Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROMBOIDALE DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Che la piramide di Maidum sia crollata improvvisamente o col tempo questo non lo sappiamo, certamente di tempo non deve essercene passato molto. Forse iniziò con dei segni premonitori che fecero subito temere il peggio, in ogni caso Snefru decise che quella non poteva essere la sua piramide, visto l’esito deludente del suo tentativo di completare quella di Huni, Snefru decise di abbandonarla e di farsene costruire una nuova. Dovendola costruire a nuovo decise di lasciare Maidum per un altro posto, ancora oggi si dibatte sulle ragioni che portarono Snefru ad optare per il sito di Dahshur.

Molti sostengono che la decisione di costruire il suo complesso e la cittadella reale con una nuova reggia a Dahshur venne presa forse nell’intento di avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, (Men Nefer, Menfi).

Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di volersi stabilire in una posizione più strategica da cui far partire il suo esercito per eventuali spedizioni militari in Libia e nel Sinai.

Secondo alcuni studiosi invece la ragione sarebbe il sorgere di problemi dinastici all’interno della famiglia reale.

Dahshur è una vasta necropoli dove sono presenti diversi complessi piramidali oltre a numerose sepolture di nobili di notevole importanza archeologica ed un villaggio di operai e funzionari. Ubicata tra Saqqara ed il sito archeologico di Mazghuna, a circa 45 chilometri a sud del Cairo, ha un’ampiezza di circa 5 per 3 chilometri, si trova in una zona desertica all’inizio dell’altopiano libico il cui terreno risulta poco compatto, cosa che creò non pochi problemi in fase di costruzione della piramide.

Dahshur, oltre alla citata necropoli, possiede un’altra importante testimonianza del glorioso passato egizio. Sulla riva destra del Nilo, nello Wadi Al-Garawi, sono ancora presenti i resti di un’imponente diga risalente alla IV dinastia, la più antica di tali dimensioni al mondo, le sue misure erano di 100 metri di lunghezza per 50 metri di altezza con una larghezza della base di 98 metri e una larghezza della cresta di 56 metri. Venne costruita nella prima metà del terzo millennio a.C. per il controllo delle piene del Nilo, non fu però mai completata e dopo una dozzina di anni venne abbattuta dall’irruenza delle acque.

E’ chiamata Sadd el-Kafara (diga degli infedeli), i resti vennero scoperti dall’esploratore lettone Georg August Schweinfurth nel 1885.

Ma torniamo nella necropoli per visitare a fondo il complesso funerario piramidale meridionale di Snefru.

A Dahshur, Snefru parte alla grande, la sua piramide presenta una base quadrata di circa 189 metri per lato con un’altezza che in origine doveva raggiungere i 105 metri, (oggi ridotti a 101,15). Numerose le innovazioni che si riscontrano a Dahshur e che caratterizzeranno l’intera IV dinastia.

Le piramidi a gradoni lasciano il posto alle piramidi classiche dalle facce lisce, compaiono le piramidi accessorie per le regine, il tempio funerario e quello a valle con la rampa processionale.

Cambia anche l’orientamento dell’intero complesso funerario, che fino ad allora seguiva la linea nord-sud, tipica di quelli della III dinastia, ora viene orientato ad est-ovest per identificare la vita ultraterrena del sovrano con l’astro solare ed il suo eterno cammino.

Il, o i, nomi assegnati alla piramide sono diversi, per alcuni è la “Piramide Romboidale”, per altri è la “Falsa Piramide”, “Piramide a profilo spezzato” o “Piramide a Doppia Inclinazione”, per gli antichi egizi era semplicemente “Snefru appare in gloria”.

In un decreto di Pepi I la troviamo indicata con due segni geroglifici per “piramide”, forse era nell’intento dello scriba di indicarla come “doppia piramide”. Sempre nello stesso decreto, con la stessa rappresentazione in geroglifico, viene indicata la città di Snefru a Dahshur con il significato di “Città delle due piramidi” (in questo caso si tratterebbe di quella Romboidale e di quella Rossa).

La forma inusuale di questa piramide richiamò l’attenzione dei viaggiatori europei già fin dal XVII secolo, Huntington, Melton, Wood, Pococke ne parlarono con stupore. Fu poi dal XIX secolo che prese il via una esplorazione sistematica con Perring, Lepsius e lo stesso Petrie. Purtroppo nessuno scritto ci è pervenuto delle indagini svolte dall’archeologo egiziano Abdel Salam Hussains, mentre risultati basilari furono ottenuti da un altro egiziano, Ahmad Fakri nei primi anni 50. Importanti misurazioni sono state effettuate anche dagli italiani  Maragioglio e Rinaldi.

Pare che in origine la piramide sia nata con i lati più corti degli attuali ma con una inclinazione più ripida, 60°. Non avendo però i costruttori tenuto conto del fatto che le fondamenta poggiano non già sulla roccia ma su un sottosuolo a strati friabili di argilloscisto, fin dalle prime fasi della costruzione si procedette a ridurre l’angolo a 55° e ad un allargamento della base.

Raggiunta un’altezza di 45 metri, inspiegabilmente, l’angolo per la parte superiore venne ulteriormente ridotto a 43° dando alla piramide la forma che vediamo oggi. Se non fosse stato variato l’angolo di pendenza, la piramide avrebbe raggiunto l’altezza di 128 metri.

Secondo altri studiosi la riduzione dell’angolo si rese necessaria per diminuire il peso che gravava sulle camere sottostanti dove pare vennero rilevate delle crepe. Sinceramente non credo che, alle prime avvisaglie di crepe che compromettevano la stabilità dell’opera, si sia deciso di proseguire nella costruzione riducendo solo un po il peso, (ma è un’opinione del tutto personale e da profano).

Altri studiosi hanno avanzato un’ipotesi secondo la quale la forma a profilo spezzato non sia dovuta a cause di rischio per la stabilità od a tentativi azzardati finiti male. Così come si presenta la piramide, con la doppia inclinazione, si possono contare otto facce, se si aggiunge anche la base il numero sale a nove per cui avrebbe dovuto simboleggiare l’Enneade Eliopolitana.

Secondo l’egittologo Alexandre Varille, invece, la doppia pendenza era già stata prevista in fase progettuale come trasposizione architettonica della dualità dell’Alto e Basso Egitto, la sua ipotesi sarebbe supportata anche dalla presenza doppia di altri elementi, (due gli ingressi, due i corridoi discendenti, due appartamenti funerari), senza considerare il fatto che la radice “sn” del nome di Snefru indica il numero due.

Seguono altre ipotesi ancora più azzardate ma penso non sia il caso di esaminarle tutte.

La piramide presenta ancora il rivestimento in calcare bianco meglio conservato di tutte le altre piramidi egizie e presenta un ingresso sulla parete nord e uno sulla parete ovest. Che ne dite, proviamo ad entrarci?

L’ingresso sulla parete nord si trova a circa 12 metri dal suolo, si accede quindi ad un corridoio lungo 79,53 metri che scende fino a 25 metri sotto il livello del suolo per poi risalire con una ripida scala che termina in una angusta anticamera sotterranea di 6 x 5 metri.

La volta, costruita ad aggetto è alta oltre 17 metri ed è accuratamente rifinita nella lavorazione e risulta composta da una cripta.

La cripta è anch’essa con pareti aggettanti comprendenti 15 corsi distanziati da vari centimetri; all’altezza del decimo aggetto, 12 metri dal pavimento, parte un cunicolo comunicante con l’appartamento funerario superiore.

Anche in questa camera si possono notare alcune crepe stuccate con malta gessosa. Lungo le pareti est e ovest si presentano i resti di una stretta scalinata che, in origine, permettevano l’accesso alla camera inferiore.

Nell’angolo sud-est, esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide, un corto passaggio conduce ad un pozzo verticale, oggi danneggiato, che fu chiamato “camino”, alto 14 metri del quale è ignoto il significato.

L’ingresso sulla parete ad ovest si trova a 33,32 metri dal suolo ed è costituito da un corridoio di sezione quadrata di 1,10 metri di lato che scende per circa 68 metri. Qui si trova una specie di vestibolo dal quale parte un altro corridoio di 20,12 metri che termina nella camera funeraria di 6,56 x 4,10 metri, con volta ad aggetto alta 16,50 metri, posizionata più in alto, all’interno della struttura, rispetto a quella dell’ingresso a nord. I blocchi della camera sono tutti rifiniti e su uno di essi compare un’iscrizione in geroglifico corsivo a caratteri rossi nella quale è inserito un cartiglio con il nome di Snefru.

Va precisato che durante il regno del faraone Snefru compare, per la prima volta, il cartiglio, ovvero l’ovale che racchiude il “praenomen” del sovrano “nesut-biti”. Il cartiglio è simile ad un altro trovato in un’iscrizione al Wadi Maghara.

Sulla parte inferiore della camera si trova una sorta di grande catafalco in blocchi di pietra, alcuni dei quali sono cementati con malta mentre gli altri sono a secco.

Le pareti laterali presentano delle aperture nelle quali furono rinvenute numerose travi in legno di cedro il cui uso è del tutto sconosciuto.

Le travi di legno di cedro ci riportano alla mente quanto è riportato sulla “Pietra di Palermo” nella quale viene citato che Snefru promosse una spedizione di 40 navi nel Libano che tornarono cariche di legno di cedro. Secondo Maragioglio e Rinaldi la costruzione avrebbe avuto lo scopo di sostenere il sarcofago del faraone sostituendo il classico sarcofago in pietra. Stadelmann sostiene invece che il tutto sarebbe servito agli operai per tentare di bloccare le crepe che si stavano aprendo e che avrebbero poi giustificato la variazione di pendenza della piramide.

Va sottolineato che in nessuna delle camere sepolcrali sono state rinvenute tracce di sarcofagi o di casse in legno il che rafforza il dubbio sul fatto che Snefru sia stato sepolto nella piramide o che la stessa abbia mai ospitato una sepoltura.

I due sistemi ipogei, quello accessibile da nord e quello accessibile da ovest sono collegati tra di loro tramite un rozzo e stretto cunicolo, con tutta probabilità scavato in epoca successiva, in modo da creare un collegamento tra i due ambienti per risolvere la contraddizione generata dal fatto che, mentre la consuetudine voleva che l’orientamento della camera funeraria fosse nord-sud, in questo caso, per la prima volta, l’orientamento era est-ovest.

Ma questo edificio presenta un’ulteriore questione archeologica, ci si domanda se le indagini svolte dagli egittologi abbiano rintracciato veramente tutte le camere della piramide.

Dubbi sorsero già nel 1839 quando Perring iniziò a svuotare il corridoio settentrionale, in quel tempo il corridoio occidentale era ancora sbarrato da una parete in pietra che verrà rimossa solo con le indagini condotte da Fakhri negli anni 50. Ad un certo punto dei lavori, Perring incontrò una forte corrente d’aria, come descrive nel suo diario, una corrente che aumentò a tal punto da spegnere le torce per l’illuminazione. Un altro fatto insolito è raccontato da Fakhri nel suo diario:

<<In alcuni giorni ventosi, all’interno della piramide, soprattutto nella parte orizzontale del corridoio ovest, fra le due barriere, è avvertibile un suono che dura circa 10 secondi.>>.

Questo non si è più verificato da quando è stato aperto l’accesso occidentale. A fronte delle numerose domande che ancora si pongono agli egittologi si deduce che è necessario molto lavoro ed indagini più approfondite all’interno della piramide.

Adesso usciamo dalla piramide e facciamoci un giro intorno per vedere l’insieme di questo complesso funerario di Snefru.

Poco lontano dalla parete sud incontriamo una piccola piramide satellite ancora ben conservata, è possibile accedere ma solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Abdel Salam Hussain che ebbe occasione di esplorarla nel 1946 parla di un corridoio che per un tratto è in discesa poi risale e sbuca in una modesta camera anch’essa a volta aggettante. All’interno Hussain trovò alcuni frammenti di vasi ma nessuna traccia di sepoltura.

Il rivestimento esterno della piramide satellite è fatto con piccoli blocchi di calcare molti dei quali recano ancora  sia il nome di Snefru sia il grafema “hw”, l’antico nome della piramide.

Sul lato rivolto a nord della piramide romboidale  si trovano pochi resti di una cappella che dovette essere il luogo di culto a nord, misura 10,60 x 3,40 metri ma non si riesce a stabilire dove fosse situato l’ingresso. L’insieme si presenta con un vano quadrato ed un cortile nel quale si trovava un altare per le offerte chiamato “Hetep” che significa “sacrificio” o “altare sacrificale”.

Un secondo luogo per sacrifici all’aperto era situato lungo l’asse est-ovest ad oriente della piramide, consisteva in un altare costituito da tre blocchi in calcare e comprendeva due enormi stele monolitiche sempre in calcare dalla forma di “hetep” alte circa 9 metri poggianti su un basamento, oggi raggiungono solo più i 2 metri circa.

Le stele sono decorate e su di esse spiccavano i titoli ed il nome del sovrano racchiuso nel serekht (parte di una delle due stele è stata sistemata nei giardini del Museo del Cairo). Sulla fronte si trova un altare di alabastro come luogo di culto.

Durante il Medio Regno il sito sacrificale subì un restauro, venne racchiuso tra mura in mattoni crudi che lo trasformarono in un piccolo Tempio funerario; oggi si trova ancora in buone condizioni probabilmente per le successive ristrutturazioni.

Una piccola piramide cultuale era situata accanto alla parete sud, Abdel Salam Hussain, che la esplorò asserisce di aver letto fra le altre iscrizioni il nome della regina Hetepheres I, moglie di Snefru ma ulteriori indagini svolte successivamente lo smentirono. L’ingresso alla piramide si trovava sotto la terra, da qui partiva un corridoio che, dopo un breve tratto discendente, risaliva per accedere ad una piccola camera la cui volta aggettante raggiungeva i 7 metri di altezza.

L’egittologo Herbert Ricke che ebbe a scavare nel sito ipotizzò, secondo la sua visione romantica, che l’ingresso fosse anticamente protetto da cobra vivi.

Si pensa che in origine l’intero complesso funerario fosse circondato da un imponente muro di calcare giallo grigiastro, al suo interno un’ampia corte, di pianta quadrata dove nel lato nord-est terminava la rampa cerimoniale.

Quella che risultò essere la rampa cerimoniale, fu portata alla luce nel 1925 da Gustave Jéquier. La rampa ha origine a sud-ovest ed è lunga 700 metri e larga 7 metri, completamente lastricata con blocchi di calcare, segue un percorso stranamente irregolare, non possedeva una copertura ed era protetta ai lati da due bassi muri in pietra arrotondata alla sommità.

Sul fondo presenta un piccolo vestibolo di due locali con ancora i fori di battenti per la chiusura. Interessante il ritrovamento di una stele in calcare proveniente dalla vicina tomba di Netejeraperef, figlio di Snefru, probabilmente riutilizzata in un probabile restauro all’epoca del medio Regno.

Il Tempio a valle è ubicato a circa 1 chilometro ad ovest della Valle del Nilo ed in quanto tale risulta il primo di quelli che poi verranno edificati successivamente e dal quale parte la rampa processionale.

Venne scavato da Fakhry nel 1952, si presenta con una base rettangolare di 47 x 26 metri con muri di 2,60 metri decorati con la rappresentazione dei vari possedimenti del re delle Due Terre sotto forma di donne che recano doni. Al nord sono stati rinvenuti i resti di sei cappelle con vestibolo dove il sovrano era rappresentato in differenti pose e con diversi abiti.

Si pensa che le sei cappelle rappresentassero i sei componenti dell’essere: “khet, ren, shut, ka, ba e akh. Per concludere con Stsdelmann, la piramide romboidale non fu mai la tomba di Snefru ma un elemento per il culto funerario del faraone sul tipo della tomba sud di Djoser in funzione della vera tomba di Snefru: la Piramide Rossa.                          

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • Pietro Testa, “Lettere dall’antico Egitto”, (Decreto di Pepi I sulla piramide di Snefru), 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993)

Un ringraziamento particolare agli amici Ahmed Galal, Travel Agent ed a Hussein Mahmoud Abdel Salam, italian english guid per avermi fornito gran parte delle foto da me utilizzate per i tre articoli sulla piramide Romboidale.

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