Arte, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

I DIPINTI DELLA CAPPELLA FUNERARIA DI NEBAMUN

Di Ivo Prezioso

Nuovo Regno, XVIII Dinastia, molto probabilmente tardo regno di Amenhotep III, forse inizio regno di Amenhotep IV (ca. 1350 a. C.). Provenienza Tebe. Ubicazione attuale: Londra, British Museum. Dieci frammenti furono acquistati come parte della prima collezione Salt nel 1823; l’undicesimo (EA37981) fu acquistato da George Waddington e Richard Hanbury nel 1821 e donato al museo da sir Henry Ellis nel 1833.

Pittura su base di intonaco in calce e fango.

Introduzione

Gli undici frammenti della tomba di Nebamun, conservati al British Museum, rappresentano probabilmente uno degli esempi più belli (se non il più bello in assoluto) finora noti dell’arte pittorica dell’Antico Egitto. L’ubicazione della tomba è molto incerta, poiché non è ancora stato possibile associare i frammenti ad alcuna cappella di Tebe. Oltre ai frammenti del British Museum, pezzi più piccoli si trovano ad Avignone, Berlino e Lione, mentre altri tre sono stati fotografati al Cairo negli anni quaranta. Dieci dei frammenti del Museo erano tra gli oggetti portati in Gran Bretagna come parte della prima collezione di Henry Salt. Il dipinto fu scoperto nel 1820, ma i documenti forniscono poche informazioni sull’ubicazione della cappella. Uno dei frammenti berlinesi, raffigurante uomini che catturano quaglie, è stato visto durante gli scavi del marchese di Northampton nell’area di Dra Abul Naga (estremità settentrionale della necropoli) nel 1898/9. Ciò probabilmente causò un danno considerevole alla cappella della tomba, la cui ubicazione andò perduta e ora potrebbe essere stata occultata da una struttura recente.

Sebbene i frammenti siano definiti come appartenenti a Nebamun, il nome del proprietario non è conservato in modo chiaro da nessuna parte. L’esempio meno rovinato è alla fine del testo del frammento EA 37976, dove, dopo il titolo “scriba e contabile del grano”, segue una serie di segni la cui ricostruzione più probabile è “Nebamun”. Il nome fu infatti danneggiato durante il periodo amarniano, quando ogni riferimento al dio Amon, veniva sistematicamente distrutto. Il titolo del proprietario non è particolarmente elevato, ma nella necropoli tebana, sempre riconducibili alla media e tarda XVIII dinastia, si trovano numerose altre tombe, piccole ma splendidamente decorate, di altri detentori di questo e altri titoli simili.

Ed ora passiamo ad illustrare in dettaglio questi splendidi frammenti.

Scena di caccia nelle paludi. (Frammento EA 37977). Larghezza: 98 cm.

Il dipinto più noto mostra Nebamun che partecipa ad una battuta di “caccia agli uccelli nelle paludi”(Immagini n. 1,2,3,4,5,6). E’ rappresentato in posizione eretta e dominante in una piccola barca di papiro, in compagnia della moglie, dietro di lui, vestita con i suoi abiti migliori e con la figlia seduta tra le sue gambe. Sta per lanciare un bastone contro una serie di diverse specie di uccelli presenti all’interno e sopra un boschetto di papiro, mentre ne ghermisce tre con l’altra mano. Un gatto ha in bocca un’anatra e tra gli artigli altri due uccelli. Sono presenti numerosi pesci nello stagno. I colori e l’attenzione ai dettagli sono stupefacenti. Una caratteristica sorprendente, notata negli anni ’90, è l’uso della foglia d’oro per l’occhio del gatto. Una scena di questo tipo è di solito bilanciata da un’altra che mostra il proprietario della tomba mentre arpiona i pesci, e la fiocina, infatti, si intravvede nell’angolo in basso a sinistra. Due dei frammenti del Cairo mostrano la testa del proprietario della tomba e il bambino tra le sue gambe.

Immagine n. 1 Frammento EA 37977 La scena di caccia nelle paludi. In origine c’era un’altra metà della scena, che mostrava Nebamun che infilzava un pesce (l’arpione che infilza il pesce è ancora visibile in basso a sinistra). Questa parte è andata perduta, se si eccettuano due vecchie fotografie di piccoli frammenti di Nebamun e della sua giovane figlia. Gli artisti hanno catturato la qualità squamosa e lucente del pesce. Come si può osservare la composizione è caratterizzata da un dirompente contrasto dinamico che si genera tra l’imponente figura di Nebamun (se vogliamo ancora piuttosto convenzionale e tradizionale nella sua posa ben piantata e dominante, con la moglie Hatshepsut alle spalle e la giovane figlia tra le gambe) e la grande abbondanza di figure in movimento. Questa sensazione è ancor di più esaltata dalla sorprendente varietà e raffinatezza della colorazione, nonché dall’estrema cura dei dettagli. Inoltre, è evidente come sia stata volutamente tralasciata la precisa collocazione in registri simmetrici e ordinati a tutto vantaggio di una spontaneità inusitata. A mio avviso, in questo capolavoro sono già perfettamente ravvisabili quelli che saranno gli sviluppi dell’arte amarniana che approderà, nei suoi migliori esempi, ad una libertà espressiva e formale assolutamente straordinaria. (©The British Museum Masterpieces of Ancient Egypt)

La composizione non è, come verrebbe facile pensare, una semplice rappresentazione dei piaceri della caccia, ma è parte integrante del programma decorativo della tomba: l’interpretazione più plausibile è che la scena sia formata da una complessa serie di simboli che alludono alla riproduzione e alla rinascita, in questo caso nell’aldilà, che sarebbero assicurate da tali raffigurazioni nella cappella funeraria. Le fertili paludi erano viste, infatti, come un luogo di rinascita ed erotismo. La caccia agli animali potrebbe rappresentare il trionfo di Nebamun sulle forze della natura mentre rinasceva. Domina l’enorme figura ambulante di Nebamun, sempre felice e sempre giovane, circondato dalla vita ricca e varia della palude.

Immagine n. 2 Frammento EA 37977, particolare. Un gatto fulvo cattura gli uccelli tra gli steli di papiro. I gatti erano animali domestici, ma qui potrebbe anche rappresentare il dio Sole che caccia i nemici della luce e dell’ordine. Il suo insolito occhio realizzato con foglia d’oro allude ai significati religiosi di questa scena. Gli artisti hanno riempito ogni spazio con dettagli vivaci. La palude è piena di fiori di ninfea e di farfalle Tigre della pianura. Queste ultime sono dipinte in modo libero, suggerendo il disegno e la consistenza delle loro ali. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera)

Immagine n. 3 Frammento EA 37977, particolare di Nebamun il cui nome significa “Amon è il mio signore”. (British Museum, Londra Foto © Osama S. M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Immagine n. 4 Frammento EA 37977, particolare. La moglie di Nebamun, Hatshepsut, è in piedi dietro di lui. Si notino l’elaborato copricapo e l’abito, che rimandano alla raffinatezza dell’epoca di Amenhotep III, nella quale sono ravvisabili chiari influssi orientali. (British Museum, Londra Foto © Osama S. M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Immagine n. 5 Frammento EA 37977, particolare. La figlia di Nebamun siede sulla barca sotto la figura del padre. Con la mano destra stringe la gamba destra del padre, mentre la mano sinistra stringe un fiore di ninfea. È nuda. Da notare l’acconciatura, con la tipica treccia dell’infanzia. (British Museum, Londra Foto © Osama S. M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Immagine n. 6 Frammento EA 37977 Ipotetica Ricostruzione dell’intera scena murale. Disegno di C. Thorne e R. B. Parkinson. Fotografie di altri frammenti per gentile concessione dell’Association d’Egyptologique Reine Elizabeth, Bruxelles. (British Museum, Londra Foto © Osama S. M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Scena del Banchetto: Frammenti EA 37984 (larghezza 99,5 cm.), EA 37981 (Larghezza 50 cm.), EA 37986 (Larghezza 126 cm.)

Di questa scena, sono sopravvissuti 3 frammenti, i quali, disposti come mostrato (Immagine n. 7), rappresentano i quattro registri della rappresentazione di un banchetto. Tre dei registri mostrano ospiti intervenuti a questo evento, alcuni in coppia, altri in gruppi dello stesso sesso. Sia gli uomini che le donne sono vestiti con raffinati abiti bianchi con sottili soprabiti che aggiungono una tonalità di giallo all’ indumento principale. Tutte le donne hanno folte parrucche lunghe, mentre gli uomini indossano per lo più acconciature che arrivano alle spalle, anche se alcuni sono rasati (questa caratteristica sembra verificarsi solo nel gruppo degli uomini, dove gli stili si alternano).

Immagine n. 7: I Frammenti EA 37984, EA37981, EA 37986, così come attualmente esposti al British Museum. Un’intera parete della cappella mostra un banchetto in onore di Nebamun. Servitori e servitrici nude attendono amici e parenti del defunto. Gli ospiti sposati siedono a coppie su sedie raffinate, mentre le giovani donne si girano e parlano tra loro. Questa scena erotica di relax e ricchezza è qualcosa di cui Nebamun potrà godere per l’eternità. Gli ospiti riccamente vestiti sono intrattenuti da danzatori e musicisti, che siedono a terra suonando e battendo le mani. Le parole della loro canzone in onore di Nebamun sono scritte sopra di loro: “Il Dio della terra ha fatto crescere la sua bellezza in ogni corpo… i canali sono di nuovo pieni d’acqua e la terra è inondata dall’amore per lui”. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Il terzo registro mostra due gruppi di musiciste e cantanti, con una coppia di danzatrici nude nel gruppo di sinistra. I servitori, uomini e donne, servono tutte le coppie; ospiti e i musiciste recano sulla testa coni di grasso profumato. Queste ultime sono uno dei rari esempi nell’arte egizia in cui il soggetto è rappresentato di fronte anziché di profilo. Tali deroghe alle normali convenzioni si riscontrano solo nelle figure secondarie di rappresentazioni come questa.

Anche se si pensa che le scene del banchetto siano in qualche modo da porre in relazione col Festival della Valle di Tebe, quando la statua di Amon giungeva dal tempio di Karnak per visitare i santuari della sponda occidentale, non si tratta solo del semplice riflesso di una celebrazione. Vengono consumate bevande oltre che cibo e le figure portano alle loro narici fiori di loto (ninfea) o frutti di mandragola. L’intossicazione sembra un elemento importante e sia il loto, sia la mandragola con le loro proprietà narcotiche o allucinogene aiutavano i banchettanti ad avvicinarsi alla divinità.

Questi e altri simboli suggeriscono che queste scene esprimono ancora una volta il desiderio di rinascita dopo la morte, che era uno degli scopi della cappella tombale.

I frammenti superstiti, nella composizione originaria del dipinto, hanno la seguente sequenza: EA37984, EA37981, EA37986 (Immagini nn. 8, 9, 10 )

Nelle immagini seguenti e relative didascalie Immagini nn. 11, 12, 13 ) sono mostrati particolari del frammento EA37984.

Immagine n. 11 Frammento EA 37984, particolare. Giovani uomini siedono su file di sgabelli, accanto a un gruppo di giovani donne, sedute su sedie con cuscini. In un punto, gli artisti hanno modificato il disegno di questi sgabelli di legno e hanno corretto i loro primi schizzi con vernice bianca. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Immagine n. 12 Frammento EA 37984, particolare. Alcune delle musiciste sono ritratte mostrando i loro volti a figura intera. Questo è molto insolito nell’arte egizia e dà un senso di vivacità a questi personaggi che sono disegnati in modo meno formale rispetto agli ospiti più facoltosi. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Immagine n. 13 Frammento EA37984, particolare. Le giovani danzatrici sono rappresentate in modo fluido e armonioso. Sono nude, a parte i gioielli. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Nebamun ispeziona bovini e oche: Frammenti EA 37979 (larghezza 67,5 cm.), EA 37978 (Larghezza 115,5 cm.), EA 37976 (Larghezza 97 cm.)

Oltre alle rappresentazioni più esoteriche, le tombe della XVIII dinastia ne contengono altre, apparentemente, di vita quotidiana. Questi tre frammenti provengono dalla stessa parete, che mostrava due volte il proprietario della tomba, seduto su uno sgabello mentre ispezionava due scene, una di oche e una di bovini (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 I frammenti EA37979, EA37978, EA37976 così come attualmente esposti al British Museum. Questi 3 dipinti fanno parte di una parete che mostra Nebamun mentre ispeziona le sue oche e i suoi bovini. Egli osserva gli allevatori che gli portano gli animali; i suoi scribi ne registrano la quantità. I geroglifici descrivono la scena e la conversazione dei dipendenti, che parlano e litigano tra loro, mentre fanno la fila. Nebamun è raffigurato come un uomo ricco e autorevole, che controlla un gran numero di servi e di animali. Tutto è studiato per mostrare il prestigio di Nebamun; è, infatti raffigurato in una scala più grande rispetto alle altre persone e in una posa formale. Anche la sua pelle è dipinta in modo diverso. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera)

Si è conservata solo una di queste rappresentazioni di Nebamun (frammento EA 37979), che lo ritrae su un sedile pieghevole con schienale (Immagine n. 15). Nella mano sinistra tiene un bastone e nella destra lo scettro dell’autorità e un piccolo fascio di fiori. La sagoma in bianco e nero immediatamente sotto di lui è una rappresentazione della morbida pelle della seduta della sedia.

Immagine n. 15 Frammento EA37979. Nebamun siede su una sedia e ispeziona le sue oche e il suo bestiame. Sono visibili i resti di cinque registri verticali di geroglifici dipinti in policromia. (© Nigel strudwick, The British Museum Masterpieces of Ancient Egypt, pag. 174)

Nel frammento EA 37978, disposto a destra del precedente, (Immagine n. 16), gli allevatori sono raffigurati nelle loro mansioni in due sottoregistri; a sinistra uno scriba, che si distingue per l’abito più elaborato e la tavolozza sotto il braccio, presenta un pezzo di papiro a Nebamun, presumibilmente, con il conteggio delle oche.

Immagine n. 16 Frammento EA37978. Il registro superiore, frammentario, mostra lavoratori in piedi, davanti a uno stormo di oche, mentre presentano un cesto di uova a due scribi seduti, che registrano i prodotti. Nel registro inferiore gli allevatori arrivano con una grande quantità di oche e un uomo presenta altri uccelli in stie. Uno scriba sta leggendo l’elenco dei prodotti alla grande figura seduta di Nebamun (Visibile nel frammento EA37979), verso il quale erano orientati entrambi i registri superiori. I tre registri verticali e un registro orizzontale di testi geroglifici dipinti di nero sono rivolti nella stessa direzione delle persone che pronunciano ciò che è scritto. Lo scriba tiene sotto il braccio il suo astuccio scrittorio e presenta un rotolo di papiro a Nebamun. É ben vestito e presenta un leggero accumulo di grasso sullo stomaco, a indicare la sua posizione agiata. Accanto a lui, ci sono cassapanche per i suoi registri e una borsa contenente i suoi strumenti di scrittura. I contadini si inchinano e fanno gesti di rispetto verso Nebamun. L’uomo dietro di loro impugna un bastone e dice loro: “Sedetevi e non parlate!”. Le oche sono dipinte come un’enorme e vivace massa che becca il terreno e sbatte le ali. (© Nigel strudwick, The British Museum Masterpieces of Ancient Egypt, pag. 175)

Nella scena inferiore (Immagine n. 17), i mandriani guidano il loro bestiame, che viene contato e registrato da scribi rappresentati a sinistra.

Immagine n. 17 Frammento EA 37976. É diviso in due registri. Nel registro superiore una mandria di bovini viene portata a Nebamun; davanti ai bovini i mandriani si inchinano a uno scriba in piedi che effettua le registrazioni.. La didascalia geroglifica verticale è danneggiata e sono leggibili solo alcune frasi. Nel registro inferiore un uomo guida il bestiame verso alcuni scribi seduti. Sopra, sono ancora visibili due registri orizzontali di geroglifici. L’alternanza dei colori e dei tratti dei bovini crea un superbo senso di movimento. Gli artisti hanno volutamente omesso di rappresentare alcune zampe dei bovini per preservare la chiarezza del disegno. Il mandriano sta dicendo al contadino che lo precede in coda: “Forza! Allontanatevi! Non parlate in presenza del lodato! Egli detesta la gente che parla… Passate avanti con calma e ordine… Egli conosce tutti gli avvenimenti, lo scriba e responsabile del grano di [Amon], Neb[amun]”. (© Nigel strudwick, The British Museum Masterpieces of Ancient Egypt, pag. 175)

Le scene sono accompagnate da didascalie idealizzate di ciò che avrebbero potuto dire alcuni degli uomini presenti; il testo più lungo della scena del bestiame è pieno di elogi per Nebamun.

Come in tutti questi dipinti, il livello di dettaglio è notevole; ogni creatura è chiaramente differenziata, grazie all’uso accurato di pigmenti diversi, in modo che nessun animale di colore simile sia adiacente.

Immagine n. 18 Frammento EA 37976, particolare. Il nome del dio Amon è stato cancellato in questa didascalia, anche quando compare nel nome di Nebamun. Poco dopo la sepoltura di Nebamun, il faraone Akhenaton (1352-1336 a.C.) fece cancellare il nome di Amon da tutti i monumenti nell’ambito delle sue riforme religiose. (British Museum, Londra. Foto © Osama S. M. Amin The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera).

Scene come queste hanno anche un significato più profondo; proiettano la personalità e la ricchezza di Nebamun nell’aldilà e aiutano a creare un mondo in cui il suo spirito possa risiedere dopo la morte.

Immagine n. 19 Ipotetica Ricostruzione dell’intera scena comprendente i tre frammenti illustrati. (©Disegno di C. Thorne e R. B. Parkinson, https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA37979)

IN AGGIORNAMENTO

Fonti: Nigel Strudwick, The British Museum Masterpieces of Ancient Egypt (ed. The British Museum Press)

Osama S.M. Amin, The Egyptian Tomb-Chapel Scenes of Nebamun at the British Museum, pubblicato il 26 Luglio 2016 in Ancient History et Cetera

Arte

IL MISTICISMO SUFI E I DERVISCI ROTANTI

Di Piero Cargnino

Visto che nel precedente articolo ho accennato alla danza dei “Dervisci Rotanti” che viene eseguita sul piazzale davanti al tempio della Valle di Chefren e al tempio della Sfinge voglio approfondire l’argomento soprattutto per coloro che non lo hanno mai visto e non sanno di che cosa si tratta. Lasciamo per un attimo i grandi monumenti egizi del passato allontanandoci idealmente, ma non di troppo, l’Egitto è in grado di offrirci meraviglie del passato appaiate a quelle moderne.

Dall’epoca delle piramidi facciamo un salto di secoli ed arriviamo all’Egitto moderno, quello che molti di voi, penso, hanno già visitato ed a coloro che non lo hanno ancora fatto. 

Spero di fare cosa gradita presentando una tradizione caratteristica da non perdere quando approderete in questo magnifico paese. Io ho avuto il piacere di vederla rappresentata di fronte al tempio della Sfinge, non potete immaginare quanto mi sia sentito coinvolto e trasportato nel misticismo, è stata una bellissima esperienza.

Nelle diverse culture antiche la musica era considerata per tradizione di origine divina, dalla secolare tradizione islamica è nato il misticismo Sufi.

Così lo definisce Henry Corbin, orientalista e storico della filosofia islamica:

<< Il sufismo è per eccellenza lo sforzo di interiorizzare la Rivelazione Coranica, la rottura con la religione puramente legalitaria, l’intento di rivivere l’esperienza intima del Profeta nella notte del Mi’râj; al suo grado estremo, esso è una sperimentazione delle condizioni del tawhîd, che conduce alla coscienza che Dio solo può enunciare, per bocca dei suoi fedeli, il mistero della sua unicità >>.

Il sufismo è oggi universalmente identificato nei suoi danzatori in abito tradizionale. I “Dervisci Rotanti”. Il termine Derviscio (in arabo darwish), significa “povero” o “monaco mendicante” e sta ad indicare i discepoli delle varie confraternite islamiche sufi il cui scopo è quello di raggiungere la salvazione, ovvero staccarsi dai beni e dalle lusinghe del mondo e dalle passioni mondane. I Dervisci corrispondono praticamente ai nostri frati mendicanti.

In un certo modo il fenomeno Derviscio  interessa un po’ tutti i percorsi ascetici mistici che coinvolge sia gli ebraici che i cristiani, buddisti e induisti, caratterizzando colui che è indifferente alle cose materiali. Fra le varie confraternite che praticano questo concetto cito in particolare la Mawlawiyya (Meyleviyè in turco),  ovvero la confraternita sufi dei “Dervisci Rotanti”, il cui fondatore fu il teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana Jalal al-Din Rumi nel XIII secolo. La confraternita ebbe un ruolo importante nelle cerimonie d’incoronazione dei sultani ottomani durante la quale avveniva la spettacolare esibizione dei “Dervisci Rotanti” i quali, nella ricerca dell’estasi che li avvicina a Dio tentano di raggiungere stati meditativi librandosi in una danza che consiste nel ruotare su se stessi, avvolti nelle loro colorate e caratteristiche vesti, sotto la guida del loro “pir” (vecchio), in turco “dede” (nonno), accompagnati da musica dove predomina il suono del flauto “ney”.

Le varie confraternite sufi derivano generalmente da un santo musulmano (Alì, Abu Bakr, ecc.), e trascorrono la loro esistenza in comunità monastiche simili ai conventi cristiani. Molti degli appartenenti alle varie confraternite, sono mendicanti votati alla povertà ma altri si dedicano a lavori, tipo i Qadiriyya egiziani che sono pescatori. La pratica della danza rotante, che viene praticata nelle “tekkè (i loro luoghi di raduno), è considerata dai più anziani alla stessa stregua della lettura dei libri che trattano i misteri del tempo antico.

Durante l’esecuzione della danza un Derviscio del gruppo pratica un esercizio interiore allo scopo di aumentare la frequenza del proprio organismo, impedendo allo stesso tempo che si creino squilibri tra le varie parti del corpo, in particolare tra i centri di coordinazione motoria, intellettiva ed emozionale. Dopo anni di pratica ed esperienza un Derviscio parrebbe acquisire una “super-coscienza”, una proprietà fondata sull’equilibrio dell’attività del proprio organismo che lo porta a raggiungere uno stato permanente chiamato la “Comunione con Allah”.

Esistono anche altri tipi di danze, il cui apprendimento richiede diversi anni, durante i quali i dervisci vengono addestrati da sapienti maestri a rimanere per diverse ore completamente immobili e poi di assumere numerose combinazioni di posizioni, con l’obiettivo di imparare a “sentirle” dentro se stessi. Si aggiungono poi delle operazioni mentali che si dovranno svolgere, con precisa successione, per tutta la durata dell’esercizio.

Oggi quello dei “Dervisci Rotanti” ha assunto una forma meno mistica e viene rappresentato come spettacolo per i turisti, soprattutto in Turchia e in Egitto, (come i fachiri in India). Col pieno rispetto per quello che la danza rotante vorrebbe rappresentare, assistere ad uno spettacolo di “Dervisci Rotanti”, magari  in concomitanza con il caratteristico “Spettacolo Suoni e Luci” davanti alla Sfinge, con le Piramidi illuminate sullo sfondo”  è una cosa affascinante e coinvolgente, irrinunciabile per il turista in visita al Cairo.

Fonti e bibliografia:

  • John Porter Brown, “The Derwishes, or Oriental Spiritualism”, Londra, 1868
  • Pierre Jean Daniel André, “Contribution à l’étude des confréries religieuses musulmanes”,  Editions la Maison des Livres, 1956
  • Georges Ivanovitch Gurdjieff, “Rencontres avec des hommes remarquables”, Paris, 1963 Henry Corbin, “Storia della filosofia islamica”, Milano, Adelphi, 1989
Antico Regno, Arte, Statue

“GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI”

LE STATUE VIVE DI RAHOTEP  E  NOFRET

Di Piero Cargnino

Avete letto bene, “guardiamoci negli occhi”, le foto che vi propongo vi invitano a farlo, più avanti capirete il perché.

Conosciamo bene tutti quello stupendo complesso statuario che ritrae il principe Rahotep e sua moglie Nofret. Ma chi erano questi personaggi per essere rappresentati nella loro tomba in modo così stupendo?

Rahotep era figlio del faraone Snefru, (anche se Zahi Hawass  ha ipotizzato che il padre in realtà fosse Huni), e quindi fratello di Nefermaat, che era maggiore di lui, e di Ranefer fratello minore. Probabilmente nessuno dei tre fratelli sopravvisse al padre in quanto alla morte di questi fu il loro fratellastro Medjedu Khnum-Khufu, più noto come Cheope a salire sul trono.

Nella mastaba di  Nefermaat e di sua moglie Itet (o Atet) viene citato, tra i loro quindici figli Hemiunu, per cui si pensa che costui fu quasi certamente il visir che si crede progettò la Grande Piramide di Cheope.

Membro della famiglia reale, il principe Rahotep vantava diversi titoli importanti: “Gran sacerdote del re”, “Capo dei costruttori”, “Capo dell’esercito reale”, “Direttore delle spedizioni” e, naturalmente, “Figlio del re, generato dal suo corpo”.

Da parte sua, Nofret (che significa “la bella”) vantava il titolo di “Conoscente del re”. Sembra che Rahotep sia morto giovane e sia stato sepolto in una lussuosa mastaba nella necropoli di Meidum vicino a quella del fratello Nefermaat dove venne scoperto uno dei dipinti più belli e famosi dell’arte egizia le controverse “Oche di Meidum”.

Nel 1871 Auguste Mariette, capo del Servizio di Antichità d’Egitto, stava facendo degli scavi a Meidum, famosa per la sua piramide a gradoni che si staglia nel paesaggio desertico come una gigantesca torre sprofondata. Mariette scavava nella vicina necropoli dell’Antico Regno situata nei pressi della piramide, vicino alla mastaba di Nefermaat, Albert Daninos, suo collaboratore, durante il recupero di una stele si trovò di fronte all’ingresso di un pozzo che dava accesso ad una galleria. Subito si pensò che si trattasse dell’ingresso di una nuova tomba.

Uno degli operai, con una candela, entrò per effettuare un’ispezione preliminare. Passarono pochi minuti e l’operaio riapparve correndo all’impazzata completamente terrorizzato. Raccontando l’episodio Daninos spiegò perché l’operaio era terrorizzato:

<<……Si vide davanti le teste di due esseri umani vivi che lo fissavano coi loro occhi che brillavano alla fioca luce della candela…..>>.

La mastaba, saccheggiata fin dall’antichità, conservava un tesoro sconvolgente che ancora oggi non finisce di meravigliare coloro che hanno la fortuna di vederlo, due statue a grandezza naturale dei proprietari della tomba eseguite con una finezza straordinariamente unica. Si trattava delle statue funerarie molto realistiche, che rappresentavano i proprietari della tomba: il principe Rahotep e sua moglie Nofret.

Non si tratta di un “gruppo statuario” nel vero senso della parola, sono due statue distinte che rappresentano i soggetti realizzati in calcare di alta qualità, blocchi scelti appositamente con la massima cura per garantire lo straordinario risultato dell’artista che le scolpì, capolavori della statuaria della IV dinastia. Il grande realismo e la perfezione formale le hanno ormai rese dei punti di riferimento nella storia dell’arte.

Le statue conservano ancora la meravigliosa policromia originale, il colore della pelle rispecchia le convenzioni dell’epoca, Rahotep presenta due baffetti non molto usuali all’epoca e la sua pelle compare con un tono più scuro mentre la principessa Nofert, veste sontuosamente un abito molto attillato e quasi trasparente e porta una corta parrucca, la sua pelle appare di color giallo-crema, in conformità con la tradizione secondo cui la carnagione chiara è, nelle donne, simbolo di nobiltà e di bellezza.

Ma la cosa più sorprendente sono i loro occhi, incorniciati da un tratto di colore nero e intarsiati con quarzo bianco, e cristallo di rocca, sembrano ancora vivi mentre osservano lo spettatore.

Sulle pareti della tomba sono rappresentati tutti i loro figli: tre maschi Djedi, Itu e Neferkau e tre femmine Mereret, Nedjemib e Sethtet. Sicuramente, dopo i millenni passati nell’oscurità della loro dimora eterna, debbono aver impressionato non poco il primo essere umano che li vide.

Oggi stanno in un museo e lo spettatore che li guarda  non teme più il loro sguardo limpido e profondo ma ammira  la loro bellezza eterna e immutabile. Come dico nel titolo: “guardiamoci negli occhi”, questo è un enigma che ci affascina, gli occhi di queste, come quelli di altre statue, sono costituiti da pezzi di cristallo di rocca perfettamente levigato, che veniva inserito, nel calcare o nel legno delle statue. La qualità delle lenti è così alta che il pensiero ci porta a formulare le più strane ipotesi.

Qui non ci troviamo di fronte al lavoro di scalpellini che percuotono coi loro mazzuoli di legno rudimentali scalpelli di rame. Per usare le parole dell’egittologa Carme Mayans di National Geographic:

“la perfezione con cui sono state eseguite le lenti fa venire in mente un fine lavoro di tornitura e rettifica con macchine rotanti ad alta velocità. L’unica spiegazione ragionevole a tutto questo è che gli egizi abbiano preso in prestito da qualche parte tali tecnologie e, quando le scorte si esaurirono, tutto si perse piano piano”.

Fonti e bibliografia:

  • Carme Mayans, “Le statue “vive” di Rahotep e Nofret”, National Geographic, 2021
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Nicolas Grimal,  “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998