C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE PSAMMETICO III

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto in precedenza, il re persiano Cambise II, dopo aver conquistato le città costiere fenice per utilizzarle come basi navali scagliò l’attacco finale contro l’Egitto. Il faraone Amasis era morto da poco, al trono gli successe Psammetico III, figlio del faraone e di una delle sue mogli, la regina Takheta. Lo aspettava un trono ormai traballante le cui sorti erano già segnate.

Il suo regno durò meno di un anno, Sesto Africano, che lo chiama Psammecherites, parla di  sei mesi mentre Eusebio di Cesarea non ne parla neppure. Su di una stele nel Serapeo di Saqqara è citato il primo anno di regno.

Cambise stava già per raggiungere il paese senza incontrare una grande resistenza, le uniche truppe di cui disponeva il faraone consistevano in un manipolo di mercenari greci ed alcune truppe locali. Cambise sbaragliò l’esercito egizio nella battaglia di Pelusio quindi pose l’assedio alle principali città che caddero una dopo l’altra; un po’ più a lungo resistette Menfi, dove si era rifugiato Psammetico III e che era difesa da mercenari greci, ma alla fine cadde anch’essa.

Non si sa che fine fece Psammetico III, secondo alcuni fu messo subito a morte, secondo altri venne catturato ma fu risparmiato e tradotto in catene a Susa. Cambise lo trattò in modo onorevole in un primo momento; a questo proposito si racconta un aneddoto su Psammetico e Cambise. Portato a Susa il sovrano della Persia lo volle umiliare con l’intento di metterlo alla prova. Lo fece condurre presso un pozzo nei sobborghi della città e sedere assieme ad altri prigionieri egiziani. Fece quindi sfilare davanti al faraone, vestite da schiave e costrette a recarsi ad attingere acqua, sua figlia e altre fanciulle di nobile famiglia. Mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico riesce a dominare il dolore, limitandosi a chinare la testa. Cambise fece allora una seconda prova, gli fece passare innanzi il figlio con altri duemila egiziani della stessa età, con una corda legata al collo e un morso in bocca. Venivano tratti a morte. Anche in questo caso, mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico rimane impassibile come aveva fatto quando passò sua figlia. Ad un tratto un uomo, piuttosto anziano, che un tempo era stato compagno di mensa del re, decaduto ora dalla fortuna e che nient’altro possedeva se non quanto possiede un mendico e chiedeva l’elemosina. Quando giunse accanto a Psammetico e lui lo vide, scoppiò in un pianto dirotto e, chiamando il vecchio compagno per nome, si batté con le mani sconsolato la testa. Cambise rimase stupito della sua condotta, per mezzo di un messo gli rivolse questa domanda: “O Psammetico, il tuo signore Cambise ti chiede perché mai al vedere la tua figliola oltraggiata e il tuo figlio che s’avviava alla morte non hai emesso né un grido né un gemito mentre hai concesso questo onore a un pezzente che con te, a quanto mi riferiscono, non ha legame alcuno”. Psammetico rispose: “O figlio di Ciro, le sventure della mia famiglia erano troppo gravi perché io le potessi compiangere; ma degna, bensì, di lacrime, era la disgrazia del mio compagno, che, caduto da una condizione di grande ricchezza, è precipitato nella miseria, ormai alle soglie della vecchiaia”. A queste parole piansero anche i persiani che assistevano e si dice che Cambise stesso fu preso da un senso di compassione. Ripeto quanto già detto a proposito di Erodoto: <<…….Presti fede ai racconti degli Egiziani chi ritiene credibili queste notizie……..>>.

4 – Rappresentazione dell’incontro tra Cambise II e Psammetico III di Adrien Guignet

In ogni caso passato un po di tempo Psammetico venne coinvolto in un  tentativo di rivolta quindi venne giustiziato. Un’altra versione lo da come fuggitivo del quale si perdono le tracce. Con Psammetico III non se ne va solo l’ultimo faraone della XXVI dinastia ma se ne va l’ultimo sovrano di etnia egizia. Manetone racconta che Cambise, entrato da trionfatore in Egitto, si incoronò re e come tale lo considera il primo faraone della XXVII dinastia. L’Egitto diventa una satrapia dell’impero persiano e lo rimarrà per oltre un secolo.         

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Giuseppe Zaccarino, “Le lacrime del faraone”, rebstein.wordpress.com, 2021
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
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LA CENERENTOLA  EGIZIANA

RODOPIS,  “GUANCE DI ROSA”

Di Piero Cargnino

Sull’argomento vedi anche CENERENTOLA E RADOPIS

Una delle fonti alle quali attingiamo spesso sono le “Storie” di Erodoto di Alicarnasso; a questo punto penso che meriti la nostra attenzione. Cicerone, non a caso, lo definì il “Padre della storia”. Erodoto in certi casi è poco affidabile ma per troppo zelo; egli si pone in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori, magari poi completando le notizie secondo il suo istinto. Erodoto ci presenta le sue storie, spesso solo miti o folclore, così come gli vengono raccontate; è poi la gente che ama ripeterli ricamando particolari e finali alternativi, adattandoli alle epoche e rendendoli così realmente vivi.

Nelle sue “Storie” Erodoto lascia spesso al lettore la scelta di accettare o respingere una determinata notizia, ritenendola incredibile. Nel suo secondo libro delle “Storie” Erodoto inserisce questa prefazione:

Pertanto, visto che abbiamo appena parlato del faraone Amasis, ritengo giusto ricordare anche il racconto che Erodoto, per primo, propose, seguito poi da Strabone e da molti altri; si tratta della “fiaba, mito o leggenda” di Rodopis, considerata il più antico archetipo letterario di Cenerentola.

Presente in numerose tradizioni popolari, dall’Europa all’America fino in Cina, la fiaba di Cenerentola ci compare in oltre trecento varianti ed è ormai entrata a far parte dell’eredità culturale di molti popoli. Tra le numerose versioni ricordiamo quella di Gianbattista Basile, (La gatta Cenerentola, scritta in napoletano), che precede quelle di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, fino ad arrivare al film di Walt Disney del 1950. Forse però non tutti sapete la provenienza di questa stupenda storia, l’Antico Egitto.

Erodoto racconta l’avvenimento forse per ridimensionare la fama di Rodopis, che doveva essere grande in quanto circolava voce che potesse aver fatto costruire a sue spese la piramide di Micerino (Herodotus dixit).

Di lei ci racconta che fu una schiava greca, compagna di schiavitù dello scrittore di favole Esopo. La giovane donna giunse in Egitto al seguito di Carasso di Mitilene (mercante di vino greco in Egitto e fratello della poetessa Saffo). Ne parla anche Claudio Eliano, filosofo e scrittore romano in lingua greca nella sua opera “Storie varie”, il quale non fece altro che riprendere una leggenda raccontata dal geografo greco Strabone (I sec. a.C.), quella di una schiava greca divenuta moglie del Faraone Amasis (XXVI dinastia egizia, circa 550 a.C.).

Secondo alcune versioni della fiaba Rodopis non era una modesta schiava, bensì una cortigiana di successo. Nel mio racconto seguo il tradizionale Erodoto.

Rodopis “guance di rosa”, era una bellissima schiava di un nobile egiziano che passava molto del suo tempo a dormire e pertanto completamente ignaro dei maltrattamenti che Rodopis era costretta a subire dalle altre schiave. Queste si prendevano gioco del fatto che era straniera e della sua carnagione chiara, sottoponendola, di conseguenza, a continui ordini e comandi vessatori. Rodopis amava molto il ballo ed un giorno il suo padrone la sorprese a danzare da sola con grande abilità, estasiato le fece dono di un paio di pantofole d’oro rosso con il risultato, a sua insaputa, di inasprire ancor più il comportamento delle altre schiave nei confronti di Rodopis. Un giorno il faraone Amasis invitò il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta nella città di Menfi. Le altre schiave ostacolarono la partecipazione di Rodopis, ingiungendole di portare a termine una lunga lista di ingrati lavori domestici. Mestamente Rodopis si recò dunque al fiume a fare il bucato lasciando le sue pantofole nuove esposte ad asciugare al sole, ma impietosito dalla tristezza della fanciulla, il dio Horus prese le sembianze di un falco, si lanciò in picchiata e le rubò una pantofola. Horus volò fino a Menfi e lasciò cadere la pantofola in grembo al faraone Amasis che, stupito, interpretò l’evento come un segno del dio. Decretò quindi che tutte le fanciulle del regno dovevano provare la pantofola perché lui avrebbe sposato quella che fosse riuscita a calzarla. La ricerca del faraone fu lunga e purtroppo vana fino a che non giunse alla casa di Rodopis. La schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, fece di tutto per nascondersi ma invano. Quando la vide il faraone le ingiunse di provare la calzatura. Questa scivolò facilmente nel suo piede, allora ella trasse fuori l’altra  ed il faraone, con grande gioia, la portò con sé per sposarla. (e vissero felici e contenti).

Secondo alcuni studiosi, il faraone Amasis  sposò effettivamente una schiava greca di nome Rodopis, facendo di lei la Grande Sposa Reale. Secondo altri, pur non arrivando al punto di sposarla  gli riservò ugualmente una vita particolarmente agiata. Secondo altri ancora:

Fonti e bibliografia:

  • Erodoto, in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
  • Erodoto, su “Sapere.it”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Claudio Eliano, “Storie varie”, Adelphi, 1996
  • Aldo Troisi, “Favole e racconti dell’Egitto faraonico”, Xenia editori, 1991
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario” Einaudi, Torino, 2012
  • Gaetano De Sanctis, “Erodoto”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932
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IL FARAONE AMASIS

(KHNEMIBRE AHMOSE)

Di Piero Cargnino

Noto come Amasis a causa della traduzione greca del suo vero nome che era Ahmose; infatti nella letteratura viene chiamato Ahmose II per distinguerlo dal più noto Ahmose fondatore della XVIII dinastia che regnò almeno  mille anni prima.

Del suo lungo regno (42 anni secondo Erodoto ed Eusebio di Cesarea, 44 secondo Sesto Africano), quello che conosciamo lo dobbiamo a fonti greche, soprattutto ad Erodoto. Le eventuali fonti archeologiche, che sicuramente esistevano, vennero fatte scalpellare dal re persiano Cambise quando conquistò l’Egitto.

Come abbiamo descritto parlando del faraone Aprie, la sua ascesa al trono è dovuta all’acclamazione come re da parte dell’esercito composto in prevalenza da soldati di origine libica che si erano ammutinati quando vennero inviati da Aprie contro la città greca di Cirene.

Amasis era un uomo del popolo, un generale al quale l’assegnazione della corona delle Due Terre gli capitò come per caso. Aprie, che non gradì di certo la cosa mosse contro Amasis con il suo esercito composto in massima parte da greci ma venne sconfitto e catturato, lasciato libero fece un secondo tentativo ma fu nuovamente sconfitto e ucciso. Il conflitto durò non più di qualche mese e non si estese oltre il Delta nordoccidentale.

Erodoto racconta che la battaglia decisiva fu combattuta a Momemfi, mentre su una grande stele di granito rosso è scritto che essa sarebbe avvenuta a Sekhetmafka presso Terana, sul ramo canopico del Nilo.

Ormai in Egitto sono finiti i tempi in cui un faraone doveva possedere i diritti per accedere al trono, quando un esercito acclama il suo generale non c’è nulla che tenga anche perché chi si sarebbe potuto opporre alla sua ascesa? Ma Amasis non fu un despota, il suo regno fu un periodo di pace e di sviluppo economico per l’Egitto.

Dal punto di vista del commercio, l’influenza dei greci pesò in modo notevole sull’economia egizia incoraggiata e favorita dal faraone. Amasis fu soprannominato il “Filelleno” ma i mercanti indigeni ed il popolo non gradivano affatto questo stato di cose tanto che il sovrano si vide costretto a concentrare tutte le attività mercantili controllate dai greci nella grande città di Naucratis, non molto lontana da Sais. Egizi e Greci rimasero entrambi soddisfatti, Naucratis possedeva templi costruiti dalle varie comunità di coloni, prefigurava quella che sarà poi Alessandria avendo acquisito, per quei tempi, un’importanza di poco inferiore.

Questo di Amasis fu un capolavoro di diplomazia; d’altronde persino Erodoto racconta che il re era cordiale ed indulgente, doti che gli permisero di regnare per circa quarantaquattro anni.

Amasis sposò una donna di Cirene, Laodice, ed a conferma della sua propensione per i greci fece ricostruire il tempio distrutto di Delfi oltre ad elargire doni ad altri templi greci. Ahimè fu però lui l’inventore della “Dichiarazione annuale dei redditi” sia di tipo fondiario che commerciale.

Sul piano militare la situazione internazionale era tale per cui era meglio andarci cauti, Amasis non poteva permettersi di assumere iniziative bellicose piuttosto era tempo di procedere in modo molto diplomatico onde evitare ritorsioni da parte babilonese e dal crescente espansionismo persiano. Infatti da poco salito al trono dovette contrastare un tentativo di invasione babilonese nel quale le sue truppe vennero sconfitte. Il fato volle che Nabucodonosor dovette tornare in patria a causa di problemi interni che gli impedirono di invadere la valle del Nilo.

Amasis ritenne che fosse necessario un maggior controllo delle vie commerciali del Mediterraneo orientale per cui conquistò e rese tributarie alcune città dell’isola di Cipro.

Ma la pace, quella vera, era lontana. In Persia, gli Achemenidi iniziarono la loro politica espansionistica minacciando il regno di Lidia; il re Creso ottenne la protezione di una coalizione formata dall’Egitto, Sparta e Babilonia, inutilmente in quanto nel 546 a.C. Ciro II di Persia conquistò ed occupò Sardi, capitale della Lidia.

Non passarono che cinque anni ed anche Babilonia cadde sotto il dominio persiano. L’Egitto riuscì ancora a contenere gli attacchi persiani, che iniziarono nel 529 a.C., mantenendo la sua indipendenza, ma nel 526 a.C., dopo aver conquistato le città fenice per utilizzarle come basi navali, Cambise II, succeduto a Ciro II, scagliò l’attacco finale. Amasis morì poco prima dell’epilogo dello scontro e toccò a suo figlio e successore, Psammetico III subire la sconfitta.         

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
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IL FARAONE APRIE 

(HAAIBRA WAHIBRA)

Di Piero Cargnino

Alla morte di Psammetico II sale al trono il figlio Aprie (Haaibra Wahibra). Il Canone Reale gli assegna un periodo di regno che, per questa fase storica pare eccessivamente lungo; rifacendoci a Sesto Africano (che lo chiama Akmenrah) avrebbe regnato ventinove anni che pare concordare con i dati archeologici mentre Eusebio di Cesarea, come Erodoto, gliene attribuiscono ventisei.

Oltre al fatto di comparire nella lista reale, Aprie è noto perché compare su di una stele da Tebe, un coperchio di vaso da El-Lahun e su parecchi scarabei di cui uno proviene da Biblo.

Dovrebbe aver regnato sulla maggior parte dell’Egitto dato che i ritrovamenti a suo carico si trovano sparsi un po’ in tutto il paese.

La sua Grande Sposa reale pare essere stata Khaesnebu.

Dall’Antico Testamento lo troviamo citato nel libro di Geremia quando, poco dopo la sua salita al trono, il re di Giuda Sedechia, certo dell’appoggio dell’esercito egizio, si ribellò a Nabucodonosor di Babilonia. Aprie non intervenne direttamente contro l’esercito babilonese ma si limitò a sbarcare un contingente di guerrieri sulle coste siriane che attaccarono le città di Biblo, Arvad e Sidone, fedeli a Nabucodonosor.

Quando Gerusalemme venne conquistata dalle truppe babilonesi  nel 587 a.C. Apries era già tornato in Egitto con i suoi uomini. La Bibbia cita la collera del dio degli ebrei per questo mancato intervento diretto:

ma non successe nulla di tutto ciò.

Diversi profughi ebrei riuscirono a scampare e si rifugiarono in Egitto, Apries li accolse assegnandogli come insediamento l’isola di Elefantina dove gli permise anche di erigere un tempio al loro dio. Superfluo dire che la descrizione di questi avvenimenti non ci provengono da fonti egizie , o per carenza di fonti archeologiche o per scelta da parte degli egiziani; ci sono invece fornite da fonti greche, babilonesi e dalla Bibbia.

Sul fronte interno assistiamo a pochi cambiamenti, anche Aprie tenne ad esaltare, in campo artistico e religioso, la tradizione intrapresa dai suoi predecessori. Continuò a favorire la comunità greca a scapito di quella libica dove aumentò il malumore nella casta militare che si sentiva messa da parte nelle posizioni di potere.

Successe che un tempo un capo libico, Ardikran, chiese aiuto ad Aprie per attaccare un avamposto greco, la città di Cirene, fondata sulla costa libica circa 60 anni prima da un avventuriero dorico di nome Battos. Aprie accettò di aiutarlo ma essendo l’esercito egiziano composto in gran parte da mercenari greci, inviò un contingente composto da libici ed egizi. L’esercito però venne sconfitto ed i superstiti si ammutinarono. Per far fronte a questa situazione, Aprie inviò un altro esercito sotto la guida del generale Amasis, che aveva già sedato un ammutinamento di truppe greche che combattevano alla frontiera con la Nubia. Subito il suo esercito lo acclamò sovrano, Aprie armò dunque un nuovo esercito che inviò contro Amasis ma questo venne sconfitto ed Aprie fu catturato. L’usurpatore Amasis non infierì su Aprie ma lo trattò con benevolenza, ma il vecchio sovrano fece un ulteriore tentativo di recuperare il trono, sconfitto venne giustiziato.

Nonostante tutto Amasis rispettò il suo predecessore al quale riservò gli onori funebri e lo fece seppellire, rispettando i rituali, nel tempio di Neith a Sais.

Aprie fece costruire tra l’altro due obelischi gemelli di granito rosa che Roma, ovviamente, non si lasciò sfuggire. Recuperati da Sais in epoca imperiale (90 d.C.) vennero trasportati a Roma dove costituirono ornamento al tempio di Iside al Campo Marzio, il culto della dea Iside contava molti seguaci nell’antica Roma. Gli obelischi vennero abbattuti e rotti durante il periodo dell’imperatore Teodosio che perseguiva l’abolizione dei culti pagani.

Uno dei due, l’obelisco della Minerva, così è chiamato oggi, è collocato a Roma nella piazza della Minerva davanti alla Basilica di Santa Maria, è stato eretto sulla schiena di un elefante di marmo scolpito da Ercole Ferrata su disegno del Bernini nel 1667. L’intero complesso monumentale viene chiamato dal popolo il “Pulcin della Minerva” dove Pulcin sta ad indicare le ridotte dimensioni dell’elefante.

Alto 5,47 metri l’obelisco conserva sui quattro lati iscrizioni in geroglifico che dicono che fu eretto in onore del faraone Aprie.

L’obelisco gemello, anch’esso restaurato venne donato alla città di Urbino, dove si trova tutt’ora in Piazza Rinascimento di fronte alla chiesa di San Domenico, per volere del cardinale Annibale Albani, come celebrazione del pontificato di Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) in occasione del rinnovamento del tessuto urbano voluto dalla famiglia Albani.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996)

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE PSAMMETICO II  

(NEFERIBRA PSAMETEK)

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto in precedenza, Necao II non provò più ad assoggettare la Palestina, non si mosse dall’Egitto dove morì. Gli successe sul trono il figlio Psammetico II (Neferibra Psametek).

Per quanto riguarda la durata del suo regno siamo propensi a credere a quanto raccontano Erodoto e Sesto Africano che gli assegnano sei anni (dal 595 al 589 a.C.), contrariamente ad Eusebio di Cesarea il quale afferma che regnò diciassette anni.

Dopo poco più di un anno dal suo insediamento, volle subito imitare il nonno Psammetico I facendo adottare sua figlia Ankhnasneferibra dalla “Divina Adoratrice di Amon” in carica, che era Nitocris, in qualità di sua erede nel titolo. Pare che nel frattempo le sia stato assegnato anche il titolo di “Primo Profeta di Amon”, mai accordato ad una “Sposa del Dio”, ma lei non accettò quest’ultimo uffizio.

Il seppur breve regno di questo faraone ha portato spesso a sottovalutarne l’importanza nonostante i monumenti che lo riportano siano di molto più numerosi di quelli dei suoi due predecessori.

Psammetico II si trovò subito a dover affrontare i nubiani, governati dai discendenti della XXV dinastia. Armò un esercito composto prevalentemente di mercenari libici e nel 592 a.C. partì da Elefantina e, raggiunta la terza cateratta, si scontrò con l’esercito del re Anlamani (secondo alcuni era invece il fratello Aspelta) che sconfisse per poi ritirarsi nuovamente a nord della 1ª cateratta. In realtà questa spedizione è molto dibattuta e desta particolare interesse in proposito.

Dell’evento ce ne parla un’epigrafe facente parte di un gruppo d’iscrizioni greche incise su uno dei colossi di Ramses II ad Abu Simbel dove si legge:

E’ stato effettivamente riscontrato che Potasimto e Amasis ricoprirono cariche militari durante il regno di Psammetico II. Si parla di questa spedizione in Nubia anche su due stele trovate a Tanis ed a Karnak, le stele sono molto rovinate ma è possibile leggere su di una la data dell’anno 3 in cui un re indigeno fu vinto e le sue truppe massacrate, la seconda riporta che la spedizione raggiunse Pnubs.

A questo punto, se la spedizione è giunta più a sud di quanto si pensasse, è impensabile che si trattasse solo della risposta di Psammetico II ad un attacco da parte degli etiopi per riconquistare l’Egitto che avevano perso dopo la fuga di Tanutamani da Tebe. E’ invece probabile che sia stato un atto di ostilità verso l’Etiopia da parte dei Saiti, lo si deduce anche dal fatto che il nome di Taharqa e dei suoi predecessori è stato sistematicamente cancellato dai loro monumenti.

Da un papiro scritto in tardodemotico si apprende che Psammetico II intraprese una spedizione in Fenicia; questa però non sembra essere una spedizione militare ma una visita pacifica allo scopo di ampliare i commerci, tanto che vi parteciparono pure i sacerdoti di vari templi. Qualcuno avanza l’ipotesi che, più che commerciale, lo scopo principale fosse quello di tentare di recuperare parte dell’influenza perduta dopo la sconfitta del suo predecessore da parte dei Babilonesi.

Psammetico II non perse tempo, celebrò il suo giubileo dopo pochi anni di regno e per l’occasione fece erigere ad Eliopoli due obelischi di granito alti circa 30 metri dove il faraone è raffigurato in forma di sfinge con i consueti titoli onorifici.

Tra i tredici obelischi presenti a Roma, uno di questi è di Psammetico II; venne fatto trasportare a Roma dall’Imperatore Ottaviano Augusto nel 10 a.C.. Inizialmente collocato  in Campo Marzio come gnomone di un orologio solare, tra il IX e l’XI secolo l’obelisco crollò, forse a causa del terremoto dell’849 o in seguito al sacco di Roma del 1084, e  progressivamente, si interrò. Sul finire del ‘700 Papa Pio VI lo fece recuperare ed iniziò a farlo restaurare e ad erigerlo come orologio solare. Completamente restaurato venne eretto in Piazza Montecitorio dove si trova attualmente.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE NECAO II

(WAHEMIBRA NEKAU)

Di Piero Cargnino

A questo punto la storia egizia risente dell’influenza delle popolazioni straniere, si fonde col tempo con la storia del Medio Oriente e della Grecia per cui, oltre alle solite fonti egizie, che troviamo nei testi geroglifici, dobbiamo rivolgerci ad altre fonti principali.

Ci vengono in aiuto i testi cuneiformi, lo stesso Erodoto come pure Giuseppe Flavio nonché la Bibbia (Antico Testamento). In questo periodo dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a due fatti interconnessi, il crescente influsso straniero che investe tutto il paese ed il sorprendente arcaismo che troviamo nell’arte e nei testi religiosi. E’ come se, quanto più si mescolavano gli abitanti, più cresceva la nostalgia dei tempi passati, l’Antico Regno rinasceva nelle sculture, nei rilievi e nelle iscrizioni tombali che venivano ricavate dai testi delle piramidi.

Da parte loro i greci avevano dato un forte contributo ai vari eserciti egiziani ricevendo in cambio terre. Non c’è da stupirsi che ad un certo punto questi fossero più propensi a coltivare le loro terre piuttosto che fare la guerra. Esagerando e travisando la realtà, Erodoto afferma che a questi greci, chiamati “machimoi” (guerrieri), ad un certo punto venne imposto il divieto di apprendere altri mestieri che non fossero quelli delle armi, cosa ritenuta impossibile. Va comunque detto che Psammetico I ebbe sempre per i greci un occhio di riguardo sia per i militari che per i contadini, agevolò gli scambi commerciali per cui giunsero in Egitto commercianti dalla Grecia e dalla Dodecapoli ionia. Grande importanza rivestiva anche la notevole esperienza marinara dei coloni greci che con le loro navi trasportavano grano egiziano al loro paese d’origine che pagava in argento.

Alla morte di Psammetico I sul trono dell’Egitto sale il figlio, Wahemibra Nekau (Necao) che, secondo Erodoto, ci rimase per circa 16 anni, dal 610 al 594 a.C., mentre sia Eusebio di Cesarea che Sesto Africano gliene attribuiscono solo sei.

Necao II non fu meno intraprendente del padre. Sul fronte interno, forse a causa dei numerosi impegni, non eccelse in costruzioni di monumenti che sono tutt’ora molto scarsi e quasi privi di informazioni. Sempre nell’intento di incrementare lo sviluppo commerciale intraprese, già allora, un coraggioso tentativo di ampliare un canale per collegare il Mar Rosso al Nilo, precursore del futuro Canale di Suez, che però venne abbandonato e mai ultimato.

Fece costruire navi a Corinto potenziando le flotte del mediterraneo e del Golfo Persico. Fondò la città di “Per Temu Tjeku” (casa di Atum Tjeku) la moderna Tell-el-Maskhuta, presso Ismailia.

In politica estera proseguì l’azione del padre Psammetico I adoperandosi militarmente in Palestina, a fianco degli assiri, per contrastare l’ascesa della coalizione che si era costituita tra i Media e i Caldei di Babilonia. L’esercito egizio e assiro però non riuscirono ad evitare la caduta di Harran ultimo avamposto assiro. Necao II si rivolse dunque alla Palestina, il re di Giuda, Giosia, gli andò incontro:

I realtà Necao II non voleva assalire Giuda infatti disse a Giosia;

Il popolo di Giuda prese quindi Ioacaz, figlio di Giosia, lo unse e lo proclamò re al posto di suo padre. Necao II non approvò la scelta, imprigionò Ioacaz a Ribla, in seguito lo deportò in Egitto, ove morì. Al suo posto nominò re Eliakim, figlio di Giosia, e gli cambiò nome in Ioiakìm. A Giuda impose un gravame di cento talenti d’argento e di un talento d’oro che Ioiakìm, dopo aver tassato il paese, consegnò al faraone Necao.

Necao II riuscì a prendere la piazzaforte di Kadesh  sconfiggendo i Babilonesi, fu il primo faraone, dopo Thutmosi III, ad attraversare l’Eufrate.

Il successo di Necao durò solo quattro anni, succeduto al padre Nabopolassar, Nabucodonosor II attaccò l’esercito egiziano sconfiggendolo a Carchemish, prima poi ad Hamat in Siria (605 a.C.). Ma fu solo grazie al ritorno in patria di Nabucodonosor II che Necao II riuscì a tornare in Egitto coi resti del suo esercito.

Cita la Bibbia:

Intanto il re di Giuda e Israele Ioiachim si ribellò a Babilonia, Nabucodonosor lo sconfisse e lo catturò con tutta la sua famiglia ed i suoi beni e lo deportò a Babilonia. Al suo posto nominò suo zio Mattania al quale cambiò nome in Sedechia. (II Re: 24;16-17). Ma anche Sedechia si ribellò e fu così che, nell’ottavo anno del suo regno Nabucodonosor cinse d’assedio Gerusalemme che resistette per circa undici anni quindi cadde e fu invasa. Le sue case furono date alle fiamme, le mura abbattute ed il Tempio distrutto:

Alla morte di Nabucodonosor II sul trono di Babilonia salì il figlio Amel Marduk (in ebraico Ewil Merodak).

<<……..nell’anno trentasettesimo della deportazione di Ioiakìm, re di Giuda, nel decimosecondo mese, il venticinque del mese, Ewil-Merodak re di Babilonia, nell’anno della sua ascesa al regno, fece grazia a Ioiachim re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione……….>> (Geremia).

Nel 601 a.C. un contingente babilonese cercò di introdursi nel Paese delle Due Terre, ma fu bloccato alla frontiera orientale del delta del Nilo e successivamente Necao II rioccupò il centro abitato di Gaza, ma non provò più ad assoggettare la Palestina.

(1) – Per concludere la storia di questo faraone è opportuno citare quanto narra Erodoto nel libro IV delle Storie, Necao II:

Proprio il fatto che Erodoto trova maggiormente incredibile, cioè l’affermazione secondo cui nel navigare attorno all’estrema punta dell’Africa avevano visto il sole alla loro destra, dà un forte senso di verosimiglianza al racconto, perché questo, per un greco di quei tempi, era davvero piuttosto difficile da credere. Chi è sempre vissuto a nord dell’equatore è abituato a vedere il sole a sud, perciò dirigendosi a ovest vede il sole alla propria sinistra. Ma in realtà, al Capo di Buona Speranza, che si trova a sud dell’equatore, a mezzogiorno il sole è a nord, quindi a destra di chi viaggia verso ovest, ed è difficile pensare che un fatto del genere possa essere stato inventato ed azzeccato per caso.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Gianpiero Lovelli, “Necao II : il faraone che sconfisse Giosia (monarca di Giuda)”, 2016
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • La Bibbia, Watchtower bible and tract society of New York, 1967
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE PSAMMETICO I

Di Piero Cargnino

Parliamo ora della XXVI dinastia; è opinione diffusa tra gli studiosi che il vero fondatore della dinastia e quindi faraone a tutti gli effetti sia stato Psammetico I che Manetone pone invece al quarto posto.

Il suo nome, contrariamente a quanto si pensa non è straniero, gli epitomi di Manetone lo chiamano Psammetichos, ma invece deriva dell’egizio Psametek che potrebbe significare “venditore di vini di Metjek”, con riferimento ad una località non identificata. Nessuna allusione all’attualità ma solo che il nome lo troviamo nel racconto di Erodoto il quale afferma che il sovrano aveva usato come coppa per libagioni il suo elmo.

Alcuni studiosi ritengono che si tratti di un’errata trascrizione di un nome magari assiro. Gli annali assiri lo riportano come Nebuskhezibanni, qualcuno crede di poterlo identificare con un Tushamilki, che compare su un cilindro in cuneiforme, si tratterebbe di un rivoltoso al potere di Ashurbanipal aiutato da Gige di Lidia. Noi continueremo a chiamarlo Psammetico I.

Figlio di Necao I, è considerato il fondatore della XXVI dinastia con la quale inizia il “Tardo Periodo Dinastico”, regnò 54 anni secondo Sesto Africano e 45 secondo Eusebio di Cesarea; di lui testimoniano varie fonti non solo egizie ma anche assire.

Dal punto di vista archeologico Psammetico I appare in una stele di Api subito dopo Taharka; stranamente non viene fatto  alcun cenno a Tanutamani. In quel tempo la situazione in Egitto vedeva un gran numero di principi che governavano il loro piccolo territorio in modo indipendente ed aspiravano tutti a formare un’alleanza per meglio difendersi dallo straniero anziché combattersi l’un l’altro. Secondo quanto narra Erodoto, la salita al potere di Psammetico I sarebbe la logica conseguenza della guerra da lui condotta contro una lega di dodici principi egizi, che lui chiama “Dodecarchia” descrivendola, nel suo solito modo fantasioso. Tale versione non concorda con gli annali assiri.

Psammetico I in rilievo che fa offerte al dio Atum – (Ph. Osama Shukir Muhammed Amin )

Nella sua narrazione Erodoto afferma che Psammetico I dovette fuggire in Siria per scampare a Sabacos che aveva ucciso suo padre Necao I (cosa impossibile per ragioni cronologiche). Sempre Erodoto, dopo essersi dilungato nel racconto di battaglie che coinvolsero Gige, re della Licia che, aggredito dalle orde dei Cimmeri, riuscì a ricacciarle grazie all’aiuto di Assurbanipal. Forse è proprio a questi fatti, alterandoli un po’, che si riferisce Erodoto quando racconta che furono gli Ioni e i Cari, i cui soldati erano ricoperti di bronzo, ad aiutare Psammetico I a conquistare il dominio sugli altri principi del Delta.

Nulla ci parla dei primi anni di Psammetico I; le prime notizie documentate le troviamo in una grande stele scoperta a Karnak che reca una data anteriore all’anno 9 di regno del faraone, dove viene menzionato che, tramite alcune alleanze, Psammetico I si era impadronito della tebaide, garantendosi così la nomea di riunificatore delle Due Terre. La stele riferisce inoltre che, nel suo ottavo anno di regno, Psammetico I aveva inviato, con una potente flotta fino a Tebe, in quel momento governata da Montuemhat, vassallo degli assiri ora di Psammetico, sua figlia Nitocris costringendo la “Divina Adoratrice di Amon” in carica, Amenardis II, ad adottarla perché gli succedesse nel titolo allo scopo di garantirsi il controllo della tebaide.

Come già detto Nitocris, a quanto ne sappiamo, fu l’unica Divina Adoratrice ad adottare un nome Horo che la poneva sullo stesso piano del faraone.

Con il regno di Psammetico I si sviluppa l’immigrazione di popolazione greca, vengono incentivati i commerci e si innesca uno scambio di informazioni storiche che continuerà a lungo, sempre sotto il severo controllo di una campagna nazionalista seguita personalmente dal faraone stesso. Questo scambio di culture con la Grecia diventa un elemento fondamentale per lo sviluppo storico dell’Egitto.

In primo luogo, grazie alle testimonianze greche, diventa possibile un collegamento degli avvenimenti egiziani con quelli della Grecia; in secondo luogo porta alla nascita di un’impostazione monetaria, assente in Egitto, necessaria per pagare i mercenari greci.

Si iniziò a sviluppare, anche in campo letterario, l’uso della forma di scrittura demotica, in precedenza adottata come una sorta di stenografia. Anche nella religione avvennero radicali cambiamenti fondati soprattutto sulla “Teogonia Menfita” circa la creazione del mondo e sui rapporti tra gli dei. Non ultimo venne ampliato l’uso delle “Ipostasi” animali di divinità e venne definitivamente allontanata dal pantheon ufficiale la figura di Seth.

Nel 653 Pasammetico I riesce a scacciare gli ultimi residui delle guarnigioni assire portando così a termine la tanto agognata riunificazione dell’Egitto. Secondo alcuni Psammetico I avrebbe inseguito gli assiri fino ad Ashdod, in Palestina, però non esiste la certezza che ciò sia realmente avvenuto, gli assiri probabilmente si sarebbero ritirati senza confronti militari vista la debolezza in cui versava il loro esercito.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Divenuto sovrano di tutto l’Egitto Psammetico I trasferì la sua capitale a Menfi da dove iniziò una severa riorganizzazione dello stato. Dapprima fece ampliare il Serapeo di Saqqara indi rivolse la sua attenzione allo sviluppo del commercio grazie alla presenza di mercanti fenici e greci che svolsero un ruolo fondamentale per le sorti dell’economia del paese al punto che Psammetico I concesse loro il permesso di fondare una loro città, Naucrati, sul ramo canopico del Nilo.

In politica non destituì i principi locali a lui fedeli come Mentuhemat di Tebe o Samtutefnakht di Eracleopoli, ma dove era necessario insediò nelle varie province governatori di nomina reale. Riorganizzò l’esercito su base nazionale anche attraverso provvedimenti di coscrizione obbligatoria pur mantenendo inquadrati i mercenari greci, fenici ed ebrei. A protezione delle frontiere schierò truppe libiche sul fronte nubiano e truppe greche al confini occidentale e orientale.

Al fine di contrastare un tentativo di invasione da parte degli Sciti, nel 629 a.C. inviò l’esercito ad Ashdod in Palestina; nel 616 a.C., preoccupato che l’alleanza tra i Media e Babilonia potesse costituire una futura minaccia per l’Egitto, Psammetico I intervenne a fianco degli assiri per evitare che questa ne cadesse preda.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I – (Ph. by Maurizio Zulian)

Recentemente al Cairo, durante degli scavi in un’area dove sorgeva l’antica Heliopolis, è stata rinvenuta una colossale statua in quarzite, in origine alta 8 metri. Dalla forma, anche se è completamente frammentata, in un primo tempo si pensò fosse appartenuta al faraone Ramses II ma poi è stato accertato che si tratta in realtà del faraone Psammetico I.  

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL “FARAONE” NECAO I

Di Piero Cargnino

Stando a Manetone la XXVI dinastia inizia con due insignificanti e semisconosciuti sovrani, ma a quanto si evince dalle scarse testimonianze che si posseggono, questi erano solo principi locali che governavano ancora a Sais.

Secondo le opinioni degli studiosi neppure il terzo citato da Manetone, Necao I di Sais, il quale assunse titoli faraonici, sarebbe da considerare iniziatore della dinastia, alcuni lo considerano un “proto-saita” niente di più. Questo sovrano lo troviamo citato in diverse forme il cui nome varia a seconda delle fonti comunque tutte derivate dall’egizio “Nekau”, i soliti Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea lo riportano come Nechao, negli annali assiri lo troviamo come Niku, altrove la possiamo trovare anche come Neko.

Si pensa che fosse figlio di Tefnakht ed, in quanto signore di Sais, si sia autoproclamato faraone nonostante la maggior parte degli storici tende a fare di suo figlio Psammetico I il reale fondatore della XXVI dinastia. Per quanto riguarda Necao I abbiamo già parlato in precedenza, fu coinvolto in un complotto contro Ashurbanipal che sgominò i rivoltosi e catturò Necao portandolo a Ninive. Dopo essere stato graziato, Assurbanipal, impegnato a combattere altrove, lo reinsediò come governatore a Sais, contando sulla lealtà di un alleato egizio.

Tra i pochi reperti archeologici relativi a questo faraone spicca una tavoletta in ceramica smaltata che raffigura Horus con i cartigli di Necao. Secondo gli storici Necao I morì nel 664 a.C. presso Menfi combattendo contro gli ultimi tentativi kushiti di impadronirsi del Delta. 

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

IL TARDO PERIODO DINASTICO

Di Piero Cargnino

Con il termine “Tardo Periodo Dinastico” si intende quel periodo della storia egizia che segue la XXV dinastia. Comprende le dinastie dalla XXVI alla XXXI, e costituisce un’epoca particolare per l’Egitto che perde definitivamente la sua autonomia a causa delle diverse invasioni straniere che si susseguono nell’occupazione del territorio.

Con la fine della XXV dinastia, sconfitta da Ashurbanipal, la potenza degli assiri era al suo apogeo. Il re assiro aveva sconfitto ovunque i regni della regione mesopotamica ma da qui ad essere tranquillo ce ne vuole. I monarchi sconfitti erano troppo fieri della loro indipendenza per sopportare troppo a lungo l’occupazione straniera.

Fu il regno di Elam, nell’attuale Iran occidentale, il primo a sollevarsi contro l’invasore, intorno all’VIII sec. a.C., ma Ashurbanipal contrattaccò subito e  conquistò Elam per la terza e ultima volta giungendo fino alla capitale Susa che saccheggiò e incendiò. Superato da poco questo pericolo, il fratello di Ashurbanipal, il traditore Shamashshumukin, sovrano semiindipendente di Babilonia, si coalizzò con numerosi stati confinanti i quali si rivoltarono contro l’oppressore assiro.

A questo punto si presentò per gli assiri un grosso problema per quanto riguarda il possesso del Delta del Nilo a causa della scarsità di truppe che poteva ivi lasciare. Si trattava dunque di fidarsi dei governatori locali, da lui stesso nominati, metodo usato in precedenza dal sovrano Esarhaddon.

Ashurbanipal scelse dunque Necao, principe di Sais, che aveva in precedenza catturato e tradotto a Ninive, tuttavia Necao, unico tra i congiurati, venne graziato da Assurbanipal che aveva riconosciuto in lui un uomo abile e intraprendente tanto che, coi tempi che correvano lo reinsediò a Sais, gli perdonò la sua ribellione, lo coprì di doni, vesti, gioielli e altri tesori e suo figlio Psammetico venne fatto signore di Atribi.

Manetone lo pone come terzo re della XXVI dinastia saitica ponendo davanti a lui due misteriosi, e non meglio identificati sovrani, Stephinates e Nechepsos.

A questo punto, prima di affrontare la storia dei faraoni che appartengono alla XXVI dinastia è necessario fare chiarezza tra le varie notizie di cui disponiamo. Manetone, per mezzo di Eusebio da Cesarea, riporta come primo sovrano della dinastia Ammeris l’Etiope. Non esistono dati archeologici ai quali sia possibile collegare questo nome. Poiché Manetone lo chiama l’Etiope ciò porta a pensare che costui fosse un comandante militare nubiano di Shabaka (XXV dinastia) che l’avrebbe posto al governo della città di Sais dopo la sconfitta di Boccoris (XXIV dinastia).

Sempre Eusebio da Cesarea, riportando Manetone pone al secondo posto nella XXVI dinastia un certo Stephinates che, come sopra, non compare su alcun reperto archeologico. contrariamente ad Eusebio, Sesto Africano, che ignora Ammeris, lo pone invece come fondatore della XXVI dinastia. Secondo alcuni autori l’assonanza del nome Stephinates (forma grecizzata) con quello egizio di Tefnakht farebbe pensare che questi avrebbe potuto essere allacciato all’antica casata che governava da tempo la città di Sais, forse un parente discendente del primo Tefnakht oltre che uno dei suoi successori al governo di Sais. In questo caso potrebbe aver regnato in posizione di vassallaggio più o meno indipendente dalla XXV dinastia e, sempre secondo Manetone, aver lasciato il governo al suo successore Nekaub (o Necheopsos) che, secondo Kim Ryholt sarebbe il padre del futuro Necao.

Anche Nekaub, che Manetone pone al terzo posto nella XXVI dinastia, lo troviamo solo in Sesto Africano e Eusebio da Cesarea, per una volta concordi nel chiamarlo Necheopsos ed assegnargli un regno di sei anni.

Dopo tutte queste notizie è opportuno dire che per la maggior parte degli studiosi nessuno dei tre sopra citati abbiano ricoperto un ruolo di sovrani della XXVI dinastia ma siano stati semplicemente principi di Sais vassalli della XXV dinastia. 

Fonti e bibliografia:

  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

LA DINASTIA DELLE DIVINE ADORATRICI DI AMON

Di Piero Cargnino

Per secoli il titolo di “Sposa del Dio” era riferito alla moglie del faraone con un valore religioso mai chiaramente spiegato.

Il titolo di “Divina Sposa di Amon” (Hemet Netjer) fu introdotto durante la XVIII dinastia come titolo onorifico e costituiva un privilegio della regina o di principesse rigidamente appartenenti alla famiglia Reale (salvo rare eccezioni), con il quale venivano insignite le mogli, le madri o le sorelle del sovrano, quali sacerdotesse di Amon. La presenza della Divina Sposa di Amon sul palco per la Festa Sed era indispensabile, il suo compito prioritario era quello di “soddisfare la potenza creatrice del dio”.

La prima “Divina Sposa di Amon” fu Ahmose Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ahmose I, iniziatore della XVIII dinastia. Spesso il titolo veniva tramandato da madre a figlia come nel caso della regina Hatshepsut e di sua figlia Neferure, che andrà poi sposa a Thutmosi III. Il titolo cadde in disuso verso la fine della dinastia con lo scisma amarniano di Akhenaton, ma fu poi ripreso, in forma più che altro onorifica già dalla XIX dinastia.

Per tutta l’epoca Ramesside il faraone tornò ad esercitare in piena autonomia il potere che gli era riconosciuto. Con l’avvento della XXI dinastia, nota come la “Dinastia dei Profeti di Amon”, l’incoronazione di un sacerdote quale “Primo Profeta di Amon”, ingenerò l’assunzione di un maggior potere da parte del clero tanto che si può parlare di Teocrazia.

A questo punto anche la casta delle “Divine Spose di Amon” ne trasse beneficio. Al titolo originario venne loro attribuito anche quello di “Divina Adoratrice di Amon” (Dwat Netjer), carica che col tempo si evolvette al punto da divenire indipendente persino dal faraone stesso. Quest’ultimo titolo veniva attribuito in un primo tempo a una figlia del faraone ma, venendo meno il potere centrale, iniziò ad essere attribuito ad una figlia del Primo Profeta, e fu proprio con la nomina a Divina Adoratrice della figlia di Pinedjem I, Primo Profeta di Amon durante la XXI dinastia, che si creò un vero e proprio regolamento che prevedeva che le Divine Adoratrici di Amon dovevano restare nubili e vergini a vita.

Ad esse veniva attribuito il potere di consacrare monumenti e celebrare i rituali, godevano inoltre del privilegio di possedere lussuose dimore dove erano accolte le giovinette destinate a succedergli alle quali venivano impartite vere e proprie lezioni per la loro formazione futura. A dimostrazione dei benefici che il titolo comportava basta pensare che la Divina Adoratrice possedeva enormi ricchezze, controllava un gran numero di funzionari e, come solo al faraone era permesso, poteva fare offerte agli dei.

Solo le giovani gradite al faraone potevano ambire a tale titolo e per essere certi che ciò si verificasse il titolo poteva essere tramandato esclusivamente per adozione del successore da parte della Sposa del dio in carica e aveva carattere ereditario, in quanto una Divina Adoratrice non poteva essere sostituita.

Una volta investita dell’incarico alla nuova Sposa veniva consegnato un cartiglio con il suo nuovo nome derivato sempre dalla radice di Mut, in onore alla sposa celeste del Dio.

Gli attributi principali della Divina Adoratrice in carica li riscontriamo in numerosi rilievi dove appaiono nella loro ampia risonanza: “mano del dio” (in egizio: Djeret Netjer); “colei che rallegra la carne del dio”; “colei che si unisce al dio”; “colei che ha la gioia di vedere Amon”. Ma sarà solo durante il Terzo Periodo Intermedio, in particolare sotto la XXV dinastia che il titolo assumerà un’importanza assai rilevante, oltre al potere religioso, che già possedevano, le “Divine Adoratrici di Amon” acquisirono un notevole potere politico di controllo su Tebe, città sacra al dio Amon, e sulla regione circostante soppiantando quello precedente del “Primo Profeta di Amon”, provvedimento che i sovrani adottarono nell’intento di limitare lo strapotere dei sacerdoti.

Al fine di valorizzare ulteriormente il loro potere venne disposto che il loro nome venisse inscritto in un cartiglio, simbolo della regalità. Basti pensare che la Divina Adoratrice Nitokris I giunse persino ad adottare la titolatura regale attribuendosi un nome Horo. Anche se limitato alla sola regione di Tebe, durante la XXV dinastia, indipendentemente dal caos in cui versava l’Egitto, la tebaide mantenne la sua notevole autonomia sotto il governo delle “Divine Adoratrici di Amon” che costituivano quella che molti chiamano la “Dinastia delle Divine Adoratrici di Amon”.

Ritengo doveroso citare almeno i nomi di queste fiere donne che seppero, anche nei momenti più difficili, reggere il governo della tebaide, cosa che uomini guerrieri non seppero fare: Shepenupet I,  Amenirdis I, Shepenupet II, Amenirdis II, Nitocris I, Ankhnesneferibra, Nitocris II. Tanto gli è dovuto. Con l’avvento della XXVI dinastia i Persiani restituirono il titolo a fanciulle vergini, nate da famiglie locali.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • Christian Jacq, “Le donne dei faraoni”, Mondadori, 1998