Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE III, LO SVILUPPO DI CITTA’, ELITES E COMMERCIO

A cura di Ivo Prezioso

Pian piano, l’aggregazione di villaggi in una sorta di distretti cooperativi guidati da capi, fu soppiantata da alleanze di più vasta estensione territoriale, governate da re che garantivano la coesione fra le comunità – fisicamente anche piuttosto distanti – attraverso la celebrazione di riti e l’offerta di doni ai rispettivi notabili e amministratori. In Alto Egitto appare evidente che i rituali dovevano essere di particolare importanza e si manifestavano attraverso l’osservanza di precise indicazioni religiose legate all’idea di una vita oltremondana.

L’espressione più specifica di tali credenze era senza dubbio legata alle pratiche funerarie come, ad esempio, la sepoltura delle salme in determinate posizioni e la collocazione di beni nelle tombe. Di solito i defunti venivano adagiati in posizione raccolta, in tombe di forma ovale, col capo rivolto a sud ed il viso ad est. Le differenze nelle dimensioni delle tombe, la diffusione di quelle di forma rettangolare (talvolta dotate di sovrastrutture) e variazioni nella posizione dei cadaveri che ricorrono nei periodi Naqada I e II, riflettono evidentemente sia diversità di tipo locale che lo sviluppo di una stratificazione sociale. Le offerte funerarie che rispecchiavano uno status importante erano per lo più costituite da prodotti provenienti da luoghi al di fuori della Valle del Nilo come, ad esempio tavolozze in ardesia, grani di steatite, utensili in rame e gioielli in oro, turchese e svariate pietre dure e minerali giunti dalla Nubia, Palestina, Siria, Anatolia e dai deserti circostanti. Intorno al 3600 si affermano centri di notevole importanza per il commercio. A nord il sito di Maadi era particolarmente attivo per gli scambi con il Medio Oriente, mentre a sud Ieraconpoli, ricopriva lo stesso ruolo nei traffici con la Nubia. 

Naqada era legata al commercio dell’oro, come indica il nome del suo tempio Nwbt (derivante dalla parola egizia nbw, che significa appunto “oro”). La vicinanza di templi o nodi commerciali (le due istituzioni erano probabilmente collegate), favorì lo sviluppo delle prime città come Naqada, Ieraconpoli, Maad e Buto. Questi centri attiravano artisti altamente specializzati che producevano beni di lusso e oggetti di culto. Capi, sovrani e persone preposte al culto (solo più tardi, in epoca dinastica, avrebbero costituito una vera e propria casta sacerdotale), abitavano nelle città, favorendo lo sviluppo di centri di potere e di controllo sull’orizzonte essenzialmente agricolo dell’Egitto predinastico.

Ieraconpoli (Nekhen)

Questi sono i resti della città e, in particolare, del tumulo del tempio del sito dinastico di Nekhen, in seguito chiamato Hierakonpolis dai greci.
Da questa località provengono moltissimi reperti, tra cui: la statua in rame a grandezza naturale del 2200 a.C. del faraone Pepi della VI dinastia, ora nel Museo Egizio del Cairo, la testa di Horus in oro del 2300 a.C., due statue di pietra del faraone Khasekhemwy della seconda dinastia, circa 2700 a.C., (che fu probabilmente il padre del primo costruttore di piramidi Djoser) e i resti del recinto cerimoniale alto 9 metri con elementi architettonici in granito.
Il sito dinastico è completato dall’insieme di quelli pre-dinastici interconnessi che si estendono per oltre 4 km attraverso il basso deserto. Qui sono stati rinvenuti, tra gli altri reperti: la tavolozza di Narmer, (circa 3100 a.C.), una statua a grandezza naturale (3000 a.C.) di un sacerdote del tempio di Horus, una delle prime tombe pre-dinastiche dipinte, la Tomba 100, risalente al 3600 a.C., il primo tempio in legno dell’Egitto risalente al 3400 a.C., i primi birrifici industriali dell’Egitto risalenti al 3600 a.C., le prime mummie pre-dinastiche risalenti al 3600 a.C.

 Ieraconpoli (Nekhen)

Il cosiddetto “Forte di Ieraconpoli” a Kom el-Ahmar, edificio in mattoni crudi del quale non è chiara la destinazione, databile al regno di Khasekhemuy (II Dinastia).

Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.

Ieraconpoli (Nekhen)

Tomba I (Elite Cemetery, località 6) con rivestimento in mattoni crudi. Sono visibili i buchi dei pali che sostenevano il tetto. 

Fonte: “Ieraconpoli”, Barbara Adams.

Naqada

Recinto in mattoni crudi di una tomba predinastica. Il sito archeologico di Naqada si trova a circa tre chilometri a nord-ovest dell’attuale villaggio. Risalente al periodo pre-dinastico era un enorme insediamento che mantenne la sua importanza durante le epoche successive a causa della sua vicinanza alle miniere d’oro nelle montagne del Mar Rosso. Famosa per i suoi siti archeologici, che datano a partire dal 4400 a.C. circa, i suoi reperti hanno praticamente permesso la datazione dell’intera sua cultura in tutto l’Egitto. 

Fonte: “L’Egitto come stato unitario”, Fekri A. Hassan.

Naqada, 

Tomba reale (ricostruzione). Appartenente alla I Dinastia e tradizionalmente nota come “Tomba di Menes”. Fu ispezionata dal De Morgan nel 1896. Al suo interno furono rinvenuti vasi in terracotta con sigilli di Aha e della regina Neithotep. La sovrastruttura presenta pareti a “facciata di palazzo” che caratterizzano anche le tombe monumentali di Saqqara. Come le altre tombe del sito non presentava accessi , ma il suo interno era diviso in magazzini: quattro centrali disposti ai due lati della camera sepolcrale, circondati da altri sedici più piccoli ed isolati tra loro. Qui il De Morgan trovò un ricchissimo corredo funebre costituito in parte da manufatti del tipo Naqada III: giare cilindriche , palette rettangolari in ardesia, basi di vasi con fori triangolari; altri, invece, dello stesso tipo di quelli delle tombe di Saqqara e cioè vasi in pietra, piedi di mobili in avorio a forma di zampe di bovini, targhette sempre in avorio a nome di Neithotep e, infine frammenti di oggetti in ebano. 

Fonti: per l’immagine, Wikhipedia. Per la descrizione: “Naqada”di Rosanna Pirelli.


Casa seminterrata con forno adiacente

Planimetria e ricostruzione di Michael Hoffmann. Ricerche interdisciplinari iniziate nel 1967 dallo studioso americano, oggi scomparso, Walter Fairservis e proseguite nel 1961,1981 e 1987, hanno permesso di ricostruire una pianta generale delle strutture protodinastiche, seguendo lo sviluppo di un complesso di edifici che parte da un largo ingresso in mattoni crudi decorato ad aggetti e rientranze. Alle indagini ha partecipato nel 1978 un’equipe specializzata negli studi sul predinastico diretta da Michael Hoffman, anch’egli scomparso. La ricognizione è oggi portata avanti dai nuovi direttori James Mills, Barbara Adams, e Renée Friedman. Nel 1978, lavorando al grande insediamento predinastico, Hoffman rinvenne i resti bruciati di una casa rettangolare seminterrata di 4×3,5m., facente parte di un complesso di edifici che mostravano evidenze di fasi cronologiche diverse. Le basse pareti in mattoni crudi, che dovevano probabilmente essere ricoperte da una cannicciata dipinta, affondano in trincee in cui sono state rinvenute tracce di un focolare domestico e buchi per pali, che dovevano essere il supporto per un portico aperto su un lato. Nelle vicinanze, i resti di un forno costituito da otto cavità con alari in ceramica a far da sostegno a grossi vasi e che fu senza dubbio la causa dell’incendio che distrusse l’edificio. La datazione della casa, ottenuta in base al C14, ha dato come risultato 3.435+/- 125 a.C., corrispondente all’epoca di transizione dall’amratiano al gerzeano (Naqada I-II), che vide una notevole espansione demografica ed un considerevole impulso alle attività umane.

Fonte: Barbara Adams, Ieraconpoli.

Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO PARTE II, ORIGINI DELL’AGRICOLTURA E DELL’ORGANIZZAZIONE SOCIALE

La nascita dello stato egizio è fortemente legata allo sviluppo dell’agricoltura e alle grandi potenzialità offerte dalla Valle del Nilo. Le prime comunità rurali coltivavano orzo e grano. Affiancavano a quest’attività l’allevamento del bestiame (pecore, capre, maiali). La pesca e l’uccellagione procuravano ulteriori fonti di sostentamento. Gli studi più recenti sembrano evidenziare che le prime comunità agricole stanziatesi nel Delta (Merimde Beni Salama), risalgano all’incirca al 5000 a.C., mentre quelle dell’Alto Egitto al 4400 a.C. Nel 3800 a.C. le comunità erano ormai ben insediate in gran parte della Valle e del Delta. Gli studi effettuati sui manufatti in pietra e sul vasellame rinvenuto nelle varie regioni, indicano che all’epoca esistevano diverse aree culturali. Sembra, inoltre che le zone più settentrionali del Delta fossero ancora abitate da popolazioni dedite quasi esclusivamente alla caccia e alla pesca. Il ritrovamento di utensili in rame, presso Badari, indica che le popolazioni dell’Alto Egitto intrattenessero scambi commerciali con le culture del Sinai e della Palestina.

L’agricoltura giunse in Egitto dal Medio Oriente, attraverso il Sinai, dove integrò caratteri tipici del Sahara egiziano (allora più umido di oggi) quali, ad esempio, l’allevamento del bestiame. La recente scoperta di piccoli, ma ben organizzati insediamenti, risalenti circa al 6000 a.C. conferma che i primi segni dello sviluppo dell’organizzazione sociale dovettero manifestarsi tra le comunità del deserto. Periodi di siccità, sopravvenuti durante il corso del sesto e quinto millennio a.C., dovettero gradualmente spingere le popolazioni ad avvicinarsi alla Valle del Nilo. E stato accertato che gli abitanti della regione di Badari nei pressi di Assyut, erano riuniti in villaggi già nel 4000 a.C. se non prima. Lo sviluppo dell’organizzazione sociale, contemporaneo alla diffusione dell’agricoltura, fu reso possibile dal nuovo tenore di vita che veniva condotto, grazie all’allargamento delle comunità. Le società agricole della Valle si trovarono a dover affrontare le problematiche relative al mutevole regime delle inondazioni del Nilo, cui era strettamente legata la produzione di sostentamento. Esondazioni troppo scarse provocavano siccità, mentre quelle troppo abbondanti comportavano la distruzioni delle dighe naturali con alluvioni devastanti. Altri fenomeni che avevano effetto rovinoso sulla produttività erano le tempeste di sabbia, malattie infettive, invasione di erbacce, semine o raccolti intempestivi. I primi insediamenti erano piuttosto piccoli (da quaranta a cento persone circa), ma alcuni di questi si ingrandirono molto rapidamente, come dimostrano gli strati superiori di Merimde Beni Salama. Le comunità confinanti erano legate da vincoli di parentela e vicinanza (alleanze matrimoniali, discendenze comuni, celebrazioni rituali ecc.), pertanto questi legami costituivano un substrato ideale per lo scambio di cibo e la creazione di alleanze strategiche per la difesa comune. L’utilizzo dell’asino come bestia da soma, inoltre, permetteva il trasporto e lo scambio di cibo ed altre merci, rendendo così possibili traffici commerciali anche a notevole distanza. Versò il 3500 a.C. cominciò a essere largamente utilizzato l’impiego di imbarcazioni, che, rapidamente, divennero il mezzo di trasporto ideale per il commercio e la comunicazione fra gruppi più lontani. Asini sono raffigurati sulla Tavolozza del Tributo Libico (conservata al Museo del Cairo), su oggetti provenienti da Maad e dalla necropoli protodinastica di Tarkhan. Le imbarcazioni compaiono con regolarità sulle ceramiche del Gerzeano (Naqada II) e, più raramente, già su manufatti della cultura del Naqada I (circa 3800 a. C.).


Merimde Beni Salama è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano.

“Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto. è un importante sito di insediamento neolitico sul margine occidentale del Delta, a circa 60 km a nord-ovest del Cairo. Il sito è la prima e più grande testimonianza nota di insediamento egiziano. “Merimde”, identifica anche la relativa fase della cultura predinastica del Basso Egitto.

Durante la recente stagione di scavo 2014, la missione dell’Egypt Exploration Society ha scoperto nuove evidenze scientifiche che rivelano che i confini di questo insediamento neolitico si estendono per altri 200 metri verso Sud-Ovest. E’ stato esplorato, a partire dal 1928 dall’archeologo tedesco Herman Junker i cui appunti, sfortunatamente, sono andati in gran parte distrutti durante il secondo conflitto mondiale. Le datazioni al carbonio hanno confermato che il sito è stato occupato dal 4880 al 4250 a.C. Il primo livello è caratterizzato da un’ampia gamma di ceramiche, decorate con motivi a spina di pesce. Il livello intermedio rivela tracce di complesse strutture, probabilmente in legno, ceramiche e molte sepolture. Sono stati rinvenuti anche strumenti di selce inseriti in manici di legno osso e avorio. L’ultimo livello, ha fornito prove che doveva trattarsi di un grosso agglomerato di capanne e aree di lavoro. L’elevato livello di organizzazione dei villaggi è dimostrato dalla presenza di numerosi silos e granai sotterranei per immagazzinare i cereali che probabilmente erano associati alla singole abitazioni. Tutto ciò suggerisce che in questa fase evolutiva la popolazione fosse costituita da gruppi familiari economicamente indipendenti integrati in una vita di villaggio già fortemente strutturata.

Fonte: Ahram on line*, 9 Aprile 2015.

*Ahram Online è il sito web di notizie in lingua inglese pubblicato da Al-Ahram Establishment, la più grande organizzazione di notizie dell’Egitto, e l’editore del quotidiano più antico del Medio Oriente, il quotidiano Al-Ahram, in pubblicazione dal 1875.


Tavolozza del Tributo Libicoframmento

Di questa tavolozza si è conservata solo la parte inferiore decorata a rilievo. Su un lato (non è possibile stabilire il recto e il verso, in quanto mancante della parte contenente l’incavo per stemperare il cosmetico), sono visibili, disposte in registri, tre file sovrapposte di animali domestici (dall’alto in basso: buoi, asini, arieti) che insistono sopra degli alberi (forse ulivi) alla cui estremità destra è visibile un carattere geroglifico che si legge Tjehnu (Libico). Sull’altra faccia sono raffigurate sette città fortificate i cui nomi sono scritti con geroglifici all’interno delle cinte murarie. Ogni città è sormontata da un animale, orientato a destra, dotato di una zappa piantata in corrispondenza dell’angolo destro di ciascuna fortificazione. Tra gli altri, vi è anche uno scorpione che sovrasta la città al centro in basso e il cui nome è rappresentato da un edificio (o santuario?) .L’interpretazione di questo reperto è ancora oggetto di discussione. Sono state avanzate più ipotesi, tra cui quella che rappresentasse divinità dall’aspetto animale poste al fianco del sovrano che, con tutta probabilità, doveva essere raffigurato nella parte andata perduta; oppure una confederazione di alleati che distruggono alcune città nemiche. L’opinione oggi più diffusa è che, invece si sia voluto descrivere la fondazione di queste città piuttosto che la loro distruzione. Resta ancora tutto da chiarire cosa rappresentino gli animali con la zappa, anche se il riferimento a re Scorpione o a Hierakonpolis sembra plausibile. E’ da notare come in questo reperto vadano perfettamente delineandosi alcuni capisaldi dell’arte figurativa egizia: la suddivisione in registri, la simmetria e l’ordine e la stabilità compositiva.

Scisto Altezza cm. 19, larghezza cm. 22. Provenienza Abydo. Naqada III (Predinastico 3300-3000 a.C.). Il Cairo, Museo Egizio


L’Abito di Tarkhan 

Che fosse molto antico lo si sapeva già grazie al luogo di provenienza, l’omonima necropoli predinastica scoperta nel 1912-13 da Flinders Petrie circa 50 km a sud del Cairo; ora, però, arriva la conferma dalla datazione al C14 che ne fa il più antico indumento tessuto del mondo, fino ad oggi noto.

Questa massa di lino, conservata presso il Petrie Museum di Londra, fu riconosciuta solo nel 1977 quando, decenni dopo il ritrovamento, fu ripulita, restaurata e montata su un supporto di seta dagli esperti dell’Albert and Victoria Museum. Il risultato di questo paziente lavoro fu un vestito perfettamente conservato con collo “a V” e maniche plissettate.

La datazione, invece, è stata effettuata nel 2015 in occasione del centenario della collezione egizia. La curatrice Alice Stevenson si è affidata a Michael Dee (Research Laboratory for Archaeology and the History of Art della University of Oxford) che ha prelevato un campione di 2,24 mg datandolo a oltre 5000 anni fa, 3482-3102 a.C., quindi tra il periodo Naqada III e l’inizio della I dinastia


Età Predinastica, Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO. PARTE I, LA SUCCESSIONE ARCHEOLOGICA

Una successione archeologica è stata strutturata sulla base dei cambiamenti stilistici di ceramiche e altri manufatti provenienti dall’Alto Egitto. Si possono distinguere così diverse fasi del predinastico in ordine cronologico: Badariano (circa 4400-3800 a.C) Amratiano o Naqada I (circa 3800-3650 a.C.) Gerzeano o Naqada II (circa 3650-3400/3300 a. C.) Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). A quest’ultimo periodo va attribuita la fase ceramica immediatamente antecedente alla produzione di manufatti tipici dell’età protodinastica. Nel Delta i cambiamenti stilistici intervengono intorno al 3650 a.C. (corrispondente al Naqada II) e sono leggermente successivi a quelli osservabili nell’Alto Egitto. Essi trovano precisi raffronti nei ritrovamenti delle culture Maadi e Buto-Maadi. Manufatti simili sono stati rinvenuti anche presso la necropoli di Ieraconpoli (Alto Egitto), dove però si osservano usi funerari diversi. Nella zona del Delta, gli insiemi di manufatti Maadiani, sono stati recentemente ritrovati a Buto, antichissimo centro di culto e capitale del Delta Occidentale. Ulteriori scavi nel Delta Nord-Orientale, hanno riportato alla luce necropoli con manufatti predinastici. Gli studi approfonditi, condotti sulle ceramiche di Buto, hanno rivelato che gli strati 1 e 2, sono da attribuire all’orizzonte culturale maadiano con l’integrazione di alcuni elementi che rievocano l’ultimo periodo del Naqada II (Naqada II-c), che risalirebbero all’incirca al 3400 a.C. Queste ceramiche non presentano cambiamenti significativi con il passaggio al periodo predinastico. Le forme dei vasi dello strato 3, infine, mostrano forti affinità con quelle tipiche del Naqada II riscontrate nell’Alto Egitto. Nel Delta Orientale, le ceramiche provenienti dalle tombe del sito di Minshat Abu Omar possono essere suddivise in quattro gruppi: il primo, che mostra similitudini con il Naqada IIc-d, il secondo, con caratteristiche corrispondenti al Naqada IIIa2 ed il terzo e quarto con forme ormai molto simili a quelle predinastiche (Narmer-Aha)


Vasellame della cultura di Badari: predinastico antico (badariano), ca. 4500 a.C. Londra, The British Museum. Il vasellame della più antica cultura predinastica dell’Alto Egitto, la cultura di Badari è fra i più pregevoli mai prodotti nell’antico Egitto. Era realizzato completamente a mano e i modelli più diffusi comprendevano ciotole e coppe dal bordo annerito. Nero era anche l’interno. La superficie nera, probabilmente ottenuta mediante cottura su brace ardente in assenza di ossigeno, appare spesso molto lucida. Anche le linee sottili disegnate sulle superfici esterne, come nel caso del più grande dei recipienti qui visibili, erano tipiche della ceramica badariana.


Figura animale. Badariano , osso. Torino, Museo Egizio, acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 10,7. Lunghezza cm. 6,8. Statuetta raffigurante un canide, con corpo triangolare reso in modo sommario, muso e orecchie appuntiti, occhio inserito.


Facciamo un salto di alcuni secoli (cinque o sei) per analizzare due reperti del vasellame relativo al periodo Naqada I (3800-3650 a.C.).  La prima cosa che salta all’occhio è la presenza massiccia di una decorazione figurativa.

Ciotola: Naqada I ca. 3800-3650 a.C. Argilla a grana fine con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 4,5, diametro maggiore: cm. 17, diametro minore cm.14. Torino, Museo Egizio acquistata da Schiaparelli 1900-1901. Presenta all’interno una decorazione comprendente sui lati brevi un cespo e un capride; su ciascun lato lungo un uomo armato di freccia che trascina tre capridi legati. Sul fondo è rappresentato con tutta probabilità un lago con due capanne sulla riva, rese in prospettiva ribaltata e nel mezzo due testuggini viste dall’alto.

CiotolaNaqada I Argilla con ingobbio rosso lucido e decorazione bianca. Altezza: cm. 5,5, diametro: cm. 14. Londra, Petrie Museum. A vasca troncoconica orlo estroflesso e labbro arrotondato. La base è piana. La decorazione della vasca è composta dalle figure di quattro ippopotami che circondano quattro pesci. I corpi degli animali sono campiti con linee a reticolo; un simile motivo orna anche l’orlo interno.


Londra, Petrie Museum: Anforetta, calcare venato e foglia d’oro. Altezza cm: 7,5, diametro cm. 6,7. Naqada II (3650-3300 a.C.). Anforetta a corpo ovoidale e orlo ad anello, ricoperto da foglia d’oro, con labbro arrotondato; in corrispondenza della spalla, due piccole prese a rotella, anch’esse ricoperte da foglia d’oro. L’appoggio è costituito da una base a disco.

Torino, Museo Egizio: Anforetta, argilla marrone rosato a grana fine con decorazione rosso scuro. Acquisto Schiaparelli 1900-1901. Altezza cm. 15,4, diametro massimo cm. 10,4. Naqada II. Vaso a corpo ovoidale e orlo estroflesso. Il corpo presenta una decorazione piuttosto complessa. I disegni, nonostante tentativi di interpretazione differenti, sono comunemente ritenuti rappresentazioni di barche con cabine. Sull’estremità sinistra si riconosce la presenza di un ramo che si incurva verso l’interno. Sotto la barca, una figura stilizzata formata da un elemento verticale che sostiene una forma quadrangolare con i lati concavi posta tra due capanne. Probabilmente si tratta di una bandiera o di un’insegna formata da un palo su cui è tesa una pelle di animale o un drappo decorato. Questo vaso è un esempio del primitivo metodo utilizzato per rendere la sintassi degli oggetti che compongono la scena: disposizione degli elementi in successione verticale, anticipazione del sistema a registri che sarà poi costante durante tutta l’epoca faraonica.

Torino, Museo Egizio: Tavolozza per cosmesi, ardesia larghezza cm. 7,1, lunghezza cm. 14,3. Acquisto Schiaparelli. Naqada II. Tavolozza per cosmesi con corpo ovoidale. Una delle estremità è decorata da due teste di uccello contrapposte collocate a distanza ravvicinata. Si tratta di una delle tipologie più diffuse. Sono riconoscibili il becco e l’occhio delineato con un foro. Al centro, tra il collo dei volatili è posto un foro di sospensione.

Berlino, Aegyptisches Museum: vasi zoomorfi, breccia. Naqada IIc (3300 a.C. circa), breccia. Altezze rispettivamente cm. 18 e cm. 13.Da un contenitore ovoidale sono state ricavate, con forme essenziali, le fisionomie di un ibis e di un pesce. Più insolita e anche più raffinata la raffigurazione della testa di uccello, il cui lungo becco poggia sul collo ripiegato all’indietro. L’interno dei vasi è completamente scavato e le pareti sono estremamente sottili. All’imboccatura del vaso a forma di pesce sono stati ricavati dei fori per l’applicazione di un coperchio. Se ne deduce che il recipiente fosse utilizzato per la conservazione di oli sacri. La varietà di animali raffigurati su tavolozze e vasi preistorici può essere considerata un vera e propria illustrazione degli ambienti naturali della Valle de Nilo. Tali aggetti erano destinati al corredo funebre o alle offerte degli dei.


E veniamo all’ultima carrellata di oggetti che vanno ad illustrare il periodo Naqada III (circa 3300-3000 a.C.). E’ l’ultima fase del processo di formazione dello stato, quella che aprirà le porte all’Egitto dinastico.

Torino, Museo Egizio: Anforetta, alabastro. Altezza cm. 5,5, diametro massimo cm. 4. Provenienza scavi di Hammamiya, Necropoli della pianura: scavi Schiaparelli 1905. Vasetto con corpo ovoidale, orlo estroflesso e labbro piatto, appoggio a disco.

Torino, Museo Egizio: Anforetta,diorite. Altezza cm. 5, diametro della bocca cm. 2,5. Acquisto Schiaparelli. Vasetto con corpo ovoidale, orlo leggermente estroflesso con labbro piatto e piede a disco Lo stato di conservazione è eccellente .

Londra, Petrie Museum: Gioco, calcare. Larghezza cm. 3, Diametro cm. 28,8. Predinastico. Base circolare appartenente ad un gioco detto del “serpente”, dalla forma della tavola che raffigura appunto tale rettile avvolto a spirale. Il corpo dell’animale, ad eccezione della testa e della coda, è suddiviso in caselle rettangolari abbastanza regolari. E’ stato interpretato anche come amuleto con funzioni apotropaiche (che allontana, cioè, influenze maligne).

Berlino: Agyptiches Museum: Pedina da gioco, avorio. Provenienza Umm el Qa’ab (Abydo). Altezza cm. 9. Tardo predinastico, inizi del dinastico (circa 3100-3000 a.C.). Questa piccola torre di avorio, molto probabilmente una pedina da gioco, rappresenta una costruzione utilizzata sia come silo per il grano, sia come struttura difensiva. All’ingresso si accedeva tramite una scala a pioli (forse di corda) che, in caso di attacco nemico poteva essere ritirata. Silos di questo tipo sono riprodotti su sigilli protostorici(relativi cioè a quella fase intermedia tra preistoria e storia vera e propria)e costituiscono una tipologia architettonica non rara degli antichi insediamenti egizi.

Londra, British Museum: frammento di tavolozza commemorativa (Tavolozza della Battaglia).Ardesia grigia. Tardo Predinastico (3200 a.C. circa). Altezza: cm.32,8 Lunghezza: cm. 28,7 Provenienza ignota. La decorazione è realizzata in bassorilievo. Su un verso due gazzelle sono intente a mangiare frutti da una palma; dietro la gazzella, a destra, è un uccello dal becco ricurvo, qualcosa di simile ad una gallina faraona. L’altra faccia presenta una scena di prigionieri e vittime di guerra, queste ultime dilaniate da avvoltoi, corvi e un leone. Si è supposto che il leone rappresentasse il re vittorioso, ma è possibile che si sia voluto semplicemente rappresentare un animale da preda così come per gli avvoltoi. Nella parte superiore del frammento più grande è visibile un prigioniero legato seguito da una figura che indossa una lunga tunica. Il frammento più piccolo presenta due prigionieri accanto alle insegne dell’ibis e del falco. E’ probabile che lo spazio superiore dovesse contenere altre rappresentazioni della battaglia. Sul margine destro dello stesso frammento è visibile una zona circolare circondata da un bordo in rilievo, probabilmente per contenere il cosmetico. Questo splendido oggetto fa parte di una serie di manufatti simili che si diffusero alla fine dell’età predinastica, non più legati a mere pratiche cosmetiche (come era stato in precedenza), ma prodotti per celebrare eventi di rilievo. In quest’ottica, sembra che tali tavolozze venivano offerte in dono ai templi più importanti. I caratteri tipicamente egizi, qui si delineano inequivocabilmente, sebbene siano ancora percepibili influenze mediorientali. L’esemplare più famoso è senz’altro la celeberrima Tavolozza di Narmer, di cui parleremo diffusamente in seguito.

Kemet

L’EGITTO: NASCITA DI UNO STATO UNITARIO – INTRODUZIONE

Un aspetto molto interessante dell’Antico Egitto è senz’altro l’evoluzione che lo portò ad essere uno Stato unitario. A tal proposito ho trovato molto interessante una trattazione proposta dal Prof. Fekri Hassan, un geo-archeologo che ha insegnato presso il Dipartimento di Antropologia della Washington State University. Dal 1988 al 1990 è stato consulente del Ministero della Cultura d’Egitto.Attualmente Professore Emerito, ha formalmente tenuto, dal 1994 al 2008, la Cattedra di Petrie Professor of Archaeology presso L’Istituto di Archeologia, Dipartimento di Egittologia, dell’University College di Londra. Il suo lavoro è contenuto nel bellissimo volume “Kemet, alle sorgenti del Tempo”, a cura di Annamaria Donadoni Roveri e Francesco Tiradritti, edito dalla Electa.

C’è una suggestione irresistibile che noi, semplici amanti della splendida civiltà egizia, proviamo di fronte ai suoi maestosi monumenti, alla sua inconfondibile produzione artistica. Diciamo la verità, chi ha avuto la fortuna di ammirare le piramidi, la sfinge, i magnifici templi, ha avuto la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una civiltà quasi comparsa dal nulla e già perfettamente compiuta e caratterizzata. In realtà essa è il risultato di un lunghissimo processo di sviluppo ed evoluzione del quale trovo interessante darne una, sia pur limitata, narrazione.Secondo la leggenda il processo di unificazione dell’Egitto venne realizzato allorquando le regioni del Delta e del Sud si fusero in un unico stato centinaia di anni prima che fossero realizzate le grandi piramidi di Giza. La successione degli avvenimenti che portarono a questo risultato è stata a lungo oggetto di controversie e, generalmente, la Tavolozza di re Narmer che sconfigge un nemico è ritenuta come la testimonianza storiografica di questo avvenuto processo. Studi recenti hanno però rivelato che l’unificazione del paese ebbe uno sviluppo protrattosi nel tempo e che, all’epoca di Narmer, alcune regioni del Delta ancora non erano comprese nel suo regno. E’ stato inoltre dimostrato che una prima vaga idea di stato può essere attribuita a tribù seminomadi del Sahara, un paio di millenni prima dell’unificazione vera e propria. Si è, inoltre, accertata l’evoluzione di numerose città-stato nell’Alto Egitto, a partire da unità politiche più piccole.Gli annali dell’Egitto menzionano un re leggendario, Menes (Meni) come primo sovrano dell’Egitto unificato e fondatore della capitale Menfi. Identificato recentemente ad Abydo con l’Horus Aha, Menes, in realtà non poteva essere il primo re, dato che prove archeologiche e testuali sembrano indicare che Menfi all’epoca esistesse già e rivestiva un ruolo primario sotto il governo di sovrani come Scorpione, Ka e Narmer. Fondamentale, ma ancora oggetto di discussione per quanto riguarda ricostruzione e interpretazione, è la Pietra di Palermo, un testo di tipo annalistico di cui esistono anche alcuni frammenti (copie) conservati al Museo del Cairo. E’ la più importante fonte di informazione relativa ai re proto-dinastici. Nove sovrani con la Corona Rossa, tradizionalmente associata al Basso Egitto, identificati sulla Pietra di Palermo, hanno invece la Doppia Corona su uno dei frammenti conservati al Cairo. Secondo stime fatte, l’elenco originale doveva comprendere i nomi di cinquantacinque o sessanta sovrani precedenti a quelli con la Doppia Corona. Il numero è troppo grande per includere anche i re successivi e potrebbe riguardare sovrani che regnarono su vari piccoli regni prima dell’unificazione. Perfino l’associazione esclusiva della Corona Rossa con il Delta è controversa, in quanto compare su un frammento ceramico proveniente dalla regione di Naqada (Alto Egitto), risalente al pre-dinastico medio/recente. Può darsi che la Corona Rossa era semplicemente un simbolo generico di monarchia, proprio come il Falco (identificato come Horus).Manetone,il sacerdote di Sebennito, autore, nel 270 a.C. circa, di una Storia dell’Egitto, comincia la sua narrazione con dinastie di dei e semidei, seguiti poi dai re di This(Abydo).A differenza di quanto sostenuto da Manetone, i recenti scavi, come già accennato, hanno rivelato che Menes (identificato da molti studiosi con Aha), deve’essere stato preceduto da almeno altri due re: Ka Narmer. Loro probabile predecessore potrebbe essere un monarca del Sud, il cui nome è composto dalla rappresentazione di un falco e che dovrebbe aver governato un territorio che comprendeva almeno una parte del Basso Egitto. E ancora prima di lui, aveva forse regnato il proprietario della Tomba U-j di Abydo in cui furono rinvenuti uno scrigno in legno ed uno scettro in avorio. La sua tomba conteneva inoltre alcuni vasi con iscritti cartigli regali, il più antico dei quali risale al 3300-3200 a.C. (corrispondente alla fase ceramica Naqada IIIa2). Molti di questi cartigli hanno incisa la figura di uno scorpione. Appare pertanto, inverosimile, o quanto meno dubbio, identificare Menes o Narmer con i primi sovrani dell’Egitto unificato. L’unificazione potrebbe aver avuto inizio in diversi luoghi attorno al 3300 a.C. , ipotesi che lascerebbe spazio al dominio di una ventina di monarchi. Se poi consideriamo la quasi sicura contemporaneità di alcuni regni si arriva a calcolare una cifra da quaranta a sessanta re (in sostanziale buon accordo con i cinquantacinque, sessanta monarchi, congetturabili dalla ricostruzione della Pietra di Palermo),che avrebbero preceduto quelli con la Doppia Corona, come Narmer.I re tiniti sono anche menzionati nel Canone Reale di Torino.Oggi appare semplice ed intuitivo immaginare unità politiche comprendenti decine o anche centinaia di milioni di persone. La nascita di stati nazionali, per come li intendiamo oggi è, in realtà, un fenomeno abbastanza recente. L’unificazione di popoli antichi formati da diverse etnie sparse su un vasto territorio ha richiesto la creazione di legami che vanno ben oltre la conoscenza reciproca o i rapporti di parentela (la tribù, in pratica). Si è resa necessaria una fusione di esigenze, intenti e reciproci vantaggi, attuata nell’interesse di tutti o almeno di alcuni membri dominanti di tali comunità. Alcuni gruppi possono, ad esempio, prevalere su altri (e poi integrarli), per il controllo di beni, sfruttamento delle risorse, superiorità rituali o belliche. A tal proposito, la Tavolozza di Narmer, in cui è raffigurato il re che sconfigge il nemico, è stata per lo più interpretata a sostegno della tesi secondo la quale l’Egitto sarebbe stato unificato a seguito di azioni militari. Tuttavia, tale spiegazione potrebbe non essere esaustiva. Bisogna valutare anche le altre evidenze ed inquadrale in un percorso formativo per comprendere appieno i processi che portarono alla nascita di uno stato nazionale, durante un lasso di tempo di almeno tre secoli e che ha, a sua volta, richiesto circa un intero millennio di trasformazioni e integrazioni politiche e sociali


La tomba U-j a Umm el-Qa’ab, la necropoli di Abydo. E’ molto grande e composta da ben dodici ambienti, perciò va sicuramente attribuita ad un personaggio di grande importanza. Nel 1988 gli archeologi Werner Kaiser e Gunter Dreyer, durante gli scavi vi rinvennero uno scrigno in legno e uno scettro di avorio. Questa tomba conteneva, inoltre vasi corrispondenti al periodo Naqada IIIa2 (3300-3200 a.C.), con iscritti cartigli reali con incisa la figura di uno scorpione e targhette ossee recanti la stessa figura. Sarebbe quindi questo il proprietario della tomba, un re Scorpione I, che avrebbe regnato già su una porzione molto consistente, dell’Antico Egitto. Questo confermerebbe, l’ipotesi oggi molto accreditata, che il processo di unificazione sia cominciato ben prima del mitico avvento di Menes (Narmer).


La Pietra di Palermo. Nella foto ne vediamo un particolare fotografato con una tecnica ad altissima risoluzione che ci restituisce un dettaglio elevatissimo. E’ un oggetto in diorite nera e deve il suo nome al fatto che è conservata al Museo Salinas di quella città. Altri cinque frammenti sono conservati al Museo del Cairo ed uno al Petrie Museum di Londra. Il frammento palermitano misura cm. 43 di altezza x 25 cm. di larghezza ed è iscritto su entrambi il lati. Si ritiene che in origine dovesse misurare cm. 210 x 60. Il testo contiene una lista di sovrani che ha inizio con quelli mitici, che avrebbero regnato sull’Egitto all’inizio dei tempi, e i cui regni sono calcolati in migliaia di anni. Si passa poi ai re la cui esistenza è storicamente accertata. L’ultimo ad essere menzionato e Neferirkara della V Dinastia. Le iscrizioni sono disposte su registri all’interno di caselle delimitate da linee con la punta ricurva verso sinistra ad imitazione del segno geroglifico dell’anno (in egiziano renepet). Di anno in anno viene indicato l’evento di maggior rilievo e, a partire dal regno di Djer (I Dinastia), il livello dell’inondazione. Nel particolare qui illustrato sono riconoscibili i cartigli del re Snefru (IV Dinastia).