TT229 non è ultimata; unico riferimento parietale è solo l’abbozzo di una scena di offertorio con il defunto e la moglie accanto a un braciere[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
La sedia della regina oggi al NMEC – n. di reg. del Museo del Cairo 5326353261 – vista di tre quarti
Questa bellissima sedia appartiene al corredo funerario della regina Hetepheres I, figlia di Huni, moglie di Snefru e madre di Cheope, senza dubbio la donna più potente e più ricca della sua epoca. La sua tomba, contrassegnata dalla sigla G 7000X fu rinvenuta nel 1925 a Giza da una missione congiunta delle Università di Harvard e di Boston guidata dal prof. George Andrew Reisner, e si trova nei pressi della piccola piramide eretta in suo onore dal figlio; essa è costituita da una camera sepolcrale posta in fondo ad un corridoio in origine chiuso ad entrambi i lati da blocchi di calcare che si diparte da un pozzo profondo 27 metri.
La sedia della regina vista di fronte.
Per avere informazioni dettagliate su di lei e sulla curiosa storia del rinvenimento della sua sepoltura, andate sul nostro sito a questi link:
Il corredo funerario comprendeva oggetti di uso personale come rasoi d’oro, coltelli, recipienti in alabastro per cosmetici e profumi, vasi di varie dimensioni e gioielli, tra cui braccialetti d’argento e ornamenti per le caviglie, ma anche una tenda – baldacchino ed un letto smontabili, due sedie (rispettivamente definite “sedia I” e “sedia II”) ed una portantina finemente decorate con foglia d’oro, che potrebbero avere avuto un significato cerimoniale o funerario ma che indussero alcuni studiosi a ritenere che la corte egizia della IV dinastia potesse essere itinerante.
Il legno di questi ultimi reperti si era deteriorato e dovette essere in gran parte sostituito, ma la foglia d’oro, rimasta a terra in frammenti, fu recuperata ed essi furono riportati all’originario splendore da Hag Ahmed Youssef Mustafa, che in seguito restaurò anche una delle barche solari di Cheope; il corredo funerario si trova oggi suddiviso tra il Museo del Cairo e quello di Harvard, tranne la sedia I che, come ho detto, è esposta al NMEC.
La ricostruzione dell’interno della tomba al momento dell’inumazione della regina, realizzato dall’Università di Harvard. Come potete notare, oltre a quella del NMEC c’era un’altra sedia in pessime condizioni, la cui ricostruzione è stata realizzata solo di recente all’esito di un lavoro estremamente complesso, del quale parlerò in un altro post.
La sedia I (JE53263), cosiddetta “da seduta” per distinguerla dalla portantina, che era detta “sedia da trasporto”, era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.
La seduta, leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda, e lo schienale, rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto, sono in legno naturale e sono ingentiliti da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro come le gambe, modellate a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedi sono stati aggiunti tamburi per mantenere stabile la sedia. Lo schienale sarebbe stato originariamente decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la scocca della sedia, raffigurante una donna che annusa il profumo di un fiore di ninfea. I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un elegante disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.
Approfitto dell’occasione per mostrarvi anche gli altri reperti lignei, conservati al Museo del Cairo e ad ora mai trattati sul gruppo, che dimostrano che all’inizio del terzo millennio a.C. gli Egizi avevano già raggiunto grande abilità nella falegnameria ed adottavano uno stile sobrio ed elegante; trovate le informazioni ad essi relative nelle didascalie delle immagini.
Il letto della regina. Museo del Cairo – n. di reg. 53261. Il letto è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, dotata di quattro gambe decorate alla base con intagli a forma di zampe leonine e fissate al piano con stringhe di cuoio; il piano è costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso. Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
Portantina della regina Hetepheres. JE53262 Museo del Cairo. Fin dalla I’ dinastia in Egitto gli esponenti delle classi più elevate amavano spostarsi su portantine sorrette da servi; quella di Hetepheres è l’unico esempio di tale mezzo di trasporto giunto fino a noi. Essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che si dipartono dagli angoli e che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla. E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre al baule del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope. Sul lato anteriore dello schienale della sedia, all’altezza dei braccioli e sullo schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate.
La fascia con l’iscrizione geroglifica sullo schienale interno della portantina
La cassa per il baldacchino. Museo del Cairo JE72030 Questa cassa lunga e stretta, parzialmente coperta da foglia d’oro, serviva per contenere parti del baldacchino della regina; al momento della scoperta essa era praticamente ridotta in polvere ma potè essere ricostruita fedelmente in quanto la decorazione ad intarsio in faience era rimasta intatta ed era a terra nel medesimo ordine con il quale si trovava applicata alla cassa. Il lato lungo reca un’iscrizione divisa in due parti speculari dalla figura di Nekhbet, la dea avvoltoio ed è inoltre decorato con il cartiglio del re Snefru.
La tenda della regina come doveva apparire all’epoca del suo utilizzo
Le fotografie della sedia sono di Silvia Vitrò; non conosco l’autore delle altre immagini, reperite in internet; la ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Qui inserisco la didascalia del NMEC e vi darò qualche informazione per individuare esattamente chi fosse Isetemkheb II, dato che nella XXI dinastia, della quale ella fa parte, ben quattro principesse portano questo nome e sono individuate o con i numeri romani (I, II, III e IV) o con le lettere (A, B, C, e D).
Fin dal periodo predinastico, gli antichi egizi hanno utilizzato tende costruite con stuoie, pelle e tessuto di lino spesso come abitazioni temporanee. Le scene parietali di vita quotidiana hanno rivelato che le tende venivano utilizzate dagli antichi egizi durante le battute di caccia e le campagne militari, nonché come dimora temporanea per le statue delle divinità nel corso delle processioni. Inoltre, nei giardini e nei cortili delle case venivano montate tende destinate alle donne perché potessero trascorrervi l’ultimo periodo della gravidanza e poi partorire. Nelle calde giornate estive, tende e padiglioni di lino finissimo venivano eretti accanto ai laghi e ai giardini dei palazzi come luogo di divertimento e svago. Inoltre, gli aristocratici e gli individui benestanti facevano costruire un baldacchino fatto di stuoia o cuoio davanti alle loro tombe per svolgervi le cerimonie di purificazione.
Foto: Silvia Vitrò
Quando nel 1881 Emile Brugsch e Ahmed Kamal svuotarono la cachette delle mummie di Deir el-Bahari (DB 320), scoprirono in uno dei suoi corridoi questa tenda, unica nel suo genere sopravvissuta fino ai giorni nostri, che conserva ancora i suoi colori vivaci perché realizzata interamente in pelle di vari colori, sulla quale sono applicate le decorazioni, anch’esse in pelle accuratamente ritagliata.
I testi sono fissati su strisce di pelle di colore diverso e descrivono Isetemkheb II in compagnia del dio Khonsu Signore di Tebe, della dea Mut e delle divinità oltremondane in un ambiente reso fragrante dai fiori e dai profumi di Punt.
Foto: Silvia Vitrò
Essa fu costruita tra il 1046 e il 1037 a.C. per la purificazione funebre della principessa della XXI dinastia, figlia del generale dell’esercito e sommo sacerdote di Amon Masaherta (figlio di Pinedjem I) e della cantatrice di Amon Tayuheret, quindi nipote del sovrano.
Ella rivestiva l’elevato grado di “superiore dell’harem di Min, Horus e Iside ad Akhmim” ed era una delle numerose principesse della famiglia ad avere questo nome; non risulta essersi sposata ed avere avuto dei figli.
L’albero genealogico della XXI dinastia ricostruito da Aidan Dodson individua
Isetemkhen I come come la regina moglie del re Pinedjem I;
Isetemkhem II – la titolare del baldacchino – come nipote di Pinedjem I;
Isetemkhem III come nipote di Pinedjem I, sorellastra e moglie dell’Alto sacerdote di Amon Menkheperre B e madre dell’Alto Sacerdote di Amon Pinedjem II.
Isetemkhem IV figlia di Isetemkhem III, sorellastra e moglie di Pinedjem II e superiora delle cantatrici di Amon.
Foto: Silvia Vitrò
Il sarcofago attualmente esposto all’interno del baldacchino appartiene a quest’ultima e fu scoperto nella Cachette di Deir el-Bahari.
FONTI:
DODSON A., HILTON D., The complete Royal families of Ancient Egypt, Il Cairo, 2004
versante nord-est della collina; molto vicina e sopra la TT104
Biografia
Unica notizia ricavabile il nome del padre, Aamtju Ahmose, identificabile forse nel visir titolare della TT83[5]
La tomba
TT228 si presenta molto danneggiata; planimetricamente segue la struttura a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.
Un corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) sono riportati resti di liste di offerte, immette in una sala trasversale. Sulle pareti (2), un uomo seduto; su altra parete (3), resti di scene di banchetto con fanciulle dinanzi ad ospiti femminili. Sul soffitto i resti di testi dedicatori. Al centro della parete si apre l’accesso ad una sala perpendicolare alla precedente con (4) resti di testi dedicatori e (5) la dea Nephtys dinanzi al dio Ptah-Sokaris[7][8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.
[7] Ptah-Seker-Osiride o Ptah-Sokari-Osiride (dal greco Φθᾶ-Σόκαρις-Ὄσιρις) è una divinità nata dalla fusione di tre dei: Ptah dio dell’artigianato, Osiride dio della morte e Sokar dio funerario della necropoli di Menfi e Saqqara, con la testa di falco. È considerato il signore dell’oltretomba.
Nel 1934 , Alberto Tulli, allora direttore del Pontificio Museo del Vaticano, scovò sulla bancarella di un antiquario del Cairo un prezioso papiro, scritto in ieratico.
Tulli non poté acquistarlo a causa del prezzo elevato ma gli fu concesso di copiarlo per studiarlo ed eventualmente concluderne l’acquisto.
Nella trascrizione del testo in geroglifico fu coinvolto anche l ‘abate Étienne Drioton, direttore del Museo egizio del Cairo.
Il papiro datato all’anno 22 del Faraone Thutmosis III, raccontava di cerchi di fuoco apparsi in cielo ed altri fenomeni inspiegabili quali pesci e uccelli piovuti a terra, ma risultava incompleto in alcune parti “strategiche”.
Gli ufologi dell’epoca si scatenarono ed usarono il papiro come prova dei contatti di civiltà aliene con il nostro pianeta. Tra gli ufologi che ne parlarono il principe Boris de Rachewiltz, che affermò di aver analizzato e tradotto il papiro.
Wikipedia ci racconta che “La notizia arrivò in Italia nel 1963 per mezzo di Solas Boncompagni, un clipeologo (studioso degli UFOnell’antichità) che pubblicò sulla rivista Clypeus una diversa traduzione annotata del testo in italiano.In questa versione della storia troviamo il particolare del mancato acquisto del papiro originale, che sarebbe stato semplicemente ricopiato dal professor Tulli. Boncompagni scriverà poi in un articolo del 1995 che nella sua nuova traduzione aveva “cercato di interpretare anche le molte lacune dovute a cancellature che figuravano nella traduzione stessa”.
Il papiro nel frattempo era introvabile e, nonostante le teorie complottistiche che vedevano coinvolti ambienti del Vaticano, nel 1968 l’ispettore del Museo Gregoriano Egizio, mons. dott. Gianfranco Nolli, comunicò laconicamente che il papiro non era di proprietà del Museo ed era sostanzialmente disperso, forse dagli eredi Tulli.
Nell’aprile 2006 Franco Bussino di Egittologia.net analizzò il testo del papiro e scoprì che molti passaggi riportavano intere porzioni di papiri riportati dall’Egyptian Grammar di Alan Gardiner pubblicata nel 1927, inclusi due errori di trascrizione.
Il papiro quindi si rivelò una sofisticata bufala, copia di vari papiri, che per anni aveva ingannato ufologi improvvisatisi egittologi.
Fonti
Qui un bel racconto dell’ intricata vicenda da parte di Nicola Reggiani, dottore di ricerca in Storia e cultore della materia in Storia Greca presso l’Università degli Studi di Parma:
sconosciuto (fratello di Hapuseneb, titolare di TT67)
titolo perso
Sheikh Abd el-Qurna
XVIII dinastia (Thutmosi III)
versante nord-est della collina; sopra la TT68
Biografia
Nessuna notizia ricavabile dalla TT227. Il titolare, il cui nome è sconosciuto, era comunque fratello di Hapuseneb, titolare della TT67 e Primo Profeta di Amon, e figlio di Hapu, Terzo Prete lettore[6] di Amon, e Ahhotep, Concubina reale[7].
La tomba
Non si hanno riferimenti planimetrici della TT227.
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 327.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
[1] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[2]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[3]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.
[7] Porter e Moss 1927, p. 197 e Gardiner e Weigall 1913, p. 37.
LA STRANA STORIA DI KIM KARDASHAN E DEL SARCOFAGO DI NEDJEMANKH
Nedjemankh visse nel I’ secolo d. C. e fu un alto sacerdote di Heryshef, il dio dalle corna di ariete di Eracleopoli; ciò spiega la sontuosità del suo sarcofago, realizzato in cartonnage rivestito di foglia d’oro e decorato con scene funerarie e passi del Libro dei Morti che avrebbero aiutato il defunto a raggiungere l’Aldilà.
Nel luglio del 2017 esso fu acquistato per la cifra iperbolica di 4 milioni di dollari dal MET di New York, che l’anno successivo organizzò una mostra dal titolo “Nedjemankh and His Gilded Coffin”, che esibiva, oltre ad esso, anche 70 manufatti ispirati alla figura del sacerdote, ed alle scene ed ai riti funebri raffigurati sulla sua superficie.
Mentre la mostra era ancora in corso ed aveva già attirato quasi mezzo milione di visitatori, dovette essere chiusa perché la Procura Distrettuale di Manhattan aveva appreso che il sarcofago era stato illecitamente esportato dall’Egitto.
Cos’era accaduto? Nel corso del MET Gala del 2018, (un evento mondano che ogni anno la rivista Vogue organizza per raccogliere fondi in favore del Costume Institute del MET) Kim Kardashian si fece fotografare accanto ad esso, e l’immagine fu pubblicata su tutti i giornali e le riviste di moda.
La foto con Kim Kardashian che ha aperto le indagini sul sarcofago.
La foto fu vista anche da uno dei ladri, il quale, non avendo ricevuto dai complici la sua parte di compenso, li denunciò, permettendo agli inquirenti di portare a compimento una complessa indagine che da tempo li aveva messi sulle tracce dei trafficanti di opere d’arte.
Il MET dimostrò di aver acquistato il manufatto in buona fede dal mercante d’arte parigino Christophe Kunicki, esperto di archeologia del Mediterraneo, (poi processato in patria per “frode collettiva” e “riciclaggio di denaro”) che aveva fornito documenti che attestavano falsamente la legittimità della provenienza dell’opera, e nonostante il gravissimo danno patito per la vicenda, lo restituì all’Egitto, che oggi lo espone al NMEC.
Il pezzo più bello del tesoro è la corona in oro dallo stile grecizzante che ha un diametro di 22 cm. e pesa gr. 363; essa è chiusa con un uncino a forma di testa di cobra; è decorata con foglie e viticci a cui sono appese capsule di papavero, al centro ha una piccola edicola all’interno della quale il dio Serapide siede in trono, con il piede destro in avanti; la sua mano sinistra regge una lancia e la destra accarezza la testa del piccolo Harpocrate che è accoccolato ai suoi piedi e si succhia l’indice destro mentre tiene nella mano sinistra una cornucopia. Le due colonne ai lati dell’edicola sono sormontate da busti di Iside; alle estremità della corona vi è una corolla che contiene un altro minuscolo busto della dea, con il disco solare sul capo dal quale partono spighe di grano. FOTOGRAFIA DI MARIE GRILLOT a questo link: https://egyptophile.blogspot.com/…/dans-le-tresor-de…
Questi oggetti preziosi di notevole fattura risalgono al II secolo d.C. e furono rinvenuti nel 1989 dalla missione organizzata dall’Istituto Francese d’Archeologia Orientale nell’oasi di Kharga, più precisamente a Dush, corrispondente all’antica città di Kysis, che sorgeva nel deserto occidentale e che raggiunse grande importanza in epoca tolemaica e romana.
Foglie e viticci identici a quelli della corona adornano questo braccialetto nel quale è incastonata una decorazione di pasta di vetro verde. FOTOGRAFIA A QUESTO LINK: https://egyptophile.blogspot.com/…/un-bracelet-cabochon…
Foglie e viticci identici a quelli della corona adornano questo braccialetto nel quale è incastonata una grande agata arancione. FOTOGRAFIA DI: Alfred Molon e Antoine Kuipershttps a questo link: https://slideplayer.es/…/Brazalete+del+tesoro+de+Douch.jpg
Nei pressi della località sorge una fortezza tolemaica in mattoni di fango, ampliata dai romani nel I secolo d. C. e nota come el-Qasr (letteralmente “la Fortezza”), all’epoca presidiata da una guarnigione che doveva garantire la sicurezza del confine meridionale dell’impero e delle vie commerciali che attraversavano il deserto e che transitavano in quella zona.
Gli archeologi stavano portando alla luce il tempio dedicato ad Iside, Harpocrate e Serapide (una divinità che unisce le caratteristiche di Osiride ed Apis agli elementi ellenistici di Zeus, Esculapio e Dioniso, introdotta da Tolomeo I per integrare greci ed egizi), che sorgeva nei pressi della parete orientale del forte quando in uno dei magazzini rinvennero un vaso di terracotta alto 28 cm. e risalente al IV – V secolo d. C. circondato da piccoli oggetti di culto, tra i quali una statuetta di piombo dorato dedicata ad Iside e due in bronzo raffiguranti Horus bambino e suo padre Osiride.
Attuale esposizione del pettorale, trasferito nel 2021 dal Museo del Cairo al NMEC FOTOGRAFIA DI: Silvia Vitrò
Particolare delle placchette e di uno dei ciondoli. Da Tripadvisor.
Questo vaso conteneva “il tesoro di Dush”, ossia un diadema, due braccialetti, un pettorale, 187 piastrine in oro dal peso complessivo di ben gr. 1.220,61 e due placchette d’argento.
I gioielli venivano indossati dai sacerdoti in occasione dei riti oppure adornavano le statue delle divinità e le placchette erano gli ex voto dei fedeli, che venivano realizzati nella stessa Dush e venduti all’ingresso del tempio; gli studiosi ipotizzano che questi preziosi siano stati sottratti nell’antichità, piegati e collocati nel vaso di terracotta che era stato poi nascosto in una nicchia in attesa del momento opportuno per recuperarli; per motivi che non è dato sapere i ladri non sarebbero più riusciti a tornare ed il loro ricco bottino sarebbe rimasto nel suo nascondiglio fino ad oggi.
Il pregio artistico della corona e dei bracciali ed in particolare le foglie, le capsule di papavero ed il busto della corolla inducono a ritenere che provenissero da una bottega artigiana specializzata di Alessandria; le statuette di Serapide e di Harpocrate, i capitelli delle colonne dell’edicola e i punti di assemblaggio delle varie parti, invece, sono piuttosto rozzi e sono probabilmente opera di artigiani meno dotati (si veda l’immagine). Fotografia IFAO pubblicata in “25 ans de découvertes archéologiques sur les chantiers de l’IFAO,1981-2006″, catalogue de l’exposition au Musée égyptien du Caire, 2007”
Nessuna notizia ricavabile dalle poche rimanenze parietali[5].
La tomba
TT226 si presenta molto danneggiata oltre che incompiuta; planimetricamente segue la struttura a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.
Un corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) è rappresentato il defunto (?) con due donne, immette in una sala trasversale con sei pilastri di cui uno rimosso.
Sulle pareti (2), il defunto in offertorio accanto a un braciere e, poco oltre (3), su due registri sovrapposti, portatori di offerte con tori inghirlandati, covoni di grano e quaglie.
Su altra parete (4), rimossa, il defunto, preceduto da portatori di flabello, offre pettorali e bracciali al re Amenhotep III e alla regina Mutemwia seduti sotto un padiglione.
Amenhotep III ritratto nella TT226. Rilievo di N. De Garis Davies.
Sul pilastro rimosso (5) il defunto con quattro figli di Amenhotep III (o forse di Thutmosi III) sulle ginocchia. Un corridoio immette in una non ultimata, e non decorata, sala perpendicolare alla precedente[7].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 327.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
a metà del versante est della collina; immediatamente a sud della TT83
Biografia
Il nome del titolare è perso; unica notizia biografica ricavabile, oltre il titolo di Primo Profeta di Hathor, è il nome della moglie Webekht[5].
La tomba
Costituita da una semplice cappella rettangolare, con due pilastri centrali, è estremamente danneggiata; sono leggibili solo due scene sulla parete sud, a sinistra dell’entrata: il defunto e la moglie in offertorio dinanzi a un braciere e, poco oltre, il defunto e la moglie con una tavole di offerte (?)[6].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 36
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.