Necropoli tebane

TT147 – TOMBA DI NEFERRENPET

riusata per Nes-pauty-Tawy

Fig. 1: Planimetria schematica della tomba TT147[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Neferronpet riuso per Nes-pauty-Tawy[5]Capo dei maestri di cerimonie (?) di Amon nel “Luogo Eletto” (Karnak)Dra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Amenhotep III/ Tutankhamon) Terzo Periodo Intermedioin alto sulla collina principale, sopra la TT13 e la TT14; a nord e più in alto della TT143

Biografia

Neferrenpet con la moglie, il cui nome rimane sconosciuto. Da: Ockinga, B., & Binder, S. (2009). The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el Naga. Ancient History39(2), 205.

Originariamente assegnata a “sconosciuto”, anche a causa della fuliggine molto spessa che ricopriva le pareti, venne assegnata successivamente da un team australiano[6] a Neferronpet. I dati relativi al titolare, e alla moglie, risultavano abrasi e  unica notizia biografica ricavabile, parzialmente, era forse il nome della moglie: Nefert[…][7]. Nel cortile antistante vennero rinvenuti due coni funerari[8], entrambi riferibili alla TT147 poiché analoghe informazioni vennero poi rinvenute, dopo le operazioni di pulizia, sulle pareti della tomba. Gli stessi recavano il nome “Neferronpet” e il titolo di “Scriba addetto al censimento delle mandrie di Amon”[9].

La tomba

Fig. 2 planimetria completa della TT147 e dei complessi funerari

La datazione della tomba non è ricavabile da indicazioni di sovrani regnanti, bensì da specifiche caratteristiche dei rilievi parietali e criteri architetturali, nonché da particolarità dei reperti rinvenuti nella camera funeraria[10].

L’ingresso della TT147. Foto L. Donovan, da: Ockinga, B., & Binder, S. (2009). The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el Naga. Ancient History39(2), 205.

La TT147 presenta, planimetricamente, la struttura a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; un breve corridoio, sulle cui pareti (fig. 1: n.1[11]) è rappresentato il defunto, la moglie e la famiglia che offrono cibi cotti, nonché inni a Ra, dà accesso ad una sala trasversale in cui (2) il defunto e la moglie offrono libagioni su un braciere e uomini riempiono giare; seguono (3) scene di uomini che offrono mazzi di fiori al defunto e alla moglie e, su tre registri sovrapposti, scene di banchetto funebre.

Scene del banchetto funebre. Da: Ockinga, B., & Binder, S. (2009). The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el Naga. Ancient History39(2), 205.

I resti di una stele (4), su uno dei lati corti della sala, rappresentano scene di di portatori di offerte; poco oltre (5-6-7) il defunto ispeziona lavori agricoli tra cui il raccolto del lino e, su due registri sovrapposti, un uomo che offre mazzi di fiori al defunto, alla moglie e a una figlia di cui non è riportato il nome. Oltre la porta che adduce alla sala perpendicolare (12), una fanciulla offre una ciotola al defunto e alla moglie; seguono i resti di una stele (11) di rilievi non leggibili e (10) un uomo e una donna in offertorio al defunto e alla moglie; poco oltre (9), i resti di una stele con portatori di offerte e (8) il defunto seguito da due file di portatori, che offre libagioni.

Un altro corridoio (13), sulle cui pareti il defunto e la moglie sono dinanzi a Osiride, adduce alla sala, perpendicolare alla precedente, sulle cui pareti sono rappresentate (14), su tre registri sovrapposti, scene della processione funeraria e di trasporto di suppellettili, comprese statue del defunto, e dei pellegrinaggi ad Abydos e a Busiris nonché cerimonie rituali sulla mummia e il figlio in offertorio al padre e alla madre.

Particolare della processione funebre con il misterioso tekenu. Da: Ockinga, B., & Binder, S. (2009). The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el Naga. Ancient History39(2), 205.

Sulla parete opposta (15) un uomo in offertorio al defunto (?) e scene di banchetto. Sul fondo (16) due scene del figlio che offre fiori ai genitori e di una figlia che analogamente offre mazzi di fiori ai due[12].

Durante gli scavi del team australiano sono state individuate due ulteriori fasi di riuso della TT147 evidenti sia architetturalmente che negli apparati pittorici[13]: (riferimenti tratti dalla fig. 2) a sud della Sala Grande (Broad Hall), con accesso dal cortile esterno, si apre un complesso funerario denominato “B” risalente al periodo ramesside; un secondo complesso, “C”, leggermente più in basso rispetto al piano della TT147, si apre nella parete nord della Sala Lunga (Long Hall). È verosimile che questa sepoltura giustifichi la realizzazione di un Secondo Recinto nel Cortile.

L’esame stratigrafico ha consentito di accertare che, data anche la posizione più bassa, tale complesso ha subito almeno otto alluvioni[14] il che giustifica le pessime condizioni. Tuttavia gli strati di fango qui esistenti, e nel cortile, hanno consentito di conservare oggetti che consentono di datarlo al Terzo Periodo Intermedio.

Rinvenimenti

Il tipo dei ritrovamenti provenienti dalla TT147 riflette la storia delle inondazioni cui la tomba fu soggetta.

Oggetti in ceramica, e alcuni ushabty, consentono l’assegnazione a 4 fasi di uso e riuso del sito[15].

Fase 1

Sul pavimento della camera funeraria sono stati rinvenuti oggetti che risalgono al primo uso della tomba e che sono databili a un periodo compreso tra i regni di Amenhotep III e Tutankhamon.

Nel piazzale antistante sono stati rinvenuti vasi dipinti lasciati dagli operai quando la decorazione della tomba fu abbandonata. Nel piazzale furono rinvenuti anche i resti di ceramiche rosse che erano state frantumate nel rituale noto come “rompere i vasi rossi” che era parte del rituale funerario.

Fase 2

Gli oggetti che datano alla seconda fase dell’uso della TT147 provengono dal complesso sepolcrale “B”; particolarmente interessanti sono i frammenti di un coperchio di sarcofago in legno e di un pettorale dello stesso materiale che si attestano al periodo Ramesside.

Fase 3

Evidenze del terzo riuso provengono dalla camera funeraria: sullo strato di fango essiccato che ricopre il pavimento della camera funeraria principale è evidente la traccia lasciata da un sarcofago in legno. Il sarcofago fu evidentemente deposto dopo un incendio, e prima di una serie d’inondazioni; la traccia lasciata dal sarcofago evidenzia la presenza di liste in legno che ne costituivano la base e che derivano da un metodo di costruzione conosciuto come risalente al Terzo Periodo Intermedio.

Questa datazione è ulteriormente suffragata da altri particolari, come un set quasi completo di ushabty della camera funeraria.

Fase 4

A questa fase risalgono parecchi piccoli frammenti di ushabty di faience blue, comuni nel Terzo Periodo Intermedio, che vennero trovati nella Sala Lunga (Long Hall) e nel cortile. Alcuni sono iscritti per il “Padre del Dio Amon Ra Nes-pauty-Tawy” così come un frammento di cartonnage ritrovato nel cortile.

Ushabty in faience di un sacerdote di Amon chiamato Nes-pauty-tawy ritrovati nella TT147, probabilmente risalenti al III Periodo Intermedio.Da: Ockinga, B., & Binder, S. (2009). The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el Naga. Ancient History39(2), 205.

Nes-pauty-Tawy compare anche nell’iscrizione che accompagna la decorazione nell’architrave sopra l’accesso che dalla Sala Lunga porta al complesso “C”.

Cancellazioni delle iscrizioni parietali

Particolare interesse suscita l’esame delle cancellazioni che risultano eseguite in due distinte fasi caratterizzate da differenti fattori e in altrettanto differenti periodi storici[16].

La prima risale al periodo amarniano, in un arco di tempo molto prossimo alla realizzazione della TT147 (1350 a.C. circa). Si tratta, infatti, di abrasioni derivanti da motivi religiosi contro il dio Amon. L’asportazione avvenne con relativa cura realizzando incisioni asportando, ove necessario, il nome del Dio, lasciando in evidenza il substrato in fango integrato di paglia applicato direttamente sulla roccia sottostante.

Quando il nome “Amon” faceva parte del nome di persona fu ugualmente rimosso come in altri casi di gruppi di geroglifici usati per scrivere il plurale della parola “Netjeru”, Dei, o come parte della parola “Pesedjet”, ovvero Enneade.

Furono anche cancellati oggetti di culto associati al culto di Amon.

La seconda fase di cancellazione è, molto probabilmente, associabile al susseguente riuso della tomba, nel Terzo Periodo Intermedio, per il Prete di Amon Nes-pauty-tawy. In questo caso i nomi del precedente titolare della tomba, Neferronpet e di sua moglie, della XVIII dinastia, sono stati cancellati senza però danneggiare la superficie dell’intonaco. Il nome di Nes-pauty-tawy ricorre 36 volte nella scena che sovrasta la porta che, dalla Sala Lunga (Long Hall) dà accesso al complesso “C”.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 258.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, Boyo Ockinga e Susanne Binder (Australian Archaeological Fieldwork), “The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el-Naga”, pp. 205-247.

[6]      Australian Centre for Egyptology and the Rundle Foundation of Egyptian Archaeology.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 258.

[8]      I coni funerari provenienti dalla TT147 furono ritrovati in differenti posizioni, nel cortile e nel riempimento del passaggio di accesso, e sono catalogati con i n.ri 464 e 459 dei reperti di Davies e Macadam –.

[9]      “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, Boyo Ockinga e Susanne Binder (Australian Archaeological Fieldwork), “The Macquarie Theban Tombs Project: 20 years in Dra Abu el-Naga”, pp. 219-220.

[10]     Sono stati individuati precisi richiami stilistici ad altre rappresentazioni esistenti in altre tombe: TT69 di Menna; TT52 di Nakht; TT181 di Nebamon e Ipuky.

[11]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 256.           

[12]     Porter e Moss 1927,  pp. 257-258.

[13]     “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, pp. 222-223.

[14]      “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, p. 223 (nota 35).

[15]     I dati relativi alle quattro fasi di uso e riuso della TT147 sono ricavati da “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, pp. 224-228.

[16]     “Ancient History: resources for Teachers”, vol. 39/2, 2009, pp. 229-230.      

C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

LA DINASTIA DELLE DIVINE ADORATRICI DI AMON

Di Piero Cargnino

Per secoli il titolo di “Sposa del Dio” era riferito alla moglie del faraone con un valore religioso mai chiaramente spiegato.

Il titolo di “Divina Sposa di Amon” (Hemet Netjer) fu introdotto durante la XVIII dinastia come titolo onorifico e costituiva un privilegio della regina o di principesse rigidamente appartenenti alla famiglia Reale (salvo rare eccezioni), con il quale venivano insignite le mogli, le madri o le sorelle del sovrano, quali sacerdotesse di Amon. La presenza della Divina Sposa di Amon sul palco per la Festa Sed era indispensabile, il suo compito prioritario era quello di “soddisfare la potenza creatrice del dio”.

La prima “Divina Sposa di Amon” fu Ahmose Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ahmose I, iniziatore della XVIII dinastia. Spesso il titolo veniva tramandato da madre a figlia come nel caso della regina Hatshepsut e di sua figlia Neferure, che andrà poi sposa a Thutmosi III. Il titolo cadde in disuso verso la fine della dinastia con lo scisma amarniano di Akhenaton, ma fu poi ripreso, in forma più che altro onorifica già dalla XIX dinastia.

Per tutta l’epoca Ramesside il faraone tornò ad esercitare in piena autonomia il potere che gli era riconosciuto. Con l’avvento della XXI dinastia, nota come la “Dinastia dei Profeti di Amon”, l’incoronazione di un sacerdote quale “Primo Profeta di Amon”, ingenerò l’assunzione di un maggior potere da parte del clero tanto che si può parlare di Teocrazia.

A questo punto anche la casta delle “Divine Spose di Amon” ne trasse beneficio. Al titolo originario venne loro attribuito anche quello di “Divina Adoratrice di Amon” (Dwat Netjer), carica che col tempo si evolvette al punto da divenire indipendente persino dal faraone stesso. Quest’ultimo titolo veniva attribuito in un primo tempo a una figlia del faraone ma, venendo meno il potere centrale, iniziò ad essere attribuito ad una figlia del Primo Profeta, e fu proprio con la nomina a Divina Adoratrice della figlia di Pinedjem I, Primo Profeta di Amon durante la XXI dinastia, che si creò un vero e proprio regolamento che prevedeva che le Divine Adoratrici di Amon dovevano restare nubili e vergini a vita.

Ad esse veniva attribuito il potere di consacrare monumenti e celebrare i rituali, godevano inoltre del privilegio di possedere lussuose dimore dove erano accolte le giovinette destinate a succedergli alle quali venivano impartite vere e proprie lezioni per la loro formazione futura. A dimostrazione dei benefici che il titolo comportava basta pensare che la Divina Adoratrice possedeva enormi ricchezze, controllava un gran numero di funzionari e, come solo al faraone era permesso, poteva fare offerte agli dei.

Solo le giovani gradite al faraone potevano ambire a tale titolo e per essere certi che ciò si verificasse il titolo poteva essere tramandato esclusivamente per adozione del successore da parte della Sposa del dio in carica e aveva carattere ereditario, in quanto una Divina Adoratrice non poteva essere sostituita.

Una volta investita dell’incarico alla nuova Sposa veniva consegnato un cartiglio con il suo nuovo nome derivato sempre dalla radice di Mut, in onore alla sposa celeste del Dio.

Gli attributi principali della Divina Adoratrice in carica li riscontriamo in numerosi rilievi dove appaiono nella loro ampia risonanza: “mano del dio” (in egizio: Djeret Netjer); “colei che rallegra la carne del dio”; “colei che si unisce al dio”; “colei che ha la gioia di vedere Amon”. Ma sarà solo durante il Terzo Periodo Intermedio, in particolare sotto la XXV dinastia che il titolo assumerà un’importanza assai rilevante, oltre al potere religioso, che già possedevano, le “Divine Adoratrici di Amon” acquisirono un notevole potere politico di controllo su Tebe, città sacra al dio Amon, e sulla regione circostante soppiantando quello precedente del “Primo Profeta di Amon”, provvedimento che i sovrani adottarono nell’intento di limitare lo strapotere dei sacerdoti.

Al fine di valorizzare ulteriormente il loro potere venne disposto che il loro nome venisse inscritto in un cartiglio, simbolo della regalità. Basti pensare che la Divina Adoratrice Nitokris I giunse persino ad adottare la titolatura regale attribuendosi un nome Horo. Anche se limitato alla sola regione di Tebe, durante la XXV dinastia, indipendentemente dal caos in cui versava l’Egitto, la tebaide mantenne la sua notevole autonomia sotto il governo delle “Divine Adoratrici di Amon” che costituivano quella che molti chiamano la “Dinastia delle Divine Adoratrici di Amon”.

Ritengo doveroso citare almeno i nomi di queste fiere donne che seppero, anche nei momenti più difficili, reggere il governo della tebaide, cosa che uomini guerrieri non seppero fare: Shepenupet I,  Amenirdis I, Shepenupet II, Amenirdis II, Nitocris I, Ankhnesneferibra, Nitocris II. Tanto gli è dovuto. Con l’avvento della XXVI dinastia i Persiani restituirono il titolo a fanciulle vergini, nate da famiglie locali.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Christian Jacq, “Le donne dei faraoni”, Mondadori, 1998
Età Tarda, Mai cosa simile fu fatta

FIGURA ASSISA DI NEITH

Età Tarda
Bronzo con inserti d’oro – Altezza 16 cm
Berlino, SMPK, Agyptisches Museum, 15446

Figura assisa della Dea Neith di Sais

Questa statuetta un bronzo, accuratamente lavorata, è uno degli esemplari più belli di questa tipologia di scultura a dell’Età Tarda.

L’elegante esecuzione rispecchia gli sforzi dell’epoca saita di far rivivere idealmente le grandi epoche classiche.

Le piccole immagini sacre dovevano comporre offerte propiziatorie per il tempio di Neith a Sais.

Come come dea protettive della città da cui provenivano i sovrani Dell XXVI Dinastia, indossa Fontila corona del Basso Egitto e originariamente impugnava uno scettro.

Nelle epoche antiche Neith era venerata come dea della guerra, e le insegne del suo culto, due lance incrociate su uno scudo, si rifanno proprio a questa caratteristica.

Fu dea guerriera e cacciatrice, identificata anche con le acque dell’Oceano Primordiale, associata alla dea Meheg-urt, la grande Vacca.

In ambito funerario Neith era protettrice di Osiride insieme a Iside, Nephtis e Selqit: le quattro dee furono associate ai quattro vasi canopi, oltre che ai quattro punti cardinali.

Ebbe come centri di culto Sais e Esna.

Era considerata anche dea primogenita e per questo occupa il posto di madre del dio-coccodrillo Sobek.

Fonte e fotografia

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Edizioni Konenann
  • Dei e Semidei dell’ Antico Egitto – Pietro Testa g Edizioni Harmakis
Necropoli tebane

TT146 – TOMBA DI NEBAMON

Planimetria schematica dell’area di Dra Abu el-Naga (area sud)[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NebamonSupervisore dei granai di Amon, Contabile del grano, iny[5] della Sposa del DioDra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi III)più in basso, non lontana a nord-ovest del deposito, nei pressi della casa di Sayya Ahmed

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile da un cono funerario, il nome della moglie: Suitnub[6].

Uno dei coni funerari relativi a Nebamon. Da: Betrò, Marilina. “Un cono funerario dall’area di MIDAN 05 a Dra Abu el-Naga e il problema della tomba perduta di Nebamon.” Egitto e Vicino Oriente (2010): 5-16.

La tomba

La facciata d’ingrsso della TT146. Da: Kampp, Friederike. Die thebanische Nekropole: zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. von Zabern, 1996.

La tomba non è accessibile[7]; è noto da vecchi disegni che sulla facciata era rappresentato un uomo che semina e alcuni maiali che calpestano il grano. Proviene probabilmente da questa sepoltura un frammento di stele con rappresentazione di ushabti, del defunto e della moglie[8].

La stele di Nebamon e la tavola in calcare con rappresentazione degli ushabti di Nebamon e della moglie dalla TT 146. Da: Betrò, Marilina. “Un cono funerario dall’area di MIDAN 05 a Dra Abu el-Naga e il problema della tomba perduta di Nebamon.” Egitto e Vicino Oriente (2010): 5-16.

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 28
  4. ^ Porter e Moss 1927,  p. 258.
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Titolo ricavabile dal Cono funerario, ma non noto o identificabile.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 258.

[7]      Porter e Moss 1927,  pp. 257-258

[8]      Oggi al Museo del Cairo, cat. 34160.

Necropoli tebane

TT145 – TOMBA DI NEBAMON

Planimetria schematica della tomba TT145[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NebamonCapo degli arcieriDra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi III?)pochi metri a sud-ovest, e più in basso, della TT17

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili sono il nome della moglie, Haotep, e del figlio, Paser[5].

La tomba

Planimetricamente TT145 si presenta come un’unica camera rettangolare, con andamento perpendicolare all’ingresso.

Sul fondo, angolo sud, si apre un accesso alla vicina TT17.

Sulle pareti, lato sud, il figlio Paser con una lista delle offerte dinanzi al defunto e alla madre sotto la cui sedia è rappresentata una scimmia nell’atto di mangiare una cipolla; in altro registro una tavola di cibarie e il figlio che offre mazzi di fiori al defunto e alla madre.

Nebamon e Haotep ricevono fiori dal figlio Paser (non inquadrato). A sinistra: lo schema di una scena adiacente, mai portata a termine. Da: Laboury, Dimitri. “Tracking ancient Egyptian artists, a problem of methodology. The case of the painters of private tombs in the Theban necropolis during the Eighteenth Dynasty” (2012).

Sulla parete opposta, su tre registri sovrapposti, dipinti non ultimati del defunto e della famiglia, con schizzi di un uomo che prepara la birra, una figlia (di cui non è indicato il nome) in offertorio ai genitori, nonché il censimento di cavalli, bestiame, scimmie, oche e maiali e la bastonatura di alcuni debitori. Sul fondo una nicchia con i resti di statue in argilla del defunto e della moglie[6].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Porter e Moss 1927,  p. 255.
  4. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 255.

[6]      Porter e Moss 1927,  pp. 257-258.

C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – TANUTAMANI

Di Piero Cargnino

E siamo così giunti anche all’ultimo faraone nero con il quale si chiuderà la XXV dinastia kushita.

Dopo un anno di coreggenza, alla morte di Taharqa, sul trono dell’Egitto e del regno di Kush sale il nipote Tanutamani (Tanutamon) il cui nome di Horo era Wah-merut. Manetone non ne fa cenno ma il suo nome compare negli annali assiri.

Iniziò bene il suo regno, trovandosi l’esercito assiro lontano dall’Egitto, Tanutamon tentò il colpaccio, armò il suo esercitò e discese il Nilo fino a Tebe che raggiunse in breve e venne accolto con tutti gli onori dal governatore Montuemhat e dalla “Divina Sposa di Amon” Shapenewpet II.

Le principali notizie della suo campagna militare che sono giunte fino a noi provengono dalla stele nota come “Stele del Sogno”, scoperta a Gebel Barkal, eretta dal sovrano stesso, (da non confondere con la più nota “Stele del Sogno” di Thutmasi IV). L’etiope narra che nel suo primo anno di regno vide in sogno due serpenti, uno a destra e l’altro a sinistra, e il sogno gli fu interpretato con queste parole:

Grazie all’appoggio dei tebani, Tanutamani marciò col suo esercito verso nord con l’intento di riconquistare il Basso Egitto, iniziò una battaglia contro i principi egizi rimasti fedeli al sovrano assiro che sconfisse presso Menfi dove cadde pure Necao I di Sais che secondo alcuni viene considerato il fondatore della XXVI dinastia. Nella sua Stele del Sogno, Tanutamani descrive nei particolari come i principi sconfitti, guidati da Peqrur di Per-Soped, gli resero omaggio sottomettendosi. Stranamente nell’elenco dei principi non viene fatto alcun cenno a Psammetico I di Atribi, figlio di Necao I. E’ interessante il fatto che la battaglia sia stata raccontata anche da parte assira su di un cilindro scritto in cuneiforme anche se ovviamente dal loro punto di vista.

Possiamo immaginare con quale contrasto vengano esposte le due versioni, in quella etiope il vincitore fu Tanutamani, in quella assira ovviamente fu invece Ashurbanipal. Tanutamani partì dunque per Napata

dove giunse senza alcun problema. Qui fece celebrare una grande festa in onore di Amon-Ra al cui termine discese il Nilo e andò ad Elefantina a rendere omaggio al dio Khnum, da qui poi si recò a Tebe per onorare il dio Amon-Ra.

Tornato in Egitto Tanutamani si diresse subito verso Menfi, durante il tragitto il sovrano venne accolto ovunque con scene di giubilo, dopo aver preso Menfi e ringraziato con offerte Ptah e le altre divinità, ordinò che a Napata venisse costruito un grande portale in ringraziamento agli dei. Tanutamani scese ancora verso il Basso Egitto per combattere gli ultimi principi ribelli i quali però si ritirarono dentro le loro mura e non uscirono a combattere con lui. Anziché assediare le città, forse per scarsità di soldati, il sovrano tornò a Menfi, non passò molto tempo che i principi gli mandarono a dire, per bocca del principe di Pi-Sopd, che erano pronti a servirlo ed a diventare suoi vassalli.

Tanutamani riunì allora tutti i principi nel palazzo reale e qui li informò che la sua vittoria gli era stata promessa dal suo dio, l’Amon di Napata. Terminato il banchetto il principi tornarono alle loro città, e l’iscrizione termina qui bruscamente. Ma il trionfo non ebbe lunga durata, Ashurbanipal scese nuovamente in Egitto, dove il suo esercito sconfisse quello di Tanutamani, dopo di che riconquistò Menfi, scese fino a Tebe che saccheggiò e derubò del tesoro del tempio di Karnak. Procedette quindi a dividere tutto l’Egitto in piccoli territori che affidò a principi a lui fedeli. Nei testi cuneiformi non troviamo più citato il faraone etiope ed a quanto pare neppure il re assiro. Tanutamani fuggì per l’ennesima volta e si rifugiò a Napata, pur continuando a considerarsi faraone legittimo, e qui morì nel 656 a.C. e fu sepolto a Kuru.

Da questo momento i sovrani etiopi non entrarono più in Egitto limitandosi a governare la Nubia e spostando la loro sfera d’influenza più a sud, dove daranno vita a quello che sarà il regno di Meroe.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2000
  • Gianpiero Lovelli, “Tanutamani, l’ultimo monarca della XXV dinastia”, da Strorie di Storia, 2020
  • R. William Gallagher, “Sennacherab’s campaign to Juda”, Boston, Brill Press, 1999
  • Marco Joshua J., “Esathaddon”, Enciclopedia della storia mondiale, (estratto), 2019
  • Radner Karen, “Antica Assiria: una brevissima introduzione”, Università di Oxford, 2015
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011 A. Kirk Grayson, Sennacherib in Anchor Bible Dictionary, New York, 1992
Necropoli tebane

TT144 – TOMBA DI NU

Planimetria schematica della tomba TT144[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NuCapo dei lavoratori dei campiDra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi III?)magazzino di Ahmed Ali Salim[5]; pochi metri a sud-ovest, e più in basso, della TT17

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile è il nome della moglie: Henuttaui[6].

La tomba

Planimetricamente TT144 si presenta come un’unica camera quasi quadrata con dipinti e rilievi molto malridotti. Sulle pareti, su quattro registri sovrapposti, scene della processione funeraria e trasporto delle suppellettili comprese alcune statuette e il traino di scrigni e di barche sacre. Poco oltre scene di lavoro agricolo con buoi che calpestano grano e vagliatura, mietitura e trasporto del lino, nonché scene del banchetto funebre del defunto e della moglie e di riti sulla mummia. Il soffitto, a volta, reca testi sacri.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 255.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 255.

Mai cosa simile fu fatta

ARSINOE II

Da Abu Rawash
Epoca Tolemaica
Calcare fine
New York, The Metropolitan Museum of Art, 38.10

Questa piccola testa di regina, priva di iscrizioni, può essere attribuita a Arsinoe II, sia per i due urei che le sono caratteristici, sia per lo stile della scultura, che è degli inizi dell’epoca Tolemaica.

La corona è andata persa, si trovava sulla parrucca ripartita che incornicia

Il volto giovanile dal sorriso accennato, corrispondente allo stile che in quest’epoca si realizzava per i ritratti regali.

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Foto: The Met Museum of Art

Necropoli tebane

TT143 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT143[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutotitolo perduto Dra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi III-Amenhotep II?-Thutmosi III?)versante nord della collina, sopra la TT11; a sud e più in basso della TT147

Biografia

Mentre è sconosciuto il nome del titolare della TT143, ci è noto il nome della moglie: Tentkhesbed[5].

La tomba

Planimetricamente la tomba propone la forma a “T” capovolta tipica delle sepolture del periodo; per evidenze stilistiche è stata assegnata alla metà della XVIII dinastia. Di buona fattura i dipinti e i rilievi parietali superstiti che sono specialmente concentrati nella sala trasversale: sono rappresentati un uomo e una donna (i figli della coppia?) dinanzi alla moglie del defunto; sulla parete più corta a est il defunto, la moglie e la famiglia omaggiati da due file di servi che recano offerte e che procedono al loro immagazzinamento; poco oltre alcuni uomini impilano giare di vino.

Il titolare della TT143 con il suo cane. Rilievo di N. De Garis Davies

Dall’altro lato della porta di accesso, su sei registri sovrapposti, scene di lavoro agricolo compresa la pesatura del raccolto, uno scriba che annota le operazioni e alcuni uomini con cavalli.

Due dei tre sovrani ritratti nella TT143. Rilievo di N. De Garis Davies

Sulla parete più corta a est, scene appena schizzate di tre re (non identificabili): uno colpisce con una lancia un leone, un altro è assiso e il terzo, seduto su uno sgabello, tira con l’arco. Segue, su cinque registri, scena di tributi dalla Terra di Punt e il defunto, con il capo di Punt, che recano oro e alberi di incenso ad un re; il defunto, accompagnato da scorte militari con cani e carri, giunge sulla riva di un mare (?) e ispeziona zattere cariche di incenso[6].

Fonti[

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 255.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 255.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 255.

C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – TAHARQA

Di Piero Cargnino

Non voglio indugiare oltre per scoprire se fu Shabaka o Shebitqo a regnare per ultimo ma proseguirò seguendo le linee accademiche in generale. Diciamo quindi che a Shebitqo successe il cugino Taharqa che per sua fortuna si trovò la strada spianata dalle campagne di successo di Pianki e Shabaka avviandosi a governare un prospero regno.

Per quanto riguarda la durata del regno di Taharqa la si evince dalla “Stele del Serapeum” (cat. 192) dove viene registrato che un toro Apis nato il “quarto mese della stagione di Akhet, giorno  9”, nell’anno 26 di Taharqa morì nel Anno 20 di Psammetico, “quarto mese di Shemu, giorno 20 dopo aver vissuto 21 anni”. Da ciò si deduce che Taharqa regnò almeno 26 anni.

Abbiamo già incontrato Taharqa quando, durante il regno del suo predecessore, guidò l’esercito egizio inviato a supporto della  coalizione anti-assira formata dal regno di Israele, da quello di Giuda e dalle città di Ascalon e Sidone, dove la coalizione fu sconfitta ad Ashod.

Rientrato in Egitto salì al trono dopo la morte di Shabaka o Shebitqo e lo descrive lui stesso esplicitamente nella stele di Kawa, riga 15:

Stranamente nella stele Taharqa non accenna mai chi fosse il Falco Reale. Pertanto rimane l’incertezza su chi dei due suoi predecessori abbia regnato per ultimo.

Affidò subito l’amministrazione dell’Alto Egitto al Quarto Profeta di Amon presso Karnak, Montuemhat, al quale concesse i titoli di “Governatore di Tebe” e “Sovraintendente ai Distretti Meridionali”. Stabilì la sede della sua corte nel Basso Egitto in modo tale da avere l’opportunità di  seguire meglio le complesse vicende palestinesi, nel contempo sottomise i piccoli dinasti locali, di origine libica, che spadroneggiavano ancora in alcune zone del Delta del Nilo.

Intanto il re assiro Sennacherib venne assassinato in seguito ad un complotto, lo racconta Erodoto ed anche la Bibbia:

Non è detto che nell’uccisione di  Sennacherib Taharqa sia stato del tutto estraneo tanto che iniziò a coltivare alleanze con elementi in Fenicia disposti a rendersi più indipendenti dal potere assiro. Intraprese alcune campagne militari con successo ed invase la Palestina meridionale, come attestato dalla “lista dei principati asiatici conquistati” nel tempio Mut a Karnak e “popoli e paesi conquistati (libici, nomadi Shasu, fenici e Khor in Palestina) nel tempio di Sanam”.

Ma Taharqa aveva fatto male i conti, Esarhaddon succeduto a Sennacherib intraprese una campagna militare contro Khor (avamposto egiziano situato nel sud della Siria), distrusse Sidone e sottomise Tiro. si rivolse quindi all’Egitto, Taharqa fu sconfitto nel 677 a.C.; fuggì prima a Tebe poi, quando il governatore Montuemhat fu costretto a fare atto di sottomissione consegnando tutta la regione a Esarhaddon, dovette ritirarsi a Napata.  Esarhaddon invase e trasformò il Basso Egitto in una provincia assira, proseguì quindi, attraversando il deserto, fino a Menfi, che conquistò catturando la famiglia del faraone, le mogli reali ed il principe Nes-Anhuret che inviò in Assiria come ostaggi, impose tributi e poi si ritirò. Per la prima volta da secoli l’Egitto dovette subire un’invasione straniera.

Ma Taharqa tornò  portando truppe di riserva da Kush, come menzionato nelle iscrizioni rupestri e sconfisse gli Assiri nel 674 a.C., secondo i documenti babilonesi rioccupando Menfi ed il Delta. Secondo alcuni studiosi pare che questa sia stata forse una delle peggiori sconfitte dell’Assiria.

Nel frattempo l’improvvisa morte del re Esarhaddon fermò l’avanzata dell’esercito assiro, anche perché Ashshurbanipal, succeduto al padre, dovette accorrere in patria per risolvere una crisi politica scoppiata nel suo turbolento impero. Ne approfittò subito Taharqa che, tornato a Tebe riuscì in breve a formare una nuova alleanza con dinastie locali che avevano fatto atto di sottomissione all’occupante; alla coalizione aderì anche Necho, principe di Sais che fonderà la XXVI dinastia.

Ashshurbanipal, risolta la crisi interna, rientrò appena possibile in Egitto, sconfisse nuovamente Taharqa e avanzò fino a Tebe, ma non stabilì un controllo assiro diretto, nominò suo vassallo sovrano in Egitto Necho I e tornò in patria. Pochi anni dopo i sovrani di Sais, Mendes e Pelusium tornarono a complottare contro gli assiri cercando di attirare con loro Taharqa che si trovava a Kush. Assurbanipal scoprì quello che si tramava ai suoi danni, scese nuovamente col suo esercito e sconfisse i ribelli giustiziandone molti e deportando Necho I a Ninive. Ancora una volta Taharqa si rifugiò nella sua terra d’origine dove di li a poco morì.

Va riconosciuto a questo faraone che, nonostante un regno in continuo conflitto con la potenza assira, fu anche in grado di garantire un prospero periodo di rinascita sia in Egitto che nel suo paese Kush. Favorito da una eccezionale inondazione del Nilo, che permise un raccolto molto abbondante a tutto vantaggio della popolazione, il governo centrale fu particolarmente efficiente da sostenere molte  risorse intellettuali e materiali, la religione, le arti e l’architettura furono riportate alle loro gloriose forme dell’Antico, Medio e Nuovo Regno.

Taharqa e la XXV dinastia fecero rivivere la cultura egiziana, dalle numerose iscrizioni si riscontra che il sovrano fece grandi donazioni d’oro sia al tempio di Amon di Karnak che a quello di Kawa. Sotto Taharqa, l’integrazione culturale dell’Egitto e di Kush raggiunse un punto tale da non poter essere annullata, nemmeno dopo la conquista assira. L’impero della Valle del Nilo tornò grande come lo era stato nel Nuovo Regno.

Taharqa fu anche un grande costruttore, restaurò templi e ne costruì di nuovi, fece delle enormi aggiunte ai templi di Karnak e di Kawa oltre che al tempio di Jebel Barkal, la cui somiglianza con quello di Karnak costituì un punto centrale per i suoi costruttori.

Taharqa costruì anche insediamenti militari presso i forti di Semna e Buhen e il sito fortificato di Qasr Ibrim. All’ingresso del palazzo di Ninive furono trovate tre statue colossali di Taharqa,  probabilmente portate come trofei di guerra da Esarhaddon con altro bottino.

Taharqa morì a Tebe ma a differenza dei suoi predecessori non fu seppellito a el-Khurru ma nella sua piramide a Nuri, (piramide NU 1) anche se è nota una seconda piramide di dimensioni modeste, a lui dedicata e situata a Sedeinga. La piramide NU 1 di Taharqa è la più grande e meglio conservata, misura circa 52 metri per lato ed è alta 67 metri con un’inclinazione di 69 gradi, è la più elaborata tomba rupestre kushita.

La camera funeraria è una replica dell’Osireion di Seti I ad Abydos, ha sei colonne che sostengono un tetto a volta. Nella sua tomba furono deposti oltre 1070 ushabti di varie dimensioni fatti di granito, ankerite verde e alabastro.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • R. William Gallagher, “Sennacherab’s campaign to Juda”, Boston, Brill Press, 1999
  • Marco Joshua J., “Esathaddon”, Enciclopedia della storia mondiale, (estratto), 2019
  • Radner Karen, “Antica Assiria: una brevissima introduzione”, Università di Oxford, 2015
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • A. Kirk Grayson, Sennacherib in Anchor Bible Dictionary, New York, 1992