Necropoli tebane

TT321 – TOMBA DI KHAEMOPET

Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Khaemopet[6]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

I nomi dei genitori, ricavabili dalla TT219 sono, forse, Bukentef e Iy; il nome della moglie Maani[7].

La tomba

La cappella di TT321 è costituita da una unica sala rettangolare[8] di cui non si hanno ulteriori notizie[9].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]              Porter e Moss 1927, p. 393

[7]              Porter e Moss 1927, p. 393.

[8]              Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73.

[9]              Porter e Moss 1927, p. 393.

Piccola Guida Turistica, Tombe, XX Dinastia

LA TOMBA DI AMONHERKHOPESHEF (QV55)

Amonherkhopeshef, defunto, viene presentato ad Iside dal padre Ramesses III.
Il principe è rappresentato come un bambino e tiene in mano il ventaglio ad una sola piuma che lo qualifica come “flabellifero alla destra del re”, titolo riservato ai figli del sovrano ed alle persone a lui particolarmente vicine. Potrebbe anche simboleggiare la piuma di Maat e quindi la sua condizione di defunto giustificato.
FOTO: kairoinfo4u

Del principe Amonherkhopeshef si sa poco; Dodson ed Hilton lo identificano come Amonherkhopeshef B per distinguerlo da Amonherkhopeshef A figlio primogenito di Ramses II premorto al padre e da Amonherkhopeshef C figlio di Isis e di Ramses III divenuto re con il nome di Ramses VI.

Dall’intricato e controverso albero genealogico della XX dinastia così come ricostruito dai due studiosi si evince solo che era uno degli otto figli maschi di una regina non identificata e che era fratello di Ramses VIII e fratellastro di Ramses IV, Ramses VI e Pentawere, che insieme alla madre Tiye e ad alcuni cortigiani ordì la famosa Congiura dell’Harem nella quale il sovrano venne assassinato.

Le iscrizioni nella sua tomba nella Valle delle Regine attestano che egli portava i titoli di “figlio del re del suo corpo che ama”, “principe ereditario”, “scriba reale”, “grande comandante della cavalleria”; pare essere deceduto all’età di 15 anni, prima del padre.

Egli compare con estrema probabilità nella processione di dieci principi figli di Ramses III che il Faraone fece scolpire sulle pareti del tempio di Medinet Habu; egli omise di indicarne nomi e titoli, che furono fatti inserire da Ramses VI, il quale non necessariamente rispettò l’ordine di nascita.

Il corteo di principi è guidato da Ramses IV, seguito al secondo ed al terzo posto da due personaggi ai quali Ramses VI (Amonherkhepshef C) attribuì i propri cartigli reali ed i titoli a suo tempo portati dall’omonimo fratello defunto; nella processione figura anche un terzo Amonherkhepshef “Portatore di ventaglio alla destra del re, figlio del re del suo corpo” che forse è lo stesso Ramses VI con i titoli che rivestiva quando le immagini furono scolpite ed era ancora ben lontano dal trono.

I principi compaiono anche in un rilievo di Karnak ed in un altro di Medinet Habu nei quali sono ritratti mentre partecipano alla Festa in onore del dio Min e trasportano a spalla il palanchino sul quale è assiso Ramses III, ed infine otto di essi sono raffigurati nel rilievo di una cappella mentre fanno offerte al padre.

Particolare (ricostruito e colorato) della processione in onore di Min, alla quale partecipano i figli reali.

La descrizione della tomba

La tomba del principe Amonherkhepeshef fu scoperta nel 1904 da Ernesto Schiaparelli, all’epoca direttore del museo Egizio di Torino, ed ha la classica struttura a siringa: un lungo corridoio discendente a gradini porta a due ambienti successivi collocati sul medesimo asse ed infine ad una camera sepolcrale dal soffitto basso che contiene un sarcofago antropomorfo incompiuto di granito; sulla parete destra di ognuna delle due camere intermedie si apre un annesso.

Ramses III e suo figlio dinanzi al dio Imset o Amset, uno dei quattro figli di Horus.
Egli aveva la testa umana ed era un dio funerario, rappresentato sul vaso canopo contenente il fegato. Era collegato ad Iside.
FOTO di Kairoinfo4u, da Flickr

Essa venne rinvenuta già profanata nell’antichità, e non v’era traccia nemmeno della mummia del suo occupante, che tuttavia potrebbe essere stato inumato nella KV13, dove gli scavi hanno rivelato un sarcofago di Tausert riscolpito con il suo nome; nella QV55 venne invece rinvenuta una scatola contenente i resti di un feto di sei mesi, ancora oggi esposto nella tomba all’interno di una teca.

In questo rilievo il Faraone effettua fumigazioni in onore di Ptah, che si trova in piedi in un santuario; egli è raffigurato mummiforme e con una calotta blu sul capo.
Secondo la cosmogonia di Menfi era il dio che concepì il mondo con il potere dei suoi pensieri e delle sue parole.
Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Un esteso intonaco dipinto a rilievo incassato sopravvive in tutto l’ipogeo, salvo che negli annessi e nella camera sepolcrale; il tema decorativo ha come protagonista il sovrano che accompagna il figlio deceduto al cospetto degli dei.

Ramses III rende omaggio ad una divinità. Del tutto particolare è la corona “cappuccio” indossata dal sovrano, simile alla calotta del dio Ptah, già attestata nell’Antico regno ed introdotta dai re kushiti. Essa veniva indossata durante i culti e si pensa che identificasse un figlio reale o divino. Solitamente gialla o blu era talvolta decorata con cobra, piume di struzzo o come in questo caso con il falco Horus. I resti di quella che sembra essere una di queste corone sono stati trovati sulla mummia di Tutankhamon. Essa consisteva in una fascia d’oro avvolta attorno alle tempie che fissava una calotta di lino, tenuta in posizione da un nastro annodato nella parte posteriore della testa e decorata con quattro cobra di perline di vetro di colore oro, rosso e blu.
https://www.reddit.com/…/Cow…/comments/tc6f6i/cap_crown/
FOTO di Kairoinfo4u

Le scene sono molto delicate e coloratissime; Amonherkhopeshef è rappresentato come un bambino (ha ancora la treccia dell’infanzia) e tiene in mano il ventaglio ad una sola piuma che lo qualifica come “flabellifero alla destra del re”, titolo prestigioso riservato ai figli del sovrano ed alle persone a lui particolarmente vicine oppure come defunto giustificato, in quanto simboleggia la piuma di Maat e l’esito positivo della psicostasia.

Ramses III e Duamutef, uno dei figli di Horus.
FOTO di Kairoinfo4u da Flickr

Egli quasi si nasconde timidamente dietro il padre, che rende omaggio agli dei più importanti del Pantheon egizio e lo presenta personalmente ad ognuno di loro.

Sulle pareti, inoltre, sono stati riprodotti alcuni capitoli del Libro dei Morti.

Questo rilievo ritrae il dio Ptah-Tatenen. Tatenen era una divinità funeraria rappresentante la terra emersa dal Caos primordiale, che venne in seguito associata al principale dio menfita Ptah nella forma Ptah-Tatenen, creatore dell’energia primordiale.
Generalmente veniva rappresentato con aspetto mummiforme, la barba ed il “nemes” adornato con due piume, corna ritorte e disco solare. A questa divinità si attribuisce di aver portato nel mondo il pilastro djed che in seguito sarà associato al dio Osiride.
FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Tatenen
Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Questo rilievo raffigura Ramses III davanti a una divinità. Il sovrano indossa un magnifico gonnellino ed un corsetto e sulla testa porta un elmo decorato con anelli d’oro. Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.
Il sovrano e suo figlio dinanzi a Ptah-Tatenen.
FOTO di Kairoinfo4u
Questo rilievo mostra Ramses III che abbraccia la dea Iside. Il re indossa la corona blu khepresh mentre la divinità esibisce sopra una parrucca blu il suo caratteristico copricapo avvoltoio sormontato da un modio decorato di urei dal quale si dipartono le corna bovine ed il disco solare. Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Per informazioni sugli omonimi di questo principe, guardate sul nostro sito a questi link:

https://laciviltaegizia.org/…/il-principe-amon-her…/

https://laciviltaegizia.org/2023/12/10/il-faraone-ramses-vi/

I demoni guardiani dell’Oltretomba

Nella tomba del principe Amonherkhepeshef si trovano le immagini di alcuni demoni guardiani dell’Oltretomba.

Gli antichi egizi credevano nell’Aldilà, ma per raggiungere i Campi di Iaru, il luogo di pace destinato ai meritevoli, il defunto avrebbe dovuto affrontare un pericoloso viaggio attraverso gli inferi, lo stesso che ogni notte veniva percorso dalla barca solare del dio Ra.

Esso iniziava guadando il grande fiume nel cielo che separa la terra dagli inferi e che poteva essere attraversato solo dal traghettatore degli dei, una divinità dell’Oltretomba, che i Testi delle Piramidi indicano in Kherti.

Kherti, il cui nome dovrebbe significare “il massacratore” aveva la forma di un ariete mummificato in posizione accovacciata; nei Testi dei Sarcofagi questa funzione viene attribuita ad Aker, poi divenuto dio dell’orizzonte.

L’Oltretomba, che gli Egizi chiamavano Duat, era un mondo popolato da demoni e mostri ostili, caratterizzato da un paesaggio simile a quello terrestre, costellato tuttavia anche da laghi di fuoco, caverne, deserti e foreste di alberi di turchese; la strada che lo attraversava era sbarrata da porte e piloni chiusi con cancelli.

Ogni porta era presidiata da un serpente che sputava fuoco e da tre personaggi zoo-antropomorfici armati di grossi coltelli e di fruste e dal nome il più delle volte inquietante, che avrebbero potuto avere il sopravvento sul defunto, condannandolo per sempre all’oblio.

Qutgetef, guardiano dell’ottava porta. Foto: Smit e Palarczyc

I Faraoni dell’Antico Regno entravano in quel mondo oscuro accompagnati dalle invocazioni dei sacerdoti ed annunciando che si sarebbero fatti strada con la forza; le persone comuni, invece, si facevano talvolta seppellire con una mappa della Duat e con testi di incantesimi ed amuleti che li avrebbero aiutati lungo il cammino.

Se il defunto fosse riuscito a concludere il viaggio si sarebbe presentato nella Sala del Giudizio per dare conto della sua vita ad Osiride attraverso la “confessione negativa” (ossia per rendere la dichiarazione di non aver commesso una serie di 42 cattive azioni) e per la pesatura del suo cuore, che avrebbe dovuto dare riscontro alle sue parole.

Se quest’ultimo, infatti, fosse risultato leggero quanto la piuma di Maat, simbolo di rettitudine, avrebbe ottenuto la vita eterna negli idilliaci Campi di Iaru; se così non fosse stato, sarebbe stato gettato in una fossa infuocata ed il cuore sarebbe stato divorato da Ammit, un mostro con la testa di coccodrillo, la parte anteriore e la criniera di leone e la parte posteriore di ippopotamo ed ogni possibilità di rinascita gli sarebbe stata per sempre preclusa.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI SUL TEMA, ANDATE SUL NOSTRO SITO A QUESTI LINK

https://laciviltaegizia.org/…/medicina-e-magia-i-demoni/

https://laciviltaegizia.org/…/il-terzo-sacrario-di…/

https://laciviltaegizia.org/?s=ammit

BIBLIOGRAFIA ULTERIORE:

REDFORD S., The harem conspiracy, 2002

Grazie infinite a Nico Pollone e ad Andrea Petta per il valido aiuto prestatomi nella ricerca delle immagini dei rilievi e del testo della dott. Redford.

Piccola Guida Turistica

LA VALLE DELLE REGINE

CENNI GENERALI

Sulla riva occidentale del Nilo, a sud e a sud-ovest della Valle dei Re, si trova una vasta rete di wadi tra i quali il più importante è la Valle delle Regine, oggi nota anche come Biban el-Harim, Biban el-Sultanat o Wadi el-Melikat ma chiamata nell’antichità Ta-Set-Neferu, ossia “il luogo della bellezza”.

A far tempo dal 1550 a. C. circa ed in seguito, fino alla fine della XX dinastia questo wadi e le sue diramazioni sono stati utilizzati come necropoli per le mogli del Faraone e per altri membri della famiglia reale.

Ramses III vi fece seppellire molti tra i suoi stretti congiunti: all’estremità occidentale del wadi principale si trovano le tombe delle regine Isis (QV51) e Tyti (QV52), che alcuni ritengono anche figlia o sorella del sovrano e dei principi Ramses (QV53) ed Amonherkepshef (QV55); in un wadi periferico che si dirama a sud-ovest da quello principale ci sono invece le tombe dei principi Khaemwaset (QV44), Pareherwenemef (QV42) e Sethirkhopshef (QV43) – quest’ultima inutilizzata, in quanto egli salì al trono come Ramses VIII e dovrebbe essere stato sepolto nella Valle dei Re, sebbene il suo ipogeo non sia ancora venuto alla luce.

La zona è soggetta a cedimenti geologici ed è caratterizzata da rocce di modesta qualità, inclini ad assorbire l’acqua ed a frantumarsi, per cui nel corso dei millenni le periodiche inondazioni ed i terremoti hanno reso inaccessibili quasi tutte le oltre cento tombe che in essa sono state scavate.

Attualmente sono visitabili solo la QV44, la QV52 e la QV55.

NOTA: per quanto riguarda la tomba di Nefertari, nuovamente chiusa al pubblico e peraltro già trattata su queste pagine, potrete trovare gli interessanti articoli sul nostro sito a questi link: https://laciviltaegizia.org/…/05/16/la-tomba-di-nefertari/ e https://laciviltaegizia.org/2023/03/15/nefertari-qv66/

FONTI DI QUESTO E DEI SUCCESSIVI POST DI QUESTA RUBRICA:

https://biblioteca.museoegizio.it/…/la-tombe-du…/2612

https://madainproject.com/tombs_in_valley_of_the_queens…

https://thebanmappingproject.com/…/qv-55-prince…

https://it.wikipedia.org/wiki/QV55

https://nefershapiland.de/ramsesiii_familie.htm

https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/S_5215

https://it.wikipedia.org/wiki/QV44

https://www.wikiwand.com/…/Khaemuaset_(figlio_di_Ramses…)

https://thebanmappingproject.com/…/qv-44-prince-khaemwaset

https://archeologiavocidalpassato.com/…/tomba-di…/

http://www.griffith.ox.ac.uk/topbib.HTML

http://www.louxoregypte.fr/…/la-vallee-des-reines.html

https://destination-egypte.fr/vallee-des-reines-louxor/

https://it.wikipedia.org/wiki/QV44

DODSON A., HILTON D., “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Cairo, 2004

Necropoli tebane

TT320 (nota anche come DB320 o “Cache reale”)

Tomba di Inhapi

[scavi clandestini 1860(?); scoperta ufficiale 1881]

Planimetria schematica della tomba TT320[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Inhapi[6]Regina, forse moglie di Ahmose IDeir el-Bahari inizi XVIII dinastia riuso come Cache reale XXI dinastiasepoltura singola riutilizzata, durante la XXI dinastia, quale ricovero per mummie reali

 

Biografia

Inhapi era, verosimilmente, sposa del re Ahmose I. Nessun’altra notizia biografica è ricavabile[7].

La tomba

La TT320, precedentemente nota come DB320, è costituita da un pozzo verticale e da un appartamento sotterraneo.

Si è a lungo ritenuto che la TT320 fosse la tomba della regina Inhapi e solo successivamente utilizzata come deposito per oltre cinquanta mummie reali di dinastie successive alla XVIII cui la regina apparteneva; il fatto che la sua mummia sia stata perciò rinvenuta molto vicina all’ingresso, come depostovi per ultimo, ha fatto sorgere il dubbio che, in realtà, anche il corpo della regina sia stato qui nuovamente sepolto provenendo da altra tomba[8].

E’ stato perciò ipotizzato che la sepoltura fosse originariamente stata prevista, durante la XXI dinastia, per il Primo profeta di Amon Pinedjem II, e per sua moglie Neskhons. La morte di Pinedjem risale al 969 a.C., periodo di turbolenze politico-sociali che comportarono la necessità di sottoporre le tombe reali a verifiche per constatarne l’integrità e salvaguardare, eventualmente, i copri degli occupanti. Ne derivò l’opportunità di trasferire alcuni dei re in questa che divenne, perciò, una sorta di deposito, o cache, in cui trovarono posto oltre cinquanta mummie.

Venne originariamente scoperta, verosimilmente nel 1860, dalla famiglia Abd el-Rasul che ne depredò gli occupanti ponendo sul mercato clandestino molte delle suppellettili con cui erano stati sepolti. Proprio tale mercato attirò l’attenzione delle autorità locali che vi posero fine quando, nel 1881, l’archeologo Émile Brugsch ri-scoprì la tomba il cui pozzo verticale era stato nascosto sotto vari strati di pietrame.

Nel 1938 la tomba venne nuovamente esplorata e dal 1988 è oggetto di lavori di restauro a cura di una squadra russo-tedesca capeggiata dall’egittologo Erhart Graefe[9].

Gaston Maspero in suoi appunti registra tre graffiti in ieratico, nel pozzo verticale (oggi distrutti), facenti riferimento alla sepoltura della principessa Eskhonsu nell’anno V, probabilmente di Siamon, e alla sepoltura di Pinedjem nell’anno X di Siamon. Altro graffito faceva riferimento alla regina Inhapi[10]; Maspero riferisce di analogo graffito riferito alla regina nella camera funeraria[11]. Venne inoltre repertato un sigillo in argilla recante il titolo di un prete sem[12] del Ramesseum durante il regno di Siamon.

Lista delle mummie rinvenute in TT320

DinastiaNome[13]TitoloNote[14].Posizione[15] (m/s)[16]
XVIITetisheri (?)[17]Grande Sposa Realemoglie del re Ahmose e madre di Seqenenra Tao e Ahmose Inhapi; mummia Museo del Cairo (cat. CG61056)-/-
XVIISeqenenra Ta’o[18]Remummia Museo del Cairo (cat. CG61051); sarcofago al Museo Egizio del Cairo (cat. 61001)D/D
XVIIAhmose-Inhapi[19]Reginafiglia di Ahmose e sorella del re Seqenenra Tao, di cui fu anche la moglie; mummia Museo del Cairo (cat. CG61053)B/-
XVIIAhmose-Henutemipet[20]Principessafiglia del re Seqenenra Tao e della regina Ahotep, sorella di Ahmose: mummia Museo del Cairo (cat. CG61062)
XVIIAhmose-Henuttamehu[21]Principessafiglia di Seqenenra Ta’o e Inhapi; mummia Museo del Cairo (cat. CG61061); sarcofago Museo del Cairo (cat. 61012)*/*
XVIIAhmose-Merytamon (DB320)[22]Reginafiglia del re Ahmose e della Grande sposa reale Ahmose Nefertari, sposò il fratello Amenhotep I*/-
XVIIAhmose-Sipair[23]Principefiglio forse del re Seqenenra Tao e fratello di Ahmose (o forse figlio di quest’ultimo), morto all’età di 5-6 anni; mummia Museo del Cairo (cat. CG61064); sarcofago Museo del Cairo (cat. CG61007)*/*
XVIIAhmose-Sitkamose[24]Reginafiglia forse del re Kamose e forse sposa del re Ahmose; mummia Museo del Cairo (cat. CG61063); sarcofago Museo del Cairo (cat. CG61011)*/*
XVIIIAhmose I[25]Re, primo della XVIII dinastiamummia Museo del Cairo (cat. JE26210; CG61057); sarcofago al Museo del Cairo (cat. 61002)D/D
XVIIIAhmose Nefertari[26]Grande Sposa Realemoglie di Ahmose I, figlia di Ahotep I e Seqnenre-Taa II, con suo figlio, Amenhotep I, venne venerata a lungo come patrona dei costruttori di tombe a Deir el-Medina; mummia Museo del Cairo (cat. CG61055); sarcofago Museo del Cairo (cat. 61003); vasi canopi in alabastro presso Museo Cairo (cat. 26255/A-B-C-D)D/D
XVIIIRai[27]Dama di cortebalia della regina Ahmose-Nefertari; mummia Museo del Cairo (cat. CG61054); sarcofago, usurpato dalla regina Inhapi, al Museo del Cairo (cat. 61004); sarcofago Paheripedjet, usato per contenere Rai, Museo Egizio (cat. CG 61022)*/B
XVIIISiamunPrincipefiglio di Ahmose; sarcofago Museo del Cairo (cat. 61008)D/D
XVIIISitamun[28]Principessaprobabilmente figlia di Ahmose I e Ahmose-Nefertari; mummia Museo Cairo (cat. CG61060); sarcofago Museo del Cairo (cat. 61009)*/*
XVIIIAmenhotep I[29]Resarcofago riusato per Dhutnufer, prete wab[30], con testi in ieratico del re Pinedjem II, e di suo figlio Meschert, anno VI e anno XVI di regno. Museo del Cairo (cat. 61005); mummia Museo del Cairo (cat. JE 26211 e CG 61058)C/C
XVIIIThutmose I (?)[31]Resarcofago usurpato da re Pinedjem II; mummia Museo del Cairo (cat. CG61065); sarcofagi Museo del Cairo (cat. CG61025)C/-
XVIIIBakt (?)[32]Principessamummia Museo del Cairo (cat. CG 61076); forse identificabile con Baketaton, figlia di Amenhotep III e della Grande Sposa reale Tye*/*
XVIIIThutmose II[33]Remummia Museo del Cairo (cat. CG61066); sarcofago Museo del Cairo (cat. 61013)C/C
XVIIIThutmose IIIRemummia Museo del Cairo (cat. CG61068); sarcofago Museo del Cairo (cat. 61014); bende della mummia, con brani del Libro dei morti Museo del Cairo (cat. 40001)D/D
XVIIIsconosciuto “C”[34]forse Senenmut[35] o Nebseni[36] ; mummia Museo del Cairo (cat. CG 61067)F/F
XIXRamesse I (?)[37]Reframmenti del sarcofago, con testi in ieratico dell’anno XVI di Siamon attestanti lo spostamento del corpo, Museo del Cairo (cat. 61018)-/C
XIXSeti I[38]Remummia Museo del Cairo (cat. CG6107);sarcofago, usurpato da precedente titolare della XVIII dinastia, con testi in ieratico di Herihor e anno XVI di Siamon attestanti lo spostamento del corpo, Museo del Cairo (cat. 61019)B/B
XIXRamesse II[39]Remummia Museo del Cairo (cat. CG61078); sarcofago usurpato a precedente titolare, verosimilmente Horemheb, con testi in ieratico di Herihor e anno XVI di Siamon attestanti lo spostamento del corpo, Museo del Cairo (cat. 61020); bende della mummia in collezione privata (Clephan collection)D/D
XXRamesse IIIResarcofago Museo del Cairo (cat. 61021); bende della mummia recanti Amon con testa di montone e testi in ieratico dell’anno XIII del re Pinedjem Museo del Cairo (cat. 26267); pettorale della mummia Museo del Cairo (cat. 52005-52006); pettorale in legno, con Ramses III in offertorio a Sokar al Metropolitan Museum of Art di New York (cat. 45.2.13)D/D
XXRamesse IXReB/-
XXSeniwCapo amministratore della Sposa Divina, Scribasarcofago Museo del Cairo (cat. 61010);-/*
XXINodjmet[40]Reginamoglie di Herihor; mummia Museo del Cairo (cat.CG61087); due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61024); vasi canopi Museo del Cairo (cat. 20.12.25.11 ?)*/*
XXIPinedjem I[41]Primo Profeta di Amon, Generale, figlio di Menkheperrenon è nota l’attuale posizione della mummia, forse presso il “Qasr el Einy Medical Facility” del Cairo?; due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61029); nome e titoli di Pinedjem da un sarcofago e da bende della mummia, probabilmente al Museo del Cairo (cat. 46872); due placche pettorali in pelle recanti il Re Amenemopet dinanzi ad Amon e il nome di Pinedjem, Primo profeta, figlio di Psussennes I, in collezione privata; quattro vasi canopici, nella Briscoe Eyre Collection; bende di Pinedjem rinvenute nel sarcofago di NeskhonsD/C
XXIDuathathor-Henuttauimoglie di Pinedjem Idue sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61026); scatola da ushabti Museo del Cairo (cat. 26272)B/B
XXIMaatkara Mutemhat[42]Divina Sposa di Amonmummia Museo del Cairo (cat. CG61088); figlia di Psusennes I, moglie di re Pinedjem II; due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61028); scatola per ushabti Museo del Cairo (cat. 26264); scatola per ushabti con il cartiglio di Mutemhat Museo del Cairo (cat. 26268)F/F
XXIMasuharteSacerdote di Amoncapo dei Profeti di Amon, figlio di Pinedjem I; due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61027); bende della mummia Museo del Cairo (cat. 46878 e 46953)
XXITauhert[43]Responsabile dell’harem di Amon-Raforse moglie di Masuharte; mummia Museo del Cairo (cat. CG61091); due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61032)F/F
XXIPinedjem II[44]Primo Profeta di Amon e Remummia Museo del Cairo (cat. CG61094); sarcofago esterno e coperchio, usurpati a Thutmosi I, e sarcofago interno Museo del Cairo (cat. 61025); bende della mummia Museo del Cairo (cat. 46881 e 46914); sei scatole di ushabti Museo del Cairo (cat. 26253 e 46943)F/F
XXIEsiemkhebi[45]Responsabile dell’harem of Amon-Rafiglia (e/o forse moglie) di Pinedjem II; mummia Museo del Cairo (cat. CG61093); due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61031); vaso canopico con decorazioni di antilopi e loti e cartiglio di Pinedjem II Museo del Cairo (cat. 26276); quattro vasi canopi in alabastro Museo del Cairo (cat. 26254).F/F
XXINeskhons, o Eskhonsu[46]Vice regina di Kushmoglie di Pinedjem I, Primo Profeta di Amon; mummia Museo del Cairo (cat. CG61095);sarcofago usurpato da Esiemkhebi, figlia di Menkheperre, Museo del Cairo (cat. 61030);frammenti in cartonnage presso il Museum Vleeshuis di Antwerp, collezione Allemant (cat. 79.1.465);bende della mummia, recanti anno V di Eskhonsu, Museo del Cairo (cat. 26266);vasi canopici al British Museum, McCallum and Dillwyn Parrish Collections (cat. 59197-200);settanta calici in faience blu distribuite tra vari musei: tre Museo del Cairo; tre Metropolitan Museum of Art; due British Museum; due Museo di Boston; una Museo di Alessandria; uno Museo di Manchester; uno Museo Pushkin di Mosca; uno Museo di Varsavia; uno Museo di Cracovia; quattro presso l’Eton COllege; altri presso il Louvre e altri ancora in collezioni private, musei minori e presso case d’asta;tre tavolette con testi di decreti di Amon in ieratico: al Museo del Cairo (cat. 46891); al Louvre(cat. 6858); al British Museum (cat. 16672);scatola per ushabty (usurpata da Esiemkhebi) Museo del Cairo (cat. 26275);tripode in bronzo con quattro vasi da libagioni in bronzo Museo del Cairo (cat. 26265);tre vasi da libagioni in bronzo: Museo nazionale danese di Copenaghen (cat. 6619); British Museum Londra (cat. 25566); Museo Puškin delle belle arti, Golenishchev Collection (cat. 5937)F/F
XXIDjedptahiufankh[47]Quarto Profeta di Amon, figlio del re Ramsesmummia Museo del Cairo (cat. CG 61097); due sarcofagi Museo del Cairo (quello esterno usurpato da Esshuenopet, Padre Divino di Amon, quello più interno da una donna sconosciuta) (cat. 61034); tre scatole da ushabti, una presso il Museo del Cairo (cat. 46886)F/F
XXIEstanebasher, o Nestanebtishru[48]Spirito eccellente di Ra, figlia di Pinedjem II, Primo Profeta, e Neskhonsmoglie di Djedptahiufankh; mummia Museo del Cairo (cat. CG61096); due sarcofagi Museo del Cairo (cat. 61033); quattro vasi canopici Museo del Cairo (cat. 26256); due scatole da ushabti Museo del Cairo (cat. 46887 e 46892); tripodi in bronzo e quattro vasi Museo del Cairo (cat. 46889-90); vaso in bronzo per libagioni British Museum (cat. 25567)F/F
XXIMasaharta[49]Primo Profeta di Amon, figlio di Pinedjem Imummia Museo della mummificazione di LuxorF/F
?sconosciuto “E”[50]mummia Museo del Cairo (cat. CG61098); Bob Brier, riprendendo l’ipotesi di Maspero, ritiene possa trattarsi di Pentawer, figlio di Ramesse III coinvolto nella congiura di Palazzo[51]
?8 altre mummie non identificate; resti del corredo funerario di HatshepsutPossibili identificazioni: Merymose XVIII dinastia;Nebseni, padre di Tentamun forse moglie di Ramesses XI;Paheripedjet XX dinastia;Siese dinastia non nota;Sutymose dinastia non nota;Wepmose dinastia non nota;Wepwawetmose (o Upuaut-mose) dinastia non nota;per i resti del corredo funerario di Hatshepsut: una scatola in legno (Museo del Cairo cat. 26250) venne riutilizzata come contenitore dei vasi canopici della Divina Sposa di Amon Maatkhara Mutemhat
XXIPedeamon?sarcofago Museo del Cairo (cat. 6111)-/*
XVIIAhhotep I o Ahhotep II[52]Regina(Ahhotep I) Grande Sposa reale del re Seqenenra e madre di Ahmose; sarcofago Museo del Cairo (cat. 61006)D/B

Nella TT320 vennero inoltre repertate ulteriori suppellettili[53]:

  • scatola in legno e avorio intestata a Ramses IX (Museo del Cairo cat. 26271);
  • sarcofago del principe Ahmose Sipair (Museo del Cairo cat. 61007);
  • sarcofago di Paheripezet, Servo del Luogo della Verità, XX dinastia (Museo del Cairo cat. 61022);
  • sarcofago usurpato da Henutempet (Museo del Cairo cat. 61017);
  • bende della mummia della regina Tetishery;
  • scatola e modello di sarcofago di Sutimose (Museo del Cairo cat. non nota);
  • vasi canopici di Wepmose, Scriba reale; Wepwawetmose, militare; Siesi, Scriba reale; Merymose, Vicere di Kush.

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
Alcune delle mummie di TT320 in una foto d’epoca

Corridoio della TT320


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 393; Porter e Moss 1964, p. 658

[7]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[9]      Graefe 2010.

[10]     Maspero 1889, pp. 516-519 e 520-523.

[11]     Maspero 1889, p. 530.

[12]     Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[13]     Theban Royal Mummy Project.

[14]     Porter e Moss 1964, pp. 658-667.

[15]     Le lettere (da A a F) indicano il locale in cui la mummia (m), e/o il sarcofago (s) erano posizionati (con riferimento alla planimetria sopra riportata). Il simbolo “*” indica, invece, che il posizionamento in TT320 non è noto; il simbolo “-” indica che esiste traccia nella TT320, ma non è stato trovata la mummia e/o il sarcofago, o esiste indecisione sull’identificazione.

[16]     Le lettere (da A a F) indicano il locale in cui la mummia (m), e/o il sarcofago (s) erano posizionati (con riferimento alla planimetria sopra riportata). Il simbolo “*” indica, invece, che il posizionamento in TT320 non è noto; il simbolo “-” indica che esiste traccia nella TT320, ma non è stato trovata la mummia e/o il sarcofago, o esiste indecisione sull’identificazione.

[17]     Gaston Maspero esaminò questa mummia nel 1886 e la indicò, nei suoi appunti, come quella di Ramses I. Nel 1909, quando l’anatomopatologo Grafton Elliot Smith sbendò nuovamente il corpo si accorse che si trattava di una donna (o Maspero non aveva individuato il sesso del corpo, o tra il 1886 e il 1909 le mummie erano state scambiate o confuse tra loro) e le assegnò il nome di “donna sconosciuta B”. Solo successivamente, da alcune iscrizioni sulle bende, si assegnò il nome della regina Tetisheri non da tutti tuttavia, in ambito accademico, accettato. Si trattava di una donna quasi calva i cui radi capelli bianchi erano stati intrecciati con capelli di una parrucca.

[18]     Gaston Maspero sbendò parzialmente la mummia il 9 giugno 1886; in tale occasione vennero rilevate lesioni che Maspero indicò come causate da colpi subiti durante un combattimento. L’anatomopatologo Smith, che proseguì nello sbendaggio l’1 settembre 1906, ritenne che le lesioni, vicine alle orecchie, fossero state causate da un pugnale o da una spada; una guancia e il naso erano stati distrutti verosimilmente da una mazza e lo schiacciamento della fronte e sopra l’occhio destro erano compatibili con un colpo di ascia. Considerando il periodo storico, coincidente con la cacciata degli Hyksos, le ferite potevano essere giustificate con la partecipazione ad una battaglia. Recentemente, tuttavia, esami condotti dagli egittologi Salima Ikram e Aidan Dodson portano a ritenere che la ferita dietro l’orecchio del re aveva iniziato a guarire prima della morte; si è perciò ipotizzato che Seqnenre-Ta’o possa averla ricevuta effettivamente, in tempo antecedente alle altre, nel corso di una battaglia, ma che sia stato poi assassinato durante la convalescenza. Anche tale ipotesi viene considerata compatibile data la possibile presenza di partigiani Hyksos a Palazzo o in caso di colpo di stato. Durante le operazioni di sbendaggio di Smith, questi segnalò che la mummia presentava la pelle ancora elastica in alcuni punti ed emanava un buon profumo dovuto a segatura di legno aromatico di cui la mummia era cosparsa.

[19]     Gaston Maspero sbendò la mummia il 20 giugno 1886; successivamente venne esaminata dall’anatomopatologo Smith che indicò come il corpo si presentasse “morbido, umido e duro, come pelle oliata”. Anche in questo caso, come per Seqenenra, la mummia emanava ancora un buon profumo dovuto alla segatura di legno aromatico di cui era stata cosparsa. Il corpo era contenuto nel sarcofago della “dama” Rai, balia di Ahmose Nefertari, pure sepolte nella TT320. Risulta da iscrizioni che la sepoltura di Inhapi era in un “luogo alto” il che confermò che si trattasse proprio della TT320; altri, tra cui l’egittologo Nicholas Reeves, indicano invece, come tomba originale, prima del trasporto in TT320, la WN “A” di Deir el-Bahari; a conferma di una successiva risepoltura la posizione in cui venne rinvenuta la mummia di Inhapi che fu infatti, la prima ad essere rinvenuta nella cache ovvero l’ultima ad esservi sepolta.

[20]     L’anatomopatologo Smith esaminò la mummia nel 1909 rilevando molti danni post-mortem: le braccia erano infatti staccate e gravi danni, specie al torace, erano stati causati dai ladri che avevano forato le bende in corrispondenza del cuore per estrarne gioielli come lo scarabeo detto, appunto, del cuore. Il volto era stato dipinto di ocra e il capo era ricoperto da una parrucca mentre una seconda parrucca era deposta disordinatamente sul lato sinistro del viso. Il sarcofago che conteneva la mummia era di riuso e risaliva alla XVIII dinastia; era stato dipinto di nero così coprendo irrimediabilmente, con il nome di Henutemipet, il nome del titolare originario

[21]     Sbendata da Gaston Maspero nel 1882, subì molti danni durante il trasporto da Luxor al Cairo; l’anatomopatologo Smith constatò che la mummia, inoltre, era stata già precedentemente danneggiata dai ladri che avevano pesantemente tagliato le bende, fortemente impregnate di resina indurita, alla ricerca di gioielli e monili. Praticamente calva per l’età molto avanzata, i pochi capelli rimasti, tinti di rosso con hennè, erano stati intrecciati a quelli di una parrucca. Sulle bende brani del Libro dei morti.

[22]     E’ difficile interpretare se, facendo riferimento alla mummia di Merytamon, si parli di questa o di altra, con il medesimo nome, rinvenuta nel 1929 in DB358. Secondo gli appunti di Gaston Maspero, egli sbendò la mummia il 30 giugno 1886 datandola al Medio Regno, ma quella oggi etichettata come Ahmose Merytamon appare, per imbalsamazione e bende, della XVIII dinastia. Per tale motivo si è soliti distinguere le due Merytamon aggiungendo la possibile provenienza: DB320 o DB358.

[23]     La mummia fu sbendata dall’anatomopatologo Smith il 9 settembre 1905 trovando solo poche ossa e tracce di pelle. Smith riferì che era presente la serie completa dei denti decidui e indicò l’età della morte in cinque o sei anni.

[24]     Gaston Maspero sbendò la mummia il 19 giugno 1886 rivenendo una ghirlanda di fiori che ricopriva il volto coperto, a sua volta, da un lino iscritto; un secondo lino, recante la data di ribendaggio (anno VII di Psusennes I) ricopriva ancora il viso. Aveva circa trent’anni al momento della morte e l’anatomopatologo Smith la descrisse come “una donna grande, potente, quasi mascolina”. Il sarcofago in cui era contenuta la mummia di Sitkamose era di riuso, della XXI dinastia e intestato ad un uomo di nome Pediamun forse identificabile nell’omonimo “Dio padre di Amon” e “Capo dei segreti”, o forse, più probabilmente, in Pediamun “Capo Operaio” del Luogo della Verità, ovvero del Villaggio di Deir el-Medina.

[25]     Il corpo era contenuto in quella che era probabilmente la bara più interna della serie; risultava di colore giallo che originariamente, con molta probabilità, era a imitazione dell’oro.

[26]     La mummia era quella di una persona molto anziana, quasi calva, con il capo coperto da parrucca in capelli umani e alcune ciocche dei capelli originali annodate a capelli posticci, All’atto del ritrovamento le braccia e le mani mancavano (verosimilmente asportate dai ladri per sottrarre con maggior comodo anelli e bracciali). Il sarcofago in cui venne rinvenuta, particolarmente alto, era stata privata della laminatura in oro che era stata sostituita, in fase di restauro, da tintura gialla. E’ noto, da iscrizioni, che la bara fu oggetto di ispezione nell’anno XVI di Ramses IX e negli anni VI e XVI di Smendes. Il trasferimento in TT320 avvenne, verosimilmente, dopo l’anno XI di Sheshonq I.

[27]     La mummia venne sbendata dall’anatomopatologo Smith il 26 giugno 1909 che la definì: “l’esempio più perfetto di imbalsamazione che ci è giunta dai tempi della prima Dinastia al XVIII secolo, o forse anche di qualsiasi periodo” e la descrisse come una “donna snella e ben fatta”, che misurava 1,51 m di altezza, con piccole mani “infantili”. Il cuoio capelluto presentava ancora gran parte dei capelli il che fece propendere per una morte in età relativamente giovane. Di particolare interesse la capigliatura che vedeva i capelli racconti in trecce, a loro volta intrecciate, ai lati del volto. IL sarcofago che conteneva la dama Rai risaliva alla XIX o XX dinastia ed era originariamente appartenuto a un “servitore nel Luogo della Verità” di nome Paheripedjet (si ipotizza che sia una delle mummie sconosciute trovate pure nella TT320). Il sarcofago di Rai, invece, venne riutilizzato per la sepoltura della regina Inhapi.

[28]     La mummia di Sitamun, all’atto delle verifiche, risultò essere costituita solo da un teschio e da poche ossa, il tutto contenuto in una stuoia di canna sagomata come corpo umano recante l’iscrizione “la figlia del re, Sitamun”. Si trattava verosimilmente di una bimba molto piccola: le povere condizioni sono state ipotizzate come derivanti da morte dovuta ad attacco di un animale selvatico, oppure come restauro del corpo dopo incursione di ladri che avevano pesantemente danneggiato il corpo per sottrarne gioielli e amuleti

[29]     La mummia, sottoposta a radiografie negli anni ’60 del ‘900, presenta la frattura post-mortem di entrambe le braccia che furono tuttavia ricomposte, verosimilmente in fase di rifasciatura. Il corpo del re, originariamente sepolto verosimilmente nella KV39, venne più volte spostato, come attestato da iscrizioni facenti riferimento ad Amenhotep I presenti sul sarcofago (che tuttavia non è pertinente al corpo contenuto): prima dell’anno X di Siamon, dalla KV39 (?) alla WN”A” (?), forse a sua volta tomba di Inhapi; non prima dell’anno XI di Sheshonq I, dalla WN”A” alla TT320.

[30]     I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità

[31]     La mummia venne rinvenuta nei sarcofagi originariamente realizzati per Thutmosi I (per dimensioni è stato rilevato che si adatta esattamente nel sarcofago della KV38) e Thutmosi III, tuttavia queste erano state decorate e riscritte per Pinedjem I. Gaston Maspero assegnò la mummia a Thutmosi I per la “sorprendente somiglianza” del volto con con quelli di Thutmosi II e Thutmosi III; studi più recenti, tra gli altri di Salima Ikram e Aidan Dodson, tendono tuttavia a indicare il corpo come appartenente a Ahmose-Sipairi, molto probabilmente padre di Thutmosi I. Difficile appare anche individuare la sepoltura originale di Thutmosi I giacché tracce di questo re compaiono sia nella menzionata KV38 che nella KV20di Hatshepsut.

[32]     Doveva trattarsi di una donna di circa 21 anni; Gaston Maspero la identificò, originariamente, per Meshenuttimehu; successivamente, per una labile iscrizione sulla bara, venne indicata come Bakt di cui non si ha alcuna reminiscenza archeo-storica; è stato azzardato che possa trattarsi di Baketamon/Baketaton, figlia di Amenhotep III e Tye, ma non esiste alcuna evidenza che giustifichi tale identificazione

[33]     Maspero sbendò la mummia l’1 luglio 1886; nel 1906 l’anatomopatologo Smith la riesaminò nel 1906 rilevando i molti danni causati dai ladri: gamba destra recisa dal corpo; parete addominale sfondata; costole gravemente danneggiate; braccio destro reciso appena sotto il gomito; braccio sinistro rotto alla spalla; collo e viso tagliati in diversi punti con una lama. Al contrario di Maspero, che aveva assegnato un’età di circa 30 anni, Smith ritenne, dalla rugosità delle pelle, dallo stato della capigliatura e dallo stato della dentatura, che il re avesse più di 30 anni al momento della morte. Il telo che ricopriva il corpo recava un’iscrizione della XXI dinastia compatibile con l’anno VI di Smendes o Pinedjem I. Il sarcofago che ospitava il corpo di Thutmosi II apparteneva originariamente ad un uomo non identificato

[34]     All’ingresso della TT320 venne per prima rinvenuta la mummia di Inhapi, e per tale motivo la tomba venne a lei originariamente assegnata; la successiva fu quella di un uomo morto in tarda età che presenta tratti somatici ritenuti stranieri; ad avvalorare tale ipotesi l’altezza di 1,74 m circa oltre la media degli autoctoni. L’impossibilità di assegnargli un nome (forse Nebseni, come da iscrizione rilevata da Maspero, o Senmut) la fece indicare come “sconosciuto “C”. La posizione del ritrovamento, inoltre, lascia intendere che, con quella di Inhapi, fu forse tra le ultime ad essere immessa nella TT320.

[35]     Keszthelyi Katalin: Proposed Identification for “Unknown Man C” of DB320 Archiviato il 6 aprile 2008 in Internet Archive.

[36]     Unidentified Mummies.

[37]     La mummia venne acquistata da James Douglas nel 1860 al Cairo e rivenduta, nel 1861, al Colonnello Sidney Barnett, figlio del fondatore del Museo delle Cascate del Niagara. La mummia venne presentata al Museo nel 1861 come una delle mogli di Akhenaton, azzardando il nome di Nefertiti. Appurato che si trattava di una mummia di sesso maschile, dell’età apparente di 35-45 anni, alto 1,60 m, solo nel 1985 esami radiologici più approfonditi e confronti con analoghe radiografie delle mummie di Sethy I e Ramses II individuarono valide somiglianze. La mummia venne nuovamente venduta al “Michael C. Carlos Museum” della Emory University e nel 1999 sottoposta a Tomografia computerizzata ed esami di Datazione radiometrica con il metodo del carbonio 14 deducendo che il corpo e l’imbalsamazione erano coerenti con il periodo di vigenza della XIX dinastia. Ne conseguì che l’Egitto, accettata la identificazione, richiese la restituzione del corpo, cosa che avvenne nel 2003; dall’anno seguente, 2004, la mummia è esposta, etichettata come “Ramses I”, al Museo di Luxor. Permangono tuttavia incertezze e alcuni esperti di mummie, tra cui Bob Brier, hanno messo in dubbio l’identificazione ipotizzando che potrebbe trattarsi del faraone Horemheb, ultimo re della XVIII dinastia, o Ramses VII.

[38]     Originariamente sepolto nella KV17, il corpo di Sethy I venne spostato utilizzando una delle sue bare originali anche se non è dato di sapere quale. Questa doveva originariamente essere rivestita in oro poiché presenta la superficie grattata per asportare il metallo prezioso (da parte dei ladri o dei restauratori che usavano asportare il metallo prezioso per proteggere il defunto da ulteriori scempi); gli antichi restauratori egizi dipinsero la bara di bianco con rifiniture in nero. La sepoltura originale, e la mummia, furono sottoposte a più restauri di cui il secondo nell’anno X di Smendes I, il terzo nell’anno XV dello stesso re (quando la KV17 accolse anche il corpo di Ramses II) e un quarto nell’anno VII di Psusennes I. Nell’anno XI di Sheshonq I la mummia di Sethy I venne trasferita in TT320, verosimilmente in occasione dei funerali di Djedptahiufankh, Secondo o Terzo Profeta di Amon, forse uno dei suoi nipoti.

[39]     La mummia di Ramses II venne rinvenuta, molto probabilmente, in uno dei locali laterali di TT320; venne sbendata pubblicamente il 1 giugno 1886 da Gaston Maspero. Si ritiene che il corpo del re fosse ospitato nel suo secondo sarcofago completamente grattato della ricopertura verosimilmente in oro. Originariamente sepolto in KV7, Rasmes II venne prima trasferito in KV17 del padre Sethy I nell’anno XV di Smendes I; si ipotizza (a causa del ritrovamento di un frammento di ceramica recante il suo nome) una sepoltura provvisoria, per provvedere al restauro delle bende, anche nella KV4 di Ramses XI, prima di essere spostato nella TT320 nell’anno XI di Sheshonq I, verosimilmente in occasione dei funerali di Djedptahiufankh, Secondo o Terzo Profeta di Amon, forse uno dei suoi figli.

[40]     Maspero sbendò, in parte, la mummia di Nodjmet nel giugno 1886; l’operazione venne conclusa nel 1906 dall’anatomopatologo Smith che la indicò come di particolare interesse perché forniva uno dei primi esempi di nuove tecniche di mummificazione probabilmente ispirate da ispezioni su mummie precedenti. Per donare alla mummia un aspetto più realistico, gli imbalsamatori applicarono imbottiture in cera direttamente sulla superficie della pelle; per riempire le guance la bocca venne riempita di segatura, mentre il naso venne rimodellato riempiendolo di resina. Le sopracciglia artificiali, fatte di capelli, erano attaccate alle arcate con una sostanza adesiva, e il capo era ricoperto da una parrucca che nascondeva i pochi originali capelli grigi. Per dare consistenza ai bulbi oculari, questi vennero sostituiti con pietre semi preziose.

[41]     Il tentativo da parte degli Abd el-Rasul, nel 1881, di vendere a Charles E. Wilbour, collaboratore di Gaston Maspero, alcune fasce in oro che stringevano le bende, consentì di scoprire il rifugio sotterraneo costituito dalla TT320. Pinedjem giaceva nella bara che originariamente era stata preparata per Ahotep I, madre di Ahmose I, fondatore della XVIII dinastia.

[42]     L’anatomopatologo Smith, che esaminò la mummia nel 1909, descrisse il viso ricoperto di ocra gialla a imitazione del colore della pelle usato dagli artisti raffigurando donne aristocratiche nei dipinti murali; il collo, onde ripristinarne il normale tono, era stato riempito di sostanza grassa (forse burro) mescolata a soda. I due sarcofagi che ne contenevano il corpo erano originali e il lino usato per avvolgere il corpo era di qualità superiore. Ai pollici la mummia recava tre anelli d’oro e uno d’argento; ai raggi X, inoltre, la mummia presenta una piastra d’oro a coprire l’incisione attraverso la quale, durante l’imbalsamazione, venivano estratti i visceri. Parte delle laminature d’oro dei sarcofagi erano state asportate, così come, verosimilmente, alcuni gioielli e monili in alcune zone delle bende strappate e un simbolo (verosimilmente un ureo) era stato asportato dalla fronte de sarcofago più esterno. L’anatomopatologo notò, inoltre, che i seni erano particolarmente gonfi; questo unito al ritrovamento di una piccola mummia che si riteneva contenere un feto, fece propendere per la morte di parto. Erroneamente Maspero indicò il nome del piccolo come Mutemhat e solo successivamente si scoprì che tale era il nome della defunta; è tuttavia singolare che la piccola mummia, che si riteneva contenere un feto umano, contenesse in realtà un babbuino la cui presenza, nel contesto funerario, appare quanto meno singolare a meno di non voler supporre che, data la difficoltà a procedere all’imbalsamazione di un feto appena nato, non lo si fosse sostituito con l’animale all’insaputa dei committenti.

[43]     Gaston Maspero sbendò la mummia il 29 giugno 1886; nel 1906 l’anatomopatologo Smith verificò che, per evitare lo schiacciamento del naso, questo era stato protetto lateralmente con dischi di cera e che gli occhi erano stati sostituiti da globi in pietra dura.

[44]     Rinvenuta praticamente intatta, venne sbendata da Maspero il 28 giugno 1886. Il corpo era contenuto in tre sarcofagi intatti e le bende erano decorate con testi e tra le bende erano ancora conservati molti degli amuleti e gioielli, compresi alcuni bracciali.

[45]     A causa del suo perfetto stato di conservazione, la mummia di Esiemkhebi non è mai stata sbendata. Maspero tuttavia ritenne che la mummia era stata saccheggiata in passato a causa di uno scarabeo del cuore esistente sul mercato erroneamente attribuito alla defunta. Recenti esami ai raggi X hanno consentito di appurare che alcuni monili e gioielli sono ancora in situ e che Esiemkhebi soffriva di numerose carie dentali e di artrite alle ginocchia. La mummia venne rinvenuta nei suoi due sarcofagi originali: a quello interno erano state asportate le dorature. L’elevato numero di reperti a lei ascrivibili e le doppie bare hanno fatto ipotizzare che TT320 sia stata la sepoltura originaria di Esiemkhebi e che i materiali siano stati asportati in occasione dei funerali di Pinendjem II.

[46]     Parzialmente sbendata da Gaston Maspero il 27 giugno 1886, venne completamente sbendata nel 1906 dall’anatomopatologo Grafton Elliot Smith che, a causa del gonfiore ventrale ritenne fosse incinta al momento della morte. Alcuni fiori erano stati avvolti alle dita dei piedi mentre un altro, dal lungo gambo, era stato deposto sul piede sinistro e un altro ancora avvolto attorno alla stessa caviglia. Un sudario ricopriva il corpo, ma era stato tagliato dagli Abd el-Rasul per asportare lo scarabeo del cuore (oggi al British Museum cat. EA25584). Non furono trovati gioielli o monili sul corpo, ma altre suppellettili si trovavano nella TT320 e sono, oggi, distribuiti presso musei del mondo. Il sarcofago che conteneva il corpo, verosimilmente quello più esterno, era stato originariamente realizzato per una donna di nome Isiemkheb mentre un altro sarcofago, più interno, pure di Neskhons, conteneva il corpo di Ramses IX.

[47]     La mummia era quasi intatta e venne sbendata parzialmente da Maspero il 29 giugno 1886: due figure di serpenti (Maspero non specifica di quali materiali) erano avvolte al collo e un fiore di loto era tra le pieghe delle bende; lo scarabeo del cuore era al suo posto e un falco d’argento spiegava le ali a protezione del torace. Nel 1906 l’anatomopatologo Smith rimosse le bende rimanenti rivenendo numerosi amuleti e oggetti di gioielleria tra cui anelli in oro alle dita delle mani e dei piedi; sulle braccia amuleti in corniola tra cui un ureo e la testa di un serpente.

[48]     Maspero sbendò la mummia il 30 giugno 1886; l’anatomopatologo Smith la definì “uno dei migliori esemplari dell’arte degli imbalsamatori durante la XXI dinastia”. Il corpo di Nestanebtishru era stato colorato di giallo ocra a imitazione della colorazione gialla data alle donne nei dipinti murali. Il corpo era contenuto in due sarcofagi originali benché malridotti verosimilmente a causa delle resine di cui erano abbondantemente ricoperti. Date le condizioni del corpo, la presenza di entrambi i sarcofagi originali e le suppellettili funebri rinvenute, si ritiene che, come per Esiemkhebi, TT320 sia stata la sepoltura originaria.

[49]     Gaston Maspero sbendò la mummia di Masaharta nel giugno 1886. Il corpo appariva stranamente goffo e tondo a causa dei materiali di riempimento, specie segatura, resibna e strisce di lino, che erano stati inseriti sotto pelle; Elliot Smith, anatomopatologo, lo descrive con “aspetto grottesco, simile ad un outan (sic)”. Il viso era dipinto con ocra rossa, dello stesso colore usato per le rappresentazioni di uomini nei dipinti murali. Masaharta, divenuto Primo Profeta di Amon nell’anno XVI di Smendes I, era il figlio maggiore di Pinidjem I, ma premorì al padre.

[50]     Gaston Maspero sbendò la mummia di sconosciuto “E”, ritenuta singolare, il 6 giugno 1886, al Cairo, in presenza del Dr. Fouquet e del farmacista Mathey. Nel 1999 la mummia venne esaminata dall’egittologo Dylan Bickerstaffe, questi confermò che il corpo era avvolto in una pelle di pecora che presentava ancora il vello, alimentando molti degli interrogativi già sorti in occasione delal prima ispezione e derivanti dalla descrizione di Erodoto, che aveva indicato come gli antichi egizi considerassero impuri gli indumenti di lana. Tale circostanza, secondo Bickerstaffe, era peraltro confermata dal Racconto di Sinhue secondo cui la sepoltura in una pelle di pecora era esecranda. Non esiste, inoltre, nessun’altra sepoltura egizia in cui esista un identico metodo di imbalsamazione. Sotto la pelle di pecora le bende (datate da Maspero alla XVIII dinastia per il sistema di posizionamento) erano cosparse di natron che aveva assorbito il grasso corporeo emettendo un forte odore di putridume. Le bende di lino erano impregnate di sostanza adesiva (forse resina) ed erano state legate attorno a polsi e gambe così strettamente da lasciare solchi visibili sulla pelle; sotto tale strato di bende il corpo era stato ricoperto con un composto di natron, resina e calce. Il corpo apparteneva a un uomo di circa 25 anni; il volto appariva contorto e i visceri erano ancora in situ. Molte ipotesi sono state avanzate su “sconosciuto E”: data una lacerazione al perineo, si pensò fosse morto per impalamento, ma l’esame degli organi interni, integri, escluse tale circostanza e portò a ritenere si trattasse di lesioni post mortem; considerato il volto contorto, e la contrazione dei muscoli addominali, si pensò quindi a un avvelenamento il che sarebbe stato avvalorato dal fatto che “sconosciuto E” aveva poco o nulla nello stomaco (ancora in situ), condizione compatibile con il vomito che potrebbe essere stato causato dall’agente venefico; Maspero giunse alla conclusione che il corpo poteva essere quello di Pentawer, nobile di corte, coinvolto nel complotto per assassinare Ramses III e che questi era stato sepolto vivo. Considerazioni più moderne, anche di Bickerstaffe, ipotizzano invece che “sconosciuto E”, che recava ancora alle orecchie orecchini d’oro di gran valore, indossava biancheria di lino di gran pregio ed era chiuso in un sarcofago di cedro particolarmente raro in Egitto e, quindi, molto costoso, fosse un uomo di alto rango, forse un Governatore, che viveva in avamposti egizi nell’area palestinese verosimilmente durante la XVIII dinastia. Morto per cause naturali, il suo corpo non venne immediatamente ritrovato e assunse perciò atteggiamenti contorti che costrinsero a stringere bene le bende per fargli assumere una posa più naturale. Gli imbalsamatori provinciali, e stranieri, fecero del loro meglio per preservarlo in “modo egiziano”, ma si appoggiarono su procedure di imbalsamazione locale. “Sconosciuto E” fu perciò trattato da imbalsamatori stranieri con natron e calce viva, avvolto strettamente per raddrizzare le membra in una posizione accettabile, e dotato di un sudario di pelle di pecora che potrebbe in realtà essere stato un segno d’onore nelle loro usanze funerarie. Conferma indiretta derivò, peraltro, dall’ispezione che della mummia eseguì, nel 1912, l’anatomopatologo Smith che sottolineò come l’espressione facciale, come di persona che urla, era presente anche in altre mummie citando, ad esempio, quelle di Inhapi o Merutamon.

[51]     Brier, Bob, Unknown Man E, A Preliminary Examination, in Bulletin of the Egyptian Museum, vol. 3, American University in Cairo Press, 2008, pp. 23-27.

[52]     Si è a lungo creduto che Ahhotep I e II fossero la stessa persona e che si trattasse della sposa di Amenhotep I; si tende oggi a identificare l’occupante di TT320 nella I, sposa verosimilmente di Seqenenra Ta’o e madre, e reggente, del re Ahmose. Ahhotep II, la cui sepoltura si trova a Dra Abu el-Naga sarebbe stata, invece, la regina di Kamose.

[53]     Porter e Moss 1964, p. 662.

Necropoli tebane

TT319 – TOMBA DI NOFRU

Epoca:                                   XI Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Nofru[6]Regina, sposa di Montuhotep NebhapetraDeir el-Bahari (all’interno del tempio di Hatshepsut)XI dinastia  (Mentuhotep II – Mentuhotep III) 

Biografia

Nofru era figlia di Montuhotep Sankhibtawy e Ioh[7] [8], sposa del re Montuhotep II[9].

Ushabty della regina Nofru (Metropolitan Museum, cat. 25.3.244 A-C)

La tomba

Ubicata nel cortile del tempio di Deir el-Bahari dedicato ad Hatshepsut, la TT319 vede il suo corredo e i suoi rilievi parietali oggi disseminati in vari Musei. I bassorilievi del corridoio superiore e dalla cappella sono oggi così distribuiti:

  • portatori di suppellettili funerarie, tra cui modelli di barche, e uomini inginocchiati che offrono scettri presso il Metropolitan Museum of Art di New York;
  • la defunta, con le acconciatrici di capelli Inu e Henut, al Brooklyn Museum di New York (cat. 51.231 e 54.49);
  • testa di una fanciulla al M.M.A. di New York;
  • processione di fanciulle con tori al M.M.A.;
  • portatori di offerte con vassoi e portatrici con ceste, al Brooklyn Museum (cat. 53.178 e 53.126);
  • testa di stagione personificata (inondazione), e due portatori di offerte con giogo a bilanciere e borse, presso il Museo del Cairo (cat. 49926 e 49927);
  • parte di due portatori di offerte, al Royal Scottish Museum, oggi National Museum of Scotland, di Edinburgo (cat. 1953.322);
  • suonatrici di nacchere, in collezione privata[10];
  • donna con parasole, presso la Yale University Art Gallery di New Haven (cat. 1956.33.87);
  • altri frammenti, compresi portatori di offerte e scene di processione funeraria, presso il M.M.A.
Dama con parasole (Yale University Art Gallery di New Haven cat. 1956.33.87)

Materiali e suppellettili provenienti dalla camera funeraria:

  • disegni di autori vari delle pareti con suppellettili funerarie, liste di offerte, Testi dei sarcofagi e Testi delle piramidi, fregi, appunti di Gaston Maspero, testi vari ricavati dal sarcofago, presso il M.M.A.;
  • scatola per ushabti recante il nome della madre Ioh presso il M.M.A. (cat. 25.3.240.4);
  • quattro scatole per ushabti presso il Museo del Cairo (cat. 49086, 49088, 49090, 49092).[11]

 

Particolare di una acconciatrice di capelli (Brooklyn Museum di New York, cat. 51.231 e 54.49)

Fonti

  1. ^ Porter e Moss 1927,  p. 391.
  2. ^ Gardiner e Weigall 1913
  3. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 391.

[7]      Non è agevole ricostruire la genealogia di Nofru e, in generale, le vicende della XI e XII dinastia, dato il periodo di instabilità per l’immediata derivazione dal Primo Periodo Intermedio e l’altrettanto imminente sopraggiungere del Secondo Periodo Intermedio. Antef III, predecessore di Montuhotep II, sposò, verosimilmente, Ioh, sua sorella, indicata come “madre di re, figlia di re e sacerdotessa di Hathor”; ne deriva che Montuhotep II Nebhapetra era figlio di Antef e Ioh, ma in alcuni testi questi è indicato come Montuhotep Sankhibtawy, ovvero proprio il nome riportato nella TT319 come padre di Nofru. La stessa, in una stele del Gebel el-Silsilah, viene indicata come “figlia del re”, mentre in un’altra indica Ioh come sua madre: sembra quindi di poter desumere che Nofru fosse figlia di Antef II e di sua sorella Ioh, nonché sorella e sposa di Montuhotep II.

[8]      Tyldesley 2006, pp. 66-68; Clere, Vol. 1, p. 21; Gauthier 1906, p. 39; Gardiner 1959, colonna 5, riga 15.

[9]      Porter e Moss 1927, p. 391.

[10]     Mrs. Louise J. Stark di Sharonville, Ohio.

[11]     Porter e Moss 1927, pp. 392-393

Necropoli tebane

TT318 – TOMBA DI AMENMOSE

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Amenmose[5]Scalpellino della necropoli di AmonSheikh Ab del-Qurna XVIII dinastia (Hatshepsut?-Thutmosi III) 

 

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili il nome della moglie, Henut, e del figlio Akh[6].

La tomba

TT318 si sviluppa planimetricamente secondo lo schema a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.

L’area della TT318 con gli scavi del Projecto Amenmose

Ad un corridoio di accesso segue una sala trasversale; sulle pareti: scene (1-2 in planimetria[7]) di offertorio con il defunto e la moglie che adorano Osiride e la Dea dell’Occidente (Hathor); una coppia (non identificata) è seduta in un registro più basso; poco oltre (3) portatori di offerte.

Su altra parete (4), in cinque registri sovrapposti, scene di lavori agricoli in presenza del defunto e di contabilità del grano e della raccolta del lino. Sul lato corto della sala (5), in due registri, scene di preparazione della birra e di macellazione con una fanciulla che offre da bere al defunto; nel registro più basso portatori di offerte; poco oltre (6) su tre registri il defunto pratica la pesca e l’uccellagione, scene di preparazione degli uccelli cacciati e di vendemmia.

Un breve corridoio, sulle cui pareti (7) sono riportate scene del defunto e della moglie che adorano Anubi e la Dea dell’Occidente, e testi di offertorio, immette in una sala rettangolare; sulle pareti: in tre registri scene di banchetto (8) con musicisti, tra cui una suonatrice di lira e una di flauto doppio, e, nel registro basso, portatori di offerte.

Sulla parete opposta (9) il figlio Akh in offertorio dinanzi al defunto e alla madre seduti, nonché scene di banchetto.

Sul fondo della sala (10) quattro statue: Ipu, operaio della necropoli, sotto il cui sedile è dipinto un cane, e la moglie Amesha[8], nonché il defunto e la moglie[9].

Dal 2019 l’area della tomba è stata esplorata dalla missione argentina “Projecto Amenmose”, che ha portato a termine quattro campagne di scavi e restauri.

Gli archeologi del Projecto Amenmose al lavoro nella TT318

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 391

[6]      Porter e Moss 1927, p. 391.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[8]      Non è dato di sapere quale rapporto legasse Amenmose ai due e il motivo di una tale rappresentazione nel luogo più importante della tomba; è verosimile, benché non sicuro, che i due fossero i genitori del titolare.

[9]      Porter e Moss 1927, p. 391.

Necropoli tebane

TT317 – TOMBA DI TUTNEFER o DHUTNEFER

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Tutnefer (o Dhutnufer)[6]Scriba contabile del grano nel granaio delle divine offerte ad AmonSheikh Abd el-Qurna (area nord)XVIII dinastia (Thutmosi III)

Biografia

Senires, Sindaco, fu suo padre; Taiy sua madre e Titau sua moglie. I titoli del defunto e il nome della moglie sono riportati da Ippolito Rosellini nei suoi appunti[7] [8].

La tomba

E’ noto, da descrizioni di esploratori sette-ottocenteschi, che esiste una scena parietale che vede un figlio in offertorio al defunto e alla moglie[9].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 389.

[7]      Così indicato in “Münchener Studien zur Sprachwissenschaft” (MSS) p. 284, G4.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 390.

[9]      Sethe 1903; Porter e Moss 1927, p. 390.

Luce tra le ombre, Piramidi

LA FUNZIONE DI UNA PIRAMIDE

Parte prima: evoluzione del complesso funerario

Riprendo, dopo una lunga assenza, la mia rubrica riguardante gli aspetti costruttivi relativi alla costruzione delle piramidi introducendo questo nuovo argomento. Ovviamente, rifuggendo da facili suggestioni sensazionalistiche, mi attengo alla evidenze scientifiche e archeologiche prodotte grazie allo studio e all’incessante “lavoro sul campo” svolto dai più valenti egittologi. Il risultato di queste rigorose ricerche, ci offre una visione, inutile dirlo, sicuramente lontana da fantasie roboanti, ma non per questo meno affascinanti.

Gli annessi cultuali e tutti gli edifici del complesso in cui aveva sede una piramide, subirono molteplici mutamenti prima di giungere ad una forma stabile che soddisfacesse pienamente ai dettami religiosi. Un complesso come quello di Djoser della III dinastia (Immagine n. 1), a dispetto delle sue rivoluzionarie innovazioni tecnologiche, rimaneva ancora fedele alle tradizioni architettoniche tradizionali.

Immagine n. 1: Veduta aerea del complesso di Djoser a Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 26)

Esso incorporava la sepoltura in un recinto funerario distante, secondo un uso stabilito ad Abydos durante il periodo arcaico. Lo stesso dicasi per la planimetria che seguiva un orientamento nord-sud, in perfetto accordo con quello di uso antico. Gli ambienti sotterranei erano distribuiti su vaste superfici attraverso una rete interconnessa di gallerie e magazzini, simili a quelli che erano stati scavati nelle vicinanze per Ninetjer Hotepsekhemwy (II dinastia). Un tempio funerario, addossato alla faccia settentrionale della piramide, era destinato al deposito delle offerte quotidiane, mentre gli edifici indispensabili ai riti di rigenerazione del re defunto, in origine costruiti in materiali leggeri, furono progettati per durare per l’eternità. Nonostante la scarsità di resti di complessi eretti sotto i regni successivi a quello di Djoser, sembra che, sostanzialmente, questi nuovi modelli costruttivi non abbiano avuto grandi variazioni durante la III dinastia.

Con il Regno di Snefru (IV dinastia), si assiste ad un radicale rottura con i suoi predecessori: vengono abbandonati gli elementi tipici del periodo arcaico (forma a gradoni, distribuzione sotterranea) e si assegnano alla piramide dimensioni soverchianti rispetto agli edifici satelliti. A partire da questo momento, fanno la loro comparsa gli elementi chiave del complesso funerario reale: il tempio a valle, la via di accesso (o ascensionale), il tempio alto, la piramide sussidiaria e il muro di cinta. Muta anche l’orientamento generale perché ormai il complesso segue il corso del sole secondo l’asse est-ovest. Dal tempio di accoglienza (o della valle) la via d’accesso corre verso occidente in direzione del piccolo tempio alto che, d’ora in avanti, si staglierà contro la facciata occidentale della piramide. In pratica si lasciava il modo dei vivi per penetrare in quello dei morti. Questa disposizione così chiaramente ordinata, dà prova di una grande astrazione. Il tempio superiore era più simile a una cappella e gli edifici utilizzati per le cerimonie giubilari furono abbandonati. La piramide sfoggiava ormai quattro facce piatte e finemente levigate simili a frecce che puntano verso il cielo. Si mantennero gli appartamenti funerari, dal design molto semplice, con un’apertura al piano inferiore verso nord che conduce ad una piccola camera sepolcrale, ma si rinunciò all’ubicazione sotterranea, stabilendola più in alto all’interno della muratura.

A partire dalla Piramide Rossa a Dashur (Immagine n. 2), la camera funeraria fu orientata secondo l’asse est-ovest.

Immagine n. 2: La Piramide rossa di Snefru a Dashur (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 65)

Sotto il regno di Cheope sembra che ci fu un ritorno di fiamma per gli ambienti completamente sotterranei quando si diede avvio alla realizzazione di un ipogeo ad una trentina di metri di profondità. Questo primo progetto fu però abbandonato e l’architetto, alla fine, prese la decisione di elevarlo più in alto che mai. Le sollecitazioni strutturali provocate dalla nuova disposizione fecero momentaneamente temere per la stabilità della camera sepolcrale, per cui le generazioni successive presero la risoluzione di non allestire più ambienti al di sopra del livello del suolo ad eccezione del corridoio che conduce ad essi. L’anticamera in granito con le sue saracinesche, ebbe invece grande successo e fu riprodotta in seguito numerose volte.

Da quel momento in poi si allestiva una camera funeraria orientata secondo il percorso del sole e ricoperta da una volta a capriate, con il sarcofago sempre collocato nella parte occidentale, verso il regno dei morti. L’ accesso che si apriva nella facciata settentrionale permetteva all’anima di raggiungere le stelle circumpolari dell’emisfero boreale (“le stelle che non tramontano mai”): << Che egli possa alfine salire verso il cielo tra le stelle imperiture>> (Testi delle piramidi, Pepi II § 940a).

All’esterno, grandi fosse accoglievano le imbarcazioni regali e le regine scortavano il loro re beneficiando di una propria piramide. La via di accesso divenne una strada monumentale e il tempio funerario fu dotato di una grande corte a pilastri con una cappella per le offerte simile ad un santuario (Immagini n. 3-4). 

Sotto il regno di Chefren gli edifici di culto conobbero uno sviluppo tale da influenzare tutta l’architettura dell’ Antico Regno. Il tempio in Valle e quello Alto erano costruiti attorno a un cortile a pilastri con una serie di stanze e corridoi che permettevano ai sacerdoti rituali di svolgere le loro cerimonie quotidiane e di conservare reliquie e oggetti liturgici. Un centinaio di statue dislocate nel complesso funerario e varie sculture ad immagine del sovrano, ricevevano il culto allo stesso modo di quelle raffigurate sedute e alloggiate nelle cinque cappelle situate nella parte più interna del tempio Alto. Vi si riconoscono per la prima volta quegli elementi tipici della suddivisione del tempio classico posto in opera durante la V, VI e XII dinastia.

Immagine n. 4: Schema della disposizione classica di un complesso piramidale (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 241)

Parte seconda: cosa rappresenta una piramide?

Il significato e le motivazioni che indussero gli antichi egizi a utilizzare la forma piramidale è ancor oggi oggetto di continuo ed acceso dibattito .

Spesso, nel tentativo di rintracciarne le origini più remote, si fa riferimento alla sepoltura, risalente alla I dinastia, appartenente ad un dignitario di nome Nebetka, scavata nel 1937 a Saqqara e catalogata come mastaba S3038* (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La mastaba di Nebetka : si tratta di una tomba a mastaba unica ubicata a Saqqara Nord e risalente al regno del re Adjib. Il suo nucleo era costituito da un tumulo di mattoni di fango a gradoni. Si è supposto che il progetto si sia sviluppato fino alla piramide a gradoni circa 200 anni dopo, ma non ci sono altre prove che confermino chiaramente questa teoria. (Immagine reperita in rete © https://www.nemo.nu/…/2egypt/2bildsidor/2anedjib.htm)

All’interno di questa tomba era stata costruita una struttura a sei ordini su tre lati, rimasta completamente invisibile prima degli scavi perché volutamente sepolta nella parte più interna da macerie e calcinacci. L’edificio è oltremodo interessante in quanto fu eretto durante il regno di Adjib (o Anedjib), un sovrano il cui nome è spesso associato a quello di una tenuta reale rappresentata da una struttura a gradoni “il dominio Sa-ha”(Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Sigillo della residenza di Sa-Ha su un vaso risalente al regno di Adjib, Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 242).

L’idea che questo monumento potesse essere considerato alla stregua di un modello primitivo della Piramide a gradoni di Djoser era affascinante e molti ricercatori non esitarono a condividerla. Tuttavia, oltre alla mancanza di una chiara documentazione, l’unicità dell’opera e il lungo intervallo temporale che la separa dalla III Dinastia non depongono a favore di questa ipotesi. È difficile, infatti, presumere che un edificio così anteriore fosse stato preso a modello per la piramide a gradoni essendo, quest’ultima, il risultato di una serie di sperimentazioni e tentativi. La prima tappa della sepoltura di Djoser, in realtà fu una mastaba a pianta quadrata e con pareti lisce, che di per sè già si distingueva dalle convenzionali tombe rettangolari con facciate a rientranze. C’era forse, come sostengono alcuni studiosi, l’intento di rappresentare la collina primigenia che, nella tradizione religiosa egizia, emerge dal Nun (l’oceano primordiale) agli inizi del mondo?

Le piramidi, sia quelle a gradoni, sia quelle a facce lisce, erano indistintamente designate con il termine “meher” (più spesso letto come “mer”); tuttavia il “piramidyon” che, a partire dalla IV dinastia andò a costituire la cuspide di questi monumenti, era indicato con la variante femminile del termine “benben”: ossia “benbenet”. Si trattava quindi di un chiaro riferimento al tumulo primordiale della mitologia egizia su cui troneggiava il benben: una pietra eretta, la cui immagine scolpita era conservata a Eliopoli, centro del culto solare. Da quel momento in poi, le interpretazioni divergono ed oscillano tra questa associazione con la collina che sorge dall’oceano originario, concettualizzando la rinascita del re, e l’associazione con un simbolo solare, le cui facce sfolgoranti incarnano i raggi che il sovrano doveva risalire per regnare al fianco di Ra. Questa idea di ascensione si espresse anche nella disposizione degli appartamenti funerari che, inizialmente sotterranei durante la III dinastia, furono dislocati al di sopra del livello del suolo a partire dal regno di Snefru.

Probabilmente, i gradoni delle prime piramidi rappresentavano i pioli della gigantesca scala, eretta dagli déi per il sovrano defunto, che viene evocata numerose volte nei “Testi delle piramidi”:

Alcuni egittologi, tra i quali Philippe Lauer, collegano l’emergere della forma piramidale alla dottrina solare della religiosità egizia, il cui primo rappresentante, il sommo sacerdote di Eliopoli, Imhotep, architetto della prima piramide, potrebbe aver contribuito ad accrescerne l’influenza. A sostegno di questa ipotesi si pone in evidenza che all’epoca della III dinastia si era passati da una concezione ctonia che limitava la sopravvivenza del sovrano agli inferi a una dottrina eliopolitana che mirava a elevarlo al regno celeste.

Con il progredire della tecnologia, la forma piramidale è stata in grado di assumere una pluralità di significati diversi, ma non esclusivi, e le sue implicazioni religiose furono rappresentate con diverse sfumature. Quando la piramide cominciò ad essere eretta con le pareti lisce, la struttura a gradoni rimase ancora presente nella sua massa interna; all’esterno, invece, la pietra calcarea bianca e finemente levigata di Tura, utilizzata per rivestire le facciate inclinate verso il cielo, realizzava una combinazione perfetta per massimizzare il riflesso dei raggi solari (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Raggi di sole al tramonto sul plateau di Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 243).

L’ascesa della religione solare non è probabilmente estranea all’onnipotenza acquisita (o rivendicata) dal sovrano ed è evidenziata dalla monumentalità schiacciante della sua tomba rispetto a quelle dei suoi parenti e funzionari. Monopolizzando le risorse umane e materiali dello Stato, il re vi riversò ogni energia, affermando la supremazia su tutti i suoi sudditi e confermando il suo status divino, sia per la natura incomparabile della sua opera, sia per le azioni compiute per portarla a termine. In questa missione, egli dimostrava di essere simile a Ra il sovrano assoluto del suo regno. L’ imponenza e la durata dell’opera avrebbero ricordato continuamente ai sudditi la dimensione eccezionale del loro leader e dei loro rappresentanti spirituali e, di conseguenza, il loro stesso valore inteso come risultato del legame che li univa (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ricostruzione di un complesso piramidale classico (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 244).

*Nel 1937 Walter Bryan Emery scavò la tomba S3038 a Saqqara e scoprì alcune sorprendenti nuove caratteristiche costruttive al suo interno. La tomba aveva un nucleo a gradini sopra la camera funeraria, che era stata costruita con due piattaforme successive, accessibili dall’esterno. La costruzione mostrava una successione di fasi, definite come cambiamenti nel design. La forma del nucleo fece pensare a Emery che questa tomba fosse un precursore delle successive piramidi a gradini. Questa ipotesi non trovò molto supporto. Una rivalutazione da una prospettiva costruttiva di tutti i dati disponibili, comprese le note di campo inedite dello scavatore, porta a conclusioni diverse. Ogni fase successiva è stata costruita appositamente per svolgere un ruolo nelle pratiche funerarie. In altre parole, gli elementi costruttivi facevano parte di un design singolare e preconcetto. Sulla base della premessa delle pratiche riflesse nella costruzione di questa tomba unica, è anche possibile riflettere sul design di altre tombe della Prima Dinastia a Saqqara.

** Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Parte terza: il contesto religioso

Si conoscono abbastanza bene le pratiche funerarie ed il loro contesto religioso sotto le dinastie V e VI; molto meno noto è ciò che riguarda i periodi precedenti. La mitologia associata alla sopravvivenza nel aldilà sotto la III dinastia ci appare, ad esempio, molto vaga. Le scene rappresentate nella piramide a gradoni di Djoser e i simulacri presenti nel suo complesso ci rivelano molto poco sulla percezione della vita ultramondana. I pannelli scolpiti che si trovano negli ambienti sotterranei alludono semplicemente alle visite fatte dal sovrano presso i santuari dell’ Alto e del Basso Egitto. Unico ad essere rappresentato, il re si mostra nell’aldilà simile a un dio che regna sul suo universo perpetuando all’infinito la sua rinascita e le cerimonie del giubileo (Immagine n. 1) inquadrati in un ambiente che gli era familiare.

Immagine n. 1 Feste giubilari rappresentate sui muri del tempio solare di Abu Gurab (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag.244).

Verso la fine della V dinastia la comparsa dei Testi delle piramidi, lascia intuire una concezione ben più complessa e articolata. Questi ultimi, si presentano come una raccolta di formule e riti arcaici, le cui origini sono più antiche di qualche secolo, e dei quali operano una sintesi introducendo il nuovo mito osiriaco. Il ciclo di Osiride (Immagine n. 2), esteso a tutti gli individui, in ogni paese e senza distinzione di rango tra la IV e V dinastia, contribuì ad accomunare le varie concezioni religiose.

Immagine n. 2 Osiride dio della rinascita con significato rappresentativo ambivalente sia di mummia, si di sovrano dell’aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo del Cairo (© I Tesori delle Piramidi, a cura di Zahi Hawass, pag.24).

Gli immensi cantieri approntati per erigere le piramidi più grandi accoglievano un’enorme quantità di persone proveniente dai luoghi più remoti del regno dando vita, per la prima volta nella storia dell’Egitto, ad un sentimento nazionale, piuttosto che regionale e originando, nello stesso tempo, un’intensa riflessione sull’estrema diversità delle dottrine che vi confluivano.

Secondo l’egittologo Bernard Mathieu, il mito di Osiride fu l’esito di una riforma politico-religiosa che ebbe corso tra la fine della IV e l’inizio della V dinastia. Realizzata secondo le disposizioni del clero di Heliopolis, non è da escludere che fu elaborata per rispondere all’interruzione dei grandi progetti edilizi della IV dinastia e anche per consolidare definitivamente il tessuto sociale. I testi e le iscrizioni dell’Antico Regno rivelano che i sovrani si ritrovarono simbolicamente a non essere più i detentori di Ma’at – il concetto di equilibrio e giustizia – che diventava proprietà esclusiva di Osiride. Il re ne restava il garante ma, come qualunque altro dei suoi sudditi, doveva agire in perfetto accordo con Ma’at. Pertanto, l’idea di giustizia e ordine sociale, smetteva di essere una sua prerogativa, per afferire alla sfera del divino. In questo modo essa divenne incontestabile, tanto più che il giorno della morte ogni individuo doveva renderne conto e comparire davanti al tribunale degli déi.

La rivalità tra Seth e suo fratello Horus, faceva chiaramente allusione alla figura di un usurpatore nei confronti della legittima eredità al trono. Dall’esito del loro scontro dipendeva il destino dell’Egitto dal momento che lo stravolgimento dell’ordine precostituito avrebbe inevitabilmente portato al caos (isefet). Di conseguenza, il rispetto della trasmissione del potere, assunse un ruolo centrale:

Al di là della parabola, il mito di Osiride determinava una serie di atteggiamenti da adottare affinché il defunto potesse accedere al paradiso. La sua vita nell’aldilà dipendeva dal buon funzionamento del culto e dal deposito delle offerte, pertanto il proprietario della tomba si impegnava durante la sua vita a realizzare tutto il necessario per la sua esistenza ultraterrena. Quest’ultima, però, non dipendeva unicamente da lui e dai preparativi nei quali si era impegnato; la lealtà e la devozione di Horus nei confronti del padre sottintendevano l’importanza e il ruolo che i discendenti dovevano attribuire alle cerimonie di ossequio e di offerta ai loro antenati (Immagini n. 3-4). In sostanza, il mito contribuiva a tenere unita la società attraverso un comportamento corretto nei confronti degli altri, sia dei vivi e che dei defunti.

Immagine n. 3 Rappresentazione di offerte sulla stele di Abkau (XI dinastia). Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 246).
Immagine n. 4 La stessa stele nella sua interezza (© Di Rama – Opera propria, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=394403)

Il proprietario di una sepoltura, avendone la possibilità, faceva incidere sulle pareti della sua tomba o della sua cappella dei testi che rivelassero l’irreprensibilità della sua esistenza e quanto le sue azioni fossero state degne di elogio. Lo stesso sovrano si premurava di descrivere sulle pareti della strada rialzata e del tempio le imprese che documentavano di essere stato all’altezza delle sue responsabilità sulla terra, sicché importanti episodi militari, commerciali o religiosi venivano riportati in una serie di grandi affreschi. Questa propaganda personale aveva lo scopo di ricordare ai viventi l’onorabilità o l’eccezionale levatura del defunto. In definitiva, era necessario non solo illustrare una vita degna che sarebbe stata giudicata da Osiride, ma anche suscitare interesse nel perpetuare il culto. Infatti, tra le iscrizioni ritroviamo, tra le altre, esortazioni a non dimenticare le cerimonie abituali:

* Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Si ritiene che i “Testi delle Piramidi” siano i più antichi testi religiosi esistenti al mondo ed Unas fu il primo sovrano a farli incidere e dipingere nei suoi appartamenti funerari (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Pareti della piramide di Unas ricoperte da “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 247).

Sono ben undici le piramidi (di re e regine), ad oggi conosciute, in cui sono presenti; tutte sono ubicate presso Saqqara e databili alla fine dell’Antico regno (Immagine n. 2), ma la recente scoperta di un piccolo frammento di questi Testi, incisi nella piccola piramide di Hatshepset a Dashur dimostra che, sia pure in minor misura, fossero utilizzati anche durante il Medio Regno.

Immagine n. 2 Appartamenti funerari della piramide di Pepi I (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

La complessità e la mole dei Testi delle Piramidi dimostrano che la loro comparsa non fu affatto improvvisa, ma al contrario, la loro elaborazione ed evoluzione dovette interessare un arco temporale di diversi secoli. La composizione rivela, in effetti, diversi stadi di mutazione della lingua, dalle espressioni più arcaiche a quelle più contemporanee alla V e VI dinastia. Alcune pratiche superate ed allusioni a culti primitivi, rafforzano questa impressione di antichità. I Testi erano indicati nell’antico egizio come <<I rotoli del dio>> e, di fatto, esisteva già uno <<scriba dei rotoli del dio>> durante la II dinastia citato, tra l’altro, negli stessi “Testi delle piramidi”.

Le formule erano di solito introdotte dall’espressione “Pronunciare le parole” il che lascia pensare che erano destinate ad essere lette ad alta voce – almeno fin quando non furono scolpite nella pietra – e tutta la litania di preghiere e rituali doveva essere celebrata il giorno dei funerali. É altresì probabile che, all’epoca dei predecessori di Unas, una versione vergata su rotoli di papiro venisse depositata nella camera funeraria. Disporre delle formule in forma scritta assicurava magicamente al sovrano di beneficiare delle azioni liturgiche e di disporre delle offerte nel caso in cui i suoi successori e i sacerdoti non avessero ottemperato ai loro compiti. In questo modo, qualunque fosse stata la situazione politica o le contingenze del suo culto funerario, il defunto poteva sperare di perpetuare la sua rinascita ciclica e dimorare a fianco degli déi.

L’aspetto ermetico è la caratteristica di tutti i rituali e la loro complessità è la garanzia della loro efficacia: è quindi naturale che i profani non trovino né coerenza, né logica nella maggior parte di questa raccolta, che sembra solo una successione infinita di protocolli misteriosi e formule di offerta. C’è voluto, infatti, oltre un secolo di ricerca e la sagacia di più di un egittologo per giungere ad una comprensione globale dei “Testi”e riuscire a metterne in luce la struttura e il significato sia da un punto di vista religioso, che dal punto di vista politico.

“Testi delle piramidi” presentano una molteplicità di composizioni intimamente correlate, e spesso ridondanti, che include testi funerari, testi liturgici e formule di evocazione, disposte lungo le pareti degli ambienti funerari secondo un tipico percorso di lettura (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Distribuzione schematica degli appartamenti funerari in una piramide della VI dinastia. Le frecce evidenziano il percorso di lettura dei “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

Invocazioni, offerte e rituali vanno a costituire un articolato assieme di condotte da rispettare affinché il defunto possa realizzare la sua trasformazione in spirito akh. Resuscitato tra gli déi come akh, il sovrano poteva allora regnare a fianco delle “Imperiture”, le stelle circumpolari che “non tramontano mai” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Volta a capriate della piramide di Unas, decorata con un motivo che raffigura un cielo stellato. I due versanti potrebbero simboleggiare i due battenti che si spalancano verso il cielo, tante volte menzionati nei Testi delle Piramidi (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 249).

Dal punto di vista strettamente religioso, i Testi delle Piramidi combinano il nuovo ciclo di Osiride, che conduce il sovrano all’immortalità, con il tradizionale ciclo solare che organizza il percorso del re divinizzato nell’aldilà: egli accede al cielo come Osiride ed a fianco di Ra affronta e sconfigge le forze della notte per risorgere ogni giorno all’orizzonte (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Gli archeologi della Missione Archeologica Francese, diretta da Jean Leclant, al lavoro sui Testi all’interno della piramide di Pepi I a Saqqara (© Alberto Siliotti. Egitto Templi uomini e déi pag.108).

La morte dunque, non è una fine:

Altre formule magiche, dette “formule d’esecrazione”, avevano lo scopo di dissuadere i profanatori, i malvagi, così come i calunniatori le cui parole non potevano che essere nefaste per la memoria del defunto:

Progressivamente, dalla fine dell’ Antico Regno fino a giungere al Medio Regno, i Testi delle Piramidi si evolsero nei Testi dei Sarcofagi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Testi dei Sarcofagi dipinti nel sarcofago di Sepi, Medio Regno. Museo del Louvre E10779b (© Musée du Louvre, Dist. RMN – Grand Palais/Georges Poncet)

Questi ultimi venivano scritti ed illustrati sulle pareti del feretro, solitamente ligneo, mentre si ritornò, per quanto riguarda le piramidi, all’uso di lasciare gli appartamenti funerari completamente privi di iscrizioni. Solo i “pyramidion” riportavano ancora delle formule che indicavano la natura funeraria del monumento (Immagine n. 3):

Immagine n. 3 Pyramidion di Amenemhat III scoperto a Dashur. Museo del Cairo (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250).

* Traduzioni originali (in francese) di Bernard Mathieu

Parte quarta: il funzionamento del culto funerario

Alla morte del re si metteva in moto un complesso rituale funerario. Il corpo del defunto, veniva prima di tutto purificato e poi trasportato su un’imbarcazione dalla riva orientale a quella occidentale (il luogo dove era la necropoli): simbolicamente lasciava il mondo dei vivi per raggiungere quello dei morti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il defunto raggiunge la riva occidentale a bordo della sua barca funeraria. (Senusert, XIII dinastia: museo del Louvre, A48. © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250)

In una costruzione provvisoria, chiamata “tenda di purificazione” situata nelle vicinanze del tempio in valle, si preparava la salma per affrontare il processo di mummificazione. Ignoriamo quali fossero precisamente le tecniche di imbalsamazione durante l’ Antico Regno in considerazione del fatto che queste furono oggetto di continuo perfezionamento. La tradizione, molto più tardiva, descrive un processo che si protraeva per settanta giorni durante i quali la spoglia subiva una serie di trattamenti finalizzati ad assicurarne uno stato di preservazione tale che potesse accogliere il suo ba per l’eternità. In effetti, la sopravvivenza perpetua dello spirito del defunto era considerata per buona parte dipendente dallo stato di conservazione ottimale del suo corpo. Si procedeva dunque a rimuovere dal cadavere tutto ciò che fosse deperibile o che potesse corromperlo. Un ricchissimo complesso di formule e recitazioni liturgiche, accompagnava la procedura di mummificazione che, nel suo insieme, era sia un rituale, sia una tecnica in senso stretto. Attraverso l’imbalsamazione, così come era stato per Osiride, al defunto veniva concesso di recuperare ogni suo organo e di ripristinarne funzioni e vitalità.

Attraverso il naso, grazie all’utilizzo di strumenti specifici, si estraeva il cervello, dopodiché con un’ incisione sul fianco si proseguiva con l’asportazione degli organi interni. Il cuore, dopo essere stato accuratamente fasciato, veniva rimesso al suo posto, mentre le altre parti (fegato, polmoni, stomaco e intestini) pulite, purificate e avvolte in bende, erano deposte in quattro vasi canopi (Immagine n. 2).

Il sacerdote incaricato della mummificazione è raffigurato sotto le sembianze del dio Anubi. I visceri sono adagiati nei quattro vasi canopi rappresentati sotto la salma. (© da Ippolito Rosellini, 1834).

Il corpo subiva un procedimento per disidratarlo e poi trattato per essere ammorbidito, unto, riempito e abbellito con vari prodotti al fine di ripristinarne la forma e l’aspetto umano. Infine, una sapiente e complessa fasciatura con bende di finissimo lino dava una forma definitiva alla figura. Vestita e adornata la mummia era, a questo punto, pronta per le esequie. Il corteo funebre entrava con il sarcofago nel tempio di accoglienza, poi proseguiva per la lunga strada rialzata dirigendosi verso la piramide, il luogo di sepoltura dove il sovrano avrebbe dimorato per l’eternità.

Gli enigmatici riti di apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, come attestato da documenti del Nuovo Regno, avevano luogo probabilmente all’ingresso della tomba (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Libro dei morti di Nebqed (Nuovo Regno). Il trasporto del defunto ed il rituale dell’apertura della bocca sono rappresentati nel registro superiore, mentre scendendo sulla destra si riconosce Il ba di Nebqed che torna alla tomba di notte e qui viene mostrato mentre scende nel pozzo della camera sepolcrale per ricongiungersi con la sua mummia. Una sedia vuota in un’illustrazione nella tomba di Nebqed indica che egli era partito per il giorno sotto forma del suo ba. (© Museo del Louvre, n. 3068 Dist.RMN-Grand Palais/George Poncet).

Anche in questo caso si trattava di un complesso rituale guidato da un sacerdote-lettore e da un sacerdote-sem, durante il quale la mummia veniva sollevata dalla bara e, accompagnati da recitazioni si eseguivano precisi gesti finalizzati a ridare magicamente vita al corpo. Infine, libagioni, offerte, ma soprattutto l’abbattimento di un bovino assicuravano il successo del rituale. Inoltre, secondo alcuni passaggi dei Testi delle Piramidi, anche il momento finale dell’inumazione era accompagnato da formule e offerte.

La documentazione pervenuta ci dice che il successo della rinascita ciclica ed immateriale del re era assoggettata a diverse condizioni, tra cui la necessità che il culto e le offerte fossero portate a compimento quotidianamente e che il corpo del sovrano avesse la capacità di resistere allo scorrere del tempo senza subire alcun degrado. Infine, la celebrazione perpetua del suo nome partecipava attivamente a rendere immortale la sua esistenza.

La concezione egizia prometteva, dunque, una vita eterna nell’aldilà (Immagine n. 1) che, paradossalmente, rischiava in qualunque momento di interrompersi in quanto strettamente legata sia alla devozione dei sacerdoti sia a quella dei figli nei confronti del genitore defunto.

Immagine n. 1 Rito dell’apertura della bocca eseguito sul defunto Hunefer, XIX dinastia, British Museum EA9901 (© The British Museum, London. Dist. RMN-Grand Palais/The Trustes of the British Museum)

In definitiva, l’immortalità del re si basava sulla legittimità dei successori e sulla fedeltà dei funzionari nei suoi confronti. Era quindi di estrema importanza non inimicarsi alcuno di loro, anche se ciò imponeva di rafforzare continuamente i legami prima della “grande partenza”, soprattutto con i secondi, il cui status e le cui prerogative erano tutt’altro che ereditarie. Appare ovvio che un tale contesto di incertezza non poteva che generare un permanente senso di angoscia in chi fosse impegnato a preparare la sua vita oltremondana. Ciò chiarisce perché, sotto la V e la VI dinastia, fosse nell’interesse del sovrano concedere esenzioni fiscali alle città piramidali, che erano i luoghi di residenza dei sacerdoti legati ai culti funerari reali.

La comunità coinvolta nel servizio clericale era riuscita nel corso dei secoli a sviluppare, e a rendere indispensabile, un complesso insieme di rituali e di offerte generose che, attraverso un rapporto di causa ed effetto, erano in grado di garantire la continuità delle loro attività e dei benefici che ne derivavano. Viene da chiedersi se la comparsa dei Testi (Immagine n. 2) nelle piramidi riflettesse la preoccupazione del sovrano per questa dipendenza, oppure, fosse un modo per evitarla, senza nulla togliere al personale coinvolto.

Immagine n. 2 Piramide di Teti, parete incise con I “Testi delle piramidi” (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 252)

A dispetto delle apparenze, un complesso funerario piramidale costituiva molto più di una sepoltura e di uno strumento per assicurare al re la sua vita eterna. Grazie agli archivi di Neferirkare, rinvenuti presso Abusir, sappiamo che esso rappresentava l’elemento centrale di una rete economica che coinvolgeva un gran numero di persone. Durante la sua vita, il re stabiliva dei domini per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame al fine di fornire le offerte per il culto che gli sarebbero state devolute dopo sua morte; vi si coltivavano cereali e raccoglievano frutti, vi si allevavano bovini e volatili. Tutto quanto si produceva transitava successivamente per la residenza ed immagazzinato da una sorta di dipartimento del Tesoro. La vigilanza ed il rigore degli scribi di questa amministrazione erano di grado così elevato da permettere una contabilità ed una redistribuzione infallibile dei prodotti. Di volta in volta questi ultimi venivano caricati su un’imbarcazione e inviati, attraverso la rete di canali, presso la necropoli dove, all’altezza del tempio di accoglienza, era presente un molo di attracco. Il trattamento, la trasformazione e la preparazione degli alimenti aveva luogo per lo più nelle vicinanze dell’edificio e solo in piccola parte al suo interno. Dopodiché venivano poste sotto attenta sorveglianza in attesa di essere offerte al re defunto durante i riti giornalieri e delle grandi festività, al termine dei quali le offerte venivano acquisite e spartite tra i membri del personale a guisa di salario. Un papiro del Medio Regno, scoperto a Kahun, la città del Fayum dove sorge la piramide di El-Lahun eretta da Sesostri II (Immagini n. 3-4), descrive le parti di offerte distribuite mensilmente agli addetti in funzione del loro grado e della loro posizione:

Servitori del dio: 10 parti

Prete lettore capo: 6 parti

Prete lettore: 4 parti

Responsabile delle philai: 3 parti

Tre preposti alle libagioni: 2 parti ciascuno

Due sacerdoti-puri addetti al culto delle statue: 2 parti ciascuno

Scriba mensile del tempio: 1 parte e 1/3.

Immagine n. 3 La piramide di Sesostri II a El-Lahun © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 171)
Immagine n. 4 Camera funeraria di Sesostris II a El-Laun (© ph. Markus Wallas in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” di Franck Monnier pag. 172)

Durante l’ Antico ed il Medio Regno la classe sacerdotale era relativamente ristretta. Le posizioni del personale funerario erano in gran parte occupate a tempo parziale da funzionari e dignitari le cui attività principali erano ben diverse. Solo qualche sacerdote era impiegato a tempo pieno al fine di sorvegliare sul corretto svolgimento dei servizi.

Nell’ Antico Regno, il personale era suddiviso in cinque philai (gruppi) di due divisioni. Ogni divisione contava una decina di persone che lavoravano per trenta giorni su un ciclo di dieci mesi, dopodiché ritornavano alle loro occupazioni principali. La traduttrice degli archivi funerari di Neferirkare, Paule Posener-Kriéger, ha stimato in 250-300 unità il numero effettivo totale per anno e solo venti persone che lavoravano simultaneamente. Tutto ciò riguarda, beninteso, il solo personale del tempio funerario. A questo, per avere un quadro completo del personale umano impegnato, bisogna aggiungere quello della città della piramide, quello dei possedimenti agricoli ed il corpo dei funzionari che gestivano l’istituzione dalla A alla Z, per un totale che superava facilmente il centinaio di individui impiegati stabilmente. Se poi consideriamo i complessi funerari dei predecessori operanti nello stesso periodo, a partire da Djoser, a cui si aggiungono i templi solari della V dinastia, ci troveremmo di fronte a un vero e proprio esercito dedicato unicamente al culto dei morti.

Il tempio aveva un’organizzazione molto precisa e rigorosa. Al vertice vi erano i “servi del dio” , assistiti dai sacerdoti “uab” (ossia, puri) che maneggiavano gli oggetti di culto, ma non erano autorizzati alla distribuzione delle offerte. Seguivano i “sacerdoti lettori” che, da perfetti conoscitori dei riti e delle pratiche, avevano il compito di recitare le formule. Infine, l’accesso da e verso il tempio era regolato e autorizzato giorno e notte da “guardie” che si alternavano in turni per espletare il loro servizio.

La comunità della “città della piramide” era per lo più costituita da individui che, grazie alla documentazione pervenutaci, conosciamo sotto il nome di “Khentiu-She”. I loro compiti potevano essere i più disparati, ma sempre intimamente correlati al buon funzionamento del dominio funerario. Alcuni di loro assistevano i servi del dio”, in quanto preposti alle offerte e al trasporto delle effigi.

Le tabelle dei servizi e gli inventari registrati sui papiri scoperti ad Abusir ci permettono di ricostruire a grandi linee il susseguirsi delle operazioni quotidiane del tempio (Immagine n. 1) .

Ogni mattino, le cure erano incentrate sulle cinque statue reali collocate nella parte più intima del tempio; per ciascuna di esse si provvedeva a rimuovere il sigillo, slegare le corde, tirare il chiavistello e finalmente aprire i due battenti della nicchia che la conteneva. A questo punto, in un tripudio di formule recitate a voce alta, si procedeva ad offrire una stoffa alla statua e ad ungerla con oli profumati (merehet). Una volta compiuto il rito si ripristinava il tutto con la chiusura e sigillatura della doppia porta.

Mattino e sera, si accedeva alla sala delle offerte recando delle piccole tavole per adagiarvi le oblazioni. Queste, collocate di fronte alla stele falsa-porta, che collegava magicamente questo ambiente alla tomba, permettevano al ka del defunto di nutrirsi del cibo che gli era stato presentato. Tutto il cerimoniale era accompagnato da preghiere e gesti rituali rigorosamente codificati. Successivamente due servitori provvedevano a sgombrare le suppellettili, mentre un altro riponeva il rotolo di papiro in un’apposita cassetta. Si procedeva quindi al rito finale di purificazione, seguito da quello di saluto utilizzando quattro brocche riempite d’acqua mista a natron. Si eliminava l’acqua presente e non più pura attraverso il sistema di drenaggio, dopo di che si procedeva a versare quella contenuta nei quattro vasi intorno alla piramide. Infine, le offerte venivano messe a disposizione del ka del sovrano nella cappella adiacente alla parete nord della piramide (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Itinerari dei riti quotidiani svolti in un complesso piramidale durante la V e VI dinastia(© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 257)

Ricorrenze mensili ed annuali, tra le quali rivestivano particolare importanza la festività lunare, quella di Sokar, di Hathor, degli emblemi divini o, ancora, quella di Min, rompevano la routine quotidiana. Ciascuna, infatti, aveva un suo protocollo specifico e necessitava di una notevole quantità di oggetti di lusso che erano custoditi nei magazzini del tempio.

Fonti:

  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Marinus Ormeling, Leiden University, in Mastaba S3038 at Saqqara: a new perspective on old data

Necropoli tebane

TT316 – TOMBA DI NEFERHOTEP

Epoca:                                   XI Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Neferhotep[6]Custode degli archiDeir el-BahariXI dinastia  

Biografia

Uniche notizie biografiche ricavabili, il nome della madre, Nebtiotef, e quello della moglie (?) Meryt[7].

La tomba

Due statue cubo del defunto sono oggi presso il Museo del Cairo, una in alabastro (cat. 47708) e l’altra in arenaria (cat. 47709).

Rinvenimenti nella tomba:

  • statuetta di danzatrice tatuata (Museo egizio del Cairo, cat. 47710);
  • frammenti di statuetta rappresentante un ippopotamo in fajence blu (Museo egizio del Cairo, cat. 47711)7

 

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 389.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 390.

Necropoli tebane

TT315 – TOMBA DI IPI

Epoca:                                   XI Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Ipi[6]Giudice, Governatore della Città e VisirDeir el-BahariXI dinastia  (Mentuhotep II – Mentuhotep III) 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[7].

La tomba

È noto che nella camera funeraria si trovino un sarcofago, una Falsa porta dipinta, suppellettili funerarie e brani dai Testi dei sarcofagi; in una stanza nel cortile antistante venne rinvenuto materiale da imbalsamazione su una piattaforma in legno[8].

 

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 389.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 389.

[8]      Porter e Moss 1927, pp. 389-390