E' un male contro cui lotterò

LE PRESCRIZIONI DEI MEDICI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Sicuramente quella dei medici egizi è stata la prima farmacopea tramandataci; non solo: la stessa parola “farmacia” potrebbe, secondo alcuni studiosi, provenire dal termine egizio “ph-ar-maki”, ossia “Colui che induce sicurezza” – uno degli attributi del dio della conoscenza Thot.

Il dio Toth, che ci ha accompagnato per tutta questa rubrica. Potrebbe dipendere da uno dei suoi epiteti il termine “farmacia”?

Resta comunque il fatto che il solo Papiro Ebers contenga ben 400 ingredienti diversi; numero che sale a oltre 500 considerando anche gli altri papiri medici. Come abbiamo visto in alcuni dei rimedi proposti, i componenti delle prescrizioni potevano essere di origine minerale (il natron, il sale, la malachite, i lapislazzuli ad esempio), animale (miele, latte, carne, fegato sangue, placenta, grasso, ma anche feci ed urine) ed in larga parte vegetale

Una delle cose che colpisce delle prescrizioni egizie è il fatto che gli ingredienti fossero misurati, non pesati. Spesso sono indicati come proporzione del totale (“un terzo di…un sesto di…”) Questo è uno dei motivi per cui la famosa iscrizione sul tempio di Kom Ombo, che mostra quelli che sarebbero strumenti chirurgici ma anche una bilancia, potrebbe riferirsi a tutt’altra pratica rispetto a quella medica.

La bilancia di Kom Ombo, che ha instillato parecchi dubbi sul fatto che gli attrezzi raffigurati siano strumenti medici.

L’unità di misura egizia per quanto riguarda i volumi era l’heqat, un “barilotto”, corrispondente più o meno a 4.8 litri. Per gli usi medici era però poco pratica, per cui si utilizzava normalmente l’henu o hin, ovvero un decimo di heqat (una “giara” = 480 ml) oppure il ro (1/320 di hegat = 15 ml) corrispondente tradizionalmente ad una “sorsata” di un liquido – tanto che il suo simbolo in geroglifici è quello della bocca (Gardiner D21).

Gli Egizi avevano misure standard di riferimento a cui ci si doveva attenere anche per motivi legali – in modo molto simile all’odierno Sistema Internazionale di Misura. Qui alcuni standard per i volumi piccoli conservati al Petrie Museum

Quando il simbolo della bocca è scritto SOPRA un numero, il numero indica il denominatore di una frazione (ad esempio: se trovate un simbolo D21 sopra al numero 8, vuol dire un ottavo).

Quando il simbolo della bocca è scritto SOTTO un numero, quel numero indica un multiplo, nel caso delle prescrizioni mediche i multipli di ro (ad esempio: se trovate un simbolo D21 sotto al numero 8, vuol dire 8 ro = 120 ml)

La differenza tra una frazione ed un multiplo dipende dalla posizione del simbolo D21

Curiosamente, nelle prescrizioni egizie non si fa mai riferimento ad altre unità di misura come il dja, corrispondente a 20 ro (=300 ml circa).

Una scoperta recente ha correlato le misure delle giare comuni in Egitto e Medio Oriente ai volumi standard usati. Qui una giara da mezzo heqat (= 2.4 litri). Da: Zapassky E, Gadot Y, Finkelstein I, Benenson I (2012) An Ancient Relation between Units of Length and Volume Based on a Sphere. PLoS ONE 7(3): e33895 

Gli ingredienti potevano essere cotti, triturati, miscelati o lasciati in infusione, fino a preparare il “prodotto finale” che poteva essere somministrato come pozione, gargarismo o risciacquo, infusione, decotto, pillola, pastiglia, cataplasma, unguento, pomata, collirio, inalazione, fumigazione, supposta, clistere, tampone o irrigazione vaginale.

Spesso la ricetta indica anche la durata del trattamento, e a volte la temperatura a cui andava somministrato (“bevuto alla temperatura del dito”, Ebers 799) esattamente come in una prescrizione moderna.

Un’ultima nota riguarda il fatto che i medici egizi potrebbero aver usato inavvertitamente principi attivi anche di una certa entità a causa della (ovvia) mancanza sia di competenze sia di “controlli di qualità”. Il caso più eclatante riguarda il ritrovamento di tetraciclin (una famiglia di antibiotici utilizzati tuttora) in mummie del periodo tolemaico/romano. È stato ipotizzato in questo caso una contaminazione da streptomiceti (che producono naturalmente le tetracicline) nella produzione della birra. Mai come in questo caso chi beveva birra…campava cent’anni, come in un famoso spot di qualche decennio fa.

NOTA 1: gli Egizi conoscevano, come sappiamo, le frazioni – molti di voi ricorderanno che l’wedjat o occhio di Horus fu il primo modo di scrivere le frazioni, indicando la parte interna dell’occhio ½, la pupilla ¼, il sopracciglio 1/8, la parte esterna 1/16, il ricciolo curvo 1/32 ed il “piede” 1/64. Va però notato che gli egizi non concepirono mai una frazione il cui numeratore non fosse 1, ed il denominatore molto raramente diverso da una potenza di due (le uniche eccezioni furono 1/3, 2/3 e ¾).

NOTA 2: secondo alcuni studiosi di paleomedicina, il simbolo tuttora usato per indicare una prescrizione medica (la “R” maiuscola – dal latino “recipe” = ricetta – la cui gamba diagonale si prolunga e forma una “x”, ꝶ) deriverebbe dall’Occhio di Horus

La possibile evoluzione del simbolo per indicare una prescrizione
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UNA TERAPIA STRAORDINARIAMENTE MODERNA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Tra le patologie trattate nel Papiro Ebers si trovano le cosiddette “inm”, apparentemente malattie che affliggevano la colorazione della pelle e catalogate nella sezione delle ustioni.

Una delle prescrizioni per queste “ustioni” prevede l’uso dell’estratto di una pianta, identificata come l’Ammi maius (visnaga maggiore o “pianta del vescovo”) e l’esposizione al sole del malato. L’opinione corrente è che la malattia possa essere identificata come la vitiligine e che l’effetto descritto sia la depigmentazione della pelle dovuto alla distruzione autoimmune dei melanociti.

L’Ammi maius o “pianta del vescovo”
 
Gli effetti della vitiligine, accomunati dai medici egizi a quelli delle ustioni

Ma cosa c’è di tanto moderno in questa terapia?

Innanzitutto è stata “dimenticata” per millenni. Solo nel 1948 è stato scoperto il principio attivo contenuto nell’Ammi maius, curiosamente da un chimico egiziano. Si tratta di una sostanza nota come 8-metossipsoralene (abbreviato 8-MOP), che ha una caratteristica molto particolare. L’8-MOP si “infila” tra le due eliche del DNA, ma rimane del tutto inerte fino a quando non viene esposto ai raggi UV (come quelli del sole…); a quel punto si lega ad entrambe le eliche e le “incatena”, non permettendo la replicazione del DNA e quindi la proliferazione cellulare. Nelle malattie autoimmuni (ma anche in altre importanti patologie, come il rigetto d’organo) questo impedisce che le cellule che stanno aggredendo il nostro stesso organismo si moltiplichino e, anzi, vengano riconosciute dal nostro sistema immunitario come nocive.

L’8-MOP (in blu) ed il suo legame “incatenante” con il DNA

AI giorni nostri, siamo riusciti a “raffinare” enormemente questa tecnica. Oggi vengono raccolte le cellule responsabili di questa “aggressione” (i linfociti) con un separatore cellulare (simile a quelli usati per la donazione di plasma o piastrine) in modo da esporre all’8-MOP e irradiare solo queste cellule, che vengono poi reinfuse al paziente cercando di bloccare la reazione auto-distruttiva od il rigetto del trapianto. Il campo d’azione è stato allargato anche al trapianto di cellule staminali da donatore (trapianto allogenico) quando le cellule trapiantate “aggrediscono” il paziente, oltre al tumore (la cosiddetta “Graft versus Host Disease” o malattia del trapianto contro l’ospite).

Moderni separatori cellulari ed una raccolta di linfociti da esporre all’8-MOP e irradiare

C’è ancora moltissimo da studiare e scoprire in questo campo, ma è assolutamente incredibile che i medici egizi, senza le conoscenze scientifiche necessarie ma solo con l’osservazione empirica, avessero mosso i primi passi in questa direzione ed avessero “inventato” la fototerapia.

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LA CURA DEL CORPO – LA CUTE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Come già per i capelli, anche in questo caso la medicina si mescola con l’estetica, con importanti eccezioni.

Da un lato abbiamo infatti le prescrizioni per “evitare gli odori in estate”, veri e propri deodoranti a base di franchincenso, bacche di ginepro e mirra, oppure frutti di carruba – l’ennesima dimostrazione dell’importanza dell’igiene nell’Antico Egitto.

Non mancano poi le prescrizioni per ottenere una pelle morbida a base soprattutto di miele, natron, sale e polvere di alabastro. Livio Secco ci ha illustrato alcune delle pratiche cosmetiche (su cui ha anche pubblicato un volume) QUI.

Il contenitore dei cosmetici, inclusi quelli per la pelle, di Merit al Museo Egizio di Torino.

D’altra parte, invece, appaiono le prime terapie dermatologiche vere e proprie. Le evidenze paleopatologiche ci mostrano solo sospetti: la cute delle mummie è disidrata e molto scura, difficilmente si può distinguere una patologia con certezza. Si sospettano su alcune mummie casi di tumori cutanei, in particolare dovuti alla sindrome di Gorlin-Goltz (carcinomi delle cellule basali e cheratocisti che causano malformazioni del derma e scheletriche, tra cui un tipico accorciamento dell’osso metacarpale dell’anulare) e si stanno cercando i marcatori genetici di questa patologia, finora senza successo.

Carcinomi cutanei dovuti alla sindrome di Gorlin-Goltz
L’accorciamento del quarto metacarpo, corrispondente all’anulare, della mano destra di una mummia morta all’età di 20-25 anni e scoperta ad Assyut, sintomo probabile della sindrome di Gorlin-Goltz (da: Satinoff, Merton I., and Calvin Wells. “Multiple basal cell naevus syndrome in ancient Egypt.” Medical History 13.3 (1969): 294-297.)

Abbiamo visto i casi di vaiolo (Ramses V) e le cisti cutanee, trattate chirurgicamente; sui papiri medici troviamo invece le indicazioni volte ad alleviare i sintomi di rossori cutanei (rash), eczemi, ulcere ed in generale “irregolarità della cute”. Dal momento che la medicina egizia faceva riferimento sempre ai metu, ai vasi interni del corpo, anche nel caso delle patologie della pelle bisognava liberare i metu, soprattutto dell’addome, facendo ricorso sovente a lassativi.

Ramses V con i chiari segni del vaiolo sul volto

Di particolare importanza erano le ustioni, che evidentemente accadevano di frequente se vengono riportati ben 27 rimedi per curarle.

Da quanto leggiamo nel Papiro Ebers, la terapia più gettonata vedeva un cambio di terapia ogni giorno, per cinque giorni; rispettivamente:

  • Il primo giorno: fango nero
  • Il secondo giorno: escrementi di bestiame di piccola taglia (vitello, pecora, capra)
  • Il terzo giorno: resina di acacia, impasto d’orzo, carrube e olio
  • Il quarto giorno: cera, olio, papiro macerato nell’acqua (specificato: “non scritto”!) e un legume wah, non identificato
  • Il quinto giorno: ocra rossa, foglie di un albero non identificato, scaglie di rame

Agli occhi della medicina moderna non c’è nessuna logica in questa sequenza, anzi: gli escrementi del secondo giorno comportano un grosso rischio di infezione e gli olii, noti lenitivi, non compaiono prima del terzo giorno. Un grande mistero, legato probabilmente alla necessità di scacciare i “demoni” collegati all’ustione.

Gli altri rimedi per le ustioni comprendono spesso dell’olio, il miele (battericida), le scaglie di rame o di malachite (battericidi). Evidentemente anche i medici egizi non avevano soverchia fiducia in questi rimedi, perché, stranamente, questa parte del Papiro Ebers contiene ben due incantesimi da affiancare ai rimedi proposti, un fatto inusuale nei papiri medici.

Come in altri casi, anche qui purtroppo ci colpisce di più quello che manca, rispetto a quello che troviamo nei papiri medici. In un Paese in larga parte desertico, le malattie della pelle avrebbero dovuto essere estremamente diffuse, mentre non sono assolutamente trattate.

Con una singola, straordinaria eccezione che vedremo nella prossima puntata

Kemet Djedu

LA DIREZIONE DI LETTURA DEL GEROGLIFICO

I filologi del XIX secolo avevano ben compreso la variabilità del senso (o direzione) di lettura della grafia egizia. Infatti il geroglifico, essendo una scrittura grafica, non era rigidamente legata ad una direzione precisa, sebbene da destra a sinistra sia quella più diffusa sui papiri.

Gli Egizi avevano già compreso la particolare scenografia della loro scrittura e non tardarono a sfruttarla soprattutto in ambito templare e funerario (molto meno in ambito scrittorio).

Una facciata templare può presentare entrambi le direzioni di scrittura usando, ad esempio, come asse di simmetria l’accesso. Quindi posizionandoci di fronte all’entrata leggeremo da desta a sinistra la parete sinistra e da sinistra a destra la parete di destra. Troviamo questo sistema, ad esempio, sulle false porte dove l’asse di simmetria è lo spacco centrale dal quale esce e rientra il defunto.

Stabilita la direzione orizzontale, normalmente il testo è dall’alto al basso, ma ci sono casi specialissimi.

In alcuni testi religiosi arcaici i filologi tentarono la lettura verticalizzata dall’alto al basso per poi accorgersi che, non leggendo nulla, la direzione era opposta.

Quindi esistono dei testi da leggere dal basso in alto ma sono rarissimi. Nel caso esemplificato il testo religioso fa riferimento al caos. Lo scriba (o il sacerdote), per meglio rappresentare il concetto di caos, scrisse dal basso in alto.

Dire “al contrario” non è proprio preciso, perché implicitamente affermerebbe che la direzione corretta sarebbe dall’alto al basso.

Per permettervi di familiazzare con le diverse direzioni di lettura vi propongo una TA (Traduzione Archeologica) per i miei allievi del terzo anno (oggi direi del terzo livello).

Si tratta della falsa porta di Mehu. Sforzatevi a riconoscere i diversi elementi e la loro direzione di lettura. Qui sotto vi dettaglio la soluzione:

al1, al2, al3, stele, ac1, ac2, ac3 vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a sinistra della luce mediana vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a destra della luce mediana vanno tutti letti (da sx a dx) —–>

fondo: è sufficiente guardare le sei figure di Mehu, il cui nome è scritto ogni volta sopra di esse. Le tre a sinistra della luce mediana vanno lette (da dx a sx) <—–. Le tre figure a destra della luce mediana vanno lette (da sx a dx) —–>.

È intuitiva la fortissima valenza grafica della scrittura geroglifica. Come già detto gli Egizi la sfruttarono immediatamente per meglio inquadrare i testi parietali.

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Akhenaton in Alexandria National Museum

Pharao Achenaten.

In the Alexandria National Museum.

Akhenaten, also spelled Akhenaton, Akhnaton, or Ikhnaton, also called Amenhotep IV, Greek Amenophis, king (1353–36 BCE) of ancient Egypt of the 18th dynasty, who established a new cult dedicated to the Aton, the sun’s disk (hence his assumed name, Akhenaten, meaning “beneficial to Aton”).

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Princess Kiya

Words spoken by (the princess Kiya), justified.

The inscription at the foot of the coffin is one originally appropriate for a woman, but later changed to refer to a man. We now suspect that the original subject is Kiya. The inscription is unique both for its poetic imagery and for the light it sheds on Akhenaten’s religion.

Princess Kiya is a shadowy figure, whose life has been pieced together from fragments of inscriptions, some of which were erased by her contemporaries. She is now believed to be the subject of some of the inscriptions found in the most mysterious of royal tombs, number 55 in the Valley of the Kings.

We encounter her only through her husband, Akhenaten, often referred to as ‘the heretic king’.

He came to the throne as Amenophis IV, but broke with established religion and devoted himself to a single deity known as the Aten. He was married to the beautiful Nefertiti. On many of their monuments Akhenaten and Nefertiti are accompanied by their daughters. It appears that the pair had no sons.

There are, however, two spare princes who appear in the records from Amarna, the capital city that Akhenaten founded for himself. These are Smenkhkare and Tutankhaten (the latter means ‘Living image of the Aten’). They are brothers, and the likelihood is that their father is Akhenaten.

Egyptologists are coming to the conclusion that Kiya was the mother of these princes, and it is to this that she owed her influence with the king. Pharaohs were allowed several wives, and Nefertiti may have accepted this, but the situation has the potential to turn nasty. Somebody is responsible for the erasure of Kiya’s names from most of her inscriptions, but we do not know who this is. Kiya died before Akhenaten.

When Akhenaten did die, he was succeeded briefly by Smenkhkare, and then by his second son, who changed his name to Tutankhamun. The discovery of the latter’s tomb in 1922 made him famous, but the fate of Smenkhkare is more obscure.

Tomb 55 in the Valley of the Kings contained objects from the Amarna court, among them a damaged coffin designed for a woman, although the badly preserved body inside this turned out to be male. This may be Akhenaten, but it is more likely that the body is that of Smenkhkare.

Text by John Ray

Close-up of what is believed to be one of the Princess Kiya’s canopic jars (a sacred vessel containing one of her preserved vital organs).

Three of the four lids of the Canopic jars belonging probably to Princess Kiya.

(The forth is at the Met)

Egyptian Museum Cairo

Kemet Djedu

PRESCRIZIONI PER FAR CADERE I CAPELLI ALLA RIVALE

Troviamo QUI la pagina dedicata alla cura dei capelli nella medicina egizia.

Aggiungo qui, a margine, una ricetta originale tratta dal PAPIRO HEARST. Seguendo le istruzioni si dovrebbe riuscire a realizzare un preparato che, una volta applicato, dovrebbe far cadere i capelli alla rivale (in amore?).

Però il papiro non ci fornisce la motivazione ingannatrice con la quale convincere la nemica a procedere con l’applicazione.

UN’ALTRA PRESCRIZIONE PER FAR CADERE I CAPELLI ALLA RIVALE

La ricetta del Papiro Hearst immediatamente seguente a quella che vi ho mostrato, tratta da un Laboratorio di Filologia Egizia che avevo preparato per i miei allievi, riguarda nuovamente un secondo modo per far cadere i capelli alla rivale.

Spero che anche questa prescrizione vi incuriosisca.

La considerazione con la quale gli antichi Egizi trattavano le proprie capigliature è il soggetto del mio Quaderno di Egittologia 49 – CON LA SABBIA TRA I CAPELLI – Le acconciature nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento può trovarre il testo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/con-la-sabbia-tra-i…/

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LA CURA DEL CORPO – I CAPELLI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

L’aspetto fisico, soprattutto nelle classi più abbienti, era di particolare importanza e doveva essere sempre curato. L’ossessione principale era il tempo che passa e la vecchiaia che avanza – una cosa che rende gli antichi egizi molto vicini anche a noi.

Lo stesso Sinuhe racconta preoccupato: “…la vecchiaia è calata su di me, la debolezza mi opprime, i miei occhi sono pesanti e le mie braccia sono deboli; le mie gambe incespicano e il mio cuore è affannato. Sono vicino alla morte…”

Il Papiro Berlino P3022 con la storia di Sinuhe (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/sinuhe-il-figlio-del…/)

Ovviamente, anche in queste “lamentazioni” si ritrovano alcuni svarioni della cultura egizia che abbiamo già visto: nelle “Massime di Ptahotep” leggiamo infatti che “il mio cuore non ricorda più ieri” attribuendo al cuore le funzioni cerebrali.

Il Papiro Prisse, che contiene le Massime di Ptahhotep (Bibliothèque nationale de France)

Non ci può stupire quindi che molte prescrizioni dei papiri medici siano volte a contrastare questo avanzare del tempo – o meglio, gli effetti visibili: primi fra tutti, quelli sui capelli.

Nonostante quello che immaginiamo tutti, antichi egizi sempre rasati a zero e con eleganti parrucche, la realtà era diversa. Il Papiro Ebers contiene infatti ben tredici rimedi per evitare che i capelli ingrigiscano – nessuno di questi in realtà molto affidabile e nella maggior parte legati ad animali dal pelo nero, ma testimoni dell’importanza data alla capigliatura. La medicina si mescola quindi all’estetica, ritenendo la lotta all’ingrigimento dei capelli una lotta contro la vecchiaia che avanza.

Si va quindi dalla lozione preparata con il sangue di un bovino dal mantello nero bollito con olio o grasso, a quella ottenuta mettendo in infusione il guscio di una tartaruga con lo scheletro di un corvo. Anche il corno di un toro nero, di una gazzella o lo zoccolo di un asino, bolliti per preparare una mistura con del grasso, erano suggeriti al/alla paziente. In questo caso, infatti la preoccupazione per i capelli grigi o bianchi era per entrambi i sessi.

Non mancano le prescrizioni “bizzarre”, come “un topo cotto nell’olio” (Hearst 149).

Il sangue e le corna di un toro nero erano tra i principali ingredienti delle lozioni contro i capelli grigi

Curioso l’utilizzo della placenta (di gatto, in questo caso), un ingrediente ancora oggi usato dalle industrie cosmetiche per rinforzare i capelli.

Sempre per prevenire l’aspetto “anziano” dei capelli grigi, la colorazione dei capelli con l’hennè è stata ampiamente documentata su alcune mummie pervenuteci – la più famosa, senza dubbio, quella di Ramses II, probabilmente per ricreare il colore rosso naturale dei suoi capelli in vista dell’aldilà, ma non è presente o menzionata sui testi medici egizi.

Le mummie di Ramses II e Sitra, entrambe con i capelli trattati con l’hennè

La Lawsonia inermis o henna o hennè era coltivata in Egitto fin dal periodo predinastico, e tracce del suo colorante (idrossinaftochinone) sono state rilevate anche su mummie antichissime. Alcuni studiosi hanno cercato di identificare l’hennè con la pianta “ankh-imi”, “colei che contiene la vita” proprio per la capacità di coprire i segni dell’età sui capelli, ma l’attribuzione è molto dubbia.

L’arbusto della Lawsonia inermis da cui si ricava l’henne
La polvere colorante che si ottiene dalla Lawsonia

La perdita dei capelli invece era una preoccupazione (quasi) tutta maschile, perché perdere i capelli voleva dire perdere anche la virilità. Possiamo immaginare allora gli sforzi degli antichi egizi per evitare cotanta sciagura. Ben diverso era il valore del cranio rasato di un sacerdote da quello calvo di un uomo che aveva perso i capelli.

I trattamenti indicati in questo caso vanno dagli aculei di un istrice (!), sempre ridotti in polvere e mescolati con grasso animale, ad un impasto composto da grasso di leone, ippopotamo, coccodrillo, gatto, serpente ed antilope da applicare sulla testa dello sventurato. Attenzione però: il Papiro Ebers specifica che il leone deve “avere un aspetto feroce”, altrimenti il rimedio non funziona…

Sarà abbastanza feroce l’aspetto di questo leone per il Papiro Ebers? (Foto Daniel Rosengren Photography)

Come importante eccezione alla preoccupazione solo maschile, il papiro Ebers ci propone però anche un rimedio utilizzato nientemeno che da “Shesh  Sesheset), la madre di sua maestà, re dell’Alto e Basso Egitto, Teti, giusto di voce”. Parliamo quindi dell’inizio della VI Dinastia, al tramonto dell’Antico Regno, intorno al 2340 BCE. Il rimedio utilizza l’osso di un cane, dei datteri tritati ed uno zoccolo d’asino, bolliti con olio o grasso come al solito fino ad ottenere un impasto da stendere sullo scalpo.

Statua del re Teti (VI Dinastia). La madre soffriva evidentemente di alopecia, tanto da figurare su uno dei papiri medici; la sua citazione ha fatto ipotizzare che la prima stesura del Papiro Ebers possa essere stata fatta durante il suo regno o poco dopo.
La base della piramide di Sesheset, scoperta solo nel 2008 a Saqqara (foto Smithsonian Magazine). Nella piramide fu trovato un sarcofago violato con ancora una mummia al suo interno, considerata la mummia di Sesheset ma non ancora esaminata in dettaglio. Sicuramente non sarebbe stata felice di essere ricordata per la sua calvizie incipiente.

Tre “rimedi”, infine, sono descritti come metodi per far diventare calva una persona: viene specificato infatti “da applicare sulla testa di chi è odiato”. Questi “veleni per i capelli” includono le foglie di ninfea, i carapaci di tartaruga tritati, un verme non ancora identificato e la parte inferiore della zampa di un ippopotamo. Il Papiro Ebers però non ci spiega come si faccia ad applicarlo “molto, molto spesso” sulla testa della persona odiata.

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Granite Head of (probably) Queen Tiye

This granite head of Queen Tiye shows the Queen wearing a huge wig, surrounded by the wings of the protective vulture. Over the forehead are two cobra heads and one vulture.

The cobra on the right wears the Red Deshret Crown of Lower Egypt, and the cobra on the left probably wore the White Hedjet Crown of Upper Egypt, now lost.

Despite the damage to the face, her features can be clearly seen. Her oval face has high cheekbones and narrow, almond-shaped eyes. She has the full mouth of a determined and serious woman with a noble spirit. Her lips are smiling, revealing her lovely personality.

This incomplete head probably belongs to Queen Tiye, wife of King Amenhotep III and mother of Akhenaten, based on her distinguished features. The Queen wears a large wig on top of which is the remains of a circular base that was used to support a crown. The wig is decorated with three uraei, or royal cobras, with undulating bodies, lotus flowers, and sunbeams.

Egyptian Museum Cairo