C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE AHA

Di Piero Cargnino

Se non lo avete ancora capito ci troviamo in un groviglio storico dove mancano notizie certe ed anche gli studiosi brancolano nel buio dell’antica storia egizia cercando di interpretare quel poco che è giunto a noi ma anche ciò che di tanto in tanto emerge dagli ulteriori scavi.

Dopo Scorpione, Narmer o Menes o Meni, nell’elenco dei primi faraoni egizi emerge Aha “il Combattente”.

Forse successe a Narmer del quale forse era figlio, forse. Le poche notizie di cui disponiamo su questo sovrano sono estremamente incerte e frammentarie. La figura di Aha oscilla tra storia e mito che ci vengono raccontati dal solito Manetone. Aha compare nella Pietra di Palermo dove viene indicato come unificatore delle due Terre; altre notizie che riportano il suo nome sono state rinvenute su numerose tavolette di avorio e di legno, impronte di sigilli e in iscrizioni su vasi rinvenute in tre tombe, a Saqqara, Abido e Naqada.

Sempre a proposito di groviglio di notizie disponibili va citato il ritrovamento  di una placchetta di avorio dove il nome di Aha è abbinato al geroglifico “mn” (leggibile come Meni) cosa che ha indotto alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, a ritenere che Narmer, Meni e Aha siano i nomi di uno stesso sovrano.

Aha dovette ancora affrontare le immancabili battaglie interne per consolidare l’unificazione dei due popoli, i “Seguaci di Horo” dell’ Alto Egitto ed i “Seguaci di Seth” del Basso Egitto ed a quanto pare ci riuscì. Intraprese inoltre campagne di guerra a seguito delle quali affrontò e vinse i popoli della Nubia; ad Abidos venne rinvenuta una placca di ebano nella quale veniva esaltata la sua campagna nubiana, alcuni ritengono che arrivò ad estendere il confine meridionale fino ad Elefantina, intraprese inoltre una campagna per arginare il pericolo libico.

Tutto sommato però il suo regno attraversò un discreto periodo di tranquillità nel quale vennero allacciati rapporti commerciali con Byblos. Aha fece edificare un Tempio dedicato a Neith, una delle Dee più antiche d’Egitto, con quest’opera Aha compì una mossa strategica e politica nello sforzo di unificazione del Regno. Operò al fine di incrementare lo sviluppo economico e sociale del paese con particolare attenzione all’agricoltura.

Dalle storie di Manetone si apprende che un faraone che egli chiama Menes fece costruire una muraglia per deviare il corso del Nilo. A questo proposito è ancora aperto il dibattito fra gli studiosi per stabilire se fu questo fantomatico Menes che fece deviare il corso del Nilo oppure fu Narmer o Aha o se tutti e tre non fossero la stessa persona.

Apprendiamo da Manetone (!) che Aha era uno studioso appassionato, condusse molti studi e ricerche in diversi campi approfondendo in modo particolare quelli di Anatomia ed Architettura. Secondo quanto riportato nel Papiro Ebers, compilato nel periodo degli Hyksos, ed in seguito riportato anche da Sesto Giulio Africano, Aha sarebbe anche stato un medico.

Moglie e regina principale di Aha (forse) fu Benerib (“Colei il cui cuore è dolce“) mentre una moglie secondaria sarebbe stata Khentap. Per coloro che affermano che Aha e Narmer fossero la stessa persona con il nome di “Meni”, la regina principale sarebbe Neithotep la quale, pur non essendone la madre, avrebbe svolto il ruolo di reggente per il figlio e successore di Aha, Djer.

La tomba di Aha fu scoperta dall’egittologo britannico Sir William Matthew Flinders Petrie, nella necropoli di Umm el-Qu’ab presso Abydos, nel complesso B10-15-19.

Da uno studio accurato si scoprì che questa presentava tracce di sacrifici umani, servitori che avrebbero dovuto accompagnare il sovrano nel suo viaggio nell’oltretomba, questi corpi giacevano dentro tombe annesse a quella del sovrano, costruite con il fango, ma Petrie non le prestò molta attenzione ritenendole di poca importanza.

Fu in seguito una spedizione archeologica condotta dall’università di New York, Yale e Pennsylvania, ad indagarle in modo più approfondito e da queste emerse che le 30 sepolture presenti erano opera di sacrifici umani.

La stessa cosa venne riscontrata nel luogo di sepoltura di Djer, figlio e successore di Aha, dove furono contate ben 318 sepolture sacrificali. Ovviamente la cosa lasciò tutti sorpresi: è noto i sovrani d’Egitto venivano effettivamente accompagnati nell’aldilà da numerosi servitori che avevano il compito di svolgere i lavori che il re ovviamente non avrebbe mai svolto, ma ad accompagnarlo nella sua vita ultraterrena erano delle statuette di terracotta, legno o faience, che riproducevano i servitori, chiamate “Ushabti” (rispondenti), queste, una volta sepolte col sovrano, si sarebbero rianimate ed avrebbero risposto per lui in tutti i lavori.

Risulta però che l’usanza dei sacrifici umani sia limitata a questi due faraoni e che in futuro non venne più praticata.

Aggiungo una curiosità che mi è spuntata tra una ricerca e l’altra, durante una campagna di scavi, diretti da David O’Connor della New York University, nella necropoli di Abydos, nel 1967  sono stati portati alla luce quattordici “sarcofagi” di mattoni intonacati sepolti nelle sabbie del deserto, ciascuno di essi conteneva delle imbarcazioni in legno lunghe da 18 a 24 metri, risalenti proprio all’inizio della I dinastia, le barche erano allineate in fila presso la tomba del faraone Aha.

La cosa che più sorprende è che si tratta di imbarcazioni già costruite con assi di legno cuciti insieme e non di giunchi o tronchi scavati, tecnica costruttiva che si rivelerà solo più tardi.

L’archeologo navale  Cheryl Ward che ha studiato le barche, anche se danneggiate dalle termiti, ha constatato che sono state costruite con un sistema assolutamente inedito per l’antico Egitto. Secondo l’archeologo  O’Connor

“Queste barche sono le dirette antenate della famosa barca trovata a Giza vicino alla piramide di Cheope……”.

Le imbarcazioni sono state sottoposte all’esame del carbonio 14 per stabilirne l’età, per quanto mi riguarda non ho trovato notizie sui risultati degli esami.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2005
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • John Baine e Jaromir Malek, “Atlante dell’Antico Egitto”, Novara, 1985
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,  Monaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967)
  • Cinzia Dal Maso, “La flotta fantasma del primo faraone”, La Repubblica.It,  2.11.2000)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL FARAONE NARMER

Di Piero Cargnino

Con il re Scorpione finisce il Periodo Predinastico ed inizia quello che viene chiamato “Protodinastico” (o Arcaico o Tinita, da Thinis, città di origine dei sovrani).

Qui però bisogna andare cauti, la quasi totale assenza di indizi e la scarsità di documenti contemporanei, quelli che ci raccontano questo periodo, a parte glifi e incisioni rinvenuti su stele, vasellame o graffiti dell’epoca, li ricaviamo da liste reali risalenti al Nuovo Regno ossia un tempo posteriore di 1500 anni, questo fa si che le nostre conoscenze del periodo siano alquanto scarse e quantomeno arbitrarie.

Comunque stiamo parlando di un periodo che, dal punto di vista cronologico possiamo collocare intorno al 3200-3150 a.C. circa.

Il re Scorpione si trova ad affrontare ancore numerosi conflitti che lo vedono impegnato a combattere gli ancora recalcitranti re o capi locali con l’intento di unificare l’intero Egitto ma la battaglia definitiva, che porterà all’unificazione delle due Terre, vedrà la vittoria del suo successore, Horus-Narmer (o Menes o Meni).

Con lui si conclude la fase di formazione di uno stato unitario, Manetone, come anche il Papiro di Torino, fanno iniziare la prima dinastia reale e Narmer è ufficialmente considerato il primo “Faraone”, sovrano della prima dinastia. Convenzionalmente si chiude il Periodo Predinastico ed inizia quello Protodinastico.

Ho scritto faraone tra virgolette perché ritengo necessario precisare il significato del titolo anche se a molti è già noto. Tale termine è derivato dal greco “Pharao”, compare per la prima con Thutmose III (XVIII dinastia, 1400 a.C. circa) e deriverebbe dalla parola egizia “pr-ˁ3 – per-aa” col significato di “Grande Casa”, termine con il quale veniva indicata la casa dove risiedeva il sovrano, cioè il palazzo inteso nel suo insieme come sede del potere.

Il sovrano, in quanto tale, veniva definito in vari modi che variano a seconda del periodo storico.

Il titolo regale si componeva di cinque Grandi Nomi, il primo e più importante era il “Nome Horo” (a volte anche “Nome Ka”) preceduto dal serekh dello stesso Horus, un disegno rettangolare rappresentante la facciata del palazzo reale, al cui interno era rappresentato il nome del sovrano e sul quale, spesso, era appollaiato il dio in forma di falco.

Segue il nome “Horus d’oro” che, secondo alcuni, si potrebbe interpretare come “Horo vincitore su Seth”, l’oro, come metallo  è simbolo dell’eternità per cui si potrebbe leggere come “Horo l’eterno” anche tenuto conto che d’oro era anche la carne degli dei. Il quarto era il “praenomen” o nome del trono, il “nesut-bity”, scelto all’atto dell’incoronazione e racchiuso in un cartiglio preceduto dal giunco e dall’ape, plantes araldiche dell’Alto e del Basso Egitto col significato di “re di tutto l’Egitto”. Ultimo era il “nomen” o nome personale, preceduto dal titolo “figlio di Ra“; quest’ultimo è il nome col quale usiamo chiamare “in modo confidenziale” i faraoni: Thutmose, Ramesse, ecc..

Considerando che fino a tutto l’Antico Regno il Nome Horo era il solo ad essere usato nelle incisioni sui reperti, si può capire la confusione che si incontra nella ricostruzione della sequenza dei sovrani in quanto nelle varie liste, stese in epoche molto posteriori, i re venivano indicati, spesso, con il nome di nascita.

Torniamo ora all’inizio del Periodo Protodinastico, con l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, 3150 a.C. circa, inizia quello che viene comunemente chiamato “Periodo Arcaico” o “Periodo Tinita”.

Capitale del regno fu Thinis, nome greco di una città egizia situata nei pressi di Abydos che era il capoluogo dell’ottavo distretto dalla quale provenivano i re delle prime due dinastie egizie, la città di Thinis a tutt’oggi non è ancora stata localizzata. Anche qui c’è da dire che non è chiaro il perché i faraoni del periodo protodinastico siano stati suddivisi in due dinastie, alla luce delle nostre conoscenze, nessun fattore esterno giustifica tale discontinuità, basti pensare che la tomba dell’ultimo faraone della I dinastia Qa’a riporta i sigilli del suo successore Hotepsekhemwy, primo sovrano della II dinastia. E qui mi rifaccio al concetto espresso dal Prof. Damiano: “cos’è una dinastia?”. L’autorevole Enciclopedia Treccani definisce dinastia “l’insieme dei sovrani di una medesima famiglia, anche di rami diversi, succedentisi in uno stesso paese o in paesi diversi”, per dinastia si intende inoltre un’era in cui una famiglia ha regnato influenzando fortemente gli eventi, la cultura o le opere, questa è la nostra definizione di dinastia. Secondo il Prof. Damiano per gli antichi egizi non era proprio così, spesso non era una questione di “sangue”, a volte era frutto di sotterfugi, complotti o astuzia, spesso invece bisognava guadagnarsela. Il cambio di una dinastia poteva derivare dall’estinzione della linea di sangue o a causa di usurpazione. A questo punto dunque non ci stupiamo più della ripartizione fatta da Manetone che, seppure 1500 anni dopo, avrà forse avuto le sue ragioni.

Come già accennato, il primo sovrano della I dinastia fu Narmer (o Menes), colui che unificò le Due Terre. L’evento viene messo in risalto dalle incisioni su una tavolozza per belletti, in grovacca a forma di scudo, rinvenuta da E. Quibell e F. W. Green, nel “Deposito principale” durante gli scavi a Ieracompoli nel 1897-1898. Si trovava con le teste di mazza del re Scorpione e di Narmer, durante gli scavi venne anche rinvenuta una testa di Horus sotto forma di falco, interamente rivestita d’oro. Più tardi però si scoprì che la testa risaliva alla VI dinastia.

La tavolozza è databile intorno al 3100 a.C. , misura 64 cm in altezza per 42 di larghezza e 2,5 cm di spessore, su entrambi i lati presenta  splendide raffigurazioni con arcaici geroglifici che lasciano sbalorditi per la loro perfezione considerando l’epoca in cui è stata realizzata, il periodo dei “Compagni di Horus”, i signori del Falco.

Personalmente concordo con quegli studiosi che la definiscono “parlante”, i glifi in essa riportati ne fanno un brogliaccio dove lo scalpellino “scriba” tenta di fare, in modo del tutto personale, quello che non è ancora in grado di fare in altro modo, esprimersi con la scrittura. E chi non la conosce, chi non l’ha mai vista? Si, ma quanti di noi si sono mai soffermati a cercare di interpretarne il reale significato? Mi perdonerete se mi perdo un attimo ad interpretarla, l’emozione di descriverla è più forte di me.

Il lato anteriore della tavolozza è diviso in tre registri: nel primo compare due volte una testa di vacca con le corna ripiegate, la Dea Hathor, mentre in posizione centrale spicca il serekht del sovrano, il secondo registro è dominato dalla grandiosa figura del re Narmer che indossa la corona bianca dell’Alto Egitto con, legata alla cintura, una coda di toro simbolo del potere, “Horus Toro Possente”. Il re è intento a colpire con una mazza il nemico che tiene per i capelli, come si conviene è seguito dal suo dignitario “Colui che porta i sandali”. Di fronte al re una scena che anticipa quella che sarà poi la stupenda Scrittura Geroglifica, ossia la volontà di esprimere qualcosa di più di quanto non sia possibile esprimere con il disegno. La scena, come riportato nella foto, potrebbe significare: “Il grande Horus-Narmer, “Toro Possente”, colui che ha soggiogato il popolo della terra dove cresce il papiro” (il Basso Egitto). Nel registro inferiore una scena di nemici uccisi.

Sul lato posteriore, oltre al primo registro con le due teste della dea Hathor ed il serekht, si individuano altri tre registri:, nel primo è raffigurato il re Narmer con la corona rossa del Basso Egitto, dietro di lui il portatore di sandali mentre davanti sfila un corteo di alfieri con gli stendardi dei vari nomoi e più avanti i nemici uccisi e decapitati, stesi a terra con il capo mozzato posto tra le gambe. Nel registro centrale due animali mitologici che con i loro lunghi colli formano un piccolo crogiolo tondo per la mescola dei belletti, nel registro inferiore un toro, simbolo della potenza del re, mentre con le corna abbatte le mura fortificate di una città e calpesta i nemici.

Presentandosi con le due corone dell’Alto e Basso Egitto possiamo affermare che Narmer è stato il primo Faraone della I dinastia. Di Narmer (o Menes) sappiamo che promosse l’affermazione del culto di Osiride e, secondo alcuni governò con discreta saggezza lasciando ai suoi successori  un paese florido ed ancora in fase di espansione; pare anche che sia stato lui ad introdurre il calendario di 365 giorni.

Tra gli studiosi non c’è una interpretazione univoca su questo faraone, alcuni associano Narmer al re Scorpione considerandolo una figura mitica, altri lo associano a quello che è considerato il suo successore Aha, che la Pietra di Palermo definisce come unificatore dell’Egitto. Come se non bastasse, a dimostrazione di quanto sia difficile interpretare questo periodo, alcuni studiosi, tra cui Jürgen von Beckerath, forti di quanto riportato nella Pietra di Palermo, unito a quanto riportato su di una placchetta d’avorio, dove il nome di Aha è accompagnato dal geroglifico “mn” (letto come Meni), ipotizzano che Narmer, Meni e Aha siano i nomi dello stesso sovrano. A complicare ulteriormente le cose si riscontrano discordanze anche nella definizione della data di riferimento; in conclusione si può comunque dire che, con l’approssimazione di un secolo circa, gli eventi si possono inserire intorno al 3000-3100 a.C.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Natale Barca,  “Sovrani predinastici egizi”,  Ananke, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LA VITA OLTRE LA MORTE

Di Piero Cargnino

La vita per gli antichi egizi non terminava con la morte, essi credevano fermamente nell’eternità e nel prosieguo della vita oltre la morte.

Già cinque secoli prima di Cristo, lo storico Erodoto scriveva:

“Gli Antichi Egizi erano un popolo che praticava il Culto dei Morti, ma amava intensamente la vita”.

Sembra una contraddizione, ma non lo è!

Approfondiamo quindi la conoscenza di una delle riflessioni più affascinanti della religione egizia.

L’idea di una vita dopo la morte era legata al grande amore per la vita ed al profondo senso religioso che li animava.  Gli egizi credevano che, non solo le diverse divinità si prodigassero per offrire all’uomo una vita buona, ma che proprio l’origine divina dell’uomo fosse la ragione della possibilità di una vita eterna.

Da queste profonde convinzioni è nata la riflessione degli egizi sulla morte, ricca di simboli, di misteri, di speranze e anche di magia.

L’idea dell’aldilà, (per gli egizi la “Duat”), è strettamente legata alla materialità della vita terrena, infatti essi credevano che il corpo per poter rinascere dovesse rimanere integro, ecco quindi il perché della famosa pratica delle mummificazione che, tra l’altro, oltre ad avere una valenza pratica simboleggiava il rito compiuto da Anubi sul cadavere di Osiride per renderlo immortale. Il rituale era estremamente complesso e, almeno inizialmente era riservato al faraone in quanto il destino post-mortem assegnato al re è astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

Con il passare del tempo però, verso la fine dell’Antico Regno, la speranza di una vita dopo la morte si allargò a tutto il popolo e chi ne aveva la possibilità iniziò a farsi mummificare.

Ovviamente esistevano diverse tipologie di mummificazione in base alla somma che si era disposti a pagare. I più poveri, che non potevano permettersi i costi della mummificazione, si facevano seppellire nel deserto, sfruttando il clima estremamente secco. Non mi soffermerò sul procedimento conservativo della salma, che veniva eviscerata e in seguito avvolta in bende e deposta nel sarcofago, analizzerò piuttosto la meno conosciuta concezione egizia rispetto all’oltretomba.

Conclusi i riti funebri il defunto iniziava il viaggio nelle regioni sconosciute della Duat. Era convinzione che il Creatore avesse dotato l’essere umano di un certo numero di “entità”, erano sette ma ci limiteremo alle prime tre.

Il Djet, il corpo materiale deputato ad operare durante la vita terrena.

Il Ka, ovvero il “Doppio”, in tutto simile allo Djet ma fisicamente inconsistente, quello che noi oggi chiamiamo Spirito o Fantasma.

Il Ba, la parte divina dell’uomo che lo  differenzia dall’animale ovvero l’Anima, che il Creatore trasfuse all’uomo col suo soffio quando lo creò, (concetto poi  ripreso in seguito dalla cultura ebraica, (La Bibbia, Genesi 2-7).  Il Ba è raffigurato come un uccello con la testa umana. Questi si avviava  verso il deserto occidentale dove doveva sostenere una serie di prove che potevano essere superate solo grazie alle formule ed agli incantesimi presenti nel libro dei morti, posto nella tomba accanto al defunto. L’ultima di queste prove era  quella del giudizio sulla sua vita da parte del tribunale di Osiride, la dichiarazione di innocenza e la psicostasia, (pesatura del cuore). Se anche questa veniva superata le porte del paradiso di Osiride (definito “i campi di Aaru” (o Iaru)) si aprivano ed il defunto poteva entrarci.

I campi Aaru, (campi dei Giunchi o delle Canne), rappresentano la meta del viaggio del defunto verso la vita eterna. Erano collocati nel cielo, nell’orizzonte orientale a contatto con l’orizzonte terrestre nelle vicinanze della porta attraverso cui il sole saliva in cielo ed iniziava il suo viaggio da oriente a occidente. In conclusione gli egizi compresero che la morte è un momento della vita, per vivere il quale è necessario prepararsi quotidianamente.

Questo per loro non significava vivere con l’angoscia della morte, ma vivere ogni momento della vita quotidiana con intensità. La morte era il momento del passaggio in cui ciò che si era vissuto durante la vita veniva portato nell’eternità.

Fonti:

  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, Torino 2004. 
  • Guy Rachet, “Il libro dei Morti degli antichi egizi”, Piemme, 1997  –  Web)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LE SEPOLTURE NELL’ANTICO EGITTO

Di Piero Cargnino

Finora abbiamo solo accennato alle sepolture nell’antico Egitto, vediamo ora di addentrarci un po di più nell’argomento.

Poche culture nell’antichità hanno riflettuto in modo così approfondito sul mistero della morte come lo hanno fatto gli egizi. Questo popolo era convinto che la vita terrena fosse solo un capitolo di una vita eterna in cui la morte rappresentava la soglia da sorpassare, la morte era vista come connaturata all’esistenza stessa e armoniosamente integrata nel cosmo. Essi portarono a picchi mai raggiunti la volontà di esorcizzare la morte fino ad estremizzarne i riti impiegando ingenti risorse allo scopo di rendere più agevole la vita nell’aldilà.

Dai testi e dalle raffigurazioni che ci sono pervenute traspare comunque l’angoscia con la quale gli antichi egizi guardavano alla morte. Le numerose tombe giunte fino a noi testimoniano la cura con la quale si preparava la sepoltura del defunto.

Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione tra la sepoltura della gente comune da quella dei sovrani o delle personalità di rilevante importanza.

In epoca tardo Neolitica e nel periodo Predinastico (tra il 4500 e il 3100 a.C.), le salme venivano avvolte in stuoie o pelli di animali e sepolte sotto la sabbia del deserto dove essiccavano naturalmente. Solitamente venivano sepolte nei pressi delle tombe reali onde godere anche nell’aldilà della protezione del sovrano.

Di questo tipo di mummia naturale ne sono state ritrovate a migliaia. A questo proposito voglio citare un particolare sconcertante riportato da Mark Twain, in uno dei suoi resoconti di viaggio, più o meno romanzati, “The Innocents Abroad” (“Gli innocenti all’estero”) scritto nel 1867, nel quale racconta che durante il periodo coloniale, data la scarsità di legname, molte di queste mummie sarebbero state usate come carburante per le locomotive a vapore egiziane. La cosa non è stata mai comprovata storicamente, anche se è stata menzionata da altri autori; numerose sono state le smentite ma la cosa è sopravvissuta fino ai nostri giorni.

Si deve arrivare alla fine dell’Antico Regno, (2200 a.C. circa), perché l’integrazione della morte individuale nel ciclo cosmico interessi anche l’egiziano comune, fino ad allora la cosa era di sola pertinenza del Faraone. 

Le persone un po’ più facoltose venivano inumate in piccole camere ipogee sulle quali si costruiva un tumulo di sassi allo scopo di proteggere le salme dei defunti dagli assalti degli animali in cerca di cibo.

Successivamente i sepolcri vennero gradualmente inseriti ad una profondità sempre maggiore e nella loro parte superiore si accatastò un cumulo di pietre e sabbia, simbolo del monticello Tatenen, emerso dalla divinità Nun all’inizio dei tempi.

Durante l’Epoca Predinastica i pozzi contenenti le tombe vennero scavati alcuni metri più in basso, sopra vennero costruiti veri e propri edifici di mattoni e legno con le pareti interne decorate con varie pitture.

Nasce così la “Mastaba”, nome assegnatole in epoca più recente per la rassomiglianza con le panche che ancora oggi gli egizi tengono fuori dalle porte chiamate appunto mastaba.

Le Mastabe venivano costruite in appositi spazi che costituivano la Necropoli. Nelle prime due dinastie, tuttavia, anche il re viene ancora sepolto in tombe a mastaba, e non è possibile stabilire se già allora un destino celeste attendesse il re morto.

Nella definizione della teologia regale agli inizi della storia egiziana, la morte del re rappresentò l’aporia massima da risolvere, giacché poneva un problema che era, da una parte quello del non senso della morte, dall’altro quello della morte del Re-Dio. Secondo gli Egizi, il faraone non era solo il capo supremo dello Stato, il faraone aveva tutti i poteri di vita e di morte sul popolo, la sua natura era divina, egli era un dio che discendeva dal cielo per regnare sulla sua gente. Fino a quando stava sul trono, il faraone veniva identificato con il dio Horus, che si manifestava agli uomini come un falco, mentre al momento della morte era considerato come Osiride, il padre di Horus, un dio che moriva per poi rinascere nell’aldilà.

Nelle epoche più antiche, il destino post-mortem assegnato al re era astrale, forse stellare in una prima fase, poi solare.

La mastaba del faraone si presentava con i fianchi movimentati da giochi di luce ed ombre, realizzati modulando le facciate con sporgenze e rientranze. L’interno si componeva di un complesso di stanze per lo più ipogee, collegate tra di loro da stretti corridoi, composto dalla camera sepolcrale e da numerose altre stanze secondarie utilizzate come magazzini per contenere il corredo del defunto che gli sarebbe servito per la vita nell’aldilà.

Ogni Faraone si faceva costruire una mastaba più grande del suo predecessore ma è con il Faraone Zoser che avviene un cambiamento radicale che sfocerà poi nella costruzione delle grandi Piramidi.

Sovrapponendo mastaba a mastaba nasce la Piramide a gradoni di Saqqara. L’importanza che il re raggiungesse le sue mete celesti era tale che forze e risorse ingentissime venivano mobilitate intorno alla costruzione delle tombe. Per tutti gli altri, l’esistenza dopo la morte era concepita all’interno della tomba, e la possibilità di sopravvivenza affidata alle offerte funerarie.

La natura divina dei faraoni spiega perché le loro sepolture dovevano essere costruite secondo canoni specifici, alla sua morte il faraone si trasformava in Akh, forma dello spirito simile ad un ibis, saliva in cielo tra le stelle imperiture e diventava Osiride, completando così la sua rigenerazione divina.

Questo spiega perché essi siano stati sepolti, dapprima in sontuose e sempre più grandi mastabe poi in quelle gigantesche costruzioni che sono le piramidi (forse) ed in seguito nelle ricchissime tombe scavate nel sottosuolo della Valle dei re a Tebe, in entrambi i casi si trattava di tombe costruite non per dei comuni mortali ma per delle divinità.

Alla sua morte il faraone doveva disporre di una dimora adatta a conservare il suo corpo per l’eternità. Questa doveva essere confortevole e dotata di un arredo consono alla personalità che avrebbe ospitato. Un corredo che comprendesse tutto quanto aveva avuto nella sua vita terrena, abiti per le varie esigenze, ornamenti ed oggetti d’uso quotidiano oltre ad una scorta di cibi e bevande.

Non appena il faraone avesse superato positivamente la psicostasia (la pesatura del cuore) sarebbe salito nei campi Aaru (o Iaru), dove il defunto sarebbe vissuto felicemente e senza alcuna preoccupazione.

A questo scopo però avrebbe dovuto lavorare, arare e mietere, insomma svolgere tutti quei lavori necessari alla prosecuzione delle vita. Ma poiché il faraone non era adatto a svolgere questi lavori, con lui venivano seppelliti gli “ushabti” (i rispondenti) forze costruttive positive che avevano il compito di sostituire il defunto nei lavori agricoli e non solo, animandosi magicamente rispondendo subito alla chiamata del signore e lavorando al suo posto, per consentire all’anima del morto di godere del riposo ultraterreno.

Va detto che a questo in parte ci pensava già lo stesso faraone quando era ancora in vita, era lui che si faceva costruire la sua dimora eterna e, forse, pensava già al corredo che si sarebbe portato nell’aldilà. Allo scopo sceglieva di farsi seppellire in una necropoli già predisposta dai suoi predecessori oppure decideva di farsi costruire una nuova necropoli dove avrebbe trovato posto la sua tomba o il suo complesso funerario. Durante il Periodo Protodinastico, o Tinita, la necropoli dei sovrani delle Due Terre si trovava ad Abydos nell’Alto Egitto, tra Assiut e Luxor.

Stando alla ricostruzione fornita dall’archeologo inglese Flinders Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, questa conteneva un gran numero di tombe, va detto che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia ed ospitava anche molte tombe dei Re predinastici.

Molte di queste tombe erano state scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto ad un’intelaiatura di pannelli di legno. All’epoca di Petrie, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un tumulo, come citato sopra, per le personalità più importanti la tomba era circondata da un muro di cinta di mattoni, dove erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto.

Oltre a queste stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.

Grazie allo studio dei sigilli e delle stele, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una accettabile successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro proprietari.

La necropoli di Abydos, in epoca protodinastica, venne dotata di due cinte murarie, la prima che cinge il tempio consacrato al dio locale Khentamentiu, signore dei morti, dio ancestrale “Primo degli Occidentali”, assimilato ad Osiride durante il Medio Regno, raffigurato come uno sciacallo spesso è stato confuso con Anubi.

La seconda cinta muraria, rettangolare, sempre in mattoni crudi, racchiudeva l’intero complesso. Abydos rappresentò un notevole centro religioso in quanto, secondo la tradizione, vi si trovava la tomba di Osiride. Fu sempre ritenuto uno dei più importanti centri di culto dell’intero Egitto. Il più importante rito religioso era il pellegrinaggio ad Abydos dove si svolgevano le principali cerimonie dell’Egitto.

Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab, (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Le mastabe erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni; la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq.

Non si sa per quale ragione, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. A partire dal regno del faraone Den, quinto re della I dinastia, si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo caso noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni.

Anche Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo. Dietro il sito dell’antica città di Thinis, i sovrani fecero erigere una cinta in mattoni crudi. La Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. è una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. Alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara ma Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos.

Dopo la prima esperienza del faraone Den, seguita da quella di Khasekhemwy, di utilizzare la pietra lavorata arriverà, con la III dinastia, l’architetto Imhotep che ne farà largo uso nella costruzione della piramide di Djoser. Ma qui entriamo nel Periodo Dinastico col quale inizierà l’Antico Regno.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Storia delle piramidi”, Rusconi, 1998
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Mondadori Electa, 2001
  • Cyril Aldred, “Gli egiziani, tre millenni di civiltà”, (trad. di S. Bosticco), Newton & Compton, 1985
  • Cyril Aldred, “Arte dell’Antico Egitto”, (trad. di Massimo Parizzi, Milano, Rizzoli, 2002
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Milano, Mondadori, 1996
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, (trad. di G. Pignolo), Einaudi, 2017)

C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL RE SCORPIONE

Di Piero Cargnino

LA DINASTIA 00

Finisce il regno dei “Seguaci di Horus”, gli “Shemsu-Hor” che rimangono uno dei più grandi e fitti enigmi per i ricercatori e gli storici. Sovrani della “Città del Falco”, Hierakompolis, nome greco dell’antica necropoli di Nekhen, preistorici e misteriosi sovrani che la tradizione antico egizia raccontava che fossero gli alleati di Horo nella battaglia contro Seth a Buto per la conquista del Basso Egitto.

Arriviamo dunque al quarto periodo quello del “Regno dei Sovrani umani”. Questo periodo è caratterizzato da continui scontri tra i vari regni ed in esso Manetone colloca la dinastia 00 (3300- 3200 a.C.) nella quale si alternano una certa quantità eterogenea di sovrani.

Chiamarla dinastia non sarebbe corretto in quanto, non essendo ancora avvenuta l’unificazione dell’Egitto, non si può parlare di regnanti che si succedono sul trono d’Egitto secondo una discendenza dinastica sovrana, vengono citati re, o anche solo capi locali, che spesso hanno regnato nello stesso periodo indipendentemente dal territorio, alcuni regnavano nel Delta, altri nella Valle, altri ancora molto più a sud.

Esplorando la necropoli arcaica di Abidos, l’egittologo Edwin van den Brink, nel 1992, assegnò come appartenenti alla dinastia 00 i re di Tjeni ivi sepolti. L’egittologo tedesco Gunther Drever, studioso di lingua copta ma privo di esperienza in fatto di scavi, con fondi forniti da privati, nel 1893 scoprì un basso contrafforte nel deserto interamente ricoperto di cocci di vasi, dagli scavi emersero sedici tombe di mattoni a forma di pozzo i cui nomi regali erano tutti riferiti a Horo. Non trovando corrispondenza con i nomi citati da Manetone ne con quelli citati nel Papiro di Torino, Amélineau arrivò alla conclusione che si trattasse dei nomi dei “Seguaci di Horus”. Ovviamente non mi perdo nell’elencare la nutrita serie di nomi che di per se non direbbero nulla in quanto, a parte i nomi, non conosciamo altro, ne citerò solo alcuni per pura curiosità: Orice, Conchiglia, Pesce, Elefante, Toro, Scorpione I (da non confondere con il re Scorpione che verrà più tardi), seguono molti altri. Questi nomi erano riportati su vasi e su piccole tavolette (1 o 2 cm di lato)  di osso, legno o avorio sulle quali comparivano, da un lato appunto nomi di re o regine o capi locali e sull’altro solitamente un numero.

Le tavolette, oltre a numerosi altri reperti furono rinvenuti in massima parte ad Abydos ed a Nekhen oltre che sulle statue di Min e sulla “Tavolozza delle città”, in assenza di una cronologia certa questi sovrani potrebbero appartenere alla dinastia 00.

Qui troviamo nomi quali: Hedjw-Hor, Ny-Hor, Hat-Hor, Iry-Hor e così via, sovrani che appartenevano a Tjeni ed a Nekhen considerando che in questo periodo vi erano tre grandi insediamenti umani governati da monarchie ereditarie: Tjeni, Nubt e Nekhen.

Dreyer, durante una spedizione nel sud dell’Egitto, scoprì inoltre numerose iscrizioni e reperti che analizzò al carbonio 14 riscontrando che erano da attribuire ad un periodo che collocò tra il 3300 e il 3200 a.C. antecedente quindi al periodo dinastico ed all’unificazione dei due regni dell’Alto e del Basso Egitto.

Dopo un attento esame delle iscrizioni riportate sui reperti gli studiosi giunsero alla conclusione che gli antichi egizi inventarono la scrittura prima dei sumeri.

LA DINASTIA 0 e IL RE SCORPIONE

Per quanto riguarda la dinastia 0 ci sono stati tramandati i nomi di alcuni re quali: Iry-Hor, Ka e Scorpione II, il “Re Scorpione” che viene identificato dal ritrovamento di una testa di mazza del tipo dello scettro “hedj”, che sarà lo scettro dei faraoni del periodo dinastico.

La scena raffigurata sulla mazza ritrae il re, cinto della coda di toro simboleggiante “Horus Toro Possente”, il sovrano regge una zappa nei pressi di un canale, sul suo capo è presente la “Corona Bianca” dell’Alto Egitto, dietro a lui due portatori di ventaglio lo seguono. Proprio di fronte al suo viso compare il glifo che rappresenta uno scorpione, il sovrano è sormontato da una stella, ritenuta simbolo della regalità ed epiteto che accompagna il nome.

Girando la mazza verso il retro del sovrano compaiono alcune piante e un gruppo di donne che battono le mani, nel registro superiore sono rappresentate le insegne dei nomoi che compongono il suo regno, fatto curioso è che da ogni insegna  penzola un uccello appeso per il collo.

L’ipotesi più accreditata è che l’intera rappresentazione presente sulla mazza stia ad indicare che si tratta di una cerimonia sacra legata all’irrigazione mentre per quanto riguarda gli uccelli appesi ai vessilli, essendo questi uccelli acquatici e come tali simbolo del Basso Egitto, lascerebbe supporre che si sia voluto in tal modo rappresentare principi egizi vinti dal re Scorpione.

Da ciò si deduce che il sovrano abbia effettivamente tentato di conquistare il Basso Egitto, ma per questo bisognerà attendere un altro re che verrà dopo di lui, Narmer (o Meni o Menes), ma di questo parleremo in seguito.

Il reperto venne trovato insieme ad altri in un deposito del tempio di Narmer a Nekhen e costituivano offerte votive al sovrano.

Il re Scorpione, sovrano di Nekhen (Hierakompolis) nella cui necropoli pare sia stata individuata la sua tomba denominata HK6, fu uno dei “Seguaci di Horus” e forse l’ultimo re della dinastia 0.

Del re Scorpione possiamo ancora dire che, in seguito al ritrovamento del suo serekht su di un’anfora da vino di origine palestinese, alcuni studiosi ritengono che Narmer e il Re Scorpione siano lo stesso personaggio ovvero il primo faraone che riuscì ad unificare l’Alto ed il Basso Egitto.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

LO ZEP TEPI

Di Piero Cargnino

Vediamo di ricostruire, per quanto ci è possibile, gli avvenimenti che hanno caratterizzato in modo significativo la fase finale del Predinastico, Naqada III.

Cominciamo col dire che è in questa fase che nascono la scrittura geroglifica, i primi cimiteri con sepolture reali dove possiamo osservare per la prima volta la comparsa del serekht, per indicare il nome del sovrano, che più tardi si evolverà nel classico “cartiglio” che tutti conosciamo.

A parte la Pietra di Palermo che, in modo molto frammentario, riporta i nomi di sette sovrani che regnarono nel Basso Egitto senza però citare altro, le fonti a cui possiamo fare riferimento, oltre al solito Manetone, con tutti i suoi limiti sono anche molti altri dopo di lui. Il racconto di Manetone, “Aegyptiaca”, è un misto di mitologia e ricordi ancestrali che gli vengono riportati dai vecchi sacerdoti egizi e che si riferiscono a millenni prima.

A questo punto è dunque necessario fare un passo indietro, molto indietro, prima  dell’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, prima del dominio dei faraoni ed ancora prima della dinastia “0” (zero) e del Periodo Predinastico, occorre tornare allo “Zep Tepi” (“il primo tempo“).

LO ZEP TEPI

Forse sono solo racconti mitologici, oppure ci sono fatti storici dietro la tradizione dello Zep Tepi? Bella domanda!

Nel tragitto che ci apprestiamo ad intraprendere faremo riferimento a Manetone il quale riferisce che ci fu un tempo in cui antichi e potenti sovrani di natura divina e semi-divina civilizzarono e governarono l’Egitto sotto forma di faraoni.

Lo storico greco Eusebio da Cesarea riporta che Manetone fa iniziare la storia egizia nel 30.544 a.C. e la suddivide in quattro periodi:

  1. Regno degli Dei,
  2. Regno dei Semidei,
  3. Regno degli Spiriti venerabili,
  4. Regno dei Sovrani umani.

E’ interessante notare che la suddivisione in quattro periodi, ovvero dei, semidei, mani superiori e uomini, collima con la dottrina tradizionale delle “Quattro Età dell’Umanità”, da quella dell’oro a quella del ferro che ritroviamo in tutte le antiche culture della storia.

Manetone ci racconta che all’inizio dei tempi governava il Basso Egitto quella che chiama “Dinastia degli dei” (o “Regno degli dei”) che avrebbe regnato per 13.900 “anni lunari”. Il “Regno degli Dei” comprende sette grandi e potenti dei, i “Neteru” che regnarono sulle terre del Nilo durante il cosiddetto “primo tempo”, lo “Zep Tepi”, tempo in cui la terra d’Egitto era abitata appunto dai “Neteru” e da un’altra stirpe, gli “Urshu”, “Vigilanti”, ovvero creature divine che sono menzionati nel Papiro di Torino come intermediari tra gli dei e gli umani.

I Neteru, gli dei che regnarono erano Ptah, Ra, Shu, Geb, Osiride, Seth e Horus. Fatto curioso è che Manetone fa comparire Osiride nella quinta posizione fra gli dei, anche Zeus è nella quinta posizione nell’Olimpo, (una combinazione dovuta forse al fatto che Manetone era uno storico e sacerdote greco antico).

Anche i “Testi delle Piramidi” raccontano che giunse il tempo in cui l’ordine emerse dal caos, era il periodo in cui gli dei, i Neteru, governavano la Terra.

LE ANIME DI PE E NEKHEN

Segue la dinastia dei semidei, che dura 1255 anni.

Sono i “Seguaci di Horo”, il Papiro di Torino li chiama “Spiriti che furono seguaci di Horus”, sono le “Anime di Pe e quelle di Nekhen”, così chiamati nella formula relativa al viaggio ultraterreno del sovrano nei “Testi delle Piramidi”, le Anime sono i ba dei sovrani appartenenti alla sfera del divino.

Le troviamo spesso indicate nella trasposizione dei geroglifici come “hnw”, ovvero “Giubilo” e sono rappresentate da una figura umana maschile genuflessa che con il pugno si percuote il petto mentre l’altro braccio è sollevato in alto. Venivano rappresentati in forma antropomorfa: le anime di Pe, ossia l’antica Buto, mitica capitale del Basso Egitto, con la testa con la testa di falco, mentre la Anime di Nekhen, l’antica capitale dell’Alto Egitto anche detta Hieracompolis con la testa di una canide.

Con questa rappresentazione si voleva evidenziare le antiche forze spirituali delle due metà del Paese. La loro posizione ricalca l’antica musica detta “corporea” per eseguire la quale ci si percuoteva il petto prima con un pugno e poi con l’altro (Hornung). Con questo gesto i sacerdoti, gli alti funzionari e il corteo divino salutavano Aton nel momento in cui apparivano all’orizzonte il sovrano e Ra sotto forma di Khepri.

L’arrivo del sole al mattino nel mondo sotterraneo veniva salutato con il gesto “henu” dalle  Anime di Pe e Nekhen, ma se queste, per qualche ragione fossero mancate, gli egizi, che pensavano a tutto, nell’iconografia funeraria queste venivano sostituite da altre divinità dette “Gli Occidentali”.

GLI SHEMSU-HOR

Poi arrivarono gli “Shemsu-Hor”, gli “Spiriti venerabili”, o “Compagni di Horo”.

Erano gli “Akh” (luminosi), non erano propriamente dei ma la loro natura era comunque divina, formavano il seguito di Horo e venivano venerati nei suoi templi, da essi derivò la titolatura reale dei faraoni.

Il loro compito era quello di purificare il defunto accompagnandolo durante il suo viaggio ed accoglierlo nell’Oltretomba.

Gli “Shemsu-Hor” sono coloro che guidarono la transizione tra i precedenti regni e quello degli umani, il loro emblema era il cane nero Upuaut.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
C'era una volta l'Egitto, Età Predinastica

IL PERIODO DI NAQADA

Di Piero Cargnino

Finora abbiamo parlato della preistoria di quella terra e dei suoi abitanti che furono i precursori della civiltà egizia i cui progressi culturali, li portarono a diventare un popolo che iniziava ad organizzarsi, sia dal punto di vista sociale che culturale. Abbiamo seguito le diverse culture precedenti: il Badariano, il Tasiano, la cultura del Fayyum e quella di Merimde.

Affrontiamo ora il periodo che viene chiamato “Predinastico”.

Con il Predinastico ha inizio quel processo che precede la formazione di un vero stato egizio unitario, cosa che avverrà solo al termine del periodo, al momento il paese si presenta diviso in due regni distinti, il Basso Egitto a nord con capitale Pe nel Delta e l’Alto Egitto a sud con capitale Nekhen.

Il Predinastico inizia intorno al 4000 a.C. e arriva fino al 3000 a.C. circa.

Naqada, città considerata la base di partenza del periodo predinastico, qui si pensa sia nata la cultura che darà inizio all’evoluzione storica e sociale dell’intera Valle del Nilo. Qui troviamo la grande necropoli egizia con i suoi reperti predinastici che furono accuratamente studiati da Flinders Petrie sul finire dell’ottocento. L’egittologo tedesco Werner Kaiser, studioso dell’antico Egitto, ha suddiviso il periodo di Naqada in tre fasi significative di ciascuna cultura, 1) Naqada I, amraziana (3900-3650 a.C.), 2) Naqada II, gerzeana (3650-3300 a.C.), (3) Naqada III, semainiana (3300-3060 a.C.).

Non farei molto affidamento sulla precisione delle date riportate per ciascun periodo naqadiano in quanto sono puramente indicative, come pure lo sono quelle relative al successivo periodo Protodinastico (o Arcaico o Tinita) in quanto ancora oggetto di studi e di ipotesi formulate dagli studiosi e pertanto ancora molto discordanti.

Esaminiamo ora le caratteristiche dei tre periodi naqadiani il cui nome deriva dal sito di Kom el-Ahmra (Nekhen) nell’Alto Egitto. Iniziamo con Naqada I (amraziano)  dove venne studiato il primo sito di questo gruppo culturale scoperto.

In questo periodo si producono ancora vasi “a bocca nera” ma iniziano a comparire decorazioni a righe parallele bianche che si intersecano con altre sempre bianche. Nascono in questo periodo scambi commerciali tra i due regni, lo testimoniano reperti del nord presenti al sud e viceversa. Si inizia a trovare il rame che, assente in Egitto, proviene sicuramente dal Sinai o dalla Nubia dalla quale proviene, in questo periodo, anche l’ossidiana e l’oro, in questa fase si riscontrano anche commerci con le oasi. Si riscontra un primo tentativo di costruzione di edifici in mattoni di fango, cosa che si estenderà nel successivo periodo gerzeano a dimostrazione di una continuità storica e culturale tra passato e presente.

Ha inizio anche la produzione di palette per cosmetici che rivelano però un artigianato ancora rudimentale, sono assenti i bassorilievi che troveremo più avanti, tipo la tavoletta di Narmer.

Esaminiamo ora il periodo di Naqada II, il gerzeano, dal nome della località dove vennero effettuati i primi ritrovamenti Gerzeh (Girza o Jirzah). Dalle ultime datazioni al C14 si è propensi a datare l’inizio di questa fase all’incirca nel 3650 e si presume che sia durato 3 secoli circa. L’egittologo Werner Kaiser ritiene che si debba fare un’ulteriore suddivisione in 4 fasi dove nelle prime due si riscontrerebbe un notevole aumento della popolazione e l’introduzione di nuovi metodi di lavorazione che porterebbero ad una migliore qualità degli oggetti lavorati.

Come detto sopra si costruiscono edifici con mattoni di fango del Nilo mischiato a paglia tritata. Le ulteriori due fasi metterebbero in evidenza i primi tentativi di espansione dell’Alto Egitto a discapito del Basso Egitto. Si nota un aumento ed un miglioramento delle decorazioni presenti sugli oggetti in ceramica. Risulta evidente che alcune incisioni iniziano ad assomigliare ai futuri geroglifici mentre sono sempre più numerose le tavolette portacosmetici, con esse compaiono arpioni in osso, vasi d’avorio, coltelli seghettati in osso e collane o pendenti realizzate con pietre dure e lapislazzuli. Tra gli altri oggetti, l’egittologo Wainwright rinvenne nel 1911 oggetti quasi sferici in ferro che costituirebbero i più antichi manufatti di quel metallo presenti in Egitto. Curiosamente, fra tutte le sepolture scavate una di esse conteneva il corpo di un uomo decapitato. Sul finire del periodo gerziano o Naqada II iniziano a formarsi gli embrioni dei primi regni nell’Alto e nel Basso Egitto.

Arriviamo così, approssimativamente intorno al 3500 a.C., all’ultimo periodo del predinastico nel quale gli studiosi fanno iniziare il periodo di Naqada III, il semainiano, che durerà fino al 3150 a.C.. Da questo periodo ha inizio il consolidamento del processo di formazione degli stati, già iniziato in Naqada II; da quanto si può ricavare dagli scarsi rinvenimenti archeologici, incontriamo già dei sovrani che governano regni indipendenti e in lotta tra loro. Nomi che troviamo per lo più incisi su vasi in ceramica o sulle lastre di pietra che ricoprono le sepolture. Nomi di sovrani che conosciamo quasi esclusivamente dai miti che ci ha riportato Manetone e ad alcuni accenni che troviamo sulla Pietra di Palermo.

Fonti e bibliografia:

  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012
  • Maria Cristina Guidotti e Valeria Cortese, “Antico Egitto”, Giunti, 2021
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle Dinastie faraoniche”, Bompiani, 2012 
  • Mattia Mancini, Articolo del 27 aprile 2021 su Djed Medo, Blog di egittologia
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia. Là dove nacque l’Egitto”, Archeologia Viva n. 104, Marzo/Aprile 2004
  • Maurizio Damiano, “Gran Mare di Sabbia, II. Lontani misteri di un deserto”, Archeologia Viva n. 113, Settembre/Ottobre 2005
  • Anna Maria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, “Kemet, Alle sorgenti del tempo”, Electa, 1998
  • Natale Barca, “Sovrani predinastici”, Ananke Torino, 2006
  • Natale Barca, “ Prima delle piramidi” , Ananke Torino, 2010
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Roma-Bari, 1998
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961, Einaudi, Torino 1997
  • Stephan Seidlmayer, “Egitto, terra dei faraoni”, Könemann Verlagsgesellschaft mbH, Milano, 1999
Età Predinastica

LA TOMBA 100 DI HIERAKONPOLIS

A cura di Franca Loi

Fu l’archeologo Frederick W. Green a scoprire la “tomba 100” di Hierakonpolis. Nell’inverno 1898-1899, in una necropoli dell’antichissima città egizia di Nekhen più tardi chiamata dai Greci Hierakonpolis, “città del falco”. Il cimitero era costituito da ben 150 sepolture e una di esse, situata nell’area sud-est, presentava un dettaglio particolare: le sabbie avevano preservato la pittura murale di una parete, una raffigurazione a colori dal significato sconosciuto che avrebbe suscitato negli anni a venire vivaci discussioni in ambito accademico e, di recente, anche fuori di esso. Il problema è il soggetto dell’affresco: grandi navi arenate nella sabbia, scene di conquista, prigionieri morti o incatenati. Chi erano questi navigatori dalla mazza facile? I Compagni di Horus?

Relegata in un angolo buio

Si potrebbe definire una “patata bollente”, questa raffigurazione di Hierakonpolis che ha causato infinite diatribe e i cui preziosi frammenti originali sono stati quasi nascosti, relegati in una sala al piano superiore del Museo Egizio del Cairo, lontano dalla vista della maggior parte dei visitatori. Assopiti in un angolo buio, dietro un vecchio vetro impolverato, in un corridoio di passaggio. Chi non cerca intenzionalmente la pittura di Hierakonpolis, ha poche probabilità di notarla.

Tesoro fra i tesori la pittura della tomba 100 di Hierakonpolis è vittima del destino che accompagna tutti i reperti meno appariscenti: l’accantonamento più o meno consapevole nell’angolo del silenzio.

Eppure, quando decorava la tomba di questo signore sconosciuto appartenente alla preistoria egizia, l’affresco (ca. 3500 – 3200 a.C.) era molto importante, proprio perché l’artista aveva voluto immortalare un momento decisivo della storia delle Due Terre. Aveva voluto fermare per sempre, su quella parete funeraria, l’avvenimento traumatico della conquista e soprattutto un particolare che si rivela essere la nota dominante: le navi dei conquistatori. Varie però sono le interpretazioni date dagli studiosi. Secondo alcuni rappresenta una scena di caccia – in questo caso non si capisce però che cosa c’entrino le navi – oppure la riscossione di tributi da parte dei primi signori delle Due Terre, o ancora una scena di trionfo.

In ogni caso, nessuna informazione concreta ci è giunta dal proprietario della tomba 100, il defunto, poiché i pezzi di valore del suo corredo funerario non erano più lì. Trafugati. Purtroppo Frederick William Green portò alla luce una sepoltura già saccheggiata dai tombaroli. A suo tempo l’egittologo scrisse:

“(…) la tomba è stata saccheggiata, le mura in situ presentano tracce di zappa e tutti gli oggetti di valore sono stati rimossi.”

Solo la pittura muraria era rimasta a testimoniare l’importanza del morto eccellente. Green rimosse con cura i frammenti dell’affresco che fece trasportate al Museo del Cairo. Prima, però, aveva provveduto a realizzare una copia del dipinto in grandezza originale e questo si trova oggi al Griffith Institute di Oxford. Secondo le indicazioni di Green, la tomba fatta di mattoni crudi misurava 5,10 m x 2,24 m. All’interno, approssimativamente nel mezzo, si trovava una parete divisoria che, evidentemente, aveva la funzione di separare la camera mortuaria situata a nord da quella contenente il corredo funebre a sud. Non tutti gli oggetti che accompagnavano il defunto erano scomparsi. La lista dei reperti compilata da Green contiene recipienti di pietra e vasi, utensili di selce e conchiglie. Ma la vera ricchezza della tomba era l’affresco, un unicum nel panorama egizio predinastico e protodinastico.

Frammenti della pittura murale della tomba 100. di Hierakonpolis.⁸
Museo Egizio del Cairo

La pittura che occupava in lunghezza praticamente un’intera parete della tomba (parete est -A), realizzata sui mattoni intonacati, era suddivisa in due registri separati da una linea color rosso ocra: quello superiore con uno sfondo giallo ocra che rappresentava le sabbie del deserto e quello inferiore di un colore blu/verde scuro, probabilmente simboleggiante l’acqua. Grandi navi dominavano la scena. Green scrive:

“Sagome di navi bianche, cabine rosse con una linea nera sul tetto. Figure umane rosse e bianche vestite dalla cintola in giù, capelli neri, occhi bianchi con pupilla nera (gli occhi erano tondi).”

Dettaglio dei frammenti custoditi al Museo Egizio del Cairo. Sulla parte inferiore dell’affresco è ben visibile l’area verde/blu (originale) che potrebbe simboleggiare l’acqua.

Interessante il fatto che, secondo il rapporto di Green, anche altre due superfici della parete divisoria erano dipinte e anch’esse erano divise in due registri: quello inferiore blu/verde scuro e quello superiore dominato da figure umane. Una di queste pitture, così l’egittologo, si presentava alquanto sbiadita e raffigurava una processione. I colori usati per dipingere la parete est, vale a dire l’affresco principale delle navi, erano giallo, bianco, nero, rosso e blu/verde scuro. È difficile dire se le differenti parti del dipinto rappresentino scene cronologicamente distanti le une dalle altre oppure raffigurino un unico evento; è probabile che esista un tema comune alla base di tutte le scene rappresentate: il dominio. Il dominio di uomini e animali.

E poi le navi. Sono sei, cinque bianche e una nera. Quella riga che separa il grande affresco dallo sfondo ocra e la fascia dipinta in Blu/verde scuro non doveva avere soltanto valore ornamentale, ma anche un significato ben preciso. Era l’acqua. E le sei navi non erano raffigurate in acqua, bensì sulla sabbia. Navi giunte forse dal mare?

Molto più tardi, ai tempi dell’imperiosa regina Hatshepsut, si davano il cambio le spedizioni marittime dirette alla favolosa terra di Punt. Gli splendidi geroglifici di Deir-el- Bahari le raccontano. Sappiamo che le navi egizie di ritorno dalla terra di Punt gettavano l’ancora al porto di Quseir, sul Mar Rosso, poi erano smontate a pezzi e trasportate attraverso la via del Wadi-Hammamet fino alla città di Copto, l’antica Kift. Una volta arrivate a Copto, venivano nuovamente montate. Riprendevano così il loro viaggio, questa volta lungo il Nilo, verso la residenza reale, per trasportare le merci straniere sino al palazzo della sovrana.

Ovviamente il dipinto di Hierakonpolis risale a un’epoca molto più antica. Ma non può essere ugualmente che quelle sei navi fossero in secco sulla riva, appena rimontate, pronte a risalire lungo il fiume? L’ipotesi forse più illuminante sul significato dell’affresco fu formulata dagli archeologi francesi Jacques Vandier e Charles Boreux, i quali non esitarono a riconoscervi la scena di un’invasione di asiatici avvenuta presso Nekhen/Hierakonpolis, la Città del falco. Non per nulla si trattava proprio della città di Horus, un centro importante non lontano da Edfu, il luogo in cui, secondo i miti egizi, avvenne lo scontro fatale tra i Compagni di Horus e quelli di Seth.

Tutte e sei le navi dispongono di cabine, sui cui tetti sono visibili costruzioni arcuate che potrebbero essere servite all’applicazione di alberi oppure all’inserimento di remi. Una delle navi esibisce anche uno stendardo. Su tre delle imbarcazioni è ben visibile, nel mezzo, una sorta di rettangolo che potrebbe indicare la presenza di un’apertura per il comodo imbarco di passeggeri, merci o – perché no? – bestiame. Una delle navi bianche, la più grande, presenta sopra una delle cabine una costruzione a baldacchino che fa intravedere la sagoma di una persona seduta la suo interno. Viene subito da pensare a certe illustrazioni geroglifiche come quella sulla mazza di re Narmer, in cui si vede il re assiso all’ombra del padiglione. Ancora un elemento tipico dei Compagni di Horus. Quest’imbarcazione, per la sua forma e l’evidente presenza di timone e timoniere sulla destra, dev’essere stata una nave di legno e non di giunco, come le classiche imbarcazioni fluviali egizie. Si può ipotizzare lo stesso anche per le altre cinque navi? Giungevano tutte dal mare? Erano navi di conquista?

Confronto fra tre tipi di navi dall’incredibile somiglianza. Dall’alto in basso: nave mesopotamica tratta da un sigillo; nave raffigurata sul coltello egizio di Gebel-el-Araq; nave di Horus scolpita sulla Tavoletta di Narmer. Disegno: Sabina Marineo

Se sì, è forse per questo che i primi re aggiunsero alla propria tomba l’elemento della nave? Il monumento funebre di Horus-Aha presentava una nave di pietra. Lo stesso faraone Cheope fece affiancare da navi la sua imponente piramide di Giza. E se non si fosse trattato, originariamente, della simbolica barca del sole, bensì del ricordo di quelle prime imbarcazioni dei conquistatori, i Compagni di Horus, che giunsero alle sponde del Mar Rosso?

Già l’egittologo Walter Emery aveva puntato il dito sulle navi di Hierakonpolis relazionandole alle imbarcazioni raffigurate sul manico del coltello di Gebel-el-Araq. Un reperto di estrema importanza oggi conservato al Museo del Louvre. Lo splendido coltello d’avorio, scoperto nelle vicinanze di Nag Hammadi e datato intorno al 3300 a. C., è impreziosito da decorazioni di raffinata bellezza. Raffigurano uomini, animali… e navi. Su un lato dell’impugnatura troneggia un signore dall’aspetto spiccatamente mesopotamico, con copricapo asiatico, lunga gonna e folta barba, che doma due leoni. Sotto di lui, ordinati in diverse file, ci sono molti animali: grossi cani, gazzelle, leoni, una vacca. Si vede anche un cacciatore.

Ci troviamo ancora una volta di fronte al noto motivo tipico dell’arte mediorientale, il “Signore degli animali”, tema di un altro reperto dello stesso periodo, la Stele della caccia di Uruk. Questo manufatto di granito, che fino a qualche anno fa era conservato nel Museo Iracheno di Bagdad, mostra due cacciatori in azione. Entrambi sono vestiti esattamente come l’uomo del coltello di Gebel- el- Araq, portano il medesimo copricapo. Uno di essi doma un leone, l’altro scocca una freccia in direzione di un branco di leoni. Un chiaro influsso mesopotamico sull’arte preistorica nilota che, come abbiamo visto, è presente anche nell’affresco di Hierakonpolis.

Veniamo alle navi. Sull’altro lato dell’impugnatura del coltello di Gebel-el-Araq sono riportate scene di battaglia ordinate in cinque registri. I due registri superiori mostrano degli individui dalle teste rasate – oppure dai capelli molto corti – che combattono contro uomini dalla lunga chioma. I “calvi” sembrano avere il sopravvento sui lungo chiomati e, in ogni caso, contrariamente ai loro avversari, sono tutti armati di mazza piriforme. Secondo l’egittologo David Rohl, un tipo di arma che, contrariamente alla mazza discoidale, sembra essere apparsa in Egitto soltanto in un secondo tempo.

Il terzo livello raffigura un uomo dai capelli corti che trascina due navi con una fune. Si tratta d’imbarcazioni con prua e poppa alte, munite di cabina. Dalle imbarcazioni svettano due stendardi recanti un simbolo particolare, ricorrente nelle raffigurazioni mesopotamiche di carattere sacro: la luna piena poggiata sulla falce della luna crescente. Sia lo stendardo con falce lunare, sia la forma delle imbarcazioni, sia il particolare dell’ancora litica a poppa e della prua munita di rinforzo, sono tutti elementi di matrice mesopotamica. Sul quarto registro sono visibili dei cadaveri di nemici che galleggiano sull’acqua.Sul quinto registro appaiono altre tre navi. Ma tali imbarcazioni si differenziano molto da quelle incise più sopra e possono essere egizie. Walter Emery scrive:

“Lo stile dell’impugnatura del coltello è sicuramente mesopotamico o addirittura siriano, la scena rappresenta una battaglia navale contro nemici stranieri, com’è rappresentata anche nella tomba di Hierakonpolis. In entrambe le raffigurazioni c’imbattiamo su due diversi tipi di navi: navi chiaramente egizie e imbarcazioni dall’aspetto straniero con alta prua e alta poppa, di certa origine mesopotamica.”

L’egittologo Toby Wilkinson ha dedicato anni di ricerca a un’area del deserto orientale, una zona situata tra l’antico porto costiero di Quseir e Kom-el-Amar. Qui, seguendo le vie dei wadi, ci s’imbatte in migliaia di petroglifi. Secondo Wilkinson, le incisioni risalgono almeno al 4000/3000 a. C. Molte di esse ritraggono delle navi. Ce ne sono di forme svariate, imbarcazioni che trasportano uomini e bestiame. Wilkinson pensa che i petroglifi del deserto siano l’opera di una popolazione seminomade. Queste genti si sarebbero spostate annualmente con le loro greggi dalla Valle del Nilo ai wadi.

In quell’epoca il deserto orientale soggiaceva a un clima diverso ed era una savana popolata di grandi animali come elefanti, ippopotami, gazzelle. Nella stagione estiva, quando la Valle del Nilo diventava secca e arida, le popolazioni abbandonavano le loro abitazioni provvisorie e si trasferivano con il bestiame nella verdeggiante savana orientale, spingendosi sino alla costa del Mar Rosso. Ma perché questi proto-egizi avrebbero dovuto rappresentare delle navi? A che gli servivano? Secondo l’egittologo inglese, gli artisti dei wadi avrebbero raffigurato le imbarcazioni con cui si spostavano lungo il Nilo. L’ipotesi di navigazione marittima predinastica, e ancor più il fatto che queste imbarcazioni possano essere giunte da un altro Paese, viene da lui scartata per mancanza di ulteriori reperti in tal senso.

Eppure le migrazioni dei popoli si perdono nella notte dei tempi. Da sempre l’uomo ha intrapreso viaggi e spedizioni in cerca di nuove terre, di nuove possibilità di caccia, insediamento e scambio. Perché le genti preistoriche che popolavano i territori intorno al Mediterraneo non dovrebbero essere state in grado di costruire imbarcazioni che solcassero i mari già nel V o all’alba del IV millennio a.C.? Nel Predinastico avevano luogo scambi commerciali tra Egitto e Libano. I reperti provenienti dalla “tomba U-j” della necropoli di Umm-el-Qaab parlano chiaro. I sovrani egizi non acquistavano soltanto vasellame dai libanesi, ma anche vino e gran quantità di legno di cedro per l’allestimento dei loro santuari, dei luoghi di sepoltura. Come avrebbero potuto trasportare il pesante legno di cedro e le centinaia di otri pieni di vino da un Paese all’altro, se non per via di mare?

La zona desertica interessata dai petroglifi, fra Wadi-Hammamat e Wadi-Abbad, si trova alla medesima altezza dei centri protodinastici di Edfu e Hierakonpolis, innalzati nella Valle del Nilo. Le popolazioni seminomadi in movimento dalla valle del Nilo alla costa del Mar Rosso furono spettatrici e vittime degli scontri armati degli dei. Videro giungere, un giorno, le navi dei seguaci di Horus. E forse fu proprio questo l’avvenimento traumatico che, immortalato nella tomba 100 di Hierakonpolis, divenne simbolo del potere di un defunto illustre, uno dei primi Compagni di Horus.

Fonte:

Archeologia, Mondo Tempo Reale NotizieStoria- controstoria

Età Predinastica, Kemet

I SITI PREDINASTICI: IERACOMPOLI

A cura di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Hierakonpolis (lett. Città del Falco) è il nome greco dell’antico centro di Nekhen. Il sito archeologico è posto ai margini del deserto sulla sponda occidentale del Nilo a circa 17 chilometri a nord-ovest di Edfu, nell’Alto Egitto. Era anche il nome del III nomo dell’Alto Egitto anche se durante il regno di Sesostri I, la capitale della regione era Nekheb, città posta di fronte a Nekhen sulla sponda orientale del fiume.

Ieracompoli fu capitale dell’Alto Egitto nel predinastico e, molto probabilmente, nella tarda era predinastica e nel protodinastico il confine meridionale dell’ Egitto doveva trovarsi nelle sue vicinanze. Divinità tutelare era il falco Horus, la cui iconografia lo vedeva rappresentato con la corona bianca dell’Alto Egitto. Alla leggendaria conquista del Basso Egitto da parte dei “Seguaci di Horus”, artefici dell’unificazione del paese il sito deve la sua fama straordinaria. Gli appellativi “anime di Nekhen” e “ anime di Pe” (Buto, nel Delta), tanto ricorrenti nei testi egizi, si riferivano ai mitici sovrani predinastici.

La zona di Ieracompoli copre una superficie di circa 144 chilometri quadrati e comprende due aree archeologiche. La prima è situata in una zona che un tempo era raggiunta dall’inondazione e comprende la cinta muraria della città di Nekhen ed un paio di piccole estensioni a nord e ad est; l’altra è nel deserto e presenta i resti di edifici, forni, cimiteri e iscrizioni rupestri. I carotaggi effettuati al di sotto del livello stratigrafico riferibile alla I Dinastia, hanno palesato la presenza di un sito predinastico occupato continuativamente sin dal Badariano, (4.500 a.C. circa). La massima espansione si è avuta a partire dagli inizi del periodo dinastico ed è proseguita durante l’Antico Regno, allorquando fu edificata la cinta muraria. Alla foce dello Uadi Ab el-Suffian si erge una enorme struttura fortificata in mattoni crudi. Le mura sono decorate ad aggetti e rientranze e il ritrovamento di uno stipite di porta in granito ha permesso di datarlo al regno di Khasekhemuy della II Dinastia (Lansing, 1935). L’area dell’antico centro abitato e la zona della necropoli, situate nell’area desertica risalgono al periodo compreso tra predinastico e protodinastico, mentre sulle basse colline di arenaria circostanti sono presenti tombe che coprono tutto il periodo storico dell’Egitto, dall’Antico Regno sino all’epoca romana.

Le ricerche archeologiche nell’area di Hierakonpolis, che durano da oltre un secolo, confermano il ruolo centrale di questo vasto sito nel passaggio dalla preistoria alla storia e l’ascesa della prima civiltà egizia. Inoltre ha fornito affascinanti reperti riferibili a tutti i periodi della lunghissima storia della terra dei faraoni.

Nell’immagine in alto: cartina con la localizzazione dell’area di Hierakonpolis, a sud dell’odierna Luxor

Nell’immagine in basso, un’ipotetica (e suggestiva) ricostruzione dell’area cerimoniale di Hierakonpolis prodotta da Faber-Courtial uno dei più noti studi tedeschi per l’elaborazione di modelli 3D e realtà virtuali.

LE PRIME ESPLORAZIONI

Gli scavi nell’area di Ieracompoli ebbero inizio sul finire del XIX secolo. James E. Quibell e Frederick W. Green, intrapresero una campagna per conto del British Egyptian Reserch Account tra il 1898 e il 1900. La prima sessione si concentrò sul tempio di Tuthmosis III, edificato nel Nuovo Regno, ubicato nella parte meridionale dell’area cittadina. Apparve subito chiaro che si trattava di un’area sacra molto antica: fu individuata una struttura fortificata in blocchi di arenaria, di forma circolare, databile al protodinastico o all’inizio dell’epoca dinastica, al cui interno furono rinvenuti un tumulo artificiale, alcune colonne in calcare, resti di pavimento in arenaria ed alcune statue di grandi proporzioni raffiguranti uomini inginocchiati. Nella parte nord-occidentale del tempio fu individuato un edificio in mattoni crudi largo 30 metri e contenente cinque camere.

La struttura è riferibile all’Antico Regno o, al più, agli inizi del Medio. In uno degli ambienti furono rinvenute le statue in rame a grandezza naturale del re Pepi I e di suo figlio Merenra (oggi conservate al Museo Egizio del Cairo), un leone in terracotta con ingabbiatura rossa (Ashmolean Museum di Oxford) ed una statuetta in ardesia del re Khasehemuy (Museo Egizio del Cairo). Da un’altra camera proviene, invece, la straordinaria testa di falco in oro con doppio piumaggio e occhi di ossidiana incastonati (Museo Egizio del Cairo). Nello stesso ambiente furono rinvenuti alcuni vasi in pietra, teste di mazza e uno scettro “was” in faïence. E’ verosimile che questi oggetti furono occultati durante il periodo di crisi del potere centrale verificatosi alla fine dell’Antico Regno o durante i lavori di ricostruzione effettuati nel Medio Regno, anche se le testimonianze riferibili a quell’epoca sono piuttosto scarse, fatta eccezione per alcune iscrizioni. Il ritrovamento di ulteriori nascondigli nell’area del tempio hanno confermato il ruolo primario della città durante il corso dell’unificazione dell’Egitto. In particolare, il cosiddetto “Nascondiglio principale” ha restituito oggetti cerimoniali risalenti al protodinastico e all’inizio del dinastico: alcune teste di mazza dei re Scorpione (Ashmolean Museum di Oxford), la celeberrima “Tavolozza di Narmer” (Museo Egizio del Cairo), una statuetta in calcare (Ashmolean Museum di Oxford), vasi in pietra del re Khasekhemuy (Ashmolean Museum di Oxford e University Museum di Filadelfia), la “Tavolozza dei due cani” (Ashmolean Museum di Oxford. Alla lunga lista bisogna aggiungere alcune statuette votive in faïence e manufatti litici raffiguranti esseri umani, babbuini, scorpioni, uccelli, anfibi, e una serie di avori decorati con iscrizioni di Narmer del re Den. Ma per comprendere la reale portata del sito dovettero passare ancora molti decenni, fino a quando la spedizione diretta da Walter Fairservis e Michael Hoffman, iniziò ad indagare non nel tumulo del tempio, ma nel deserto retrostante. Qui, su un’area di oltre quattro chilometri di superficie, gli archeologi si imbatterono nel maggiore insediamento predinastico conservatosi lungo il corso del Nilo. Si comprese che doveva trattarsi del centro di potere di un regno arcaico che raggiunse apici di sviluppo circa 500 anni prima di Narmer. Già nel 3600 a.C. questa città era una vivace e raffinata capitale in cui erano ben visibili le origini di molti degli aspetti fondamentale che avrebbero caratterizzato la civiltà egizia. Conservatasi in blocco con tutti gli elementi fondamentali di una grande città (case, cimiteri, templi, zone industriali, edifici amministrativi, discariche), Ieracompoli può fornire più dati sugli sviluppi del periodo arcaico rispetto a qualunque altro luogo.

Le immagini che seguono non si riferiscono a reperti riferibili al predinastico, ma vogliono essere una piccola illustrazione di alcune delle più spettacolari scoperte occorse durante la prima fase degli scavi, come descritto in questa prima parte del nostro percorso alla scoperta di Hierakonpolis. Ho tralasciato la celeberrima Tavolozza di Narmer, in quanto potete trovarne un’ampia descrizione al seguente link: https://laciviltaegizia.org/…/23/la-tavolozza-di-narmer/

Leone in terracotta

Un tempo datata al predinastico, oggi questo splendido reperto viene considerato come opera ascrivibile all’Antico Regno, probabilmente della III Dinastia. Proveniente da Hierakonpolis, è un eccellente esempio di passaggio tra le opere arcaiche e la raffinata cura della modellazione delle epoche successive. Ceramica rossa polita, altezza 41,5 cm. Oxford, Ashmolean Museum. 

Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto

Statua del re Khasekhemuy

Da Hierakonpolis, II Dinastia. Il sovrano sembra abbigliato con un manto, probabilmente quello del giubileo. Indossa la corona bianca dell’Alto Egitto ed e assiso su un semplice trono che reca incisa la figura di un uomo legato, simbolo del Basso Egitto conquistato e figure di uomini che si contorcono negli ultimi aneliti di vita. Le iscrizioni ci informano che furono uccisi 47.209 nemici. Calcare, altezza cm. 62. Oxford, Ashmolean Museum. 

Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto

Testa aurea di falco

Quest’opera è uno dei capolavori dell’oreficeria egizia. Spettacolare la realistica rappresentazione del rapace e della divinità con la vivida luce nera emessa dagli occhi realizzati in ossidiana. La testa era montata su un’anima di legno raffigurante il corpo disteso e stilizzato del dio falco ed era posto a protezione una statuetta regale in bronzo. Hierakonpolis, tempio di Horus di Nekhen; 6.a Dinastia. Oro e ossidiana. Altezza cm. 37,5 cm. Il Cairo Museo Egizio.

Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto.

LE ESPLORAZIONI DELLA SECONDA METÀ DEL NOVECENTO

A partire dal 1967 cominciò una serie di ricerche interdisciplinari ad opera di uno studioso americano, Walter Ashlin Fairservis, (Brooklyn, NewYork, USA 1921 – Sharon, Connecticut, USA 1994), che puntò l’attenzione sull’area dell’antico centro abitato. Le esplorazioni, avvenute a più riprese tra il 1967 e il 1987, hanno permesso di ricostruire una pianta delle strutture protodinastiche seguendo lo sviluppo di una serie di edifici che si diparte da un ampio ingresso in mattoni crudi, decorato con aggetti e rientranze, identificato dall’archeologo nel 1969. Nel 1978 le indagini sono proseguite con un’equipe specializzata negli studi sul predinastico, diretta da Michael Allen Hoffman (Washington, USA 1944-1990). Lavorando al grande insediamento ai margini del deserto (denominato Hk29), nel 1978 Hoffman si imbatté nei resti carbonizzati di una dimora sotterranea di forma rettangolare (4 x 3,5 metri) che era palesemente parte di un complesso di strutture di epoche diverse. Le basse pareti in mattoni crudi, che probabilmente dovevano essere ricoperte da una cannicciata dipinta, affondano in trincee che hanno restituito tracce di un focolare e buchi per pali che dovevano sostenere, evidentemente, un portico. Nelle vicinanze è presente un forno costituito da otto cavità dotate di alari in ceramica che fungono da base di appoggio per grossi vasi. E’ del tutto plausibile che da lì si siano alimentate le fiamme che distrussero l’edificio. L’analisi al C14, ha rivelato che la struttura risale 3435± 121 a.C. vale a dire al periodo di transizione dall’amratiano al gerzeano (Naqada I-II) durante il quale l’espansione demografica portò ad un notevole incremento delle attività umane (Hoffman, 1980). Queste scoperte sono state poi ulteriormente incrementate durante l’esplorazione avvenuta nel 1988 ad opera di Jeremy Geller, che mise in luce un ampio sito destinato alla produzione di birra (Hk24A), localizzato a nord-est del complesso fortificato e destinato all’approvvigionamento sia dei vivi che dei defunti. (Geller 1989,1992). I residui nei contenitori hanno permesso di ricostruire la ricetta di questa bevanda nutriente e poco alcolica: una base di frumento alla quale venivano aggiunti datteri e uva per apportare gli zuccheri necessari alla fermentazione. Nei pressi di questo impianto, in un altro forno per la ceramica, si producevano vasi standardizzati per lo stoccaggio del prodotto. Si è stimato che gli otto tini scoperti avrebbero potuto produrre circa 1200 litri di bevanda al giorno; una quantità decisamente sovrabbondante per le necessità di una famiglia. Di fatti un quantitativo del genere poteva agevolmente costituire la razione giornaliera per oltre 200 persone.

Quattro giganteschi fori ospitavano un tempo alti pali che formavano la facciata del monumentale tabernacolo nel tempio predinastico di Hierakonpolis. Costruita con legno e stuoie, per stile e forma questa struttura può trovare confronto nelle costruzioni del complesso della Piramide a Gradoni, in cui strutture del genere furono imitate in pietra. Foto tratta da: I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass, Cap. 6, Il Periodo Predinastico, Renée Friedman, curatore-ricercatore del Dipartimento Egizio del British Museum e direttore della Hierakonpolis Expedition.
Un grande cortile ovale, fori per sostegni e trincee, è tutto ciò che resta del tempio predinastico di Hierakonpolis, ma la natura del ritrovamento non lascia dubbio circa il fatto che si trattasse di un complesso cerimoniale che anticipò i recinti reali rituali del Periodo Protodinastico e del primo Periodo Dinastico, in particolare il complesso del Giubileo di Djoser Saqqara.
Foto tratta da: I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass, Cap. 6, Il Periodo Predinastico, Renée Friedman.
La Casa Bruciata (Hk29): Sembrerebbe che il vasaio abbia lavorato un po’ troppo vicino a dove viveva. Le prove suggeriscono che un giorno, uno spostamento del vento abbia fatto sì che le fiamme del suo forno per ceramiche, situato a poco più di 5 metri di distanza, si propagassero alla casa e la bruciassero fino al suolo. Il fuoco ha arrossato e indurito il terreno e i mattoni di fango che formavano la parte inferiore della casa e ha ridotto i pali e le stuoie delle sue pareti a carbone e cenere. Fu ritrovata da Michael Hoffman e dalla sua squadra nelle condizioni in cui l’incendio l’aveva devastata 5500 anni prima. Oggi è una delle case più antiche ancora esistenti in Egitto. Foto tratta da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet “hierakonpolis-online.org”

Il birrificio HK 24A, mappa magnetometrica della zona industriale e ricostruzione di Jeremy Geller. L’esplorazione dell’area circostante il Kom el Ahmar e lo scavo di un’installazione di grandi tini (HK24A) da parte di Jeremy Geller nel 1989, hanno fornito le prime indicazioni che si trattasse di un’istallazione al centro del quartiere industriale di Hierakonpolis, un’area coinvolta nella produzione di birra e probabilmente di altri alimenti a base di cereali in epoca predinastica. Il birrificio di HK24A indagato da Jeremy Geller, incorporava almeno sei tini (indagini successive hanno elevato il numero ad otto) di ceramica grossolana in due file parallele collocate all’interno di una piattaforma di fango. Probabilmente, in origine, era ricoperta da una sovrastruttura ad hoc per contenere il calore. A seguito dell’analisi preliminare del residuo nero lucido rinvenuto sul fondo dei tini, Geller suggerì che il processo di produzione della birra durasse un paio di giorni: un giorno per portare il mosto a temperatura e raffreddarlo e un altro giorno per la fermentazione. Considerato il costo per il combustibile occorrente per sostenere il calore necessario, è possibile che l’infuso venisse trasferito dai tini a fermentare altrove, liberandoli così per un altro ciclo di lavorazione prima del completo raffreddamento dell’impianto. Se così fosse, è facile immaginare che venisse prodotta una grande quantità di birra ogni giorno. Si stima che i tini, con un’altezza di almeno 65 cm e un diametro massimo di 85 cm, contenessero circa 65 litri ciascuno. I sei tini insieme potevano quindi contenere circa 390 litri. Se utilizzato a tempo pieno, questo birrificio avrebbe potuto produrre circa 1200 litri a settimana calcolando 2 giorni per la fermentazione in vasca e addirittura la stessa quantità, ma giornaliera se il liquido da fermentare veniva trasferito in altri recipienti una volta riscaldato. Si tratta di una produzione nettamente superiore al fabbisogno interno. Avendo come riferimento la capacità del contenitore di birra standard dei tempi dinastici, una produzione giornaliera di circa 1100 litri al giorno poteva fornire una razione giornaliera per oltre 450 persone o per la metà se le razioni pro-capite distribuite fossero state due. Foto tratta da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet “hierakonpolis-online.org”

IL COMPLESSO CERIMONIALE

Nel 1985 è stato scoperto da Michael Hoffman un vasto complesso templare situato in un settore della città predinastica, ai margini delle terre coltivate (località Hk29A), utilizzato prevalentemente nel periodo Naqada IIb-IId (Friedman 1996), a quanto risulta dalle analisi delle ceramiche rinvenute in situ. Ne rimangono ben poche tracce, ma sufficienti, per vastità e natura a far ritenere che doveva trattarsi di un centro cerimoniale. Gli scavi hanno rivelato un grande cortile di forma ovale (40×14 metri) circondato da muri di legno e mattoni. Le quattro enorme fosse per pali (profonde 1,7 metri), rinvenute sul lato occidentale del cortile, dovevano alloggiare alte colonne di legno atte a contenere la facciata di un edificio monumentale di 13 metri di larghezza: probabilmente un importante sacrario edificato con stuoie e pali. Solchi poco profondi nel suolo, indicano che la parte retrostante dell’edificio era composta da tre camere, come nei templi di età posteriore. Ciò che ne resta, infatti, si accorda bene con la configurazione protodinastica del modello di sacrario (forse il “Per-Ur”) dell’Alto Egitto, che presenta una struttura a volta composta di pilastri e graticci, che imita la forma di un animale accovacciato completo di coda e corna. Per tradizione si riteneva che l’archetipo del grande sacrario dell’Alto Egitto fosse ubicato a Ieracompoli, per cui è del tutto plausibile che il complesso di cui parliamo fosse davvero quel santuario, che sarà poi riprodotto, molto più tardi in pietra nel complesso della Piramide a Gradoni di Saqqara e che rimase un prototipo templare nei millenni a venire. A indicare che si trattasse di un centro di culto non sono solo i resti architettonici: anche i reperti rinvenuti nel cortile ci informano che lì venivano celebrate imponenti cerimonie durante le quali si sacrificavano ovini e gazzelle, ma anche grandi animali selvatici e pericolosi come coccodrilli e ippopotami che, più tardi, sarebbero stati identificati con gli elementi caotici dell’universo, per controllare i quali venivano eretti templi. Tra i manufatti rinvenuti , una notevole quantità di cocci (molti dei quali riconducibili a vasi di produzione palestinese), grani di collane, vasi in pietra e utensili bifacciali in selce (Holmes 1992). Appena oltre le mura, è stata identificata una serie di laboratori in cui si producevano i magnifici vasi in pietra assieme agli altri manufatti da offerta. Questo dimostrerebbe che l’associazione tra tempio e artigiani fosse già una realtà ben prima dell’età dinastica.

Ricostruzione del complesso cerimoniale nella località Hk29A e veduta dalla sponda del Nilo, secondo la ricostruzione di Hoffman (1985-89)

La ricostruzione di questo complesso cerimoniale ricorda fortemente la scena raffigurata sulla testa di mazza di “Narmer”, che mostra anche l’insolita rappresentazione di un muro in mattoni crudi di forma sinusoidale.

Aggiornamenti: è importante sottolineare che, con gli scavi del 2009, le precedenti ricostruzioni di quest’area sono state riviste. I quattro enormi pali e gli otto più piccoli (disposti su 2 file) che insistevano in quest’area non vengono più attribuiti ad un santuario come si era supposto, ma sono ora ritenuti piuttosto parte di un imponente ingresso sulla corte. Per di più, in uso da oltre 500 anni (da Naqada IIa alla Prima Dinastia), il centro HK29A ha subito diversi lavori di ristrutturazione e quale fosse il suo aspetto in ciascuna di queste fasi non è ancora del tutto chiaro. Non ci sono dubbi, invece su ciò che avveniva in questo luogo. Le fosse per i rifiuti scavate all’esterno ci hanno fornito scorci unici delle pratiche cultuali reali nell’era predinastica.

LE NECROPOLI, UNO SGUARDO GENERALE

La necropoli che si estende sia intorno alla fortificazione, sia al di sotto di essa, è stata esplorata a più riprese. Un primo parziale scavo fu intrapreso tra il 1905 e il 1906 da John Garstang e Harold Jones. Henri De Morgan proseguì, per il British Museum, nel 1907-1908 e Ambrose Lansing se ne occupò nel 1934 per conto del Metropolitan Museum. Quest’area fu utilizzata dalla popolazione di Nekhen tra il predinastico e l’inizio del Dinastico e apparentemente non ospita un settore destinato alle élites locali anche se nel 1980 Hoffman vi rinvenne un grosso sarcofago in terracotta il cui coperchio era finemente decorato. Le altre necropoli predinastiche sono state sistematicamente saccheggiate. Nella località denominata Hk43, situata al confine meridionale della concessione, sono stati effettuati scavi conservativi in una necropoli alquanto povera, ma fortunatamente sfuggita alle razzie. Nel 1899 Green intraprese scavi sia all’interno del centro abitato di Nekhen, sia in una necropoli del gerzeano sita ai margini del deserto, lungo lo uadi che attraversa la zona posta al confine meridionale del sito. Qui scoprì cinque grandi tombe rettangolari simili a quelle della necropoli “T” di Naqada: si trattava di una necropoli gerzeana riservata alle élites. Una di queste sepolture, la Tomba 100, conservava ancora una straordinaria decorazione parietale.

Grazie ad alcune conchiglie rinvenute al suo interno, un’analisi al carbonio C14 ha permesso di datare la tomba al 3685 a.C. circa. Il motivo decorativo è costituito da cinque barche a forma di crescente lunare e da una di colore nero, dall’alta prua, raffigurate in un paesaggio desertico. Uno dei personaggi che costituiscono la rappresentazione è con tutta probabilità un re che colpisce un nemico: è un’iconografia che diventerà un tipico motivo egizio e tutta la scena può essere considerata come il modello ispiratore delle raffigurazioni processionali del tardo predinastico.

W. Green, acquarello che raffigura l’affresco di Nekhen nello stato originario. Green rimosse con cura i frammenti dell’affresco e li fece trasportate al Museo del Cairo. Prima, però, aveva provveduto a realizzare una copia del dipinto in grandezza originale e questo si trova oggi al Griffith Institute di Oxford. Per chi fosse interessato alla visione dei frammenti originali e molto rovinati conservati al Museo del Cairo, rimando al link: https://laciviltaegizia.org/…/legitto-nascita-di-uno…/
Fonte: Francesco Raffaele, Late Predynastic an Early Dinastic Egypt, sito internet

Gli scavi di Hoffman, iniziati nel 1986 nella grande necropoli ubicata nello Uadi el-Suffian, denominata Hk6, hanno restituito un’ampia sepoltura rettangolare, la Tomba 3 (metri 2,50×1,80x 1,80 di profondità), completamente depredata e due grandi fosse ovali (Tombe 6 e 9), contenenti vasi risalenti al periodo di transizione dall’amratiano al gerzeano (Naqada IIc-d; Adams 1996).

Vasellame rinvenuto nella cosiddetta necropoli dei lavoratori in località Hk43, (da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet hierakonpolis-online.org”)

Nel 1982 e nel 1985 erano state esplorate tre importanti tombe protodinastiche, tutte già saccheggiante in passato, ubicate nella stessa necropoli (Adams 1992,1996; Adams e Friedman 1992). All’estremità est si trova la Tomba 1, la cui datazione al C14 ha fornito la datazione 2980+/- 141 a.C., un’ampia struttura di forma rettangolare (metri 6,5×3,5 e profonda metri 2,5), che un tempo doveva essere sovrastata da una copertura in legno e canne e circondata da una recinzione di paletti a cui si accedeva da nord-est, in maniera del tutto analoga a quanto avverrà con i recinti della I Dinastia della necropoli reali di Abydos.

Ricostruzione e veduta della Tomba 1 presso la necropoli d’élite in località Hk6 (da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet hierakonpolis-online.org”)

Accanto ad essa, la Tomba 10 (metri 4,7×2,4 e una profondità di metri 1,75), leggermente più antica delle altre, in cui è stato rinvenuto parte del corredo funebre: un letto in legno i cui piedi, a forma di zampa di toro, furono sottratti dai saccheggiatori, grani di collana e amuleti in oro, argento, corniola, granato, rame, turchese e lapislazzuli, avori intagliati, modelli di animali e di figure umane in pietra e ceramica, nonché del vasellame perfettamente ricostruibile, parte del quale realizzato ispirandosi a modelli di chiara importazione palestinese, e altri oggetti simili a quelli ritrovati nel Deposito Principale e nella Località Hk29A (Adams e Friedman, 1992). Nella zona ovest della necropoli, adiacente alla alle tombe predinastiche, nel 1934 era stata scoperta da Lansing, una grande sepoltura rettangolare, la Tomba 2, scavata nell’arenaria (metri 6,25×2,1 e profonda metri 3,5. Alla base di questa Tomba, si è ritrovata una piccola camera laterale, in origine chiusa da due pietre e, a ovest di questa, una fossa, denominata Tomba 7, che conteneva i resti di tre animali: un toro, una mucca ed un vitello, recanti ancora tracce di materiale organico depositati sulle ossa. In superficie, altri frammenti ossei indicano la presenza di ulteriori sepolture di animali nelle immediate vicinanze. Lo stile della Tomba 2 e le inumazione di bovini, ricollegano queste sepolture alle ricche tombe del periodo Naqada III nella Bassa Nubia. A est, la Tomba 12 conteneva 6 babbuini; la Tomba 5 (vicina alla 3) si è rivelata essere una sepoltura multipla riservata ai cani. Infine verso il limite della necropoli, si sono rinvenute ossa di elefanti, ippopotami e coccodrilli.

La tomba 12, scavata nel 1982, era stata descritta come una sepoltura semi-intatta di quattro babbuini. Durante le nuove ricognizioni del 2011 ne sono stati ritrovati i resti di almeno sette! Inoltre, la stessa tomba, ha restituito uno scheletro ben conservato di un giovanissimo ippopotamo e di un gatto, che non erano stati menzionati nei precedenti rapporti. I babbuini sono stati descritti come babbuini “hamadryas”, che in passato dovevano essere presenti nelle montagne del Mar Rosso. Il babbuino “anubis” è, invece un’altra specie che probabilmente viveva in Egitto durante i periodi predinastici. Non ha sorpreso, quindi, che gli esemplari della Tomba 12 e due teschi trovati vicino alla Tomba 2 siano in realtà babbuini “anubis”, più facili da procurarsi rispetto agli Hamadryas. Le caratteristiche morfologiche del cranio e delle mandibole, hanno permesso di effettuare questa precisa identificazione. Alcuni dei babbuini mostravano gravi fratture (in un caso una mascella inferiore) che avrebbero potuto guarire solo in un ambiente protetto. Le patologie più comuni osservate tra i babbuini sono le fratture delle ossa della mano e del piede che forse furono causate dalla cattura o dalle condizioni in cattività. Sembra che almeno quattro dei sette babbuini soffrissero di una frattura della parte posteriore del piede e almeno cinque di quella anteriore. La guarigione di queste fratture indica che gli animali devono aver vissuto almeno da quattro a sei settimane in cattività dopo che si è verificato il trauma, probabilmente anche molto più a lungo (da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet hierakonpolis-online.org”).

LOCALITÀ HK6, LA NECROPOLI D’ÉLITE PREDINASTICA E PROTODINASTICA

Gli scavi in località Hk6 sono iniziati nel 1979 e sono tuttora in corso. Ciò che è stato riportato alla luce in quest’area, una delle più emozionanti del sito di Ieracompoli, obbliga a riscrivere continuamente i libri di storia. Le scoperte includono grandi tombe del periodo Naqada II, la prima architettura fuori terra, i primi templi funerari, le sepolture di animali più ampie ad oggi conosciute, nonché notevoli figurine in selce, maschere in ceramica, statue in pietra calcarea, ecc. Gli scavi sono in continua evoluzione e di anno in anno vanno riviste ipotesi precedenti e si presentano nuove domande su cui indagare.

La Tomba 2, la prima scavata nella roccia ad oggi conosciuta in Egitto

I primi scavi (di natura scientifica) sono avvenuti tra il 1979 e il 1985 ad opera di Michael Hoffman che dimostrò l’alto livello del cimitero, con la scoperta di grandi sepolture rivestite in mattoni risalenti al Naqada III (Tombe 1 ,10,11), e finanche una scavata nella roccia (Tomba 2), che sono le maggiori dell’Alto Egitto, ove si escludano quelle portate alla luce ad Abydos. Tutte le tombe erano state sottoposte a numerosi saccheggi, ma contenevano ancora resti di materiali pregiati ed esotici a conferma che, anche dopo lo spostamento del potere verso nord (prima ad Abydos e poi a Menfi), Ieracompoli continuava ad essere un centro opulento e di grande importanza. Hoffmann ha, inoltre, scoperto i resti dell’architettura in legno che un tempo circondava queste tombe e fu il primo a rilevare sepolture di animali che, all’epoca, non fu in grado di datare (Tombe 7 e 12). Altre, relative al periodo Naqada II (Tombe 3,5,6,9), contenevano animali accanto a esseri umani.

Dal 1997 al 2000, gli scavi furono ripresi da Barbara Adams che scoprì molte altre inumazioni riferibili a Naqada II e Naqada III, ma soprattutto la Tomba 23 che si rivelò essere la più grande finora conosciuta riconducibile al periodo Naqada IIB. Misura 5,5 m di lunghezza e 3 di larghezza e, al momento della scoperta, risultava essere la prima in Egitto ad esibire una struttura esterna: un muro di cinta costituito da pali di legno che circonda una sovrastruttura a pilastri. Sul lato orientale insisteva un’area con colonne, presumibilmente una cappella delle offerte, a giudicare dagli oggetti preziosi che ha restituito. Si tratta di figure animali di selce (uno stambecco e la testa di una pecora), un cilindro di avorio, probabilmente un manico di mazza, e un’inquietante vertebra umana con segni di taglio che farebbero pensare ad una decapitazione. Dalla cappella provengono anche frammenti di quella che, al momento, può essere considerata la prima statua umana in pietra (calcare duro) a grandezza naturale dell’ Egitto. La forma e le dimensioni di questa statua sono state presunte dal naso e dalle due orecchie, scolpiti in maniera raffinata, in quanto i restanti frammenti, oltre 500, si sono rivelati estremamente difficili da ricostruire. Purtroppo, Barbara Adams, non ha potuto completare il lavoro di ricerca a causa della sua prematura scomparsa avvenuta il 26 giugno 2002.

Frammenti di statua in calcare duro. Nella stagione 2000 è avvenuto il clamoroso ritrovamento di frammenti di una statua in calcare che, se la datazione del 3600 a.C. circa è corretta, è la prima rappresentazione umana tridimensionale a grandezza naturale nota in Egitto. I frammenti riconoscibili e di squisita fattura, comprendono il naso e le orecchie.
Frammenti di statua in calcare duro. Gli oltre 500 frammenti della statua che fu deliberatamente frantumata. Si suppone che fosse dotata di barba e raffigurata seduta

Barbara Adams (Hammersmith, Londra, 19 febbraio 1945, Enfield, Londra, 26 giugno 2002) con una delle straordinarie maschere funerarie in ceramica rinvenute nella località Hk6. Si tratta delle prime maschere funerarie note dell’Antico Egitto. Dal 1997 al 2000 Barbara Adams ha ripreso gli scavi nella necropoli e sorprendentemente ha riportato alla luce ricche sepolture risalenti anche al periodo Naqada IIab, 3700 a.C. circa. Il suo lavoro ha riportato alla luce diverse tombe d’élite, tra cui una di un giovane elefante ed un’altra contenente un grande bovide selvatico (uro), sepolto alla maniera umana con stuoie a ricoprire il corpo, ceramiche e finanche una figurina antropomorfa.

Un’ulteriore esplorazione delle aree adiacenti nel 2006-2007, ha restituito un’altra grande tomba (Tomba 26) con chiara evidenza di sovrastrutture lignee (oltre a una statuetta di scorpione e un vaso per vino importato). Ancor più notevoli erano le strutture adiacenti, prive di sepolture sottostanti, che lasciavano intuire la presenza di ambienti con colonne o pilastri. Queste sale costituiscono non solo uno dei primi esempi di uno stile architettonico (la sala ipostila), la cui presenza in epoca predinastica era solo stata ipotizzata, ma forniscono anche ampie prove dell’esistenza di templi e rituali mortuari sviluppati fin da epoche molto antiche. Questi edifici in legno, apparentemente, ricoprono un arco di diverse generazioni in quanto si evidenziano almeno tre fasi della costruzione durante le quali le strutture originarie furono sostituite nel tempo da elementi ancora più imponenti. Una datazione al radiocarbonio sulla corteccia di uno dei pilastri di legno di una sala (struttura E8), riferibile ad uno di questi rimaneggiamenti, la colloca tra il 3790 e 3640 a.C. L’aspetto originale è più difficile da determinare, ma frammenti di intonaco con pigmenti rossi e verdi, alcuni dei quali con disegni figurativi, indicano che queste strutture fossero colorate e di grande impatto.

Oggetti rinvenuti nella Tomba 23. Sicuramente solo una piccola parte di ciò che doveva contenere in origine

Delle otto strutture conosciute, la meglio conservata è la Struttura 07; larga 10,5 metri e lunga 15, al suo interno erano disposte 24 colonne di legno. Sebbene molto spogliata, è stata trovata, all’interno dei fori dei pali, una varietà di oggetti. Tra questi, conchiglie del Mar Rosso, oggetti in avorio, un corno di mucca e un fagotto di stoffa contenente malachite. Ulteriori oggetti sono stati trovati negli angoli. A nord-est, sono venuti alla luce agglomerati di gusci d’uovo di struzzo (in origine dovevano essere almeno sei uova complete) e, su alcuni di questi frammenti era incisa una scena di caccia. Nell’angolo sud-est c’erano oggetti di diversi tipi, tra cui una bacchetta d’avorio scolpita con una processione di ippopotami lungo la parte superiore, una minuscola statuetta di ippopotamo in steatite e una statuina di falco magistralmente intagliata nella fragile malachite. Si tratta della più antica immagine di un falco egiziano, ad oggi conosciuta; le rappresentazioni di questo rapace sono diventate comuni solo in un periodo di poco antecedente alla prima dinastia, soprattutto come indicatori di nomi reali. Non è dato sapere se questo falco avesse già connotazioni reali, ma considerato il contesto d’élite e la forte associazione del dio locale Horus con l’antica regalità, l’ipotesi sembra altamente probabile.

Dagli angoli è stato raccolto anche un gran numero di eleganti punte di freccia a base cava, alcune delle quali, di grandi dimensioni, anticipavano il gigantismo delle teste di mazza votiva e delle tavolozze rinvenute nel Deposito Principale. L’abilità esecutiva lascia pochi dubbi sul fatto che gli stessi artigiani abbiano anche realizzato uno stambecco di selce scoperto nella Struttura. Altri animali di selce sono stati trovati negli angoli di altre strutture, sempre in associazione con punte di freccia o altri attrezzi da caccia, e suggeriscono attività rituali simboliche di controllo. Elementi di una classe relativamente rara di artefatti, queste figurine in pietra provenienti dalla necropoli HK6, rappresentano, al momento, la più grande collezione di animali in selce di provenienza nota.

Tomba 26. Statuetta di scorpione stilizzata: il feticcio di una delle prime dee scorpione? Un consenso sul suo significato deve ancora essere raggiunto. Potrebbe rappresentare il potere o antenati reali o l’evidenza di un culto locale dedicato ad una divinità scorpione?

Il recinto con la sala a pilastri, situato al centro del cimitero, era senza dubbio utilizzato per i culti mortuari di coloro che qui venivano sepolti e ci fornisce la visione di un elaborato scenario funerario che non ci si sarebbe aspettati per un’epoca così remota. Ma la loro scoperta ha posto un problema in quanto la configurazione dei pilastri attorno alla tomba 23 lasciava presupporre che si trattasse di elementi riutilizzati. Inoltre, appariva evidente che diversi pali della sala con pilastri (E8) erano stati rimossi per seppellire l’elefante africano trovato nella Tomba 24 (presumibilmente appartenente allo stesso entourage della Tomba 23): l’ipotesi di “riciclo”, a questo punto, è diventato ancora più plausibile.

Per determinare se altre tombe d’élite del periodo fossero dotate di caratteristiche architettoniche, l’equipe di scavo è ritornata nell’area indagata per la prima volta da Barbara Adams nel 1999, per un’ulteriore ispezione alla Tomba 16, un’altra grande sepoltura d’élite del primo periodo predinastico, Naqada IC-IIA, intorno al quale erano stati osservati resti di pali di legno.

La Tomba 16 presenta l’inserimento di una Tomba molto più tarda, risalente al periodo Naqada IIIa.

Sebbene una sepoltura rivestita di mattoni del periodo Naqada IIIa2 fosse stata successivamente inserita nella Tomba 16, in quello che sembra essere stato un atto di rispettoso rinnovamento piuttosto che un’usurpazione, era ancora possibile risalire alla misure della tomba originale. Con circa 4,3 x 2,6 metri, ed una profondità di quasi 1,45 m, è tra le più ampie conosciute relativamente al periodo Naqada IC-IIA. Nonostante il saccheggio e il riutilizzo, era ancora molto ricca e conteneva un’enorme quantità di ceramica. Vi si sono rinvenuti oltre 115 vasi tra cui uno inciso con il primo emblema conosciuto di Bat, la divinità bovina.

Probabilmente da questa tomba provengono anche due delle maschere ceramiche meglio conservate restituite, almeno fino ad oggi, esclusivamente da questo cimitero. Curvate per adattarsi alla testa umana e attaccate per mezzo di una corda fatta passare attraverso i fori dietro le orecchie, sono le prime maschere funerarie egiziane. Segnano l’inizio di una tradizione la cui origine è stata a lungo oggetto di congetture. Date le premesse, se una tomba poteva fornire indizi di possedere una sovrastruttura, questa era, appunto la 16 e, come vedremo, le attese non sono andate deluse.

Le indagini del 2009-2011 hanno rivelato una serie di pali di legno che suggerivano la presenza di una considerevole sovrastruttura, mentre sei buche per pali lungo il lato nord sembravano indicare l’esistenza di una piccola cappella delle offerte. Come per la tomba 23, il tutto era circondato da un recinto di pali di legno, ma nel caso della tomba 16 questo era interconnesso con un complesso più ampio di recinti contenenti una serie di tombe più piccole. Insieme, questi elementi formano un complesso che si sta cercando di ricostruire. Sebbene tutte le tombe satellite siano state pesantemente saccheggiate, rimane abbastanza del loro contenuto da suggerire che non c’era nulla di arbitrario nella loro disposizione o nei loro occupanti. I raffinati manufatti, presenti in tutte le sepolture umane, indicano proprietari di alto rango, presumibilmente famiglia e cortigiano, tra i quali sembra aver ricoperto una posizione di alto favore un nano acondroplastico* sepolto nella tomba sussidiaria 47, alto circa 120 cm.

E’ noto che i nani erano molto apprezzati come assistenti personali alla corte dei re a partire dalla prima dinastia, durante la quale venivano onorati con la inumazione tra gli altri servitori intorno alle tombe reali e commemorati con stele di alta qualità. Gli indizi, però, inducono a ritenere molto probabile che il nano della Tomba 47 fosse un compagno molto stimato già nel periodo predinastico. Il primo tra questi è la posizione della sua tomba, che si trova sotto il pavimento della cappella con pilastri. La sepoltura in quel punto è da ritenersi un privilegio altissimo, in quanto lo associa intimamente al proprietario della Tomba 16 nella morte, così come lo fu senza dubbio in vita. Ma forse la migliore indicazione dello status speciale del nano è la sua età. A circa 40 anni, è la persona più anziana del complesso funerario. Dei 39 individui trovati all’interno delle 14 tombe che fiancheggiano la Tomba 16, nessuno ha meno di 8 anni e nessuno ha più di 35 anni; più di due terzi di loro erano giovani (maschi e femmine) al di sotto dei 15 anni. Il campione è ancora limitato, ma comunque sufficiente a stabilire che non è compatibile con la normale mortalità e suggerisce fortemente che pochi (se non nessuno), siano deceduti per cause naturali. Molto probabilmente furono scelti appositamente per l’onore di accompagnare il loro signore.

Probabile ritratto in selce del nano sepolto nella Tomba 47. Sebbene sia stato ritrovato nei livelli superficiali a nord-ovest, questo pezzo straordinario potrebbe rappresentare proprio quel nano con le gambe arcuate e le braccia poco sviluppate. Sia nello scheletro dell’immagine precedente, che nella statuina è ben evidente l’acondroplasia da cui era afflitto. Testa e tronco di proporzioni normali, braccia e gambe molto corti.

* l’acondroplasia, è una forma di nanismo conseguenza di un difetto di crescita delle cartilagini e di sviluppo e di sviluppo delle ossa lunghe. Per cui, braccia e gambe sono corte mentre testa e tronco hanno dimensioni normali

Se accompagnare il sovrano nell’aldilà era ritenuto un privilegio per l’uomo, lo era certamente anche per la maggior parte degli animali nei confronti dei quali sono evidenti diversi livelli di cura e di apprezzamento. Datazioni al radiocarbonio eseguite su due esemplari indicano che entrambi hanno incontrato la loro fine nello stesso momento in una data compresa all’incirca tra 3660 e il 3640 a.C. Sepolti interi, il campionario include un elefante africano, un uro (bovino selvatico), un alcelafo (una varietà di antilope) gravido, un giovane ippopotamo, un coccodrillo, due babbuini, 15 bovini domestici, due grandi capre e 28 cani.

La Tomba 33 contenente i resti di un elefante maschio di circa 10 anni.

Non sorprende che i più riveriti siano stati l’elefante africano, un maschio di dieci anni (Tomba 33) e l’uro (Tomba 19): entrambi richiedevano un impegno straordinario per venirne in possesso dal momento che, probabilmente, nessuno dei due era disponibile localmente all’epoca. Sono stati trovati da soli in grandi tombe recintate, avvolti in grandi quantità di biancheria e stuoie. Non è chiaro se siano stati dotati di ulteriori corredi funerari, ma ad ambedue è stato offerto un sostanzioso pasto finale, che in gran parte era ancora presente nel loro stomaco. Un’analisi dettagliata del contenuto botanico dell’ultimo cibo consumato dall’elefante indica che era stato nutrito con piante di fiume, ramoscelli di acacia, paglia, farro e altri cereali. Sebbene né l’elefante, né l’uro mostrino prove esplicite di cattività a lungo termine, il fatto che gli animali siano stati mantenuti in vita per qualche tempo è indicato dalla femmina di alcelafo che ha mostrato una deformazione della sua dentatura simile a quella osservata negli animali selvatici tenuti in cattività prolungata negli zoo odierni. Inoltre, era anche incinta di 3 mesi e le ossa delle gambe del feto sono state trovate in posizione all’interno del tessuto dell’utero. E’ verosimile che si mantenessero mandrie riproduttive di quella che stava diventando una razza sempre più rara e che, oggi, è di fatto estinta.

Dalla Tomba 46 provengono queste ossa di feto di alcefalo.

Anche i babbuini, che non sono originari della valle del Nilo, erano tenuti in gruppi di allevamento. Le fratture saldate sugli avambracci sono comuni a quasi tutti, il che suggerisce che siano stati sottoposti a violenze disciplinari, ma poi curati e guariti nel corso di un minimo di 4-6 settimane, che è il tempo necessario all’osso per saldarsi. Non è possibile stabilire, però, per quanto tempo siano sopravvissuti.

Proveniente dalle vicinanze era, invece, un ippopotamo di circa quattro mesi. Sebbene la sua tomba sia stata gravemente manomessa, è stato recuperato quasi l’intero scheletro. Una frattura guarita nella parte inferiore della schiena indica che questo giovane ippopotamo fu probabilmente legato ad un albero e tenuto in cattività per diverse settimane prima di morire, rompendosi una gamba mentre si sforzava di liberarsi. Sempre dal fiume, è venuto un coccodrillo (Tomba 45), le dimensioni della sua testa indicano che era originariamente lungo circa 2 m.

La fibula fratturata di un ippopotamo. La vignetta illustra una possibile ricostruzione del motivo dell’incidente

I cani sono di gran lunga la specie meglio rappresentata e sono stati trovati interrati in sette diverse tombe. Per la maggior parte si trattava di animali abbastanza grandi e, diremmo oggi, di razza, ma erano presenti anche soggetti meticci. Sparpagliati per il complesso, servivano probabilmente come cacciatori, pastori o controllori di altri animali che, nel caso di specie selvatiche, costituiva un’ulteriore attestazione del rango del loro proprietario. Ma probabilmente, i cani, già all’epoca, erano impiegati anche per la guardia degli animali domestici.

Il sacrificio di beni preziosi è attestato, inoltre, dalla sepoltura di un vecchio toro nella sua grande tomba (Tomba 43), così come nella vicina Tomba 36 contenente una mucca e un vitello (Tomba 36), ma ancor di più è evidente nella Tomba 49, una grande fossa simile a una trincea lunga 13,5 metri, che conteneva 12 bovini, sepolti interi e non macellati, tutti sotto i 3 anni di età: l’offerta dunque di un cibo di prima qualità. Non è del tutto chiaro a chi appartenessero questi 12 bovini. Dalla posizione della Tomba 49, potrebbero sia far parte del complesso della Tomba 16, sia appartenere ad un altro complesso a sud.

Nella Tomba 49 sono stati rinvenuti i resti di 12 bovini tutti di età inferiore ai 3 anni
La Tomba 36 conteneva i resti di una mucca e di un vitello

Durante la stagione 2012 è stato indagato un insieme di tombe (Tomba 50-60) a est della Tomba 16 e queste sembrano appartenere a un complesso diverso, probabilmente di datazione leggermente posteriore, forse solo di una generazione

.L’esame di 10 tombe di questo nuovo complesso ha rivelato una gamma rassicurante di somiglianze ma anche una serie intrigante di differenze, mostrando che le regole erano tutt’altro che fisse. Gli occupanti includevano un leopardo, un altro uro, un altro coccodrillo, uno struzzo, altri sei babbuini, otto grandi pecore e 14 esseri umani, uno dei quali era ancora un nano!

Dalla tomba 50 è stato recuperato, tra gli altri, lo scheletro di un leopardo

Ma perché seppellire tutti questi animali? Non è una domanda a cui è facile rispondere. All’interno dei vari complessi, i diversi livelli di impegno profusi nell’inumazione degli animali suggeriscono che il loro significato non doveva essere lo stesso. In generale, sembra che l’ampia varietà di specie interrate attorno al perimetro del complesso della Tomba 16 fornisse simbolicamente protezione contro il caos naturale che rappresentavano. La sepoltura degli animali domestici può forse aver assicurato un’eterna scorta di cibo e compagnia, oltre a sottolineare la ricchezza del proprietario. Ma, probabilmente, la sepoltura dei grandi animali selvatici è da ritenersi soprattutto come una dimostrazione di potere. La proprietà di questi animali esotici costituiva, evidentemente, una forte affermazione visiva di potere e prosperità. La creazione e il mantenimento dei serragli reali è noto per essere stato un mezzo per legittimare i faraoni del Nuovo Regno e potrebbe essere servito a questo scopo anche in questo lontano periodo. Oppure lo scopo non era solo una dimostrazione di autorità nel controllare o uccidere queste creature, ma anche quello di assumerne le caratteristiche, incamerandone i loro formidabili attributi naturali. In tal caso, queste tombe riflettono la realtà fisica illustrata nelle iconografie associate al dominio che così di frequente ritroviamo nei primi periodi della storia egiziana come, ad esempio, sulla tavolozza di Narmer e in altri documenti, dove il potere reale si manifesta in diverse forme animali. Le evidenze fornite dagli scavi di Ieracompoli, ora suggeriscono che questo simbolismo associato alla sovranità non era meramente, metaforico, ma può essere fatto risalire all’effettiva padronanza fisica esercitata su alcune delle creature più possenti del loro mondo.

LE SCOPERTE AVVENUTE DURANTE LA STAGIONE DI SCAVO 2014

Nel 2013 furono scoperti i resti di un muro lungo 9 metri realizzato con pali di legno (denominato muro F). Nel 2014 il muro fu ulteriormente indagato per determinare le dimensioni della struttura a cui apparteneva. Proseguendo lo scavo verso occidente è stata evidenziata una struttura lunga circa 13 metri da est a ovest e larga 9 metri da nord a sud. Le pareti sono costituite da una doppia fila di pali di legno del diametro di circa 5 cm, inseriti all’interno di due diversi fossati. Dall’ 8 febbraio al 2 marzo 2014 il team della spedizione di Hieraconpolis, sotto la direzione della d.ssa Renée Friedman del British Museum, ha riportato alla luce una tomba quasi intatta (denominata tomba 72) all’interno di questa struttura.

Veduta panoramica della tomba 72 e della struttura circostante.
Il luogo di ritrovamento della statua in avorio. In primo piano Xavier Droux, uno dei membri della spedizione.

Intorno a questa tomba c’erano diverse colonne di legno di circa 20 cm. di diametro, infisse in profonde buche, che dovevano, evidentemente, sostenere il peso di una sovrastruttura. Erano state bruciate dal fuoco, come confermava la presenza di sabbia arrossata, cenere e carbone. La tomba misura 3,2 x 2,0 metri ed è apparso subito chiaro che era stata pesantemente danneggiata. Anche il corpo del proprietario aveva subito devastanti profanazioni. Ossa di un giovane tra i 17 e i 20 anni di età, sono state rinvenute sparse nel riempimento superiore e nelle aree circostanti, mentre sul fondo della sepoltura erano presenti alcune dita e parte del bacino. Nonostante i gravi danni arrecati, il corredo, rinvenuto, per lo più nel luogo originario, costituisce un campionario di materiali unico per il periodo predinastico.

L’oggetto più importante era una statuetta alta 32 cm. di un uomo barbuto e in posizione eretta, scolpita in avorio ricavato da zanne di ippopotamo. Mancano le braccia che, in origine, dovevano essere ai lati del busto e con le mani poggiate sulla parte superiore delle gambe. Le termiti hanno distrutto la superficie lucida originaria dell’avorio, ma sono ancora riconoscibili i tratti del volto caratterizzato da naso aquilino, orecchie piuttosto grandi, sopracciglia arcuate, labbra sporgenti e una barba corta e appuntita.

Queste caratteristiche ricordano molto le maschere funerarie in ceramica rinvenute esclusivamente nella necropoli Hk6. Una tale somiglianza suggerisce che sia la statua, sia le maschere rappresentino la stessa entità, ma è difficile determinare se si tratti di un sovrano, di una divinità o di uno spirito. In ogni caso la scultura è un reperto pressoché unico per dimensioni e qualità, tra i reperti di scavo databili al periodo predinastico, dal momento che solo le statuette in avorio provenienti dal deposito principale di Ieracompoli presentano caratteristiche simili. Il ritrovamento dimostra che la tradizione della raffinata scultura in avorio nel sito è databile almeno al primo periodo Naqada II.

La cosiddetta “pentola del leone” rinvenuta assieme alla statua in avorio.

Questa statua è stata trovata sul lato ovest della tomba, vicino all’angolo nord, insieme a un vaso di ceramica intatto di limo bruno del Nilo lucidato. Il vaso è decorato con la sagoma di un grande leone, inciso prima che la pentola fosse cotta. La materia organica degradata, presente nell’area suggerisce che la statuina in avorio e il vaso fossero stati collocati all’interno di una scatola di legno o di un cesto. Questo materiale è stato successivamente mangiato dalle termiti. Sul lato orientale della tomba, quasi allo stesso livello della statua in avorio, è stata rinvenuta una serie di lamelle di selce e 3 contenitori per ocra gialla ricavati dalle punte delle zanne di ippopotamo. Al di sotto di questi oggetti erano presenti due tavolozze di diorite, una grande e di forma romboidale, l’altra rettangolare, corredate da cinque ciottoli da sfregamento: si trattava di sassi smussati naturalmente dall’azione erosiva del fiume e scelti appositamente per la loro forma e levigatura. Erano presenti anche piccoli frammenti di malachite. Altre tracce di malachite sono state individuate sul piatto della tavolozza più grande e su tre dei sassolini da sfregamento. Da ciò se ne deduce che sono stati utilizzati sulla tavolozza per polverizzare la malachite verde per il trucco degli occhi e/o per ornare altre parti del corpo. Sulla tavolozza più piccola erano, invece, presenti tracce di ocra rossa.

Sempre dalla stessa zona provengono sei pettini d’avorio. Uno di questi presentava la sommità scolpita con la figura di un animale dalle lunghe gambe e il naso prominente, ma con le orecchie spezzate. Probabilmente si tratta di un asino. Gli altri cinque pettini hanno la parte superiore piatta ed hanno forma quadrata o rettangolare. Sono tutti realizzati con avorio ricavato da zanne di ippopotamo. Altri tre pettini sono stati ritrovati presso il lato nord della sepoltura. Al centro ce n’era uno con la figurina di un ippopotamo scolpita superiormente. La schiena dell’animale sembra essere stata bruciata intenzionalmente come per procurarsi una magica protezione dal pericolo che la bestia selvatica poteva costituire.

Subito al di sotto del pettine giacevano i resti del bacino del proprietario della tomba. Sul lato ovest della tomba, a un livello più basso delle figurine umane e del vaso, sono state trovate due lame triangolari di coltello di selce finemente seghettate e, nei pressi, due mole di quarzite, un ciottolo da sfregamento e una scaglia di selce lavorata. Le mole erano state usate in vita e rappresentano un “unicum” all’interno di una tomba predinastica. Sono forse collegate alla preparazione del cibo nell’aldilà. Nella parte centro meridionale della sepoltura era presente una scapola di mucca e, subito sotto di essa, una punta di lancia, ricavata da selce gialla, lavorata a forma di diamante. Da diversi altri punti della tomba sono state recuperate sei punte di freccia ed alcune lamelle aggiuntive sempre di selce. Sono stati identificati anche resti di offerte di cibo: sul pavimento erano sparse ossa di giovani ovini oltre a tracce di stuoie, mentre ad un livello più alto sono state trovate ossa di cosce di bovini.

Tutti i reperti rinvenuti nella Tomba 72

Gli oggetti rinvenuti permettono di datare la tomba al periodo Naqada IIa-b (circa 3700-3600 a.C.).

La quasi totale rimozione delle ossa umane dal fondo della tomba, a differenza di molti altri oggetti lasciati in situ, suggerisce che la violazione sia avvenuta in tempi molto antichi, forse già in epoca predinastica: tutto lascerebbe pensare che si sia trattato di un atto di profanazione nei confronti del proprietario, piuttosto che un semplice atto di saccheggio. La sovrastruttura fu poi data alle fiamme, coinvolgendo nell’incendio anche altre zone del sito. Sembrerebbe che quando la struttura F fu ricostruita, probabilmente all’inizio della I Dinastia, la tomba fosse ricoperta di sabbia e ghiaia. Pertanto, si rese necessaria la costruzione di un nuovo muro esterno, che, ovviamente, fu eretto a partire da un livello superiore. Sono state sostituiti anche molti pali, ma non quelli che erano nelle immediate vicinanze della Tomba 72. Altra ipotesi, potrebbe essere quella di un totale restauro del complesso, ma occorreranno ulteriori indagini per accertarlo.

L’orientamento sia della Struttura F, sia della fossa, suggeriscono che fosse la tomba più importante del complesso orientale della necropoli che comprendeva le inumazioni di giovani esseri umani, un leopardo, bovini selvatici, babbuini, pecore, capre, cani e forse finanche uno struzzo. Se ne deduce che il proprietario della tomba 72 potrebbe essere stato uno dei re predinastici dell’antica Nekhen. Questa recente scoperta fornisce nuove informazioni sui rituali e le pratiche funerarie e sul successivo rispetto tributato al culto degli antenati defunti

Fonti:

  • Barbara AdamsHierakonpolis, dal volume “Kemet, alle
    sorgenti del tempo”.
  • Renée Friedman, Excavating Hierakonpolis, The Elite Cemetery, in Interactive Dig HierakonpolisImmagini, prelevate dal sito, fornite per gentile concessione della spedizione di scavo di Hierakonpolis
  • Renée Friedman, Il periodo Predinastico, dal volume I Tesori
    delle Piramidi, a cura di Zahi Awass
  • Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet “hierakonpolis-online.org”

HK43 – LA NECROPOLI DEI LAVORATORI

Pianta degli scavi nell’area Hk 43
Tomba 362, una tipica sepoltura: i corpi venivano adagiati sul fianco sinistro e rivolti verso occidente. Venivano poi ricoperti da un sudario di lino e protetti da stuoie.

Il cimitero, denominato Hk 43, ospita le sepolture dei lavoratori della popolazione predinastica ed è ubicato sul lato meridionale del sito nei pressi del Wadi Khasmini. Gli scavi condotti tra il 1996 e il 2004 hanno portato alla scoperta di almeno 450 tombe contenenti oltre 500 individui vissuti nel periodo Naqada IIb-IIc (circa 3650-3500 a.C.). Le tombe, piuttosto piccole, raramente avevano dimensioni superiori a quelle necessarie per ospitare un corpo rannicchiato deposto su una stuoia e di solito la loro profondità non superava il metro. A causa delle manomissioni intervenute non è semplice stabilire con precisione l’estensione della necropoli, ma le indagini archeologiche fanno presupporre che nella fase Naqada IIb occupasse un’area di almeno 80 metri (da nord a sud) per 100 (da est a ovest). E’ anche probabile che avesse incorporato la località denominata Hk44 che si estende verso ovest fino al limitare di HK 45.

Il disegno mostra come nel caso della Tomba 362 della necropoli Hk43, le stuoie che proteggevano il corpo fossero addirittura 10.

Durante il periodo Naqada IIc, le sepolture si sono estese ulteriormente a nord e a sud, come già evidenziato dagli scavi intrapresi da F.W. Green nel 1899 e confermato dalle indagini eseguite sotto la direzione di Barbara Adams nel 1974.

Gli scavi, effettuati in un’area di circa 1860 mq, hanno portato alla luce tombe disposte circolarmente intorno a spazi vuoti centrali dai quali sono stati recuperati frammenti di grandi vasi domestici di una tipologia non riscontrata nelle sepolture. Ciò fa ritenere che queste aree centrali fossero riservate a feste o rituali funerari. E’ presumibile, data la distanza ravvicinata, che i sepolcri fossero contrassegnati da un cumulo di sabba o pietre, sebbene non ne resti alcuna traccia. La sabbia calda e asciutta ha permesso un’eccezionale conservazione organica di stuoie e cesti, nonché di capelli, ossa tessuti corporei, alimenti e contenuto intestinale; tutto ciò ha fornito una serie di informazioni senza precedenti su dieta, livelli nutrizionali, salute e stile di vita dell’epoca. Nel periodo di massimo sviluppo della ricerca sul predinastico iniziata agli inizi XX secolo, si stima che siano stati esplorati più di 65 cimiteri e scavate oltre 20.000 tombe, ma a causa dello scarso interesse e delle limitate capacità di indagine del tempo, i materiali organici furono sistematicamente ignorati e i reperti ossei non adeguatamente analizzati. Lo studio dei reperti recuperati da questa necropoli, permette di gettare nuova luce sull’argomento.

Come di consueto per il periodo predinastico, i corpi venivano adagiati su una stuoia in posizione rannicchiata sul fianco sinistro e rivolti verso occidente. Venivano poi ricoperti da un sudario di lino e spesso protetti da ulteriori stuoie, che in alcuni casi potevano raggiungere il numero di dieci. Soltanto il 9% delle sepolture di Hk 43 è stato ritrovato intatto e, sulla base dei frammenti di ceramica rinvenuti in alcune tombe, si suppone che il saccheggio abbia avuto luogo a partire dall’epoca greco-romana, sino a quella medievale (XI secolo d.C.), per cui non è facile valutare l’entità del corredo di chi vi fu sepolto. Si sa, inoltre, da documentazione d’archivio, che anche Green condusse scavi sul posto e sono state recuperate ossa da lui contrassegnate.

Tomba 165. Queste perline colorate accompagnavano un bimbo nel suo viaggio oltremondano

Di 452 sepolture solo per meno della metà (210 circa) è possibile attribuire con certezza il corredo funerario, composto essenzialmente da ceramiche (per lo più da uno a tre vasi) in una gamma di forme piuttosto limitata: piccole giare nere, ciotole lucidate di rosso, bottiglie, pentole da cucina. In cinque tombe sono state recuperate tavolozze cosmetiche di grovacca, in quattro tracce di oggetti in rame (conservati in sacchetti indossati sul fianco principalmente da soggetti maschili) e in due (di bambini) delle perline. Il cibo era, invece, molto presente, trattandosi di un’offerta molto comune. Comprendeva pagnotte tondeggianti, frutti come meloni, “nebk” (simili a mele granchio prodotte dalla Ziziphus spina-christi) e il dattero del deserto che erano usuali omaggi d’addio. Nella tomba di una donna più anziana è stato rinvenuto un bulbo d’aglio completo, avvolto in un sacchetto, che conservava ancora il suo caratteristico odore dopo 5500 anni! Ad ogni modo, nonostante le condizioni alterate delle tombe sono state diverse fatte scoperte molto interessanti.

A sinistra: alimenti rinvenuti nella necropoli Hk43. In alto due forme di pane, al centro, al centro resti di melone. In basso a destra, frutti, commestibili, “nebk”, prodotti dalla Ziziphus spina-christi. In basso a sinistra, rinvenuto nella tomba di una donna anziana, un sacchetto contenente un bulbo d’aglio che conservava ancora il suo odore dopo circa 5500 anni! A destra: i frutti della Ziziphus spina-christi. Si tratta di un albero originario dell’Africa Settentrionale e tropicale. Sia i frutti che le foglie venivano utilizzati nell’Antico Egitto per la preparazione di cibi e nelle pratiche cultuali.

All’interno di una sepoltura (Tomba 333), appartenuta ad una donna di età compresa tra 40 e 50 anni, deposti vicino alla testa facevano bella mostra di sé quattro vasi completi che lasciavano presagire altri ritrovamenti interessanti.

Necropoli HK43. La Tomba 333 come si presentava al momento della scoperta. Vi era sepolta una donna tra i 40 e 50 anni, Ai lati della testa erano presenti 4 vasi in ceramica.

La prima sorpresa fu una tavolozza di grovacca lavorata a forma di uccello deposta tra i gomiti e le ginocchia della salma, ma ancor più sorprendente fu il contenuto di un cesto di vimini. Questo cesto era pieno di oggetti straordinari: sollevato il coperchio apparve una serie di ciondoli in pietra, tra cui uno scolpito con le sembianze di un uomo barbuto, con la corda che li teneva insieme ancora conservata. Al di sotto questi reperti c’era una serie di strumenti ricavati da ossa di animali: un pettine per capelli in avorio, pezzi di galena (o kohl, minerale di piombo adoperato per il trucco degli occhi) e ocra da triturare come cosmetico sulla tavolozza con due pietre levigate, lamelle di selce, un arnese a forma di uncino ricavato da una conchiglia e pietre arrotondate il cui utilizzo rimane ancora ignoto. Inoltre, il cesto conteneva anche una borsa di pelle che conservava pezzi di resina e piccoli coni di fango assieme ad una sorprendente varietà di resti di piante, tra cui semi e tuberi, ma anche scaglie di cedro e ginepro importati che formavano uno straordinario miscuglio odoroso. Lo sforzo e la cura profusi in questa sepoltura indicano che la defunta era una donna molto importante, ipotesi avvalorata ancor di più dalla particolarissima acconciatura che ricorda in qualche molto quella dei Mohicani.

Tomba 333. La strana acconciatura della donna che vi era inumata. Sorprendente l’ottima condizione della dentatura, considerata l’epoca e l’età dell’individuo.

La maggior parte degli oggetti rinvenuti nel cesto è già nota da altri siti (un insieme di reperti simili fu rinvenuto nella tomba E381 ad Abydos, cfr. Naville, Cimiteri di Abydos I, pag.17, 1914), ma lo scopo e la funzione è ancora oggetto di discussione. Se esiste un filo conduttore che lega tra loro coerentemente questi oggetti un’ipotesi molto plausibile è che si tratti di una sorta di kit magico o medico e la donna potrebbe essere stata considerata una persona particolarmente saggia. Inoltre, l’esistenza di sepolture di bambini intorno alla sua tomba suggerisce che fosse considerata una forte presenza protettiva anche per un certo tempo dopo la sua morte.
Per lo più gli oggetti offerti nelle sepolture erano stati ampiamente usati in vita. Nella Tomba 209, occupata da una donna dell’età di circa 45 anni, il corredo era rappresentato da tre ciotole di ceramica rossa, una, molto profonda, di materiale marnoso e due recipienti di ceramica grezza il cui collo doveva essersi rotto durante l’utilizzo dal momento che i bordi furono molati prima di essere deposti. Erano presenti, inoltre, due vasi di pietra (uno di basalto e un altro di calcite gravemente scheggiato) ed un pettine di avorio che mancava già di un dente.

Tomba 209. Appartenuta ad una donna di circa 45 anni, presentava come corredo questi oggetti di uso comune (a sinistra). A destra: particolare del pettine in avorio, in cui è visibile la mancanza di uno dei denti, perduto, evidentemente, durante l’uso quotidiano.

Tomba 412. Nonostante il saccheggio al proprietario, un uomo di mezza età, non fu sottratto questo pugnale con lama di selce a forma di coda di pesce. A sinistra è visibile la pelle di animale in cui era avvolto.

Un’altra sepoltura degna di nota è la Tomba 412, appartenente ad un maschio di mezza età. Nonostante sia stata saccheggiata, i ladri hanno lasciato qualcosa. Avvolto in una pelle di animale e nascosto sotto i capelli ancora presenti sulla testa del defunto, è stato ritrovato un coltello di selce a coda di pesce ancora infisso nel suo manico di canna. Aveva ancora il suo fodero di cuoio sopra la lama a dimostrazione che questi oggetti non solo erano considerate armi pregiate, ma ritenute molto pericolose anche dopo la morte.

In altre tombe, il rispetto e la cura per i defunti si manifesta attraverso lo speciale trattamento del corpo. La scoperta in tre sepolture di spessi cuscinetti di lino, imbevuti di resina e sistemati con cura intorno alla mascella e alle mani, indicano una crescente preoccupazione per la salvaguardia del corpo e soprattutto della conservazione della sua capacità di nutrirsi nell’aldilà. I tre esempi ben conservati provengono da sepolture femminili, ma frammenti di queste protezioni sono stati ritrovati in numerose altre tombe pesantemente saccheggiate.

Necropoli Hk43. Tomba 85. Le due frecce in alto a sinistra evidenziano i cuscinetti di lino imbevuti di resina a protezione della mascella. Analoghi tamponi erano avvolti attorno alle mani (freccia in basso a destra.

Questa sorta di tamponi è stata recuperata anche dalle tombe del cimitero di élite Hk6 suggerendo che un simile trattamento non era appannaggio esclusivo ed era riservato indifferentemente a soggetti di sesso e ceto diversi . Le evidenze indicano che avessero più lo scopo di salvaguardare l’articolazione che non l’aspetto fisico del defunto. Ciò non significa affatto che non fossero interessati ad apparire nel miglior modo possibile nell’altro mondo.

A sinistra: dalla sepoltura 16 proviene questa elaborata extension applicata ai capelli ingrigiti di un anziana donna e tinti con l’henné. A destra: la barba posticcia rinvenuta nella Tomba 54

Lo conferma il corpo di una donna piuttosto anziana (Tomba 16), i cui capelli brizzolati erano stati tinti con l’henné e laddove le ciocche si presentavano diradate erano state integrate con “extension” annodate alla capigliatura naturale fino a creare un’acconciatura elaborata. Tra l’altro, la vanità non era solo limitata alle donne: è stato ritrovato persino una specie di parrucchino, realizzato con pelle di animale, che è stato integrato ai pochi capelli naturali di un uomo con evidenti problemi di calvizie, ed anche una barba posticcia molto ben curata. Più difficili da spiegare sono i segni da taglio trovati sulle vertebre del collo di 21 individui che in alcuni casi evidenziano una completa decapitazione. Le persone coinvolte sono sia uomini che donne ed hanno un’età compresa tra i 16 e i 65 anni. A cinque di questi soggetti, tutti giovani, fu anche praticato lo scalpo.

Questi segni da taglio sono stati riscontrati sulle vertebre cervicali di 21 individui

E i loro crani presentano fino a 197 segni da taglio superficiale. L’azione è limitata esclusivamente alla calotta mentre i resti facciali e post-cranici sono perfettamente integri. Appare chiaro che lo scopo fosse unicamente quello di rimuovere il cuoio capelluto, ma per motivi sconosciuti. Lo stesso si può affermare per il taglio della gola. La posizione standard delle lacerazioni, sempre dalla parte anteriore del collo, solitamente tra la seconda e terza vertebra cervicale, unitamente alla mancanza di lesioni difensive, indica che questi segni non sono il risultato di crimini, guerre o atti violenti. Nelle poche sepolture intatte o quasi che presentavano individui sottoposti a tale trattamento, i crani sono stati trovati sul posto (Tombe 85 e 23) o risistemati in posizione corretta (Tombe 271 e 438). I segni dei tagli lasciano presupporre una completa decapitazione prima della ricollocazione al giusto posto. Le sepolture di questo tipo sono sparse lungo tutta la necropoli e appaiono del tutto identiche alle altre: né più ricche , né più povere. Si sono formulate alcune ipotesi per spiegare i motivi di questa procedura. Potrebbe trattarsi di una pratica rituale di smembramento, forse un precursore del mito di Osiride che fu dilaniato dal fratello Seth, ricomposto dalla moglie Iside e poi avvolto in bende da Anubi prima di raggiungere l’aldilà come sovrano del regno dei morti. Sappiamo, infatti, dai testi che più tardi sarebbero stati scritti, che la mummificazione era vista come una rievocazione degli eventi relativi alla morte di Osiride. D’altra, parte, siccome meno del 5% degli individui mostra prove di un simile trattamento, un’altra interpretazione porterebbe ad un’esecuzione capitale per crimini ritenuti particolarmente gravi e il corpo restituito alla famiglia per l’inumazione. Sembra da escludere, almeno in questa necropoli, l’ipotesi del sacrificio umano per scopi rituali, non mostrando le sepolture alcunché di particolare sia nella collocazione, sia nel contenuto.

Questo cranio giovanile presenta numerose evidenze di tagli superficiali. Ne sono stati ritrovati altri 5 con le medesime caratteristiche. Le incisioni in uno di essi arrivavano a ben 197 ed erano praticate per rimuovere il cuoio capelluto del defunto.

Gli esami in corso sul materiale scheletrico rinvenuto in questo cimitero sono diventati oggetto di numerose tesi di dottorato e stanno fornendo moltissime informazioni sulla vita quotidiana di questi antichissimi abitanti di Ieracompoli. Quasi tutte le persone sepolte qui erano robuste, ben nutrite, muscolose e presentavano una buona dentatura. Le patologie sono rare e, per lo più, riferibili a fratture che, in alcuni individui, interessano il cranio, evidente risultato di gravi colpi inferti alla testa. Da queste lesioni qualcuno e guarito, per altri sono risultate fatali. Si può ragionevolmente concludere che la vita nell’antica Nekhen non sempre fosse pacifica, ma la qualità generale è da ritenersi decisamente e sorprendentemente buona per l’epoca.

Fonti:

  • Friedman, RF, 1999. Il cimitero predinastico a HK43 in: Friedman, RF; Maish, A.; Fahmy, AG; Darnell, JC & Johnson, ED, Rapporto preliminare sul lavoro sul campo a Hierakonpolis: 1996-1998. Journal of the American Research Center in Egypt 36 (1999): 3-11.
  • Friedman, RF; Watral, E.; Jones, J.; Fahmy, AG; Van Neer, W. & Linseele, V., 2002. Scavi a Hierakonpolis. Archeo-Nil 12: 55-68.
  • Immagini tratte da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet “hierakonpolis-online.org”

L’INSEDIAMENTO HK11

La località denominata HK 11 presenta una delle maggiori concentrazioni di insediamenti predinastici dell’area di Ieracompoli e si trova ad una distanza di circa 1,5 Km dal limite delle coltivazioni moderne sulla sponda meridionale del Grande Wadi (Wadi Abu Suffian). Si estende per oltre 68.000 mq. e presenta diverse zone di attività. I resti di abitazioni e attività domestiche sono concentrati ad est, mentre ad ovest si trovano stabilimenti per la produzione della birra e della ceramica. A sud sono presenti una necropoli ampiamente depredata (HK 11E) e la serie di petroglifi (arte rupestre) denominata HK 61. Il perché di in insediamento in posizione così elevata è ancora oggetto di studio, ma è particolarmente interessante la condizione del sito che si presenta relativamente poco alterato. Infatti, le aree più prossime alle coltivazioni sono state profondamente snaturate dall’operato degli agricoltori che hanno scavato gli antichi materiali organici (sebakh) da utilizzare come fertilizzante per i campi, lasciando sul posto, la parte più bassa del deserto, solo una serie di cumuli e pozzi pieni di sabbia. La superficie di HK11 si presenta invece liscia con la sola evidenza di una lieve dispersione di frammenti ceramici. Al di sotto giacciono depositi ben conservati e per lo più stratificati. (Fig.1).

Fig. 1

Da fotografie d’archivio del Metropolitan Museum of Art di New York, siamo a conoscenza di scavi intrapresi da Ambrose Lansing nel 1934 di cui non sappiamo molto. In una grotta nelle falesie che si elevano dietro il sito rinvenne un deposito di ceramiche, ora in mostra al Metropolitan Museum, (Fig. 2 ) ed esplorò il birrificio, ma è difficile determinare esattamente cosa vi abbia trovato.

Fig. 2

La località fu successivamente esplorata da J.F. Harlan tra il 1978 e il 1979 che operò uno scavo iniziale in un’area, oggi conosciuta come Operation A, in cui ha scoperto una vasca ben conservata circondata da barre tagliafuoco, ed in altre aree ad ovest di un complesso di produzione di birra e ceramica ora noto come Operation B. Ma di sicuro la scoperta più interessante è venuta dallo scavo di un cumulo di rifiuti situato all’estremità meridionale del sito che ci ha restituito, conservati tra i vari livelli dei detriti, evidenze dello stile di vita degli abitanti che vi stanziarono tra il 3800 e il 3600 a.C. circa. La trincea di scavo prodotta, denominata Trash Mound A (Cumulo di Rifiuti A) aveva una dimensione di m. 2×3 per una profondità di m. 2,15 fino ad incontrare, dopo aver attraversato 20 livelli di accumuli stratificati, il terreno vergine. Gli strati erano composti da strisce di terra sottili e discontinue frammiste a materiale culturale, botanico e faunistico: un mix costituitosi nel tempo attraverso lo scarico di piccole quantità di rifiuti. Il materiale ceramico, per la maggior parte dell’accumulo, indica una datazione compresa tra Naqada IC e IIA (ca. 3800-3700 a.C.) e la natura del vasellame e dei depositi in generale suggeriscono che, prevalentemente, è precedente alle intense attività industriali di produzione di birra e ceramica scoperte nel corso delle Operazioni A e B. Nel complesso il materiale rinvenuto sembra provenire da rifiuti generati dalle attività domestiche dal quale è possibile ricavare molte e interessanti informazioni (Fig. 3).

Fig. 3

Il dott. Ahmed Fahmy (Helwan University) si è occupato delle analisi dei residui botanici che sono stati identificati come varietà di grano e pula di farro, le principali colture per l’alimentazione umana. Erano presenti anche resti di orzo, di lino, utilizzato come coltura tessile e i cui semi, probabilmente, furono anche usati come foraggio per gli animali. Non mancavano semi di meloni coltivati e frutti selvatici commestibili (Balanites aegyptiaca, Citrullus colocynthis e Ziziphus spina-christi), che arricchivano la dieta di zuccheri e carboidrati. (Fig. 4).

Fig. 4

La presenza di semi frutti e foglioline di erbacce campestri e di piante del deserto si è rivelata utile per ricostruire quell’antichissimo ambiente e le pratiche agricole. Ad esempio, la presenza abbondante di erbe infestanti tra i rifiuti delle colture di cereali, ha permesso di capire a grandi linee come avveniva la raccolta. Sembra che gli steli venivano tagliati ad un’altezza di 40 cm dal suolo. La stoppia era lasciata nel terreno come fertilizzante. I dati rilevati ben si accordano con il metodo di mietitura che sarà in seguito così ben illustrato in molti rilievi tombali. Inoltre, è stata rilevata una notevole presenza di resti di piante del deserto nei livelli inferiori del deposito, che diventa molto più rada in quelli superiori. Tutto ciò supporta le ipotesi paleo climatologiche e archeologiche di un inaridimento avvenuto dopo il 3500 a.C. E’ del tutto probabile, inoltre, che il taglio intensivo di alberi per fornire carburante per la produzione della birra, abbia ulteriormente influito sulle alterazioni ecologiche. Nel complesso, lo studio del Dr. Fahmy dimostra che l’economia Ieracompolitana durante il periodo predinastico era prevalentemente basata sulla coltivazione di farro ed orzo. Erano entrambi coltivati in inverno e se ne ricavava un unico raccolto annuo. I campi si estendevano nella pianura alluvionale, ma è ancora argomento di discussione un’ eventuale attività agricola negli wadi prima che il clima subisse un ulteriore inaridimento. Farro ed orzo venivano consumati dall’uomo e i loro sottoprodotti (paglia e pula) venivano utilizzati come nutrimento per il bestiame. Sia gli uomini che gli animali hanno sfruttato risorse alimentari selvatiche per integrare la loro dieta. Questa ricostruzione è avvalorata dall’analisi delle offerte di cibo e del contenuto gastrico recuperato soprattutto nel cimitero HK43, la necropoli dei lavoratori illustrata precedentemente.

LA CASA DELL’OPERAZIONE G

Veduta dell’area HK 11. Abitazione G
La spedizione al lavoro nell’area HK11

Dopo la scoperta della casa bruciata nel settore HK29 da parte di Michael Hoffmann nel 1978 (vedi paragrafo “le esplorazioni della seconda metà del novecento” su https://laciviltaegizia.org/…/i-siti-predinastici…/), la Spedizione ha cercato di rintracciare ed esaminare altre abitazioni simili. Le ricerche in tal senso hanno comportato una serie di interessanti scoperte (ad esempio il centro cerimoniale HK29A, che è stato descritto nello stesso paragrafo), ma le tracce di un ambiente esclusivamente domestico erano rimaste piuttosto vaghe, fino a quando un’ampia indagine magnetometrica, condotta da Tomasz Herbic nel 1999 in un settore non alterato di HK11, ha rilevato una serie di anomalie che indicavano la chiara presenza di resti di insediamenti sepolti.

HK11, pavimento della fase I

A sinistra: si riporta alla luce il recinto di stuoie e pali a HK11. Lo spago che ancorava la stuoia ai pali era ancora al suo posto. (Fase III)A destra: particolare della recinzione con stuoia

Aghi e amo da pesca in rame ritrovati nel pavimento tra i detriti della Fase III

Per la maggior parte si sono scoperte evidenze legate all’industria della birra, ma nella parte orientale, in quella che ora viene chiamata “Operation G”, ci si è imbattuti in un insediamento domestico. Gli scavi condotti nel 2000-2001 da Ethan Watrall hanno portato alla luce parte di un’unità residenziale contenente vari pozzi di stoccaggio ed elementi distintivi di caratteristiche domestiche delimitati da una recinzione in legno straordinariamente ben conservata. Seguendo la stratificazione è stato possibile ricostruire sei episodi occupazionali che si sono succeduti con relativa continuità dal periodo Naqada IC a Naqada IIB, con posteriori episodi di smaltimento dei rifiuti durante Naqada IIC.

La Fase I caratterizza la prima occupazione domestica. Il materiale ceramico rinvenuto ha permesso di datarla al periodo Naqada IC-IIA e appartengono a questa fase evidenze costituite da un pavimento sub-rettangolare circondato da una trincea di fondazione per un muro lungo il bordo settentrionale. Sono presenti buche per pali e numerose postazioni per pentole poco profonde. Una serie di piccoli elementi circolari, è da associare, con tutta probabilità, a buche in cui erano infissi piccoli pali non portanti. E’ presente, inoltre, un grande focolare rivestito in pietra e accanto ad esso, sul pavimento, era stata posata una stuoia di canne. Nelle immediate vicinanze è stata identificata un’area per la preparazione dei cibi: conservava una grande macina ovoidale in quarzite ed una piccola fossa di stoccaggio rivestita di fango grigio. La Fase II è caratterizzata soprattutto da pozzi per la raccolta di rifiuti che attraversano la base dell’abitazione della Fase I. Contenevano essenzialmente sedimenti di colore grigio e marrone scuro frammisti ai quali era riconoscibile una grande quantità di materiale faunistico, ceramico, litico ed elevate quantità di carbone e resti botanici. E’ ragionevole supporre che la struttura della Fase I sia stata brevemente abbandonata e l’area utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti.

Alcuni esempi di ceramica della linea C di Petrie: insieme ad elementi in rosso e nero lucido, permettono di datare la prima fase di occupazione a Naqada IC. In questa fase il vasellame temperato con paglia era limitato ed appare essenzialmente sotto forma di grandi vasi per la conservazione e ciotole che sarebbe stato difficile produrre con agglomerati più densi o ruvidi. Le pentole erano per lo più costituite da ceramiche temperate a scisto. Questi vasi realizzati in casa, dall’esterno duro e levigato ad umido, erano senza dubbio più difficili da realizzare rispetto ai vasi temperati con paglia, ma erano chiaramente più adatti all’uso. Le superfici esterne erano meno porose e la tempra dello scisto favoriva la stabilità termica consentendo al vaso di resistere agli sbalzi termici senza rompersi, per un tempo molto più lungo. Dai numerosi esempi rinvenuti con fori di rammendo, si intuisce che il valore di questo vasellame di produzione domestica era altamente riconosciuto. Tuttavia, alla fine prevalsero le pentole da cucina prodotte in serie. Entro la fine della Fase V i vasi fatti in casa sparirono quasi del tutto.

Il secondo periodo abitativo (Fase III) ha portato un significativo cambiamento dell’assetto architettonico. In particolare, fu aggiunta una recinzione di pali e canne, che correva per l’intera lunghezza del lato sud (20 metri) dello scavo, realizzata con oltre 40 pali di acacia. Lunghi tratti di stuoia di canna furono fissati con una sorta di spago e rivestiti sul versante meridionale con un leggero strato di fango. Un’apertura, nei pressi dell’estremità occidentale della recinzione, serviva probabilmente da accesso ad un recinto o cortile le cui dimensioni non sono ancora state determinate. La recinzione racchiudeva un pavimento grigio duro e compatto con un focolare rivestito di pietra e circondato da terra rossastra e molta cenere. Incastrati nel pavimento, sono stati rinvenuti aghi ed un amo in rame finemente lavorati. Nonostante fossero stati lungamente utilizzati, hanno mostrato un notevole stato di conservazione. L’amo è di particolare interesse se si considera che l’abitazione si trova attualmente a circa 4 Km, dalla sponda del Nilo. Nel settore nord-occidentale erano presenti cinque buche rivestite di fango. Le due più profonde potrebbero essere state destinate alla conservazione, mentre le altre tre, poco infossate si può ragionevolmente associarle a collocazioni per vasi. In alternativa, considerando i depositi di cenere e le numerose “torte di sterco” rinvenute (utilizzate come combustibile), si può supporre che fossero utilizzate come aree di cottura dei cibi.

I resti litici non danno alcuna indicazione di una manifattura specializzata. Il predominio dei pezzi riadattati indica un utilizzo estremamente pratico e il basso numero di strumenti specialistici suggerisce situazioni che privilegiano piuttosto la quantità. Mentre una dotazione per un sito di allevamento o un’area industriale, ad esempio, sarebbe focalizzato su un insieme specifico di classi di strumenti, un’attrezzatura domestica riflette la fluidità e semplicità dell’attività che è caratteristica di una famiglia. I reperti includono la sezione centrale di una statuetta di animale in pietra scheggiata, tre frammenti di piccole teste di mazza in pietra discoide e un frammento di un vaso cilindrico in pietra calcarea con una piccola ansa verticale. Nell’illustrazione il frammento di selce in origine a forma di animale (forse un ippopotamo)

La successiva fase occupazionale (Fase IV) è caratterizzata da un accumulo relativamente esteso di rifiuti, lungo la recinzione con stuoie, che è stata successivamente ricoperta da una seconda pavimentazione grigia (Fase V).

Durante questa fase è continuato l’accumulo di scarti lungo la recinzione ed in particolare nei pressi dell’ingresso. La presenza tra i rifiuti di grosse quantità di escrementi animali, suggerisce che in quella parte del complesso, in quel determinato periodo fossero tenuti bovini e altri animali domestici. L’intera superficie dell’abitazione non è ancora stata determinata in quanto la parte meridionale risulta fortemente rimaneggiata. Tuttavia, in base all’estensione dell’area del cortile scavato, deve ritenersi senz’altro abbastanza spaziosa. La fase finale (Fase VI) è rappresentata da una grande fossa di rifiuti che è stata scavata dalla sommità dell’abitazione sino ai sedimenti dello wadi sottostante. La fossa, profonda circa 86 cm., conteneva materiale ceramico risalente a Naqada IIC ed è stata scavata sicuramente dopo l’abbandono della casa. I resti ceramici stratificati forniscono un’importante indicazione sul mutare, nel tempo, dei metodi di fabbricazione. E’ rintracciabile un graduale cambiamento nella produzione domestica di vasellame in quanto da materiali temperati in scisto si passa ad una serie di articoli da cucina prodotti in serie e temperati con paglia.

I resti animali (circa 4000 elementi) sono stati esaminati da Wim Van Neer e Veerle Linseele. Il materiale era ben conservato e comprendeva corna, zoccoli (nell’immagine) e, in alcuni casi, anche pelli. Predominano le specie domestiche tradizionali (bovini caprini e, in minor misura suini), ma erano presenti anche resti faunistici derivanti dalla caccia come gazzelle (Gazella dorcas), ippopotami (Hippopotamus amphibius), volpi (Vulpes rueppelli) e coccodrilli (Crocodylus niloticus). Tra le specie ittiche le più comuni erano il persico del Nilo (Lates Niloticus) il pesce gatto (Synodontis) e la tilapia nilotica (Oreochromis niloticus)

Nella Fase I, le stoviglie pregiate nere e rosse lucidate costituivano il 42% del totale, quelle temperate con paglia il 40% e le ceramiche di scisto realizzate in casa il 18%. Entro la Fase III i valori si attestano rispettivamente al 20%, 73% e 6%. Nel tempo la ceramica temperata con paglia diventa sempre più diffusa sino a costituire oltre l’85% del totale rinvenuto tra i rifiuti della fossa relativa alla fase VI (Naqada IIC). Riguardo a questo insediamento, sono ancora molte le domande che attendono risposta. Ancora non si sa con certezza chi l’ha abitato (pastori, contadini, ceramisti o forse birrai?) e per quale ragione (per servire il culto funerario della necropoli d’élite HK6 o, più semplicemente, per trovare un rifugio temporaneo durante le inondazioni?). Va pure rilevato che da una delle fosse sono state recuperate le ossa di un bambino e ciò suggerisce una sepoltura avvenuta sotto il pavimento della casa, secondo un uso ben attestato anche nel sito contemporaneo di Adaima.In ogni caso, l’esplorazione di quest’area sta aprendo una finestra affascinante sulla vita domestica di quell’epoca così remota.

L’AREA INDUSTRIALE HK11C

Su un terrazzamento che fiancheggia il lato meridionale del Great Wadi (Wadi Abu Suffian), si estende una vasta area che è stata denominata HK11C. E’ ubicata di fronte e leggermente più a sud-ovest del cimitero d’élite Hk6 che è già stato esaminato in precedenza. La parte orientale di questa località ha fornito prove dell’esistenza di un insediamento urbano, mentre in quella occidentale sono state rinvenute per lo più attività industriali. Si tratta principalmente di centri per la produzione della birra e di ceramiche le cui dimensioni sono state valutate in base alle grandi quantità di ceneri e detriti depositati in cumuli, fosse ed altre strutture apparentemente andate in disuso. Le indagini in questa zona sono iniziate nel 2003 ed hanno interessato due aree adiacenti denominate Operation A e B di cui ci occuperemo separatamente. Le caratteristiche osservate nel corso dei primi dieci anni di scavi stupiscono per il loro livello di conservazione e per quanto possano aggiungere alle conoscenze sulle produzioni industriali in epoca predinastica. (Immagine n. 1)

1. HK11C. Mappa del sito di scavo, Operazione B (settori B 4-5 della griglia) è situato a circa 30 m a sud del letto del wadi, e a meno di 10 m dall’installazione della vasca e della barra antincendio scoperta nell’Operazione A (settori A 6-7 della griglia).

HK11C Operazione B

Gli scavi dell’Operazione B sono stati intrapresi per la prima volta nel 2003 a seguito di una forte anomalia evidenziata dai rilievi magnetometrici. Le indagini condotte da Masahiro Baba dal 2004 al 2009 hanno mostrato almeno due distinte fasi di occupazione.Il livello superiore, risalente con tutta probabilità alla seconda metà di Naqada II, era caratterizzato da una struttura a fornace (denominata Forno A) del tipo a piattaforma, composta da fango molto arso nella quale erano state ricavate numerose buche di cottura, aperte su un lato. Poco più a nord erano presenti i resti di una struttura rettilinea simile ad una recinzione di pali lignei. Tutto all’intorno erano presenti i resti di frammenti lavorati in forma ovale, apparentemente utilizzati nelle fasi di produzione di ceramiche. Per lo più erano contenuti all’interno di vasi conici sistemati verticalmente in appositi alloggiamenti della pavimentazione. Il più grande conteneva ben 554 frantumi di questi utensili di coccio. I depositi di attrezzi e la fornace suggeriscono che la fase di occupazione del livello superiore fosse associata all’attività produttiva di ceramica , mentre la recinzione in legno poteva far parte dell’abitazione ovvero dell’officina di un vasaio (Immagini nn. 2-3-4-5).

Nel livello inferiore, databile alla prima metà del periodo Naqada II sono stati identificati cinque forni a fossa. Accanto a ciascuno di essi era presente un segmento di muro alto circa 30 cm. realizzato con pietre e fango. Le cavità avevano un diametro medio di 60-70 cm. e contenevano detriti da fornace costituiti da carbone, cenere, lastre di pietra, frammenti e detriti di fango bruciato. Una plausibile ricostruzione delle tecniche di cottura suggerisce che le fosse, una volta riempite di combustibile e vasellame, venissero poi ricoperte con una specifica sovrastruttura composta da cocci cementati insieme a fango. Da un’attenta valutazione delle condizioni del terreno bruciato intorno alle fornaci, è risultato chiaro che funzionassero individualmente. (Immagini 6-7-8-9-10).

Subito a nord dei forni erano presenti cinque tini a vasca, più o meno ben conservati, contenenti, tra gli altri possibili alimenti, residui della cottura del grano per la produzione della birra. Erano disposti su due file e circondati su due lati da pareti intervallate da aperture. Avevano conservato un’altezza variabile da 40 a 60 cm. ed un diametro compreso tra 60 e 85 cm., ma essendo privi della parte superiore dovevano originariamente essere più alti e larghi. Inoltre, a giudicare dalla quantità di frammenti ritrovati in una fossa, doveva essere presente un altro tino che probabilmente fu successivamente rimosso. (Immagini nn. 11-12).

Sebbene differissero per dimensioni, la loro realizzazione e il tipo di supporto era del tutto simile. Veniva alloggiato in una fossa poco profonda e sorretto da alcune pietre. Quindi all’esterno della vasca si realizzava una copertura di cocci e fango. Alla base, un anello di frammenti di coccio e cemento di fango creava uno spazio protetto per il fuoco. Alcune aperture praticate in questi anelli consentivano l’inserimento del combustibile ed la circolazione d’aria. E’ evidente che questi impianti a vasca erano pensati per riscaldare qualcosa ed in grande quantità. Aderente alle pareti interne era presente uno spesso strato di residuo nero lucido. L’esame botanico preliminare ha rilevato che conteneva, malto di farro; non vi è alcun dubbio, quindi che i tini venissero utilizzati per riscaldare cereali mescolati con acqua. Il prodotto finale poteva essere una sorta di polenta oppure birra. Lo spesso rivestimento esterno di fango suggerisce che con tutta probabilità, fosse la birra il prodotto finale dell’operazione. Infatti, nella sua produzione è richiesto che il mosto sia riscaldato a temperature relativamente basse (intorno ai 70 °C). Una ricostruzione sperimentale ha dimostrato che in una struttura configurata come quella rinvenuta in Operazione B, l’interno della tinozza, ricoperta di frammenti e fango non poteva raggiungere la temperatura di 100 °C. Mettendo insieme i vari elementi la struttura sembra essere stata un impianto integrato per la produzione di birra, con i forni a fossa per la realizzazione delle vasche in cui sarebbe stata successivamente trattato e contenuto il prodotto finale.

Dopo che i tini a vasca rimasero inutilizzati e completamente ricoperti dall’occupazione del livello superiore, la produzione di questi recipienti continuò per rifornire attività presenti in aree diverse: con tutta probabilità quella evidenziata dagli scavi dell’Operazione A di cui ci occuperemo in seguito.

13. Un esempio di vaso, recuperato nella necropoli Hk6

Nell’area immediatamente a ovest, gli scavi di J.F. Harlan, condotti nel 1978, hanno rivelato diversi elementi che potrebbero essere associati alla lavorazione del grano. La presenza di un abbeveratoio e di un vasca di fango, inizialmente ritenuti una mangiatoia per animali, potrebbero essere stati destinati al trattamento per ricavare il malto dai cereali, sebbene ciò non possa essere confermato. D’altra parte nelle vicinanze è presente una grande dispersione di pula di grano e altri cereali. Durante gli scavi di Operazione B sono stati recuperati ingenti quantità di frammenti composti di limo del Nilo temperato con paglia. La forma più comune è quella di vasi con bordo modellato. Oltre il 60% del materiale emerso era riconducibile a questo tipo di vasellame, pertanto è ragionevole presumere che fosse il prodotto principale delle fornaci rinvenute nel corso dell’Operazione B. Vasi con corpi di medie dimensioni e basi piatte sono stati rinvenuti dentro e intorno ai forni a fossa e nelle strutture per i tini del livello inferiore dell’area: sono strettamente correlabili a quelli delle tombe d’élite di HK6, tutti databili tra Naqada IC e IIB (Immagine n. 13).

Inoltre, il test al radiocarbonio del residuo interno alla tinozza n. 4 ha restituito una data compresa tra 3762 e 3537 a.C., perfettamente corrispondente al periodo in questione e molto vicino alle datazioni fornite dal radiocarbonio per la Tomba 16 di quella necropoli. Questi dati suggeriscono che questo potrebbe essere il birrificio più antico del mondo, fino ad oggi conosciuto. E’ anche interessante notare che le attività dell’Operazione B sembrano essere iniziate contemporaneamente alla fondazione dei grandi complessi cimiteriali d’élite in HK6. E’ probabile che questo birrificio di dimensioni ridotte rispetto a quelli in prossimità delle coltivazioni, sia stato istituito per provvedere ai riti funebri.

HK11C Operazione A

Immagine n. 1 J.F. Harlan durante lo scavo del 1978

Nel 2003, sotto la direzione di Izumi Takamiya sono iniziati gli scavi in un’area poco più a nord (settori A 6-7 della mappa). Nel 1979 JF Harlan, vi aveva scoperto quelli che riteneva i resti di un forno a pozzo per la produzione di ceramica e, nel 1999, l’indagine magnetometrica rivelò, anche in questo caso, una forte anomalia, indizio della probabile esistenza di ulteriori forni sotterranei. Inoltre, in superficie, erano visibili porzioni di una struttura semicircolare, molto erosa, riconducibile ad una fornace. Ci si aspettava quindi di riportare alla luce elementi funzionali alla produzione di vasellame, ma ciò che si trovò era, invece, un birrificio o comunque un locale adibito alla cottura di cereali, piuttosto che dell’argilla (Immagine n. 1). 

Situato ai margini della terrazza del wadi, lo scavo ha fatto emergere un grande impianto di riscaldamento semi-sotterraneo e sebbene i livelli superiori fossero stati distrutti, era abbastanza percepibile quella che poteva essere la pianta generale (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Veduta dell’area di scavo HK11C Operazione A

Il complesso presentava originariamente una forma rettangolare ed era delimitato da almeno tre muri sui lati est, sud e ovest. Se mai sia esistita una parete nord, questa deve sicuramente essere stata demolita dalla successiva azione dell’acqua che si incanalava nel wadi. Di dimensioni approssimative di 3 metri da est a ovest ed almeno 7 metri da nord a sud presenta, incorporata nella parete meridionale, una caratteristica forma ad U, avente probabilmente le funzioni di canna fumaria per favorire la ventilazione. All’interno delle mura sono state scoperte otto configurazioni circolari, con un diametro di circa 100-120 cm., disposte su due file parallele lungo l’asse nord-sud. E’ possibile che altri due o più elementi di questo tipo fossero presenti all’estremità settentrionale, ma il pavimento gravemente eroso non ne ha conservato traccia. (Immagine n. 3). 

Immagine n. 3 Mappa dell’area

Il meglio conservato di questi elementi si è rivelato quello denominato Feature 12, che presentava 13 barre taglia-fuoco (con le parti superiori spezzate) ancora in situ, posizionate verticalmente, con una leggera inclinazione verso l’interno, ed infisse per una decina di cm. nei depositi naturali. Erano disposte in quattro cerchi concentrici attorno ad un piccolo deposito di sabbia sul quale, un tempo, trovava alloggiamento una vasca di ceramica, i cui frammenti erano dispersi nei livelli superiori della struttura. (immagini n. 4-5). 

Barre antincendio sono state rinvenute in tutta l’area: presentano un’estremità appuntita e una parte superiore a forma di cuneo, mentre la sezione trasversale ha una forma a D.
Le misure sono diverse, variando da un minimo di 54 cm. ad un massimo di 64 cm. Nella disposizione le più corte erano posizionate più vicine al centro mentre le più lunghe verso l’esterno (Immagine n. 6). 

Immagine n. 6 Barre taglia fuoco rinvenute durante lo scavo di HK11C Operazione A

La ricostruzione della collocazione originale della vasca, operata sulla base delle evidenze scoperte, suggerisce che per sostenerla erano necessarie 24 di queste barre, il che rappresenta un impegno notevolmente più oneroso, rispetto al metodo di supporto con frammenti e pietre utilizzato nella vicina struttura HK11 Operazione B, analizzata in precedenza (Immagine n.7) . 

Immagine n. 7 Ricostruzione di una postazione per il riscaldamento delle vasche per la produzione di birra

Come nell’esperimento condotto in Operazione B, la vasca prima di essere posizionata è stata rivestita con fango e frammenti per proteggerla dall’eccessivo calore e dalle conseguenti incrinature. Ma In questo caso, risultava evidente che, per mantenere gli elementi al loro posto era stata avvolta una corda. Infatti, su numerosi frammenti della vasca, ne erano ancora visibili i resti carbonizzati posizionati ad intervalli di 5 cm. I bordi a forma di cuneo delle barre sono stati adattati intorno alla vasca e fatti aderire con il fango (Immagine 8). 

Immagine n. 8 Frammenti di tinozza con fango e resti di corda.
Sono visibili i fori per il passaggio di quest’ultima

Le pareti del complesso semi-sotterraneo erano rivestite con grossi frammenti di lastre ceramiche quadrate, cementate con intonaco di fango. Sebbene nessuna di loro fosse completa, risulta evidente che misurassero anche più di 70 cm. per lato per uno spessore di circa 10 cm. E’ chiaro che queste lastre giocassero un ruolo importante nella struttura, del quale ad oggi ancora non si è in grado di fornire spiegazioni (Immagine n. 9). 

Immagine n. 9 Frammenti di una delle lastre di ceramiche che ricoprivano le pareti del complesso.

Il pavimento era completamente ricoperto da un sottile strato di cenere bianca adagiata su una superficie che era stata livellata dai depositi naturali formatisi nei letti di wadi pleistocenici. Per una profondità di 20 cm. il suolo sottostante si presentava intensamente arrossato, segno evidente di un’esposizione al calore intensa e prolungata. Lungo le pareti est e ovest sono stati ritrovati massicci depositi di carbone comprendenti resti di grossi tronchi arsi. Per lo più formavano dei veri e propri cumuli prominenti tra le barre tagliafuoco di cui si è parlato. L’alta concentrazione di combustibile rinvenuto lungo le pareti e l’uniformità dell’arrossamento sotto lo strato di cenere, suggeriscono che all’interno della struttura tutte le postazioni venissero riscaldate contemporaneamente (Immagine n. 10). 

Immagine n. 10 Veduta dell’area che mette in evidenza il forte arrossamento del suolo dovuto alla intensa e prolungata esposizione al calore.

Installazioni che presentavano vasche supportate da barre sono state rinvenute ad Abydos, Mahasna e Tell el-Farkha. La struttura e le postazioni dell’Operazione A sono del tutto simili ai complessi scavati ad Abydos nei pressi dell’Osireion da Eric Peet all’inizio del XX secolo (Peet 1914; Peet & Loat 1913). Ad Abydos i complessi erano formati da strutture rettangolari contenenti almeno 23 supporti per i tini. Peet riferì che le grandi vasche della struttura vicina all’Osireion erano sostenute da barre tagliafuoco di diverse lunghezze poste concentricamente attorno ad esse e ricoperte da fango bruciato, in maniera del tutto analoga a quelle rinvenute nel corso dell’Operazione A. Valutò che gli impianti fossero forni per l’asciugatura dei cereali, mentre a Mahasna una configurazione simile era stata considerata da John Garstang come un forno per la ceramica. In seguito, J. Geller suggerì che fossero utilizzati per la produzione di birra, ipotesi confermata dall’analisi dei residui trovati all’interno dei tini a Hierakonpolis e Tel el-Farkha.Il metodo di utilizzo dell’installazione di Operazione A, con impiego massiccio di manodopera rispetto a quelli di Operazione B e HK 24A (vedi paragrafo “Le esplorazioni della seconda metà del novecento” https://laciviltaegizia.org/…/i-siti-predinastici…/), suggerisce che l’impiego di barre tagliafuoco abbia apportato notevoli vantaggi, anche se al momento non è ancora chiaro quali potessero essere. Nell’insieme l’impianto di Operazione A appare molto più pianificato è ciò potrebbe essere dovuto alla sua età posteriore e al conseguente sviluppo di nuove tecnologie.

I complessi di Abydos erano datati al tardo predinastico (Naqada III) ed una data simile può essere attribuita all’installazione dell’Operazione A, anche se il campione su cui è stato applicato il metodo al radiocarbonico C14 appare piuttosto problematico. Tuttavia è evidente che corrisponde al rinnovamento dell’attività funeraria nel cimitero d’élite HK6 e suggerisce che la fabbriche di birra dello wadi furono realizzate per approvvigionare i culti funerari delle classi agiate.

I PETROGLIFI – INTRODUZIONE

Fonti per testo e immagini: sito internet “hierakonpolis-online.org”; sito internet “interactive.archaeology.org”

Immagine n. 1 Fred Hardtke, cacciatore di arte rupestre

Per lungo tempo si è pensato che a Ieracompoli, diversamente che a El-kab, situata sulla sponda orientale del Nilo, la presenza di incisioni riconducibili all’arte rupestre predinastica fosse davvero esigua.

Grazie alle indagini avviate da Fred Hrdtke (Immagine n. 1) nel 2009, si è invece dimostrato che non è così. Su un lato della collina che si erge tra uno wuadi laterale e lo Wadi Abu Suffian (Località HK61), già nel 1979 era stato rinvenuto un gruppo di petroglifi: una bellissima barca (che poi sarebbe diventata il logo della spedizione) faceva bella mostra di sé in una fenditura naturale della roccia (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 L’elaborata barca che divenne il logo della spedizione di Hierakonpolis

Sulle pareti opposte erano presenti altre tre barche a forma di falce con elaborate prue con testa di animale e sopra due di esse sono riconoscibili incisioni di animali, uno dei quali è sicuramente un toro (Immagine n. 3). Sempre nello stesso luogo c’è una giraffa finemente scolpita, ma non è chiaro se sia stata realizzata prima o contemporaneamente alle barche, ritenute tutte di epoca tardo predinastica (Immagine n. 4).

Una successiva esplorazione in località HK61 ha rivelato la presenza, su un’altra fenditura rocciosa situata nelle vicinanze, di una scena di una scena processionale con barche e animali altrettanto elaborata, ma in scala minore. Queste figure furono realizzate picchiettando la superficie, piuttosto che scolpendola. Oggi si presentano poco visibili e sfortunatamente sono stati danneggiate dai cavatori prima che la decorazione potesse essere completamente ricopiata. (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 La processione di barche su un masso rinvenuto in HK 61B. La fase di ricalco dell’incisione.

Nella stessa località, sono stati rinvenuti petroglifi che rappresentano un minuscolo elefante (Immagine n. 6) ed una figura umana aggiogata (Immagine n. 7). Iscrizioni e petroglifi di epoca successiva sono sparsi in altri luoghi del sito. In un’altra fenditura presso la necropoli HK6, i sacerdoti del Nuovo Regno hanno inciso i loro nomi e titoli; anche all’estremo confine meridionale del sito sono presenti incisioni che riportano serie di nomi di sacerdoti.

L’INDAGINE SULL’ARTE RUPESTRE

Da tempo l’area di Ieracompoli è soggetta ad una massiccia attività di estrazione di risorse minerarie; in particolare fosfati, ghiaia e pietra per uso edilizio. L‘innalzamento della falda freatica ha accresciuto la richiesta di tali risorse, soprattutto per quanto riguarda la pietra da costruzione, al fine di approntare solide fondamenta per le nuove abitazioni. La facilità di accesso alle falesie che attraversano la metà occidentale del sito, ha portato alla distruzione di molte aree che, potenzialmente, avrebbero potuto conservare tracce di arte rupestre. L’esempio più clamoroso e devastante dei danni apportati dall’attività estrattiva è senza dubbio quello verificatosi nei pressi dei petroglifi delle barche nel settore HK61, situato in un affluente del Wadi Abu Suffian. I cavatori, nel processo di estrazione e riduzione di un blocco di arenaria hanno distrutto degli stambecchi meravigliosamente incisi che facevano parte di una scena più ampia di barche ed animali. (Immagini n. 1-2).

A sinistra: immagine n. 1 Il lato nord del masso spaccato a HK61b (prima), decorato con una scena intricata di animali (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig). A destra: immagine n. 2 La stessa roccia dopo che i minatori hanno cercato di romperla per rimuoverla. (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

E’ praticamente impossibile presidiare tutte le zone del sito archeologico. Per poter ridurre l’impatto delle attività estrattive si è ricorso alla ricognizione delle aree interessate provvedendo ad un’accurata registrazione di quanto rimane e cercando di ostacolare l’accesso ai minatori, ove possibile, per guadagnare un po’ di tempo. Nelle poche settimane della stagione in cui Fred Hrdtke ha operato, è riuscito a individuare resti di arte rupestre sparsi su un’area di 2.375Kmq., di cui 0,75 Kmq. accuratamente censiti. L’indagine ha permesso di censire 57 siti che sono andati a costituire un totale di 165 pannelli di petroglifi caratterizzati dalla seguenti figure: Figure umane: 2%
Animali, tra cui giraffe, mucche, uccelli: 10%
Barche: 4%
Scritte in geroglifici e altri segni: 4%
Simboli astratti che includono linee graffiate, a volte in schemi intricati: 80% La maggior parte dei siti (76%) si trova nelle aree a sud e ad ovest della collina di località HK11, sul lato meridionale del Wadi Abu Suffian e del piccolo wadi che corre accanto agli elaborati petroglifi di barche presso HK61. (Immagini 3-4-5).

A sinistra: Immagine n. 3 I nuovi petroglifi trovati in questa stagione erano di tutte le dimensioni, alcuni piuttosto piccoli. Al centro: Immagine n. 4 Questo intrigante disegno astratto è stato rinvenuto in diversi luoghi intorno al sito. A destra: Immagine n. 5 Quasi la metà dell’arte rupestre è ubicata in ripari rocciosi. (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

I petroglifi più noti ad Ieracompoli sono le barche e la giraffa descritte in precedenza. Le barche sul masso nord e la giraffa su quello sud sono state documentate in facsimile; viceversa, la barca sulla rupe sud non è stata registrata sul momento. È molto più sbiadita essendo stata esposta ai venti del nord nel corso dei millenni, ma considerando i rischi cui va incontro la sopravvivenza dell’arte rupestre di Ieracompoli, è stato deciso che un intervento dovesse essere fatto il più presto possibile. L’incisione era così sottile e consunta che si poteva distinguere solo in certi momenti, quando il sole era in una determinata posizione (per essere precisi, l’ora giusta era alle 7:20 del mattino e rimaneva evidente per soli 20 minuti!). Questo è il momento in cui la barca si sarebbe rivelata per poi rimanere pressoché invisibile per le successive 24 ore (Immagini n. 6-7).

A sinistra: Immagine n. 6. Un momento della tracciatura della barca sul masso a sud durante i pochi minuti a disposizione delle ore mattutine in cui le condizioni di luce permettevano di intravvederne i contorni. A destra: Immagine n. 7. Dopo circa 20 minuti l’irraggiamento solare non permetteva più di distinguere i contorni delle incisioni. Per prolungare il lavoro cercando di estrarre i dettagli della barca si è ricorso all’uso di materiale riflettente. (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

Il lavoro è stato ripagato quando nel ricalco si è palesata una barca tanto elaborata quanto le sue compagne. Lungi dall’essere incompiuta, come si era creduto inizialmente nel 1980, anch’essa aveva una testa di animale e corna elaborate leggermente diverse dalle altre. Infatti ogni barca differisce nei dettagli delle corna sulla testa dell’animale e nella decorazione a poppa. La grande sorpresa è stato il piccolo animale che si è evidenziato sopra la barca: se sia un toro alla carica carica o un vitello rimane da determinare (Immagine n. 8.

Immagine n. 8 Il risultato finale del lavoro di tracciatura. (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

Tutto ciò, suggerisce che la spaccatura nella roccia fu utilizzata per rappresentare una composizione unitaria, con le barche di nord-ovest e sud-est pensate, probabilmente, come “immagini speculari”. Barche simili si trovano su un’ altra fenditura (HK61B) non lontano, ma i minatori hanno recentemente deturpato gli stambecchi che vi erano incisi. Le barche su questo masso sono più piccole e rese in modo più schematico, anche se si possono distinguere le teste, le corna, gli ornamenti di prua e le cabine (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Le barche rinvenute presso HK61B, evidenziate dalla sovrapposizione del disegno. (Credits: Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

LA GROTTA DELLE GIRAFFE

Non è solo la località HK61 ad aver restituito esempi di arte rupestre. La prima grande collina rocciosa sul lato meridionale del Wadi Abu Suffian, che si erge in prossimità di HK11, doveva rivestire sicuramente in epoca predinastica un significato davvero particolare. Qui, infatti, in una piccola sporgenza (impropriamente chiamata grotta) l’esplorazione a cura di Fred Hardtke ha osservato delle tenui figure che in un primo tempo erano state identificate come bovidi. Ad un più approfondito esame, effettuato in condizioni di luce molto più favorevoli, si è constatato che si trattava di tre settori separati, ognuno dei quali raccontava una diversa storia relativa agli animali raffigurati. I tre elementi conservati sulle tre diverse sezioni, presi nel loro insieme, hanno permesso di constatare che si trattava di giraffe (Immagini n. 1-2-3). 

Immagine n. 1 Il corpo della giraffa (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)
Immagine n. 2 La criniera (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)
Immagine n. 3 La testa (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

Tutto questo è diventato chiaro solo quando le deboli tracce sono state ricopiate sui fogli di acetato trasparente nei pochi momenti di luce ottimale offerti dal sole al mattino presto, nell’arco di più giorni e con l’aiuto di coperte isotermiche del tipo spaziale. Per poter ricalcare le linee incise sulla roccia era fondamentale la giusta illuminazione. Grazie all’utilizzo di tali coperte, che permettono di riflettere la luce su un lato e di fare ombra con l’altro, e all’aiuto degli assistenti che si adoperavano nel posizionarla, è stato possibile controllare l’incidenza luminosa sui petroglifi, mentre Hrdtke, tracciava le linee man mano che si palesavano (Immagini n. 4-5). 

E’ stato utilizzato anche uno strumento ideato dallo studioso. Si tratta di un treppiede con un lungo palo centrale ed un braccio laterale per stabilizzare la fotocamera contro la parete rocciosa. Un lungo cavo collegato al computer permetteva di posizionare la macchina fotografica e di scattare i fotogrammi nel miglior modo possibile.

Immagine n. 6 L’apparecchiatura ideata da Hardtke per fotografare l’arte rupestre in posti poco accessibili, si è rivelata particolarmente utile per catturare riprese delle giraffe. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

A poco a poco sono apparse le giraffe: la prima cosa che si è evidenziata è stata la composizione trasversale che rappresentava il manto a chiazze dell’animale. Il settore successivo rappresentava la criniera lungo la parte posteriore del lungo collo, mentre il terzo restituiva una testa con le corna. Un elemento particolarmente interessante era costituito dal fatto che almeno una delle giraffe era legata al collo, una caratteristica piuttosto ricorrente nelle rappresentazioni rupestri egiziane.

Probabilmente la grotta potrebbe essere la stessa che fu indagata da Ambrose Lansing nel 1935 e che fu da lui denominata “High Place” (sito alto). Vi furono rinvenute interessanti ceramiche dell’inizio del predinastico ora in mostra al Metropolitan Museum of Art di New York (Imagine n. 7).

Immagine n. 7 Ceramiche rinvenute da Ambrose Lansing nel luogo chiamato “High Place” che forse potrebbe essere proprio la cosiddetta grotta delle giraffe. Metropolitan Museum of Art di New York (© Photo J. Rossiter)

Il Lansing suppose che la sporgenza era stata utilizzata come spazio di riparo e ristoro dai vasai, ma la presenza delle giraffe e di altri glifi poco chiari all’intorno, suggerisce che questa grotta poco profonda deve aver rappresentato molto di più che un semplice luogo di riposo. La presenza, nelle vicinanze, di un terrazzamento ricoperto di impronte di cucchiai, presumibilmente per libagioni, indica che questa collina ha un’ importanza speciale: forse demarca l’ingresso a HK6, la zona riservata come sepoltura all’élite del predinastico. Per contro il significato della giraffa, come del resto di gran parte dell’arte rupestre, rimane ancora piuttosto oscuro. Paradossalmente, nonostante il numero sempre crescente, per quantità e varietà, di resti di animali restituiti dalla necropoli HK6, che all’epoca della missione di Hardtke, avviata nel 2009 ammontava ad oltre 70 esemplari (tra cui 2 elefanti, 1 toro selvatico. 1 alcefalo, 2 ippopotami, 8 babbuini, 7 gatti e un gran numero tra cani bovini e capre), nessuna giraffa è tra loro (Immagine n. 8). Almeno per il momento.

Immagine n. 8 Molte sepolture di animali sono state trovate nel cimitero HK6, compresa questa tomba che contiene una mucca e un vitello, ma ancora nessuna giraffa (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Fred Hardtke, Archaeology’s InteractiveDig)

LE INDAGINI SULL’ARTE RUPESTRE DEL 2010

Incoraggiato dai risultati ottenuti, Fred Hardtke, nel marzo del 2010 ritorna sul sito alla ricerca di ulteriori esemplari di arte rupestre. Sono stati scoperti diversi siti interessanti che hanno permesso ampliare le conoscenze sulla distribuzione di petroglifi nell’area. In tutto sono state individuate altre 23 location sicché alla fine dell’esplorazione si è potuta aggiornare la composizione tipologica complessiva:

  • schemi semplici (linee, picchiettature ecc.): 20%
  • disegni compositi (linee parallele, righe di tacche): 60%
  • composizioni complesse (animali, barche ecc.) 18%
  • sconosciute o non riconoscibili: 2%

La maggior parte è concentrata ancora nel settore sud-occidentale, vale a dire l’area intorno ad HK11 (o Collina dei Glifi), ma le scoperte più sorprendenti sono state fatte in prossimità di intriganti cerchi di pietre e ripari rocciosi. Alcuni di questi cerchi era già stati notati in precedenza, ma non vi erano state mai trovate tracce di arte rupestre nelle vicinanze. Il primo ad essere studiato si trova appena a sud di HK11 nei pressi di un canalone che si immette nel Wadi Abu Suffian. Nonostante sia rimasta meno della metà delle pietre che lo costituivano, il contorno del cerchio, del diametro di circa 8 metri, si palesava ancora con chiarezza.Sono stati notati anche diversi cerchi più piccoli di pietre e tumuli. Assieme a segni di politura e file di tacche, sulle rocce dell’area, un piccolo masso presentava un ippopotamo con il corpo tratteggiato con dei segni incrociati. In suo onore il luogo è stato soprannominato “Hippo Rise”. (Immagini 1-2).

Le rappresentazioni di ippopotami sono abbastanza comuni nell’arte predinastica (Naqada I-IIB), ma relativamente rare nei petroglifi; se ne contano una cinquantina di esemplari noti tra Egitto e Nubia, per cui questa nuova scoperta ha destato molto interesse. Ma le sorprese non erano ancora finite: poco distante a circa un chilometro di distanza, in una località soprannominata “Rock Hut Hill”, ne è stato rinvenuto un altro su una roccia alla base di una collina sulla quale, anche in questo caso, era visibile, un cerchio di grosse lastre di arenaria. E’ piuttosto piccolo, ma profondamente inciso e molto ben dettagliato. Il corpo dell’animale è contrassegnato da un motivo incrociato e sono visibili piccole orecchie e le zanne. C’è inoltre una linea che corre dal naso del pachiderma fino ad una crepa della roccia che, presumibilmente, rappresenta un arpione come suggerito dai tanti dipinti su ceramica. In effetti rappresentazioni i tale tipo sono piuttosto ricorrenti su ciotole del periodo Naqada I-IIB e questo potrebbe anche fornire un indizio sulla datazione di questa raffigurazione rupestre (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’ippopotamo rinvenuto presso “Rock Hut Hill” (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)

Ma le scoperte non sono finite qui. Nelle vicinanze, su una distesa rocciosa, sono stati rinvenuti altri petroglifi: una imbarcazione, un asino e un possente toro. L’asino e la barca furono realizzati creando prima un profilo picchiettando la roccia e poi procedendo all’incisione, mentre il toro fu inciso interamente in rilievo. L’equino presenta una caratteristica curvatura del muso, criniera incisa lungo il collo e un ciuffo sulla coda. Una linea che attraversa la groppa dell’animale, suggerisce le caratteristiche naturali dell’asino selvatico (onagro), mentre un’altra che tocca le zampe posteriori potrebbe rappresentare un ostacolo o anche una freccia. La tecnica utilizzata e il tipo di patinatura farebbero pensare che la barca a forma di falce ricurva fu realizzata nello stesso lasso di tempo.

Il toro è raffigurato con grandi corna a forma di mezzaluna, a capo chino in atteggiamento aggressivo e sembra rivolto verso l’asino, magari a simboleggiare uno scontro, anche se l’eccessiva distanza tra le due rappresentazioni non permette di poter concludere che furono realizzate contemporaneamente.

Tra e intorno alle immagini e vicino all’ippopotamo son presenti zone in cui la pietra è stata levigata e lucidata forse da attività legate a qualche rituale. (Immagine n. 4-5).

Immagine n. 4 Disegno dei petroglifi rinvenuti sul tableau di “Rock Hut Hill”: sono evidenziate in grigio le aree sottoposte a lucidatura(© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)
Immagine n. 5 Il toro in atteggiamento di attacco (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)

Altri petroglifi sono state rinvenuti alla base di una collinetta che è proprio di fronte. Sui massi erano presenti intricati disegni geometrici: righe, segni di scalpellatura e levigatura, incisioni varie ed uno schema a griglia. Circa la metà dell’arte rupestre di Ieracompoli è localizzata in presenza di uno strapiombo o di un riparo naturale. Le ultime scoperte sono avvenute, invece, sui dolci declivi delle colline. E’ possibile che i cerchi di pietre avessero la funzione simbolica di sostituire la copertura o il riparo naturale, ma ovviamente si tratta solo di un’ipotesi che per essere avvalorata richiede ulteriori indagini.

La seconda parte delle indagini si è svolta presso il grande affioramento al centro del Wadi Suffian. La sua piatta cima offre una veduta impressionante e, scendendo verso il fondo sul versante occidentale, è stata notata una sporgenza rocciosa circondata da alcuni massi sulle cui superfici orizzontali erano presenti vari petroglifi. Sia i massi, sia la facciata dello strapiombo erano ricoperti da spessi strati di ghiaia e sedimenti, ma le piogge verificatesi nel periodo immediatamente precedente e anche la moderna attività estrattiva hanno permesso di rendere nuovamente visibili diverse incisioni rupestri. Tra queste prevalgono le imbarcazioni raffigurate sia in maniera parziale che completa. In particolare ce n’è una a forma di falce corredata di numerosi remi che è la prima di questo tipo attestata ad Ieracompolis (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La barca con i remi (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)

Poco più in basso un piccolo masso di arenaria spostato, presentava una spettacolare rappresentazione di due asini stupendamente incisi: uno più grande ed un altro più piccolo, forse la sua progenie, subito sotto. Si tratta, indubbiamente di una delle più belle raffigurazioni di questo equino nell’arte rupestre (Immagini n. 2-3).

Immagine n. 2 Il masso su cui è stata ritrovata l’incisione con gli asini (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)
Immagine n. 3 Particolare dell’incisione con gli asini (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010)

La raffigurazione è completata da numerose linee singole o incrociate, incisioni sovrapposte: forse una barca e un cane(?) appena accennato, caratteri geroglifici e una rappresentazione graffiata di un uccello, apparentemente un’upupa, sicuramente realizzata in epoca posteriore. Le linee che ritraggono l’asino e il suo puledro e altre, come quelle che attraversano la groppa del quadrupede, hanno una patina più scura. Tutte quelle che si presentano più chiare sono evidentemente più recenti.

Il blocco su cui sono presenti queste incisioni proviene molto probabilmente dalla zona dello strapiombo, forse da un punto più alto dell’affioramento che ora porta il suo nome: “Donkey Hill” (Immagine n. 4).

IImmagine n. 4 Disegno che mostra la raffigurazione completa del petroglifo con gli asini rinvenuti a Donkey Hill (© Fred Hardtke, Neken News Vol.22 Autunno 2010).

Rappresentazioni di animali con prole sono state osservate in diverse parti in Egitto, ma solitamente sono riferite a bovidi; pertanto la composizione di “Donkey Hill” aggiunge nuove riflessioni sulla simbologia relativa all’asino. Infatti, nelle rappresentazioni rupestri, all’asino è stata attribuita di solito una connotazione malvagia o comunque negativa, mentre questa scena sembra simboleggiare piuttosto la rigenerazione continua di questa importante bestia da soma. Ad ogni modo, quale che sia il simbolismo del reperto, di sicuro si è rivelato essere il più interessante venuto alla luce durante la stagione esplorativa. Ciò che distingue l’arte rupestre di Ieracompoli da quella di altri siti è l’aderenza alle caratteristiche occupazionali della zona. Pertanto, non solo permette di avanzare nuove associazioni cronologiche e culturali, ma, studiandone attentamente la distribuzione e il repertorio iconografico, ci potrà fornire nuove chiavi di decifrazione del simbolismo di queste eleganti ed enigmatiche immagini.

CONCLUSIONI

Ieracompoli è certamente il più grande insediamento predinastico d’Egitto, ancora esistente. Conservato nelle sue caratteristiche peculiari, contiene tutti gli elementi tipici di una città: case e cumuli di rifiuti (tipici elementi distintivi degli insediamenti HK29 e HK11), necropoli, zone industriali (birrerie, centri di produzione della ceramica), centri di culto (HK29A) e tant’altro ancora che abbiamo incontrato in questo nostro viaggio indietro nel tempo (Immagini n. 1-2).

Immagine n. 1 La più antica casa ad oggi nota in Egitto: i resti bruciati della casa del vasaio in località HK29 (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)
Immagine n. 2 Area dove avveniva la produzione industriale di birra nel periodo predinastico (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

I ritrovamenti avvenuti in questa località, possono fornire preziose informazioni sul periodo formativo della civiltà egizia. Intorno al 3600-3500 a.C. , Ieracompoli aveva raggiunto il suo apice e doveva già essere uno dei maggiori agglomerati urbani presenti lungo le sponde del Nilo: un centro di potere regionale che si estendeva per oltre tre miglia, vivace e laborioso, ricco di quartieri ed attività e, come confermano i ritrovamenti e le ricerche effettuate, già capitale di un primo regno (nell’Alto Egitto) che avrebbe poi prodotto dei legami indissolubili con la regalità egizia, come dimostrano la Tavolozza di Narmer (https://laciviltaegizia.org/…/23/la-tavolozza-di-narmer/ è il link che invito a consultare per chi volesse saperne di più) e gli altri meravigliosi oggetti rinvenuti nel tempio della piana alluvionale. Questo raffinato reperto era sepolto in un deposito dell’area occupata dal tempio: realizzata in onore di Narmer, il primo re della prima dinastia, che regnò intorno al 3100 a.C., è considerato il primo documento politico della storia. (Immagini n. 3-4-5)

Immagine n. 3 Diritto e rovescio della Tavolozza di Narmer (facsimile esposto presso il Royal Ontario Museum di Toronto, Canada)

A sinistra: immagine n. 4 L’area del tempio in cui fu rinvenuta la Tavolozza di Narmer. A destra: immagine n. 5 Vaso risalente all’epoca di Narmer rinvenuto in una fossa del cortile del Tempio che fu solo parzialmente esplorata nel 1989. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Le scoperte effettuate hanno riportato la storia di Ieracompoli e lo sviluppo della civiltà egizia, molto più indietro nel tempo di quanto fosse lecito aspettarsi, ma il sito presenta anche un importante serbatoio di evidenze riconducibili all’epoca dinastica. Sebbene ingiustamente trascurate, sono per molti versi uniche e il loro studio contribuisce a chiarire molti degli aspetti e dei periodi ancora oscuri della storia dell’ Antico Egitto.

Tra queste, un esempio impressionante è il recinto di Khasekhemwy (l’ultimo faraone della II Dinastia), conosciuto anche come “Forte di Ieracompoli”. Si tratta di una costruzione in mattoni crudi con pareti spesse 5 metri e conservate, in alcuni punti, sino all’originaria altezza di 9 metri. E’ stato inserito per tre volte nella lista del World Monument Fund, come uno dei 100 monumenti più a rischio di scomparsa. É decorato esternamente con un motivo a nicchie ed era in origine intonacato di bianco, il che doveva conferirgli un aspetto straordinariamente suggestivo. Dopo quasi 5.000 anni si erge ancora come muta testimonianza dell’abilità dei suoi costruttori, ma le ragioni per cui fu edificato rimangono avvolte nel mistero (Immagini n. 6-7).

Immagine n. 6 Il recinto di Khasekhemwy, noto anche come forte di Hierakonpolis (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)
Immagine n. 7 Le nicchie decorative in muratura delle pareti esterne del Forte. In origine erano ricoperte di intonaco bianco. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Ad ovest del recinto, scavate in una cresta d’arenaria, sono presenti tombe decorate ed intagliate nella pietra appartenenti a dignitari locali del tardo Antico Regno.

Esistono anche necropoli che mostrano caratteristiche chiaramente non egizie. Le indagini intraprese da Michael Hoffman nel 1978 e da Fred Harlan nel 1983, hanno rivelato la presenza di tre cimiteri che presentavano evidenti tratti culturali nubiani, apparentemente risalenti al Medio Regno e al Secondo Periodo Intermedio (ca. 1800-1500 a.C.). (Immagini n. 8-9-10-11)

A sinistra (immagine n. 8): una sepoltura nubiana rinvenuta in località HK 27C. Il defunto è adagiato in posizione contratta all’interno della sua tomba di forma leggermente ovale e poco profonda. A destra (immagine n. 9): uno scarabeo, in origine smaltato di blu, rinvenuto nella necropoli nubiana. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

A sinistra (immagine n. 10): necropoli nubiana: piume che ornavano la parte terminale delle frecce, sono state ritrovate ancora incredibilmente intatte. A destra (immagine n. 11): necropoli nubiana durante la stagione di scavo 2001 è stato ritrovato questo splendido braccialetto. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Ovviamente gli scavi e le ricerche nel sito proseguono grazie alla missione di Hierakonpolis, diretta da Renée Friedman (Immagine n. 12) promettendo ulteriori scoperte e sviluppi.

Immagine n. 12 Renée Friedman Laureata all’Università della California, Berkeley in Archeologia Egizia, ha lavorato in molti siti in tutto l’Egitto dal 1980. Poiché il suo interesse specifico è il periodo predinastico, nel 1983 è entrata a far parte del team lavorando a Hierakonpolis, il più grande sito del periodo predinastico ancora esistente e accessibile in tutta la Valle del Nilo. Nel 1996 è diventata co-direttrice con Barbara Adams della spedizione di Hierakonpolis e dal 2002, a seguito della scomparsa di quest’ultima, ne è l’unica direttrice, intraprendendo scavi, conservazioni, rilievi e ricerche su vari aspetti della parte desertica del sito. (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Sorprese nella necropoli della località HK6, di Barbara Adams

“Nel novembre 1998 abbiamo ripreso gli scavi in Località HK6, il cimitero elitario pre e protodinastico nel Wadi Abu Suffian. Gli scavi, limitati, della precedente stagione avevano prodotto il sorprendente e unico ritrovamento della sepoltura di un giovane elefante risalente al Naqada I (3600 a.C. circa). Una tale scoperta ci ha convinti a riprenderli nella stagione successiva. Durante la ripresa del lavoro verso est, è apparso subito chiaro che una serie di ovali tracciati sulla mappa non fossero tombe, ma una profonda trincea curvilinea scavata quando la tomba fu depredata. Alle estremità opposte di questa trincea sono venuti alla luce reperti sorprendenti: due maschere uniche ma incomplete di ceramica temperata con paglia complete di aperture per occhi e bocca. Di una di esse è stata ritrovata solo una piccola (ma rappresentativa) porzione, con fori obliqui per gli occhi dall’aspetto felino e un naso aquilino. All’estremità sud della trincea vi era un ciuffo di capelli umani attorcigliati, forse una volta facente parte di un copricapo.<<Questa maschera era uno spettacolo incredibile da vedere, venuto alla luce a faccia in su. Era così inaspettata e ultraterrena…>>.

Questa maschera è piatta all’interno ed abbastanza difficile spiegare come possa adattarsi ad un volto umano, sebbene non sia di certo troppo piccola e l’inclinazione benchè esagerata degli occhi non impedisca a chi la indossi di vedere.

L’altra maschera è più grande e più completa. Anch’essa ha occhi inclinati e un naso aquilino, con sopracciglia, bocca e la barba. Le aperture sugli angoli superiori di questa maschera barbuta non sembrano essere nella posizione giusta per le orecchie umane: ciò potrebbe indicare che originariamente avesse corna bovine o orecchie di animali attaccate. E’ praticamente a grandezza naturale e presenta una curvatura che può ben adattarsi ad un volto umano: se di un vivente o di un defunto rimane una domanda intrigante.

Le maschere di ceramica temperata a paglia (©Nekhen News n. 11/1999)

Queste maschere sono i primi veri esemplari finora conosciuti. Niente di precisamente simile è noto dal repertorio predinastico, anche se la barba sulla maschera più completa ricorda quelle delle figurine del tardo periodo Naqada II e Naqada III.

A causa della presenza nell’area di una caotica miscela di cocci (databili Naqada I e Naqada III) e altri oggetti, comprese altre ossa di elefante, è difficile essere sicuri della datazione, ma stilisticamente sembra più probabile che risalgano al periodo Naqada III piuttosto che Naqada I.

A parte il valore intrinseco e la bellezza degli artefatti le maschere di ceramica stanno fornendo nuove informazioni sulla natura dei rituali e dell’iconografia espressi dall’élite dei residenti della prima Hierakonpolis. Certamente, ebbero uno scopo religioso nel periodo dinastico: era un mezzo attraverso il quale chi le indossava diventava una divinità o un canale attraverso il quale se ne manifestava il potere.

<<C’erano molte ragioni per investigare ancora l’area intorno alla tomba 16. Una di queste era quella di trovare i pezzi mancanti delle maschere di ceramica, specialmente la più piccola, più felina o ‘femminile’ delle due note rinvenute in quel complesso tombale. Dalla loro scoperta iniziale nel 1999, frammenti di almeno altre sei maschere sono state recuperate in tutto il cimitero. Tra questi numerosi pezzi di orecchie, occhi e bordi superiori. Con un solo volto completo a disposizione era impossibile immaginare l’aspetto completo degli altri. Poiché la maggior parte delle maschere più piccole erano state scoperte nelle vicinanze della Tomba 20, è lì che si sono intensificate le ricerche e siamo stati ricompensati, finalmente, con l’importante ritrovamento del mento a punta, o più precisamente, la barba. Possiamo ora confermare che entrambe le maschere ritraggono uomini e, insieme, le loro linee della mascella rafforzano il significato delle barbe come indicatori di status sociale o divino. Questo non significa necessariamente che le donne non fossero dotate di maschere distinte e individualizzate, ma dovremo trovare i menti per provarlo. Una ricerca di 11 anni è per ora conclusa con due volti quasi completi>>. (© tratto da Nekhen News n. 22/2010)

Sappiamo che maschere funerarie poste sui corpi mummificati dei morti servivano a trasformarli in spiriti che rinascevano nell’aldilà; il loro uso in questo contesto è ben documentato e risale alla quarta dinastia. Solo i futuri scavi a HK6 e ulteriori studi potranno confermare se questa data d’inizio debba essere rivista indietro fino al Predinastico. D’altra parte, la questione se fossero usate dai vivi nei rituali religiosi o funerari egizi non ha ancora trovato una risposta soddisfacente. Maschere in forma animale per uso cerimoniale, sebbene suggerite in alcune raffigurazioni, sono state recuperate solo raramente. Due esempi plausibili sembrano quelle indossate da cacciatori su tavolozze intagliate del tardo periodo predinastico come la “Paletta dei due cani”, anch’essa proveniente da Hierakonpolis (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/) e la “Paletta dello struzzo”. In questo caso il loro uso suggerisce una connessione con i rituali di caccia. Tuttavia, altre raffigurazioni intriganti possono essere rivelatrici, come quelle su un’etichetta di ebano dalla Tomba di Hemaka (Tomba 3035) a Saqqara, datata al regno di Djer (Prima Dinastia). Queste sono state interpretate come immagini femminili perché mancano di barba e hanno trecce che spuntano dalla parte anteriore delle loro teste, ma potrebbe anche trattarsi di maschere feline o rappresentare un’ immagine sacra.

Attualmente, non sappiamo se le maschere di Hierakonpolis fossero indossate come parte di un’elaborata cerimonia funebre e poi messe da parte, o furono realizzate per il defunto stesso”.

Fonte: Barbara Adams. Nekhen News, Vol. 11, 1999

Una scoperta da ricordare: La Tomba 111 a HK6, di Renée Friedman

<<Nel novembre 2017, in collaborazione con il Museo Allard Pierson di Amsterdam, abbiamo intrapreso un’indagine (sulle attività relative al periodo Naqada III) all’estremità settentrionale del cimitero HK6, nelle immediate vicinanze della Tomba 11*. Lo scopo era quello di acquisire una migliore comprensione della sua storia e di avere un’idea più chiara della sua estensione nelle epoche precedenti. Abbiamo scelto questo punto per due motivi: in primo luogo, il rilevamento magnetometrico del 1999 indicava che qui potesse trovarsi una grande tomba rivestita di mattoni; in secondo luogo, lo scavo della Tomba 11 negli anni ’80 aveva portato alla luce una grande quantità di materiale più antico, suggerendo che sepolture Naqada I-II erano sparse in tutto il sito. L’area scelta sembrava in gran parte inviolata (almeno in tempi recenti) e presto sono emerse le pareti superiori di una grande tomba, lunga quasi 5m, larga 2,5m e profonda 1,16 m. Tutti e quattro i lati erano rivestiti con mattoni (22x11x5cm) e l’interno delle pareti era ricoperto da un intonaco di fango ancora appiccicoso, spesso fino a 3 cm. Nelle dimensioni e nell’orientamento è identica alla Tomba 11, dalla quale dista solo due metri. Per sottolinearne la stretta connessione, abbiamo deciso di chiamare la nostra nuova scoperta Tomba 111(Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La Tomba 111nella necropoli HK6. Subito dietro la Tomba 11 esplorata negli ann ’80 del secolo scorso. (©Nekhen News vol.20/2018, p.4)

Entrambe contenevano una vasta e analoga gamma di ceramiche, composta da vasi cilindrici dipinti a reticolo e databili al periodo Naqada IIIA2 (dinastia 0). Nonostante i danni prodotti dai saccheggiatori, i frammenti restituiti della Tomba 111 hanno permesso di ricostruire circa 35 vasi di diversi tipi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Una selezione di ceramiche rinvenute nella tomba 111, comprendente anche i caratteristici vasi cilindrici dipinti a reticolo. (© ph. Xavier Droux, Nekhen News vol.20/2018, p.4)

Un altro elemento comune ad entrambe le tombe erano le lame di ossidiana, un vetro vulcanico scuro importato dall’Etiopia, che sembrano essere state abbinate con lame simili, ma di selce chiara. Questa scelta di tonalità contrastanti deve essere stata, senza dubbio, intenzionale e probabilmente aveva un significato rituale (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Colori contrastanti: Selce beige e lame nere di ossidiana dalla tomba 111(©Nekhen News vol.20/2018, p.4)

Però, al di là di questi componenti di base, le due tombe erano altamente personalizzate e forse rispecchiavano gli interessi e lo status del defunto.

La tomba 11 apparteneva a un bambino di 10-12 anni che fu sepolto su un letto di legno con piedi splendidamente scolpiti per assomigliare alle zampe di un toro. Il proprietario della tomba 111, invece, era un giovane maschio adulto, secondo le analisi di Daniel Antoine e Rebecca Whiting (British Museum). A giudicare dalle impronte di assi trovate sul pavimento della tomba, fu probabilmente sepolto in una bara lignea. Sono state, infatti, raccolte copiose quantità di assi in legno di acacia (10 cm di larghezza, 3 cm di spessore e almeno 42 cm di lunghezza), alcune delle quali probabilmente appartenenti al coperchio.

Altre ossa recuperate dalla tomba 111 indicano che questo giovane non fu sepolto da solo. L’analisi archeo-zoologica condotta da Wim Van Neer e Bea De Cupere (Istituto Reale Belga di Scienze Naturali, Bruxelles) ha rivelato che era accompagnato da tre asini. Triadi di questi equini sono stati trovate in altre tombe di questo periodo, ma, sorprendentemente, questi erano esemplari giovanissimi: due appena nati ed uno di circa 8 settimane di età. Era presente anche lo scheletro quasi completo di un maiale di circa 2 mesi.

Altro elemento caratteristico del corredo di questa sepoltura sono le punte di freccia, di un tipo fuori dall’ordinario. Dal momento che i frammenti erano sparsi in modo caotico (un plauso alla squadra di cercatori per aver recuperato tutti i pezzi e a Xavier Droux per averli rimessi insieme), non siamo del tutto sicuri di quante fossero le diverse varietà, ma un tipo è certamente unico. Si tratta di punte di freccia a punta smussata in avorio intagliato con due serie di barbe poste su lati alternati. La maggior parte di esse sono caratterizzate da piccole lame di selce inserite in fessure appena sopra una serie di barbe. In due casi, le selci erano ancora al loro posto, ma è stato possibile associare le altre alle rispettive punte di freccia dal momento che le fessure erano fatte su misura e si adattavano, pertanto, solo ad un determinato elemento.L’uso di microliti o minuscoli pezzi di selce nella costruzione di frecce combinate è una tecnica antica che risale al Paleolitico, ma divenne di nuovo popolare soprattutto nel Nuovo Regno. Anche le frecce intagliate con barbe sono ben note, ma entrambe insieme non hanno eguali in nessun periodo di tempo. Ancora più curioso è il modo in cui la base di ogni punta di freccia è stata forata per creare una presa lunga circa 1 cm, ma larga solo circa 4 mm, per l’inserimento di un altro elemento. L’incavo è così piccolo che è difficile immaginare cosa potesse entrarci se non il codolo scolpito alla fine delle lunghe aste d’avorio che abbiamo trovato nella tomba. È esattamente della misura giusta. Naturalmente è ugualmente possibile che le aste affusolate siano punte di freccia a sé stanti, delle quali sono noti molti esemplari. Lo stesso si può dire per i lunati (punte di frecce a forma di mezzaluna) di corniola rinvenuti nella tomba, che potrebbero essere stati attaccati con mastice a semplici fusti. Tuttavia, rimane la possibilità che tutti questi pezzi fossero prodotti per essere montati insieme. Si tratterebbe di un assemblaggio piuttosto elaborato e sorprendente anche se poco pratico. L’ipotesi è ancora piuttosto dibattuta dato che frecce con la punta smussata, sono usate frequentemente ancora oggi per la caccia alla piccola selvaggina, laddove non si desideri una penetrazione troppo profonda. Inoltre, le estremità smussate impediscono ai dardi di incastrarsi negli alberi o nel terreno, rendendone più facile il recupero; obbiettivo che deve essere stato in cima ai pensieri di questi lontani antenati considerando la cura e l’abilità impiegate nella realizzazione di questi codoli in avorio. In conclusione, il numero preciso (nove se tutti gli elementi furono pensati per essere assemblati insieme) e i tipi di frecce restano ancora da determinare, ma possiamo essere abbastanza sicuri che il proprietario della Tomba 111 amasse cacciare, o almeno dare quell’impressione (Immagini n. 4-5).

Immagine n. 4 In alto, lunate di corniola, punte di freccia composite spinate e aste affusolate d’avorio dalla tomba 111. (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.5). In basso possibile ricostruzione di una freccia (assemblaggio delle varie parti a incastro?)
Immagine n. 5 Punta di freccia composita in avorio. I vari elementi. . (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.20)

Altri reperti, come una piccola lama di rame, suggeriscono che si dedicava anche alla lavorazione del legno, e i bastoni da lancio in avorio, decorati, indicano anche il suo interesse per lo svago (Immagine n. 6). Il gioco, infatti, era apparentemente uno dei passatempi preferiti dall’élite, come dimostrerebbero i bastoni del tutto simili per dimensioni, forma e decorazione rinvenuti nella tomba U-j di Abydos .

Immagine n. 6 Bastoni da lancio ed altri oggetti rinvenuti nella Tomba 111 (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.6)

Spicca per la sua assenza, invece, la gioielleria. Mentre la Tomba 11 ha prodotto un gran numero di perle e amuleti di diversi materiali preziosi (oro, argento, turchese, lapis, ecc.), solo una perla di corniola è stata trovata nella Tomba 111 ed è probabilmente estranea al corredo originario. Forse lo sfarzo non era tra le esigenze del proprietario, che comunque non disegnava gli oggetti raffinati. Un esempio è la bella placca d’avorio trovata disseminata intorno alla tomba. Ben lavorata su entrambi i lati, è scolpita con file di animali che si stagliano dallo sfondo di modo che un’antilope vivace sembra calpestare la proboscide di un elefante, dietro la quale è scolpito un leopardo. Macchie di malachite verde, presenti su entrambi i lati, sono state intenzionalmente applicate come effetto decorativo e dovevano risultare molto appariscenti contro il bianco dell’avorio (Immagini n. 7-8).

A sinistra: immagine n. 7 La placca d’avorio traforato della tomba 111, fronte e retro. (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.6). A destra: immagine n. 8 La placca d’avorio e i suoi diversi elementi così come sono stati rinvenuti (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.20)

Dai frammenti superstiti, che includono un’altra antilope e forse un cane selvatico, possiamo dire che questo oggetto era composto da almeno tre file di animali, e i pezzi del bordo indicano che originariamente era rettilineo. Avori modellati nelle forme di questi animali sono ben noti nel periodo Naqada III, specialmente dal deposito principale di Hierakonpolis, ma l’artigianato traforato di questo reperto non ha eguali.

Altri frammenti attestano una varietà di oggetti d’avorio intagliato nella tomba, ma non c’è dubbio che il bene più prezioso fosse l’incredibile manico di coltello decorato trovato durante l’ispezione finale del pavimento. L’importanza di questo spettacolare ritrovamento non può passare inosservata. Solo altri 12 manici di coltello più o meno completi di questo tipo sono conosciuti nel mondo e questo è uno dei pochi ad avere un contesto databile.

Il ritrovamento di una vita, devo ammettere che mi ha fatto ballare per la necropoli fino a quando mi sono resa conto di quale compito arduo sarebbe stata la sua conservazione e registrazione. Ringrazio Lamia El-Hadidy, Daniel Bone, Jane Smythe e Jim Rossiter per tutto il loro duro lavoro in questo senso.

Immagine n. 9 Impugnatura di coltello in avorio rinvenuta nella Tomba 111. Viste fronte retro e laterali. (© ph. James Rossiter, Nekhen News vol.20/2018, p.7)

In breve, l’intricato intaglio su un lato mostra file di animali così come si vede su altri manici di coltello, mentre sull’altro lato, una fila di potenti animali, capeggiati da un grande scorpione, circonda due registri di barche. E’ rimarchevole la presenza dello scorpione (un animale che era particolarmente tenuto in considerazione a Hierakonpolis) nell’intaglio dell’avorio e nelle figurine, in quanto non è documentata, al momento, su altre impugnature del genere. È quindi probabile che questo manico sia stato creato proprio nei laboratori del sito. In contrasto con il rilievo modellato della maggior parte di oggetti di questo tipo, lo stile dell’intaglio è piuttosto piatto: i disegni qui sono stati incisi e lo sfondo tagliato via, con dettagli aggiunti solo tramite incisioni e colpetti (Immagini n. 9-10).

Grazie a questo disegno è possibile distinguere i dettagli sul manico del coltello della tomba 111 (©disegno di Jane Smythe, Nekhen News vol.20/2018, p.7).

In particolare, l’avorio non è mai stato lucidato e le striature della levigatura iniziale sono ancora abbastanza evidenti ovunque la superficie originale sopravviva. Non possiamo esserne sicuri, ma è suggestivo pensare che forse la lucidatura finale non era necessaria in quanto il manico poteva essere originariamente ricoperto da una lamina d’oro, un piccolo frammento della quale è stato trovato sul pavimento della tomba. Tutti questi meravigliosi ritrovamenti sarebbero stati sufficienti a rendere la Tomba 111 una di quelle da ricordare, ma la sua storia è continuata) quando abbiamo esteso gli scavi fino al bordo della terrazza dello wadi e abbiamo trovato altre cose straordinarie proprio lì accanto>>.

Ulteriori ritrovamenti nei dintorni della Tomba 111: L’ippopotamo

Il ritrovamento del manico di coltello decorato sarebbe stato certamente una degna conclusione della storia della Tomba 111, ma c’era di più, molto di più.

Immagine n. 1 La Tomba 111 e i suoi dintorni (©Nekhen News vol.20/2018, p.13 Ph. James Rossiter)

Quest’area era stata parzialmente scavata nel 1985 durante l’indagine sulla Tomba 11 e, da allora, era rimasta sul sito un’antiestetica trincea. Il lavoro dell’equipe era, pertanto, principalmente finalizzato alla sistemazione dei luoghi e ad un eventuale rinvenimento della presenza di tracce di sovrastrutture intorno alla sepoltura. Gli scavi del 1985 avevano rivelato molto vasellame di prima datazione predinastica che si riteneva provenisse da sepolture rimaneggiate durante la costruzione di tombe nel periodo Naqada III.

Immagine n. 2 Durante gli scavi: emerge una zampa dell’ippopotamo. (©Nekhen News vol.20/2018, p.13 Ph. James Rossiter)

Tuttavia, l’ingente quantità e la limitata gamma di forme inducevano, fin dall’inizio, a una spiegazione diversa. L’insieme era composto, per la stragrande maggioranza, da piccole ciotole rosse lucidate, una sorta di piattini, per lo più di circa 12 cm. di diametro. Quasi tutte hanno il centro consumato ed alcune presentano tracce di bruciatura intorno al bordo: facile dedurre che furono utilizzate come lampade o brucia – incenso.

Nel piccolo spazio esplorato c’erano oltre 180 frammenti, equivalenti a più di 45 piattini. Inoltre, il ritrovamento nella stessa area di frammenti di diverse statuette umane ha suggerito ancora di più che questo materiale non fosse il residuo di tombe riutilizzate, ma, piuttosto, ciò che restava di attività rituali. La successiva campagna ha rivelato il luogo in cui probabilmente si svolse tale attività.

<<All’estremità settentrionale del terreno del wadi abbiamo scoperto che la superficie era stata chiaramente appiattita e i suoi bordi accuratamente levigati fino a formare un angolo di 45 gradi. Non a caso, ai piedi di questo pendio, c’erano due file di lastre di pietra erette, presumibilmente poste a delimitare i confini del cimitero. Questo pendio è stato successivamente riempito con detriti di fango e mattoni e le lastre di pietra sono state ricoperte quando la terrazza è stata ampliata artificialmente con la sabbia per fare spazio alla costruzione della tomba 111. La pressione della sabbia contro la parete orientale della tomba ne provocò la deformazione. L’indebolimento della struttura fu già notata nell’antichità. Nel tentativo di rinforzarla, furono inseriti mattoni disposti in vari schemi, che sembrano aver funzionato. Nonostante queste modifiche, l’impegno profuso per ampliare la terrazza con un riempimento di terra suggeriva che questo luogo era ancora considerato di somma importanza e non abbiamo tardato a scoprire il motivo di tanta attenzione. Già mentre emergeva dal terreno presagivamo che sarebbe stato straordinario e, ricomponendolo, si è rivelato tale: una grande statua in ceramica di un ippopotamo! Sulla sommità appiattita dalla pendenza, probabilmente vicino all’installazione originaria, c’erano diversi frammenti. Qui abbiamo trovato la testa, con l’occhio in rilievo e le narici con i centri ritagliati e i bordi modellati, e due delle sue robuste zampe, ciascuna con tre piccole dita. Una terza zampa era stata rinvenuta nello stesso luogo nel 1985, ma all’epoca si pensò che fosse un porta vaso>>.

Immagine n. 3 I Frammenti della statua di ippopotamo in ceramica finora recuperati. (©Nekhen News vol.20/2018, p.13 Ph. James Rossiter)

L’aspetto più sorprendente di questa statua sono le sue dimensioni. La testa da sola misura 50 cm di lunghezza e un insieme di frammenti, provenienti da qualche punto della schiena, è lungo oltre 80 cm. Si stima quindi che l’intera statua potesse misurare da 1,5 a 2 metri di lunghezza, il che corrisponde alla grandezza naturale di un giovane ippopotamo di 3-6 mesi di età.

Immagine n. 4 La statua di ippopotamo in ceramica di HK6: i frammenti della testa. (©Nekhen News vol.20/2018, p.14)

Interamente realizzata in argilla, la statua è stata modellata a partire da un limo del Nilo molto grossolano, con molte inclusioni di paglia e pietre appuntite. Le gambe sono state realizzate separatamente e unite al corpo prima della cottura, ma i fori in prossimità delle giunzioni mostrano come i pezzi siano stati legati insieme per conferire una maggiore resistenza.

Immagine n. 5 Una ipotetica ricostruzione della statua (©Nekhen News vol.20/2018, p.14)

Tra i numerosi frammenti del corpo, alcuni conservano il bordo arrotondato di un’apertura ovale, presumibilmente nella zona del ventre, per permettere di modellare questa grande scultura cava, dalle pareti spesse, prima della cottura. E’ un sorprendente esempio di arte ceramica e di ingegneria tecnica: una statua del genere non fu certo facile da realizzare e non è ancora chiaro chi l’abbia fatta. (Le statue di ippopotamo sono note in molte fasi del periodo predinastico e protodinastico, pertanto è davvero difficile stabilirlo). Le sue caratteristiche e la tecnica di modellazione possono essere confrontate, ad esempio, con il piccolo vaso a forma di ippopotamo, in argilla fine, proveniente dalla tomba U-560 di Abydos (Naqada IC- IIA), mentre le sue dimensioni e la sua manifattura sono paragonabili ad una statua in tessuto grossolano, rinvenuta presso un complesso di ricche tombe del periodo Naqada III, a Qustul in Nubia.

Stimato essere lungo circa 50 cm, l’ippopotamo di Qustul, però, è molto più piccolo rispetto alla statua di HK6, e la caratterizzazione della testa, degli occhi e delle zanne è notevolmente diversa. Sono necessarie ulteriori ricerche, ma indipendentemente dal fatto che l’ippopotamo di HK6 provenga da un’installazione rituale predinastica originale o faccia parte di una ristrutturazione avvenuta nel periodo Naqada III, si tratta della più grande statua in ceramica dell’epoca. In piedi sulla terrazza rialzata all’estremità del cimitero, forse in funzione di guardiano, questa statua di ippopotamo doveva sicuramente fornire uno spettacolo imponente e di grande impatto emotivo ed è probabile che sia rimasta al suo posto per un certo tempo. L’interesse successivo per l’area è, infatti, documentato da una serie di ciotole emisferiche che risalgono al Medio Regno, circa 1000 anni dopo la costruzione della Tomba 111.

Immagine n. 8 Il tempo della rinascita: Medio Regno ciotole emisferiche provenienti dai dintorni della Tomba 111(©Nekhen News vol.20/2018, p.14)

Testimoniando una rinnovata attività di offerta nel cimitero HK6, queste ciotole assumono un’ulteriore importanza alla luce della notevole ricomparsa nel Medio Regno di immagini e oggetti pre e proto dinastici, come statuette di ippopotami o creature mitiche come i grifoni. Di recente, è stato proposto che questo “revival” sia stato innescato durante la costruzione di nuovi templi, quando si venne a contatto con gli antichi depositi rituali. Tuttavia, queste ciotole provenienti dalla tomba 111, così come altri vasi e iscrizioni rinvenuti nel cimitero, suggeriscono che questa rinascita non si limitò all’osservazione passiva delle forme arcaiche, ma contemplò anche un impegno attivo nei confronti degli antichi siti e il riconoscimento degli augusti antenati e dei notevoli risultati che seppero conseguire.

Fonte:

  • Renée Friedman in Nekhen News Vol. 20, Autunno 2018 direttore della spedizione di Hierakonpolis.
  • James Rossiter, fotografo e redattore fotografico (The Hierakonpolis Expedition/ Friends of Nekhen c/o Department of Antiquities Ashmolean Museum University of Oxford)

Lo scavo della tomba 111 è stato finanziato da una borsa di studio della Netherlands Organisation for Scientific Research (NOW) assegnata all’Allard Pierson Museum, Amsterdam, e realizzato con l’assistenza di Willem Van Haarlem, Wim Hupperetz, Liam Mc Namara e Xavier Droux.

I tesori della tomba 78

Ieracompoli continua ad essere una fonte inesauribile di scoperte. Nell’ inverno del 2017, Renée Friedman e Anna Pieri, nel volume n. 29 di Nekhen News, hanno pubblicato il resoconto relativo ad una campagna di scavi che ha riportato alla luce una tomba, precisamente la n. 78, ubicata nella necropoli d’élite HK6. Lascio ai relatori dello scavo la narrazione dei ritrovamenti.

<<Certo, gli ultimi anni ad HK6 sono stati un po’ scarsi (in termini di cose belle), ma abbiamo capito che la nostra fortuna stava cambiando quando abbiamo scoperto la Tomba 78. Ci ha entusiasmato quasi subito: negli strati superficiali abbiamo rinvenuto frammenti di un braccialetto d’avorio che alla fine siamo stati in grado di ricostruire quasi completamente (Immagine n. 1).

Immagine n. 1: La prima scoperta, il braccialetto in avorio. (©Ph. Hierakonpolis Expedition)

E non abbiamo dovuto aspettare molto per avere una bella collezione di perline di corallo del Mar Rosso. Sebbene il loro colore sia ormai sbiadito rispetto all’originale scarlatto vivido, si può immaginare come dovesse essere seducente ed elegante la collana in origine (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un piccolo tesoro le perline di corallo del mar Rosso che in origine costituivano gli elementi di una collana. (©Ph. Hierakonpolis Expedition)

Poi è stata la volta di un pettine d’avorio del tipo a impugnatura quadrata già noto per gli esemplari rinvenuti nella tomba 72. Speravamo che la piccola giraffa, rinvenuta nel 2015 nelle vicinanze, potesse costituirne il pezzo mancante, ma la parte superiore, liscia e tagliata, non combacia, per cui la ricerca continua (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: Il bel pettine d’avorio e la giraffa, nello stesso materiale, rinvenuta nelle vicinanze. I due pezzi non combaciano, per cui non sono parti dello stesso reperto. (©Ph. J. Rossiter)

Avanzando nella scavo della tomba, le cose si sono fatte ancora più eccitanti quando nell’angolo nord-est hanno cominciato ad emergere vasi completi (una rarità!) e solo leggermente danneggiati, tanto che si sono potuti restaurare con molta facilità. Si è trattato di un ritrovamento piuttosto eccezionale, poiché due di essi non erano i soliti vasi egiziani. Infatti, la loro forma, il trattamento superficiale nero striato e la realizzazione grossolana, li denotano come provenienti dal Basso Egitto. I residui gialli al loro interno suggeriscono che sono stati importati non tanto per il loro aspetto, quanto per il loro contenuto. Questo residuo è attualmente in fase di analisi e speriamo di scoprire quale sostanza esotica fosse così ambita da far arrivare questi due vasi da oltre 600 miglia di distanza. L’insieme delle ceramiche della tomba indica una datazione al periodo Naqada IIB e quindi risalenti, grosso modo, a 5600 anni fa. (Immagine n. 4).

Immagine n. 4: Ceramiche rinvenute nella tomba 78. I due vasi neri furono importati dal Basso Egitto. (©Ph. X. Droux)

Tra le ceramiche erano presenti le ossa di una capra femmina adulta, che era stata sepolta intera. Mentre la capra era concentrata soprattutto a est, i resti dei due giovani proprietari della tomba (rispettivamente di circa 8 e tra gli 11 e i 14 anni) erano purtroppo sparsi in tutto il riempimento. Questa combinazione di capre adulte ed esseri umani, per noi, si è rivelata una novità, ma ben si accorda con il ruolo svolto dagli animali domestici (piuttosto che da quelli selvatici) caratteristico di questa parte della necropoli (Immagine n. 5).

Immagine n. 5: Un teschio di capra e vasi emergono dall’angolo nord-est della tomba(©Ph. Hierakonpolis Expedition).

Avvicinandoci al pavimento, la tomba ha restituito un’altra cosa piuttosto rara ad HK6: capelli, e tanti. Questi potevano essere divisi in due gruppi in base a caratteristiche distintive. Un tipo si presentava sotto forma di grandi ciocche di capelli spessi, leggermente increspati e con alcuni riccioli, che sembravano essere stati portati relativamente corti. Un particolare piuttosto inquietante è che sembra siano diventati la dimora di un gran numero di parassiti, probabilmente attratti da alcuni grassi o oli applicati sui capelli, forse mentre la tomba era in preparazione. L’altra capigliatura era più interessante. Era, infatti composta principalmente da singole “extensions”, realizzate con due ciuffi di capelli attorcigliati insieme e che terminavano con una piccola ciocca. Siamo riusciti a raccogliere 15 “extensions” diverse, ciascuna originariamente lunga circa 14 cm. Le porzioni superstiti dei capelli naturali ondulati della proprietaria hanno rivelato che le aggiunte furono impiantate grazie a legature. Leggermente diverse dal colore dei capelli della defunta, le “extensions” furono chiaramente realizzate con i capelli di qualcun altro, il che le rende il primo esempio di capelli “finti” in Egitto, e forse nel mondo! Ma non sono le prime ad essere state scoperte. Dal cimitero non elitario HK43 di Ieracompoli abbiamo un altro esempio in cui le ciocche furono annodate ai capelli naturali sulla corona della testa per conferire un effetto di sollevamento. In questo caso, però, i capelli utilizzati erano quelli del proprietario della tomba, appena reimpiegati. I capelli effettivamente “finti” della tomba 78 sembrano essere di poco precedenti. E’ evidente che le maggiori disponibilità potevano permettere l’acquisto di capelli di altri individui, pur di abbellire il proprio aspetto (occupazione, è evidente, che in Egitto sembra aver costituito grande aspirazione sin dai tempi più remoti) e probabilmente incoraggiare una vera e propria moda. (Immagine n. 6).

Immagine n. 6: Extensions per capelli. Sono le più antiche d’Egitto e forse al mondo? (©Ph. Hierakonpolis Expedition).

Inizialmente scambiate per capelli, le piume di struzzo, incontrate sullo stesso livello, potrebbero rappresentare un’altra novità. Le piume (per lo più marroni ed una bianca) sono state trovate in fasci di tre, appena distanziati l’uno dall’altro e tutti orientati nella stessa direzione. Ciò fa pensare che facessero parte di un ventaglio di piume di struzzo, forse il più antico di cui si abbia conoscenza nell’Antico Egitto (Immagine n.7).

Immagine n. 7: Piume di struzzo, i frammenti di un ventaglio.

Scendendo verso il pavimento della tomba, ci sono stati altri ritrovamenti: cuscinetti di lino imbevuti di resina, spessi fino a 1,5 cm, usati per avvolgere e imbottire alcune parti del corpo, fornendo un’ulteriore prova che la proto-mummificazione conosciuta da HK43 era praticata anche dall’élite. Il pavimento era rivestito da tre strati di stuoia, al di sotto dei quali si trovavano bastoni e pezzi di legno più grandi, fino a 4 cm di lato, che con ogni probabilità costituivano una sorta di letto. È evidente che ci si è preoccupati molto di allestire la tomba per questi due giovani.>>

Fonte: Renée Friedman e Anna Pieri, Nekhen News vol. 29 pagg.6-7-8

Riferimenti:

  • Friedman, RF; Watall, E.; Jones, J.; Fahmy, AG; Van Neer, W. & Linseele, V., 2002. Scavi a Hierakonpolis. Archeo-Nil 12: 55-68.
  • Fahmy, AG, Fadl, M. & Friedman, RF, 2011. Economy and Ecology of Predynastic Hierakonpolis, Egypt: Archeobotanic Evidence from a Trash Mound at HK11C [in:] Fahmy, AG, Kahlbeher, S. & D’Andrea, AC (a cura di), Finestre sul passato africano. Approcci attuali all’archeobotanica africana . Francoforte: 91-118
  • Harlan, JF, 1982. Scavi nella località 11C [in:] Hoffman, MA (a cura di), The Predynastic of Hierakonpolis. Associazione di studi egiziani 1. Giza/Macomb: 14-25.
  • Immagini tratte da Hierakonpolis, la città del Falco, sito internet “hierakonpolis-online.org” http://www.hierakonpolis-online.org/…/hk11-settlement…
  • Takamiya, I.H., 2008. Firing Installations and Specialization: A View from Recent Excavations at Hierakonpolis Locality 11C [in:] Midant-Reynes, B. & Tristant, Y. (eds.), Egypt at its origins 2. Proceedings of the international conference ‘Origin of the State. Predynastic and Early Dynastic Egypt’, Toulouse (France), 5th–8th September 2005. Orientalia Lovaniensia Analecta 172. Leuven: 187-202.
  • Baba, M., 2008. Pottery-making tools: Worked sherds from HK11C Square B4, Hierakonpolis [in:] Midant-Reynes, B. & Tristant, Y. (eds.), Egypt at its origins 2. Proceedings of the international conference ‘Origin of the State. Predynastic and Early Dynastic Egypt’, Toulouse (France), 5th–8th September 2005. Orientalia Lovaniensia Analecta 172. Leuven: 7–20.
  • Baba, M., 2011. Pottery Production at Hierakonpolis during the Naqada II Period -Toward Reconstruction of the firing technique- [in:] Friedman, R.E. & Fiske P.N. (eds.), Egypt at its Origins 3. Proceedings of the Third International Conference ‘Origin of the State. Predynastic and Early Dynastic Egypt’, London, 27th July – 1st August. Orientalia Lovaniensia Analecta 205. Leuven: 647-670.
  • Peet, E. 1914: The Cemeteries of Abydos. Part II. 1911-1912, Egypt Exploration Fund 34. London
  • Peet, E. & W.L.S. Loat 1913: The Cemeteries of Abydos. Part III. 1912-1913, Egypt Exploration Fund 35. London.
  • Fred Hardtke, Macquarie University, Sydney Australia
  • sito internet “hierakonpolis-online.org”
  • sito internet “interactive.archaeology.org”
  • The Hierakonpolis Rock Art Survey— Year of the Hippo, Days of the Donkey — by Fred Hardtke,
  • Macquarie University, Sydney, Australia, in Neken News, Vol. 22 autunno 2010 pp. 12-14

Età Predinastica, Kemet

I SITI PREDINASTICI: EL-ADAIMA

A cura di Ivo Prezioso

Il sito di El-Adaima è situato in Alto Egitto all’incirca a 8 Km. a Sud di Esna e a circa 25 Km.a nord di Ieraconpoli . Gli scavi, ripresi nel 1989 ad opera dell’Istituto Francese di Archeologia Orientale del Cairo (IFAO), hanno interessato un vasto abitato (circa 35 ettari) e due necropoli. In realtà il sito fu scoperto da Henri De Morgan che, nel 1908, lo riportò alla luce eseguendo scavi sia nel settore delle necropoli, sia dell’area abitativa. La maggior parte del materiale recuperato all’epoca è conservato presso il Museo di Brooklyn e, in misura minore, al Museo Archeologico Nazionale di Saint-Germain-en Laye. Nel 1973 il sito è stato nuovamente esplorato da Fernand Debono, nell’ambito delle attività svolte dall’ IFAO, che riportò alla luce una trentina di tombe. Nel 1988 l’installazione di motopompe ha distrutto una parte della necropoli e per di più furono costruite case sull’area dell’antico centro abitato. Grazie all’intervento del Servizio delle Antichità egiziano è stato possibile mettere in salvo le principali zone di scavo, ma l’estensione delle zone agricole ha provocato la totale distruzione dei siti localizzati sul bordo dei terreni agricoli.

A sinistra: vista satellitare dell’Egitto con la localizzazione del sito di el-Adaima; a destra: cartina con dettaglio dei siti archeologici egiziani. La stella rossa evidenzia la posizione di el-Adaima

Uno dei principali punti di interesse emersi ad el-Adaima è dovuto al fatto che gli scavi condotti tra il 1990 e il 1993 hanno interessato parallelamente l’area delle necropoli e quella del centro abitato, permettendo un confronto senza precedenti nel campo degli studi sulla preistoria egizia, conosciuta esclusivamente per i suoi cimiteri. In particolare, sono state evidenziate due necropoli distinte dal punto di vista topografico, geomorfologico e cronologico: la Necropoli Ovest che domina il panorama di tombe scoperte in passato da De Morgan (cronologicamente riferite alla fase finale del Naqada I, Naqada II e III) e la Necropoli Est (I e II Dinastia), prolungamento della precedente, che occupa una parte del letto di una Uadi che separa la Necropoli Ovest dall’area dell’abitato. Analizzeremo nel prosieguo le tre zone di interesse archeologico

Vaso globulare, con due ampi manici sulla spalla. Ceramica rossastra, decorata, in pittura bruno-rossastra, con spirali disposte in file ordinate; motivi semicircolari nella parte superiore; denso motivo incrociato sul labbro sottile e leggermente svasato, che si irradia sulla parte inferiore. Collo molto corto e fondo arrotondato. Naqada II (3500-3300 a.C.), Brooklyn Museum. Dimensioni 14×19,4 cm.

Fonte: Beatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez, Eric Cubezy, Thierry Janin (Institut français d’archéologie orientale, Le Caire)

Parte I, La Necropoli Ovest

Nella Necropoli Ovest sono state rinvenute duecentoquarantuno tombe, di cui solo una ventina intatte. Si tratta di semplici fosse scavate nella sabbia ed aventi una profondità molto variabile. Lo sviluppo delle sepolture è organizzato a partire dalla più antica (Naqada Ic). E’ situata sul punto più elevato e mostra delle notevoli peculiarità relative alle pratiche funerarie. In una fossa di circa 2,5 metri di diametro fu acceso un fuoco. Una volta spentosi vi furono deposte sei salme accompagnate da offerte consistenti in piccoli vasi decorati con motivi a zig-zag. Come già avvenuto tante altre volte, la tomba è stata saccheggiata per prelevarne gli oggetti più ambiti (forse dei gioielli realizzati in rame). Risulta evidente che queste tombe furono depredate a partire dall’epoca predinastica da persone che ne conoscevano sia ubicazione che il contenuto e la disposizione dei corpi. Era sufficiente affondare le mani nella sabbia, cercando gli oggetti di interesse situati, per lo più, laddove era posta la testa del defunto. Infatti, la parte cefalica è l’unica che è risultata alterata.

A partire da questa sepoltura, il cimitero si è sviluppato in direzione nord-est e soprattutto sud-est, con inumazioni semplici e multiple (in genere due o tre individui), rivelando pratiche funerarie note, ma che non erano mai state accuratamente documentate come, ad esempio, le inumazioni semplici, ricoperte unicamente da una stuoia, e l’asportazione di crani. L’insieme dei corpi venuti alla luce ha mostrato la presenza di pochissimi bambini, contrariamente a quanto rivelato dalla Necropoli Est.

Vaso con decorazione a zig-zag , Predinastico. Periodo Naqada II (ca. 3500-3300 a.C.) Argilla e pigmento.

L’oggetto è realizzato in ceramica color cuoio, con due larghe anse e base piccola appiattita. Il collo è corto, concavo, leggermente spostato dalla spalla la bocca dritta, piuttosto ampia. Il labbro discretamente ampio, ha la parte superiore appiattita e leggermente inclinata. Il lato inferiore è smussato, lievemente arricciato, e sporge nettamente sul collo. Il vaso è decorato, con pigmento bruno-rossastro, da sei bande di larghezza quasi uguale, riempite da linee orizzontali (simboleggianti l’acqua), dal collo alla base, manici inclusi.

Provenienza: el-Adaima. Brooklyn Museum.

Parte II, La Necropoli est

Nella Necropoli Est, a differenza di quella Occidentale, tutte le sepolture sembrano essere intatte ed appartengono in massima parte ad individui giovani. Da trentacinque tombe esplorate è emerso che si tratta di fosse scavate nel limo, con inumazioni in cofani di argilla cruda o in vasi che contengono il defunto oppure possono essere, più semplicemente, adagiati in posizione capovolta su di esso. Le offerte rinvenute si sono rivelate molto scarse, mentre sono evidentissimi numerosi casi di manomissione delle ossa.

La Necropoli Est durante gli scavi (foto A. Lecler, IFAO)

In particolare, una sepoltura secondaria (denominata S162), presentava un cofano in argilla cruda contenente varie parti del corpo: il cranio e la mandibola, l’osso iliaco, un femore ed una parte di colonna vertebrale. Ancora più particolare, costituendo un caso unico, è stato il rinvenimento di un cranio collocato rovesciato in una fossa e ricoperto da un vaso. Il tutto ad ulteriore riprova del danneggiamento dei cadaveri cosi frequente all’inizio dell’epoca dinastica. Tra le tipologie di vasi restituiti da questa necropoli, una parte preponderante è costituita da oggetti destinati alla cottura, come dimostrano i residui di sostanze carbonizzate. L’utilizzo di tale tipo di vasellame testimonia un evidente cambio di abitudini, dal momento che questo tipo di ceramica non era presente in ambito funerario, come dimostrano i ritrovamenti della Necropoli Ovest. Inoltre, la fattura piuttosto scadente (materiale cotto troppo a lungo, pareti non perfettamente modellate o crepate) denota una sorta di decadimento dei corredi funebri. Questo cambiamento così evidente pone una nuova serie di interrogativi sulla transizione delle pratiche funerarie tra il predinastico ed il protodinastico.

Considerazioni interessanti ci possono venire dall’applicazione delle recenti tecniche applicate all’archeologia. E’ stato infatti messo a punto un interessante progetto di paleobiologia che coinvolge vari Laboratori ed Istituti di ricerca, nell’intento di sfruttare le possibilità offerte dallo studio del DNA fossile avente come scopo primario lo studio dei rapporti di parentela delle necropoli di el-Adaima. Come sappiamo, il DNA rappresenta il codice genetico degli individui ragion per cui il suo studio ci fornisce una serie di informazioni relative ad un osso appartenente ad un determinato soggetto. Grazie a queste informazioni è possibile ricostruire con certezza l’appartenenza di varie ossa ad una determinata persona, le sue relazioni genetiche ed eventuali rapporti di consanguineità con gli altri corpi inumati. Si sono, parimenti, potuti individuare alcuni aspetti epidemiologici, come dimostrano i casi di tubercolosi ossea scoperti in molti soggetti della Necropoli Ovest. Altre patologie evidenziate sono vari tipi di calcoli urinari e biliari e la presenza di diversi gangli calcificati.

Parte III, L’AREA ABITATIVA

I risultati delle indagini condotte nell’area abitativa, anche se meno spettacolari, hanno fornito evidenze non meno interessati. Sono state individuate due zone di insediamento: una su una terrazza ghiaiosa ai margini settentrionali del sito e l’altra sul rivestimento sabbioso che digrada in direzione sud.

Veduta aerea dell’area abitativa. Foto A. Lecler, IFAO

Nel primo caso si evidenziano fossati di modesta larghezza e profondità, rivestiti di malta molto dura e contenenti buchi per pali, che delineano tre strutture rettangolari. E probabile si tratti di resti di costruzioni utilizzate come magazzini a giudicare dal rinvenimento in situ di grani di cereali. Ma gli sforzi esplorativi si sono concentrati prevalentemente sul 900 metri quadrati di superficie relativi alla ghiaiosa e sue adiacenze. Si è scavato per una profondità di circa cinquanta centimetri sino a raggiungere il terreno vergine. A causa dell’azione degli agenti erosivi, i vari livelli di occupazione sono stati alterati, causando sovrapposizioni o, addirittura, grovigli molto difficili da ricomporre. In questa zona le strutture appaiono meno permanenti e presentano focolari, buchi per i pali, resti di paletti lignei e zone di deiezione indicativi di un’occupazione domestica molto varia su questo territorio.

Sono state rinvenute sepolture di neonati (del tutto assenti nella contemporanea Necropoli Ovest) e inumazioni di animali, in particolare quattro cani ed un porcellino. Il ritrovamento della metà di un cranio umano, conservato in un sacco di cuoio, non può che essere ricondotto alle asportazioni di crani avvenute in quella stessa Necropoli). Uno dei risultati più stimolanti è stata l’individuazione di una cronologia verticale, resa possibile dall’applicazione dei moderni metodi di indagine e dallo studio delle ceramiche rinvenute. Ne emerge un filo conduttore che, partendo dai livelli più profondi, delinea un quadro cronologico perfettamente coerente che ha potuto essere integrato da una decina di datazioni C14.

Si sono così potuti individuare due grandi periodi suddivisi in un certo numero di fasi. La più antica ricopre tutta la seconda fase dell’epoca naqadiana (cioè dalla fine del Naqada I e tutto il Naqada II) ed è databile in un periodo che si colloca tra il 3600 e il 3400 a.C. Il livello più recente copre l’arco temporale corrispondente alla parte finale del predinastico (Naqada III) ed è databile tra il 3300 ed il 2950 a.C.

Alla base della sequenza sono stati rinvenuti piccoli focolari circolari, mediamente del diametro di circa 20 cm., costituiti da rametti combusti per tre quarti. Trattandosi di fuochi di breve durata, si potrebbe ipotizzare che debbano essere collegati ad un area originariamente destinata alla sepoltura. Gli scavi, però non hanno confermato tale utilizzo. Al livello successivo emergono evidenze di costruzioni leggere (parti di recinti), costituiti da paletti lignei del diametro di circa 5 cm. Di particolare interesse si è rivelata una struttura allungata (5 metri di lunghezza x 1 metro di larghezza), costituita da un paletto del diametro di 15-20 cm alle estremità e da paletti più piccoli per lo più riuniti in gruppi di due o tre. Si può escludere che questa struttura sia da porre in relazione con un’abitazione; probabilmente, è da ritenersi connessa ad un’attività economica, agricola o legata alla pastorizia. La presenza dei pali portanti all’estremità suggerisce la possibile esistenza di una copertura, che avvalorerebbe l’ipotesi di una struttura per lo stoccaggio di cereali.

I risultati delle analisi carpologiche (studio dei semi) effettuati in quest’area evidenziano, infatti, una accurata setacciatura del grano e la pratica dello stoccaggio dell’orzo. Accanto a queste strutture leggere, sono state rinvenute tracce di costruzioni più solide, come sembrano confermare la presenza di buchi per pali praticati nel limo di riporto e delle ceramiche utilizzate come elementi di bloccaggio.

Sono da ricondurre a questa fase le sepolture per i quattro cani (di cui una contenente anche un vaso di offerte), del porcellino e di tre neonati di pochi mesi. Uno strato di limo e sabbia induriti, formatosi grazie anche all’accumulo di materiale organico, sigilla il livello relativo a questo periodo.L’attività in quest’area riprende nel periodo Naqada III ed è attestata dalla presenza di grandi fosse con residui di cenere, mentre l’attività umana si sposta più a nord in prossimità del fiume ed ai margini delle coltivazioni attuali. Già una raccolta di superficie, operata nel 1989 sotto la direzione di A. Hesse, aveva dimostrato che la zona interessata dall’abitato era migrata verso le sponde alla fine del predinastico. Gli scavi del 1993 (Midant-Reynes ed altri) hanno confermato questa ipotesi.

Fonte:

Beatrix Midant-Reynes, Nathalie Buchez, Eric Cubezy, Thierry Janin (Institut français d’archéologie orientale, Le Caire)