C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

LE SPOSE DI RAMSES II

Di Piero Cargnino

Stele di Assuan: sono riportati, da sinistra: nel registro superiore il principe Khaemuaset, Isinofret e Ramses davanti a Khnum; nel registro inferiore Ramses, Bitanath e il principe Merenptah

Certo che ad un faraone come Ramses II le donne non mancavano di certo. Non venne meno alla ormai consolidata tradizione della XIX dinastia di contrarre matrimoni con principesse straniere per ragioni di stato. Nel suo Harem abbondavano spose secondarie e concubine che il sovrano non trascurò di certo, per di più non ebbe modo di annoiarsi, durante la sua lunga vita, pare che avesse avuto più di 100 figli.

Le mogli più famose del sovrano, oltre la bella e più importante, Nefertari, di cui abbiamo già parlato ma parleremo ancora più avanti, furono, Isinofret “Bella Iside” che potrebbe essere una figlia del faraone Horemheb, non gli furono dedicate statue ne templi, compare solo accanto a Ramses su di una perla d’oro dove un’iscrizione la descrive come:

Alla morte di Nefertari divenne la “Grande Sposa Reale” e tale rimase fino al trentaquattresimo anno di regno di Ramses. Ironia della sorte fu lei e non l’amata Nefertari a generare l’erede al trono, il principe Merenptah.

Alla sua morte il ruolo di regina principale passò a sua figlia Bintanath (figlia della dea Anath) mentre la figlia di Nefertari dovette accontentarsi del ruolo di “Seconda regina”. Bintanath, di cui Ramses II fu sia padre che nonno, la troveremo in seguito tra le spose di suo figlio Merenptah.

Per quanto riguarda Meritamon, della quale possediamo una pregiatissima statua, la cosiddetta “Statua della Regina Bianca”, ad un certo punto scompare dalle fonti ed al suo posto si parla di Nebettaui quale “Grande Sposa Reale” anche se però non sappiamo nulla su di lei.

C’è da dire che con Ramses II i titoli si sprecavano, le “Grandi Spose Reali” furono parecchie oltre a un gran numero di spose minori e semplici concubine, il titolo fu assegnato a turno a Bintanath, Meritamon, Nebettaui e Henutmira oltre che ad una figlia di Hattusili III.

Ramses II sposò, tra le altre, una figlia del re di Babilonia e la figlia di un governante del nord della Siria, ma i matrimoni più “diplomatici” furono quelli con due principesse ittite. Una di esse, la figlia di Hattusili III, citata sopra, della quale conosciamo il nome egizio che assunse Maathorneferura (che significa “La verità è la bellezza di Ra”) secondo l’usanza che le principesse straniere giunte in Egitto cambiassero il proprio nome con uno egizio, questo matrimonio servì per siglare un accordo con il vecchio nemico ittita e porre termine alle ostilità che si protraevano da tempo. Il matrimonio si celebrò nel trentaquattresimo anno di regno di Ramses. La principessa giunse in Egitto con un carico d’oro, argento, gioielli, animali e schiavi e per lei Ramses versò un’ingente dote, essa prese residenza nell’harem di Medinet el-Ghurab.

Maathorneferura fu la prima delle spose straniere del prolifico e longevo faraone ad avere l’onore di portare il titolo di “Grande Sposa Reale”, troviamo la testimonianza sulla “Stele del Matrimonio” che si trova sul muro esterno del Tempio di Abu Simbel.

Per pura curiosità ricordo che durante il Nuovo Regno i sovrani egizi si sposavano con principesse straniere a scopo puramente politico per affermare alleanze o garantire accordi ma mai una principessa egiziana venne inviata all’estero come tributo diplomatico. La cosa è ovvia, poteva l’Egitto trovarsi un giorno con un principe straniero, figlio di una principessa egizia, che avanzasse pretese al trono? Un giorno il re di Babilonia chiese a Ramses II la mano di una delle sue figlie, Ramses II gli mandò a dire:

Queste erano le usanze dell’antico Egitto. Ma ogni tempo ha avuto le sue usanze, questo non deve indurre a pensare che l’amore, quello vero, non potesse esistere anche tra i grandi faraoni, Ramses II ci dimostra che doveva amare la sua prima “Grande Sposa Reale”, Nefertari fu per oltre vent’anni la più importante delle spose di Ramses che se la affiancò come la più grande figura preminente della politica egizia.

Stranamente riscontriamo però che dopo il ventesimo anno di regno l’influenza della Regina diminuì a tal punto che alcune sue immagini che la ritraggono con Ramses furono cancellate, non si sa da chi. Dei quattro figli maschi che nacquero da Nefertari nessuno sopravvisse al padre tanto da ereditarne il trono. Nefertari, come la regina madre di Akhenaton Tiy, fu la sola Grande Sposa Reale a essere deificata in vita, lo conferma l’imponente  tempio che Ramses II fece costruire per lei, assimilata ad Hathor, poco discosto dal suo ad Abu Simbel.

Quanto Ramses II tenesse in considerazione la sua Grande Sposa Reale è dimostrato dal fatto che sia sulla facciata dell’imponente tempio di Abu Simbel, dedicato a lei, che sulle pitture murali, la regina è rappresentata della stessa grandezza del sovrano.

L’importanza sociale e politica di cui godeva la possiamo rilevare da numerose lettere rinvenute negli scavi di Hattusa, scritte in alfabeto cuneiforme, dove è riportata la corrispondenza che Nefertari intratteneva con la moglie del re ittita, Puduhepa, dalle quali si evince l’importante ruolo di pacificazione tra i due regni. L’importanza che la regina rivestiva la possiamo dedurre dai titoli che poteva vantare: “Signora di Grazia”, “Dolce d’amore”, “Colei per cui splende il sole”, oltre al titolo più importante che mai una regina egizia poté vantare “Sovrana di tutte le terre”, solo il faraone poteva essere “Sovrano di tutte le terre”.

Intorno ai quarant’anni, nel venticinquesimo anno di regno di Ramses II, giunse per Nefertari il tempo di effettuare il viaggio nella Duat per raggiungere i Campi di Iaru. Moriva così una grande Regina, moglie di un grande Re, ma per Ramses II una stella nel cielo notturno era più brillante delle altre. Nel prosieguo vedremo la tomba dove andò a riposare il suo corpo nella Valle delle Regine la QV66.

Fonti e bibliografia: 

  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Christian Leblanc, Alberto Siliotti, “Nefertari e la valle delle Regine”, Giunti, 1993
  • Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano, 2007
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

LA REGINA MADRE TUIA

Di Piero Cargnino

Ma anche Ramses II aveva una mamma, la Regina Madre Tuia fu per oltre vent’anni, con la Grande Sposa Reale Nefertari, la donna più onorata da Ramses.

Tuia non si mise molto in evidenza nella vita pubblica e politica durante il regno del marito Seti I e compare di rado sui suoi monumenti. Ma Ramses II era devoto a sua madre e con la sua ascesa al trono le attribuì considerevoli onori. Fece rappresentare la sua mamma sulla facciata del tempio maggiore di Abu Simbel con le stesse dimensioni di altre donne della famiglia reale e dei suoi figli. Ramses fece anche raffigurare la madre su di una sua statua colossale all’interno del Ramesseum, sulle pareti del tempio e fece costruire una cappella a lei dedicata assimilata alla dea Hathor.

Ramses II fece inoltre erigere una grande statua per sua madre, e, come era abituato a fare, riutilizzò una statua fatta fare da Amenhotep III per la propria Grande Sposa Reale Tyi. (L’usurpazione di opere del passato era la normalità durante il lungo regno di Ramses II, e non solo). La statua venne posta nel Ramesseum, il “Tempio di Milioni di anni” di Ramses. Fu l’imperatore romano Caligola, nel 40 d.C. circa a farla traslare a Roma con altre statue che fece posizionare negli “Horti Sallustiani” per decorare il proprio “Padiglione di famiglia”. Riscoperta nel 1714 negli Horti venne trasferita nei Musei Vaticani dove si trova tutt’ora.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che una tale devozione per la propria madre fosse una cosa fuori dal normale per un faraone e sostengono che il sovrano lo fece a scopi politici. Siccome Tuia non era di stirpe regale ma figlia di Raia, luogotenente della guardia reale, molti sostengono che finché fu in vita Seti I lei non fu mai la Grande Sposa Reale, titolo che gli venne attribuito in seguito dallo stesso Ramses II. Questo sarebbe il meno, anche altri faraoni non ebbero madri di sangue reale, Thutmosi II e Thutmosi III erano figli di concubine o spose secondarie i cui natali sono sconosciuti. Pertanto Ramses II non aveva nulla di cui temere, ma come vi ho già detto Ramses era Ramses, il Grande, poteva lasciare che si insinuassero dubbi sulle sue origini? No di certo. Da persona istruita qual era conosceva bene i precedenti miti propagandistici di Hatshepsut nonché di Amenhotep III per cui si curò di crearsi il mito di una propria nascita divina, egli era Ramses figlio di Amon stesso.

Il mito è fissato sulle pareti di una cappella, dedicata alla regina madre Tuia, all’interno del Ramesseum, la “Storia della nascita miracolosa di Ramses II” è rappresentata in un ciclo iconografico (che ricalca i precedenti della XVIII dinastia), Tuia compare seduta sul suo letto di fronte al dio Amon, dal testo, alquanto danneggiato, si apprende che Tuia viene definita come:

Lascio a voi intendere cosa poi successe…..da qui nacque Ramses. A questo punto Ramses II aveva pieno diritto di affermare la legalità della sua successione al trono, non solo ma pure di essere lui stesso un semidio. Per non lasciare nulla al caso Ramses fece rappresentare la divinità dei suoi natali anche in un rilievo a Karnak dove è raffigurato lui, fanciullo, che viene allattato da una dea. Credete che basti? No, sia a Karnak ancora, che nel tempio funerario del padre Seti I ad Abydos si vede il dio Khnum, il vasaio degli dei, intento a formare sul suo tornio il corpo dello stesso Ramses.

Ad Abu Simbel ed a Karnak è stato rinvenuto un lungo testo, risalente al trentacinquesimo anno di regno di Ramses II, intitolato “La benedizione di Ptah a Ramses II” dove il dio Ptah viene indicato come padre celeste del sovrano:

All’epoca della firma del trattato egizio-ittita, dopo la battaglia di Qadesh, Tuia, sessantenne, era ancora in vita, morì l’anno successivo, il ventiduesimo anno di regno di Ramses II. Questo è quanto si deduce da un’iscrizione che compare su di un’anfora trovata nella tomba della Regina Madre dove compare:

Figuriamoci se Ramses non aveva già provveduto da tempo a preparare la tomba per la madre nella Valle della Regine, identificata come QV80. La tomba della regina Tuia si compone di tre sale ipogee che terminano in un ambiente ipostilo, finemente decorate, intagliate nella roccia. I suoi sarcofagi lignei furono riposti in un prezioso sarcofago in granito rosa. Le pareti erano finemente dipinte con scene che celebravano la gloria del regno della Regina Madre, oggi si trovano in cattivo stato non solo per gli anni passati ma perché la tomba venne più volte riutilizzata per ospitare sepolture durante il Terzo Periodo Intermedio e, con tutta probabilità, anche nel periodo tolemaico e Copto. All’interno della tomba sono stati rinvenuti alcuni oggetti di pregevole fattura, oltre al coperchio di un vaso canopo e frammenti di sarcofago e di ushabti.

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Fonti e bibliografia: 

  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Alberto Siliotti, “Luxor, Karnak e i templi tebani”, The American University in Cairo Press, 2002
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claudio Gamba & alt., “Musei Vaticani”, Rizzoli/Skira, Roma, 2006
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

I TEMPLI DI RAMSES II

Di Piero Cargnino

Poteva astenersi il Grande Ramses II dal fabbricare un tempio a Luxor? Magari costruirlo da zero no, gli bastava ampliare quello esistente, ampliarlo si, ma che mettesse in luce la sua grandezza.

Il Tempio di Luxor, in egiziano “Ipet-Resut” (Harem meridionale), dedicato ad Amon nella forma del dio itifallico Min, per tutto il Nuovo Regno fu il centro della “Grande Festa di Opet”, rito della fertilità durante il quale si trasferiva in processione la statua di Amon lungo il Nilo dal vicino Grande Tempio di Amon “Ipet-Sut”.

Il tempio di Luxor, subì un massiccio rifacimento durante il regno di Amenhotep III “il Magnifico”, che fece erigere due piloni, gran parte del colonnato che si trova dietro alla nuova entrata, dopo aver fatto  smantellare il quarto pilone del Tempio di Amon a Karnak fece costruire un nuovo pilone, il terzo. Al centro del nuovo cortile, anche detto “Cortile dell’obelisco” o “Cortile di Amanhotep III”, che si venne a creare fece erigere due file di colonne con i capitelli a forma di papiro. Le decorazioni che spiccavano all’interno del cortile rappresentavano le barche sacre degli dei Amon, Mut e Khonsu.

Al Tempio di Luxor sia Horemhab, che nel Tempio volle essere incoronato, che Tutankhamon che Ay fecero erigere statue e colonne ma fu con Ramses II che si verificò l’espansione maggiore. Con il carattere che si ritrovava questo faraone non si accontentò di ordinare la costruzione ma supervisionò a tutte le fasi dei lavori coi quali costruì a nuovo un grande pilone, peraltro già previsto da suo padre Seti I, preceduto da un cortile nel quale fece collocare alcuni obelischi e sei enormi statue alte sei metri e mezzo, quattro delle quali (oggi ne sono rimaste solo due), erano in granito nero dove compare assiso con sul capo la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, le altre due sono in granito rosso e lo rappresentano stante.

Il cortile interno comprende 74 colonne papiriformi alle quali si inframmezzano alcune statue di Ramses II (ed anche qui prendiamo atto del suo vizio, anche se non solo suo), alcune di queste statue sono state usurpate ad Amenhotep III (bastò cambiargli il nome), inoltre due enormi statue del sovrano fanno bella mostra di se all’inizio del colonnato di Amenhotep III. Ed anche qui non possiamo fare a meno di apprezzare quanto Ramses amasse le sue “Grandi Spose Reali”, ne compaiono in effige alcune di esse, la bella Nefertari per prima, ma anche Bintanath e Meritamon mentre la sfuggente Isinofret non compare.

Ricordiamo per chi non lo sapesse che uno degli obelischi di Ramses II oggi si staglia in Place de la Concorde nel centro di Parigi donato alla Francia da Mehmet Ali Pasha, Wali e Chedivè dell’Egitto nel 1829; in realtà il Chedivè li donò tutti e due ma l’altro non fu mai rimosso e si trova tuttora nella sua posizione originaria a Luxor.

Le pareti del Tempio sono interamente ricoperte dalla rappresentazione, ripetuta per ben tre volte, della guerra contro gli ittiti esaltando come una sua vittoria la battaglia di Qadesh. Ma, devoto ad Amon-Ra, il sovrano non dimentica di farsi raffigurare nell’atto di adorare il dio in compagnia della sua sposa Nefertari. La Regina è intenta a suonare il sistro mentre pronuncia queste parole:

Che Ramses II possedesse una personale cognizione teologica appresa consultando gli archivi del Tempio e basando su di essa i propri interventi architettonici ce lo conferma un’iscrizione che ci è pervenuta in modo frammentario:

Sappiamo che vennero fatti eseguire lavori di restauro da Alessandro Magno e dall’imperatore romano Tiberio. Durante l’occupazione romana parte dell’antico Tempio di Luxor divenne un luogo religioso; nel 395 d.C. i cristiani lo convertirono in chiesa, tale rimase fino al 640 d.C. quando il tempio venne poi abbandonato finché, nel 1286 d.C. gli arabi, che allora occupavano l’Egitto, decisero la costruzione dell’attuale Moschea di Abu el-Hajjaj all’interno del Grande Cortile di Ramses II. Si tratta di una costruzione in stile ayyubide che fungeva da mausoleo di Abu al-Hajjaj Yusuf, uno Shaykh Sufi nato a Bagdad ma vissuto per la maggior parte della sua vita a Luxor in Egitto.

Questa sorse sicuramente sulle rovine di una precedente costruzione sempre di carattere religioso in quanto sembra che il minareto della moschea sia precedente, forse risalente all’XI secolo. La moschea fu ricostruita diverse volte, l’ultima nel XIX secolo.  Oggi, nei pressi della moschea  si aggiunge un villaggio arabo.

Non vorrei tediarvi ma di Ramses II c’è da dire molto ed anche di più. Mi piace descrivere il suo regno perché per me rappresenta, anche se in parte piuttosto simbolicamente, più d’ogni altro, quello che era il Nuovo Regno del grande Egitto. Lui ha fatto di tutto per farsi ricordare, e chi siamo noi per tradire questa sua aspettativa? Era bello, forte ma presuntuoso, prepotente ma non cattivo, esibizionista, ma sono certo che in parte lo faceva anche per la gloria delle Due Terre. Il sentimento che ha saputo trasmetterci per la sua Grande Sposa Reale è sincero, amava la sua sposa e ce lo ha trasmesso nel modo migliore per quei tempi.

Ora basta con le lodi e torniamo alle sue attività di costruttore nelle quali eccelleva. Restiamo ancora nell’immenso complesso templare di Karnak. Di Ramses II dobbiamo dire che non trascurò i suoi antenati, fece ultimare la grande sala ipostila, iniziata da Amenhotep II ed alla quale ci lavorarono pure Horemheb e suo padre Seti I.

Fece eseguire grandi decorazioni con rilievi celebrativi ed ordinò la creazione di un lago sacro che resiste ancora ai giorni nostri. Scopo del lago era quello di rappresentare simbolicamente l’origine di tutte le forme di vita. Nel lago si purificavano i sacerdoti che celebravano i culti del Sole e di Osiride.

Certo, tale ostentazione di grandezza indusse i posteri ad interpretazioni arbitrarie e spesso non coerenti con la realtà. Nel I secolo d.C. Publio Cornelio Tacito, storico oratore e senatore romano raccontando nei suoi “Annali” (II, 60), la visita che fece a Tebe Germanico Giulio Cesare, più noto semplicemente come Germanico, politico e militare della famiglia Giulio-Claudia, parlando del tempio di Karnak, descrisse con particolare precisione le varie imprese militari che avrebbe compiuto Ramses II. Imprese del tutto leggendarie ed inverosimili perché al faraone venivano attribuite la conquista della Persia, della Scizia oltre a varie altre terre asiatiche. Scrisse Cornelio Tacito:

Il sacerdote raccontò che a Karnak alloggiavano “settecentomila uomini atti alle armi” coi quali Ramses II avrebbe conquistato la Libia, l’Etiopia, la Media, la Persia, la Battriana, la Scizia, avrebbe pure conquistato la Siria, l’Armenia e la Cappadocia arrivando, da un lato fino al mare di Bitinia e dall’altro fino al mare di Licia. Il racconto continua affermando:

Attribuzioni del tutto arbitrarie ed inverosimili, ma si sa che il culto di un grande porta ad ingigantirne le gesta.

Anche ad Abydos Ramses il Grande volle comparire pur se si accontentò di farlo in forma minore di suo padre, Seti I che costruì un nuovo tempio a sud della città di Abydos per onorare i sovrani delle precedenti dinastie, ancora oggi leggiamo i nesut byti (prenomen) di 76 sovrani dell’Egitto nella famosa Lista di Abydos.

Il tempio che si fece costruire Ramses II, dedicato a se stesso e ad Osiride, è più piccolo di quello del padre e si trova ad alcune centinaia di metri, le sue mura in pietra sono alte all’incirca due metri, ma nonostante il suo stato di conservazione oggi non sia dei migliori, in origine dovette rappresentare una delle architetture più raffinate e preziose dell’epoca ramesside.

I rilievi, probabilmente opera degli stessi artisti che lavoravano per Seti I, dimostrano tutta la  qualità straordinaria dell’opera, era impreziosito da decorazioni, di cui rimangono soltanto più le parti inferiori, che riportano fatti storici ed il Poema di Pentaur di cui abbiamo già parlato. Anch’egli fece compilare una lista di sovrani simile a quella di Seti I, i pochi frammenti rimasti furono asportati e venduti al British Museum. Si riscontrano inoltre tracce di portali in granito rosa e nero, pilastri di arenaria oltre ad una piccola, ma ricca, cappella in alabastro.

Il Tempio era accessibile attraverso due piloni che davano su altrettanti cortili dotati di peristili. Un portale in granito rosa, attraverso il primo pilone ed al relativo cortile, conduceva ad un secondo cortile le cui decorazioni rappresentavano scene di nemici vinti ed i tributi versati, questo era contornato da una serie di pilastri dove il sovrano compariva in forma osiriaca, tutti mancano della parte superiore.

Sul lato verso meridione a sinistra si trovavano due cappelle, una dedicata a Seti I l’altra agli antenati divinizzati; anche a destra due cappelle erano dedicate una alle divinità dell’Enneade, l’altra a Ramses-Osiride. La prima sala ipostila, la “Sala delle Apparizioni”, denota chiaramente che ad erigerla fu Seti I quando Ramses era ancora reggente, è decorata con rappresentazioni di divinità nilotiche fra le quali compare Ramses che adora Osiride e poi mentre viene incoronato.

Nella seconda sala ipostila si trovano due cappelle dedicate una alle divinità di Tebe e l’altra a quelle di Abydos, sono visibili due rare immagini; quella della dea Heket, “Signora di Abydos” e la sola immagine conosciuta di Anubi, “Signore della Sacra Terra” in forma completamente umana. Al centro, una cappella in alabastro, dedicata ad Osiride, conteneva un gruppo statuario in granito grigio dove erano rappresentati Osiride, Iside, Horus, Seti I e Ramses. Forse pensavate che almeno qui non comparissero rilievi che celebravano la “vittoria” di Ramses II a Qadesh? Sbagliavate, Ci sono!

Fonti e bibliografia: 

  • Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alberto Siliotti, “Luxor, Karnak e i templi tebani”, The American University in Cairo Press, 2002
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Bernard O’Kane, “The Mosques of Egypt”, American University In Cairo Press, 2016
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
Arte militare, Fortezze

TELL RAS BUDRAN

LE FORTEZZE DELL’ANTICO EGITTO

Posizione del forte di Tell Ras Budran rispetto al porto di Re Khufu di Wadi al-Jarf.

Quando pensiamo alla civiltà egizia la prima cosa che viene in mente è la loro abilità costruttiva e la fantasia corre verso Giza, Luxor e Abu Simbel. Ma gli antichi egizi erano anche abili costruttori di imperi per cui necessitavano di imponenti fortificazioni non solo per la difesa dei vasti territori ma anche per il controllo degli intensi commercii che vi si svolgevano.

L’incremento di una febbrile attività di costruzioni sviluppatasi fin dalla terza dinastia determinò una forte esigenza di manodopera per ricerca urgente di materiali. Questi ultimi erano ricercati anche in località distanti. L’esempio più classico sono le cave di Tura, lontanissime, con il cui finissimo calcare venivano rivestite le piramidi. A tal fine venivano organizzate non solo spedizioni verso miniere o cave già conosciute, ma anche spedizioni esplorative, alla ricerca, cioè, “di nuove fonti di rocce e di pietre da recuperare”.

Di dette spedizioni, “molte erano anche commerciali, allo scopo di procurare quei beni che servivano alla produzione di corredi funerari come legnami e metalli preziosi”. Le spedizioni effettuate soprattutto nel Sinai permisero di stabilire contatti stabili con i paesi confinanti.

Le fortezze, perciò, costituivano un grande capitolo dell’architettura egizia; erano costruite “in base a modelli vari, “l’uno destinato a caposaldo e sbarramento, l’altro ad appoggio per le truppe di guardia alla frontiera”.

Quello che resta del forte di Tell Ras Budran.
Si intuisce la forma circolare del forte.

Nella penisola del Sinai, sulla Piana di El-Markha, è stata trovata la fortezza di Tell Ras Budran che aveva l’evidente scopo di proteggere le spedizioni che si spostavano verso l’Asia, per contrastare i Beduini, popolazioni nomadi della penisola.

Il sito si trova a circa 150 m. dal golfo di Suez.

A sinistra: ricostruzione del forte di Tell Ras Budran
A destra: rilevamento del sito scavato (G.MUNDORF, mod.)

La pianura di El-Markha, nei tempi antichi, faceva da punto di ancoraggio per le spedizioni egizie nella regione mineraria del Sud Sinai. L’università di Toronto ha studiato a fondo il sito e ha scoperto “una struttura circolare in pietra del tardo Antico Regno”: è uno dei tre forti egiziani identificati tra il primo periodo dinastico e l’Antico Regno. Per gli archeologi il forte risale alla IV dinastia (XXVI Sec. a.C.) ed è considerato contemporaneo al porto di Wadi el Jarf, situato sull’altro lato del Golfo.

Alcuni studiosi “suggeriscono che il forte fosse legato al porto poiché il molo era il quartiere generale di alcune spedizioni minerarie nel Sinai durante la costruzione della Grande Piramide”.

Vista satellitare di Tell Ras Budran

Questa Fortezza è tra le più antiche a possedere merli e bastioni e presenta una insolita forma circolare e un insolito utilizzo della pietra per questo tipo di costruzione. Una volta liberato dalla sabbia l’edificio ha mostrato una struttura costruita con pietra calcarea grezza, un diametro di circa 40 m. e un muro che alla base ha uno spessore di 7 m.

L’interno del Forte rivela buchi di palo profondi e fosse poco profonde che suggeriscono la possibilità di magazzini per lo stoccaggio e di una tettoia che copriva un cortile all’aperto; non risultano però presenze di costruzioni o abitazioni, il che fa supporre che il presidio militare stazionasse solo per tempi brevi (stagionalmente).

Il porto di Ouadi el Jarf
Il complesso del porto disponeva di un molo di pietra, a forma di L, che si estendeva in mare per una lunghezza di circa 300 m che risulta ancora parzialmente affiorante durante la bassa marea. Il porto era sovrastato da un alamat, una sorta di torre di pietre ammassate che veniva usata come segnale per individuare il porto lungo una costa poco differenziata nel suo sviluppo.

“La stagionalità del suo uso è dimostrata anche dal fatto che il forte fu occupato, poi abbandonato per essere in seguito nuovamente rioccupato, sempre e comunque durante L’Antico Regno”.

Uno dei papiri ritrovato nell’antico porto di Wadi al-Jarf
Il ministro delle Antichità egiziano Khaled el Anany ha inaugurato al Museo Egizio l’archivio dei papiri del re Cheope. La collezione di papiri – “il più antico esempio di scrittura egiziana mai rinvenuto”, ha detto el Anany – è stata ritrovata nel 2013 nell’antico porto di Wadi el-Jarf a 119 km da Suez grazie ad una missione franco-egiziana. L’importanza dei papiri è legata al fatto che descrivono affascinanti dettagli della vita quotidiana degli antichi egizi e rivelano informazioni sui lavori preparatori per la Piramide di Cheope, con dettagli sulla vita quotidiana dei costruttori e dei funzionari della IV dinastia (dal 2620 a.C. al 2500 a.C.). © ANSA

I documenti contemporanei del tardo Antico Regno riferiscono ampiamente le campagne egizie contro gli “abitanti della sabbia” asiatici e il massacro beduino di una spedizione egiziana vicino al Mar Rosso.

Parte delle numerose ancore ritrovate nel porto di Wadi al-Jarf

FONTE DELLE FORTEZZE:

  • LIVIO SECCO- CONFINI DI PIETRA- LE FORTEZZE DELL’ANTICO EGITTO-KEMET
  • S.CURTO-L’ANTICO EGITTO-SOCIETÀ E COSTUME-UTET
  • WIKIPEDIA
  • ANSA
Kemet Djedu

IL CARTIGLIO TORINESE DI AKHENATON

Un elemento architettonico molto particolare viene custodito al Museo Egizio di Torino.

Non voglio dilinguarmi più di tanto su esso perché è molto conosciuto visto che raffigura niente meno che gli antroponimi divini e regali di Akhenaton. Indubbiamente si tratta di uno dei sovrani più amati o più odiati da parte degli egittologi ed egittofili. Su questo re non ci sono vie di mezzo.

Si tratta di un reperto che avevamo già analizzato qualche mese fa QUI, ma ora prendiamo in considerazione anche il fianco sinistro dell’oggetto, cosa che in precedenza non avevamo fatto visto che l’immagine a corredo era esclusivamente frontale. Perciò riprendiamo in mano il tutto e rifacciamo la nostra analisi filologica considerando anche il lato visibile.

Per coloro che fossero interessati a questo periodo storico, ma soprattutto alla capitale creata da Akhenaton, ho preparato tre Quaderni di Egittologia. La vastità della materia è così ampia da richiedere ben sei ore di conferenze suddivise in tre lezioni che hanno dato origine al Quaderno 4, 5 e 6. Li potete trovare qui:
AMARNA – Il quartiere palatino https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-il-quartiere…/
AMARNA – La città residenziale https://ilmiolibro.kataweb.it/…/amarna-la-citta…/
AMARNA – L’hinterland https://ilmiolibro.kataweb.it/…/630051/amarna-lhinterland/

Mai cosa simile fu fatta, Stele, XX Dinastia

STATUA DI RAMESSUNAKHT

Granito grigio, altezza 75 cm
Karnak, cortile della Cachette – Scavi di George’s Legrain 1904
Museo Egizio del Cairo, JE 36582 = CG 42162

Statua di Ramessunakht, primo sacerdote di Amon-Ra

La carriera di Ramessunakht è nota grazie a diversi documenti.

La carica più importante da lui rivestita fu quella di primo sacerdote di Amon-Ra, che detenne sotto i regni successivi di Ramses IV, V e VI.

Di Ramessunakht si sa che guidò la spedizione, che nel corso del regno di Ramses IV, si recò nello uadi Hammamat per procurarsi blocchi di pietra da costruzione.

Il potere di lui era tale da permettergli di edificare un proprio tempio funerario, recentemente riportato alla luce, tra le colline di Dra Abu el-Naga.

La statua lo rappresenta nella classica posizione dello scriba seduto.

Sculture di questo genere sono attestate in ogni periodo della storia faraonica.

La novità è qui rappresentata dal babbuino appollaiato sulle spalle.

L’animale era sacro a Thot, patrono degli scribi e inventore della scrittura, e la scelta di rappresentarlo con le mani che poggiano sulla testa della persona ha il senso di porrerla sotto la protezione della divinità medesima.

La statua era stata dedicata a Ramessunakht dal figlio Nesamon, anch’egli primo sacerdote di Amon – R a Tebe.

I tratti del volto sono quelli tipici dell’epoca ramesside.

Gli occhi sono stretti ed allungati, il naso sottile, la bocca stretta e larga con gli angoli posti in ulteriore risalto da due pieghe oblique.

La parrucca, tripartita e con i capelli realizzati in onde sottili, lascia scoperte le orecchie.

Lo sguardo è rivolto verso il basso, nel tipico atteggiamento dello scriba concentrato sul proprio lavoro.

L’abbigliamento è costituito da una tunica con le maniche plissettate e da una gonna, anch’essa plissettata nella parte inferiore.

L’abito è aderente e trasparente sul torace dove oltre ai muscoli pettorali è posto i risalto il ventre prominente , segno inequivocabile dell’elevato status e dell’agiatezza goduti da Ramessunakht.

Le braccia sono posate sulle cosce coperte dalla gonna su cui si sviluppa un geroglifico con i titoli e il nome di Ramessunakht.

La mano destra è rappresentata come se tra le dita vi fosse uno stilo la sinistra stringe il rotolo del papiro.

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo del Cairo – F. Tiradritti – fotografie L’Araldo De Luca – Edizioni White Star.

E' un male contro cui lotterò

EPILOGO: CIÒ CHE RESTA DI LORO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La medicina egizia, come molti altri aspetti della civiltà faraonica, rimase pressoché immutata fino all’invasione persiana del 525 BCE, che pose fine alla XXVI Dinastia, ed a quella macedone del 332 BCE. Già alla fine della XXVI Dinastia, i greci stabilirono però una loro città nel Delta, Naukratis, iniziando una fitta rete di interscambi commerciali e culturali che coinvolse ovviamente la medicina. Non per niente in questo periodo nasce la medicina greca.

Una ricostruzione di Naukratis durante il suo periodo di massimo splendore: allungata lungo l’ampio ramo occidentale del Nilo, densamente popolata di case in stile egiziano e santuari greci ed egiziani. Immagine di Grant Cox

L’immutabilità della cultura egizia, precursore in qualche modo del “mos maiorum” dei Romani, bloccò anche lo sviluppo della medicina, che rimase sempre legata alla diagnosi nosografica (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/20/la-professione-medica-2/). Ma lo sviluppo di Alessandria, con il suo museion e la sua biblioteca, fornì l’occasione per travasare il sapere medico egizio e permettere un nuovo “balzo” con la medicina greca.

Ippocrate viaggiò molto in Egitto da giovane; i suoi allievi si formarono a cavallo tra Cos ed Alessandria, interagendo con l’Egitto fino ad assorbirne molte conoscenze ed usanze.

Ippocrate di Cos. Viaggiò molto in gioventù, imparando in Egitto gli elementi della medicina dei Faraoni e rielaborandola utilizzando le nuove conoscenze, fino ad essere considerato (tralasciando i suoi svarioni) il “padre” della medicina moderna.

Studiò ad Alessandria Erofilo di Calcedonia – che si suppone abbia praticato la dissezione dei cadaveri per meglio comprendere la fisiologia umana. Grazie ad Erofilo si iniziò a comprendere le funzioni cerebrali, iniziando a correggere la clamorosa svista dei medici egizi che attribuivano le funzioni cognitive al cuore (anche se il concetto di “metu” portò per molto tempo a fare confusione tra vasi, nervi e tendini). Il suo nome viene tuttora perpetuato nella torcula herophili, la confluenza posteriore dei seni venosi cerebrali che drenano il sangue dal cervello.

Erofilo di Calcedonia. Visse tra il 335 ed il 280 BCE circa, e fu il primo, vero anatomista della storia.
La Facoltà di Medicina di Parigi (Paris Cité) celebra così Erofilo di Calcedonia, come l’autore della prima dissezione

Galeno, anche lui studente ad Alessandria nel II secolo CE, dal canto suo spazzò via il concetto egizio che le arterie fossero piene solo d’aria, ed insieme ad Erasistrato – che per primo descrisse le valvole mitrale e tricuspide del cuore, fece fare un balzo alle conoscenze vascolari superate solo nel XVI secolo da Harvey.

Di Erasistrato non ci sono pervenute statue. Questo dipinto, “Erasistrato alla scoperta della causa della malattia di Antioco” fu dipinto da Jacques-Louis David nel 1774 e valse al giovane pittore francese il Prix de Rome per la pittura, portandolo a vivere per cinque anni a Roma.

La medicina egizia e quella greca per un po’ marciarono separate, poi si fusero sempre di più e si travasarono in quella romana. L’avvento però della cristianità ebbe due serie conseguenze.

La chiusura dei templi – e delle scuole degli scribi – portò alla perdita della possibilità di leggere i geroglifici ed il demotico. I papiri medici divennero illeggibili; per motivi ignoti non furono tradotti in altre lingue, se non parzialmente, e quelli tradotti erano per lo più nelle biblioteche dei Nestoriani, che vennero allontanati dopo il Concilio di Efeso del 431 CE e portarono la loro sapienza più a oriente. Nacque così la medicina araba, che “tornò” in Europa solo con il Rinascimento.

Galeno di Pergamo in una delle tante ricostruzioni postume. Secondo molti studiosi proprio Galeno (e non Ippocrate) dovrebbe essere considerato il padre della medicina moderna in quanto studioso della fisiologia. Purtroppo nelle sue opere si tramandarono anche gli errori (in primis l’uso scellerato del salasso in moltissime patologie), che di fatto bloccarono lo sviluppo della medicina nel mondo cristiano fino al XVI secolo.

Della medicina egizia ci rimangono le conoscenze erboristiche; il concetto di “trasmissione” tra le varie parti del corpo attraverso i vasi (i “metu”); rimase per molto tempo l’idea di poter conoscere il sesso del nascituro vedendo germogliare questo o quel cereale, piccole cose qua e là che abbiamo visto in questi mesi.

Ma soprattutto ci rimane il concetto stesso di “medico”, il “sinu”, che vide la luce per la prima volta sulle rive del Nilo, dove iniziò a dire: “è un male contro cui lotterò” e che continua a lottare anche oggi.

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

PI-RAMSES

Di Piero Cargnino

Ad un certo punto, nel quinto anno di regno, Ramses II decise la costruzione di una nuova capitale. Le ragioni per cui lo fece non sono del tutto chiare, alcuni ritengono che lo fece per portare la sua residenza più vicino possibile al confine con la terra di Canaan per essere pronto in caso di pericolo di invasioni da parte delle popolazioni asiatiche.

Scelse il sito di Avaris, ex capitale degli Hyksos, e chiamò la nuova città Pi-Ramses Aa-Nakhtu “Dimora di Ramses, Grande di Vittorie”. Forse, in parte, la ragione fu anche un’altra, in questo modo si allontanava dalle ingerenze e dal potere del clero di Amon di Tebe.

A Pi-Ramses il sovrano fissò la residenza reale anche se si può dire che fu un sovrano “itinerante”, nel senso che si spostò spesso attraverso l’Egitto di palazzo in palazzo particolarmente nei primi anni di regno durante i quali attraversò tutto l’Egitto per far visita a tutte le regioni delle Due Terre. Un papiro dell’epoca cita per l’appunto:

A questo punto fermiamoci un attimo proprio per parlare della nuova capitale di Ramses II. In Esodo (1:8-10) la Bibbia racconta che:

Secondo alcuni questo re sarebbe proprio Ramses anche se la Bibbia non fornisce il nome di alcun re, né alcuna altra informazione che possa permetterci di collocare la vicenda in un qualsiasi periodo della storia egizia. Ramses II sarebbe dunque il “Faraone dell’oppressione” che avrebbe ridotto gli ebrei in schiavitù per costruire la sua capitale:

Se quindi Ramses II fu il “Faraone dell’oppressione” il “Faraone dell’Esodo” non può essere altri che suo figlio, Merenptah che regnò dopo di lui. Quando parleremo del figlio di Ramses avremo modo di scoprire che, proprio dalla “Stele di Merenptah” o “Stele d’Israele”, la cosa non sia affatto possibile. Non intendo quì riproporre la questione se gli ebrei abbiano mai vissuto nell’antico Egitto come schiavi nè se si è mai verificato un Esodo, ne abbiamo trattato a sufficienza. In quanto a considerare gli ebrei come schiavi andrei cauto, è possibile che alcuni ebrei abbiano lavorato alla costruzione di Pi-Ramses, ma non certo come schiavi, tutti coloro che lavorarono per il faraone erano trattati bene e remunerati. Lo testimonia un proclama giunto fino a noi, riportato nel suo libro dall’egittologo britannico Kenneth A. Kitchen, nel quale Ramses II incoraggia gli operai e i capisquadra (non schiavi) dell’immenso cantiere della città:

Non credo che questa sia la schiavitù di cui parla la Bibbia.

Pi-Ramses si trovava in una zona prospera presso uno dei numerosi rami del grande Delta, qui sorgevano campi rigogliosi e produttivi e i pesci abbondavano nelle acque del Nilo. Subito la città venne popolata, giunsero anche genti esterne alla valle del Nilo, da Canaan, dalla Libia e da Amurru.

Oggi Pi-Ramses non esiste più, ma gli studiosi ritengono che si trovasse presso l’odierno villaggio di Qantir dove vennero scoperti resti di manufatti che riportano i nomi di Seti e Ramses.

Dagli anni settanta del novecento una equipe di archeologi austriaci sta lavorando per cercare l’immenso perimetro della capitale di Ramses II. Sono venute alla luce le fondamenta di un tempio enorme oltre ad una necropoli ed i resti di diverse abitazioni. Gli scavi hanno portato alla luce i resti di un enorme edificio di circa 17.000 metri quadrati, che si pensa fosse servito come stallaggio e dove probabilmente veniva conservato il carro del sovrano e le armi dei suoi soldati.

La città di Pi-Ramses dovette avere una storia breve, l’ubicazione molto decentrata tornava utile per sorvegliare i confini ma per le questioni amministrative e la gestione del territorio non era certamente indicata. La città durante la XX dinastia iniziò a perdere la sua importanza e poco più di un secolo dalla morte di Ramses II si era quasi completamente spogliata, i faraoni della XXI dinastia avevano spostarono la capitale a Djanet (Tanis) riutilizzando il materiale preso da Pi-Ramses, spogliando e demolendo gli edifici per decorare ed arricchire la nuova capitale.

Ma la caduta di Pi-Ramses non fu dovuta solo alla volontà degli uomini, intorno al 1060 il ramo pelusiaco del Nilo iniziò a disseccarsi in favore di un nuovo ramo situato più a occidente privando così la città della principale fonte di acqua. Tutto venne trasferito a Tanis, templi, obelischi, stele, statue e sfingi, obelischi e sculture superiori alle 200 tonnellate furono tagliati e riassemblati nella nuova capitale. 

Ramses II, che aveva nominato un’epoca, non ebbe modo di vedere questo “scempio”, lui non c’era più ma era finita anche la sua “epoca ramesside”.

Fonti e bibliografia: 

  • Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

RAMSES II E NEFERTARI

Di Piero Cargnino

Secondo quanto ci è dato a sapere Ramses II non era solo un guerriero ma anche un uomo che amava tanto la sua Grande Sposa Reale Nefertari. La regina sfoggiava una bellezza imperdibile tanto da essere considerata la Mona Lisa dell’antico Egitto grazie al suo viso che esprime serenità. 

Ramses ne era talmente innamorato che glielo dimostrò facendogli costruire un tempio per lei poco lontano dal suo e nella raffinatezza della tomba a lei dedicata nella Queen Valley, la QV66.

Parliamo di lei, Nefertari Meritmut, la Grande Sposa Reale di Ramses II “il Grande”. Grande lo fu pure lei, come già scritto in precedenza, Nefertari è una delle regine meglio conosciute dell’antico Egitto, sicuramente una delle più potenti, la sua influenza è comparabile a quella di Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiy, Nefertiti e Cleopatra VII anche se non ha mai governato in modo autonomo.

Ciò che la distingueva in modo particolare era l’importanza e l’autorità che sapeva dimostrare non sentendosi mai nell’ombra del marito del quale godeva della più ampia fiducia. Doveva la sua autorevolezza all’educazione ricevuta fin da bambina, frequentò gli scribi e da essi ricevette un’istruzione eccezionale: sapeva leggere e scrivere, cosa rara per l’epoca.

Nefertari non fu mai la “grande donna” che sta dietro un “grande uomo”, lei fu una “Grande Donna” che stava al fianco del suo “Grande Uomo”. Seppe stare sempre con onore e competenza al fianco del faraone grazie anche alla sua abilità diplomatica che gli permetteva di mantenere una corrispondenza con gli altri sovrani del suo tempo.

I suoi titoli non si contano, era: “Grande di lodi”, “Signora di grazia”, “Grande Sposa del re, sua amata”, “Signora delle due Terre”, “Signora di tutte le terre”, “Sposa del Forte Toro”, “Sposa del Dio”, “Padrona dell’Alto e Basso Egitto”, ed altri ancora, ma direi che ce ne sono già a sufficienza per qualificare una Grande Donna anche se per Ramses lei era “Colei per cui il Sole risplende” ed “il Sole sorgeva per lei”. E tale era l’amore che Ramses provava per lei (nonostante le centinaia di concubine, ma così si usava)  che per lei scelse un sito a un centinaio di metri di distanza dal suo Grande Tempio per far erigere in suo onore un Tempio che, seppur minore, è pur sempre una delle più alte espressioni di considerazione nei confronti della sua amata.

Il tempio è dedicato a Nefertari associata alla dea Hathor. La facciata del tempio di Nefertari è larga 28 metri e alta 12 metri, in essa sono state ricavate sei nicchie che contengono quattro statue di Ramses e due della regina ciascuna alta 10 metri. L’entrata conduce ad una sala ipostila con colonne i cui capitelli sono formati da teste raffiguranti la dea Hathor, il tempio si estende per 25 metri all’interno della montagna. Sulle colonne sono riportate iscrizioni che raccontano episodi di vita quotidiana della coppia reale. Sulle pareti si può ammirare un meraviglioso spettacolo con scene di sacrifici alle divinità.

Nella seconda sala è rappresentata la dea Hathor nelle sembianze di vacca. Come il tempio di Ramses II, anche quello di Nefertari, come la maggior parte dei templi nubiani, è stato spostato dalla sede originaria per essere preservato dalle acque del Lago Nasser.

LA TOMBA DI NEFERTARI

Per maggiori dettagli, vedi anche: LA TOMBA DI NEFERTARI

Dopo vittorie in battaglia, mega progetti costruttivi messi in pratica e ritrovarsi con un regno in pace e prosperità, anche per i grandi arrivano i momenti bui. Colei con la quale divise oltre vent’anni di intensa attività pubblica e privata, la sua “Signora di Grazia”, “Colei per cui splende il sole”, si è spenta, di lei non rimane che una stella nel cielo notturno, più brillante delle altre, ma troppo lontana. Come da usanza in Egitto, il re aveva già pensato alla sua sposa, la tomba che fece costruire per lei si trova nella Valle delle Regine ed è identificata come QV66.

Fu l’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli a scoprirla nel 1904, sul versante settentrionale della Valle delle Regine, la tomba era stata chiaramente violata fin dall’antichità, come quasi tutte le altre, priva quasi del tutto degli arredi funebri e parecchio danneggiata dall’umidità.

All’interno Schiapparelli trovò alcuni resti del sarcofago in granito rosa, 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di semplici sandali in fibra intrecciata. Ma il rinvenimento più importante sono due frammenti di gambe (ginocchia) di una mummia femminile che subito vennero attribuiti alla stessa Nefertari. I reperti oggi sono custoditi al Museo Egizio di Torino e di essi parleremo più avanti.

L’ingresso della tomba avviene da su una breve scalinata scavata nella roccia, da qui si accede ad un’anticamera interamente decorata con scene tratte dal capitolo 17 del “Libro dei Morti”, il soffitto si presenta di un blu intenso e riporta motivi astronomici, simboleggia il cielo notturno con migliaia di stelle d’oro a cinque punte.

Dalla parete orientale, attraverso una grande apertura dove compaiono parecchie divinità tra cui, in evidenza, Osiride e Anubi, Serket e Hator, si accede ad un vestibolo, dove è ritratta la regina al cospetto delle divinità a lei benigne, e da qui si passa ad una camera laterale dove sono riprodotte scene di offerte agli dei.

Per nostra fortuna si sono conservate abbastanza bene le decorazioni che rivelano uno dei massimi esempi pittorici raggiunti durante il regno di Ramses II e dell’intera arte egizia, qui troviamo l’intero programma iconografico che tratta il viaggio della regina nell’aldilà, il ciclo si estende su ben 520 mq., nel quale Nefertari viene rappresentata al cospetto di molte divinità che la conducono per mano fino al termine del ciclo pittorico dove la regina viene trasformata nella forma osiriaca di mummia aiutata dalle dee Iside e Neith.

Sulla parete nord dell’anticamera si apre una scala che termina nella camera funeraria, questa è molto ampia, circa 90 metri quadri, il soffitto riprende lo stesso motivo di quello dell’anticamera ed è sorretto da quattro possenti pilastri quadrangolari, interamente decorati.

Il sarcofago in granito rosa stava al centro della camera che gli Egizi chiamavano “Sala d’oro” nella quale avveniva la rigenerazione del defunto (frammenti del coperchio del sarcofago sono oggi al Museo Egizio di Torino).

Ai due lati, all’inizio della camera funeraria, si trovano due annessi. Il ciclo pittorico rappresentato sulle pareti della camera comprende parte dei capitoli 144 e 146 del “Libro dei Morti”, sulla sinistra sono rappresentati i passi del capitolo 144 che riguardano i cancelli e le porte del regno di Osiride, sono indicate le formule magiche che il defunto doveva ricordare per convincere i Guardiani a farlo passare.

Per quanto riguarda le ginocchia di mummia rinvenute nella tomba di Nefertari ed a lei attribuite, in seguito passarono in secondo piano fino al 2016 quando alcuni archeologi internazionali annunciarono che esisteva un alto grado di probabilità che le ginocchia fossero realmente appartenute alla regina Nefertari.

Nonostante tutto esistevano ancora molti dubbi sull’appartenenza alla regina per cui altri ricercatori avanzarono nuove ipotesi, la prima è che le ginocchia siano appartenute ad una delle figlie di Nefertari, la seconda che le ginocchia siano appartenute ad una mummia precedente finita nella tomba in seguito ad una frana. Entrambe le ipotesi sono state scartate perché ritenute poco credibili ed infine superate dalla datazione al carbonio 14 dalla quale è emerso che i resti sarebbero più antichi di 200 anni rispetto al periodo in cui visse la regina. La notizia va comunque presa con le molle perché sappiamo bene che nella datazione col carbonio 14 occorre tenere delle molte contaminazioni alle quali potrebbero essere stati sottoposti i resti in seguito ai saccheggi ed alle successive manipolazioni.

Per chiudere con la tomba di Nefertari voglio raccontarvi una curiosità che penso molti di coloro che mi leggono non ne sono al corrente. Fino ad alcuni anni fa (prima della prima ristrutturazione) era presente nel corridoio del I piano del Museo Egizio di Torino un bellissimo modello della tomba di Nefertari, accuratamente dipinto. Il modello venne costruito da un artigiano negli anni 30 del novecento, tale Edoardo Baglione, che lavorava per il Museo Egizio dì Torino. Il modello costituiva di per se un’opera iconografica stupenda ed era molto ammirato dai visitatori al punto che, l’allora Direttore del Museo Egizio Giulio Farina, subentrato ad Ernesto Schiaparelli, ne fu entusiasta, pertanto concesse la sua approvazione affinché il modello di Baglione venisse esposto nelle sale del Museo dove venne inaugurato nel 1937. A tutt’oggi pare che il modello si trovi in una mostra temporanea in Nord America (!).

Fonti e bibliografia: 

  • Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
Mai cosa simile fu fatta, Templi

WADI ES-SEBUA

IL GRANDE TEMPIO DI AMON E RA-HORAKHTY

Wadi es-Sebua o “Valle dei Leoni” (così denominato in arabo per il cortile fiancheggiato da sfingi) è il sito, nella Bassa Nubia, di due templi egizi del Nuovo Regno, incluso uno speos costruito da Ramses II (Diciannovesima Dinastia).

Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua in un’accurata ricostruzione di Jean-Claude Golvin

Il primo tempio fu costruito da Amenhotep III (Diciottesima Dinastia) e successivamente restaurato da Ramses II. In origine questo tempio consisteva in un santuario scavato nella roccia (approssimativamente di 3 metri per 2) di fronte a un pilone in mattoni crudi, un cortile e una sala, parzialmente decorati con pitture murali. Il tempio era probabilmente dedicato a una forma locale nubiana di Horus ma le sue raffigurazioni furono successivamente convertite in quelle di Amon. Nel corso dell’era amarniana queste figure furono prese di mira e le decorazioni deteriorate; in epoca successiva Ramses II restaurò e ampliò il tempio di Amenhotep III mediante la costruzione di strutture antistanti il pilone.

A: PRIMA CORTE ANTERIORE CON SFINGI LEONINE
B: SECONDA CORTE ANTERIORE CON SFINGI A TESTA DI FALCO
: TERRAZZA DEI COLOSSI DI RAMESSE II
D: PILONE DI PIETRA
E: CORTE
F: SCALA A PILASTRI SCAVATA NELLA ROCCIA
G: SANTUARIO

Il tempio fatto costruire da Ramesse II a El-Sebua, noto come “il tempio di Ramesse-meriamun nel dominio di Amon”, è considerato il secondo per grandezza tra i templi dell’antica Nubia. In arabo significa “Valle dei Leoni” riferito al Viale delle Sfingi che porta al tempio; è parzialmente costruito in pietra tranne la sala ipostila e il santuario interno che furono ricavati dalla “lavorazione del sostrato roccioso”.

Il tempio, costruito da Ramesse II, ripreso dall’alto: sono visibili le Sfingi e il terzo Pilone del tempio.
Dopo il portale d’ingresso in pietra vediamo il Viale delle Sfingi.

Il tempio era situato in una zona strategica perché vi confluivano importanti rotte commerciali ed era vicino alla sede del Viceré della Nubia. In quel tempo ne ricopriva la carica Setau al quale Ramesse II affidò la costruzione nell’anno 44 del suo regno (1236 a. C. circa).

Il tempio di Amon di Ramses II

Il secondo e più grande tempio edificato a Wadi es-Sebua era conosciuto come “il Tempio di Ramses Meriamon nel Dominio di Amon” e fu eretto approssimativamente 150 metri a nord-est del tempio di Amenhotep III. Raffigurazioni e monumenti contemporanei del viceré di Kush, Setau, indicano che questo edificio sacro fu innalzato fra il trentacinquesimo e il cinquantesimo anno di regno di Ramses II. Setau è noto per aver servito in qualità di Viceré di Kush o Nubia fra il 38esimo e il 63esimo anno di regno di questo sovrano e fu responsabile anche dei successivi templi nubiani edificati da Ramses.

Il portale d’ingresso in pietra fiancheggiato da due statue di Ramesse II.

Fra questi, Il tempio di Wadi es-Sebua fu il terzo santuario scavato nella roccia e dotato di una spianata in pietra. Ubicato approssimativamente centocinquanta chilometri a sud di Assuan, sulla sponda occidentale del Nilo, il tempio doveva la sua importanza al fatto che in epoca ramesside l’insediamento sorgeva allo sbocco delle vie carovaniere, era il luogo di residenza del Viceré di Kush ed era localizzato nei pressi di un tratto del Nilo dove le imbarcazioni avevano difficoltà a risalire la corrente del fiume.

Per quest’ultimo motivo, il tempio di “Ramses amato da Amon nel dominio di Amon” era utilizzato come banchina o luogo di sosta per le imbarcazioni, quando queste discendevano il Nilo.

Il vicerè di Nubia, Setau, al quale Ramses II aveva affidato l’amministrazione dei suoi progetti in questa località, si vide obbligato ad adeguarsi ad una forza lavoro poco capace (molti i prigionieri delle oasi libiche) e a materiali di costruzione di qualità inferiore; lo attesterebbe la scarsa qualità di alcune sculture come le statue osiriache presenti nel cortile che si apre dopo aver attraversato il terzo pilone della struttura templare.

Le popolazioni arabe dei secoli successivi, ispirati dalle sculture in pietra delle sfingi che costellano l’ingresso del primo tempio, battezzarono il luogo col nome di Uadi es-Sebua o Valle dei Leoni. Il tempio, realizzato in parte all’aperto e in parte scavato nella roccia, si suddivideva in tre sezioni differenti: due cortili aperti decorati da sfingi (dromos), un grande patio interno con colonne osiriache e il sacrario rupestre.

Il cortile del tempio è arricchito di pilastri osiriaci.

L’edificio sacro possedeva in origine tre piloni. I primi due furono realizzati in mattoni crudi di bassa qualità e col tempo caddero in rovina. Di questi due piloni sopravvive odiernamente solo il portale di ingresso in pietra che stava fra uno di loro. Dietro il primo pilone si apre il primo cortile caratterizzato da sfingi dalla testa umana e da statue del re che originariamente fiancheggiavano l’ingresso. Solo la statua sinistra di Ramses permane in situ; l’altra si trova attualmente nell’area desertica del sito.

Dopo il secondo pilone, un secondo cortile è decorato da quattro sfingi ieracocefali (dalla testa di falco) che rappresentano quattro divinità riconducibili a Horus: l’Horus di Miam, di Meha, di Baki e curiosamente l’Horus di Edfu, mentre ci si sarebbe aspettati di trovare l’Horus di Buhen che si trova proprio in Nubia.

Fra le loro zampe anteriori, compare una piccola statua che raffigura Ramses col copricapo nemes. Alla loro base, un’iscrizione che proclama Ramses “Signore dei Giubilei-Sed, come suo padre Ptah” fa riferimento al desiderio di longevità da parte di questo sovrano, un desiderio che era stato già espresso sul secondo portale (del quale rimangono vestigia): “Ramses Meriamon, Signore dei Giubilei-Sed, come Ptah”.

Il TERZO pilone è ornato da una statua di Ramesse II che regge uno stendardo

Subito prima di attraversare nel terzo pilone, compaiono quattro colossali statue di Ramses II, una sola delle quali rimane oggi in piedi. Il terzo pilone è decorato nel convenzionale stile egizio del faraone che colpisce i suoi nemici e che presenta offerte agli dei (incluso sé stesso). Dopo aver attraversato il terzo pilone, comincia la sezione rupestre del tempio con una sala ipostila composta da 12 pilastri a base quadrata:

“fra questi, i sei centrali erano in origine adornati da statue osiriache del re che furono scalpellate quando prese piede il cristianesimo. Tuttavia, le scene di offerta sulle pareti sopravvivono e alcune mantengono i loro colori originali”

(Lorna Oakes, Pyramids, Temples and Tombs of Ancient Egypt: An Illustrated Atlas of the Land of the Pharaohs, Hermes House:Anness Publishing Ltd, 2003. p.202)

L’anticamera si apre in due camere laterali, due cappelle laterali e il vero e proprio santuario. Benchè le statue nelle nicchie del santuario siano state distrutte, è indubbio che esse rappresentassero Amon-Ra, Ra Harakhty e lo stesso Ramses.

Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua fu costruito nello stile nubiano (che taluni ritengono rozzo e provinciale) che caratterizza alcuni dei più grandi edifici ramessidi della regione.

Rilievo di Ramesse II che presenta un’offerta agli dei a Wadi es-Sebua
Bassorilievo all’interno del vestibolo: barca sacra e il faraone al cospetto di Horo.
Nella cella centrale erano custodite le statue del tempio, che sono andati distrutte.

Davanti al pilone d’ingresso si estendevano due corti arricchite da Sfingi; quella della prima corte sono a testa umana (secondo la tipologia antica), quelle della seconda sono a testa di falco (una tipologia nuova). Il tempio è inoltre fornito di un cortile con 5 pilastri osiriaci, di una terrazza e di una parte scavata nella roccia, dove originariamente erano custodite le statue del Santuario che sono andate distrutte.

Le Sfingi furono dedicate da Ramesse II al “padre” Amon-Ra. La testa regale di una delle sei Sfingi che affiancano il viale nella prima corte anteriore di Wadi Sabua Indossa il Nemes e la doppia corona.
Stele raffigurante Setau e sua moglie Nofretmut
Stele, ora nel museo nazionale del Sudan, con Setau, vicerè della Nubia, e sua moglie Nefromut che adorano Ramses II, il cui cartiglio appare sul lato sinistro.

Conversione del tempio in chiesa cristiana

Nel quinto secolo d.C., dopo l’avvento del cristianesimo copto, il tempio fu convertito in chiesa. Alcuni rilievi di questo furono ricoperti da uno strato di stucco sul quale furono dipinte immagini divine. Questa copertura ha avuto il merito di permettere la conservazione dei rilievi originali; i migliori esempi di questi si trovano nel santuario e nelle cappelle associate al tempio di Ramses dove scene policrome raffigurano il sovrano che adora le barche sacre di Amon-Ra e Ra-Harakhty.

Nella nicchia centrale del tempio, è visibile una scena interessante: qui, fra due raffigurazioni di Ramses II, erano presenti due statue, una di Amon e l’altra di Ra-Harakhty, che furono asportate dai primi fedeli cristiani e rimpiazzate da un’immagine di San Pietro. Quando nel corso dei restauri dello speos il rivestimento in stucco fu rimosso dai bassorilievi, si presentò alla vista la bizzarra immagine di Ramses II che offre ghirlande floreali a San Pietro.

L’ atrio, in seguito, fu trasformato in chiesa dai Copti, che ricoprirono parte delle raffigurazioni egizie con immagini di santi.

Ricollocazione del tempio

Nel 1964, i templi di Wadi es-Sebua, che correvano il rischio di essere sommersi dalle acque del Nilo a causa della costruzione della diga di Assuan (come altri edifici nubiani), furono smantellati con l’aiuto degli Sati Uniti e ricostruiti a quattro chilometri dal sito originario.

Il tempio di Vadi es-Sebua parzialmente sommerso dalle acque del lago Nasser. Foto scattata prima del trasferimento del tempio.

Il tempio di Dakka e quello di Maharraqa furono anch’essi trasferiti e ricostruiti nel nuovo complesso templare di Uadi es-Sebua.

Fonte:

  • ABU SIMBEL-ASSUAN E I TEMPLI NUBIANI-MARCO ZECCHI-WS
  • MENPHIS TOUR
  • RAMESSE II-T.G.HENRY JAMES-WS
  • WIKIPEDIA