Necropoli tebane

TT326 – TOMBA DI PASHEDU

 Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

 Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Pashedu[6]CaposquadraDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile dalla TT326; tuttavia Pashedu, che risulta titolare anche della tomba TT3, era figlio di Menna ed Huy. Nedjimet-Behdet era il nome di sua moglie[7].

La tomba

La cappella è oggi completamente distrutta; è noto tuttavia che sulla parete dell’ingresso erano rappresentati i Campi di Iaru, sulla parete nord un prete sem[8] con gli strumenti per la cerimonia di apertura degli occhi e della bocca e sul lato ovest, in una nicchia, il re Amenhotep I protetto dalla dea Hathor come vacca sacra.

Nel cortile di accesso vennero rinvenuti frammenti di un pyramidion e di scena con il defunto in adorazione[9].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[7]      Porter e Moss 1927, p. 9.

[8]      Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 396-397.

Necropoli tebane

TT325 – TOMBA DI SMEN (?)

Epoca:                                  XVIII DInastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Smen (nome del titolare non certo, ricavato da un cono funerario ritrovato nell’area) [5]Non notoSheikh Ab del-Qurna XVIII dinastia 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

Pochi sono i resti di scene parietali: il defunto e la moglie (nome non rilevabile) (1 in planimetria[7]) in presenza di Anubi; una coppia (2), non identificabile, in offertorio al defunto e alla moglie; il defunto e la moglie (3) in presenza di Osiride (?)[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 395

[6]      Porter e Moss 1927, p. 396.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[8]      Porter e Moss 1927, pp. 396.

Necropoli tebane

TT324 – TOMBA DI HATIAY

Epoca:                                  Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Hatiay[5]Supervisore dei Profeti di tutti gli dei, Capo dei Profeti di Sobek, Scriba del tempio di MonthuSheikh Ab del-Qurna XIX-XX dinastia 

Biografia

Sono noti il nome della madre, Nefertere, e della moglie Iuy, nonché di un figlio, Penne (TT331)[6].

La tomba

L’ingresso a TT324 si apre in un cortile colonnato in cui si trova (1 in planimetria[7]) una piattaforma su cui è eretta una stele in bianco; un blocco di riuso reca una doppia scena del defunto e della moglie in adorazione di Amon-Ra-Harakhti e Atum e di Osiride.

Sotto il portico che precedeva l’ingresso (2) resti di scene di offertorio.

Un corridoio, sulle cui pareti (3) è riportato il defunto e inni a Ra mentre il soffitto reca il suo nome e i titoli, immette in una sala trasversale secondo lo schema a “T” rovesciata tipico delle sepolture di questo periodo; sulle pareti: resti di due registri sovrapposti (4) con asini che trasportano grano verso il granaio; due uomini in offertorio al defunto e alla moglie; scene di aratura e sarchiatura del terreno in presenza del defunto.

Sul lato corto (5), su due registri, il defunto e la moglie intenti a pescare e il defunto, la moglie e altri familiari intenti alla preparazione di pollame; poco oltre, su tre registri (6) resti di un banchetto con un prete sem[8] dinanzi al defunto unitamente ad altri familiari, compreso il figlio Penne (TT331).

Su altra parete (7) su due registri i visir Usermonthu e Nebamun (?) seduti con una tavola da offerte tra loro; in due scene il defunto e la moglie in presenza di divinità femminili in forma di alberi, alcuni ba che si abbeverano a una polla d’acqua e i campi di Iaru. Poco oltre (8) scene del pellegrinaggio ad Abydos con carri a bordo di navigli; da questa parete si diparte un ampliamento non ultimato della tomba. Su altra parete tracce di scena con la dea dell’Occidente (Hathor).

Un breve corridoio, sulle cui pareti (10) è rappresentato il defunto, immette in una sala rettangolare; sulle pareti: il defunto (11) seguito da offerenti e, in basso, donne in processione funeraria. Su altra parete (13) un prete sem offre libagioni al defunto e ad altri parenti. Sul fondo una nicchia (13) con il defunto che adora il simbolo di Osiride e la dea Hathor rappresentata come vacca sacra; sulla sinistra della nicchia la figura mummiforme del defunto.

Dalla TT324 provengono una stele con il defunto e tre figlie in presenza di Osiride[9] e una statuetta tripla con il defunto, la moglie e la madre (di quest’ultima si è persa la testa)[10] [11].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 395.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.

[8]      Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.

[9]      Museo del Cairo, cat. 34138.

[10]     Museo del Cairo, cat. 71965.

[11]     Porter e Moss 1927, pp. 395-396

Necropoli tebane

TT323 – TOMBA DI PESHEDU

 Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Peshedu[5]Disegnatore nel Luogo della Verità e nel tempio di SokarDeir el-MedinaXIX dinastia (Sethy I) 

 

Biografia

Il padre, Amenemhet, era a sua volta disegnatore del tempio di Sokar; sua madre era Mutnefert e sua moglie Nefertere[6].

La tomba

La camera funeraria sotterranea di TT323 presenta, ai lati della porta di accesso, il falco dell’Occidente (1 in planimetria[7]) e l’uccello Benu (2); sulle pareti laterali: in due scene (3) i genitori del defunto e altri parenti in presenza di Ptah-Sokar e la dea Nut inginocchiata tra due divinità mummiformi e in presenza di un pilastro Djed.

Sulla parete opposta (4): in due scene, i genitori in presenza di Osiride e della dea dell’Occidente (Hathor) e la dea Iside inginocchiata tra due divinità mummiformi e in presenza del simbolo Sa, ovvero figlio.

Sul fondo (5), sul timpano superiore, ba adorano il disco solare sorretto dalla dea Nut; in basso, Anubi esegue riti sulla mummia in presenza delle dee Nephtys e Iside. Dalla TT323 provengono frammenti di una stele recante Sethy I con il defunto dinanzi a Osiride[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 393; Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73..

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.           

[8]      Porter e Moss 1927, pp. 393-394.

Luce tra le ombre

IL MITO DI OSIRIDE

Durante la trattazione relativa al culto funerario, si è spesso fatto cenno al mito di Osiride, una divinità che per l’impatto che ha avuto sul pensiero religioso, etico e sociale degli antichi egizi (con notevoli ripercussioni finanche su quello occidentale), merita senz’altro un piccolo approfondimento.

Gli inni, le preghiere e la letteratura funeraria giunti sino a noi, abbondano di riferimenti alle azioni compiute da Osiride ed Iside, ma paradossalmente, forse proprio a causa della loro popolarità, a tramandarci la narrazione più nota di questo mito è l’adattamento greco di Plutarco (Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος – Su Iside e Osiride), scritto circa 2500 anni dopo la nascita del culto, le cui origini precedono di gran lunga le prime menzioni del suo nome. Immagini rituali, in seguito associate a Osiride, risalgono infatti già alla I dinastia, mentre gli epiteti del dio e il suo collegamento al santuario di Abydos derivano dalla fusione con un’antica divinità funeraria: lo sciacallo Khenti-Amentiu (lett. “il Primo degli Occidentali”). Attestato con certezza per la prima volta durante la V dinastia (circa 2350 a.C.), Osiride è una figura fondamentale della tradizione mitologica del grande centro cultuale di Eliopoli, facendo parte dell’Enneade (Immagine n. 1), la teologia solare elaborata dai sacerdoti di quella città (Iunu per gli antichi egizi, On in greco ed ebraico).

Immagine n. 1 Rappresentazione schematica dell’ Enneade Eliopolitana. Dall’alto in basso e da sinistra a destra sono raffigurate le divinità che la compongono: Atum, Shu e Tefnut, Geb e Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti. (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication).

Secondo questa storia della creazione, in origine era il Nun (un oceano di acque primordiali indifferenziato) dal quale emerse un tumulo sul quale sedette Atum (il creatore, generato da se stesso ed equiparato a Ra)che attraverso lo sputo (o, secondo altre versioni, attraverso l’emissione di seme) diede vita alla prima coppia divina: Shu (l’aria) Tefnut (l’umidità). I due fratelli si unirono generando Geb (la terra) e Nut (il cielo notturno) da cui nacquero Osiride (Immagine n. 2), Iside (Immagine n. 3), Seth (Immagine n. 4) e Nefti (Immagine n. 5).

Immagine n. 2 Osiride, con significato ambivalente sia di mummia sia di sovrano dell’Aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo Egizio del Cairo (© “ Religione della piramide” di James P. Allen ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.25)
Immagine n. 3 Un celebre immagine dalla tomba di Nefertari (QV66). La regina è portata per mano dalla dea Iside (a destra) che indossa la stretta tunica arcaica. (© National Geographic ph. Cordon Press)
Immagine n. 4 Dettaglio di Seth ripreso da uno splendido gruppo statuario del Museo del Cairo che rappresenta l’incoronazione di Ramses III ad opera di Horus e Seth (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication © ph. A. Parrot)
Immagine n. 5 Particolare del sarcofago in quarzite di Tutankhamon in cui e raffigurata la dea Nefti (© Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag.239)

Il mito ci tramanda che come primogenito di GebOsiride ottenne il diritto a regnare sull’Alto e Basso Egitto, nonché su cielo e terra, su uomini e dei. Dotato di grande saggezza, sposò la sorella Iside e si circondò dei migliori consiglieri, scegliendo Toth (Immagine n. 6), dio della sapienza, come visir.

Immagine n. 6 In questa statuetta in legno dorato e bronzo proveniente da Luxor, Thot, dio della sapienza, della scrittura, della lingua, della saggezza e patrono degli scribi è rappresentato con testa di ibis sacro (un’altra tipica iconografia ce lo presenta, invec, con testa di babbuino). New York, Collezione Schulz (© Maurizio Damiano “Egitto” vol. 3, pag. 126)

Di ben altro temperamento, il fratello Seth, unito a Nefti da un matrimonio senza amore, era accecato dalla rabbia in quanto aspirava anch’egli al trono. Escogitò, allora, un piano per impadronirsene con l’inganno. Secondo la versione classica del mito, l’ignaro Osiride fu tradito durante una sfarzosa festa di divinità, in occasione della quale Seth mise in palio un premio molto singolare: un sarcofago sarebbe stato donato a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Diversi dèi si cimentarono nella prova, ma la bara era stata realizzata in modo tale da adattarsi unicamente alle misure di Osiride. Non appena il dio vi si adagiò, Seth ed i suoi complici sigillarono il feretro e lo gettarono nel Nilo. Osiride annegò e la morte fece il suo ingresso nel mondo e l’Egitto piombò in un periodo di caos e desolazione. Con grande fatica Iside riuscì a recuperare il corpo del marito assassinato, ma Seth ritrovò la salma e la fece a pezzi spargendoli per tutto il Paese (in seguito, ogni provincia d Egitto avrebbe avuto una reliquia ed un santuario dedicato al dio defunto).

Al termine di una lunga ricerca Iside, accompagnata dalla sorella Nefti, recuperò i resti dispersi del marito (ad eccezione del membro virile) e con l’aiuto di Anubi ne ricompose il corpo smembrato sostituendo ciò che mancava con una replica d’argilla e utilizzando bende, oli resine e unguenti per tenere insieme i pezzi. Ancora cadavere, Osiride fu rinvigorito dalle arti magiche della sua sposa e in un ultimo soffio di vita riuscì a fecondarla (Immagine 7).

Immagine n. 7 Osiride sul suo letto funebre. La scultura proviene dalla tomba di Djer a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos che, fin dall’antichità, fu considerata l’estrema dimora di Osiride. Fu un sovrano della XIII dinastia a fornire la camera funeraria di questo manufatto che mostra la procreazione di Horus operata da Osiride e da Iside (rappresentata in forma di sparviero). La scultura è stata inizialmente attribuita a un altro re della XIII dinastia, Khendjer, ma recenti esami delle iscrizioni hanno dimostrato che originariamente recava il nome di Djedkheperw. Medio Regno, approssimativamente risalente al 1772-1770 a.C. Diorite nera. Museo del Cairo (JE32090). (Foto: Christoph Gerigk © Franck Goddio / Hilti Foundation)

Ma, purtroppo, il dio aveva definitivamente lasciato il mondo terrestre per regnare nell’Aldilà (la Duat) e presiedere al tribunale oltremondano al quale si sarebbe dovuto presentare ogni defunto al fine di essere giudicato meritevole (o meno) della vita eterna. Tuttavia, l’ultima unione con la sua amata sposa avrebbe portato alla nascita del figlio Horus (Immagine n. 8), erede al trono d’ Egitto, legittimo, devoto e leale.

Immagine n. 8 Horo e Iside a fianco alla figura di Osiride rappresentato accovacciato e con i lineamenti del faraone Osorkon II. Pendente in oro del Terzo periodo intermedio (regno di Osorkon, II XXXII dinastia, ca. 874-835 a. C.). altezza: 9 cm; larghezza: 6,6 cm. Oro, lapislazzuli e vetro rosso. Museo del Louvre. (© ph. Guillaume Blanchard, 2004)

Anche Horus, però, dovette intraprendere una dura e lunga lotta (durata circa ottanta anni) con lo zio Seth per disputarsi il trono lasciato vacante da Osiride. Dopo una lunga serie di gare e cimenti, ben documentata nell’arte e nella letteratura egizia, il tribunale degli déi dichiarerà Horus vincitore e suo padre vendicato.

Ma questa è un’altra storia, anzi un altro straordinario mito di cui ci informa il papiro Chester Betty I, risalente all’epoca di Ramses V (fine della XX dinastia), ma che quasi certamente è l’adattamento di un racconto che già era noto nel Medio Regno.

Fonti: Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.245

David P. Silverman: “Antico Egitto”, pagg. 134-135

Edda Bresciani: “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, pag. 363”

Luce tra le ombre, Piramidi

I KHENTIU-SHE

Ne “La funzione di una piramide si è fatto cenno ad una comunità di individui operanti nella città della piramide, cui ci si riferisce con l’appellativo di “Khentiu-She”. Credo sia utile fornire qualche dettaglio in più su questo termine che ha posto non pochi problemi di interpretazione agli egittologi.

Dalle testimonianze scritte e pittoriche dell’Antico Regno conosciamo un gruppo di persone, indicate sotto il nome di khentiu-she (ḫntjw- š), che da un lato erano collegate al palazzo del sovrano in carica e, dall’altro, rientravano nel personale di culto dei templi piramidali reali. Il loro ruolo esatto e il loro significato sono difficili da comprendere, poiché le fonti disponibili non forniscono un quadro coerente. Molto è già stato scritto al riguardo e sono state proposte diverse traduzioni: “impiegato”, “residente della città delle piramidi”, “addetto”, “approvvigionatore”, “guardia”, “affittuario di terre”, “sacerdote khenti-she”, “servitore”.

Negli ultimi venticinque anni, i ritrovamenti di papiri nel tempio piramidale di Neferefra ad Abusir (Immagine n. 1) e gli scavi nella regione della capitale dell’Antico Regno intorno a Memphis e alle necropoli reali ad essa associate, hanno portato alla luce nuovo materiale che mantiene viva la discussione.

Immagine n. 1 I resti della piramide Neferefra ad Abusir (Immagine di pubblico dominio reperita su wikipedia, autore non attribuibile)

Il significato del termine

Per avvicinarsi al significato della denominazione ḫntj- š, si è ricorso innanzitutto ad un’analisi del termine stesso. Sono documentate molte grafie diverse, tra cui quelle con il segno della collina come determinativo (Immagine n. 2), ma senza alcuna differenza semantica riconoscibile.

Immagine n. 2 Una delle svariate grafie del termine ḫnt- š (lettura convenzionale Khenti-she) in geroglifico. Questa presenta, come determinativo il segno delle due colline.

Per quanto riguarda la struttura della parola, c’è un accordo di fondo sul fatto che ḫntj- š sia un termine composto. Esso è costituito dal termine di relazione ḫnt, seguito dal sostantivo š, la cui indipendenza è indicata dal trattino diacritico scritto occasionalmente (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Una diversa grafia del termine. In questo caso è presente il trattino verticale diacritico sotto il rettangolo che rappresenta un bacino, il cui valore fonetico è š (she).

Che non si tratti di una parola quadripartita ḫntŠè ulteriormente dimostrato dalla forma femminile ḫnt(j)t- š (Immagine n. 4) e dalla dettagliata grafia del plurale.

Immagine n. 4 Questa è la grafia del termine al femminile, caratterizzata dalla seconda semisfera (in realtà rappresenta una pagnotta). Il simbolo dell’acqua 👎 e la prima pagnotta (t) fungono da complementi fonetici del simbolo trilittero ḫnt (Khenti) a sinistra (i tre vasi). La seconda pagnotta è la desinenza -t del femminile. La traslitterazione è ḫnt(j)t- š, mentre la lettura convenzionale è Khentit-she.

La preposizione ḫnt significa “più avanti di”, che può avere un significato locale, ma è anche usato nel senso figurato di “numero uno, primo”; quest’ultimo spesso presente in epiteti di divinità*. Entrambi indicano una posizione di rilievo del portatore della denominazione rispetto a š. Tuttavia, le opinioni divergono su cosa implichi questa posizione, su cosa si intenda per š e, di conseguenza, sul modo in cui il portatore della designazione še l’intero termine ḫntj-š possano essere tradotti e interpretati.

š in relazione al significato di “stagno”, “giardino”, “tenuta/proprietà”.

La parola šha un’ampia gamma di significati. Le linee d’acqua all’interno del geroglifico suggeriscono un significato di base di “specchio d’acqua”, che può riferirsi sia a bacini naturali sia a bacini artificiali. Nel decreto di Pepy I, in favore delle due città piramidali di Snofru a Dahshur, gli stagni “š(w)” sono menzionati come base per la tassazione, insieme ai “mr”(canali e pozzi).

Lo scavo di uno stagno e la creazione di un giardino facevano parte della realizzazione della casa di un alto funzionario. Ad esempio, il funzionario Metjen, all’inizio della IV dinastia, riferisce di aver costruito una casa “pr” di 100 cubiti di lunghezza e 100 cubiti di larghezza, nella quale realizzò uno š molto grande e realizzò varie piantumazioni.

Le scene tombali indicano chiaramente che la designazione š poteva essere applicata all’intero giardino che circondava lo stagno. šera usato anche per designare vaste aree con alberi, pascoli per capre, aiuole di verdure, piantagioni di frutta, stagni con piante di loto e papiro e laghetti per uccelli abbastanza grandi da permettere alle barche di navigare. Simbolicamente, un giardino con uno stagno corrispondeva anche a un luogo di sepoltura, che era la dimora dell’esistenza ultraterrena** e avevano un significato che andava oltre la morte del proprietario, in quanto vi si producevano offerte per il suo culto funerario. Poiché le condizioni locali delle necropoli non consentivano di solito la costruzione di giardini tombali anche di piccole dimensioni, i tavoli per le offerte in forma di bacino ne assumevano magicamente la funzione***. Il simbolismo di questi giardini-stagno andava al di là di un significato puramente reale, come il rinfresco, la pulizia, la fonte di frutta e verdura o l’intrattenimento: in senso astratto, essi incarnavano l’idea di fertilità e rigenerazione, che avrebbero magicamente garantito ai defunti.

L’uso del termine šanche per i giardini più estesi e le aree periferiche del deserto può aver portato a uno spostamento di significato. In grafie come quella raffigurata in (Immagine n. 5), che riportano una t sotto la š, la š originale era probabilmente intesa come išt, col significato di tenuta/proprietà.

Immagine n. 5 In questa ulteriore grafia sotto il simbolo š è presente una t. Ciò sembrerebbe suggerire una lettura equivalente a “išt” col significato di tenuta, proprietà, dominio ecc.

Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale****. Un documento in cui si può assumere il significato di šcome “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah, un visir vissuto durante la V dinastia, nella quale viene menzionato un oggetto in pietra calcarea, probabilmente un pezzo di corredo della tomba, ḥr š dt(.ỉ), “nella (mia) tenuta personale” nella città piramidale di Sahure. In definitiva, šaveva un’ampia gamma di significati, da “stagno” (reale e metaforico) a “giardino” (intorno a una piscina), fino a “tenuta”.

Continua…

* Cfr. ad esempio gli epiteti di Anubi ḫntj-Imntjw (primo degli occidentali), e ḫntj sḥ-nṯr (che precede la tenda di Dio). Anche per quanto riguarda i re defunti il termine “nella” della locuzione “nella loro piramide” , ḫntj era occasionalmente usato al posto della preposizione m, come ad esempio nel titolo di Netjeraperef dell’inizio della IV dinastia: ḥm-nṯr Snfrw ḫnt(j) ẖˁ-Snfrw – “sacerdote di Snofru primo della piramide “Snofru splende”. Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale. Un documento in cui si può assumere il significato di S come “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah.

** Nella tomba di Ankhmahor, il š n(j) (pr-)dt “giardino della proprietà personale” è rappresentato quasi come un’istituzione astratta, personificata come un portatore di offerte.

*** Questo è particolarmente evidente in reperti nei cui angoli sono stati intagliati alberi di sicomoro o disegnate barche.

È verosimile interpretare “š” come lavoro realizzato in pietra?

Per š, è stato preso in considerazione anche il significato di “opera in pietra”.

L’iscrizione di Niankhsekhmet è spesso usata come prova di questa interpretazione. Il testo riporta che questo funzionario ricevette dal re due false porte. Sahura le fece completare nel portico di uno dei suoi palazzi e il lavoro fu eseguito in presenza del re stesso. La seguente scrittura, ḫpr šrˁ nb (Immagine n. 6) è stata finora valutata in due diversi modi: come opera (in pietra) o come area su cui sorgeva il palazzo con il portico.

Immagine n. 6: la scrittura in geroglifico della locuzione ḫpr š rˁ nb (lettura convenzionale, “kheper she ra neb”) interpretato erroneamente come lavoro realizzato in pietra.

Tuttavia, non ci sono altre prove per una traduzione di š come “lavorazione della pietra”. Il titolo ỉmj-r(3) š (Immagine n. 7), che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava, è stato apparentemente visto in questo contesto e tradotto come “supervisore del lavoro in cava” o “supervisore della lavorazione della pietra”.

Immagine n. 7: la qualifica ỉmj-r(3) š che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava.

Ma ciò non è convincente perché in questa interpretazione un’attività sarebbe equiparata all’oggetto lavorato (pietra) o al luogo di lavorazione (cava) e di solito, per le attività manuali, la parola utilizzata era “k3t”.

Che š in questo titolo non abbia nulla a che fare con “pietra” o “cava” è dimostrato dalla variante più dettagliata del titolo (immagine n. 8) ỉmj-r(3) š n mšˁ (“sorvegliante della š dell’esercito”), dove š si riferisce probabilmente al “recinto” dell’esercito di spedizione, cioè al suo accampamento, la cui creazione e manutenzione doveva essere organizzata e supervisionata da un membro dello staff esecutivo dell’esercito.

Immagine n. 8: una variante più dettagliata del medesimo titolo ỉmj-r(3) š n mšˁ (imi-ro she en mesha = sorvegliante della “she” dell’esercito)

Come dimostrano gli scavi di Wadi el-Jarf nel Golfo di Suez, questi accampamenti non erano solo luoghi di pernottamento per i partecipanti alle spedizioni, ma comprendevano anche zone per i vari tipi di lavoro artigianale necessari per le forniture e le attrezzature della spedizione, magazzini e luoghi di lavoro per i rispettivi amministratori. Per il termine ỉmj-r(3) š sarebbe quindi appropriata la traduzione “sorvegliante dell’accampamento”, mentre va scartato il significato di “lavoro (in pietra)”, “lavoro di cava”. Per š se ne ricava, quindi, un significato di area in cui le truppe di spedizione potevano accamparsi e venivano rifornite.

š inteso come distretto collegato al re

š si riferiva anche ai terreni su cui sorgevano gli edifici reali. Il capomastro del re Isesi, il visir Senedjemib-Inti, menzionò nella sua iscrizione funeraria la š di un edificio (il segno ḥwt con un disegno interno mal conservato) appartenente al palazzo ḥb-sd di Isesi con una dimensione di circa 525 x 231 m. Tali dimensioni sono paragonabili a quelle del complesso di Djoser. Pertanto, š probabilmente designava, in questo caso, il terreno di costruzione del grande recinto wsḫt in cui insistevano il palazzo cerimoniale e altre strutture di culto per la festa Sed del sovrano. Il re premiava i funzionari meritevoli nel š. I documenti venivano emessi in presenza del re nel š n pr-ˁ3 (she della Grande Casa). Un’ortografia con pr come determinativo (immagine n. 9) fa di š n pr-ˁ3 un’istituzione praticamente immateriale.

Immagine n. 9: š n pr-ˁ3 (she en per aa = la she della grande casa). In questo caso il simbolo per š ha come determinativo il primo rettangolo aperto alla base, in realtà la pianta di una casa, (non si legge, ma serve per chiarire la classe di appartenenza del termine she), al di sotto del quale vi è la preposizione “n” (della) espressa con il simbolo dell’acqua. Seguono gli altri due simboli “pr” e “ˁ3” che identificano la Grande Casa.

Una simile grafia si trova anche in un titolo che, purtroppo, non si è conservato completamente: imj-r(3) iz [///] š pr-ˁ3 ( “sorvegliante della camera di … della she della Grande Casa”. Un titolo che aveva una conformazione simile: ỉmj-r(3) sšrw nswt š pr-ˁ3 (supervisore della biancheria reale della she della Grande Casa), indica che i prodotti di valore, compresi i tessuti, erano conservati nella š  pr-ˁ3.

Poiché esistono poche sequenze di titoli in cui ỉmj-r(3) špr-ˁ3 è collegato a titoli come “supervisore della biancheria reale” e/o “supervisore dei gioielli del re”, il primo è stato tradotto anche come “supervisore della tessitura della Grande Casa”. Non essendoci altre connessioni tra š e la tessitura, il parallelo con il già discusso titolo imj-r(3) š (sorvegliante dell’accampamento) sembra essere più appropriato. Anche un insediamento (para)militare avrebbe senso come elemento della Grande Casa, dal momento che le forze militari erano direttamente assegnate al palazzo. Possiamo immaginare che si trattasse di un complesso permanente di edifici con alloggi per il personale, uffici amministrativi, strutture, magazzini per le attrezzature e per i preziosi proventi delle spedizioni. Il titolo ỉmj-r(3) š pr-ˁ3 può quindi essere inteso come “supervisore dell’accampamento del palazzo”. Poiché esiste anche una forma duale (Immagine n. 10) ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3, per il controllo generale è possibile che ci sia stato più di un accampamento, probabilmente due.

Immagine n. 10: il titolo di “ỉmj-r(3) š pr-ˁ3” è,in questa forma, espresso al duale “ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3” (imi-ro shewy per aa = sorvegliante delle due she della Grande Casa).

Questi titoli di sorvegliante dimostrano che š n pr-ˁ3 era un’area distinta che apparteneva al palazzo ma non necessariamente era identificabile con esso.

La “she della Grande Casa” comprendeva anche strutture di culto. Lo indica una manifestazione particolare del dio del sole: Rˁ-ḥr-š -(n)- pr-ˁ3 (Ra nel recinto del palazzo). La presenza parallela di un Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo) in una voce della pietra di Palermo (Immagine n. 11), che in precedenza è stata ignorata a causa di un’interpretazione errata, depone contro la traduzione di š n pr-ˁ3 come “lago del palazzo”, come ritenuto da Goelet e Bogdanov.

Immagine n. 11: dettaglio della sezione della pietra di Palermo riguardante Neferirkara (ripresa da Wilkinson e ridisegnata dall’ autore) in cui si rileva l’espressione Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo).

Qui la donazione di un altare ciascuno per Ra e Hathor “nella she della Grande Casa” (ḥrš n pr-ˁ3) è riferita Neferirkara. Si potrebbe obiettare che š n pr-ˁ3 non indichi la posizione dei due altari, ma faccia parte del nome delle divinità. Però, gli altari sono scritti tra i nomi delle divinità e il toponimo ḥrš n pr-ˁ3. Dai titoli dei sacerdoti sappiamo che Hathor era venerata, tra le altre divinità, in santuari ed almeno alcuni di essi furono costruiti nella “š n pr-ˁ3”. Il già citato capomastro Senedjemib/Inti riferisce, ad esempio, di aver curato la decorazione della “cappella mrt di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3” (Immagine n. 12). Una cappella mrt in un “š n pr-ˁ3” è attestata anche per Teti.

Immagine n. 12: l’iscrizione ci informa della cappella “mrt” di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3”

Poco si conosce in merito a questo tipo di santuario, che è sempre associato al nome di un re. Il loro culto si concentrava principalmente su Hathor, ma anche su suo figlio Ihi e sul sovrano. Da ciò nasce l’ipotesi che i santuari mrt fossero luoghi del matrimonio simbolico del re-Horus con Hathor per aumentare la fertilità non solo della coppia reale ma anche di uomini, animali e campi”.

**** Ciò può valere anche per la definizione di personale ḫntj-š (Khentiw-She)

Fonte: The Khentiu-she di Petra Andràssy(Humboldt-Universität zu Berlin)

Necropoli tebane

TT322 – TOMBA DI PENSHENABU

 

Epoca:                                   Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Penshenabu[5]Servo del Luogo della VeritàDeir el-MedinaXIX-XX dinastia 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile il nome della moglie, Tentnubt[6].

La tomba

TT322 presenta una cappella funeraria e un appartamento sotterraneo[7] il cui pozzo di accesso si apre nei pressi della cappella. Sulle pareti della cappella funeraria: frammenti di architrave (1 in planimetria[8]) con la barca di Ra; sulle pareti scene varie (2-3-4) con la coppia presentata da Anubi a Osiride. Nella nicchia di fondo (6) statua del defunto inginocchiato (Museo Egizio di Torino, cat. 3032). Sul soffitto i nomi del defunto e della moglie[9].

Pianta del pozzo di accesso e dell’appartamento sotterraneo di TT322

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[6]      Porter e Moss 1927, p. 393.

[7]      Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 382.           

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 393-394

Necropoli tebane

TT321 – TOMBA DI KHAEMOPET

Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
Khaemopet[6]Servo del Luogo della VeritàDeir el-Medina XIX-XX dinastia 

 

Biografia

I nomi dei genitori, ricavabili dalla TT219 sono, forse, Bukentef e Iy; il nome della moglie Maani[7].

La tomba

La cappella di TT321 è costituita da una unica sala rettangolare[8] di cui non si hanno ulteriori notizie[9].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]              Porter e Moss 1927, p. 393

[7]              Porter e Moss 1927, p. 393.

[8]              Bruyere 1925, tavola II, pp. 72-73.

[9]              Porter e Moss 1927, p. 393.

Piccola Guida Turistica, Tombe, XX Dinastia

LA TOMBA DI AMONHERKHOPESHEF (QV55)

Amonherkhopeshef, defunto, viene presentato ad Iside dal padre Ramesses III.
Il principe è rappresentato come un bambino e tiene in mano il ventaglio ad una sola piuma che lo qualifica come “flabellifero alla destra del re”, titolo riservato ai figli del sovrano ed alle persone a lui particolarmente vicine. Potrebbe anche simboleggiare la piuma di Maat e quindi la sua condizione di defunto giustificato.
FOTO: kairoinfo4u

Del principe Amonherkhopeshef si sa poco; Dodson ed Hilton lo identificano come Amonherkhopeshef B per distinguerlo da Amonherkhopeshef A figlio primogenito di Ramses II premorto al padre e da Amonherkhopeshef C figlio di Isis e di Ramses III divenuto re con il nome di Ramses VI.

Dall’intricato e controverso albero genealogico della XX dinastia così come ricostruito dai due studiosi si evince solo che era uno degli otto figli maschi di una regina non identificata e che era fratello di Ramses VIII e fratellastro di Ramses IV, Ramses VI e Pentawere, che insieme alla madre Tiye e ad alcuni cortigiani ordì la famosa Congiura dell’Harem nella quale il sovrano venne assassinato.

Le iscrizioni nella sua tomba nella Valle delle Regine attestano che egli portava i titoli di “figlio del re del suo corpo che ama”, “principe ereditario”, “scriba reale”, “grande comandante della cavalleria”; pare essere deceduto all’età di 15 anni, prima del padre.

Egli compare con estrema probabilità nella processione di dieci principi figli di Ramses III che il Faraone fece scolpire sulle pareti del tempio di Medinet Habu; egli omise di indicarne nomi e titoli, che furono fatti inserire da Ramses VI, il quale non necessariamente rispettò l’ordine di nascita.

Il corteo di principi è guidato da Ramses IV, seguito al secondo ed al terzo posto da due personaggi ai quali Ramses VI (Amonherkhepshef C) attribuì i propri cartigli reali ed i titoli a suo tempo portati dall’omonimo fratello defunto; nella processione figura anche un terzo Amonherkhepshef “Portatore di ventaglio alla destra del re, figlio del re del suo corpo” che forse è lo stesso Ramses VI con i titoli che rivestiva quando le immagini furono scolpite ed era ancora ben lontano dal trono.

I principi compaiono anche in un rilievo di Karnak ed in un altro di Medinet Habu nei quali sono ritratti mentre partecipano alla Festa in onore del dio Min e trasportano a spalla il palanchino sul quale è assiso Ramses III, ed infine otto di essi sono raffigurati nel rilievo di una cappella mentre fanno offerte al padre.

Particolare (ricostruito e colorato) della processione in onore di Min, alla quale partecipano i figli reali.

La descrizione della tomba

La tomba del principe Amonherkhepeshef fu scoperta nel 1904 da Ernesto Schiaparelli, all’epoca direttore del museo Egizio di Torino, ed ha la classica struttura a siringa: un lungo corridoio discendente a gradini porta a due ambienti successivi collocati sul medesimo asse ed infine ad una camera sepolcrale dal soffitto basso che contiene un sarcofago antropomorfo incompiuto di granito; sulla parete destra di ognuna delle due camere intermedie si apre un annesso.

Ramses III e suo figlio dinanzi al dio Imset o Amset, uno dei quattro figli di Horus.
Egli aveva la testa umana ed era un dio funerario, rappresentato sul vaso canopo contenente il fegato. Era collegato ad Iside.
FOTO di Kairoinfo4u, da Flickr

Essa venne rinvenuta già profanata nell’antichità, e non v’era traccia nemmeno della mummia del suo occupante, che tuttavia potrebbe essere stato inumato nella KV13, dove gli scavi hanno rivelato un sarcofago di Tausert riscolpito con il suo nome; nella QV55 venne invece rinvenuta una scatola contenente i resti di un feto di sei mesi, ancora oggi esposto nella tomba all’interno di una teca.

In questo rilievo il Faraone effettua fumigazioni in onore di Ptah, che si trova in piedi in un santuario; egli è raffigurato mummiforme e con una calotta blu sul capo.
Secondo la cosmogonia di Menfi era il dio che concepì il mondo con il potere dei suoi pensieri e delle sue parole.
Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Un esteso intonaco dipinto a rilievo incassato sopravvive in tutto l’ipogeo, salvo che negli annessi e nella camera sepolcrale; il tema decorativo ha come protagonista il sovrano che accompagna il figlio deceduto al cospetto degli dei.

Ramses III rende omaggio ad una divinità. Del tutto particolare è la corona “cappuccio” indossata dal sovrano, simile alla calotta del dio Ptah, già attestata nell’Antico regno ed introdotta dai re kushiti. Essa veniva indossata durante i culti e si pensa che identificasse un figlio reale o divino. Solitamente gialla o blu era talvolta decorata con cobra, piume di struzzo o come in questo caso con il falco Horus. I resti di quella che sembra essere una di queste corone sono stati trovati sulla mummia di Tutankhamon. Essa consisteva in una fascia d’oro avvolta attorno alle tempie che fissava una calotta di lino, tenuta in posizione da un nastro annodato nella parte posteriore della testa e decorata con quattro cobra di perline di vetro di colore oro, rosso e blu.
https://www.reddit.com/…/Cow…/comments/tc6f6i/cap_crown/
FOTO di Kairoinfo4u

Le scene sono molto delicate e coloratissime; Amonherkhopeshef è rappresentato come un bambino (ha ancora la treccia dell’infanzia) e tiene in mano il ventaglio ad una sola piuma che lo qualifica come “flabellifero alla destra del re”, titolo prestigioso riservato ai figli del sovrano ed alle persone a lui particolarmente vicine oppure come defunto giustificato, in quanto simboleggia la piuma di Maat e l’esito positivo della psicostasia.

Ramses III e Duamutef, uno dei figli di Horus.
FOTO di Kairoinfo4u da Flickr

Egli quasi si nasconde timidamente dietro il padre, che rende omaggio agli dei più importanti del Pantheon egizio e lo presenta personalmente ad ognuno di loro.

Sulle pareti, inoltre, sono stati riprodotti alcuni capitoli del Libro dei Morti.

Questo rilievo ritrae il dio Ptah-Tatenen. Tatenen era una divinità funeraria rappresentante la terra emersa dal Caos primordiale, che venne in seguito associata al principale dio menfita Ptah nella forma Ptah-Tatenen, creatore dell’energia primordiale.
Generalmente veniva rappresentato con aspetto mummiforme, la barba ed il “nemes” adornato con due piume, corna ritorte e disco solare. A questa divinità si attribuisce di aver portato nel mondo il pilastro djed che in seguito sarà associato al dio Osiride.
FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Tatenen
Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Questo rilievo raffigura Ramses III davanti a una divinità. Il sovrano indossa un magnifico gonnellino ed un corsetto e sulla testa porta un elmo decorato con anelli d’oro. Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.
Il sovrano e suo figlio dinanzi a Ptah-Tatenen.
FOTO di Kairoinfo4u
Questo rilievo mostra Ramses III che abbraccia la dea Iside. Il re indossa la corona blu khepresh mentre la divinità esibisce sopra una parrucca blu il suo caratteristico copricapo avvoltoio sormontato da un modio decorato di urei dal quale si dipartono le corna bovine ed il disco solare. Foto Mick Palarczyk e Paul Smit.

Per informazioni sugli omonimi di questo principe, guardate sul nostro sito a questi link:

https://laciviltaegizia.org/…/il-principe-amon-her…/

https://laciviltaegizia.org/2023/12/10/il-faraone-ramses-vi/

I demoni guardiani dell’Oltretomba

Nella tomba del principe Amonherkhepeshef si trovano le immagini di alcuni demoni guardiani dell’Oltretomba.

Gli antichi egizi credevano nell’Aldilà, ma per raggiungere i Campi di Iaru, il luogo di pace destinato ai meritevoli, il defunto avrebbe dovuto affrontare un pericoloso viaggio attraverso gli inferi, lo stesso che ogni notte veniva percorso dalla barca solare del dio Ra.

Esso iniziava guadando il grande fiume nel cielo che separa la terra dagli inferi e che poteva essere attraversato solo dal traghettatore degli dei, una divinità dell’Oltretomba, che i Testi delle Piramidi indicano in Kherti.

Kherti, il cui nome dovrebbe significare “il massacratore” aveva la forma di un ariete mummificato in posizione accovacciata; nei Testi dei Sarcofagi questa funzione viene attribuita ad Aker, poi divenuto dio dell’orizzonte.

L’Oltretomba, che gli Egizi chiamavano Duat, era un mondo popolato da demoni e mostri ostili, caratterizzato da un paesaggio simile a quello terrestre, costellato tuttavia anche da laghi di fuoco, caverne, deserti e foreste di alberi di turchese; la strada che lo attraversava era sbarrata da porte e piloni chiusi con cancelli.

Ogni porta era presidiata da un serpente che sputava fuoco e da tre personaggi zoo-antropomorfici armati di grossi coltelli e di fruste e dal nome il più delle volte inquietante, che avrebbero potuto avere il sopravvento sul defunto, condannandolo per sempre all’oblio.

Qutgetef, guardiano dell’ottava porta. Foto: Smit e Palarczyc

I Faraoni dell’Antico Regno entravano in quel mondo oscuro accompagnati dalle invocazioni dei sacerdoti ed annunciando che si sarebbero fatti strada con la forza; le persone comuni, invece, si facevano talvolta seppellire con una mappa della Duat e con testi di incantesimi ed amuleti che li avrebbero aiutati lungo il cammino.

Se il defunto fosse riuscito a concludere il viaggio si sarebbe presentato nella Sala del Giudizio per dare conto della sua vita ad Osiride attraverso la “confessione negativa” (ossia per rendere la dichiarazione di non aver commesso una serie di 42 cattive azioni) e per la pesatura del suo cuore, che avrebbe dovuto dare riscontro alle sue parole.

Se quest’ultimo, infatti, fosse risultato leggero quanto la piuma di Maat, simbolo di rettitudine, avrebbe ottenuto la vita eterna negli idilliaci Campi di Iaru; se così non fosse stato, sarebbe stato gettato in una fossa infuocata ed il cuore sarebbe stato divorato da Ammit, un mostro con la testa di coccodrillo, la parte anteriore e la criniera di leone e la parte posteriore di ippopotamo ed ogni possibilità di rinascita gli sarebbe stata per sempre preclusa.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI SUL TEMA, ANDATE SUL NOSTRO SITO A QUESTI LINK

https://laciviltaegizia.org/…/medicina-e-magia-i-demoni/

https://laciviltaegizia.org/…/il-terzo-sacrario-di…/

https://laciviltaegizia.org/?s=ammit

BIBLIOGRAFIA ULTERIORE:

REDFORD S., The harem conspiracy, 2002

Grazie infinite a Nico Pollone e ad Andrea Petta per il valido aiuto prestatomi nella ricerca delle immagini dei rilievi e del testo della dott. Redford.

Piccola Guida Turistica

LA VALLE DELLE REGINE

CENNI GENERALI

Sulla riva occidentale del Nilo, a sud e a sud-ovest della Valle dei Re, si trova una vasta rete di wadi tra i quali il più importante è la Valle delle Regine, oggi nota anche come Biban el-Harim, Biban el-Sultanat o Wadi el-Melikat ma chiamata nell’antichità Ta-Set-Neferu, ossia “il luogo della bellezza”.

A far tempo dal 1550 a. C. circa ed in seguito, fino alla fine della XX dinastia questo wadi e le sue diramazioni sono stati utilizzati come necropoli per le mogli del Faraone e per altri membri della famiglia reale.

Ramses III vi fece seppellire molti tra i suoi stretti congiunti: all’estremità occidentale del wadi principale si trovano le tombe delle regine Isis (QV51) e Tyti (QV52), che alcuni ritengono anche figlia o sorella del sovrano e dei principi Ramses (QV53) ed Amonherkepshef (QV55); in un wadi periferico che si dirama a sud-ovest da quello principale ci sono invece le tombe dei principi Khaemwaset (QV44), Pareherwenemef (QV42) e Sethirkhopshef (QV43) – quest’ultima inutilizzata, in quanto egli salì al trono come Ramses VIII e dovrebbe essere stato sepolto nella Valle dei Re, sebbene il suo ipogeo non sia ancora venuto alla luce.

La zona è soggetta a cedimenti geologici ed è caratterizzata da rocce di modesta qualità, inclini ad assorbire l’acqua ed a frantumarsi, per cui nel corso dei millenni le periodiche inondazioni ed i terremoti hanno reso inaccessibili quasi tutte le oltre cento tombe che in essa sono state scavate.

Attualmente sono visitabili solo la QV44, la QV52 e la QV55.

NOTA: per quanto riguarda la tomba di Nefertari, nuovamente chiusa al pubblico e peraltro già trattata su queste pagine, potrete trovare gli interessanti articoli sul nostro sito a questi link: https://laciviltaegizia.org/…/05/16/la-tomba-di-nefertari/ e https://laciviltaegizia.org/2023/03/15/nefertari-qv66/

FONTI DI QUESTO E DEI SUCCESSIVI POST DI QUESTA RUBRICA:

https://biblioteca.museoegizio.it/…/la-tombe-du…/2612

https://madainproject.com/tombs_in_valley_of_the_queens…

https://thebanmappingproject.com/…/qv-55-prince…

https://it.wikipedia.org/wiki/QV55

https://nefershapiland.de/ramsesiii_familie.htm

https://collezioni.museoegizio.it/it-IT/material/S_5215

https://it.wikipedia.org/wiki/QV44

https://www.wikiwand.com/…/Khaemuaset_(figlio_di_Ramses…)

https://thebanmappingproject.com/…/qv-44-prince-khaemwaset

https://archeologiavocidalpassato.com/…/tomba-di…/

http://www.griffith.ox.ac.uk/topbib.HTML

http://www.louxoregypte.fr/…/la-vallee-des-reines.html

https://destination-egypte.fr/vallee-des-reines-louxor/

https://it.wikipedia.org/wiki/QV44

DODSON A., HILTON D., “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Cairo, 2004