Luce tra le ombre, Piramidi

L’ORGANIZZAZIONE DEI CANTIERI

Di Ivo Prezioso

La costruzione di monumenti così spettacolari richiese una minuziosa, rigorosa e, al contempo, mastodontica organizzazione del lavoro. Il personale che fu capace di realizzare queste opere titaniche, era composto da una moltitudine di addetti: tecnici, responsabili zelanti, amministratori, capi squadra, geometri,scribi, muratori, tagliatori di pietre e, infine, manovali. Si trattava, come si intuisce, di una miriade di persone che agiva principalmente per glorificare il re, ma anche per guadagnarsi, in questo modo, la propria immortalità. Fino al regno di Khaefra (Chefren), la documentazione al riguardo si riduce a laconiche indicazioni che, pur se sono riferite a qualche attore della costruzione, nulla ci dicono delle sue azioni , ma specificano solo le sue funzioni o responsabilità. Nulla ci viene rivelato riguardo alle loro concezioni, agli studi tecnici o ai progetti preparatori. Gli Alti Responsabili si mostrano un po’ più loquaci a partire dalla fine della IV Dinastia; ma la citazione di un cantiere o di una spedizione sembra essere null’altro che un pretesto per mettere in risalto i favori che avevano guadagnato presso il loro sovrano. Era prassi che le iscrizioni funerarie non facessero alcuna allusione a bozze e studi preliminari, altrimenti l’ispirazione divina delle disposizioni architettoniche sarebbe stata apertamente messa in discussione. E’ noto che durante il Nuovo Regno la conduzione ed il controllo del buon funzionamento di un cantiere avveniva secondo indicazioni e piani dettati dalla Ma’at, l’equilibrio immutabile che reggeva l’universo, e non c’è motivo di dubitare che fosse così anche durante l’Antico ed il Medio Regno.

Immagine n. 1 Ostracon con figura quotata rinvenuto nel complesso di Djoser. Museo Imhotep di Saqqara, JE50036 (© ph.Alain Guilleux da Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p. 204)

Il ritrovamento di alcuni ostraca (Immagine n. 1) dimenticati, tuttavia, ci ha rivelato delle bozze d’architettura che ci permettono di intuire elementi sulle riflessioni che venivano elaborate all’epoca . A partire dall’Antico Regno, questi tipi di schizzi e disegni preparatori erano realizzati da scribi disegnatori, letteralmente “scribi delle forme”. Quando sievocano gli individui che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di una piramide, la prima figura storica che balza alla mente è quella di Imhotep (Immagine n. 2), l’illustre Alto Funzionario del re Djoser (III Dinastia), la cui posterità ha sfidato i millenni.

Immagine n. 2 Rappresentazione d’epoca tolemaica del savio Imhotep. Questa statuetta di epoca Tarda, costituisce una preziosa conferma della venerazione di cui godeva questo grande dell’Antichità a distanza di oltre due millenni. Museo del Louvre E4216. (© ph. Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.30)

Altre personalità si sono distinte dopo di lui: a partire dai suoi titoli, apprendiamo che Nefermaat (Immagine n. 3) fu a capo dei progetti architettonici del re Snefru.

Immagine n. 3 Frammenti provenienti dalla Mastaba M16 del principe Nefermaat e della moglie Atet. Il rilievo fu colmato con riempimento di paste colorate, cadute dopo l’essiccazione. Museo egizio del Cairo (da Rainer Stadelmann “Le Piramidi della IV Dinastia” in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.114)

Anche Rahotep (Immagine n. 4), suo fratellastro ricoprì sicuramente un ruolo primario quale responsabile dei lavori. 

Immagine n. 4 Statua in calcare policromo del principe Rahotep. Assieme a quella della moglie Nofret fu rinvenuta nella loro mastaba a Meidum e data alla IV Dinastia all’inizio del regno di Snefru. Museo Egizio del Cairo (da Statue reali e private dell’Antico e del Medio Regno di Houring Sourouzian in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.376)

Hemiunu (Immagine n. 5)figlio di Nefermaat, è generalmente consideratocome responsabile del progetto della piramide di Khufu(Cheope).

Immagine n. 5 Statua del visir e direttore di tutti i lavori del re, Hemiunu. Museo di Hildesheim (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

I papiri recentemente scoperti a Wadi el-Jarf, provano che Ankhaef (Immagine n. 6) era stato supervisore del cantiere di re Khufu (suo fratellastro), durante gli ultimi anni del regno. Debehen, Alto Dignitario sotto Menkhaure (Micerino), fu il primo ad aver lasciato testimonianze d’attività legate alla costruzione di una piramide*.

Immagine n. 6 Busto del visir e direttore di tutti I lavori del re, Ankhaef. Museo di Boston (© ph. Alain Guilleux in Franck Monnier in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.205)

La biografia di Uni (vedi https://laciviltaegizia.org/2022/06/08/sulle-tracce-di-uni/) è di una ricchezza senza uguali riguardo alla descrizione delle attività di un Alto Funzionario implicato nella costruzione di una piramide.

L’incarico di “responsabile dei lavori” veniva generalmente affidato al Visir, seconda carica dello Stato dopo il re, ma l’enorme mole di azioni da intraprendere gli lasciava di certo ben poco tempo per dedicarsi alla stesura dei progetti e alla messa a punto delle tecniche costruttive. Pertanto, per soddisfare i progetti più ambiziosi, un sovrano si aspettava che il suo ministro fosse in grado di circondarsi dei tecnici e dei dirigenti più competenti: i più talentuosi, in pratica, per portare a compimento l’impresa. I progetti più titanici, realizzati nell’arco di meno di un secolo, mai avrebbero potuto vedere la luce senza una vera e propria politica di ricerca di talenti, di sviluppo e soprattutto promozione. Le biografie mettono in risalto costantemente quegli individui che, essendosi distinti per la loro condotta, avevano conquistato il favore del sovrano, che non esitava a ricompensarli per il loro servizio. Era quindi importante introdurre una dinamica nel funzionamento di questi organismi, che contavano decine di migliaia di lavoratori, perché il tempo a disposizione era poco. Si intuisce, dai nomi dati a certe squadre o divisioni, che la competizione era uno dei loro fattori di motivazione: “squadra vigorosa”, “la duratura”, “possente è la corona bianca di Khnum-Khufu”

* Un certo Debehen, ciambellano, lasciò una testimonianza scritta sulla visita al cantiere funerario fatta dal suo sovrano. La sua tomba fu costruita nel cimitero centrale come ricompensa per i suoi servigi: <<quanto a questa mia tomba, è il re dell’Alto e del Basso Egitto Menkhaure, che viva eternamente, che me ne assegnò il luogo. Accadde che [Sua Maestà si trovava sulla] strada accanto alla tomba reale per ispezionare il lavoro di costruzione della piramide “Menkhaure è divino”; e il Maestro Reale dei muratori con [due] Artigiani dell’Altissimo e gli operai incaricati [vennero] a ispezionare il lavoro di costruzione del tempio. Poi misero cinquanta uomini a svolgere il lavoro in ogni giorno, e il completamento del luogo di imbalsamazione era destinato a loro…>> (Traduz. Alessandro Roccati)

L’ARCHITETTO IMHOTEP

Prima di proseguire nel percorso illustrativo dell’organizzazione dei cantieri egizi, mi sembra doveroso spendere qualche parola su quella straordinaria figura che fu l’architetto Imhotep. Per chi volesse approfondire ulteriormente la poliedricità di questo genio dell’Antichità consiglio vivamente una visita a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/10/29/imhotep/dove il nostro Andrea Petta e Franca Napoli ci illuminano su Imhotep in qualità di medico.

E’ arcinoto che fu un illustre Alto funzionario del re Djoser (III Dinastia) e la sua fama ha sfidato i millenni. Fu divinizzato a partire dal Nuovo Regno e la sua mitica reputazione si è propagata in tutto il bacino del Mediterraneo fino, addirittura, a costituire un riferimento nei riti alchemici e massonici durante il Rinascimento. Di quest’uomo, a cui è attribuita l’invenzione della pietra da taglio ed il suo primo utilizzo su larga scala, l’unico documento pervenutoci della sua epoca è una menzione inscritta sullo zoccolo di una statua che attesta la sua esistenza e le sue alte cariche sotto il regno di Djoser, conservata presso il Museo Imhotep di Saqqara*: “Il cancelliere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, l’amministratore della grande proprietà, il nobile ereditario, il gran sacerdote di Eliopoli, Imhotep; carpentiere costruttore, scultore incisore, produttore di vasi.” (Immagini nn. 1-2)

Immagine n. 1 Zoccolo di una statua del re Djoser (designato nel serekh col nome di Horo “Netjerikhet”) della quale non restano che i piedi. Proviene da un piccolo santuario situato a sud del colonnato di ingresso del complesso funerario. Il sovrano calpesta i Nove Archi (simbolo dei nemici dell’Egitto). Sono visibili anche gli uccelli Rekhit che rappresentano il popolo egizio. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

Immagine n. 2 Particolare della zoccolatura in cui è visibile, dopo la titolatura di re Djoser, quella di Imhotep. (© Museo Imhotep di Saqqara, JE49889)

La sua titolatura ci consente di vedere in lui l’ideatore del grande complesso funerario di Djoser.

In ogni caso, riguardo a questa epigrafe, secondo Ali Radwan, si possono cogliere i seguenti dettagli:

1. Non si tratta della “firma” di Imhotep

2. É l’unica menzione, ad oggi nota, dell’architetto nell’intero complesso di Djoser.

3. L’ultimo titolo inciso, qualifica Imhotep come scultore (gnwty), il che lascia supporre che fosse l’esecutore di questa e forse anche di tutte le altre statue del re.

4. L’ipotesi di Standelmann che sostiene che Imhotep fosse figlio di Djoser è difficile da accettare, in quanto neppure i figli di un sovrano godevano di un simile privilegio.

5. Si tratta, comunque, di un caso veramente eccezionale e denota la grande onorificenza tributata ad Imhotep per le sue capacità e il suo successo senza precedenti.

Nel complesso di Djoser (Immagini n. 3-4-5-6-7) è ancora possibile ammirare gli straordinari esiti raggiunti da Imhotep, la cui principale e più difficile impresa fu quella di creare una nuova architettura in pietra che riproducesse con precisione i precedenti materiali da costruzione (mattoni, legno, stuoie, canne, ecc.). Anche se non sono presenti colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e soprattutto le semicolonne a papiro, sono i primi esempi del genere nell’architettura egizia. Il complesso rimase un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica. A titolo esemplificativo si pensi che i rilievi della tomba sud furono copiati in epoca saitica (circa due millenni dopo!!!!).

Immagine n. 3: In questa ampia veduta panoramica, ripresa da sud-est, la Piramide a gradoni di Djoser compare insieme a tutte le costruzioni del complesso (© I tesori delle Piramidi, pp.102-103)

Immagine n. 4: Il muro di recinzione modanato e l’ingresso del complesso di Djoser imitano probabilmente la facciata di un palazzo in mattoni crudi del Basso Egitto (© I tesori delle Piramidi, pp.104-105)

Immagine n. 5: Dettaglio delle ricostruite cappelle sud che sorgono lungo il muro occidentale del cortile dell’heb-sed. (© I tesori delle Piramidi, p.107)

Immagine n. 6: Relativamente ben conservata, la facciata del padiglione del sud presenta alcune parti di colonne scanalate e il cosiddetto fregio “kheker”, che sovrasta l’entrata (© I tesori delle Piramidi, p.109)

Immagine n. 7: Colonnato di ingresso visto dalla corte interna (© Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, p.29)

Gli sforzi scientifici nel sito furono iniziati da Cecil Mallaby Firth e James Edward Quibell, ma furono portati avanti e completati, per la maggior parte da Jean-Philippe Lauer. Per anni il compito più faticoso e straordinario di questo appassionato egittologo fu il restauro dei diversi elementi architettonici sparsi intorno al sito e la loro ricollocazione nella posizione originaria. Si può ben dire che i suoi sforzi abbiano prodotto la ricostruzione più ambiziosa e meglio riuscita nella storia dei lavori sul campo in Egitto. E’ proprio il caso di dire che re Djoser sia stato davvero fortunato ad avere due architetti interamente votati a lui: Imhotep, durante la sua vita, e Lauer nei tempi moderni!

Nell’Antico Egitto non esisteva una qualifica di “architetto” propriamente detto: si qualificavano gli individui che svolgevano queste funzioni come responsabili dei lavori”. . Tuttavia, non si sa se Imhotep avesse questo appellativo, che in seguito fu molto comune tra i funzionari che avevano il compito di supervisionare il cantiere in nome del re.

Nel Nuovo Regno fu considerato un semidio, patrono degli scribi e personificazione dell’uomo saggio, figlio del dio Ptah.

In epoca saitica (XXVI dinastia, 664-525 a.C.) gli fu dedicato un tempio nei pressi del Serapeum a Saqqara e, nella regione menfita, fu considerato un dio guaritore. Le numerose statuette votive lo raffigurano seduto con un rotolo di papiro steso in grembo (Immagine n. 8 ).

Immagine n. 8 Una delle tipiche rappresentazioni del leggendario architetto Imhotep lo ritrae assiso mentre srotola un papiro, per dare risalto alla sua condizione di saggio. Il copricapo a calotta gli conferisce l’aspetto del dio Ptha, considerato suo padre. Museo Egizio del Cairo (© I tesori delle Piramidi, p.88)

Gli Egizi di epoca tarda gli riconoscono le qualità di un genio universale sulla base di una tradizione che dovette essere, senza alcun dubbio, sia orale che scritta. Un’inscrizione del tempio di Edfu riconosce in questo sapiente l’autore di una grammatica della costruzione, una guida per costruire un edificio perfetto.

Imhotep fu assimilato al dio greco della medicina, Esculapio e svolgeva la funzione di intermediario tra gli dei e gli uomini, intercedendo per i problemi più disparati: parti difficili, esorcismi contro i demoni, ecc. La popolarità del suo culto perdurò per tutta l’epoca greco-romana, quando divenne, con il nome di Imuthes, il protagonista di alcuni scritti di filosofia ermetica.

Si ritiene che la tomba di questo genio dell’antichità possa trovarsi presumibilmente a Saqqara nord, ma, a tutt’oggi, ancora non è stata trovata.

Purtroppo, non esiste, al momento, alcun altro documento che ci permetta di fornire una vaga idea delle alte imprese di questo celebre personaggio.

Voluto da Jean Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902 – 15/5/2001), il Museo Imhotep è stato inaugurato nell’aprile del 2006 dalla Sig.ra Moubarak e Chirac). Lauer ha lavorato sul sito di Saqqara tra il 1926 ed il 2001 e, anche se il progetto che aveva immaginato non è esattamente quello che vediamo attualmente, bisogna riconoscere che i reperti presentati sono di qualità (privilegiata rispetto alla quantità) decisamente buona.

IL QUARTIERE DEGLI OPERAI

Le squadre erano strutturate e molto gerarchizzate. Si contavano divisioni i cui effettivi ammontavano fino a 2.000 unità. Ogni divisione era ripartita in due gruppi di 1.000 individui (aperu), ciascuno dei quali composto a sua volta da cinque “phylés” (sa) di duecento operai. Secondo i calcoli di Mark Lehner, affinché la Grande Piramide fosse completata nei tempi stabiliti bisognava consegnare e depositare almeno cinque blocchi al giorno, vale a dire un blocco ogni due ore (presumendo una giornata lavorativa di 10 ore). In quest’ottica sarebbe stato necessario mobilitare 1.360 lavoratori per il loro trasporto. Siccome ogni gruppo era formato da 1.000 individui si capisce bene che questo numero poteva essere elevato senza alcuna difficoltà a 2.000, vale a dire l’equivalente di un’intera divisione. Circa un altro migliaio di uomini poteva essere impiegato nel taglio e nell’adattamento dei blocchi. A queste stime vanno aggiunti gli artigiani impegnati nella produzione e riparazione degli attrezzi, i cavatori, il personale incaricato di nutrire e rifornire quest’esercito di lavoratori: un totale, valutato da Mark Lehner in almeno 20.000 anime. Tra l’altro questo numero non prende in considerazione la popolazione impegnata nella produzione e distribuzione delle derrate alimentari, né gli operai ed i trasportatori impiegati lungo le vie di spedizione. Il quadro relativo al cantiere non era perciò ristretto al solo sito di costruzione, ma riguardava l’intero territorio. Per poter gestire un così elevato numero di effettivi, gli Egizi dovettero gettare le basi della logistica, intesa come vera e propria scienza a parte, basandosi sul loro rigore amministrativo e contabile.

A Giza, non lontano dal cantiere, nel luogo denominato Heit el-Gurab, alloggiava una considerevole massa umana. Nel 1988, Mark Lehner e l’ Ancient Egypt Research Associates (AERA) hanno scoperto un sito nei pressi della Sfinge che si è rivelato essere un vasto insediamento che un tempo serviva come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali. (Immagini nn. 1,2,3,4,5,6,7,8 )

Immagine n. 1 Una mappa dell’altopiano di Giza che mostra sia le caratteristiche antiche (in grigio) che le caratteristiche e la topografia moderne (marrone).(© AERA)

<<Nel dicembre 1988, abbiamo iniziato a scavare in un sito, precedentemente sconosciuto, a 400 metri a sud della Sfinge, vicino a un monumentale muro di pietra, noto in arabo come Heit el-Ghurab (lett.”Muro del Corvo”). L’installazione, risalente alla IV dinastia, che abbiamo scoperto si è rivelata essere un insediamento urbano che si estendeva su più di 7 ettari. Costruita appositamente dall’ amministrazione reale, questa città servì come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali dei re Menkaure, Khafre e probabilmente Khufu. La sua numerosa popolazione di lavoratori, artigiani, dirigenti e amministratori lavorava direttamente o indirettamente per l’unico obiettivo di erigere la dimora eterna del proprio re.

Immagine n. 2 Pianta del sito di Heit el-Ghurab, la “Città perduta delle piramidi”.(© AERA)

Questa vasta città non solo ospitava gli operai che costruivano i complessi piramidali, ma anche coloro che sostenevano la città e la sua forza lavoro. Qui gli artigiani realizzavano le statue e gli arredi per i templi, nonché gli strumenti e le attrezzature per la realizzazione vera e propria delle strutture funerarie, mentre il personale di supporto lavorava per fornire alla città viveri e generi di prima necessità. Le strade e i vicoli del villaggio erano fiancheggiati da botteghe artigiane, cortili industriali, panifici, dispensari, cucine, magazzini, casette e residenze signorili,uffici per gli amministratori di cantiere.

Immagine n. 3 Una ricostruzione degli antichi monumenti, insediamenti e corsi d’acqua dell’altopiano di Giza durante la IV dinastia. (© AERA)

Le materie prime provenienti da tutto l’Egitto affluivano nel sito per costruire, arredare e decorare i complessi piramidali e per produrre cibo, vestiti, ripari, strumenti e attrezzature da destinare alla forza lavoro. Durante l’annuale inondazione del Nilo, questi materiali venivano traghettati in barca fino alle porte della città su corsi d’acqua (ormai estinti da tempo), mentre altre volte vi venivano trainati da uomini e animali. Enormi silos reali si trovavano in un grande complesso dove il grano veniva distribuito per creare la birra e il pane utilizzati per nutrire questa massiccia forza lavoro.

Immagine n. 4 Il sito durante la stagione di scavo del 2000. Gran parte del lavoro di quell’anno ha comportato lo sgombero di un’enorme coltre che copriva il sito, come si può vedere dalle “falesie” risultanti ai margini degli scavi. (© AERA)

Con il completamento della piramide di Menkaure, questo grande e trafficato insediamento fu dismesso e demolito. Gli strumenti, le attrezzature e le provviste ancora in uso furono portate via, mentre travi e mattoni di fango furono smontati per essere riutilizzati altrove, lasciando crollare muri e tetti. Il fatto che questo sito sia stato utilizzato per un periodo di tempo così breve lo rende prezioso per noi come capsula del tempo dei costruttori di piramidi>>.

Immagine n. 5 Una foto (con annotazioni) degli scavi nell’area AA-Sud scattata durante la stagione 2015 che mostra come furono utilizzate le diverse aree dell’edificio. (© AERA)

Gli scavi qui condotti (e tuttora in corso) hanno fornito una grande quantità di informazioni sia sulla costruzione delle piramidi di Giza sia sullo sviluppo dello Stato egiziano. I team diretti da Mark Lehner, nel quadro del “Giza Plateau Mapping Project”, hanno riportato alla luce le vestigia di una serie di lunghe gallerie coperte, ognuna delle quali, si suppone, potesse ospitare da 40 a 50 individui. Questi grandi spazi servivano da parti comuni per proteggere le squadre durante la notte. Altri, ambienti avevano invece lo scopo di radunarle al momento dei pasti. Si è calcolato che non meno di 2000 operai venivano presi in carico dallo Stato in maniera continuativa, inquadrati attraverso un’ amministrazione che risiedeva non lontano dal villaggio. Il tutto era così meticolosamente organizzato e ad un livello tale che non è certo esagerato evocare una dimensione di tipo industriale. Gli scavi più recenti hanno rivelato degli strati più antichi, il che lascia intuire che l’insediamento esistesse già dai tempi di Cheope: si spera di poter riportare alla luce delle iscrizioni che lo attestino con assoluta certezza.

mmagine n. 6 Una ricostruzione 3D dell’unità abitativa 1 nella città occidentale. Il nucleo della casa, la camera padronale e il salone di rappresentanza, sono circondati da spazi molto probabilmente adibiti a deposito e lavoro. In questa veduta gli scribi sono al lavoro, mentre in cucina si prepara il cibo. (© AERA)

Del resto, una squadra tedesca, incaricata di studiare il sito di Dahshur, ha recentemente scoperto l’esistenza di strutture del tutto simili. Le misurazioni magnetiche hanno rivelato che le tracce reticolari rilevate per lungo tempo a sud della Piramide Rossa di Snefru nascondono i resti delle strutture murarie oblunghe che, senza dubbio, ospitavano i costruttori. Per cui si è certi che installazioni di questo tipo erano in uso almeno già all’epoca del predecessore di Cheope.

Immagine n. 7 Queste due gallerie (III.3 e III.4) sono divise da un massiccio muro che corre tra di loro. Le zone in primo piano potrebbero essere servite da abitazione, forse per un sorvegliante. (© AERA)
Immagine n. 8 Le gallerie potrebbero essere state originariamente coperte da grandi volte a botte come mostra questa ricostruzione. Qui la parete frontale è stata rimossa per mostrare i solai incastonati sotto le volte e le persone (e i loro animali) al lavoro su due livelli e sul tetto. (© AERA)

SCHIAVI AL LAVORO?

In linea generale si può definire “schiavo” un essere umano inteso come proprietà privata di terzi e privato di qualsivoglia diritto riconosciuto ad una persona libera. L’immagine biblica di migliaia di schiavi piegati sotto i colpi di frusta degli aguzzini egizi (Immagine n. 1), immortalata prima da artisti e poi dalla cinematografia hollywoodiana, ha contribuito a generare convinzioni tenaci e tuttora difficili da rimuovere dall’immaginario comune. Tanto che anche i recenti studi sulla società e l’amministrazione egiziana incontrano resistenze e difficoltà nel tentativo di correggere questa visione. E’ pur vero che, impegnati a ristabilire la verità o comunque un quadro più aderente a quella che poteva essere la realtà operativa di una società così lontana nel tempo (e nelle concezioni), diventa irresistibile la tentazione di pronunciarsi in ipotesi diametralmente opposte. Accade, infatti che per combattere credenze così radicate, alcuni storici non esitano ad affermare che le piramidi furono costruite unicamente da professionisti remunerati e liberi salariati. In realtà, anche una simile affermazione è piuttosto fuorviante e, come spesso accade è saggio considerare che la verità, probabilmente, si colloca in qualche parte tra le convinzioni più contrastanti. Vediamo dunque cosa si può osservare in merito.

Immagine n. 1 Lo stereotipo biblico degli egizi che percuotono i loro schiavi. Edward Pointer, Israele in Egitto, olio su tela, 1867. (©Sir Georges Touche, 1921 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.206)

La massa impegnata nei compiti più gravosi ed usuranti era composta da individui abituati a questo tipo di lavori: si tratta di operai non qualificati, sicuramente retribuiti come era consueto per persone di quel rango; vale a dire con salari che consentivano lo stretto necessario (o poco più) per il nutrimento, il vestiario, ecc. Inoltre, pensare che il lavoro venisse presentato loro come un’offerta che si potesse anche rifiutare è un idea che bisogna immediatamente respingere. Accadeva, infatti, che la stagionalità del lavoro nei campi liberasse un’ingente parte della popolazione durante alcuni mesi. Per trarre vantaggio da questa situazione veniva introdotta una corvée, una sorta di servizio obbligatorio. Nondimeno, il “villaggio degli operai” di Giza ha rivelato, come abbiamo visto in precedenza, che migliaia di persone vi dimoravano durante l’intero corso dell’anno e che il cantiere rimaneva operativo in maniera ininterrotta. Relazioni e testimonianze successive ci informano dell’intervento regolare di truppe dell’esercito durante l’esecuzione di lavori particolarmente imponenti. Non c’è da sorprendersi, in realtà, che queste fossero utilizzate come rinforzi quando il Paese non era impegnato in attività militari. In caso contrario, e per non vessare la popolazione, i sovrani potevano organizzare delle campagne in terre straniere e riportarne migliaia di prigionieri. Le campagne operate da Snefru in Nubia (Immagine n. 2) o da Amenemhat nel Vicino Oriente, ne costituiscono esempi perfetti.

Immagine n. 2 Estratto dagli annali della Pietra di Palermo dove sono menzionati avvenimenti del regno di Snefru (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)

In questo caso diventa molto più delicato considerare dei prigionieri come lavoratori cui venissero riconosciuti i diritti ordinari; sembrerebbe, piuttosto, che la loro condizione presentasse almeno qualche affinità con quella degli schiavi. Anche perché (opinione personale) il lavoro obbligatorio imposto agli egiziani quando i campi erano impraticabili, oltre che retribuito, forse, in misura leggermente migliore del solito, veniva affrontato con una ben diversa partecipazione, grazie alla convinzione (ampiamente propagandata) che si operasse per la gloria del sovrano. Una motivazione che è facile intuire, non aveva alcuna ragione di esistere per dei prigionieri.

In definitiva, se si eccettuano i responsabili e i capi squadra, si può concludere che il cantiere di una piramide si componeva di artigiani e operai qualificati da una parte e da una grande massa di manovali, più o meno costretti, in cui la proporzione di prigionieri dipendeva dall’attività militare del regno.

Come si diceva, l’immagine di migliaia di individui impegnati a trascinare blocchi a suon di scudisciate è probabilmente quella che più si fa strada nella mente di chi pensa all’Antico Egitto. Si è istintivamente portati a credere che le piramidi, ma anche tutti i colossali monumenti che costellano la Valle del Nilo, siano stati realizzati grazie al massiccio impiego di schiavi vessati e maltrattati. Una simile impressione è chiaramente veicolata dall’influenza di certa letteratura, che risente di interpretazioni errate dovute agli storici del passato, poi trasferite anche nell’ arte e nella cinematografia. L’ Antico Testamento, in particolare con il libro dell’ Esodo, ha di certo avuto una gran peso nella diffusione di questa convinzione, ma comunque i fatti narrati non c’entrano nulla con le piramidi (che erano antiche già di almeno un millennio all’epoca dei fatti narrati) e di fatto gli israeliti erano per lo più impiegati nella produzione di mattoni crudi (Immagini n. 3-4).

Immagine n. 3 Operai impiegati nella fabbricazione di mattoni crudi,Tomba di Rekhmira, XVIII dinastia. (© Émile Prisse d’Avennes, 1878 in Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte, p.207)
Immagine n. 4 Fabbricanti di mattoni, muratori e scultori. Da Ippolito Rosellini, tavola XLIX dei “Monumenti civili” in Monumenti dell’Egitto e della Nubia, 1832-1844 (©Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag. 186)

Probabilmente, la prima fonte dell’equivoco è da far risalire ad Erodoto, lo storico e viaggiatore greco (V sec. a.C.) che, al cospetto delle immani dimensioni delle piramidi, concluse, influenzato anche dai racconti dei contemporanei (ma le piramidi all’epoca del suo viaggio in Egitto avevano già all’incirca duemila anni!), che un simile progetto non potesse essere che il parto della mente di un sovrano dispotico e crudele. Da quel momento Cheope divenne il prototipo del tiranno assoluto, sebbene il suo culto, ancora attestato durante la XXVI Dinastia (672-525 a.C.) sembrerebbe smentire una così cattiva reputazione da parte degli egizi.

Tornando al nodo centrale dell’argomento, e per forza di cose riassumendo e semplificando al massimo una questione che meriterebbe ben altro approfondimento, mi sembra molto interessante il lavoro di Antonio Loprieno (nonostante sia risalente, credo, a oltre 30 anni fa) che fa notare come in una società come quella egizia, in cui il documento scritto pervade l’intera sfera comunicativa del singolo e dello Stato, manchi del tutto una codificazione dello status di “schiavo”*. Inoltre, nel corso di una civiltà che è stata protagonista per tre millenni ed oltre, bisogna tener conto dei mutamenti e delle evoluzioni etiche, sociali, politiche e di pensiero che si sono verificate, pur nella sua apparente (ma, appunto, solo tale) sostanziale immutabilità. Pertanto, sembra molto appropriata la scelta dell’autore di valutare i cambiamenti che hanno investito anche questa categoria umana nel corso delle varie epoche. Da una simile analisi si comprende, ad esempio, che nel Nuovo Regno, in particolare a seguito delle numerose campagne di espansione dell’Impero, sia divenuto più consistente l’impiego di individui assoggettati.

Ancora, Edda Bresciani, ci informa che nell’Antico Egitto esistevano certamente persone tenute a servire un’istituzione o un privato, avendo perduto la condizione di uomini liberi; tuttavia esse conservavano comunque il diritto a possedere beni, la possibilità di affrancamento e perfino quella di guadagnare una posizione più elevata nella scala sociale. Coloro che rientravano in questa categoria, per molti aspetti simile a quella dei “servi della gleba”, erano i cosiddetti “smdt” (soggetti) e gli “ḥmw” (servitori). Soltanto dall’Epoca Tarda, e particolarmente in quella tolemaica (304-30 a.C.), e siamo già in un Egitto che fa i conti con la cultura ellenistica, troviamo la categoria dei servitori “bak” (per lo più prigionieri di guerra e debitori), che possono essere considerati “schiavi” in senso stretto.

In definitiva, anche se non si può negare che nell’Antico Egitto si sia fatto ricorso all’impiego di materiale umano più o meno assoggettato e con livelli di costrizione più o meno severi, si può escludere che quella fu una società che abbia basato la sua natura etica, sociale, politica e culturale sul massiccio ricorso alla schiavitù, almeno per come la intendiamo noi. Siamo ben lontani, comunque, da crudeltà cui furono sottoposti, ad esempio, gli schiavi romani**, o in tempi più recenti i neri africani deportati nelle Americhe i quali oltre ad essere sottoposti a lavori massacranti, venivano privati, in pratica, finanche dello status di “uomini”.

In Egitto, mi preme ricordarlo, esisteva, invece, un limite etico che la “Ma’at”, imponeva a qualsiasi abitante della Valle del Nilo.

Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197

** Dione Cassio, Senecae Plinio raccontano, ad esempio, che nella villa di Pausylipon (Posillipo, Immagine n. 5), il proprietario, Publio Vedio Pollione, onoratissimo di avere come ospite l’imperatore Augusto, avesse ordinato di gettare in pasto alle murene il suo coppiere, resosi reo di aver rotto un prezioso calice di vetro. Solo l’intervento di Augusto, rimasto esterrefatto da una simile dimostrazione di crudeltà, salvò la vita dello sventurato; non solo ma ordinò che fosse mandata in frantumi l’intera collezione di Pollione.

Immagine n. 5 Pausilypon (in greco, lett. “Una tregua agli affanni”), la Villa di Publio Vedio Pollione a Napoli. Della crudeltà di questo ricco possidente romano, appartenente alla famiglia beneventana dei Vedii, ci raccontano Dione Cassio, Seneca e Plinio. Un esempio di quanto potesse essere diversa la considerazione nei confronti di uno schiavo nell’Antica Roma, rispetto all’Antico Egitto. (© sito Romano Impero, sezione Ville Italiche https://www.romanoimpero.com/…/villa-del-pausilypon…

Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.

Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).

Immagine n. 1 Mark Lehner è Direttore e Presidente di Ancient Egypt Research Associates, Inc. (AERA). Ha svolto ricerche archeologiche in Egitto per quasi quarant’anni. Ha mappato la Grande Sfinge e ha scoperto una parte importante della “Città perduta delle piramidi” a Giza. Lehner dirige il Giza Plateau Mapping Project (GPMP), che conduce scavi annuali presso gli insediamenti dell’Antico Regno vicino alla Sfinge e alle piramidi con un team interdisciplinare e internazionale di archeologi, geocronologi, botanici e specialisti faunistici. (© Ph. prelevata dal sito https://archaeology.columbian.gwu.edu/mark-lehner)

Immagine n. 2 Ricostruzione 3D dell’altopiano di Giza durante la tarda 4a Dinastia. (© Rebekah
Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 2)

È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’Egitto e il Levante con in evidenza la rotta da Biblos e quella da Assuan, con Giza come destinazione. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Porti per vivi e morti

Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.

Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.

Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.

E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.

La via di Byblos nell’Antico Regno

La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.

Immagine n. 4 Vaso a due manici in “ceramica pettinata”. Disegno basato su una foto di una giara proveniente dal Cimitero Occidentale di Giza, Fossa G 4630; alto 36 centimetri. La “T” incisa sul vaso è un marchio di fabbrica. A destra frammento di ceramica pettinata dal sito Heit el-Ghurab. (©Foto di Hilary McDonald). I vasi di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe a mastaba di alti ufficiali nei cimiteri reali accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. La loro importazione raggiunse il culmine nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui era attivo l’insediamento di Heit el-Ghurab. I 18 cocci emersi dal sito sono i più antichi in ceramica pettinata provenienti da un insediamento. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.

In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.

Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.

Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.

La presenza del cedro

Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.

Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.

Immagine n. 5a Il sito di Heit el-Ghurab, con l’evidenza del complesso delle gallerie e le due gallerie che sono state ampiamente scavate: Gallerie III.3 e III.4. (© Mappa preparata da Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Immagine n. 5b Gallerie del complesso di Heit el-Ghurab, Gallerie III.3 (a destra) e III.4. Tra le due gallerie è visibile un massiccio muro laterale. L’ampio spazio aperto in primo piano potrebbe essere servito come caserma o magazzino. La parte posteriore sembra essere stata una casa, forse per un sorvegliante. I membri della squadra di scavo danno un’idea della scala. (© Foto di Yaser Mahmoud in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 4)

Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .

Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).

Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)

Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.

A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.

Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?

E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.

Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.

Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.

Porti e genti

Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.

Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7). 

Immagine n. 7 Particolare di una scena della piramide di Sahure ad Abusir. Un cortigiano di alto rango (a destra) di nome Merynetjernisut premia un membro della spedizione di Sahure a Punt. Con la mano destra regala all’uomo un ampio collare con tre file di perline, mentre nell’altra mano tiene un sigillo cilindrico. Il destinatario ha nella mano destra un oggetto decorativo (fascia o corona). (© Da un disegno di J. Malátková in Abusir XVI, Sahure – The Pyramid Causeway: Storia e decorazione nell’Antico Regno, T. El Awady, Università Carlo di Praga, Praga, 2009, tavola 7, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 6 ).

Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.

Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.

Immagine n. 8 Una scena della tomba di Ti a Saqqara, (V dinastia): un veliero di ritorno da una delle città del Basso Egitto. (© Da Le Tombeau de Ti, Fascicule I, Institut Francais d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1939, tavola XLVII, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.

* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).

IN AGGIORNAMENTO

Fonti:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010

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