Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LE STATUE DI RAHOTEP E NOFRET

Di Grazia Musso

Calcare dipinto
Rahotep ( CG 3): Altezza cm 121 – Nofret ( CG 4) Altezza 122 cm
Meidum, Mastaba di Rahotep – Scavi di Auguste Mariette, 1871
IV Dinastia, Regno di Snefru – Museo Egizio del Cairo

Le due statue furono rinvenute da Mariette nella mastaba di Rahotep.

I due personaggi siedono su seggi squadrati con un alto e largo schienale.

Rahotep è rappresentato con il braccio destro portato sul petto e il sinistro appoggiato sulla relativa gamba, entrambe le mani sono chiuse a pugno.

Ha una capigliatura nera e corta, che lascia completamente scoperto il volto magro, dalla fronte alta e dai lineamenti scolpiti con grande realismo : gli occhi grandi, incastonati in quarzo e cristallo di rocca, sono evidenziati da un trucco nero, il naso è proporzionato e la bocca è coperta da baffi neri.

Il collo è ornato da una sottile catena con un pendente.

Indossa un corto gonnellino bianco.

Sullo schienale, ai lati della testa, tre colonne di geroglifici, dipinti in nero, enunciano i titoli e il nome di Rahotep, definito come ” figlio del re del suo corpo”, tra gli altri titoli porta quello di sacerdote di Ra a Eliopoli, soprintendente ai lavori, soprintendente alle spedizioni.

Nofret è rappresentata con le braccia incrociate sul petto e completamente avvolta in un mantello che, appoggiato su una tunica aderente con grandi bretelle, lascia intravedere le forme del corpo e fuoriuscire la mano destra.

Il collo è avvolto da una collana usekb, con tanti fili di colori alternati: azzurro scuro, azzurro chiaro e rosso, i pendenti sono azzurri.

Nofret Indossa una spessa parrucca nera che si ferma all’altezza delle spalle ed è stretta sulla fronte da una fascia a motivi floreali.

Il volto presenta lineamenti delicati : gli occhi, incastonati, sono contornato dal trucco nero, il naso piccolo e la bocca carnosa.

Sullo schienale, ai due lati della testa si legge:

” La conoscente del re Nofret”.

Il colore della pelle dei due è differenziato:

quella dell’uomo ocra, quasi rossa, mentre quella della donna giallo chiaro.

Nonostante la rigidità della posa e la fissità dello sguardo, le due sculture rivelano una grande maestria nel dar vita alle immagini di pietra.

Fonte: Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

ALLA RICERCA DELLA VERA PIRAMIDE

Di Grazia Musso

Veduta della piramide settentrionale di Snefru a Dahshur.
Come si può vedere la sua pendenza è minore di quella delle altre piramidi precedenti e successive.
Il monumento è detto oggi ” Piramide Rossa”, per il colore rossiccio del care locale in cui è costruita.
Il rivestimento in gran parte perduto era in calcare bianco di Tura.

Snefru, fondatore della IV Dinastia, sin dal Medio Regno diviene il modello del sovrano perfetto, cui si ispirarono dei re della XI Dinastia.

Il sovrano fu divinizzato e venerato sino all’epoca Tolemaica.

Si sa con certezza che gli appartengono due delle piramidi di Dahshur le così dette ” Piramide Rossa” ( il cui nome egizio era “Snefru appare in gloria”) e la piramide a “doppia pendenza” ( nota agli Egizi come “Snefru appare in gloria del Sud”); essa fu la prima a essere costruita, e mentre era in costruzione fu iniziata la piramide settentrionale, probabilmente verso il tredicesimo anno.

La piramide meridionale di Snefru oggi è detta “Piramide romboidale” perché l’inclinazione delle facce cambia, diminuendo, circa a metà della loro altezza, generando uno spigolo. Il lato è di 183,5 metri e l’altezza di 105.
Dei cedimenti fecero cambiare il progetto, diminuendo l’inclinazione originaria.

Entrambe sono rivestite di calcare fine di Tura, sono le prime vere piramidi dell’antico Egitto, dopo l’abbandono della forma a gradini.

Una terza piramide si trova a Meidum, che fu, probabilmente, iniziata da Huni come piramide a gradini e fu poi completata e trasformata in vera piramide, forse nel diciassettesimo anno di Snefru, se va così interpretato un graffito rinvenutovi, secondo altri la piramide si deve interamente a Snefru.

Piramide di Meidum.
La piramide ha la forma di una grandiosa e rozza torre dalle pareti inclinate, che si alza da una collina di detriti.
Questa piramide rappresenta un esempio del passaggio dalla piramide a gradini alla piramide perfetta
Le stele mute. Stele a epigrafe del tempio funerario della piramide di Meidum

Il crollo parziale del rivestimento l’ha nuovamente trasformata in un monumento in cui appaiono alcuni gradini.

Il periodo di Snefru é fondamentale nello sviluppo dell’architettura delle piramidi e dei relativi complessi funerari.

Con le piramidi di Dahshur appaiono tutti i sei elementi del complesso funerario reale, ossia la piramide principale satellite, il tempio funerario, il grande muro di cinta, la rampa monumentale, il tempio in valle.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Foto: Andrea Vitussi, Antico Egitto di Maurizio Damiano

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LA PIRAMIDE ROMBOIDALE

Di Grazia Musso

La Piramide Romboidale (o piramide sud di Snefru).

Nome antico : “Snefru è splendente al sud’

Altezza originale 105 metri

Altezza progettata 128,5 metri

Lunghezza lato 188,60 metri

Inclinazione : 54°27’44” – 43°22′

Questa piramide dalla forma particolare che sembra precedere cronologicamente la piramide nord, fu la prima costruzione ad essere progettata non più come una struttura a gradoni, ma come una piramide vera.

Il progetto era grandioso e se fosse stato portato a termine secondo quanto era. stato previsto originariamente dagli architetti, sarebbe stata la più grande piramide di tutte le altre.

Ma durante la costruzione, quando ormai la struttura era quasi a due terzi della sua altezza prevista, gli architetti decisero improvvisamente di ridurre oltre 10° la pendenza degli angoli portandola da 54°27’44” a 43°22′ con una conseguente riduzione di 23,5 metri dell’altezza finale, il che la colloca comunque al quarto posto per dimensioni tra tutte le piramidi d’Egitto.

L’Egittologo tedesco Ludwig Borchardt ipotizzò che questo cambiamento fosse stato determinato dalla necessità di completare più rapidamente la costruzione a causa della morte improvvisa del re, ma è assai più probabile ritenere che gli architetti avessero notato dei cedimenti nelle volte delle camere interne, per cui decisero di alleggerire il carico statico modificando l’inclinazione delle facce, soluzione che fece assumere una curiosa forma romboidale a questa piramide che ha, inoltre, la particolarità di essere provvista di due ingressi, uno sul lato nord e l’altro sul lato ovest.

Si può supporre che anche questo fatto sia in relazione con la comparsa di cedimenti strutturali e che uno dei due corridoi discendenti sia stato bloccato poiché ritenuto poco sicuro.

L’accesso agli appartamenti funerario si effettua utilizzando l’ingresso posto a 11,50 metri di altezza sulla parete nord: da qui il corridoio discendente porta ad una prima sala, il cui soffitto a volta aggettante si trova a 17 metri di altezza.

Dalla prima sala bisogna risalire alcuni metri per raggiungere altre due sale a volta aggettante situate su diversi livelli.

La piramide era dotata di una piramide satellite posta sul lato sud mentre sul lato est si trovava il tempio funerario, di piccole dimensioni costruito in mattoni crudi con due grandi stele che inquadravano una tavola per le offerte.

Dall’angolo nord-est partiva la rampa processionale lunga circa 700 metri che si dirigeva a nord-est fino al l’imponente tempio in valle di forma rettangolare che misura a 47 x 26 metri costruito in calcare di Tura e circondato da una cinta di mattoni crudi

L’edificio, che venne scavato all’inizio degli anni Cinquanta dall’archeologo egiziano Ahmed Fakhry, comprendeva un vestibolo nel quale vi erano due grandi stele rettangolari con inciso il protocollo reale e una corte centrale che terninava con sei cappelle.

Fonte: Le guide di Archeo; Piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Fotografie: Andrea Vitussi, Ahmed Galal, Marina Celegon

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LA PIRAMIDE ROSSA

Di Grazia Musso

La piramide nord di Snefru.
In origine era rivestita di lastre di calcare di Tura.

La Piramide Rossa

Nome antico “Snefru è splendente”

Altezza originale 104 metri

Lunghezza del lato 220 metri

Inclinazione 43°22′

Le investigazioni condotte a Dahshur dall’istituto Archeologico Tedesco del Cairo hanno permesso di ritrovare il pyramidion che sommortava la piramide e che, dopo il restauro è stato collocato in corrispondenza del lato orientale presso le vestigia del tempio funerario

La piramide nord di Snefru, detta “Piramide Rossa” per il colore del calcare utilizzato per la sua costruzione, ha un’inclinazione dei lati di 43°22′, che corrisponde a quella della parte sommitale della piramide romboidale e ciò permette di supporre che gli architetti abbiano voluto tenere conto dell’esperienza precedente adottando un progetto meno grandioso, ma ritenuto più sicuro in ogni caso, con i suoi 220 metri di lato, la Piramide Rossa, in origine ricoperta di lastre di bianco calcare di Tura, a cui deve il nome di “Piramide splendente, è inferiore per dimensioni solo a quella di Cheope.

L’ingresso del lungo corridoio che porta alle camere interne, è situato sul lato nord a un’altezza di 28 metri dal suolo.

Uno stretto passaggio quadrangolare separa la prima camera all’interno della piramide

Dopo 60 metri si arriva a una sala di straordinaria bellezza architettonica, il cui soffitto a volta aggettante è alto più di 12 metri ed è costituito da 11 assise di blocchi calcare, ognuno dei quali sporge per alcuni centimetri rispetto al precedente.

Da qui si entra in una seconda sala, il cui centro corrisponde a quello della piramide, con soffitto a volta aggettante.

Il soffitto della seconda camera il cui centro geometrico coincide con il centro della base della piramide, è costituito da una splendida volta aggettante.

Dalla seconda camera si risale per alcuni metri giungendo nella terza sala, il cui asse maggiore è perpendicolare alle precedenti.

Il soffitto di quest’ultima sala, sempre a volta aggettante, è alto 16 metri.

All’interno della piramide vi sono numerosi graffiti tracciati da visitatori del secolo scorso, tra i quali quello del piemontese Bernardino Drovetti, che fu console di Francia in Egitto nei primi decenni del XIX secolo

A circa 400 metri all’est della piramide si estende una vasta necropoli della IV Dinastia, scavata e studiata dall’Istituto Archeologico Tedesco sotto la direzione di Rainer Stadelmann.

Fonte:

Le guide di Archeo: Le piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROSSA DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Certo che a Snefru quella piramide col profilo spezzato non dovette piacere gran che neppure finita col suo rivestimento in calcare.

La prima, costruita forse sullo scheletro di quella di suo padre Huni, era crollata, la seconda era storta, immagino che la cosa deve aver fatto infuriare non poco il faraone tanto che decise di farsene costruire un’altra.

Forti dell’esperienza maturata con le prime costruzioni i suoi architetti stavolta dovevano innanzitutto trovare un terreno resistente. Allo scopo risalirono il deserto di Dashur per circa 4 km. a nord finché non trovarono quello che pareva il luogo adatto.

Quella che si presenta agli occhi dei visitatori è una immensa costruzione, universalmente riconosciuta nel mondo egittologico come la prima concepita e costruita per essere realmente geometrica (a facce piane).

Deriva il nome di “Piramide Rossa” dal colore della pietra con cui è costruita, ma non fu sempre rossa, in origine era rivestita con blocchi di bianco calcare di Tura, rivestimento che venne quasi completamente asportato durante il Medioevo per essere riutilizzato nella costruzione del Cairo.

Nell’antico Egitto era nota come “Snefru risplende” (o “Snefru appare in gloria”); visto che la Piramide Romboidale era chiamata “Snefru del sud risplende” ci si aspetterebbe che questa venisse chiamata “Snefru del nord risplende”, invece no, questo non è riportato in nessun testo antico egizio. Gli egiziani di oggi la chiamano “El-Haram el-watwat” ovvero la piramide dei pipistrelli o piramide cieca.

La piramide era conosciuta fin dal Medioevo e furono molti i viaggiatori europei che vi si recarono, nel 1660 fu visitata dall’inglese Melton. Un primo interessante rapporto ci viene dai diari di viaggio del missionario francescano ceco Vàclav Remedius Prutky il quale, nel XVIII secolo, entrò fin nei sotterranei della piramide e descrive la discesa in un suo scritto. Le prime indagini archeologiche moderne furono intraprese da Perring nel 1839 e da Lepsius nel 1843. Più tardi si interessarono brevemente anche Petrie e Reisner ma senza approfondimenti.

Nel secondo dopoguerra l’egittologo Abdel Salam Hussain intraprese una serie di ricerche più approfondite, seguito in questo da un altro egittologo egiziano Ahmed Fakhry  che, intorno agli anni 50 del 900, condusse anch’egli una campagna di ricerche ma nulla di più di quanto già fatto da Hussain. Per giungere ad  un’indagine sistematica ed approfondita si dovette aspettare fino al 1982 quando Stadelmann iniziò le sue ricerche.

Gli antichi architetti egizi, facendo tesoro delle deludenti esperienze fatte in precedenza con la piramide di Maidum e quella Romboidale, questa volta decisero di adottare un atteggiamento esageratamente prudente. Innanzitutto venne preparata una base molto ampia, anche se non perfettamente quadrata (218,50 m x 221,50 m), quindi i progettisti iniziarono i lavori adottando la stessa inclinazione della parte superiore della piramide romboidale, la già collaudata inclinazione di 43° (43,22) mantenendola per tutta la sua altezza. Questa inclinazione ne fa la piramide con l’angolo più acuto di tutte le altre piramidi egizie conferendogli quel caratteristico aspetto, decisamente unico per cui appare più “schiacciata” rispetto alle piramidi più note portandola a raggiungere un’altezza di 101,40 metri.

Le facce della piramide si presentano un po’ irregolari e leggermente concave, la forma concava delle pareti serviva a dare maggiore stabilità al paramento; lo stesso metodo che verrà poi adottato nella costruzione della piramide di Cheope. Il nucleo è costituito da blocchi di calcare dal colore rossiccio di minor pregio rispetto a quello di Tura che veniva estratto dalle cave che si trovano a poche centinaia di metri in direzione sud-ovest della piramide.

Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della piramide ebbe inizio da ovest mediante l’utilizzo di numerose rampe corte che venivano costruite su tutti i quattro lati. Giunti ad un’altezza di circa 25 metri le rampe sarebbero state ridotte ad una per ogni lato ed avrebbero accompagnato la costruzione per altri 15 metri per poi essere totalmente eliminate. Stadelmann però non fa alcun accenno a come sarebbero stati costruiti gli ulteriori 61,40 metri, da parte mia non ho trovato alcun riferimento in proposito.

Per la base della piramide e il paramento è stato fatto uso del fine calcare di Tura e su alcuni blocchi del nucleo ed anche del paramento, rinvenuti alla base della piramide, sono stati scoperti graffiti di cantiere dall’importante significato storico. Nei graffiti viene riportato, oltre al nome di Snefru, l’indicazione della: <<………messa in opera della pietra angolare occidentale nell’anno della quindicesima conta del bestiame……..>>. Questo però rappresenta un primo enigma, considerando che solitamente il bestiame veniva censito con cadenza biennale, ciò indicherebbe il trentesimo anno di regno di Snefru ma, secondo il Papiro di Torino, Snefru regnò solo 24 anni.

Da altri graffiti scoperti su blocchi a diverse altezze si può dedurre che almeno un quinto della piramide venne costruita in due anni. Stadelmann afferma di aver trovato un’altra annotazione secondo la quale si accenna al << …….ventiquattresimo anno della conta dei capi di bestiame…….>>, cosa che ha incontrato forti critiche da parte dell’egittologo tedesco R. Krauss secondo il quale il periodo indicato da Stadelmann risulterebbe troppo ampio. Mentre alcuni affermano che pare certo che la costruzione ebbe inizio durante il terzo anno di regno di Snefru, per quanto riguarda la durata dei lavori questa è molto dibattuta tra gli egittologi, Rainer Stadelmann fa riferimento alle iscrizioni trovate nelle cave per cui fissa come durata 17 anni, secondo John Romer, invece la durata sarebbe molto più breve, al massimo 10-11 anni. Sorvolo sull’evoluzione della diatriba non avendo elementi per confermare l’una o l’altra teoria.

Personalmente mi chiedo: se Snefru ha completato la piramide di Maidum e poi ha costruito quella romboidale, come è possibile che abbia iniziato a costruire quella rossa durante il terzo anno di regno? Se si presume che per costruire quest’ultima abbia impiegato da 10 a 17 anni, la altre due le ha costruite in 3 anni? Nelle mie ricerche non ho trovato nulla che mi spieghi questo paradosso. Nei pressi della piramide vennero rinvenuti i resti di un pyramidion in calcare, oggi restaurato che fa bella mostra di se davanti alla piramide, un ritrovamento del genere è il più antico fino ad oggi. Non è però certo che questo pyramidion sia stato realmente impiegato per la piramide Rossa in quanto il suo angolo di inclinazione è diverso da quello della piramide.

Ma adesso dirigiamoci verso l’ingresso della Piramide Rossa ansiosi di scoprire quello che ha da rivelarci.

L’ingresso della piramide lo troviamo nella parete nord ma per raggiungerlo dobbiamo salire ad un’altezza di 28,65 metri dalla base; ci infiliamo e scendiamo attraverso un corridoio discendente di 58,80 metri e ci troviamo al livello della base della piramide.

Da questo punto il corridoio diventa  orizzontale e prosegue per 7,40 metri terminando nella prima anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide; le sue dimensioni sono di 8,35 x 3,60 metri sovrastata da una volta ad aggetto alta 12,31 metri, da questa, attraverso un breve corridoio di soli 3 metri, si accede ad una seconda anticamera di 8,30 x 4,15 metri, la cui volta, come in tutte le camere è aggettante per un’altezza di 12,30 metri.

In questa camera che, come tutto il resto dell’appartamento funerario sin qui visto si trova inserita nel corpo della piramide, troviamo a 7,80 metri dal pavimento un cunicolo di 7,50 metri che dà accesso alla camera funeraria le cui dimensioni risultano leggermente inferiori a quelle delle anticamere, questa misura 8,30 x 3,60 metri, sempre con volta ad aggetto alta 15,25 metri.

Un’altra particolarità inspiegabile è che, mentre la prime due camere hanno un orientamento nord-sud, la camera funeraria è orientata secondo l’asse est-ovest contraria alla tradizione della III dinastia.

La camera si presenta oggi molto danneggiata a causa dell’asportazione di alcuni strati di blocchi dal pavimento ad opera di antichi saccheggiatori mentre il soffitto e le pareti sono annerite dal fumo prodotto dalle torce e dai fuochi accesi per far luce.

Le pareti della seconda anticamera, così come lo stretto corridoio che conduce alla camera funeraria, presentano numerosi graffiti dei visitatori tra i quali quelli di Perring, Drovetti ed altri.

Durante i lavori condotti nel 1952, Hussain scoprì nel corridoio discendente, una sepoltura secondaria, contenente i resti arcaici di una mummia, lo scheletro apparteneva ad un giovane uomo di piccola statura, risalente però ad epoca tarda, del quale non si conosce nulla.

E’ possibile accertare che alla morte di Snefru la piramide era sicuramente completata, non così per i fabbricati accessori che formavano il complesso funerario del faraone. Del tempio funerario sono rimasti pochi resti, il nucleo consisteva in un sito sacrificale dove sono stati ritrovati frammenti di una falsa porta in granito rosa. Stadelmann, scavando nel tempio trovò frammenti di calcare che riproducevano un rilievo raffigurante Snefru con indosso i paramenti per la festa sed.

Fu ritrovata inoltre una notevole quantità di punte di frecce di rame risalenti però solo al medioevo quando il luogo era diventato un bersaglio per l’addestramento degli arcieri mamelucchi. Pochi sono i resti di una cinta muraria e non si è riscontrata la presenza di alcuna piramide cultuale.

Dai resti scavati si deduce che una vera e propria rampa cerimoniale, ancorché iniziata, non fu mai terminata, in compenso sono emerse le tracce di varie strade utilizzate per il trasporto dei materiali da costruzione ed altre che andavano dal tempio funerario alla città delle piramidi che si trovava ai bordi della Valle del Nilo.

In un decreto del faraone Pepi I si riscontra che vennero attribuiti privilegi alla città di Snefru e nel contempo viene citata anche la piramide di Menkauhor, a tutt’oggi mai scoperta. Secondo Borchardt si tratterebbe delle rovine a nord-est della piramide rossa che Lepsius aveva cartografato come n. L.

I recenti studi di una missione tedesca hanno portato alla conferma che anche la piramide di Seila (di cui ho già trattato nel capitolo delle piramidi minori) venne fatta costruire da Snefru. A questo punto sorge spontanea tutta una serie di domande:

  1. Perché Snefru fece costruire per se non una ma più piramidi?
  2. Secondo quale ordine cronologico queste sono state erette?
  3. in quale di esse fu sepolto?
  4. Com’è possibile che nei suoi 24 anni di regno Snefru abbia potuto erigere tutte quelle piramidi?

Studi eseguiti da Charles Maystre su marchi di cava apposti su alcuni blocchi della Piramide Rossa, consentirebbero di dimostrare che la loro lavorazione avvenne contestualmente a quella dei blocchi di rivestimento della “Falsa Piramide” di Meidum e quindi secondo lui i due cantieri avrebbero lavorato contemporaneamente. Secondo Stadelmann anche la piramide a gradoni di Seila fu costruita nello stesso periodo.

A questo punto però diventa complicato stabilire in quale di queste piramidi fu sepolto Snefru, Fakhri sostiene che il luogo corrisponda alla camera superiore della Piramide Romboidale, Stadelmann sostiene invece che Snefru venne sepolto nella Piramide Rossa nonostante l’interno non sia mai stato completamente rifinito. Finché non emergeranno prove più concrete, il luogo di sepoltura del faraone Snefru continua a rimanere nel mistero.                                                     

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Edizioni CDE spa su licenza Giulio Einaudi editore, 2017
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Grandi tascabili Newton, 1977
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • John Romer, “The Great Pyramid: Ancient Egypt Revisited”, Press, Cambridge, 2007
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROMBOIDALE DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Che la piramide di Maidum sia crollata improvvisamente o col tempo questo non lo sappiamo, certamente di tempo non deve essercene passato molto. Forse iniziò con dei segni premonitori che fecero subito temere il peggio, in ogni caso Snefru decise che quella non poteva essere la sua piramide, visto l’esito deludente del suo tentativo di completare quella di Huni, Snefru decise di abbandonarla e di farsene costruire una nuova. Dovendola costruire a nuovo decise di lasciare Maidum per un altro posto, ancora oggi si dibatte sulle ragioni che portarono Snefru ad optare per il sito di Dahshur.

Molti sostengono che la decisione di costruire il suo complesso e la cittadella reale con una nuova reggia a Dahshur venne presa forse nell’intento di avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, (Men Nefer, Menfi).

Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di volersi stabilire in una posizione più strategica da cui far partire il suo esercito per eventuali spedizioni militari in Libia e nel Sinai.

Secondo alcuni studiosi invece la ragione sarebbe il sorgere di problemi dinastici all’interno della famiglia reale.

Dahshur è una vasta necropoli dove sono presenti diversi complessi piramidali oltre a numerose sepolture di nobili di notevole importanza archeologica ed un villaggio di operai e funzionari. Ubicata tra Saqqara ed il sito archeologico di Mazghuna, a circa 45 chilometri a sud del Cairo, ha un’ampiezza di circa 5 per 3 chilometri, si trova in una zona desertica all’inizio dell’altopiano libico il cui terreno risulta poco compatto, cosa che creò non pochi problemi in fase di costruzione della piramide.

Dahshur, oltre alla citata necropoli, possiede un’altra importante testimonianza del glorioso passato egizio. Sulla riva destra del Nilo, nello Wadi Al-Garawi, sono ancora presenti i resti di un’imponente diga risalente alla IV dinastia, la più antica di tali dimensioni al mondo, le sue misure erano di 100 metri di lunghezza per 50 metri di altezza con una larghezza della base di 98 metri e una larghezza della cresta di 56 metri. Venne costruita nella prima metà del terzo millennio a.C. per il controllo delle piene del Nilo, non fu però mai completata e dopo una dozzina di anni venne abbattuta dall’irruenza delle acque.

E’ chiamata Sadd el-Kafara (diga degli infedeli), i resti vennero scoperti dall’esploratore lettone Georg August Schweinfurth nel 1885.

Ma torniamo nella necropoli per visitare a fondo il complesso funerario piramidale meridionale di Snefru.

A Dahshur, Snefru parte alla grande, la sua piramide presenta una base quadrata di circa 189 metri per lato con un’altezza che in origine doveva raggiungere i 105 metri, (oggi ridotti a 101,15). Numerose le innovazioni che si riscontrano a Dahshur e che caratterizzeranno l’intera IV dinastia.

Le piramidi a gradoni lasciano il posto alle piramidi classiche dalle facce lisce, compaiono le piramidi accessorie per le regine, il tempio funerario e quello a valle con la rampa processionale.

Cambia anche l’orientamento dell’intero complesso funerario, che fino ad allora seguiva la linea nord-sud, tipica di quelli della III dinastia, ora viene orientato ad est-ovest per identificare la vita ultraterrena del sovrano con l’astro solare ed il suo eterno cammino.

Il, o i, nomi assegnati alla piramide sono diversi, per alcuni è la “Piramide Romboidale”, per altri è la “Falsa Piramide”, “Piramide a profilo spezzato” o “Piramide a Doppia Inclinazione”, per gli antichi egizi era semplicemente “Snefru appare in gloria”.

In un decreto di Pepi I la troviamo indicata con due segni geroglifici per “piramide”, forse era nell’intento dello scriba di indicarla come “doppia piramide”. Sempre nello stesso decreto, con la stessa rappresentazione in geroglifico, viene indicata la città di Snefru a Dahshur con il significato di “Città delle due piramidi” (in questo caso si tratterebbe di quella Romboidale e di quella Rossa).

La forma inusuale di questa piramide richiamò l’attenzione dei viaggiatori europei già fin dal XVII secolo, Huntington, Melton, Wood, Pococke ne parlarono con stupore. Fu poi dal XIX secolo che prese il via una esplorazione sistematica con Perring, Lepsius e lo stesso Petrie. Purtroppo nessuno scritto ci è pervenuto delle indagini svolte dall’archeologo egiziano Abdel Salam Hussains, mentre risultati basilari furono ottenuti da un altro egiziano, Ahmad Fakri nei primi anni 50. Importanti misurazioni sono state effettuate anche dagli italiani  Maragioglio e Rinaldi.

Pare che in origine la piramide sia nata con i lati più corti degli attuali ma con una inclinazione più ripida, 60°. Non avendo però i costruttori tenuto conto del fatto che le fondamenta poggiano non già sulla roccia ma su un sottosuolo a strati friabili di argilloscisto, fin dalle prime fasi della costruzione si procedette a ridurre l’angolo a 55° e ad un allargamento della base.

Raggiunta un’altezza di 45 metri, inspiegabilmente, l’angolo per la parte superiore venne ulteriormente ridotto a 43° dando alla piramide la forma che vediamo oggi. Se non fosse stato variato l’angolo di pendenza, la piramide avrebbe raggiunto l’altezza di 128 metri.

Secondo altri studiosi la riduzione dell’angolo si rese necessaria per diminuire il peso che gravava sulle camere sottostanti dove pare vennero rilevate delle crepe. Sinceramente non credo che, alle prime avvisaglie di crepe che compromettevano la stabilità dell’opera, si sia deciso di proseguire nella costruzione riducendo solo un po il peso, (ma è un’opinione del tutto personale e da profano).

Altri studiosi hanno avanzato un’ipotesi secondo la quale la forma a profilo spezzato non sia dovuta a cause di rischio per la stabilità od a tentativi azzardati finiti male. Così come si presenta la piramide, con la doppia inclinazione, si possono contare otto facce, se si aggiunge anche la base il numero sale a nove per cui avrebbe dovuto simboleggiare l’Enneade Eliopolitana.

Secondo l’egittologo Alexandre Varille, invece, la doppia pendenza era già stata prevista in fase progettuale come trasposizione architettonica della dualità dell’Alto e Basso Egitto, la sua ipotesi sarebbe supportata anche dalla presenza doppia di altri elementi, (due gli ingressi, due i corridoi discendenti, due appartamenti funerari), senza considerare il fatto che la radice “sn” del nome di Snefru indica il numero due.

Seguono altre ipotesi ancora più azzardate ma penso non sia il caso di esaminarle tutte.

La piramide presenta ancora il rivestimento in calcare bianco meglio conservato di tutte le altre piramidi egizie e presenta un ingresso sulla parete nord e uno sulla parete ovest. Che ne dite, proviamo ad entrarci?

L’ingresso sulla parete nord si trova a circa 12 metri dal suolo, si accede quindi ad un corridoio lungo 79,53 metri che scende fino a 25 metri sotto il livello del suolo per poi risalire con una ripida scala che termina in una angusta anticamera sotterranea di 6 x 5 metri.

La volta, costruita ad aggetto è alta oltre 17 metri ed è accuratamente rifinita nella lavorazione e risulta composta da una cripta.

La cripta è anch’essa con pareti aggettanti comprendenti 15 corsi distanziati da vari centimetri; all’altezza del decimo aggetto, 12 metri dal pavimento, parte un cunicolo comunicante con l’appartamento funerario superiore.

Anche in questa camera si possono notare alcune crepe stuccate con malta gessosa. Lungo le pareti est e ovest si presentano i resti di una stretta scalinata che, in origine, permettevano l’accesso alla camera inferiore.

Nell’angolo sud-est, esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide, un corto passaggio conduce ad un pozzo verticale, oggi danneggiato, che fu chiamato “camino”, alto 14 metri del quale è ignoto il significato.

L’ingresso sulla parete ad ovest si trova a 33,32 metri dal suolo ed è costituito da un corridoio di sezione quadrata di 1,10 metri di lato che scende per circa 68 metri. Qui si trova una specie di vestibolo dal quale parte un altro corridoio di 20,12 metri che termina nella camera funeraria di 6,56 x 4,10 metri, con volta ad aggetto alta 16,50 metri, posizionata più in alto, all’interno della struttura, rispetto a quella dell’ingresso a nord. I blocchi della camera sono tutti rifiniti e su uno di essi compare un’iscrizione in geroglifico corsivo a caratteri rossi nella quale è inserito un cartiglio con il nome di Snefru.

Va precisato che durante il regno del faraone Snefru compare, per la prima volta, il cartiglio, ovvero l’ovale che racchiude il “praenomen” del sovrano “nesut-biti”. Il cartiglio è simile ad un altro trovato in un’iscrizione al Wadi Maghara.

Sulla parte inferiore della camera si trova una sorta di grande catafalco in blocchi di pietra, alcuni dei quali sono cementati con malta mentre gli altri sono a secco.

Le pareti laterali presentano delle aperture nelle quali furono rinvenute numerose travi in legno di cedro il cui uso è del tutto sconosciuto.

Le travi di legno di cedro ci riportano alla mente quanto è riportato sulla “Pietra di Palermo” nella quale viene citato che Snefru promosse una spedizione di 40 navi nel Libano che tornarono cariche di legno di cedro. Secondo Maragioglio e Rinaldi la costruzione avrebbe avuto lo scopo di sostenere il sarcofago del faraone sostituendo il classico sarcofago in pietra. Stadelmann sostiene invece che il tutto sarebbe servito agli operai per tentare di bloccare le crepe che si stavano aprendo e che avrebbero poi giustificato la variazione di pendenza della piramide.

Va sottolineato che in nessuna delle camere sepolcrali sono state rinvenute tracce di sarcofagi o di casse in legno il che rafforza il dubbio sul fatto che Snefru sia stato sepolto nella piramide o che la stessa abbia mai ospitato una sepoltura.

I due sistemi ipogei, quello accessibile da nord e quello accessibile da ovest sono collegati tra di loro tramite un rozzo e stretto cunicolo, con tutta probabilità scavato in epoca successiva, in modo da creare un collegamento tra i due ambienti per risolvere la contraddizione generata dal fatto che, mentre la consuetudine voleva che l’orientamento della camera funeraria fosse nord-sud, in questo caso, per la prima volta, l’orientamento era est-ovest.

Ma questo edificio presenta un’ulteriore questione archeologica, ci si domanda se le indagini svolte dagli egittologi abbiano rintracciato veramente tutte le camere della piramide.

Dubbi sorsero già nel 1839 quando Perring iniziò a svuotare il corridoio settentrionale, in quel tempo il corridoio occidentale era ancora sbarrato da una parete in pietra che verrà rimossa solo con le indagini condotte da Fakhri negli anni 50. Ad un certo punto dei lavori, Perring incontrò una forte corrente d’aria, come descrive nel suo diario, una corrente che aumentò a tal punto da spegnere le torce per l’illuminazione. Un altro fatto insolito è raccontato da Fakhri nel suo diario:

<<In alcuni giorni ventosi, all’interno della piramide, soprattutto nella parte orizzontale del corridoio ovest, fra le due barriere, è avvertibile un suono che dura circa 10 secondi.>>.

Questo non si è più verificato da quando è stato aperto l’accesso occidentale. A fronte delle numerose domande che ancora si pongono agli egittologi si deduce che è necessario molto lavoro ed indagini più approfondite all’interno della piramide.

Adesso usciamo dalla piramide e facciamoci un giro intorno per vedere l’insieme di questo complesso funerario di Snefru.

Poco lontano dalla parete sud incontriamo una piccola piramide satellite ancora ben conservata, è possibile accedere ma solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Abdel Salam Hussain che ebbe occasione di esplorarla nel 1946 parla di un corridoio che per un tratto è in discesa poi risale e sbuca in una modesta camera anch’essa a volta aggettante. All’interno Hussain trovò alcuni frammenti di vasi ma nessuna traccia di sepoltura.

Il rivestimento esterno della piramide satellite è fatto con piccoli blocchi di calcare molti dei quali recano ancora  sia il nome di Snefru sia il grafema “hw”, l’antico nome della piramide.

Sul lato rivolto a nord della piramide romboidale  si trovano pochi resti di una cappella che dovette essere il luogo di culto a nord, misura 10,60 x 3,40 metri ma non si riesce a stabilire dove fosse situato l’ingresso. L’insieme si presenta con un vano quadrato ed un cortile nel quale si trovava un altare per le offerte chiamato “Hetep” che significa “sacrificio” o “altare sacrificale”.

Un secondo luogo per sacrifici all’aperto era situato lungo l’asse est-ovest ad oriente della piramide, consisteva in un altare costituito da tre blocchi in calcare e comprendeva due enormi stele monolitiche sempre in calcare dalla forma di “hetep” alte circa 9 metri poggianti su un basamento, oggi raggiungono solo più i 2 metri circa.

Le stele sono decorate e su di esse spiccavano i titoli ed il nome del sovrano racchiuso nel serekht (parte di una delle due stele è stata sistemata nei giardini del Museo del Cairo). Sulla fronte si trova un altare di alabastro come luogo di culto.

Durante il Medio Regno il sito sacrificale subì un restauro, venne racchiuso tra mura in mattoni crudi che lo trasformarono in un piccolo Tempio funerario; oggi si trova ancora in buone condizioni probabilmente per le successive ristrutturazioni.

Una piccola piramide cultuale era situata accanto alla parete sud, Abdel Salam Hussain, che la esplorò asserisce di aver letto fra le altre iscrizioni il nome della regina Hetepheres I, moglie di Snefru ma ulteriori indagini svolte successivamente lo smentirono. L’ingresso alla piramide si trovava sotto la terra, da qui partiva un corridoio che, dopo un breve tratto discendente, risaliva per accedere ad una piccola camera la cui volta aggettante raggiungeva i 7 metri di altezza.

L’egittologo Herbert Ricke che ebbe a scavare nel sito ipotizzò, secondo la sua visione romantica, che l’ingresso fosse anticamente protetto da cobra vivi.

Si pensa che in origine l’intero complesso funerario fosse circondato da un imponente muro di calcare giallo grigiastro, al suo interno un’ampia corte, di pianta quadrata dove nel lato nord-est terminava la rampa cerimoniale.

Quella che risultò essere la rampa cerimoniale, fu portata alla luce nel 1925 da Gustave Jéquier. La rampa ha origine a sud-ovest ed è lunga 700 metri e larga 7 metri, completamente lastricata con blocchi di calcare, segue un percorso stranamente irregolare, non possedeva una copertura ed era protetta ai lati da due bassi muri in pietra arrotondata alla sommità.

Sul fondo presenta un piccolo vestibolo di due locali con ancora i fori di battenti per la chiusura. Interessante il ritrovamento di una stele in calcare proveniente dalla vicina tomba di Netejeraperef, figlio di Snefru, probabilmente riutilizzata in un probabile restauro all’epoca del medio Regno.

Il Tempio a valle è ubicato a circa 1 chilometro ad ovest della Valle del Nilo ed in quanto tale risulta il primo di quelli che poi verranno edificati successivamente e dal quale parte la rampa processionale.

Venne scavato da Fakhry nel 1952, si presenta con una base rettangolare di 47 x 26 metri con muri di 2,60 metri decorati con la rappresentazione dei vari possedimenti del re delle Due Terre sotto forma di donne che recano doni. Al nord sono stati rinvenuti i resti di sei cappelle con vestibolo dove il sovrano era rappresentato in differenti pose e con diversi abiti.

Si pensa che le sei cappelle rappresentassero i sei componenti dell’essere: “khet, ren, shut, ka, ba e akh. Per concludere con Stsdelmann, la piramide romboidale non fu mai la tomba di Snefru ma un elemento per il culto funerario del faraone sul tipo della tomba sud di Djoser in funzione della vera tomba di Snefru: la Piramide Rossa.                          

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • Pietro Testa, “Lettere dall’antico Egitto”, (Decreto di Pepi I sulla piramide di Snefru), 2013
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993)

Un ringraziamento particolare agli amici Ahmed Galal, Travel Agent ed a Hussein Mahmoud Abdel Salam, italian english guid per avermi fornito gran parte delle foto da me utilizzate per i tre articoli sulla piramide Romboidale.

Abiti, Arti e mestieri

L’ABITO A RETE IN PERLINE

A cura di Patrizia Burlini

Al Petrie Museum di Londra è conservato uno splendido abito a rete in perline di faïence della V Dinastia (circa 2400 a.C).

L’abito fu scoperto da Guy Brunton nella necropoli di Qau-El-Kebir (un tempo chiamata Tjebu, o Djew-Qa o Antaepolis) nel 1923-1924. Nel 1994-1995 due Conservatrici del Petrie hanno ricomposto le perline (il filo che le teneva insieme era andato perduto), ricostruendo l’abito. Nella parte inferiore è presente una frangia composta da ben 127 conchiglie che contengono al loro interno un sassolino che , con il movimento, produce un suono ritmico. Ciò ha indotto gli studiosi ad ipotizzare che si trattasse di un abito destinato ad una danzatrice, bella e sensuale come suggerisce l’immagine del post. Guy Brunton notò come questo abito riportasse alla mente un famoso racconto del papiro Westcar, un papiro del 1800 a.C. circa che racconta vari episodi di alcuni faraoni dell’Antico Regno, tra cui Snefru.

In questo racconto il faraone Snefru, trattato in modo sarcastico come un personaggio piuttosto tonto, per combattere la noia, si avvia ad una gita in barca sul lago regale e chiede quanto segue: “Portatemi venti donne dagli ampi seni rigonfi e dai capelli intrecciati che non abbiano ancora dato nascita; portate 20 reti e fatele indossare a queste donne, quando siano state posate le loro vesti”.

Il racconto mette in evidenza l’aspetto seducente ed erotico di quest’abito e allo stesso tempo l’atteggiamento mellifluo del sovrano.

Erano davvero usati normalmente questo abiti? Non lo sappiamo con certezza. Al MFA di Boston è conservato un abito simile della IV Dinastia, regno di Cheope (Khufu). Una ricostruzione dell’abito del Petrie ha mostrato che questo, a causa delle perline in faïence, risulta abbastanza pesante da portare e decisamente poco confortevole.

Sappiamo che la maggior parte delle tuniche a rete a noi pervenute erano destinate ad un uso funerario. Le tuniche per le mummie sono riconoscibile grazie ai simboli che recano, come l’Horus alato e i suoi 4 figli. Si può ipotizzare che questi abiti, se usati in vita, fossero riservati ad occasioni particolari. Il MFA di Boston ipotizza che fossero cuciti sopra ad una tunica aderente in lino.

Un sincero grazie a Nico Pollone per avermi trasmesso la sua traduzione del testo originale del Papiro Westcar che ho leggermente rielaborato.

L’abito è conservato al Petrie Museum di Londra con il Nr identificativo UC17743-1.