E' un male contro cui lotterò

PICCOLO LESSICO MEDICO

Di Andrea Petta

AMULETO

“udjau” (wḏⳍw) o “sa” (sⳍ)

I due termini hanno una valenza leggermente diversa: udjau si riferisce solitamente al singolo amuleto o ad un incantesimo specifico e deriva da udjat (wḏⳍt), l’Occhio di Horus nella sua funzione di protezione, mentre sa ed il suo derivato saw (protezione)possono indicare anche un gruppo di oggetti che sono “legati” come nel simbolo Gardiner V17 che lo compone (il riparo del pastore) e che nel caso specifico indicherebbe una corda che li lega; la borsa (legata) con un amuleto al suo interno e le parole e i gesti necessari per attivare l’incantesimo.

Da “sa” deriva anche il termine “sau” che abbiamo visto indicare quelli che oggi chiameremmo “guaritori”, i quali utilizzavano formule magiche ed esorcismi per tentare di debellare le malattie.

BIRRA

“henket”

Dal momento che la birra, così diffusa nell’Antico Egitto fin dalla preistoria, era usata come parte del salario del lavoratore, il suo determinativo è una specifica giara usata soltanto per questa bevanda (Gardiner W22). La giara per la birra doveva contenere una quantità ben precisa di liquido (la “misura”) ed era controllata dai funzionari statali per evitare frodi.

Il suo consumo è attestato fin dall’Epoca Predinastica, ed il valore ad essa dato è evidenziato dalle centinaia di giare sepolta nella tomba del Re Scorpione.

Veniva spesso utilizzato come “vettore” per molti medicamenti

CASA

“pr”

Il nome è indicato da un rettangolo aperto in basso che indica ideograficamente la pianta dell’ingresso di una casa (bilittero Gardiner O1).

Come sappiamo, questo simbolo insieme al bilittero “aa” (Gardiner O29, una colonna nel senso di “grande”) forma anche il nome “Faraone”.

CASA DELLA VITA

“pr ankh”

Il modo per indicare le “Case della Vita” era molto semplice e lineare: il simbolo della casa (bilittero “pr”, Gardiner O1), che abbiamo già incontrato diverse volte, e la famosissima croce ansata (“ankh”, Gardiner S34) che indicava “vita”.

I due simboli potevano essere accompagnati dal determinativo per “edificio”, ripetendo il bilittero O1, oppure “accorciati” per motivi di spazio con un simbolo molto evocativo, in cui la vita sembra letteralmente entrare nella casa.

CERVELLO

“Ais”

Viene indicato come “le visceri” (sottinteso: del cranio).

Il termine è stato una sorta di rompicapo perché non si capiva a cosa esattamente si riferisse (in una prescrizione del Papiro Ebers si parla di “ais” di rana, ad esempio) fino alla traduzione completa del papiro Edwin Smith, in cui viene esplicitamente indicato come ciò che viene esposto all’interno del cranio dopo una sua frattura.

E il mistero fu risolto.

COAGULAZIONE

s snf” o “tes senef

Il termine usato per indicare la coagulazione del sangue è uno degli esempi di come la lingua egizia potesse essere incredibilmente descrittiva ed evocativa.

Deriva infatti dal verbo “s” che vuol dire “annodare”. Il simbolo principale, Gardiner S24, è proprio quello della cintura annodata.

La coagulazione del sangue diventa quindi un “nodo del sangue”. Ed in effetti, se ci pensiamo, è una sorta di “nodo” che lega e blocca la fuoriuscita di sangue. Senza averne compreso appieno il meccanismo, il termine evoca l’effetto, e tanto serviva ai medici egizi.

Per praticità e risparmio di papiro, la parte “senef” (sangue) viene quasi sempre omessa, essendo sottintesa in ambito medico.

CUORE

“ib o “ḥꜢtj” (hati)

Come abbiamo visto nella rubrica, “hati” è il cuore fisico, il cui determinativo è il simbolo Gardiner F34 (un cuore bovino), mentre “ib” è il cuore spirituale, indicato con lo stesso simbolo. Spesso, nelle traduzioni di “ib” dall’Antico Egizio, per facilitare la comprensione del testo si usa il termine “mente” invece di “cuore” quando si riferisce a funzioni che adesso sappiamo appartenere al nostro cervello.

HAt”, il simbolo Gardiner F4 con la parte anteriore di un leone, indica normalmente la fronte; con la desinenza “y” (il simbolo Gardiner Z4) diventa l’aggettivo “frontale” e fa quindi riferimento al cuore come “organo frontale”. Un aggettivo “costruito” da un nome viene chiamato “nisbe” e si ritrova anche nelle lingue arabe e semitiche.

DENTE e DENTISTA

ibeh

I due termini sono praticamente uguali, con la parte fonetica “ibh” sostenuta dal determinativo Gardiner F18 che indica la zanna di un elefante – sappiamo infatti che spesso per indicare le parti del corpo si usavano simboli legati agli animali, soprattutto mammiferi, forse per motivi di facile identificazione, forse per motivi scaramantici.

Nei casi in cui l’interpretazione avrebbe potuto essere dubbia, si aggiungeva il simbolo della freccia, forma accorciata per indicare il medico, e molto spesso per le solite ragioni di praticità e spazio sul papiro, si indicava la figura professionale con la sola zanna di elefante

FECI

“hes”

Il Libro dei Morti, all’Incantesimo 53, specifica che feci ed urine sono “detestabili”, in particolar modo le feci (Incantesimo 189: “Io non le mangerò…non mi avvicinerò ad esse con le mani, non le toccherò con i miei alluci…non le calpesterò con i miei sandali” – prescrizioni scritte normalmente all’interno del sarcofago all’altezza delle gambe e dei piedi).

Nonostante questo, come vedremo più avanti, vennero usate in molte prescrizioni sul principio del “chiodo scaccia chiodo”: essendo il “male” un essere ripugnante che ha invaso il corpo del malato, un’altra cosa ancora più ripugnante potrà scacciarlo. Per questo motivo il determinativo Gardiner Aa3 usato, che potrebbe indicare un pitale che viene svuotato, viene normalmente indicato come “secrezione ripugnante”.

Spesso viene scritto con il solo simbolo Gardiner F52, con lo stesso valore fonetico

GUARIRE

dr

Ci troviamo di nuovo di fronte al concetto di malattia come “invasione” di una forza malvagia, estranea al nostro corpo.

La parola che indica “guarire”, infatti, non è altro che la rappresentazione di “guidare fuori”, “espellere”, intendendo ovviamente la natura malvagia della patologia.

Il determinativo Gardiner A24, infatti, indica “colpire” o “insegnare” (mi sa che gli studenti egizi avessero bisogno di…motivazioni per studiare) ma è anche quello che indica il pastore che guida i suoi armenti con un piccolo bastone in mano: il medico diventa un pastore che allontana con parole ed azioni i demoni che tormentavano il corpo del malato.

GUARITORE

“Sau”

No, i guaritori non erano sardi come si potrebbe pensare dal loro nome…

Derivano semplicemente il loro nome dalla radice “sa” (simbolo Gardiner V17, una tenda da pastore arrotolata) che vuol dire “protezione” e che indica anche gli amuleti che erano i loro “ferri del mestiere”. I “sau” infatti utilizzavano solo le arti magiche per “curare”, con gli amuleti e le formule magiche da recitare in presenza del malato.

Tra i nome dei medici pervenuti fino a noi, in pochissimi casi il titolo “sau” è affiancato a quello “swnw” che indicava i medici veri e propri, a sottolineare una netta differenza tra i due ruoli.

Il loro nome veniva scritto in diversi modi; in alcuni casi il determinativo che indicava una persona veniva sostituito con quello utilizzato di solito per i pastori, per rafforzare il significato di “guardiano” e “protezione”.

MALATTIA

“mr” o “inedi”

Il grande nemico del medico. Talmente grande che nella forma più comune “mr” ha spesso un doppio determinativo: il passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) che significa “male” e la figura di Seth, associata alla malvagità. Si applica sia alle malattie che alle ferite, artificiali (come in battaglia) o accidentali (come una caduta)

Il determinativo di Seth compare anche nell’altra forma “inedi” che indica la malattia.

Entrambe le forme possono indicare anche il dolore che la malattia provoca, anche se il dolore in sé aveva altri termini per definirlo.

MALE INCURABILE

betu” o “bitu

Come abbiamo visto, secondo la medicina egizia le influenze maligne non sono prettamente metafisiche ma sono in grado di entrare nel corpo umano dall’esterno e causare malattie. Lo sforzo del medico deve essere anche quello di allontanare questi demoni, con le formule di rito e con le prescrizioni adeguate.

Ma quando lo sforzo è inutile, si parla di “betu” che possiamo tradurre come malattia incurabile. Al termine “bṯw” che indica di solito un malfattore, un malvagio, si aggiunge infatti il determinativo Gardiner I14, un serpente, che indica l’origine spirituale, un demone che non si può sconfiggere. Il “betu” diventa così, ahimè, “un male che non posso curare”.

Da notare che le vecchie traduzioni (soprattutto di origine anglofona, che hanno sottovalutato l’importanza spirituale nella medicina egizia) parlano di “betu” come “verme”, “parassita”, cosa che è stata successivamente smentita riconoscendo il determinativo I14 come “demoniaco”.

MEDICO

swnw” o “sinw”

È formato dal simbolo della freccia (Gardiner T11), che è un trilittero (‘swn’) abbinato al bilittero ‘nw’ con il simbolo del vaso (Gardiner W24). La persona seduta è il determinativo maschile (Gardiner A1).

Se il medico è una donna, il determinativo maschile è sostituito dal simbolo della pagnotta (Gardiner X1), equivalente alla nostra consonante “t”, ed il termine diventa così “swnwt” o “sinwt

Si è discusso a lungo se il simbolo in alto fosse una lancetta (o un bisturi), ma le iscrizioni più eleganti e precise non lasciano dubbi che sia in effetti una freccia; è anche possibile che la freccia fosse anche un simbolo ideografico, indicando il medico come “l’uomo capace di estrarre una freccia” come nel caso dei soldati. Spesso, per motivi di spazio o di praticità, il medico veniva indicato con il solo simbolo della freccia.

Il termine è sopravvissuto nel copto “saein”, che indica appunto il medico.

E se il termine “sinu” vi è famigliare, “Sinuhe l’Egiziano” (quello del romanzo di Mika Waltari) è, appunto, un medico.

SCATOLA CRANICA

nnt” o “djennet”

Questo termine ha creato un bel po’ di grattacapi agli esperti, perché nel tempo è passato dal definire il cranio (o meglio, la scatola cranica, ovvero la scatola ossea in cui risiede il nostro cervello) alla sola parte superiore del cranio stesso, dove si appoggia una corona, ed è difficilmente distinguibile da “dada”, ovvero la testa nel suo complesso.

Il primo uso documentato del termine è nei Testi dei Sarcofagi del Medio Regno (incantesimo 435), riferito a dove risiede il veleno di un serpente.

L’uso nei testi medici è praticamente limitato al solo Papiro Edwin Smith, dove diventa importante essere precisi per le procedure chirurgiche e dove viene utilizzato per identificare le fratture della sola scatola cranica escludendo il maxillo-facciale; il viso è infatti escluso dal “djennet”.

Ꜣis n ḏnnt” (ajs n djennet) ovvero “le visceri del cranio” come abbiamo già visto è il termine per indicare il cervello

SERQET

Srḳt

Forse è strano trovare nel nostro piccolo lessico medico il nome di una Dea, ma c’è una ragione.

Serqet raffigurata nella tomba di Nefertari, con l’usuale simbolo senza pungiglione

L’ipotesi più accreditata sull’origine del nome della Dea è che derivi dal verbo arcaico “srk”, che vuol dire “causare il respiro”. Si riferirebbe all’insorgere del respiro accelerato (tachipnea) derivante da una puntura di scorpione; il significato del suo nome sarebbe quindi “Colei che accelera il respiro”, sottintendendo che era meglio non farla arrabbiare…

Il determinativo dello scorpione (come il simbolo solitamente raffigurato sulla testa della Dea) non ha pungiglione: sempre secondo questa ipotesi indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) e si potrebbe quindi tradurre anche come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”

Una seconda teoria sostiene invece che il determinativo non indichi uno scorpione (aracnide) ma uno “scorpione acquatico” (insetto), il cui sifone sembra permettergli di respirare sott’acqua. In questo caso il nome della divinità potrebbe diventare “Colei che permette di respirare”.

Serqet a guardia dei vasi canopi di Tutankhamon: si nota anche in questo caso come il suo simbolo sia privo del pungiglione

SOFFERENZA

mn

Accanto alla parte fonetica per pronunciare la parola, ritroviamo il determinativo costituito dal passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) a significare “male”. Attenzione: non si tratta però del “dolore”, che ha diversi termini per indicarlo e che vedremo più avanti.

Ma la sofferenza non è soltanto quella fisica: “mn” indica anche uno stato di malessere interno; in generale ciò che non ci fa stare bene. Corpo e psiche nuovamente riunite da un vocabolo.

Ogni forma di disordine della Ma’at genera uno stato di “mn” ed uno sforzo conseguente e necessario per cercare di riportare un “ordine” da contrapporre al caos (e, nel nostro caso, alla malattia).

STOMACO

“r-jb o “ra-ib

Come abbiamo visto nella rubrica, lo stomaco nella medicina egizia è strettamente collegato al cuore, tanto da esserne la “bocca”. Il suo nome, “r-jb” è anche figurativamente scritto unendo il simbolo Gardiner D21, la bocca, con quello F34, che abbiamo visto rappresentare un cuore bovino.

Allo stomaco è dedicato un’intera sezione del Papiro Ebers (188-208). In esso viene evidenziato che cibo e bevande passino per lo stomaco e di lì “vadano giù” (“ha”) verso l’ano, ma il processo digestivo non fu mai completamente chiarito dai medici egizi.

Oltre ai richiami moderni che abbiamo visto nella rubrica (“stoma” e “cardias”), i nostri amici anglosassoni ancora oggi per dire che hanno un bruciore di stomaco usano il termine “heartburn” – cioè “brucior di cuore”…

TESTA

“dꜣdꜣ” o “dada”

Come menzionato nella rubrica, una lunga diatriba ha accompagnato la traslitterazione del simbolo Gardiner D1, che indica appunto la testa, ma proprio dai papiri medici è arrivato il “suggerimento” che in ambito medico/anatomico sia ḏꜣḏꜣ o dada quella più corretta, formata dalla ripetizione del simbolo U28 (la fiamma, ma senza implicazioni politiche…) e G1, l’avvoltoio. Di entrambi viene “usata” la parte fonetica, supportata dal determinativo D1.

Il termine è molto antico (si ritrova anche nei Testi delle Piramidi) e viene usato anche in senso figurato (il tetto di una casa oppure l’avanguardia di una formazione militare).

Nel Papiro Edwin Smith (dove ricorre più frequentemente) lo scriba, per risparmiare tempo e spazio sul papiro – che ricordiamo era carissimo e gli scribi odiavano gli sprechi – viene spesso abbreviato senza le due figure di avvoltoio. 

UBRIACO

“Tek” o “Teki”

Quale fosse il modo più comune per ubriacarsi nell’Antico Egitto è svelato dal termine che indica l’ubriachezza – e l’ubriaco. Il determinativo è infatti di nuovo quello della birra.

L’ubriachezza era sempre considerata poco dignitosa e pericolosa per come poteva allontanare dall’ordine e da Ma’at: “Non renderti debole nel negozio della birra…Odierai le parole che avrai pronunciato, cadrai e ti romperai le ossa…I tuoi compagni di bevuta si alzeranno e diranno di buttare fuori questo ubriacone” (I precetti di Ani, XVIII Dinastia).

URINE

“ueseshet”

Il termine deriva dal verbo “wss” che significa “espellere” e potrebbe indicare, per esteso, anche la vescica. In questo caso il determinativo è un membro maschile da cui fuoriesce il liquido.

Le urine avevano un doppio valore: oltre a quello “detestabile” che abbiamo visto, quelle delle donne incinte erano portatrici di vita

VASO

“mtw” o “metu”

Generalmente lo si trova indicato come “vaso”, ma visto che il termine si applicava anche ai nervi, ai tendini ed ai legamenti in generale, forse sarebbe più corretto parlare di “condotti”.

Come indicato nella rubrica, i metu principali erano 22, tutti afferivano al cuore a cui portavano l’aria vitale e tutti confluivano verso l’ano, da cui il corpo si liberava da tutte le sostanze tossiche.

Con il concetto di “circolazione”, i metu sono contemporaneamente una delle grandi intuizioni ed una delle grandi sviste della medicina egizia.

VINO

“irp”

Il vino è comparso dopo nelle abitudini alimentari egizie, probabilmente all’inizio del periodo dinastico con gli scambi commerciali con l’attuale Palestina. Prodotto nella zona del Delta, rimase costoso per le classi meno abbienti. L’unità di misura era lo “hin” corrispondente a circa mezzo litro. Il determinativo in questo caso è una doppia giara, Gardiner W21.

Anche il vino venne utilizzato come liquido per preparare dei medicamenti, riservati ovviamente alle persone più facoltose

Fonti:

  • Allen, James P. Middle Egyptian: An introduction to the language and culture of hieroglyphs. Cambridge University Press, 2000
  • Secco, Livio. “Dizionario egizio-italiano, italiano-egizio.” Kemet, 2016.
  • Nunn, John F. Ancient Egyptian medicine. University of Oklahoma Press, 2002
  • Gardiner, Alan H. “Egyptian grammar. Being an intr. to the study of hieroglyphs.” (1969).
  • Gardiner, Alan H. “The House of Life.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 24, no. 2, 1938, pp. 157–79. https://doi.org/10.2307/3854786.

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