Luce tra le ombre

IL COLOSSO DI DJEHUTYHOTEP

Di Ivo Prezioso

PARTE PRIMA: INTRODUZIONE

Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.

Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.

L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.

Immagine n. 1: Entrata della cappella e della tomba di Djehutyhotep (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.56 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.

L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Scena del trasporto del colosso nella Cappella di Djehutyhotep come appare oggi dopo i danneggiamenti subiti. (F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.57 ©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Sulla base dei documenti esistenti, e stato possibile ricostituire il dipinto (Immagine nn. 3). 

Immagine n. 3 Scena ricostruita della trazione del colosso di Djehutyhotep (Beni Hassan XII Dinastia. ©Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228)

Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnier che chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)

Immagine n. 4 Ricostruzione del trasporto del colosso di Djehutihotep mentre sta per arrivare alla sua destinazione (disegno dell’autore realizzato sulla base di un modello elaborato da Reginald Engelbach. ©Franck Monnier, JAEA 4, 2020 p.70; Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 229)

La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.

Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.

Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.

L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.

PARTE SECONDA: RICOSTRUZIONE DELLE TECNICHE DI TRASPORTO

Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.

La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.

Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)

È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).

Immagine n. 1 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato per mezzo di una slitta che scorre su una pista ricoperta di tavole (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).
Immagine n. 2 Bassorilievo assiro che illustra il trasporto di un toro alato in posizione verticale (F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.63 © da Layard, 1853).

Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.

Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.

Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.

Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.

La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.

Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.

La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)

Immagine n. 3: Illustrazione del tragitto percorso dal colosso e dal suo convoglio tra le cave di Hatnub e Deir el-Bersheh. Nel riquadro i dettagli dei dintorni di Deir el-Bersheh(©Franck Monnier, F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.65)

*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.

** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/

*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).

**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.

***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.

Questo facsimile di Marcus W. Blackden funge da frontespizio alla pubblicazione speciale dell’Egypt Exploration Fund El Bersheh Part 1 di Percy E. Newberry. È un acquerello ripreso dal lato sinistro della parete destra della Sala (Camera interna) e mostra Sitkheperka, una delle figlie di Djehutyhotep, che aspira il profumo di un loto blu, (Nymphaea caerulea) che regge nella mano sinistra, mentre osserva i giardinieri, i contadini e gli artigiani del padre al lavoro nella tenuta. I capelli di Sitkheperka sono raccolti sul lato destro della testa in una ciocca, a simboleggiarne la giovinezza, e indossa una fascia per la testa adorna degli stessi fiori tenuti in posizione da una fascia le cui estremità scendono verso il basso. Indossa un pettorale decorato con un motivo a doppio ureo sul petto, oltre a bracciali molto elaborati(© Griffith Institute Watercolors & Drawings Project. Catalogazione John Wyatt & Lee Young. Commento John Wyatt Photography Jenni Navratil, assistita da Hana Navratilova Editing e pagine web Elizabeth Fleming, assistita da Francisco Bosch-Puche & Cat Warsi. )

* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.

** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.

***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)

PARTE TERZA: POSIZIONAMENTO DELLA STATUA SULLA SLITTA

Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.

Possibile posizionamento e forma del monolito durante la maggior parte del percorso (©Franck Monnier,“ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, p.67)

In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.

La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*

L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.

La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep(©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; foto Marleen De Meyer)

Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.

Disegno ricostruttivo della tomba di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven; disegno M. Hense)

Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.

*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.

** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.

PARTE QUARTA: IMBRACATURA DEL COLOSSO E CONCLUSIONI

Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.

Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.

Immagine n. 1 Riproduzione di un particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep, preziosa testimonianza di come doveva essere il dipinto all’epoca della sua scoperta. (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.

Immagine n. 2 Il modello in scala del colosso di Djeutihotep realizzato da Andy Joosse (©https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm)

Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.

D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.

In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.

La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.

Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)

Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.

*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto

Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.

** Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.

Fonti

  • Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
  • F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
  • Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
  • Dayr al-Barsha Project, KU Leuven
  • Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).

Due frammenti provenienti dalla tomba, conservati al British Museum

La Tomba di Djehutyhotep presentava un impressionante portico di ingresso con un pilastro su ciascun lato ed una camera principale rettangolare, sui muri della quale era presente il grosso della decorazione. Purtroppo è stata interessata da gravi danneggiamenti a causa di terremoti e vandalismi. Fortunatamente l’Egypt Exploration Found (cui si devono le investigazioni sistematiche occorse tra il 1891-92) è stato in grado, grazie alla documentazione esistente, di ricostruire gran parte delle scene dipinte. Molte parti si erano staccate e furono trasferite al Museo del Cairo e al British Museum. Una missione dell’Università Cattolica di Lovanio sta riesaminando la tomba ed ha rinvenuto oltre un migliaio di frammenti.

Il British Museum conserva conserva due grosse porzioni della decorazione che si trovava sulla parete situata a destra rispetto all’entrata della tomba.

La figura femminile (Immagine n. 1) era alla guida di un corteo di donne che, altrove, sono identificate come le figlie del nomarca, anche se in questo frammento il testo è andato distrutto. Era fronteggiata dalla piccola figura di un addetto che regge un arnese per scacciare gli insetti (visibile in basso a destra). La donna indossa un abito attillato che accentua la forma femminile ideale e snella rappresentata nei rilievi egizi secondo uno stile di abbigliamento, forse un po’ rigido e formale, che però, almeno per quanto riguarda l’élite rimase ampiamente in uso fino alla metà della XVIII Dinastia.

Immagine n. 1 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutyhotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum, donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, altezza cm. 72

L’altro frammento presentato (Immagine n. 2) si trovava nel registro al di sotto del corteo di donne, immediatamente a sinistra del soggetto precedente. Illustra un un corteo di accompagnatori, probabilmente membri del seguito di Djeuthyhotep. Due coppie di uomini trasportano quello che doveva essere il seggio del proprietario della tomba, sotto il quale è raffigurato un cane di cui possiamo leggere il nome, Ankhu. Sembra essere stato rappresentato in una scala un po’ più grande rispetto agli uomini, il che suggerisce che doveva rivestire grande importanza: forse si trattava dell’animale domestico di Djeutyhotep. Si tratta di un cane dalle zampe piuttosto corte, un tipo molto meno comune rispetto ai più sportivi sighthound o saluki (varietà di levrieri). Altri membri del corteo portano armi, tra cui un uomo con l’arco, uno con l’ascia e un altro ancora con ascia e scudo. E’ verosimile che si trattasse delle guardie del corpo del nomarca. L’abbigliamento ci fornisce informazioni sulle loro funzioni ed il loro status: quelli con il gonnellino lungo sono probabilmente gli alti funzionari, mentre quelli con il kilt corto sono quasi certamente le guardie ordinarie.

Immagine n. 2 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutihotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, lunghezza cm. 169

La qualità delle incisioni di tutti i frammenti provenienti da questa tomba è davvero molto elevata ed i colori molto ben conservati. L’analisi dei frammenti ha dimostrato che fu utilizzato un insolito numero di pigmenti in aggiunta a quelli impiegati normalmente: tra cui la huntite (un minerale carbonatico) per il colore bianco, l’orpimento (solfuro di arsenico) per il giallo e l’ossido di manganese per il nero. L’uso di pigmenti così eccezionali sottolinea ulteriormente la ricchezza e l’importanza di Djeuthyhotep.

Fonte: The British Museum. Masterpieces Ancient Egypt, pagg.78-79-80

Lo studio dell’Università di Lovano

A questo punto, vorrei fornire qualche informazione sul lavoro, svolto a partire dal 2017 da un team della KU (Katholieke Universiteit, Leuven, Belgio) che ha avviato una nuovo studio epigrafico della tomba di Djehutihotep a Dayr al-Barsha, nel Medio Egitto. Come già esposto in precedenza, Djehutihotep era un governatore provinciale del 15° nomo dell’Alto Egitto, in carica durante i regni di Senwosret (Sesostri) II e III. La sua cappella tombale scavata nella roccia, sulla collina settentrionale, contiene alcune delle più belle decorazioni pittoriche e a rilievo del Medio Regno, che tuttavia hanno subito danni piuttosto gravi a causa di attività estrattive successive, terremoti e vandalismo (Immagini nn. 1-2). La sua squisita decorazione e la presenza dell’insolita scena in cui una colossale statua in alabastro del governatore viene trasportata su una slitta, attirarono l’attenzione dei primi epigrafisti.

Immagine n. 1: La collina nord di Dayr al-Barsha con la tomba di Djehutihotep all’estrema sinistra (©Foto M. De Meyer, )
Immagine n. 2: La tomba di Djehutihotep (©Foto M. De Meyer)

I primi disegni

La prima testimonianza di un disegno della scena del colosso risale al 1817, quando W.J. Bankes e H.W. Beechey visitarono la tomba insieme a C.L. Irby e J. Mangles. Sebbene il disegno originale di Bankes non sia stato ritrovato, una copia è stata pubblicata da J. Gardner Wilkinson nel 1837.

La prima rappresentazione a stampa della scena è stata pubblicata nel 1824 dal barone von Minutoli, ma mostra solo l’effettivo trascinamento del colosso e non la parte che ci interessa in questa sede.

Nel 1833 Robert Hay inviò sul posto J. Bonomi e F.V.J. Arundale, che realizzarono alcuni disegni incompleti della tomba di Djehutihotep (Immagine n. 3). Anche il disegno che I. Rosellini pubblicò nel 1834 mostra solo il trasporto della statua e non il suo contesto più ampio. Nel 1838 pure Nestor l’Hôte potrebbe aver copiato la scena, ma come sottolinea P.E. Newberry ,”la maggior parte dei disegni suoi e dei suoi comprimari sono andati perduti in mare “. Nel 1841, tuttavia, Nestor l’Hôte tornò alla tomba e fece una copia di una parte della scena che ci interessa qui (Immagine n. 4). Nello stesso anno, anche J. Gardner Wilkinson fece degli schizzi nella tomba, di cui P.E. Newberry ha usato delle copie.

Immagine n. 3: disegno di V.J. Arundale del portale della cappella del ka(© British Library, Londra, MS. 29.814 fol. 6. Da Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti )

Immagine n. 4: il disegno di Nestor l’Hôte della porta della Cappella del Ka con la didascalia “parete sinistra all’altezza e davanti al gradino del colosso – verso l’angolo”. (© Bibliothèque nationale de France, Parigi, NAF 20396, pag. 253 recto. Da Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti)

La tomba fu successivamente visitata da K.R. Lewandowski e poi, nel 1843, da K.R. Lepsius, che pubblicò una parte della scena che qui ci interessa (Immagine n. 5)

Immagine n. 5: Il disegno di K.R. Lepsius (©Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti)

Nell’inverno 1891-1892 un’équipe dell’Egypt Exploration Fund effettuò una prima registrazione sotto la direzione di Percy Newberry. I suoi disegnatori erano un giovane diciassettenne, Howard Carter, e Marcus Blackden, e la loro pubblicazione del 1894 rimane tuttora l’opera di riferimento standard per questa tomba. [1] Tuttavia, sebbene il lavoro dell’équipe di Newberry sia lodevole per la qualità raggiunta, nonostante il breve lasso di tempo in cui è stato svolto, contiene molti errori e lacune e i grandi disegni d’insieme non rendono giustizia ai dettagli e al raffinato uso del colore.[2]

In seguito al furto di un frammento di rilievo, asportato dalla cappella interna nel maggio 2015, è emersa l’urgenza di una nuova e dettagliata ricognizione di questa tomba. È stato ottenuto un finanziamento dalla KU Leuven [3] al fine non solo di documentarne lo stato attuale, ma anche di ricostruire digitalmente il suo aspetto originale integrando al meglio, in un modello virtuale, i numerosi frammenti di pareti decorate conservati sia in situ che nei diversi musei del mondo.

Come per ogni progetto epigrafico, la scelta del metodo e del flusso di lavoro è stato un primo passo fondamentale. E’ apparso evidente che la strada da percorrere dovesse avvalersi della tecnologia digitale piuttosto che ricorrere al ricalco su plastica trasparente; pertanto, è stato utilizzato come punto di partenza una scena disegnata e analizzata con il software Adobe Illustrator.

[1] Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894]. Per le prime esperienze di Carter come epigrafista, si veda James, T.G.H. “The Very Best Artist”. In E. Goring e C.N. Reeves (eds), Chief of Seers. Studi egiziani in memoria di Cyril Aldred, Londra: Kegan Paul, 1997, 164-174.

[2] Alcune scene selezionate sono state copiate come acquerelli per trasmettere esattamente questo aspetto, ma la maggior parte di esse non è mai stata pubblicata. Oggi è possibile sfogliarle sul sito web del Griffith Institute.

[3] Questa ricerca rientra nel progetto “Puzzling Tombs” (3H170337), finanziato dal Bijzonder Onderzoeksfonds della KU Leuven (Progetto C1). Tutte le immagini sono copyright del Progetto Dayr al-Barsha.

Studio di una scena sulla parete ovest della cappella interna di Djehutihotep [1]

Sebbene la scena del trascinamento della statua colossale del governatore sia la più nota dell’intera tomba, essa viene solitamente osservata in modo isolato rispetto al contesto. Tuttavia, essa fa parte di una narrazione più ampia che copre l’intera parte superiore della parete interna occidentale della tomba (Immagini nn. 1-2). Alla sua sinistra, la statua è seguita da una grande figura di Djehutihotep stesso, accompagnato da parenti, guardie e alti funzionari. A destra è raffigurato l’ingresso dell’edificio (ora distrutto) verso cui la statua è stata trasportata e davanti al quale sono raffigurati alcuni portatori di offerte. Tali dettagli sono stati riportati solo sommariamente nella pubblicazione di Newberry del 1894, probabilmente perché poco visibili a causa dei depositi polvere e terra che li ricopriva.

Immagine n. 1. La parete ovest della cappella, scavata nella roccia, di Djehutihotep (©Foto M. De Meyer)
Immagine n. 2: La rappresentazione di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII)

Oggi, tuttavia, è visibile molto di più di questa scena (Immagine n. 3). La nuova copia che ne è stata fatta rende evidente che il disegno di Newberry non solo è incompleto, ma anche errato. Nel ricomporre i numerosi fogli dei disegni di questo muro, per l’inchiostrazione definitiva nel Regno Unito, qualcosa deve essere andato storto e diversi portatori di offerte sono finiti nei registri sbagliati. L’uomo che porta nella mano destra un grosso pezzo di carne alla fine del registro n. 5 è in realtà lo stesso che viene raffigurato per primo nel registro n. 6, e sia lui che i due uomini di fronte a lui dovevano essere collocati nel registro n. 6. Le figure che Newberry ha reso nei registri nn. 3 e 4, appartengono in realtà ai registri nn. 4 e 5. Un disegno corretto di Newberry è riportato nell’ Immagine n. 4/5. Gli errori diventano evidenti solo quando si confrontano le fotografie accanto ai disegni, ma questo esempio dimostra ampiamente la cautela con cui ci si deve avvicinare a queste vecchie pubblicazioni.

Immagine n. 3: I portatori di offerte davanti alla porta della cappella di Djehutihotep (©Dayr al-Barsha Project, KU Leuven, photo M.DeMeyer, 2014)
Immagine n. 4/5: A sinistra, il disegno di Newberry dei portatori di offerte davanti alla cappella del ka di Djehutihotep (©Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII). I numeri delle linee sono stati aggiunti dall’autore. A destra la versione corretta del disegno di Newberry (© M. De Meyer)

L’intera scena è stata tracciata nuovamente con il software (Immagine n. 6). La maggior parte dei portatori di offerte e tutte le iscrizioni che li accompagnano non furono pubblicate da Newberry, ma questa raffigurazione fornisce importanti informazioni sulla catena di approvvigionamento della cappella del Ka di Djehutihotep.[2]

Immagine n. 6: Nuovo disegno preliminare in Adobe Illustrator dei portatori di offerte davanti alla cappella di Djehutihotep (© M. De Meyer).

Durante il processo di realizzazione del disegno vettoriale, è emerso chiaramente che l’utilizzo di un applicativo basato su raster avrebbe consentito uno stile più naturale. Bisognava tenere conto infatti che copiare un dipinto o un rilievo non doveva dare per risultato quello di una linea matematicamente corretta, ma il lavoro di un artista di talento eseguito a mano libera. La “grazia della linea” nell’arte egizia, come ha giustamente affermato T.G.H. James [3] quando ha descritto ciò che contava di più per Howard Carter come disegnatore, viene decisamente evidenziata con un metodo di registrazione che dà all’epigrafista un tipo di libertà che non si trova nei vettori matematici.

Dal carboncino al Bluetooth: Tracciare le scene dipinte del santuario con l’iPad

(Scritto da Toon Sykora, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, studente di dottorato)

Questa grotta è piena di immagini nelle pareti […]

Questi personaggi e figure sono così numerosi, che non possono essere disegnati da nessuno in meno di un mese.

(Johann Michael Wansleben (1673), fornendo la più antica descrizione conosciuta della tomba di Djehutihotep)[4]

Dopo aver completato lo studio preliminare , il passo successivo è stato quello di documentare completamente la decorazione conservata nella tomba di Djehutihotep. Una superficie pittorica originariamente di oltre 250 m² e un elevato grado di dettaglio (Immagine n. 7), rappresentano di certo una bella sfida.

Immagine n. 7: Particolare di un portatore di offerte che tiene in mano due uccelli (edicola nella parete posteriore della tomba di Djehutihotep, © M. De Meyer )

A complicare ulteriormente la questione, le diverse fasi di danneggiamento occorse ne impediscono una visione completa. Queste distruzioni iniziarono già in epoca faraonica, quando l’escavazione all’interno e nei dintorni delle tombe del Medio Regno causò importanti fratture e il parziale crollo delle sepolture scavate nella roccia. Le scene rimaste furono ulteriormente vandalizzate con scalpello e pennello quando la tomba fu convertita in una chiesa copta e non furono risparmiate da ulteriori danni sotto le attività dei saccheggiatori di antichità a partire dal XIX secolo (Immagine n.8).

Immagine n. 8: Particolare dell’edicola della tomba di Djehutihotep, che mostra le croci copte dipinte sopra la decorazione originale.( © M. De Meyer )

Di conseguenza, il progetto richiedeva una tecnica flessibile, che incorporasse le diverse informazioni di cui si era in possesso e fosse facile da utilizzare sul campo. Seguendo la metodologia di Krisztián Vértes per l’epigrafia digitale e con il suo prezioso supporto, è stato creato un flusso di lavoro ad hoc. Concentriamo la nostra attenzione sul santuario nella parete nord della cappella interna di Djehutihotep come caso di studio illustrativo. Nella cappella funeraria di Djehutihotep è presente una grande nicchia per le offerte con quasi 20 m² di decorazione dipinta. Questo santuario, ricavato al centro della parete nord (Immagine n. 9), è dedicato al proprietario della tomba, Djehutihotep e a suo padre Kay. Entrambi gli uomini sono raffigurati sulle pareti mentre ricevono offerte. Sebbene queste scene presentino un soggetto piuttosto convenzionale, contengono alcune tra le decorazioni più accuratamente dipinte e meglio conservate dell’intera tomba, rendendo questo santuario un ottimo candidato per la presentazione della metodologia applicata.

Immagine n. 9: La parete nord della tomba di Djehutihotep con al centro il santuario per le offerte (© M. De Meyer)

Dopo la fase preparatoria, inizia il disegno vero e proprio. Il disegno iniziale è idealmente realizzato di fronte al muro originale, dando all’epigrafista l’opportunità di eseguire un controllo efficace nel caso in cui un segmento non sia sufficientemente chiaro sulla fotografia. Soprattutto nel caso di decorazioni a rilievo e mal conservate, questo è essenziale. Il software Procreate consente fino a 6 livelli in un disegno, utilizzati per distribuire la decorazione dipinta, il rilievo, le linee della griglia, i danni e le croci copte su livelli separati (Immagine n. 10).L’immagine multilivello che ne risulta costituisce la migliore documentazione possibile di queste pareti.

Immagine n 10: riquadri di 50 x 50 cm applicati all’ortofoto di una parte della parete ovest del santuario (© M. De Meyer)

Tutti i disegni iniziali vengono comparati in loco da almeno un altro egittologo. Dopo averli rielaborati in modo soddisfacente sia per l’epigrafista iniziale sia per quello che li ha collazionati, vengono finalizzati con il processo di inchiostrazione digitale in Adobe Photoshop (Immagine n. 11). In questa fase viene aggiunto un tratto di forza per la decorazione in rilievo, nonché scale di grigio o pattern per indicare i vari colori. Sebbene l’intero processo richieda molto tempo, riteniamo che il risultato finale valga lo sforzo e crei una documentazione che resisterà alla prova del tempo.

Immagine n. 11: Lavori epigrafici in corso nel santuario della tomba di Djehutihotep (© M. De Meyer)

[1] Questa scena è studiata in dettaglio in De Meyer Marleen e Harco Willems. “The Regional Supply Chain of Djehutihotep’s Ka-Chapel in Tjerty” (https://www.dropbox.com/…/De%20Meyer-Willems_2017…) e in G. Andreu-Lanoë e F. Morfoisse(eds), Sésostris III et la fin du Moyen Empire. Actes du colloque des 12-13 décembre 2014 Louvre-Lens et Palais des Beaux-Arts de Lille, Cahiers de recherches de l’Institut de papyrologie et d’égyptologie de Lille 31, Lille: Université de Lille, 2016-2017, 33-56.

[2] Per ulteriori e più dettagliate informazioni sul contenuto di questa scena, si veda il link della nota [4].

[3] James, T.G.H. “Il credo epigrafico di Howard Carter”. In Sesto congresso internazionale di egittologia: Atti, Torino: Tipografia Torinese, 1992, 339.

[4] Wansleben, Johann M., The Present State of Egypt: Or, a New Relation of a Late Voyage into that Kingdom: eseguito negli anni 1672 e 1673 da F. Vansleb, R. D. in cui si ha un resoconto esatto e veritiero di molti particolari rari e meravigliosi di quell’antico regno: Englished by M.D. B.D., Londra [1678], 238-239.

Fonti

Marleen De Meyer, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, ricercatrice post-dottorato e vicedirettrice per l’Egittologia e l’Archeologia, Istituto olandese-fiammingo del Cairo.

Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti

 La traduzione delle iscrizioni della scena di trasporto.

Termino il discorso sul colosso di Djeutyhotep con uno sguardo ai testi che accompagnavano la scena del trasporto della sua statua, presente sul muro sinistro della camera interna. Questa scena, famosissima perché unica nell’arte egizia, si dipana lungo tutta la parete. Fortunatamente attirò subito l’attenzione degli esploratori che ne fecero dei disegni. Come già esposto precedentemente, ha, infatti, sofferto di gravi danneggiamenti. Presentava un’iscrizione a destra della statua, disposta con un andamento molto particolare, che costituisce una vera e propria narrazione della scena, mentre sulla sinistra erano perfettamente visibili 12 colonne di testo che descrivono il trasporto del colosso. Ripropongo (Immagine n. 1) il disegno di Newberry per una più immediata individuazione dei testi che saranno esaminati.

Immagine n. 1 particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep (Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).

Legende della scena (Immagine n. 2)

Immagine n. 2: La particolarissima e piuttosto complicata disposizione del testo sulla destra dell’immagine della statua. La numerazione in rosso indica l’ordine di lettura (© Franck Monnier, JAEA, vol.4,2020 p.58)

1) Wnt m ḥb ib.s 3w(.w) i3w.s ẖrd(.w) ḏ3mw[.s] sw3ḏ (.w) ẖrdw.s ḥr nhm ib.sn m ḥb m33.sn nb.sn s3 nb.sn m ḥswt ity ḥr irt mnw.f

(Il nomo della Lepre è in festa, i suoi vecchi ringiovaniti, le sue giovani generazioni sono sbocciate. I suoi figli esultano quando vedono il loro signore e il figlio del loro signore, nelle grazie del re, compiere il suo monumento)

2-3) ḏ3mw n ´Imntt Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw ´Imntt m ḥb ib.sn 3w(.w) m33.sn mnw n nbw.sn iwˁ ḫpr m ḥri-ib.sn pr.f pr it.f iw.f m nḫnw

(Le giovani reclute provenienti dall’ovest del nomo della Lepre sono giunte in pace. Parole dette: “L’Occidente è in festa! I loro cuori si rallegrano quando vedono i monumenti dei loro signori e l’erede che prospera tra loro. La sua casa è la casa di suo padre quando era piccolo”)

4-5) ḏ3mw n ˁḥ3wtiw n Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw nfrw n ḏ3mw ir.n nb.f iwˁ w3ḏ(.w) m ḥswt ity nb(.f) iw.n sw3D.n msw.f m-ḫt.f ib.n 3w(.w) m ḥswt nt nsw mn w3ḥ

(Giovani soldati del nomo della Lepre sono venuti in pace. Parole dette: “È un bene per le reclute che il loro maestro le abbia addestrate! L’erede è prospero grazie ai favori del sovrano, il suo signore! Siamo venuti e abbiamo prosperato, i suoi figli lo hanno seguito. I nostri cuori si rallegrano per i favori del Re stabile e duraturo”).

6-7) s3 n wˁbw n Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw mrw ḏḥwti ḏḥwti-ḥtp mry nsw mrrw niwt.f ḥssw ntrw.s nbw r3w-prw m ḥb ib.sn 3w(.w) m3(3).sn ḥswt.k nt ḫr nsw

(Una phylé di sacerdoti Uab del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Amato da Thot, Djeutyhotep, amato dal re, amato dal suo popolo e lodato da tutti i suoi dei [della città].I templi sono in festa, i loro cuori in gioia quando vedono i tuoi favori presso il re.”)

8-9) ḏ3mw n ´I3btt Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw wḏ3.n nb.i r trti nmti ḥˁ.w im.f itw.f m ḥb ib.sn 3w(.w) ḥˁ.w m mnw[.f] nfrw

(Giovani reclute provenienti dall’est del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Il mio padrone è arrivato a Tjerti. Nemti ha gioito per lui. I suoi antenati sono in festa, con cuori gioiosi, a celebrare i bei monumenti”)

10) ḏd-mdw dit ḫn n mšˁ in mdww

(Parole dette “battere la misura per la truppa da parte del cantante solista)

11) ḏḥwti-ḥtp mry nsw ḏḥwti-ḥtp mry nsw

(Djeutyhotep,amato dal re)

12) ẖry-ḥbt sš ḳdwt n pr-nsw sšy pr pn ˁpr(.w) ḥr-imn-i-ˁnḫw

(Il sacerdote-ritualista e scriba-disegnatore del palazzo reale che dipinse questa tomba decorata, Horimeniankhu)

13) irt sntr

(Fare incensamento)

14) f3t mw in pr-ḏt f3t ḫwt n st3 in ḫ3wt

(Trasportare l’acqua da parte di (quelli) del settore funerario. Trasportare le tavole (lett. “pezzi di legno”) del binario di trasporto da parte di (quelli) degli altari).

15) ḫrp k3t m twt pn sš hn ḫti-ˁnḫ s3 spi

(Il direttore dei lavori di questa statua lo scriba del tesoro* Sepi, figlio di Khetiankh

16) (i)m(i)-r(3) pr nḥri

(l’intendente Neheri).

Il Testo principale

Immagine n. 3. Il testo principale che descrive il trasporto del colosso di Djeutyhotep. Era situato in origine sulla sinistra della statua, ma oggi è scomparso.
(©Newberry et Fraser,1895, pl. XIV in Franck Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA vol.4, 2020 p.60).

Alla sinistra della statua (vedi immagine n. 1) erano presenti le 12 colonne di testo, che propongo nella traduzione riportata da Franck Monnier in The Journal of Ancient Egyptian Architecture vol. 4,2020. (vi risparmio, in questo caso, per brevità, la traslitterazione). Tra parentesi la colonna cui si riferisce il testo tradotto.

(a) Scortare una statua di pietra di Hatnub alta 13 cubiti quando la strada che aveva preso era pericolosa più di ogni altra cosa, ed era difficile (b) per gli uomini spostare pietre di valore su di essa a causa della durezza delle pietre sul terreno.** Ho portato (c) una truppa di giovani reclute per tracciare la strada per essa, insieme a squadre di operai (scalpellini) dalle cave. I capi che erano con loro (d) furono informati. Uomini pesantemente armati dissero: “Siamo venuti a spostarla! Il mio cuore era felice e il popolo era unito nell’esultanza. È stato bello da vedere più di (e) ogni altra cosa. C’era un vecchio che si appoggiava a un bambino. I forti stavano con i deboli. I loro cuori erano sbocciati. (f) Le loro braccia erano diventate forti e ognuno di loro aveva la forza di mille uomini. E questa statua rettangolare, uscita dalla montagna, era (g) di qualità ineguagliabile. Le imbarcazioni erano state attrezzate e riempite di cose preziose, trasportate dalla mia truppa di soldati. Le giovani reclute (h) disposte in file la accompagnavano. Le loro voci lodavano il mio favore presso il Re. I miei figli erano (i) (…) e adornati dietro di me. Gli abitanti del mio nomo declamavano lodi dopo che ero giunto alla banchina (?) di questa città.*** (j) [Gli abitanti] riuniti erano esultanti. È stato bello da vedere più di ogni altra cosa. I governatori si sono insediati, gli amministratori sono stati nominati (k) […] all’interno di questa città. Sono altari**** sul fiume (cioè “la riva del fiume”) che io ho stabilito. I loro cuori non potevano immaginare ciò che ho realizzato: ho fatto per me (l) una bassa dimora del ka***** (cappella) solidamente allestita per l’eternità, avendo stabilito questa mia tomba grazie ad un lavoro per l’eternità”.

* A proposito di questo personaggio, lo vediamo rappresentato con dei documenti sotto al braccio in un’altra scena della tomba (NdA, Franck Monnier)

** Letteralmente, “a causa delle pietre sul suolo della via consistenti in pietre dure (NdA, Franck Monnier)

*** “dmi”, in questo contesto sembrerebbe assumere il significato di banchina, porto (Hannig, 2003, p. 1476). Il determinativo impiegato conforta questa interpretazione (NdA, Franck Monnier)

**** Il termine “ḫ3wt” significa altare e la presenza in questo conteso prò apparire strana. Le ricerche effettuate da Harco Willems e dalla sua squadra (Willems, 2014, pp.198-208), hanno tuttavia, dimostrato l’esistenza di un luogo di culto dedicato al governatore sulla sponda orientale del Nilo (NdA, Franck Monnier).

*****Un piccolo tempio, vale a dire una cappella. L’indicazione “dimora del ka” è scompars, ma un’altra menzione che figura in diverso punto della cappella ha permesso di colmare la lacuna (De Meyer e Willems, 2016-2017. NdA, Franck Monnier).

Di seguito propongo anche la traduzione dello stesso testo operata a suo tempo da James Breasted (Rockford, USA 27 agosto 1865 – New York, USA 2 dicembre 1935) , così come riportata sul sito osirisnet alla pag. https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm.

Seguire una statua in pietra di Hatnoub di 13 cubiti. Il percorso intrapreso è stato difficile, più di ogni altra cosa. L’aver tirato grandi cose su di esso era penoso per i cuori del popolo, perché la roccia sul terreno era difficile, essendo una roccia dura. Mandai a chiamare i giovani, le giovani reclute per farle strada, insieme a squadre di minatori della necropoli e cavatori, i capi e i saggi. Le persone forti dicevano: “Siamo venuti a portarla”, mentre il mio cuore era nella gioia. La città era unita e gioiva; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. Il vecchio tra loro si chinava sul figlio; i forti come i tremanti, il loro coraggio era aumentato. Le loro braccia sono diventate forti. Uno di loro aveva la forza di mille uomini. Vedete questa statua è un blocco quadrato della grande montagna, era più grande di tutto. Le navi furono equipaggiate, riempite di cibo […?] dal mio esercito di reclute. Le loro parole erano lodi e le mie preghiere al re. Arrivai al quartiere di questa città, il popolo era riunito, in lode; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. […] il giudice e il governatore locale che erano stati nominati […] in quella città, e che avevano stabilito per il […] sul fiume, i loro cuori non avevano mai immaginato quello che io ho fatto per me stesso […] stabilito per l’eternità, dopo che la mia tomba era finita.

Fonti: F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.58-72

Osirisnet, pag. Web realizzata da Thierry Benderitter https://osirisnet.net/centrale.htm

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