIII. La sua tomba è la KV 43. Scavata nel 1904. Sir Howard Carter la conosce bene!!

Didascalie a cura di Patrizia Burlini