E' un male contro cui lotterò

LE ABITAZIONI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Prima di addentrarci nella medicina egizia vera e propria, è doveroso fare degli accenni alle condizioni di vita degli Antichi Egizi, visto che ovviamente influenzarono la loro salute nel bene e nel male.

La Terra di Kemet, quella sottile striscia verde ai lati del Nilo circondata dal deserto, è stata densamente abitata in tutto il periodo dinastico. Si stima che la massima popolazione sia stata di circa 2,5 milioni di persone sotto Ramses II, la maggior parte contadini non proprietari, dipendenti per la loro sopravvivenza dalle piene del Nilo.

Da una parte c’erano ovviamente le tenute agricole lungo le sponde del Nilo, in cui il proprietario viveva in masserie non lontane da quelle dell’inizio del secolo scorso, e dall’altra la vita nelle città, in cui lo spazio era poco e bisognava sfruttarlo al meglio

LE CASE EGIZIE

L’abitazione ordinaria più comune nel primo Egitto predinastico era la capanna rotonda costruita con pali, canne e fango. Progressivamente questa forma fu sostituita da quella quadrata, che consentiva di gestire meglio lo spazio, soprattutto nelle zone più densamente abitate. I materiali cambiarono inoltre nel tempo, introducendo i mattoni di fango essiccati al sole che costituivano un mezzo di costruzione più stabile e duraturo, a bassissimo costo. Lo svantaggio di questo materiale è la sua relativa fragilità, ragion per cui pochissime abitazioni “originali” sono pervenute fino a noi. C’è anche da tener conto che spesso si ricostruiva più e più volte sullo stesso luogo, rendendo molto difficile capire la “cronologia” abitativa delle città. Per questo motivo i luoghi ove non si è più costruito (i villaggi degli artigiani e Akhetaton) sono state le fonti più preziose di informazioni sulle abitazioni egizie.

Il villaggio degli artigiani di Deir el Medina presso la Valle dei Re (Foto Stig Alenas)
Deir el Medina (ricostruzione di Jean Claude Golvin)

Anche i modellini di case o di ambienti specifici sepolti con i loro proprietari ci danno un’idea delle abitazioni “normali”, rivelandoci che spesso il giardino era la zona della casa di cui gli egizi che potevano permetterselo erano più fieri – probabilmente denotando immediatamente il loro status sociale.

Da notare che nell’Antico Egitto non esisteva la “piazza” a cui siamo abituati nell’urbanistica europea; la funzione di zona sociale ed aggregante era svolta in genere dal cortile dei templi.

La maggiore concentrazione di persone avveniva durante la costruzione delle opere statali, quali i monumenti funerari, in occasione delle piene del Nilo, durante le quali non si poteva lavorare la terra. Abbiamo tracce di abitazioni progettate per almeno 4,000 persone vicino alla piramide di Chefren a Giza (anche se si immagina che la piana accogliesse fino a 100,000 persone contemporaneamente).

Il villaggio degli artigiani che lavoravano nella Valle dei Re a Deir-el-Medina, attivo per almeno 450 anni ci mostra un esempio di tali agglomerati. Le case degli operai erano in mattoni di fango; quelle dei sovrintendenti e dei funzionari avevano le basi delle pareti in pietra. Le abitazioni più grandi avevano una zona di soggiorno separata dalle stanze da letto e dalla cucina.

A Deir el Medina si possono ancora riconoscere i vari ambienti in cui era divisa l’abitazione tipica degli artigiani; in alcuni casi è sopravvissuta anche la scala che portava al tetto della casa
Resti di una casa popolare ad Akhetaton

Spesso il tetto, piatto, sostenuto da una o più colonne ed a cui si accedeva tramite una scala esterna, veniva adibito a zona di relax coprendolo con una tenda o un pergolato.

Ricostruzione di una casa egizia con il terrazzo adibito a zona di relax

Il villaggio degli artigiani ad Akhetaton aggiunse un laboratorio all’esterno, probabilmente per la lontananza dagli altri centri abitati e la necessità di produrre tutto “in loco”.

La pianta del villaggio degli artigiani di Akhetaton mostra 72 abitazioni tutte uguali + due più grandi (angoli in basso) per i supervisori. Si nota l’assenza di qualsiasi piazza.
La ricostruzione del villaggio degli artigiani di Akhetaton di Jean Claude Golvin

Una stanza era dedicata alla possibilità di lavarsi; canali di drenaggio in pietra correvano lungo le strade.

Gli operai e le persone meno specializzate avevano di solito abitazioni con uno o due ambienti al massimo, e spesso i loro occupanti dormivano all’aperto utilizzando l’abitazione come deposito. In ogni caso veniva suggerito di mantenere la massima pulizia all’interno delle case. Ovviamente le persone più abbienti potevano permettersi abitazioni più ampie, spesso su due piani, quasi sempre con un giardino ed una piscina interna.

Gli ambienti di una casa egizia: da sinistra l’ingresso con un piccolo altare (di solito anch’esso costruito con mattoni di fango), una stanza di soggiorno, una stanza di disimpegno che poteva essere utilizzata anche per lavarsi o adibita a dispensa e la cucina, collegata ad una cantina e con la scala per salire sul tetto (disegno Marion Cox)

Le porte erano in legno e si aprivano direttamente sulla strada. Le finestre erano piccole e poste in alto, per permettere di far uscire l’aria più calda. Erano chiuse solo da persiane in legno o da tende.

Il bestiame, inizialmente tenuto all’interno del villaggio, fu successivamente spostato in recinti all’esterno, presumibilmente per migliorare le condizioni igieniche.

Ricoveri per gli animali all’esterno del villaggio degli artigiani di Akhetaton

Soprattutto i “cantieri statali” ci offrono preziose informazioni sugli interventi medici dell’epoca: come vedremo in dettaglio esisteva un responsabile medico per gli artigiani ed uno per i servi; si teneva conto delle assenze e delle rispettive cause. Sappiamo quindi che un certo Nebnefer era malato perché punto da uno scorpione e che un poveretto di nome Tementu era stato picchiato dalla moglie tanto da non poter lavorare…

Una delle case più famose d’Egitto: l’abitazione/laboratorio dello scultore Thutmosi, autore del busto di Nefertiti (ricostruzione Dominic Perry)

In caso di “infortunio sul lavoro” lo Stato si prendeva cura delle spese delle cure e del mantenimento della famiglia dell’operaio fino a quando non poteva rientrare al lavoro. In caso di incapacità permanete al lavoro esisteva una sorta di “pensione di invalidità”.

Pianta di un’abitazione nobile di Akhetaton. Anche qui manca il concetto di “piazza” o “cortile”: l’edificio principale è al centro ed intorno ad esso si snodano il giardino, le abitazioni del personale e gli edifici di servizio, circondati da un muro in mattoni.

Questo non vuol dire che non esistessero la povertà e la fame, ma lo stato sociale dell’Antico Egitto era sicuramente molto più avanzato di come avremmo potuto immaginarlo.

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PICCOLO LESSICO MEDICO

Di Andrea Petta

AMULETO

“udjau” (wḏⳍw) o “sa” (sⳍ)

I due termini hanno una valenza leggermente diversa: udjau si riferisce solitamente al singolo amuleto o ad un incantesimo specifico e deriva da udjat (wḏⳍt), l’Occhio di Horus nella sua funzione di protezione, mentre sa ed il suo derivato saw (protezione)possono indicare anche un gruppo di oggetti che sono “legati” come nel simbolo Gardiner V17 che lo compone (il riparo del pastore) e che nel caso specifico indicherebbe una corda che li lega; la borsa (legata) con un amuleto al suo interno e le parole e i gesti necessari per attivare l’incantesimo.

Da “sa” deriva anche il termine “sau” che abbiamo visto indicare quelli che oggi chiameremmo “guaritori”, i quali utilizzavano formule magiche ed esorcismi per tentare di debellare le malattie.

BIRRA

“henket”

Dal momento che la birra, così diffusa nell’Antico Egitto fin dalla preistoria, era usata come parte del salario del lavoratore, il suo determinativo è una specifica giara usata soltanto per questa bevanda (Gardiner W22). La giara per la birra doveva contenere una quantità ben precisa di liquido (la “misura”) ed era controllata dai funzionari statali per evitare frodi.

Il suo consumo è attestato fin dall’Epoca Predinastica, ed il valore ad essa dato è evidenziato dalle centinaia di giare sepolta nella tomba del Re Scorpione.

Veniva spesso utilizzato come “vettore” per molti medicamenti

CASA

“pr”

Il nome è indicato da un rettangolo aperto in basso che indica ideograficamente la pianta dell’ingresso di una casa (bilittero Gardiner O1).

Come sappiamo, questo simbolo insieme al bilittero “aa” (Gardiner O29, una colonna nel senso di “grande”) forma anche il nome “Faraone”.

CASA DELLA VITA

“pr ankh”

Il modo per indicare le “Case della Vita” era molto semplice e lineare: il simbolo della casa (bilittero “pr”, Gardiner O1), che abbiamo già incontrato diverse volte, e la famosissima croce ansata (“ankh”, Gardiner S34) che indicava “vita”.

I due simboli potevano essere accompagnati dal determinativo per “edificio”, ripetendo il bilittero O1, oppure “accorciati” per motivi di spazio con un simbolo molto evocativo, in cui la vita sembra letteralmente entrare nella casa.

CERVELLO

“Ais”

Viene indicato come “le visceri” (sottinteso: del cranio).

Il termine è stato una sorta di rompicapo perché non si capiva a cosa esattamente si riferisse (in una prescrizione del Papiro Ebers si parla di “ais” di rana, ad esempio) fino alla traduzione completa del papiro Edwin Smith, in cui viene esplicitamente indicato come ciò che viene esposto all’interno del cranio dopo una sua frattura.

E il mistero fu risolto.

COAGULAZIONE

s snf” o “tes senef

Il termine usato per indicare la coagulazione del sangue è uno degli esempi di come la lingua egizia potesse essere incredibilmente descrittiva ed evocativa.

Deriva infatti dal verbo “s” che vuol dire “annodare”. Il simbolo principale, Gardiner S24, è proprio quello della cintura annodata.

La coagulazione del sangue diventa quindi un “nodo del sangue”. Ed in effetti, se ci pensiamo, è una sorta di “nodo” che lega e blocca la fuoriuscita di sangue. Senza averne compreso appieno il meccanismo, il termine evoca l’effetto, e tanto serviva ai medici egizi.

Per praticità e risparmio di papiro, la parte “senef” (sangue) viene quasi sempre omessa, essendo sottintesa in ambito medico.

CUORE

“ib o “ḥꜢtj” (hati)

Come abbiamo visto nella rubrica, “hati” è il cuore fisico, il cui determinativo è il simbolo Gardiner F34 (un cuore bovino), mentre “ib” è il cuore spirituale, indicato con lo stesso simbolo. Spesso, nelle traduzioni di “ib” dall’Antico Egizio, per facilitare la comprensione del testo si usa il termine “mente” invece di “cuore” quando si riferisce a funzioni che adesso sappiamo appartenere al nostro cervello.

HAt”, il simbolo Gardiner F4 con la parte anteriore di un leone, indica normalmente la fronte; con la desinenza “y” (il simbolo Gardiner Z4) diventa l’aggettivo “frontale” e fa quindi riferimento al cuore come “organo frontale”. Un aggettivo “costruito” da un nome viene chiamato “nisbe” e si ritrova anche nelle lingue arabe e semitiche.

DENTE e DENTISTA

ibeh

I due termini sono praticamente uguali, con la parte fonetica “ibh” sostenuta dal determinativo Gardiner F18 che indica la zanna di un elefante – sappiamo infatti che spesso per indicare le parti del corpo si usavano simboli legati agli animali, soprattutto mammiferi, forse per motivi di facile identificazione, forse per motivi scaramantici.

Nei casi in cui l’interpretazione avrebbe potuto essere dubbia, si aggiungeva il simbolo della freccia, forma accorciata per indicare il medico, e molto spesso per le solite ragioni di praticità e spazio sul papiro, si indicava la figura professionale con la sola zanna di elefante

FECI

“hes”

Il Libro dei Morti, all’Incantesimo 53, specifica che feci ed urine sono “detestabili”, in particolar modo le feci (Incantesimo 189: “Io non le mangerò…non mi avvicinerò ad esse con le mani, non le toccherò con i miei alluci…non le calpesterò con i miei sandali” – prescrizioni scritte normalmente all’interno del sarcofago all’altezza delle gambe e dei piedi).

Nonostante questo, come vedremo più avanti, vennero usate in molte prescrizioni sul principio del “chiodo scaccia chiodo”: essendo il “male” un essere ripugnante che ha invaso il corpo del malato, un’altra cosa ancora più ripugnante potrà scacciarlo. Per questo motivo il determinativo Gardiner Aa3 usato, che potrebbe indicare un pitale che viene svuotato, viene normalmente indicato come “secrezione ripugnante”.

Spesso viene scritto con il solo simbolo Gardiner F52, con lo stesso valore fonetico

GUARIRE

dr

Ci troviamo di nuovo di fronte al concetto di malattia come “invasione” di una forza malvagia, estranea al nostro corpo.

La parola che indica “guarire”, infatti, non è altro che la rappresentazione di “guidare fuori”, “espellere”, intendendo ovviamente la natura malvagia della patologia.

Il determinativo Gardiner A24, infatti, indica “colpire” o “insegnare” (mi sa che gli studenti egizi avessero bisogno di…motivazioni per studiare) ma è anche quello che indica il pastore che guida i suoi armenti con un piccolo bastone in mano: il medico diventa un pastore che allontana con parole ed azioni i demoni che tormentavano il corpo del malato.

GUARITORE

“Sau”

No, i guaritori non erano sardi come si potrebbe pensare dal loro nome…

Derivano semplicemente il loro nome dalla radice “sa” (simbolo Gardiner V17, una tenda da pastore arrotolata) che vuol dire “protezione” e che indica anche gli amuleti che erano i loro “ferri del mestiere”. I “sau” infatti utilizzavano solo le arti magiche per “curare”, con gli amuleti e le formule magiche da recitare in presenza del malato.

Tra i nome dei medici pervenuti fino a noi, in pochissimi casi il titolo “sau” è affiancato a quello “swnw” che indicava i medici veri e propri, a sottolineare una netta differenza tra i due ruoli.

Il loro nome veniva scritto in diversi modi; in alcuni casi il determinativo che indicava una persona veniva sostituito con quello utilizzato di solito per i pastori, per rafforzare il significato di “guardiano” e “protezione”.

I VERMI “HERERET”

Ancora una volta entriamo in un tema ancora dibattuto. Il microscopio non era ancora stato inventato e Linneo non aveva ancora proposto il suo sistema di nomenclatura degli esseri viventi. E di sicuro non è sopravvissuto un medico egizio a raccontarcelo…

I vermi “hereret”, citati diverse volte nei papiri medici, cosa sono allora?

Ebbell nel 1937 era certo che si trattasse dello Schistosoma haematobium responsabile della bilharziosi e della conseguente ematuria leggendo il Papiro Ebers (“È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio”, Ebers 62). Ma nel Papiro Hearst viene citato un altro rimedio contro questi vermi, il mesdjemet (probabilmente l’antimonio o il solfuro di piombo).

Attualmente molti studiosi pensano che le dimensioni molto piccole dello schistosoma non ne permettessero l’individuazione da parte dei medici egizi, e che quindi i vermi hereret siano vermi intestinali – forse l’Ascaris lumbricoides, un verme rotondo che causa l’ascaridiosi (una parassitosi che causa in genere disturbi intestinali ma può arrivare a bloccare le vie biliari causando ittero o la necrosi del tratto intestinale colpito) Da un punto di vista lessicale, è da notare che il determinativo Gardiner I14, che indica un essere strisciante, è lo stesso sia per i vermi che per i serpenti; è il contesto della frase on cui è inserito ad essere discriminante.

MALATTIA

“mr” o “inedi”

Il grande nemico del medico. Talmente grande che nella forma più comune “mr” ha spesso un doppio determinativo: il passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) che significa “male” e la figura di Seth, associata alla malvagità. Si applica sia alle malattie che alle ferite, artificiali (come in battaglia) o accidentali (come una caduta)

Il determinativo di Seth compare anche nell’altra forma “inedi” che indica la malattia.

Entrambe le forme possono indicare anche il dolore che la malattia provoca, anche se il dolore in sé aveva altri termini per definirlo.

LA MALATTIA “aaa

Da tempo questo termine medico è uno dei più dibattuti tra gli studiosi. Ricorre ben 22 volte nel Papiro Ebers e 50 in totale considerando anche gli altri papiri medici; deve quindi trattarsi di una patologia “importante” per gli antichi egizi. Il determinativo del pene da cui sgorga del liquido è stato interpretato in maniera diversa – da tener presente che questo determinativo è presente anche nel vocabolo che indica un “veleno”.

Ebbell nel 1937 era certo che si trattasse dell’ematuria, che abbiamo visto nella rubrica essere il sintomo principale della bilharziosi (ricordate? La “mestruazione degli uomini” menzionata dalle truppe napoleoniche). Ricordiamoci però che Ebbell era medico, ma non egittologo, e la sua traduzione (che purtroppo è l’unica del papiro Ebers in inglese) è viziata dal suo parallelismo con la medicina moderna. Dello stesso parere erano anche Jonckheere e Levebvre negli anni successivi. Però esiste anche un verbo “aaa”, usato molto raramente, che si può tradurre come “spargere il seme” o “eiaculare”, e si parla anche di “far uscire l’aaa da un uomo deceduto” come se si trattasse di un incantesimo o di un veleno.

L’associazione con la bilharziosi si deve al passaggio del papiro Ebers che abbiamo visto nella rubrica (Ebers 62):

  • Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio

Ma è da tener presente che nel Papiro Ebers esistono altri rimedi indicati contro la malattia aaa, intesa come una sostanza velenosa creata da una divinità o un defunto (noce di giunco e frutti thwj e ibw – ancora sconosciuti – macinati e mescolati con la birra, da prendere prima di dormire).

Un’interessante curiosità: nel Papiro Hearst si fa riferimento ad un’altra sostanza per eliminare i vermi hereret chiamata mesdjemet, che potrebbe essere l’antimonio (Hanafy, 1974) oppure il solfuro di piombo (Nunn, 2000). Un secolo fa, l’unica sostanza chimica per trattare la bilharziosi era…l’antimonio.

Chissà se in futuro troveremo nuovi documenti che facciano luce sulla misteriosa malattia “aaa”….

MALE INCURABILE

betu” o “bitu

Come abbiamo visto, secondo la medicina egizia le influenze maligne non sono prettamente metafisiche ma sono in grado di entrare nel corpo umano dall’esterno e causare malattie. Lo sforzo del medico deve essere anche quello di allontanare questi demoni, con le formule di rito e con le prescrizioni adeguate.

Ma quando lo sforzo è inutile, si parla di “betu” che possiamo tradurre come malattia incurabile. Al termine “bṯw” che indica di solito un malfattore, un malvagio, si aggiunge infatti il determinativo Gardiner I14, un serpente, che indica l’origine spirituale, un demone che non si può sconfiggere. Il “betu” diventa così, ahimè, “un male che non posso curare”.

Da notare che le vecchie traduzioni (soprattutto di origine anglofona, che hanno sottovalutato l’importanza spirituale nella medicina egizia) parlano di “betu” come “verme”, “parassita”, cosa che è stata successivamente smentita riconoscendo il determinativo I14 come “demoniaco”.

MEDICO

swnw” o “sinw”

È formato dal simbolo della freccia (Gardiner T11), che è un trilittero (‘swn’) abbinato al bilittero ‘nw’ con il simbolo del vaso (Gardiner W24). La persona seduta è il determinativo maschile (Gardiner A1).

Se il medico è una donna, il determinativo maschile è sostituito dal simbolo della pagnotta (Gardiner X1), equivalente alla nostra consonante “t”, ed il termine diventa così “swnwt” o “sinwt

Si è discusso a lungo se il simbolo in alto fosse una lancetta (o un bisturi), ma le iscrizioni più eleganti e precise non lasciano dubbi che sia in effetti una freccia; è anche possibile che la freccia fosse anche un simbolo ideografico, indicando il medico come “l’uomo capace di estrarre una freccia” come nel caso dei soldati. Spesso, per motivi di spazio o di praticità, il medico veniva indicato con il solo simbolo della freccia.

Il termine è sopravvissuto nel copto “saein”, che indica appunto il medico.

E se il termine “sinu” vi è famigliare, “Sinuhe l’Egiziano” (quello del romanzo di Mika Waltari) è, appunto, un medico.

PUSTOLA/VESCICOLA

“ꜤꜢt“ o “Ꜥnut” (“aat” o “anut”)

Nel Papiro Ebers (Ebers 874 e 877) ci sono due termini che sembrerebbero indicare le lesioni cutanee quali pustole e vescicole (attribuibili invece secondo alcuni studiosi alla lebbra). L’incertezza deriva dal fatto che queste lesioni sono denominate “di Khonsu”, lasciando immaginare che si riferiscano ad una specifica patologia. Entrambi i termini hanno il determinativo Gardiner H8 (un uovo), suggerendo che queste lesioni contengano qualcosa; nello specifico dell’aria (“aat”) o del pus (“anut”).

Qualcosa appare dentro di esso (il gonfiore), come se ci fosse dell’aria” (“aat Khonsu”, Ebers 874)

Se li trovi sulle braccia (del malato), sui fianchi e sulle cosce e trovi del pus al suo interno, non farai nulla contro di essi” (“anut Khonsu”, Ebers 877)

Secondo altri studiosi, i due termini sarebbero invece riferiti a forme tumorali di incerta identificazione o addirittura ai bubboni della peste.

SCATOLA CRANICA

nnt” o “djennet”

Questo termine ha creato un bel po’ di grattacapi agli esperti, perché nel tempo è passato dal definire il cranio (o meglio, la scatola cranica, ovvero la scatola ossea in cui risiede il nostro cervello) alla sola parte superiore del cranio stesso, dove si appoggia una corona, ed è difficilmente distinguibile da “dada”, ovvero la testa nel suo complesso.

Il primo uso documentato del termine è nei Testi dei Sarcofagi del Medio Regno (incantesimo 435), riferito a dove risiede il veleno di un serpente.

L’uso nei testi medici è praticamente limitato al solo Papiro Edwin Smith, dove diventa importante essere precisi per le procedure chirurgiche e dove viene utilizzato per identificare le fratture della sola scatola cranica escludendo il maxillo-facciale; il viso è infatti escluso dal “djennet”.

Ꜣis n ḏnnt” (ajs n djennet) ovvero “le visceri del cranio” come abbiamo già visto è il termine per indicare il cervello

SERPENTE

“ḥfꜢw” (maschio) e “ḥfꜢt” (femmina)

È uno dei primi termini che incontriamo che ha (ovviamente) sia la forma al maschile che al femminile, entrambi comunque con il determinativo Gardiner I14 (che abbiamo visto significare “essere strisciante” ad indicare sia i vermi che i serpenti). La radice “ḥfꜢ” è una di quelle che più spesso ha la finale “w” ad indicare il genere maschile (spesso omesso nei geroglifici), mentre quella femminile ha la solita pagnotta X1 “t”.

Una curiosità: nei Testi delle Piramidi e dei Sarcofagi i simboli ritenuti “pericolosi” per il defunto come quelli della vipera cornuta (Gardiner I9, “f”) o il determinativo I14 venivano spesso decapitati (un simbolo per la testa ed uno per il corpo, separato) per annullarne la pericolosità, mentre nei testi funerari del Nuovo Regno a volte venivano barrati a livello del collo (anche con il simbolo di un coltello) con lo stesso scopo.

SERQET

Srḳt

Forse è strano trovare nel nostro piccolo lessico medico il nome di una Dea, ma c’è una ragione.

Serqet raffigurata nella tomba di Nefertari, con l’usuale simbolo senza pungiglione

L’ipotesi più accreditata sull’origine del nome della Dea è che derivi dal verbo arcaico “srk”, che vuol dire “causare il respiro”. Si riferirebbe all’insorgere del respiro accelerato (tachipnea) derivante da una puntura di scorpione; il significato del suo nome sarebbe quindi “Colei che accelera il respiro”, sottintendendo che era meglio non farla arrabbiare…

Il determinativo dello scorpione (come il simbolo solitamente raffigurato sulla testa della Dea) non ha pungiglione: sempre secondo questa ipotesi indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) e si potrebbe quindi tradurre anche come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”

Una seconda teoria sostiene invece che il determinativo non indichi uno scorpione (aracnide) ma uno “scorpione acquatico” (insetto), il cui sifone sembra permettergli di respirare sott’acqua. In questo caso il nome della divinità potrebbe diventare “Colei che permette di respirare”.

Serqet a guardia dei vasi canopi di Tutankhamon: si nota anche in questo caso come il suo simbolo sia privo del pungiglione

SOFFERENZA

mn

Accanto alla parte fonetica per pronunciare la parola, ritroviamo il determinativo costituito dal passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) a significare “male”. Attenzione: non si tratta però del “dolore”, che ha diversi termini per indicarlo e che vedremo più avanti.

Ma la sofferenza non è soltanto quella fisica: “mn” indica anche uno stato di malessere interno; in generale ciò che non ci fa stare bene. Corpo e psiche nuovamente riunite da un vocabolo.

Ogni forma di disordine della Ma’at genera uno stato di “mn” ed uno sforzo conseguente e necessario per cercare di riportare un “ordine” da contrapporre al caos (e, nel nostro caso, alla malattia).

STOMACO

“r-jb o “ra-ib

Come abbiamo visto nella rubrica, lo stomaco nella medicina egizia è strettamente collegato al cuore, tanto da esserne la “bocca”. Il suo nome, “r-jb” è anche figurativamente scritto unendo il simbolo Gardiner D21, la bocca, con quello F34, che abbiamo visto rappresentare un cuore bovino.

Allo stomaco è dedicato un’intera sezione del Papiro Ebers (188-208). In esso viene evidenziato che cibo e bevande passino per lo stomaco e di lì “vadano giù” (“ha”) verso l’ano, ma il processo digestivo non fu mai completamente chiarito dai medici egizi.

Oltre ai richiami moderni che abbiamo visto nella rubrica (“stoma” e “cardias”), i nostri amici anglosassoni ancora oggi per dire che hanno un bruciore di stomaco usano il termine “heartburn” – cioè “brucior di cuore”…

TESTA

“dꜣdꜣ” o “dada”

Come menzionato nella rubrica, una lunga diatriba ha accompagnato la traslitterazione del simbolo Gardiner D1, che indica appunto la testa, ma proprio dai papiri medici è arrivato il “suggerimento” che in ambito medico/anatomico sia ḏꜣḏꜣ o dada quella più corretta, formata dalla ripetizione del simbolo U28 (la fiamma, ma senza implicazioni politiche…) e G1, l’avvoltoio. Di entrambi viene “usata” la parte fonetica, supportata dal determinativo D1.

Il termine è molto antico (si ritrova anche nei Testi delle Piramidi) e viene usato anche in senso figurato (il tetto di una casa oppure l’avanguardia di una formazione militare).

Nel Papiro Edwin Smith (dove ricorre più frequentemente) lo scriba, per risparmiare tempo e spazio sul papiro – che ricordiamo era carissimo e gli scribi odiavano gli sprechi – viene spesso abbreviato senza le due figure di avvoltoio. 

UBRIACO

“Tek” o “Teki”

Quale fosse il modo più comune per ubriacarsi nell’Antico Egitto è svelato dal termine che indica l’ubriachezza – e l’ubriaco. Il determinativo è infatti di nuovo quello della birra.

L’ubriachezza era sempre considerata poco dignitosa e pericolosa per come poteva allontanare dall’ordine e da Ma’at: “Non renderti debole nel negozio della birra…Odierai le parole che avrai pronunciato, cadrai e ti romperai le ossa…I tuoi compagni di bevuta si alzeranno e diranno di buttare fuori questo ubriacone” (I precetti di Ani, XVIII Dinastia).

URINE

“ueseshet”

Il termine deriva dal verbo “wss” che significa “espellere” e potrebbe indicare, per esteso, anche la vescica. In questo caso il determinativo è un membro maschile da cui fuoriesce il liquido.

Le urine avevano un doppio valore: oltre a quello “detestabile” che abbiamo visto, quelle delle donne incinte erano portatrici di vita

VASO

“mtw” o “metu”

Generalmente lo si trova indicato come “vaso”, ma visto che il termine si applicava anche ai nervi, ai tendini ed ai legamenti in generale, forse sarebbe più corretto parlare di “condotti”.

Come indicato nella rubrica, i metu principali erano 22, tutti afferivano al cuore a cui portavano l’aria vitale e tutti confluivano verso l’ano, da cui il corpo si liberava da tutte le sostanze tossiche.

Con il concetto di “circolazione”, i metu sono contemporaneamente una delle grandi intuizioni ed una delle grandi sviste della medicina egizia.

VELENO

“Mtwt” o “Metut”

Con ogni probabilità questo termine prende origine da “metu” (ricordate? I vasi all’interno del corpo) ed indica un liquido forzatamente iniettato od espulso dal corpo. Per questo, lo stesso termine curiosamente indica il veleno ed il liquido seminale. Ed è ovviamente, un altro termine su cui gli studiosi stanno discutendo, a volte in ambito filosofico (collegando la vita portata dal liquido seminale alla morte portata dal veleno) ed a volte in ambito più pratico (l’aspetto del veleno di scorpione o di serpente, lattiginoso, ricorda quello del liquido seminale).

Quando si vuole indicare il suo effetto, lo si definisce anche mw mr (liquido doloroso), usato soprattutto nei papiri medici del periodo ramesside.

VINO

“irp”

Il vino è comparso dopo nelle abitudini alimentari egizie, probabilmente all’inizio del periodo dinastico con gli scambi commerciali con l’attuale Palestina. Prodotto nella zona del Delta, rimase costoso per le classi meno abbienti. L’unità di misura era lo “hin” corrispondente a circa mezzo litro. Il determinativo in questo caso è una doppia giara, Gardiner W21.

Anche il vino venne utilizzato come liquido per preparare dei medicamenti, riservati ovviamente alle persone più facoltose

Fonti:

  • Allen, James P. Middle Egyptian: An introduction to the language and culture of hieroglyphs. Cambridge University Press, 2000
  • Secco, Livio. “Dizionario egizio-italiano, italiano-egizio.” Kemet, 2016.
  • Nunn, John F. Ancient Egyptian medicine. University of Oklahoma Press, 2002
  • Gardiner, Alan H. “Egyptian grammar. Being an intr. to the study of hieroglyphs.” (1969).
  • Gardiner, Alan H. “The House of Life.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 24, no. 2, 1938, pp. 157–79.

IN AGGIORNAMENTO

E' un male contro cui lotterò

I PRIMI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La medicina egizia è stata a lungo sottovalutata. L’impossibilità di leggere i testi fino a Champollion, l’incertezza sui termini tecnici, l’immenso arco di tempo coperto dalla civiltà egizia hanno contribuito a questa scarsa considerazione. L’influenza poi della magia e della religione ha fatto considerare la pratica medica dell’Egitto faraonico una sorta di superstizione fanciullesca molto lontana dalla medicina vera e propria. Nell’immaginario collettivo, infine, spesso si è considerato la civiltà egizia circoscritta a morte e mummificazione.

Solo recentemente, e solo dopo aver capito più profondamente la natura dello spiritualismo egizio, la medicina dell’epoca è stata rivalutata, anche alla luce di straordinari ritrovamenti sulle mummie pervenute fino a noi.

E, come spesso è capitato, ci si è accorti che gli antichi egizi erano stati i primi.

Dall’Antico Egitto abbiamo ricevuto i primi testi di medicina, le prime osservazioni di anatomia e di anatomia comparata, i primi sviluppi della farmacologia e della chirurgia, dell’ortopedia, le prime protesi, le prime specializzazioni ed un vocabolario medico-anatomico che per alcune parti lascia attoniti.

Ricordiamoci inoltre che Ippocrate, considerato il padre della medicina, visse più di mille anni dopo la stesura del Papiro Ebers, uno dei testi principali che incontreremo in questo viaggio, e che a sua volta si rifà a testi di altri mille anni più antichi. Pazzesco.

La trascrizione di una pagina del Papiro Ebers, che sarà una delle nostre guide principali alla scoperta della medicina egizia

I medici egizi erano riconosciuti come i migliori in assoluto della loro epoca, tanto da essere citati anche nell’Odissea e da essere i medici di corte dei re persiani Ciro il Grande e Dario. In un certo senso vennero esportate anche le divinità legate a malattie e guarigioni, che divennero importanti in tutto il mondo antico

È opinione discussa che venisse praticata la dissezione dei cadaveri a scopo di studio, a cui vanno aggiunte le pratiche per la mummificazione che ovviamente necessitavano di conoscenze di anatomia degli organi interni. Non è però certo, anche se probabile, che i medici attingessero a questa “fonte” per approfondire le loro conoscenze. Nonostante questo, alcune “sviste” ed errori non furono mai riconosciute o corrette, e la vera causa delle malattie non fu mai individuata dalla medicina egizia.

L’osservazione empirica non arrivò mai a comprendere appieno la fisiologia dei diversi apparati, lasciando di conseguenza spazio ad “interpretazioni” spesso fantasiose nonché alle pratiche magico-religiose che cercavano di coprire questo difetto.

Va però notato che, sebbene medicina e magia coesistessero, come vedremo, sono noti pochissimi casi in cui il “medico” venne associato al termine “mago” o “stregone”. Era questo: un medico.

I primi ricordati nella storia.