C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LE SEPOLTURE NELL’ANTICO EGITTO

Di Piero Cargnino

Finora abbiamo solo accennato alle sepolture nell’antico Egitto, vediamo ora di addentrarci un po di più nell’argomento.

Poche culture nell’antichità hanno riflettuto in modo così approfondito sul mistero della morte come lo hanno fatto gli egizi. Questo popolo era convinto che la vita terrena fosse solo un capitolo di una vita eterna in cui la morte rappresentava la soglia da sorpassare, la morte era vista come connaturata all’esistenza stessa e armoniosamente integrata nel cosmo. Essi portarono a picchi mai raggiunti la volontà di esorcizzare la morte fino ad estremizzarne i riti impiegando ingenti risorse allo scopo di rendere più agevole la vita nell’aldilà.

Dai testi e dalle raffigurazioni che ci sono pervenute traspare comunque l’angoscia con la quale gli antichi egizi guardavano alla morte. Le numerose tombe giunte fino a noi testimoniano la cura con la quale si preparava la sepoltura del defunto.

Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione tra la sepoltura della gente comune da quella dei sovrani o delle personalità di rilevante importanza.

In epoca tardo Neolitica e nel periodo Predinastico (tra il 4500 e il 3100 a.C.), le salme venivano avvolte in stuoie o pelli di animali e sepolte sotto la sabbia del deserto dove essiccavano naturalmente. Solitamente venivano sepolte nei pressi delle tombe reali onde godere anche nell’aldilà della protezione del sovrano.

Di questo tipo di mummia naturale ne sono state ritrovate a migliaia. A questo proposito voglio citare un particolare sconcertante riportato da Mark Twain, in uno dei suoi resoconti di viaggio, più o meno romanzati, “The Innocents Abroad” (“Gli innocenti all’estero”) scritto nel 1867, nel quale racconta che durante il periodo coloniale, data la scarsità di legname, molte di queste mummie sarebbero state usate come carburante per le locomotive a vapore egiziane. La cosa non è stata mai comprovata storicamente, anche se è stata menzionata da altri autori; numerose sono state le smentite ma la cosa è sopravvissuta fino ai nostri giorni.

Si deve arrivare alla fine dell’Antico Regno, (2200 a.C. circa), perché l’integrazione della morte individuale nel ciclo cosmico interessi anche l’egiziano comune, fino ad allora la cosa era di sola pertinenza del Faraone. 

Le persone un po’ più facoltose venivano inumate in piccole camere ipogee sulle quali si costruiva un tumulo di sassi allo scopo di proteggere le salme dei defunti dagli assalti degli animali in cerca di cibo.

Successivamente i sepolcri vennero gradualmente inseriti ad una profondità sempre maggiore e nella loro parte superiore si accatastò un cumulo di pietre e sabbia, simbolo del monticello Tatenen, emerso dalla divinità Nun all’inizio dei tempi.

Durante l’Epoca Predinastica i pozzi contenenti le tombe vennero scavati alcuni metri più in basso, sopra vennero costruiti veri e propri edifici di mattoni e legno con le pareti interne decorate con varie pitture.

Nasce così la “Mastaba”, nome assegnatole in epoca più recente per la rassomiglianza con le panche che ancora oggi gli egizi tengono fuori dalle porte chiamate appunto mastaba.

Le Mastabe venivano costruite in appositi spazi che costituivano la Necropoli. Nelle prime due dinastie, tuttavia, anche il re viene ancora sepolto in tombe a mastaba, e non è possibile stabilire se già allora un destino celeste attendesse il re morto.

Nella definizione della teologia regale agli inizi della storia egiziana, la morte del re rappresentò l’aporia massima da risolvere, giacché poneva un problema che era, da una parte quello del non senso della morte, dall’altro quello della morte del Re-Dio. Secondo gli Egizi, il faraone non era solo il capo supremo dello Stato, il faraone aveva tutti i poteri di vita e di morte sul popolo, la sua natura era divina, egli era un dio che discendeva dal cielo per regnare sulla sua gente. Fino a quando stava sul trono, il faraone veniva identificato con il dio Horus, che si manifestava agli uomini come un falco, mentre al momento della morte era considerato come Osiride, il padre di Horus, un dio che moriva per poi rinascere nell’aldilà.

Nelle epoche più antiche, il destino post-mortem assegnato al re era astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

La mastaba del faraone si presentava con i fianchi movimentati da giochi di luce ed ombre, realizzati modulando le facciate con sporgenze e rientranze. L’interno si componeva di un complesso di stanze per lo più ipogee, collegate tra di loro da stretti corridoi, composto dalla camera sepolcrale e da numerose altre stanze secondarie utilizzate come magazzini per contenere il corredo del defunto che gli sarebbe servito per la vita nell’aldilà.

Ogni Faraone si faceva costruire una mastaba più grande del suo predecessore ma è con il Faraone Zoser che avviene un cambiamento radicale che sfocerà poi nella costruzione delle grandi Piramidi.

Sovrapponendo mastaba a mastaba nasce la Piramide a gradoni di Saqqara. L’importanza che il re raggiungesse le sue mete celesti era tale che forze e risorse ingentissime venivano mobilitate intorno alla costruzione delle tombe. Per tutti gli altri, l’esistenza dopo la morte era concepita all’interno della tomba, e la possibilità di sopravvivenza affidata alle offerte funerarie.

La natura divina dei faraoni spiega perché le loro sepolture dovevano essere costruite secondo canoni specifici, alla sua morte il faraone si trasformava in Akh, forma dello spirito simile ad un ibis, saliva in cielo tra le stelle imperiture e diventava Osiride, completando così la sua rigenerazione divina.

Questo spiega perché essi siano stati sepolti, dapprima in sontuose e sempre più grandi mastabe poi in quelle gigantesche costruzioni che sono le piramidi (forse) ed in seguito nelle ricchissime tombe scavate nel sottosuolo della Valle dei re a Tebe, in entrambi i casi si trattava di tombe costruite non per dei comuni mortali ma per delle divinità.

Alla sua morte il faraone doveva disporre di una dimora adatta a conservare il suo corpo per l’eternità. Questa doveva essere confortevole e dotata di un arredo consono alla personalità che avrebbe ospitato. Un corredo che comprendesse tutto quanto aveva avuto nella sua vita terrena, abiti per le varie esigenze, ornamenti ed oggetti d’uso quotidiano oltre ad una scorta di cibi e bevande.

Non appena il faraone avesse superato positivamente la psicostasia (la pesatura del cuore) sarebbe salito nei campi Aaru (o Iaru), dove il defunto sarebbe vissuto felicemente e senza alcuna preoccupazione.

A questo scopo però avrebbe dovuto lavorare, arare e mietere, insomma svolgere tutti quei lavori necessari alla prosecuzione delle vita. Ma poiché il faraone non era adatto a svolgere questi lavori, con lui venivano seppelliti gli “ushabti” (i rispondenti) forze costruttive positive che avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli e non solo, animandosi magicamente rispondendo subito alla chiamata del signore e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno.

Va detto che a questo in parte ci pensava già lo stesso faraone quando era ancora in vita, era lui che si faceva costruire la sua dimora eterna e, forse, pensava già al corredo che si sarebbe portato nell’aldilà. Allo scopo sceglieva di farsi seppellire in una necropoli già predisposta dai suoi predecessori oppure decideva di farsi costruire una nuova necropoli dove avrebbe trovato posto la sua tomba o il suo complesso funerario. Durante il Periodo Protodinastico, o Tinita, la necropoli dei sovrani delle Due Terre si trovava ad Abydos nell’Alto Egitto, tra Assiut e Luxor.

Stando alla ricostruzione fornita dall’archeologo inglese Flinders Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, questa conteneva un gran numero di tombe, va detto che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia ed ospitava anche molte tombe dei Re predinastici.

Molte di queste tombe erano state scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto ad un’intelaiatura di pannelli di legno. All’epoca di Petrie, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un tumulo, come citato sopra, per le personalità più importanti la tomba era circondata da un muro di cinta di mattoni, dove erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto.

Oltre a queste stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.

Grazie allo studio dei sigilli e delle stele, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una accettabile successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro proprietari.

La necropoli di Abydos, in epoca protodinastica, venne dotata di due cinte murarie, la prima che cinge il tempio consacrato al dio locale Khentamentiu, signore dei morti, dio ancestrale “Primo degli Occidentali”, assimilato ad Osiride durante il Medio Regno, raffigurato come uno sciacallo spesso è stato confuso con Anubi.

La seconda cinta muraria, rettangolare, sempre in mattoni crudi, racchiudeva l’intero complesso. Abydos rappresentò un notevole centro religioso in quanto, secondo la tradizione, vi si trovava la tomba di Osiride. Fu sempre ritenuto uno dei più importanti centri di culto dell’intero Egitto. Il più importante rito religioso era il pellegrinaggio ad Abydos dove si svolgevano le principali cerimonie dell’Egitto.

Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab, (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Le mastabe erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni; la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq.

Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. A partire dal regno del faraone Den, quinto re della I dinastia, si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo caso noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni.

Anche Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo. Dietro il sito dell’antica città di Thinis, i sovrani fecero erigere una cinta in mattoni crudi. La Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. è una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. Alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara ma Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos.

Dopo la prima esperienza del faraone Den, seguita da quella di Khasekhemwy, di utilizzare la pietra lavorata arriverà, con la III dinastia, l’architetto Imhotep che ne farà largo uso nella costruzione della piramide di Djoser. Ma qui entriamo nel Periodo Dinastico col quale inizierà l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Mondadori Electa, 2001
  • Cyril Aldred, “Gli egiziani, tre millenni di civiltà”, (trad. di S. Bosticco), Newton & Compton, 1985
  • Cyril Aldred, “Arte dell’Antico Egitto”, (trad. di Massimo Parizzi, Milano, Rizzoli, 2002
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Milano, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (trad. di G. Pignolo), Einaudi, 2017)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...