IL DIADEMA DELLE TRE MOGLI STRANIERE DI TUTHMOSE III
Con l’inizio del Nuovo Regno e con il superamento del periodo di ristrettezza legato alla guerra per la cacciata degli Hyksos e la riunificazione della Due Terre la produzione orafa riprese con estremo vigore, segnando l’apogeo della potenza egizia.
Soprattutto nel Nuovo Regno l’espansione territoriale dell’Egitto determinò l’ingresso nell’harem del sovrano di molte principesse orientali, che portavano con sé il proprio seguito introducendo a corte nuove conoscenze e usanze.
Alcune erano figlie di vassalli inviate a corte in segno di sottomissione e lealtà, altre invece, il cui padre era un re potente, giungevano in Egitto per siglare accordi ed alleanze attraverso un matrimonio diplomatico con il sovrano; da quel che si sa dalle fonti a nostra disposizione, esse rivestivano di solito il ruolo di mogli secondarie e risiedevano nell’harem reale con il proprio seguito e conducevano una vita agiata ma non sfarzosissima.
Questo diadema appartenne ad una delle tre mogli straniere di Tuthmose III (probabilmente siriane) che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, nella zona a sud-ovest di Malqatta utilizzata come necropoli per donne e bambini reali all’inizio della XVIII dinastia.
Essa venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono e dispersero gli oggetti sopravvissuti sul mercato antiquario, dove vennero in parte recuperati; Howard Carter ne acquistò un nutrito lotto per Lord Carnarvon, la cui vedova in seguito li cedette al Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti.
Thutmose III aveva fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro, un sistro; le loro mummie, deterioratesi a causa dell’acqua piovana che nei secoli era penetrata nella tomba, indossavano sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi.
Il diadema in oro lungo 48 cm. è conservato al Metropolitan Museum di New York (Inventario 26.8.99) ed è costituito da una fascia a “t” decorata da sei rosette del diametro di 2,3 cm. composte da dodici petali ed intarsiate in corniola e pasta di vetro turchese e blu terminante con protomi feline dotate di un foro attraverso il quale passava il nastro che consentiva di allacciarlo dietro il capo.
Sotto le gazzelle vi sono sette anellini dai quali, probabilmente, pendevano ornamenti frontali oggi scomparsi.
Esso si ispirava al modello più arcaico ed era stato “modernizzato” con l’aggiunta sulla parte frontale di due teste di gazzella, elemento decorativo di origine asiatica associato al sole, alla fertilità e alla rinascita e nel corso della XVIII dinastia riservato alle donne reali di rango secondario in sostituzione dell’ureo o dell’avvoltoio, prerogativa delle spose principali.
L’immagine del manichino che indossa il diadema è stata pubblicata su “The treasure of three Egyptian princesses” di H. E. Winlock, Metropolitan Museum of Art (New York, N.Y.), 1948.
La fine del Medio Regno vide il progressivo indebolimento del potere centrale e lo stanziamento nel Delta degli Hyksos, una popolazione di origine probabilmente semita che nell’arco di mezzo secolo estese il proprio dominio in tutta la parte settentrionale dell’Egitto fino a Menfi, costituendo uno stato autonomo con capitale Avaris e relegando i governanti Egizi nel Sud del paese.
La convivenza tra i locali e gli invasori fu per molti anni abbastanza pacifica: questi ultimi assimilarono la cultura locale e vi infusero elementi della propria, quali l’uso del carro da guerra e del cavallo, il telaio verticale, la coltura dell’olivo, la lavorazione del bronzo, nuovi tipi di pugnali e spade, l’arco a lunga gittata.
L’influenza Hyksos in campo artistico invece fu modesta ed emerge solo nella decorazione dei palazzi recentemente riportati alla luce ad Avaris, ispirata all’iconografia minoica, e in alcuni oggetti in stile asiatico rinvenuti nel corso degli scavi, come questo originale diadema, risalente alla XV dinastia, rinvenuto probabilmente a Salhiya, nei pressi di Avaris ed oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York (Accession Number : 68.136.1).
Esso è realizzato in elettro (una lega naturale di argento e oro proveniente dal Deserto Orientale), è alto più di 1 cm., lungo 49,5 cm. ed è decorato con quattro teste di gazzella dalle corna sottili (simbolo di rigenerazione poiché cadono e ricrescono periodicamente) e con una testa centrale alta 8,9 cm. (forse di daino persiano già raro in Egitto in epoca faraonica) alternate a quattro rosette con petali appuntiti, forse ninfee.
Questa decorazione è tipicamente asiatica ma l’oggetto è stato realizzato secondo una tecnica egizia, il che induce a ritenere che fosse di produzione locale e quindi che appartenesse ad una nobile Hyksos oppure ad una principessa straniera andata in sposa ad un faraone per consolidare i legami di amicizia tra il suo popolo e le Due Terre.
FONTI:
ARNOLD D., An Egyptian Bestiary, in The Metropolitan Museum of Art Bullettin, Spring 1995
I sovrani egizi continuarono ad utilizzare i diademi tradizionali, derivati dalle fasce per tenere i capelli lontani dal viso: quello raffigurato nelle fotografie allegate appartenne sicuramente ad un re perchè reca sulla fronte l’ureo in oro e perchè la sua raffinata fattura lo indica come opera degli orafi di corte; a ciò si aggiunga il suo notevole valore venale; esso infatti è realizzato in argento, metallo considerato più prezioso dell’oro perché in Egitto si estraeva in piccola quantità e la maggior parte di quello disponibile derivava dal commercio o era bottino di guerra oppure tributo di paesi sottomessi.
La fascia del diadema imita il lino delle originarie fasce per trattenere i capelli anche nei motivi decorativi a linee verticali, è ricavata da una foglia d’argento martellata dello spessore di mm. 1 o 1,5 mm. ed un diametro di cm. 18; le estremità sono saldate insieme e il “nodo” è nascosto da due fiori di ninfea intarsiati con pasta vitrea blu; i lunghi nastri pendenti sul retro sono costituiti ciascuno da due strisce di foglia d’argento; all’interno di essi sono stati rinvenuti frammenti di lino, probabilmente i residui delle bende che avvolgevano la testa della mummia sulla quale è stato trovato l’ornamento.
Il diadema venne alla luce nel 1827 in una sepoltura di Dra Abu el-Naga, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, nella necropoli dei sovrani della XVII dinastia tebana; qui gli abitanti del luogo rinvennero le tombe ed i sarcofagi in stile rishi di Nubkheperre Antef, Sekhemre-Heruhermaat Antef e Sekhemre-Upmaat Antef.
Foto: Sailko, CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons
L’esatta linea di successione dei tre sovrani è tuttora controversa, ma probabilmente Nubkheperre Antef, ritenuto il proprietario del diadema, era il fratello ed il successore di Sekhemre-Wepmaat Antef poiché sul sarcofago di quest’ultimo, ora al Louvre (E3019), si trova un’iscrizione che specifica che esso gli era stato donato da suo fratello il re Antef, il quale, quindi, essendosi preso cura della sua sepoltura secondo la tradizione doveva essere il suo erede.
I tombaroli dispersero i beni rinvenuti, alcuni dei quali furono venduti a collezionisti occidentali; il sarcofago attribuito a Nubkheperre Antef fu acquistato da Salt, che poi lo cedette al British Museum (numero di catalogo EA 6652), mentre il diadema giunse al Rijksmuseum van Oudheden di Leida nel 1828 come parte della collezione di Jean d’Anastasi e qui si trova tuttora con il numero di catalogo AO11a-2 Oggi si dubita del fatto che sia appartenuto a questo Antef: esso si trovava indosso alla mummia sul cui sarcofago erano incisi testi a nome di quest’ultimo, ma lo scarabeo del cuore era destinato ad un faraone chiamato Sobekemsaf, che regnò nel corso della XVII dinastia; è quindi possibile che la mummia di Sobekemsaf fosse stata collocata nel sarcofago di Antef, o che i tombaroli locali avessero spacciato i predetti reperti, provenienti da differenti sepolture, come facenti parte di un unico corredo al fine di renderli più appetibili per gli acquirenti ed aumentarne il prezzo.
Anche questo diadema d’argento risale al Secondo Periodo Intermedio; esso è del tutto simile a quello di Antef che abbiamo visto qui sopra, ma visto che reca due urei anziché uno solo, prerogativa del re, appartenne certamente ad una regina.
Tale convenzione si affermò in quest’epoca e divenne usuale con la XVIII dinastia; sono sopravvissute infatti immagini di Ahmose-Nefertari, di Tiye, di Nefertiti e di Nefertari che indossano diademi adornati con il doppio ureo.
Rilievo raffigurante Tiye, grande sposa reale di Amenhotep III, che indossa il doppio ureo
Il reperto, di provenienza sconosciuta, venne donato allo Yorkshire Museum di York che nel 1953 lo cedette a privati; riapparve poi in una vendita di Christie’s nel 2015, quando fu acquistato dall’attuale proprietario, lo sceicco Hassan al-Sabah del Kuwait.
Esso non reca segni di usura, per cui verosimilmente aveva un uso meramente funerario; potrebbe provenire dalla tomba della regina Montuhotep, ritrovata intatta tra il 1822 ed il 1825 a Dra Abu el-Naga da alcuni scavatori locali oppure da quella della regina Sobekemsaf, che nel 1890 fu scoperta inviolata ad Edfu da alcuni contadini.
Montuhotep era la moglie di Djehuty, un re della XVI dinastia tebana che regnò meno di un secolo prima di Antef, e fu sepolta in un grande sarcofago dipinto con i primi esempi conosciuti di formule tratte dal Libro dei Morti, che vennero ricopiati da John Gardner Wilkinson prima che esso e la mummia che conteneva andassero perduti.
Sobekemsaf era la moglie dello stesso Antef e fu sepolta nella sua città natale con un sontuoso corredo funerario, che comprendeva un ciondolo d’oro, due braccialetti con distanziatori d’oro recanti figure di gatti ed i nomi dei reali coniugi incisi a graffio sulla base ed un anello d’oro con uno scarabeo di lapislazzuli, sulla cui montatura era inciso il nome di Antef; nel 1924, un collezionista privato donò l’anello e i distanziatori al British Museum, dove si trovano ancora oggi.
Statua di Nefertari sulla facciata del tempio minore di Abu Simbel con il doppio ureo
L’oreficeria raggiunse in Egitto l’apice della sua evoluzione nel corso della XII dinastia grazie alla conquista dei territori a sud del paese fino alla seconda cataratta del Nilo ed al conseguente afflusso di grandi quantitativi di oro dalla Nubia.
Gli scavi condotti da Jacques de Morgan nel 1894 a Dashur, presso le piramidi di Sesostri III hanno permesso di riportare alla luce tombe di principesse (forse in origine piccole piramidi), all’interno delle quali, nascosti in nicchie, sono stati rinvenuti cofanetti in ebano ormai deteriorati che contenevano i gioielli appartenuti a Sithathor e Mereret, miracolosamente sfuggiti agli antichi razziatori che già nell’antichità avevano profanato e saccheggiato le sepolture. L’anno successivo, scavando presso la piramide di Amenemhat II rinveniva le tombe e i gioielli delle principesse Iti e Khnumet.
Nel 1914 Flinders Petrie e Guy Brunton, indagando ad El-Lahun il complesso piramidale di Sesostri II scoprirono la sepoltura a pozzo della principessa Sithathoriunet (“Figlia di Hathor di Dendera”), probabilmente figlia e moglie di quel faraone, sorella di Sesostri III e defunta dopo l’ascesa al trono del nipote Amenemhat III (1860 a.C. o 1846 a.C.), dato che nella sua tomba furono rinvenuti oggetti recanti il nome di questo sovrano.
All’interno si trovavano solo il suo sarcofago in granito rosso e una serie di vasi canopi; anche in questo caso tuttavia la fretta impedì ai ladri di trovare i cinque cofanetti con la parte più preziosa del corredo funerario comprendente gioielli, uno specchio, rasoi e vasetti per cosmetici, nascosti in una nicchia nel muro poi intonacata.
Tra i fantastici oggetti si trovava anche il diadema della fotografia, che rappresenta evidentemente l’evoluzione preziosa di quello indossato più di sette secoli prima da Nofret.
Esso è costituito da una fascia circolare d’oro decorata al centro con un ureo eretto e con rosette lavorate a cloisonné e costituite ognuna da quattro fiori di ninfea che si incontrano al centro con quattro foglie della stessa pianta inserite negli spazi tra loro.
Nell’antico Egitto queste piante acquatiche erano associate alla rinascita, al sole, alla potenza di Ra e per la loro simmetria radiale anche alle stelle.
Dalla parte centrale posteriore del diadema si levano due penne rimovibili e dal lato inferiore pendono sei bande ritagliate in lamina d’oro, fissate in modo da poter oscillare liberamente.
L’ureo è in oro, anch’esso mobile, ed è intarsiato con lapislazzuli, corniola e forse amazzonite ed ha gli occhi di ossidiana, mentre le rosette sono intarsiate con lapislazzuli, corniola e faience verde o amazzonite.
Il diadema era destinato ad essere indossato sopra una parrucca composta da decine di lunghe ciocche trattenute da fascette in oro.
L’oggetto si trova ora al museo del Cairo (n. di catalogo JE 44919), mentre la maggior parte del corredo, inizialmente offerto da Petrie al British museum, fu alla fine acquistato dal Metropolitan Museum di New York ove è tuttora esposto.
IL DIADEMA DI SENEBTISI
Anche questo fragile diadema di filo d’oro unico nel suo genere, decorato sulla fronte con uno strano ornamento nel quale alcuni studiosi vedono un doppio ureo stilizzato, risale al primo Medio Regno ed appartenne a Senebtisi, una donna vissuta intorno al 1800 a.C. (XII dinastia), nota solo per il suo ricco corredo tombale, trovato nel 1907 a Lisht nord, fossa 763, da una missione del MET di New York, ove oggi esso si trova (Numero di adesione: 07.227.6lA). La sua tomba inviolata si trovava in una camera sotterranea posta in fondo ad un pozzo funerario che sorgeva vicino al complesso di Senwosert, visir di Senwosret I ed Amenemhat II, per cui si è ipotizzato che potesse essere sua figlia. In realtà i suoi beni non hanno fornito indizi sull’identità dei suoi genitori o di suo marito, nè sull’importanza della sua famiglia; ella viene semplicemente definita come Sathapy (figlia di Apis) e Signora della casa, ma la tomba era così ricca da escludere che potesse appartenere ad una persona comune. La mummia di Senebtisi era stata inumata in tre sarcofagi di legno mal conservati, il più interno dei quali antropoide, ed indossava tre ampi collari, bracciali, cavigliere, diverse collane di perline ed aveva allacciata alla vita una cintura dalla quale pendevano file di perline; nella tomba furono altresì rinvenute armi e insegne reali; accanto ai sarcofagi, in una nicchia, si trovava una cassa con i quattro vasi canopi ed ai piedi di essi erano stati deposti molti vasi di terracotta. Nella tomba sono state rinvenute anche molteplici rosette decorative in lamina d’oro, che in passato si pensava fossero decorazioni per parrucche.
Le rosette in lamina d’oro
Uno studio dettagliato delle fotografie della sepoltura le mostra raggruppate, suggerendo che fossero cucite su un pezzo di stoffa arrotolata o piegata, piuttosto che distanziate sui capelli. Le rosette erano simboli stellari associati in particolare alle donne, e venivano usate per decorare finte pelli di leopardo e mantelli o drappi funerari (si veda, ad esempio, il drappo di Tut decorato di stelle). Date le loro piccole dimensioni sembra molto probabile che provenissero da un mantello.
L’ipotetica ricostruzione dell’acconciatura di Senebtisi (fotografia di Albert Shoucair per il libro Jewels of the Pharaohs di Cyril Aldred, 1971. Thames and London Limited)
Come si è già detto, una ventina di anni prima della scoperta della tomba di Sithathoriunet da parte di Petrie, Jacques de Morgan aveva riportato alla luce a Dashur le sepolture di quattro principesse del Medio Regno, tra le quali quella inviolata di Khnumit, figlia di Amenemhat II presso la cui piramide aveva trovato l’estremo riposo e forse sorella e moglie di Sesostri II.
Il primo diadema di Khnumit
In un annesso alla camera sepolcrale vennero rinvenuti i canopi, resti di offerte ed il corredo funerario che comprendeva vasetti per cosmetici ed altri oggetti di uso personali, oltre a meravigliosi gioielli, tra i quali i due diademi policromi sotto rappresentati, “eredi” di quelli in voga nella IV dinastia.
L’immagine pubblicata nel giornale “L’Illustration” dell’11 maggio 1895 raffigurante De Morgan al momento della scoperta del diadema.
Il primo (foto in alto) è formato da dieci fili d’oro intrecciati, con applicazioni di numerosi fiorellini a cinque petali simili a stelle (ed al geroglifico che la rappresenta) in turchese e granelli tondi in lapislazzuli, a loro volta fermati da sei motivi cloisonnés a forma di croce di Malta con i bracci a forma di ninfea in turchese ed il cuore in cornalina.
Esso è esposto al Museo del Cairo, con il numero di inventario JE 31104 – CG 52859
Il secondo diadema di Khnumit
Il secondo era destinato probabilmente ad uso cerimoniale, presenta motivi floreali e campanule stilizzate, lavorate con paste vitree e pietre dure ed è esposto al museo del Cairo, n. di inv. CG 52860.
Per una dettagliata descrizione rimando al post di Grazia Musso sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-diadema-della…/; richiamo semplicemente l’attenzione sul piccolo avvoltoio ad ali spiegate al centro del diadema (nella foto non si vede tantissimo, è sullo sfondo), emblema reale destinato ad apparire sulla fronte della principessa e personificazione della dea Nekhbet.
Esso tiene in ciascun artiglio un segno shen simbolo di eternità, decorato al centro con una corniola; il dorso e le ali sono costituiti da un’unica lamina d’oro, leggermente curvata ed incisa sia all’esterno che all’interno, mentre la testa, il corpo e le zampe sono cavi e realizzati separatamente; è sopravvissuto solo uno dei due occhi di ossidiana.
Aggiungo infine che probabilmente erano previsti anche pennacchi decorativi, in quanto nella parte anteriore del diadema, dietro ad un fiore di giunzione, è saldato un tubicino destinato al loro inserimento.
IL DIADEMA DI ABISHEMU, RE DI BYBLOS
Diadema di Abishemu, re di Byblos, conservato a Beirut presso il Museo Nazionale. La fotografia enfatizza l’oggetto in modo notevole. In realtà si tratta di una lastrina sottile in oro lunga circa 15 cm. ed alta non più di 1,5 cm., evidentemente destinata ad essere legata sulla nuca con un cordino o altro. Essa è decorata a sbalzo con un fregio composto da segni ankh, djed e was; sopra di essa si erge un ureo in argento niellato in oro. Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001
I sovrani egizi continuarono anche durante il Medio Regno ad utilizzare i diademi tradizionali a fascia, simbolo del loro potere in quanto sormontati dall’ureo, e tale manifestazione di regalità venne adottata anche dai monarchi di alcuni piccoli regni sui quali l’Egitto esercitava la propria supremazia.
Il diadema sotto raffigurato appartenne ad Abishemu, sovrano della città-stato fenicia di Byblos, che sorgeva in Libano, nei pressi dell’odierna Jbeil; verosimilmente fu vassallo dell’Egitto tra la fine della XII e l’inizio della XIII dinastia, quando sul trono delle Due Terre sedeva Amenemhat III.
In quell’epoca la città stabilì importanti legami commerciali con la Mesopotamia, l’Anatolia, Creta e l’Egitto e gli artigiani locali crearono manufatti di grande raffinatezza, adottando motivi artistici provenienti dalle culture limitrofe.
Pettorale d’oro cesellato, ad imitazione di un ousekh egizio che risale ad un’epoca compresa tra il 2100 ed il 1550 a. C. circa. Esso è decorato con un falco che tiene due segni shen negli artigli ed ha le ali spiegate; fu ritrovato nella tomba della nocropoli reale di Byblos appartenente al re Ip Abi Shemu. H: 12 cm.; L.: 20,5 cm. Museo del Louvre, Parigi. Numero di inventario AO 909 Immagine a questo link: https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010169781
L’influenza più significativa venne esercitata dall’Egitto, in quanto i signori di Byblos assunsero a modello la monarchia faraonica, adottarono i titoli reali ed amministrativi egizi, la scrittura geroglifica ed alcune tradizioni religiose e sfoggiarono i beni di lusso che venivano importati dalle Due Terre o fatti copiare dalle maestranze locali.
Nelle necropoli e nei templi infatti sono stati scoperti numerosi reperti di provenienza o in stile egizio e doni preziosi inviati da Amenemhat III allo stesso Abishemu e da Amenemhat IV al successore di costui Ip Shemu Abi.
La tomba di Abishemu (individuata dal numero I ed attribuita a lui per il ritrovamento al suo interno di frammenti di terracotta con il suo nome, scritto in geroglifici) venne casualmente alla luce il 16 febbraio 1922, quando forti piogge provocarono una frana nella scogliera costiera di Jbeil.
Essa si ispirava alle mastabe egizie ed era costituita da una sovrastruttura a forma di parallelepipedo, oggi praticamente scomparsa, con una base in pietra e malta nella quale si apriva l’ingresso di un pozzo funerario che conduceva alla camera sepolcrale sotterranea.
Retro di un pettorale in oro in origine lavorato a cloisonnée (ora gli intarsi sul recto sono completamente perduti) rinvenuto nella Tomba I a Byblos ed oggi custodito al Museo Nazionale di Beirut. Anche questo oggetto è di evidente produzione egizia ed ha un fine protettivo, garantito dai molteplici simboli che sono incisi su di esso. La decorazione è speculare e comprende l’immagine della dea Hathor raffigurata come la vacca sacra che nutre il faraone con il suo latte divino, offrendogli energia e protezione. La dea reca sul dorso il cartiglio con il nome di intronizzazione di Amenemhat III (Nemaatra). Sopra di esso la dea Wadjet in forma di cobra e l’occhio udjat, simbolo di prosperità, del potere regale e di buona salute, che la rappresenta ed un fiore di ninfea, emblema araldico dell’Alto Egitto. Al centro dal basso uno scettro was ed un segno ankh dividono due immagini del faraone bambino che mostra affetto filiale nei confronti della dea Hathor, sormontato da un disco solare dal quale si dipartono due urei e due segni ankh, le corna e le due piume simbolo di Amon fiancheggiate da uno stelo di papiro, emblema araldico del Basso Egitto. Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001
Scavi successivi permisero a Pierre Montet di scoprire altri otto sepolcri attribuibili ai re che governarono la città tra il XIX e l’XI secolo a. C. e che furono denominate con i numeri da II a IX; le più antiche (da I a IV) risalivano al XIX secolo a.C. ed erano le più raffinate; le prime tre, trovate intatte, contenevano ricchi corredi funerari che comprendevano oggetti preziosi e gioielli egizi o in stile egizio (vasi in ossidiana e oro, pettorali in oro cesellato o intarsiato, anelli e bracciali con scarabei, uno specchio d’argento con un manico papiriforme in legno ricoperto di foglia d’oro ed un secondo con manico di legno a forma di testa d’anatra ricoperto di foglia d’oro, khopesh in bronzo ed oro finemente decorati, un coltello d’argento e vasi in oro, argento, bronzo, alabastro e terracotta).
Pettorale in oro lavorato a cloisonnée rinvenuto a Byblos, nella Tomba Reale II appartenuta ad Ip-Chemou-Abi Risale ad un’epoca compresa tra il 1900 a.C. ed il 1700 a.C. circa. Oggi conservato al Museo Nazionale di Beirut. La decorazione è tipicamente egizia, ricca di simbologia: si nota il falcone che regge tra gli artigli due segni shen e che con le sue ali spiegate avvolge e protegge il cartiglio del sovrano, sopra il quale si ergono uno scarabeo Khepri e due urei. Fotografia di Jona Lendering, Licenza CC0 1.0 Universal, a questo sito https://www.livius.org/…/byblos-royal-tomb-ii-ip…/
Con il passare dei secoli il popolo continuò ad utilizzare la fascia sulla fronte con finalità eminentemente pratiche; verso la fine dell’Antico Regno e poi definitivamente nel Medio Regno tuttavia la nobiltà ne fece un accessorio ornamentale che fu ampiamente in voga fino a tutto il Nuovo Regno.
I barcaioli indossano la fascia. Modellino di barca in legno, scoperto a Licopoli, risalente al Medio Regno. Dimensioni: L. 81 cm.; h. 38,5 cm. Ora al Louvre. N. di accesso E 12027. Questi modellini raffiguranti gruppi di persone che svolgevano attività quotidiane venivano posti nelle tombe durante il Medio Regno, e devono considerarsi un’evoluzione delle statue serventi: gli Egizi ritenevano che i personaggi rappresentati avrebbero continuato anche nell’Aldilà a lavorare per il defunto. https://commons.wikimedia.org/…/File:Ancient_Egyptian… Autore Vania Teofilo – licenza Creative Commons.
Si trattava di una banda larga circa 2 cm. ritagliata da una sottile lastra in metallo prezioso, decorata in modo semplice con delle barrette incise sulla superficie e chiusa sulla nuca con un fermaglio a forma di fiocco decorato con ombrelli di papiro dal quale si dipartivano le due bande che scendevano sulla schiena; quello del Faraone e delle donne reali era adornato con un ureo, simbolo del potere reale.
Barcaioli che indossano la fascia sulla fronte. Modellino in legno proveniente dalla tomba di Shemes ad Asyut e risalente al Primo periodo intermedio, Asyut. Oggi al Museo Egizio, Torino. Non ho informazioni sulla provenienza dell’immagine. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura rimuoverla o riconoscere il dovuto credito.
Questa principessa chiamata Watetkhethor e soprannominata Sesheshet visse alll’inizio della VI dinastia ed era figlia del re Teti e moglie del suo visir Mereruka. Il rilievo proviene dalla mastaba costruita per la sua famiglia a Sakkara, e la rappresenta defunta, seduta sul suo scranno, vestita all’ultima moda e con il diadema a fascia sulla testa, mentre annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr.
Questo rilievo raffigura Kagemni, visir e probabilmente genero di Teti (inizio VI dinastia) per avere sposato una delle sue figlie, e proviene dalla sua mastaba di Sakkara. Il nobiluomo tiene nelle mani i simboli del suo potere ed ha la fronte cinta dal diadema a nastro. https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Kagemni… Autore della foto: Prof. Mortel. File rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica
Una menzione a parte deve essere fatta con riferimento ad un particolare tipo di diadema a fascia adornato da rosoni realizzati in gesso dipinto, o in bronzo, o in stucco e foglia d’oro ritrovato in sei esemplari simili tra loro (tre intatti e tre frammentari) sulla testa di corpi femminili sepolti a Giza in sarcofagi di pietra o di legno all’interno di mastabe risalenti alla V dinastia.
Questi diademi facevano parte del corredo funerario di donne appartenenti all’élite ma non reali, probabilmente sacerdotesse di Hathor e/o di Thoth, forse non erano mai stati indossati in vita e potrebbero aver rivestito un ruolo importante nel cerimoniale funebre, anche se oggi sono possibili solo ipotesi non supportate da riscontri oggettivi.
Il primo di essi è il cosiddetto diadema “del Cairo”, rinvenuto nell’area G 8887, Pozzo 294 (Cimitero Centrale), attualmente conservato al GEM presso la capitale egiziana; esso è intatto, in oro, misura cm. 24,6 ed i rosoni sono costituiti da quattro ombrelli di papiro con intarsi in corniola rossa; doveva essere legato intorno alla fronte.
Diadema del Cairo
Nella medesima sepoltura furono rinvenute perline in faience, pendenti in rame a forma di ninfea ed un cerchietto in rame ricoperti di foglia d’oro; una collana con geroglifici e dei braccialetti; un poggiatesta in alabastro; 50 ciondoli a forma di coleottero dorato, infilati su un filo d’oro e resti di offerte alimentari.
Diadema del Cairo aperto
Il secondo è denominato diadema “Boston”, rinvenuto nell’area G 7143 Pozzo B (Cimitero orientale) insieme a fasce di rame e due braccialetti, oggi al MFA di Boston.
Diadema di Boston, rosone centrale
Il cerchietto è stato in parte ricostruito in epoca moderna; è lungo 18,5 cm. ed è realizzato in rame, foglia d’oro, stoffa, gesso, vernice, corniola; sulla parte centrale della fascia di rame, a sinistra ed a destra si trovano tre rosoni ricoperti da un sottile strato di stoffa, gesso e foglia d’oro e sono costituite da due ombrelli di papiro contrapposti con un disco di corniola alla loro giunzione.
Diadema di Boston, rosoni laterali
Da questo disco si erge un ankh, e sui papiri sono posati uno di fronte all’altro con i becchi incrociati sopra il segno ankh due uccelli akh (ibis crestati), che richiamano l’idea di rigenerazione e beatitudine del defunto; dall’ornamento centrale più grande inoltre pende un ulteriore elemento floreale a forma di campana a cinque petali affiancato su ciascun lato da un bocciolo chiuso.
Ricostruzione del rosone centrale del diadema di Boston con i colori originali
Il terzo è definito Diadema “Lipsia”, proviene dall’area D 208 Pozzo 9 (Cimitero occidentale; vicino al campo G 4000) insieme ad una collana in faience con 20 pendenti a forma di scarabeo e perline blu, verdi e nere, ed è conservato nel Museo Egizio dell’Università di Lipsia.
Diadema di Lipsia
Il cerchietto intatto misura 21,5 cm. ed è in rame ricoperto di foglia d’oro e doveva essere legato sulla nuca.; il medaglione centrale è originale, ed è in legno ricoperto di foglia d’oro o dipinto, mentre quelli laterali sono riproduzioni moderne; esso è costituito da tre ombrelli di papiro aperti raggruppati lateralmente e verso il basso intorno al centro, ognuno perpendicolare all’altro.
FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:
LUBARR Lisa R. 2024. Paths to Immortality: Female Burial Diadems of Old Kingdom Egypt. Master’s thesis, Harvard University Division of Continuing Education, a questo link:
Fin dall’Antico Regno nei rilievi tombali sono raffigurati personaggi che indossano diademi, ed alcuni di questi meravigliosi oggetti sono stati rinvenuti nel corso degli scavi.
Essi traggono origine dalle fasce di lino e dalle corde che gli Egizi di entrambi i sessi usavano portare sulla fronte annodandoli sulla nuca per tenere i capelli lontani dal viso; in seguito si affermò l’abitudine di infilare tra la fascia e la testa fiori e boccioli di profumata ninfea blu, e le nobildonne indossavano sulle loro parrucche coroncine floreali.
Con il tempo queste fasce e le decorazioni di fiori furono sostituite da copie in materiale prezioso e nacquero così i “diademi”, che avevano un carattere puramente ornamentale; quelli femminili divennero sempre più elaborati, e furono abbelliti con elementi intarsiati raffiguranti ninfee, papiri, stelle, melograni, fiocchi e nastri.
Anche il sovrano portava sulla fronte un semplice cerchietto adornato con un ureo, che gli era riservato in via esclusiva in quanto simbolo del suo potere; esso veniva usato anche con il nemes e talvolta, nelle occasioni formali, poteva essere indossato insieme ad altre corone.
Il diadema più antico giunto fino a noi è quello raffigurato qui sopra, ed è custodito presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna con il numero INV 7529; esso risale all’Antico Regno, più precisamente al periodo compreso tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI (2450-2350 a.C. circa) ed è stato ritrovato nel corso della campagna di scavi 1912/13 da H. Junker a Giza, (posizione 316) in una tomba maschile inviolata.
Era in frammenti ma è stato ricostruito in base al posizionamento delle singole parti e grazie alla comparazione con altri reperti analoghi intatti.
Esso imita una semplice fascia di lino, è alto cm. 2,5, con il diametro di cm. 19,5 ed è realizzato con una lamina di rame ricoperta da una foglia d’oro; i grandi bottoni decorativi dai quali si dipartono i nastri laterali (3 cm. di diametro) sono costituiti da un tondo di maiolica marrone circondato da un cerchietto di fango del Nilo ricoperto di lamina d’oro nel quale è incastonata una corniola rosso scuro.
L’utilizzo a scopo ornamentale del diadema è ampiamente documentato nei rilievi tombali e nelle statue dell’epoca che raffigurano personaggi di alto lignaggio; vi sono anche alcune immagini di persone comuni, per lo più barcaioli, che indossano le fasce di lino.
In questa immagine, proveniente dalla mastaba dell’alto dignitario Nikauisesi a Sakkara (VI dinastia), si notano personaggi a bordo di una barca che portano le fasce adornate da fiori di ninfea.
Questa bellissima donna raffigurata a tutto tondo è Nofret, moglie del principe Rahotep, figlio del faraone Snefru e fratellastro di Cheope, vissuta durante la IV dinastia; la sua statua in calcare fu dipinto rinvenuta insieme a quella del marito nella loro mastaba a Meidum ed è ora custodita al Museo del Cairo (quale dei due non so) con il numero di inventario CG4
FOTO DELLA STATUA DI DJEDEFRA di Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia.
LUBARR Lisa R. 2024. Paths to Immortality: Female Burial Diadems of Old Kingdom Egypt. Master’s thesis, Harvard University Division of Continuing Education, a questo link:
Tutankhamon morì senza eredi diretti ed i candidati più probabili alla successione erano il Gran Visir Ay ed il Generalissimo Horemheb, i quali, pur non essendo nobili, avevano raggiunto le più alte vette del potere grazie alle loro capacità, diventando membri del Consiglio di Reggenza del giovane sovrano ed inducendolo a restaurare l’ortodossia e ad abbandonare Akhetaton, riportando la capitale a Tebe.
L’anziano Ay era, probabilmente, fratello della regina Tiye e forse padre di Nefertiti, della quale sua moglie Tey era stata la nutrice; grazie a questi legami familiari ed alla sua lealtà alla corona acquisì grande autorevolezza a corte con Amenhotep III e poi con Akhenaton (che l’aveva gratificato con il titolo di “it-netjer” o “Padre del Dio”) e con Tutankhamon.
Il vigoroso Horemheb invece era il Comandante supremo dell’esercito settentrionale, scelto forse da Akhenaton (del quale era cognato per avere sposato Mutnodjmet, sorella di Nefertiti), difendeva valorosamente il turbolento confine con il regno ittita e contava sulla fedeltà tributatagli dai suoi soldati; il suo prestigio era tale che Tutankhamon l’aveva nominato “iry-pat” (“Principe Ereditario o Coronato”) e “idnw” (“Vice del Re” in tutto il paese).
All’improvvisa morte del giovane sovrano, tuttavia, il Generalissimo era impegnato in una campagna contro gli Ittiti, per cui Ay approfittò fulmineamente della situazione e si impadronì del potere prima che il rivale riuscisse a rientrare in patria a contendergli il trono: in effetti sulla parete di fondo della camera sepolcrale della tomba di Tutankhamon il vecchio dignitario appare già come Kheper Kheperu Ra (quarto protocollo di Ay), indossa la corona khepresh e l’ureo reale sulla fronte ed esegue il rito dell’apertura della bocca sulla mummia del faraone defunto, prerogativa del suo successore.
E’ controverso se per legittimare la sua pretesa al trono egli avesse anche sposato la giovane Ankhesenamon, figlia, sorella e vedova di re, di purissimo lignaggio e di indiscusso prestigio per avere restaurato il culto degli antichi dei.
Dopo la morte di Tutankhamon ella scomparve dalla storia, il che induce a ritenere verosimile ciò che ipotizza il professor Aidan Dodson, e cioè che avesse abbandonato la corte ritirandosi a vita privata oppure che fosse morta; l’unico reperto risalente al breve regno di Ay che la menziona è un anello in faience azzurra recante il suo cartiglio affiancato a quello di Kheper Kheperu Ra, asseritamente trovato in un sito sconosciuto del Delta e descritto nel 1931 dall’egittologo Percy Newberry, dal quale esso prese il nome.
L’anello gli venne offerto in vendita da Ralph Blanchard, titolare di un famoso negozio di antiquariato del Cairo, ma egli non ritenne di comprarlo ed in seguito se ne perse ogni traccia; nel 1973 un anello simile, in faience di colore beige e dall’incerta provenienza fu acquistato dal Museo di Berlino ove si trova tuttora esposto.
Sebbene i sovrani fossero soliti commemorare il proprio matrimonio con l’emissione di scarabei e non di anelli, alcuni studiosi, tra i quali il dott. Bob Brier, ritengono che questo manufatto provi che effettivamente quelle nozze avvennero.
In passato, infatti, molti egittologi ritenevano che in Egitto il potere reale si trasmettesse per linea femminile e che l’aspirante al trono (chiunque fosse, anche lo stesso figlio maggiore del sovrano) lo potesse conquistare solo legandosi alla figlia o alla sorella del suo predecessore; per regnare legittimamente, quindi, Ay doveva prendere in moglie Ankhesenamon, anche solo in modo cerimoniale: come ho già sottolineato, questa teoria fondata su basi estremamente fragili ha trovato non pochi oppositori.
L’egittologa britannica dott. Joyce Tyldesley ha ipotizzato addirittura che l’anello potesse essere un falso, sebbene Blanchard rilasciasse certificati di autenticità per i reperti che vendeva e fosse considerato un professionista serio; egli infatti occasionalmente fece affari con l’antiquario e falsario armeno Oxnan Aslanian, e già i suoi contemporanei Herbert Winlock e Caroline Ramson Williams sospettavano che costui gli avesse venduto oggetti contraffatti che egli avrebbe messo in commercio credendoli autentici.
La studiosa ha altresì affermato che l’oggetto potrebbe essere stato distribuito da Ay per enfatizzare il vincolo di parentela con Ankhesenamon (figlia di Nefertiti e nipote di Tiye) e conferire maggiore lustro al suo lignaggio non reale, oppure che l’artigiano che ne plasmò lo stampo e che verosimilmente non sapeva né leggere nè scrivere potrebbe aver commesso un errore nell’iscrizione di uno dei due cartigli.
In effetti nell’Egitto antico gli anelli in faience erano molto diffusi in quanto economici e di facile produzione, ma diversamente da oggi non simboleggiavano un vincolo matrimoniale; inoltre sulle immagini scolpite sulle pareti della tomba di Ay il ruolo di Grande Sposa Reale è rivestito da Tey, la donna che egli aveva sposato molto prima di diventare Faraone; sarebbe quindi da escludere che egli avesse sposato la giovane vedova e che le dovesse il trono.
A quanto risulterebbe dalle fonti, inoltre, costei non desiderava affatto legarsi all’anziano dignitario, che all’epoca aveva tra i 60 ed i 70 anni e che giudicava inferiore, in quanto è quasi unanimemente ritenuta l’autrice della famosa lettera ritrovata ad Hattusa con la quale una regina egizia, rimasta vedova e senza eredi, affermava di non volersi unire ad un suo “servo” e chiedeva a Suppiluliuma I di inviarle uno dei suoi figli con il quale governare le Due Terre e perpetuare la sua dinastia.
La questione è ancora aperta, nella speranza di trovare nuovi elementi di valutazione.
Troverete i crediti delle immagini nelle didascalie.
FONTI:
Percy Edward Newberry, “King Ay, the Successor of Tut’ankhamūn,” The Journal of Egyptian Archaeology Vol. 18, No. 1/2 (May 1932) https://www.jstor.org/stable/3854904
Collana con le tre mosche d’oro della regina Ahhotep, ora al museo di Luxor (CG 52671). Essa è stata realizzata intorno al 1560-1530 a.C. e fu rinvenuta da A. Mariette nel 1859 a Dra’ Abu el-Naga’, a ovest di Tebe. I ciondoli sono lunghi 9 cm. ed hanno la forma di mosche stilizzate, con ali lisce sulle quali è stato saldato un pezzo lavorato a stampo che costituisce gli occhi sporgenti ed il corpo traforato. Sono appesi tramite un anellino posto sulla parte anteriore ad una catenella corta e finemente intrecciata. Secondo periodo intermedio – XVII dinastia. https://historicwomendaily.tumblr.com/…/golden-flies…
I primi amuleti a forma di mosca in pietra dura, faience o vetro risalgono al periodo predinastico; forse si pensava che tenessero lontani gli insetti e che proteggessero dalle loro punture.
Un girocollo con ciondoli a forma di mosca, in oro e pasta vitrea. Alcuni interpretano i pendenti come fiori. 1550 – 1070 a. C., ora al Rijksmuseum van Oudheden di Leida.
Nell’Antico e Medio Regno la sagoma di una mosca veniva anche incisa sulle bacchette magiche, manufatti a forma di mezzaluna ricavati in avorio di ippopotamo e destinati a difendere il proprietario da possibili sventure, e l’utilizzo degli amuleti si protrasse anche nei secoli successivi fino al Nuovo Regno.
Alla fine del Secondo Periodo Intermedio i Faraoni, ispirandosi forse alla vicina cultura Kerma, i cui guerrieri venivano sepolti con armi e con grandi pendenti in bronzo ed avorio a forma di mosca, iniziarono ad utilizzare simili ciondoli in oro come onorificenza per i soldati che si erano distinti in battaglia.
Girocollo composto da 29 ciondoli cavi in oro a forma di mosca alternati con perline sferiche di corniola e perline tubolari in lamina d’oro. XVIII dinastia, 1550-1295 BC. Ora al Museum of Fine Arts, Boston (n. 1980.167). Lunghezza 26,7 cm. – Mosche da 1,1 a 1,7 cm.
La mosca nilotica quindi, simbolo di tenacia e determinazione forse perché punge ed infastidisce senza sosta gli animali, divenne anche espressione del favore reale.
Collana composta da dieci perline a forma di mosca, disposte una di fronte all’altra e schiena contro schiena. Il corpo delle mosche è stato realizzato in oro e sagomato, mentre le ali sono in vetro blu intarsiato. Gli occhi sono in diaspro e presentano un intarsio simile. Lunghezza: 11,6 cm – Larghezza: 2,3 cm Nuovo Regno – 1550 – 1069 circa. https://data.fitzmuseum.cam.ac.uk/id/object/53754
Dopo la cacciata degli Hyksos dall’Egitto il re Ahmose ne insignì la madre, la regina Ahhotep, riconoscendole il ruolo fondamentale rivestito nella guerra di liberazione, facendo altresì erigere a Karnak una stele nella quale le rendeva grazie pubblicamente, incoraggiando il popolo a venerarla come colei che “ha compiuto i riti e si è presa cura dell’Egitto: ha curato i soldati egiziani, ha custodito l’Egitto, ha riportato indietro i fuggiaschi e riunito i disertori, ha pacificato l’Alto Egitto ed espulso i ribelli”.
Collana in maiolica gialla, verde e blu, ed oro con amuleti a forma di mosca. Secondo Periodo Intermedio – Inizio del Nuovo Regno (Dinastia 17–18 / ca. 1786–1482 a.C.). Da Tebe, Asasif, Tomba CC 37, Sepoltura 50, Scavi di Carnarvon Dimensioni: L. 36,5 cm. Numero oggetto: 26.7.1374 Immagine di dominio pubblico a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/552384
Il generale Ahmose-Pen-nekhbet, che servì Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II e Thutmose III nelle loro campagne militari, segnala orgogliosamente nella propria autobiografia di aver ricevuto ben sei mosche d’oro da Thutmose I quale ricompensa per il suo valore.
Thutmose III decorò il generale Amenemheb detto Mahu per il suo contributo nelle campagne in Canaan e Nubia e Dedy, governatore del deserto a ovest di Tebe, Capo delle truppe del Faraone e titolare della tomba TT200 per essersi distinto nel corso delle campagne siriane; il maggiordomo reale Suemnut ne fu insignito da Amenhotep II, probabilmente per aver combattuto con valore in Siria, in quanto nella sua tomba tebana (TT92) sono raffigurati carri e armi in stile siriano; Amenhotep III premiò coloro che avevano difeso i confini dell’impero, respingendo le invasioni dei Libici e dei Nubiani, tra i quali l’unità dei Medjay, distintasi per il suo coraggio collettivo.
Girocollo in oro con perline a forma di mosca, cilindriche e tubolari e con pendente a forma di mosca in lapislazzuli. Nuovo Regno. Brooklyn Museum, numero di registrazione 08.480.198
Probabilmente la mosca d’oro fu usata più in generale anche come simbolo dell’apprezzamento del sovrano, in quanto la stragrande maggioranza dei 125 esemplari dei quali è noto il contesto di rinvenimento è associata a donne, evidentemente estranee al valore guerresco; è quindi verosimile che fossero doni preziosi e beneauguranti, tenuto conto del fatto che nei Testi dei Sarcofagi questi insetti sono collegati alla rigenerazione e alla rinascita.
Girocollo con ciondoli a forma di mosca in corniola – Nuovo Regno – 1550 -1250 a. C. Venduto da Christie.
SIDPURA T., “Flies, Lions and Oyster Shells: Military Awards or Tea for Two”, conferenza tenuta il 5 agosto 2018 al meeting dell’Essex Egyptology Group, a questo link: https://www.essexegyptology.co.uk/?page_id=523
Argento, larghezza massima cm 6,5 Valle dei Re, tomba anonima N. 56 – Scavi di Th. Davis 1908 Museo Egizio del Cairo – JE 39688
Ornamento diffuso, i bracciali erano indossati sia dalle donne che dagli uomini.
Questi esemplari provengono dalla Valle dei Re e sono stati ritrovati, insieme ad altri gioielli appartenenti a Sethy e alla sua consorte, la regina Tausert, in una tomba anonima, probabilmente usata come nascondiglio dai saccheggiatori che violarono le sepolture dei due sovrani.
I due monili d’argento, di fattura simile, sono composti da due parti unite da una cerniera e da un fermaglio.
La parte principale, che veniva portata sull’esterno del polso, è decorata da una scena che raffigura la regina Tausert in piedi, mentre offre al faraone un vaso e un fiore; Sethy è seduto su un trono e tiene nella mano sinistra una coppa e nella destra un fusto di palma, simbolo degli anni.
In alto sono riportati i cartiglio con il nome di Tausert, ” Grande Sposa Reale” e i nomi di nascita e di incoronazione di Sethy II ( Userkheperura Sethy).
L’altra parte dei bracciali è decorata da cinque bande sovrapposte che recano motivi floreali stilizzati.
L’argento, importato dall’oriente, era definito dagli Egizi ” il metallo bianco” ed era considerato una varietà di oro.
Fonte : I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo g National Geographic – Edizioni White Star