C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

L’ESODO

Di Piero Cargnino

Ignoriamo tutto, non esistono prove storiche o archeologiche che possano supportare le notizie che ci troviamo a leggere solo sulla Bibbia. Ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti i fatti, ignoriamo perfino se davvero il popolo ebreo sia mai stato in Egitto. Più approfondisco le mie ricerche e più mi rendo conto che, praticamente privi di prove archeologiche o storiche, ciascuno scrive un po’ quello che immagina a seconda della propria interpretazione, alcuni arrampicandosi sui vetri per scovare un indizio che, magari un po’ forzato se non addirittura manipolato, possa confermare la sua tesi.

La realtà è che a tutt’oggi, al di fuori della fede religiosa, non esiste l’ombra di una prova, e ripeto, storica o archeologica, che ci permetta di confermare con assoluta certezza che sia mai avvenuta la discesa in Egitto del popolo ebraico ed il conseguente Esodo, almeno come viene raccontato nella Bibbia.

Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero: “Gli ebrei sono stati realmente schiavi in Egitto? e “L’Esodo è avvenuto davvero come ce lo racconta la Bibbia?”, vorrei iniziare prendendo l’argomento un po’ alla larga. Non vorrei immergermi in una diatriba religiosa dalla quale non se ne esce più, ma per rispetto alla storia dell’antico Egitto, almeno come la conosciamo noi, vedrò di seguire le diverse ipotesi che fior di studiosi hanno formulato. Ci terrei però ad esprimere anche le mie opinioni in proposito (da profano) ma non privo della capacità di ragionare.

Quello che per me è un punto fondamentale è quello di stabilire innanzitutto “Chi erano gli Ebrei?”. Si può parlare di ebrei come popolo prima che Giosuè fondasse Gerusalemme? Se riusciamo a risolvere questo enigma dopo, forse, sarà tutto più facile.

L’Enciclopedia Treccani alla voce Ebrei specifica:

E’ qui sorge un’altra domanda: “Che cosa s’intende per popolo?”. Faccio ancora ricorso all’Enciclopedia Treccani che definisce Popolo:

Bene a quanto risulta dalle testimonianze riportate nella Bibbia stessa, all’epoca della presunta discesa in Egitto e fino al successivo Esodo, non esisteva alcun complesso di individui accomunati dalla stessa fede religiosa o politica da potersi considerare “popolo ebraico”. Si può iniziare a parlare di un “popolo ebraico”, unito, però solo da un rapporto religioso anche se non ancora un’entità sovrana, solo al termine del presunto peregrinare attraverso il Sinai, quando Mosè riuscì finalmente ad affermare il Dio unico a coloro che lo seguivano (anche se in effetti coloro che lo seguivano erano ancora credenti in molti dei).

Molti studiosi sostengono che il termine “ebrei” lo si trova citato per la prima volta in un papiro risalente alla XIII dinastia e rinvenuto a Tebe, il cosiddetto “Papiro di Brooklin” n. 35.1446 nel quale viene riportato un lungo elenco di nomi di servitori della corte di Khutawy.

In esso si racconta che il visir Ankhu riceve in dono, per ordine del sovrano, del cibo da ripartire fra tutti i suoi collaboratori di molti dei quali vengono citati i nomi. L’interesse storico del papiro sta nel fatto che 45 nomi su 79, sono palesemente asiatici, cosa questa che confermerebbe la notevole presenza in Egitto di gente proveniente dalla Palestina prima ancora dell’invasione degli Hyksos. Privi di connotazioni etniche comuni e senza linguaggio comune; i loro nomi personali denunciavano una provenienza semitica, ma anche hurrita o indo-europea. Mi pare ovvio supporre che in Egitto dimorassero popolazioni di origine palestinese, siriana o cananea.

Nel papiro si parla inoltre della presenza di Hapiru (o Habiru o Apiru), nome principalmente usato nel II millennio a.C. per identificare gruppi di persone appartenenti ad una classe sociale inferiore, che vivevano ai margini della società. Un’altra citazione degli “Apiru” la troviamo su di una scena parietale, rinvenuta durante gli scavi di un monumento egizio risalente all’epoca della regina Hatshepsut e Tutmosi III (1470 a.C. circa). In essa sono rappresentati uomini che lavorano ad un pigiatoio per il vino. La didascalia sotto l’immagine porta scritto: “Estrazione del vino degli Apiru”.

Gli Apiru sono inoltre citati in una lettera presente sul Papiro di Leiden, risalente all’epoca di Ramesse II (1250 a.C. circa), dove vengono impartite le seguenti disposizioni:

Come specificato in precedenza, molti studiosi hanno ritenuto di associare il termine Apiru o Habiru o Hapiru con Ebrei; questo in virtù di una presunta assonanza che passa attraverso il termine “Ivri” (o evriu) da cui Ebrei. Io penso che già non sappiamo di preciso come, a quei tempi, venisse pronunciata oralmente la parola Apiru, e forse neppure la parola Ebrei, che caso mai l’assonanza la intuiamo solo oggi.

L’argomento che stiamo affrontando è estremamente delicato per l’importanza che riveste nei confronti delle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Lungi da me l’idea di scoprire se la Bibbia, o meglio, l’Antico Testamento (Pentateuco), rappresenta un testo sacro storico-religioso o se in esso siano contenuti miti e leggende provenienti da un lontano passato e comuni a diverse antiche culture mediorientali. In linea di massima la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i testi biblici furono scritti a partire dal VII secolo a.C. anche se le date esatte della compilazione di queste scritture restano a tutt’oggi fonte di interrogativi.

Secondo alcuni studiosi la Bibbia, o almeno gran parte di essa, sarebbe stata composta durante il periodo successivo all’esilio babilonese (587 – 539 a.C.) e potrebbe rappresentare la base su cui un popolo oppresso intendeva affermare una propria identità storica e religiosa dopo oltre mezzo secolo di esilio.

Secondo il professor Eliezer Piasetzky, l’alfabetizzazione presente nelle fasi terminali del Regno di Giuda (600 a.C.), sarebbe stata tale da costituire il primo passo verso la redazione di molti scritti veterotestamentari. Sicuramente ci troviamo di fronte a successive riscritture di testi molto più antichi dai quali gli autori (quaranta secondo alcuni), hanno attinto, ma soprattutto a racconti e tradizioni tramandate più che altro oralmente dal popolo e solo più tardi, quando, in seguito all’“Editto di Ciro” (Esdra: 6:3-5), gli ebrei poterono tornare a Gerusalemme, i vari testi furono riuniti in libri ai quali fu dato un titolo ed in seguito integrati in quella che sarà la Bibbia.

Possiamo anche pensare che durante la cacciata degli Hyksos un gruppo, secondo alcuni sarebbero i famosi Hapiru (o Habiru), abbia scelto di andarsene per proprio conto senza seguire gli altri asiatici seguendo un personaggio di spicco tra di loro (Mosè?), il quale si era creato un unico Dio (chissà perche?) ed in suo nome abbia promesso ai suoi seguaci di portarli in una fantomatica “Terra Promessa”. La Bibbia stessa ci dice che i seguaci di Mosè non erano fedeli a quel Dio che veniva imposto loro e che loro manco ne avevano mai sentito parlare. Ma allora perché girovagare per 40 anni nel deserto del Sinai? Sempre la Bibbia ci dice che gli “Israeliti” non obbedirono al Dio di Mosè e infransero spesso i suoi comandamenti, furono perciò puniti con 40 anni di peregrinazione prima di giungere nella Terra Promessa.

La vicenda del Patriarca legislatore che attraversa il Mar Rosso, si dirige a sud nel Sinai dove vaga per 40 anni e riceve le tavole della Legge dal suo Dio, si può includere nel mito, sacro e nobile, della narrazione biblica. La quale narrazione biblica ci presenta una delle tante  contraddizioni, ci descrive il Monte Sinai non in Sinai ma in Arabia.

Questa è la teoria che colloca l’Esodo in concomitanza con la cacciata degli Hyksos, condivisibile? Personalmente la ritengo poco probabile.

Proviamo ora a guardare la vicenda da un altro punto di vista. Con Amenhotep III avviene il primo distacco vero e proprio della casa regnante dal centro cultuale per eccellenza del dio Amon a Karnak, il sovrano infatti fece costruire una nuova reggia oltre il Nilo, a Malqata, dove fece costruire anche il suo complesso funerario del quale oggi rimangono solo più gli enormi Colossi di Memmone.

Questo allontanò ulteriormente la casa reale dalle interferenze dei sacerdoti del dio Amon i quali erano sempre più invadenti verso il potere politico del sovrano. Come abbiamo accennato in precedenza, già con Thutmosi IV iniziarono ad affermarsi nuove idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo, si nota un certo distacco dal culto di Amon in favore di quello che con Akhenaton troverà una piena affermazione, Aton, ovvero il “disco solare”.

Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud scrive in proposito:

Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo (notare però che Adonai è plurale e significa “Miei Signori”).

Importante notare che non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa di Aton. Il pensiero vola alla Bibbia:

Cogliendo le somiglianze tra la visione religiosa del faraone eretico e gli insegnamenti di Mosè, Sigmund Freud è stato il primo a sostenere che Mosè era in realtà un egiziano. Ora Ahmed Osman, con recenti scoperte archeologiche e documenti storici, sostiene che Akhenaton e Mosè fossero la stessa persona. In una splendida rivisitazione della storia dell’Esodo, Osman dettaglia gli eventi della vita di Mosè/Akhenaton:

Un po di fantasia non guasta mai. Oltre Freud, anche gli egittologi Arthur Weigall e Jan Assmann, dell’Università di Costanza, e molti altri hanno posto in evidenza le numerose analogie tra Mosè, adoratore di Adonai e Akhenaton adoratore di Aton.

Un’ulteriore analogia la troviamo nelle moltissime similitudini tra “L’Inno ad Aton”, scritto sulle pareti della tomba inutilizzata del visir Ay, con quelle contenute nel Salmo biblico n. 104. La tesi secondo cui Mosè sarebbe lo stesso Akhenaton è però contestata da molti i quali affermano che il faraone sarebbe morto in Egitto prima dell’eventuale Esodo. A questo punto si potrebbe ipotizzare che Mosè sia stato un seguace di Akhenaton, fedele all’Aton, e che, con il fallimento della rivoluzione religiosa e la probabile persecuzione contro i fedeli atoniani da parte del clero di Amon abbia deciso di scappare dall’Egitto con i suoi adepti.

Mosé, secondo gli antichi egizi significava “figlio di” poi la tradizione ebraica lo ha fatto derivare dal termine “Masciah” che significa “salvato dalle acque”; secondo i più si tratta di un nome decisamente egiziano che diversi faraoni portarono. Mosè quindi deve aver vissuto fin dall’inizio la deriva in favore del culto atoniano e l’educazione che ricevette nella corte del faraone fu tale per cui venne iniziato al culto di Aton. Nato probabilmente sotto Amenhotep III divenne poi un cortigiano di Akhenaton e come lui seguace del culto di Aton. D’altronde la Bibbia, nella Genesi, parla sempre di un dio che non è conosciuto da tutti, egli è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, anche di Giuseppe, sono loro che parlano con il dio, il popolo non viene mai coinvolto se non per interposta persona.

Con la morte di Giuseppe cala il silenzio, un silenzio che dura fino all’avvento della schiavitù ad opera del faraone:

Da quel momento gli ebrei sarebbero diventati schiavi in Egitto. In Genesi 15:13, Dio dice ad Abramo:

cosa che viene confermata dallo stesso Mosè in Esodo 12:40-41 quando afferma:

A questo punto possiamo immaginare che dopo quattro secoli qualcuno ancora si ricorda del dio di Abramo? Tanto meno Mosè che, indipendentemente da come si vuol considerare la sua nascita, è a tutti gli effetti un egiziano e come tale la sua vita si svolge alla corte del faraone.

Manetone scrive che Mosè divenne sacerdote del Sole in Egitto per un periodo di tredici anni. In realtà egli parla di una figura semi leggendaria che chiama Osarseph (altro nome di Mosè secondo Manetone, il quale specifica che tale nome deriva da Osiride e che la parte finale seph è una variante di Seth). Anche Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione” associa Osarseph al profeta ebraico affermando che fu un alto sacerdote del clero di Osiride della città di Eliopoli durante il regno del faraone Amenhotep senza precisare quale.

Forse non è errato pensare che la figura di Mosè, magari non proprio come lo descrive la Bibbia, sia realmente esistita. Indipendentemente dalla sua nascita ed infanzia quale gli viene attribuita nella Bibbia, Mosè visse presso la corte del faraone e:

Manetone parla di lui citandolo come Osarseph che Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione”, in seguito associa ad un alto sacerdote del clero di Osiride. Sempre Giuseppe Flavio, nelle “Antiquitates Iudaicae”, aggiunge che Mosè fu mandato dallo stesso faraone a guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi, che erano avanzati da sud impossessandosi di molte città, per cui divenne un potente generale dell’esercito egiziano.

Di lui la Bibbia dice che, seppur formatosi presso la famiglia reale, ad un certo punto non condivise più i metodi disumani coi quali venivano trattati gli ebrei “schiavi” e decise di aiutarli ad uscire da quella situazione. Fin qui il racconto della Bibbia e di alcuni storici antichi dei quali non si nutre piena fiducia.

Ma vediamo prima quando Giuseppe e con lui Giacobbe (Israele) sarebbero scesi in Egitto. Come ho detto in precedenza Dio dice ad Abramo che i suoi discendenti:

CHI ERA MOSE’?

Penso che, nonostante le molte contraddizioni ed inesattezze storiche e bibliche, un personaggio quale Mosè deve essere sicuramente esistito. Secondo alcuni Mosè altri non era se non lo stesso Akhenaton. L’identificazione del faraone ribelle Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo. La cosa potrebbe essere verosimile poiché non si sa più nulla di lui da un certo periodo in poi, la damnatio memoriae cui fu soggetto, principalmente durante il regno del faraone Horemheb fu talmente meticolosa da cancellare quasi completamente il suo ricordo.

Arriviamo dunque al momento in cui Akhenaton prende coscienza che l’opposizione nel paese, sobillata soprattutto dal clero di Amon, si fa sempre più forte assumendo anche caratteri di rivolta. Come abbiamo già detto in Egitto e parte del Medio Oriente, pare si sia verificata un’epidemia molto grave la cui natura resta in gran parte sconosciuta. Forse proprio a causa di questa epidemia nella famiglia reale avvennero molte morti, dapprima la regina madre Tiy (intorno al 13º anno di regno) seguita dopo poco dalle giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura. Queste morti furono precedute, intorno al 12º anno di regno, dalla morte della secondogenita, Maketaton (morta forse di parto). Tutti questi lutti dovettero colpire duramente il sovrano già provato dalla delusione dovuta alla consapevolezza  dell’ormai imminente fallimento del suo culto atoniano. A complicare ulteriormente le cose pare che intorno al dodicesimo anno di regno, la sposa reale Nefertiti esca di scena, di lei non si sa più nulla, secondo alcuni cadde in disgrazia, ma potrebbe anche essere morta. In un edificio situato a sud della città di Akhetaton, detto Maruaten, il nome di Nefertiti è stato cancellato ed al suo posto compare quello della figlia maggiore Merytamun che pare sia poi andata sposa a Smenkhara, successore di Akhenaton.

In una tomba di Amarna Akhenaton e Nefertiti sono rappresentati insieme mentre offrono dell’oro al defunto ma inspiegabilmente al posto dei loro cartigli compaiono quelli di Smenkhara e Merytamun, questo porterebbe a pensare che Akhenaton non era più presente ad Akhetaton prima che il nuovo faraone lasciasse Amarna per Tebe. A questo punto non ci sono che due spiegazioni, o Akhenaton era morto oppure aveva già lasciato Amarna con i suoi seguaci per dirigersi in Palestina sotto le spoglie di Mosè.

Secondo altri studiosi Akhenaton morì intorno al suo diciassettesimo allo di regno ma Akhetaton non fu abbandonata subito, a succedere al trono salì dunque Smenkhara, sarà lui a lasciare Amarna abbandonando l’eresia dell’Aton. Una testimonianza ci arriva da un graffito in ieratico trovato a Qurna e risalente al terzo anno di regno di Smenkhara dove un certo Pwah innalza un inno al dio ancestrale:

E’ evidente che l’eresia era già stata abbandonata. Certo Akhenaton potrebbe essere morto ma non dimentichiamo il generale Thutmose che Manetone cita come Osarseph ripreso anche da Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apione”. Nato forse durante il regno di Amenhotep III o addirittura di Thutmosi IV, con molta probabilità da genitori egiziani facenti parte della corte se non addirittura da una sposa secondaria di uno dei due faraoni citati sopra, [Thut] Mose fu partecipe a pieno titolo della vita di corte e con questa condivise le nuove tendenze religiose ormai orientate verso l’Aton. Quasi certamente affiancò Amenhotep IV nella sua rivoluzione religiosa, che porterà il faraone a mutare il suo nome in Akhenaton, e con lui partecipò alle sorti dell’Egitto incluso il trasferimento della capitale ad Akhetaton.

Come abbiamo già accennato in precedenza Flavio Giuseppe, nelle “Antiquitates Iudaicae”, identifica Mosè con il generale Thutmose, a parziale conferma di ciò, su vari testi egiziani è attestato che il faraone Akhenaton fece sedare un’insurrezione nubiana, nell’odierno Sudan e questo avvenne nel suo dodicesimo anno di regno, a guidarla fu il generale Thutmose. Possiamo quindi immaginare una collaborazione molto stretta fra il faraone e Mosè entrambi adoratori dell’Aton.

Alla morte di Akhenaton sale al trono Smenkhara che cede al clero di Amon e cancella l’eresia atoniana. Mosè raccoglie i seguaci di Aton e con essi parte per cercare una nuova terra dove professare il suo credo. Certo non erano molti come ci racconta la Bibbia:

Coloro che seguirono Mosè non erano quindi gli schiavi biblici bensì normali cittadini di Amarna, magari pure benestanti, che se ne andavano portandosi dietro tutti i loro averi, oro, argento, gioielli e vestiti oltre a rifornimenti per il viaggio. Non credo che se si fosse trattato di schiavi, liberati dal faraone dopo le dieci piaghe, questi gli avrebbe pure dato:

Certamente Mosè si vide costretto a cambiare qualcosa del credo atoniano, in quanto enoteista il credo ammetteva la presenza, seppur marginale di altri dei, prima fra tutti la Maat. Mosè fonda perciò un nuovo credo, monoteista, che vede un unico dio che non ha nome:

Riguardo a quest’ultima parte viene solo ribadito quello che già esisteva nel credo dell’Aton infatti non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa del dio atoniano, Aton rappresenta solo il disco solare.

Un’ultima considerazione che mi pare doveroso fare perché ci troveremo tra poco a dover affrontare è che, mentre tutto ciò che riguardava Amarna per quanto possibile fu cancellato dalla damnatio memoriae, così come i personaggi che non seguirono Mosè ma che erano coinvolti nell’amministrazione, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton non solo mantenne la sua posizione ma la migliorò diventando in seguito faraone, fu il maestro dei cavalli Ay, forse per il fatto di essere imparentato con la regina e, come tale, avere una grande influenza negli affari di stato in quanto il faraone che seguirà Smenkhara, ovvero Tutankhamon, era ancora un fanciullo.

Fonti e bibliografia:

  • Sigmund Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
  • Johannes Lehmann, “Mosè l’egiziano” Garzanti, Milano 1987
  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Giovanni Garbini, “Storia e ideologia nell’Israele antico”, Brescia, 1986
  • Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Torino, Einaudi, 1969
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Martin McNamara, “I Targum e il Nuovo Testamento”, Bologna, 1978
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, 1961
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Charles Conroy, “The “Israel Stela” of Merenptah”
Nuovo Regno, Storia egizia

MOSE’ L’EGIZIANO

Di Giuseppe Esposito

ATTENZIONE: se pensate di ottenere chiarimenti sulla Stele d’Israele[1]; se pensate che quest’articolo possa risolvere tutti i vostri dubbi sull’Esodo; sulla “schiavitù” degli ebrei in Egitto; su chi fosse/fossero il/i faraone/i dell’Esodo[2]; sull’attraversamento del Mar Rosso e su un esercito sommerso dalle acque miracolosamente richiusesi sui carri d’oro; NON leggetelo, poiché sono convinto che susciterà più domande che non fornire risposte.

Ma se decidete di leggerlo, sappiate allora che l’articolo prende le mosse da un dubbio che interessa uno dei personaggi più emblematici e carismatici della Bibbia, colui che trasse il Popolo Eletto (ma era poi davvero il “suo”?) dalla schiavitù cui era sottoposto sotto il dominio di un Faraone, che “non aveva conosciuto Giuseppe”[3], per la gloria del quale stava costruendo addirittura due città.

La domanda perciò cui cercherò di fornire spunti per una risposta, come del resto hanno fatto altri –di certo più titolati di me-, è chi era questo personaggio? Era davvero figlio del suo popolo? …e, più importante, qual era poi, veramente, il “suo” popolo?

Se avessi certezze e prove, forse meriterei il “Nobel” per la Storia (ammesso che esista), ma non ho certezze, né tantomeno prove, e diciamo che come la pensi io, in realtà, sarà già subito chiaro dal titolo stesso dell’articolo:   

MOSE’ L’EGIZIANO

Alma Tadema (1836-1912), Il ritrovamento di Mosè (1904), collezione privata

«9Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Esodo 1, 9-10)

15Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Esodo 1, 15-16)

… Inizia così la persecuzione degli ebrei che, secondo le scritture bibliche, stavano costruendo le città di Pitom e Ramesse, e questo perché:

7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. (Esodo 1, 7-8)

Fu così che:

1Un uomo della famiglia di Levi[4] andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. (Esodo 2, 1-3)

E accadde che:

5…la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli Ebrei”. 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. 8“Va’”, rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”. (Esodo 2, 5-10)

E siamo così giunti al vero argomento di quest’articolo… mettetevi comodi perché potrebbe essere lungo e, se volete un consiglio, leggetelo da PC e non sul telefonino perché non è poi così semplice… ma proseguiamo.

Il testo biblico, come abbiamo visto, fa derivare il nome “Mosè”, dalla radice Moshé (משה), un verbo connesso a un più vasto ragionamento semantico collegato al concetto di “estrarre dall’acqua”, in senso passivo, ovvero “colui che E’ ESTRATTO dall’acqua”. Altri studi, tuttavia, specie in area ebraica, interpretano la stessa parola in senso attivo, cioè “colui CHE ESTRAE dall’acqua” indicando così in Mosè il liberatore del popolo.

Di fatto, gli avvenimenti che vedono Mosè al centro di quanto narrato nella Torah e, quindi, ripresi dalla Bibbia, sarebbero stati codificati nel X secolo a.C. (c.d. fonte Jahvista[5]), poi rielaborati nell’VIII secolo a.C. (fonte Elohista[6]), per giungere alla versione definitiva nel VII secolo a.C. con la fonte Deuteronomista (il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana). In tale quadro rientrerebbero le vicende relative alla guerra che, nella primavera del 609 a.C., vide opposti gli Egizi del Faraone Necao (XXVI dinastia) agli Assiri e la parte avuta, nella sconfitta degli egizi, dall’alleato re ebraico Giosia[7], ma ci allontaneremmo troppo dall’argomento principale e allora… torniamo nei ranghi.

Se siete stati turisticamente in Egitto, avrete forse sentito dire da qualche guida del luogo, desiderosa di incrementare la propria mancia, che Mosè e Thutmose fossero la stessa persona… e che, quindi, un certo Re Thutmose sarebbe, di fatto, l’artefice della “fuga” (ma fu veramente tale?[8]) degli Ebrei dall’Egitto…

Prendiamo per buona, almeno per ora, questa notizia e poniamoci, intanto una prima domanda che sorge spontanea: quale Thutmose, visto che ce ne furono almeno quattro e che Thutmose era, peraltro, un nome alquanto frequente; a titolo di esempio, basti rammentare che anche l’autore del famoso busto di Nefertiti, oggi al Neues Museum di Berlino, si chiamava, a sua volta, Thutmose.

Siamo, comunque, nella XVIII dinastia[9], detta, appunto, dei Thutmosidi, quella cui appartenne il più famoso rivoluzionario religioso della storia egizia: Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton e instaurò il culto enoteistico[10] (non moneoteistico, si badi bene) del Disco Solare: Aton.

La scelta di tale dinastia e del regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, per inserire la leggenda del Thutmose/Mosè potrebbe, ovviamente, non essere casuale: qualcuno, infatti, con abbondanti circonvoluzioni aeree, ha voluto vedere in Mosè addirittura proprio Akhenaton. Tuttavia, potremmo trovare anche qualche fondamento di verità considerando che, in origine, erede al trono era stato designato un primo figlio del Re e della sposa principale, Tye, proprio di nome Thutmose. Questi, però, “sparisce” dalla storia prima di poter assurgere al trono e viene sostituito dal fratello che diventa Sovrano, prima di cambiare nome, come IV degli Amenhotep. Nasce, quindi, il quesito: morte del primogenito o altra condizione per cui viene allontanato dalla Corte?

Una piccola digressione appare, tuttavia, necessaria per inquadrare il personaggio di Tye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III.

Figlia di Thuya, Superiora dell’harem di Min e di Amon, Cantatrice di Hathor, e di Yuya, Profeta di Min, Luogotenente ai cavalli da combattimento del Re e Sovrintendente ai buoi di Min, proveniva da Akhmin (l’antica Khem), capitale del IX nomo dell’Alto Egitto.

Tye potrebbe essere, o forse è, tuttavia, una figura particolare proprio per la religiosità del periodo storico che comprende il regno dello sposo, Amenhotep III, e del suo successore Amenhotep IV/Akhenaton.

Si è, infatti, ventilato che proprio sotto la sua influenza sia iniziato quell’allontanamento dal sempre più incisivo culto di Amon che porterà, al suo massimo grado, all’”eresia amarniana” di suo figlio. Una prima fase sarebbe riscontrabile nello spostamento della sede reale da Waset, l’odierna Tebe, dalla riva orientale del Nilo, a quella occidentale nel sito di Malqata[11]; si sarebbe trattato, infatti, di un primo tentativo, non traumatico, di allontanamento dallo strapotere dei sacerdoti di Amon.

Il complesso, che copriva un’area di oltre 32 ettari, comprendeva  più palazzi (del re, della regina, dei figli della coppia regale[12]) ed installazioni (un tempio dedicato ad Amon, uno dedicato a Sobek, nonché alloggi per i funzionari di corte e per gli operai)[13]. L’impulso principale alla realizzazione dell’area di Malqata venne data, da Amenhotep III, prima della celebrazione della sua terza festa Heb-Sed, il Giubileo, ma l’area venne ampliata anche sotto il regno di Amenhotep IV/Akhenaton, prima che la capitale si trasferisse ad Akhetaton.

E’ da tener presente, per inquadrare ancora una possibile provenienza, o anche solo influenza, estera del culto atoniano, che l’anatomista Grafton Elliot Smith (1871-1937), che esaminò la mummia di Yuya, padre della Regina, riscontrò che costui era di altezza superiore alla media egizia. Perplessità destò negli egittologi anche il suo nome che, nella tomba KV46, era trascritto e letto in vari modi, tutti presentavano, tuttavia, il geroglifico generalmente impiegato per indicare uno straniero: un uomo che si porta la mano alla bocca[14]. Considerando anche il particolare incarico di responsabile della cavalleria reale, si è supposto che Yuya potesse essere di provenienza mitannita così giustificando, in qualche modo, una possibile derivazione estera anche di un particolare culto, magari meno noto nell’area egizia.     

Chiediamoci a tal punto se, ipotizzando il Thutmose figlio di Tye come iniziatore di una nuova religione, Mosè non potesse, di fatto, essere qualcuno di ben diverso dal biblico personaggio figlio di un’ebrea… Come abbiamo sopra visto, potrebbe esserci qui, intanto, una prima sorpresa, poiché Yocheved e Amram, i presunti genitori, erano nati in Egitto (Numeri 26, 59). Ne consegue che il nome potrebbe ben derivare non dall’ebraico, ma proprio dall’egiziano antico visto che “Mose” (senza accento) significava semplicemente, “bambino“, o anche “discendente“, ma anche “figlio“.

E si potrebbe qui ricollegare la leggenda del Thutmose proposta dalla guida moderna, giacché il nome significa “figlio di Thot“, ma con questa logica, si badi, anche Ramose (figlio di Ra) potrebbe corrispondere, o anche Kha-Mose (figlio del Kha -che era una delle cinque “anime”-).

Ma tralasciamo, per un momento, il personaggio biblico e leggiamo quest’altro testo, originariamente in lingua neo-assira, risalente all’VIII secolo a.C.[15]:

1.    «Io sono Sargon, il re potente, re di Akkad[16].

2.    Mia madre era una sacerdotessa-enetum, mio padre non lo conosco,

3.    il fratello di mio padre vive sulla montagna;

4.    la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.

5.    Mia madre, la sacerdotessa, mi concepì e mi partorì di nascosto,

6.    mi mise in un cesto di canne, ne calafatò l’apertura con bitume

7.    e mi affidò al fiume, che non mi sommerse.

8.    Il fiume mi portò e mi condusse da Aqqi, il portatore d’acqua:

9.    Aqqi, il portatore d’acqua, gettando il suo secchio mi prese su,

10.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi fece suo figlio e mi crebbe,

11.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi mise nel suo mestiere di giardiniere.

12.   Nel mio mestiere di giardiniere Ishtar mi amò

13.   e per 54 anni ho davvero esercitato la regalità,

14.   davvero ho governato e guidato le Teste Nere.

…omissis…

22.   Chi diventerà re dopo di me,

23.   [che egli eserciti la regalità per 54 anni],

24.   governi le Teste Nere,

25.   tagli con picconi di bronzo possenti montagne,

26.   salga più volte sui monti superiori,

27.   [attraversi più volte i monti inferiori],

28.   per tre volte il giro dei paesi del mare,

29.   [Dilmun si sottometta a lui]!

30.   Che egli salga sulle grandi mura del cielo (e) della terra (e) [ne rimuova le pietre]![17]»

Interessante vero? …si tratta della nascita di Sargon di Akkad e il testo risale a circa mille anni prima del “nostro” Mosè (circa il 2300 a.C.). Ma anche il “Mahabharata” (IV secolo a.C.) parla dell’eroe indiano Karna che nasce dall’amore tra il Dio Sole (Surja) ed una principessa vergine che affida il bimbo alla corrente; un carrettiere lo trova e provvede ad allevarlo.

E, senza andare molto lontano, come la mettiamo con Romolo e Remo, o con Edipo, con Ercole?

Di fatto, la struttura della storia sembra fatta apposta, alla stessa stregua di un algoritmo matematico, per legittimare un’ascesa al trono consentendo, in qualsiasi momento, di far derivare l’eroe da un qualsivoglia Dio[18]

Se si analizza la leggenda di Mosè (nato da famiglia modesta e poi diventato figlio del faraone), però, ci rendiamo conto che il suo diventare figlio adottivo del Re, di fatto, non porta nessun vantaggio alla storia per come la conosciamo. Più semplice sarebbe stato costruire la leggenda al contrario (come peraltro negli altri casi che abbiamo sopra visto): la figlia del faraone ha un figlio e un oracolo predice che questo scalzerà il re dal trono; il faraone padre decide allora di uccidere il bambino; la figlia lo protegge mettendolo in una cesta e affidandolo al fiume. Qui una famiglia ebrea di umili origini lo salva e, in seguito, sarà proprio Mosè a “trarre fuori” il “suo” popolo dall’Egitto. …scorrerebbe meglio, non trovate?

E invece no, la costruzione è diversa! Perché? Forse proprio perché “Mose(senza accento, s’intende) è egiziano di nascita, ed è proprio un Principe? Forse il suo nome, originariamente, era diverso e aveva una componente teofora ben precisa, ad esempio, come abbiamo sopra visto, Thut-mose?

Nel momento in cui decide, però, di seguire gli ebrei nella loro “fuga”, o esserne egli stesso l’artefice, accettando la nuova religione (o magari proponendola egli stesso) si trova in una particolare condizione: il dio degli ebrei non ha nome; si rende perciò necessario cancellare la parte teofora del proprio nome egizio per presentarsi ai suoi nuovi correligionari (o ai suoi seguaci) solo come “Mose”, cioè semplicemente “figlio”!

Torniamo, perciò, alla teoria secondo cui un “Thutmose” sarebbe da identificare con Mosè, sopra avanzata. Come visto, non esiste, intanto, riferimento storico-archeologico di una tale situazione… tuttavia i Thutmosidi appartengono alla XVIII Dinastia durante la quale, come detto, nasce, prospera e scompare quella che sarà poi definita “eresia amarniana” con la quale un re (Amenhotep IV/Akhenaton) abolirà il politeismo per instaurare il culto di Aton quale Dio preminente, non rappresentabile antropomorficamente (come era stato per gli Dei precedenti).

E la mancanza di trasposizione antropomorfica di Aton può essere anche fisicamente giustificabile: Aton è l’accecante disco solare, che non si può guardare, e che è perciò privo di forma, genera la vita e protegge tutti i popoli indistintamente.

L’inno ad Aton, scritto dallo stesso Re Akhenaton, forse, una delle più belle preghiere conosciute recita, infatti:

«…Tu che produci l’ovulo nelle donne, che crei il seme negli uomini, che nutri il figlio nel grembo di sua madre e lo calmi perché non pianga, che dai l’aria per mantenere in vita tutto ciò che hai creato…»

e, più avanti

«…Come sono numerose le tue opere! Sono nascoste alla vista (degli uomini), o Dio unico, a cui nessuno è uguale…»[19].

Può essere interessante notare che, dopo Akhenaton, nella XVIII dinastia, e in quelle a venire, non si ha notizia di alcun altro Thutmose. E se si trattasse di una sorta di damnatio memoriae?

Sulla “egizianità” di Mose potrebbe esistere ancora un’altra prova indiretta: come sopra visto, dice la Bibbia che «…un uomo della casa di Levi prese per moglie una figlia di Levi…» il che innegabilmente ci porta a dire, se volessimo credere alla nascita ebraica, che Mosè era un Levita!

Bene, biblicamente i Leviti erano la tribù eletta del popolo scelto da Dio, gli eletti tra gli eletti, tanto che dai leviti provenivano tutti i sacerdoti…

Dopo quarant’anni di peregrinazione, finalmente raggiunta la Terra Promessa, fu necessario stilare un “Nuovo censimento all’uscita dal deserto”. Nessuna delle dodici tribù d’Israele venne ovviamente tralasciata nel conteggio delle famiglie e degli individui, anche perché questo censimento doveva servire a procedere, anche, alla suddivisione della stessa Terra di Canaan.

51 I figli d’Israele di cui si fece il censimento erano dunque seicentunmilasettecentotrenta.

52 Il Signore disse a Mosè: 53 «Il paese sarà diviso tra di loro, per essere loro proprietà, secondo il numero delle persone. 54 A quelli che sono in maggior numero darai in possesso una porzione maggiore; a quelli che sono in minor numero darai una porzione minore; si darà a ciascuno la sua porzione secondo il censimento. 55 Ma la spartizione del paese sarà fatta a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle tribù paterne…» (Numeri 26, 51-55)

Ultimi nel computo, e stranamente dopo il totale riportato al 51:

57 Ecco i Leviti dei quali si fece il censimento secondo le loro famiglie:

… omissis…

E Cheat generò Amram. … 

59 Il nome della moglie di Amram era Yocheved, figlia di Levi che nacque a Levi in Egitto; ed essa partorì ad Amram Aaronne[20], Mosè e Maria loro sorella[21]

…omissis…

62 Quelli dei quali si fece il censimento furono ventitremila: tutti maschi, dall’età di un mese in su. Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele, perché non fu loro data alcuna proprietà tra i figli d’Israele. (Numeri 26, 57-62)

Come si vede, il numero dei Leviti era tutt’altro che esiguo, erano ben ventitremila calcolando i soli maschi. Poco importa se i numeri fossero effettivamente questi, ma quel che colpisce è che, pur trattandosi della tribù eletta da Dio, pur essendo coloro che fornivano al popolo i sacerdoti, «…non fu loro data alcuna proprietà…»

Perché un trattamento palesemente iniquo e perché la precisazione «…Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele …»?  

Forse perché, di fatto, non erano ebrei e pertanto, secondo la parola di Jahvè, nulla spettava loro!

È pertanto ipotizzabile che, ancor prima della partenza, si trattasse di sacerdoti[22] del nuovo Dio poiché costituivano, ad esempio, il seguito (egiziano) di colui che aveva insegnato la nuova religione agli ebrei o, anche, che aveva fornito le sole risorse, umane e fisiche, per poterla attuare.

Scrive Sigmund Freud (Ebreo a sua volta), che a Mosè ha dedicato il suo studio “Der Mann Mose[23]:

«…non si può pensare che un gran signore come Mose, originario del medesimo paese, si sia recato da solo presso un popolo straniero. Avrà certamente preso con sé i più fedeli seguaci, gli scribi e i servi e questi costituirono il nucleo iniziale dei leviti… a sostegno…ci sono i nomi egiziani che solo i Leviti più tardi portarono…»

Tornando ancora alla domanda iniziale. Se volessimo credere ancora al “Thutmose” quale “liberatore” degli ebrei dovremmo inquadrare la vicenda in un ottica meno “sacra” e più “politica” e, in tal caso, si sarebbe trattato di una vera e propria secessione in seno al popolo egiziano, una sorta di guerra civile incruenta che avrebbe di certo, però, lasciato ampie tracce nella storia dell’Egitto mentre, geroglifici ed evidenze archeologiche alla mano, non se ne ha traccia alcuna[24].


[1]    Se siete interessati all’argomento, in questo stesso sito:

[2]  sui Faraoni dell’Esodo, posso rimandarvi alla sezione omonima della voce “Storia dell’Antico Egitto” di Wikipedia; https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27antico_Egitto#I_faraoni_dell’esodo

[3]    Esodo 1, 7-8

[4]    Amram (Imran nel Corano), della tribù di Levi, marito e nipote di Yocheved, genitori di Mosè, Miriam e Aronne. Secondo studi esegetici, sia Amram che Yocheved dovrebbero essere nati in Egitto e, secondo studi riguardanti l’albero genealogico di Levi (vedi semplificato qui sotto), Yocheved dovrebbe essere stata la minore dei figli di Levi e, quindi coetanea di Amram, pur essendone zia, nato a sua volta da Kohat, figlio di Levi e fratello di Yocheved.

[5]    Considerata la fonte primaria del “pentateuco”, ovvero dei cinque libri che compongono la Torah (datata intorno al IX-X secolo a.C.). Si caratterizza per l’uso ricorrente del nome “Jahvè” per indicare Dio.

[6]    Fonte caratterizzata, anche in questo caso, dal ricorrente uso della parola “El” per indicare Dio, molto spesso, però, usata al plurale “Ĕlōhīm”, ovvero Dei. Interessante notare quanti e quali nomi ebraici abbiano in se una componente teofora che comprende proprio il termine “El”: Dani-el; Ab-el; El-ijah; Ezeki-el; Gabri-el; Immanu-el; Micha-el; Shemu-el, o la stessa Isra-el. 

[7]    “Secondo Libro dei Re”, 22 e 23 [VI-V sec. A.C. fonte Deuteronomista]; “Secondo libro delle Cronache”, 34 e 35.

[8]    Per chi volesse saperne di più sull’Esodo e sulla sua presumibile data, o su chi fu/furono il /i Faraone/i dell’Esodo, rimando a un altro articolo da me scritto in altro sito: https://www.fattiperlastoria.it/fake-news-antico-egitto/ 

[9]    Principali Re della XVIII dinastia (si noti la ricorrenza del suffisso “mose” di molti dei nomi): Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II, Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep II, Thutmose IV, Amenhotep III, Amenhotep IV/Akhenaton, Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemhab.

[10] L’enoteismo prevede la preminenza di una divinità sulle altre che compongono un dato pantheon, così da catalizzare tutto il culto. Viene considerata una forma intermedia tra il politeismo e il monoteismo vero e proprio, in cui la venerazione è incentrata su una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre, di cui però di solito è sottolineata l’inferiorità.

[11] L’antica Per-Hay, la “casa della felicità”, ma anche “Palazzo dell’Aton Splendente”, chiamata Malqata (“luogo delle cose ritrovate”) all’atto della  scoperta, nel 1888, da Georges Daressy (1864-1938), oggi meglio nota come Kom el-Hetan. Scavi sono in corso in quello che era il complesso templare e abitativo più grande di cui si abbia conoscenza, e di cui restano, come uniche vestigia visibili i cosiddetti Colossi di “Memnone”.

[12]  Thutmosi, erede al trono; Amenhotep, divenuto re con il nome di Amenhotep IV, poi Akhenaton; Sitamon, divenuta Grande Sposa Reale del padre intorno al trentesimo anno di regno; Isis; Henuttaneb; Baketaton e, verosimilmente, Smenkhara, successore effimero (avrebbe regnato per meno di un anno) di Akhenaton, prima dell’assunzione del trono di Tutankhaton (Joyce Tyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Thames & Hudson). 

[13] Ad est del palazzo del re si apriva un enorme lago cerimoniale (3.700 braccia per 600) della cui inaugurazione restano alcuni scarabei commemorativi (lavori iniziati il «…1° giorno del terzo mese dell’inondazione, mese di Athir della stagione di Akhet…» e terminati  dopo soli 15 giorni «…il 16° giorno di Athir…»). 

[14] Theodore Davis, Gaston Maspero ed altri “The tomb of Iouiya and Touiyou : the finding of the tomb” Archibald Constable and Co. Ltd, 1907.

[15] Il testo è stato ricostruito ricomponendo tre tavole, rinvenute alla metà del XIX secolo, tra i resti della biblioteca del palazzo reale di re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli = Ashur Creatore di un Erede) d’Assiria, a Ninive, più altri frammenti di altre provenienze.

[16]  Sargon (Sa-Rugi = Vero Re legittimo), fondatore e primo re dell’Impero Accadico, šarru kibrat ‘arbaim = Re dei Quattro Angoli (del cielo o del mondo).

[17] Traduzione di Giuseppe Del Monte, Iscrizioni reali dal Vicino Oriente Antico, Università di Pisa, 2004, p.16.

[18] Si pensi anche alla regina Hatshepsut che, avendo usurpato il trono al figliastro Thutmosi (quello che poi sarà il III di questo nome), farà derivare la sua nascita dall’unione tra la madre, la bellissima regina Ahmasi, e lo stesso Dio Amon.

[19]  “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.” (Salmi 104, 24)

[20] Una curiosità egittologica riguarda il luogo in cui Aaronne morirà, come Mose, prima di giungere alla Terra Promessa e in cui verrà sepolta Miriam, sorella dei due. Secondo la Bibbia la località era Meribah che alcuni traduttori antichi esplicitamente indicano come “Qadesh degli Hittiti” (Numeri 20, 1).

[21] Attenzione poiché qui si ripete la genealogia di Mose e si sottolinea come Amram e Yocheved fossero nati in Egitto.

[22] Può essere interessante, a proposito dei Leviti, sapere che in tedesco “Leviten lesen” (letteralmente “leggere i Leviti”) è sinonimo di “sgridare”, “fare una ramanzina”, una “lavata di capo” e sapete perché? nel 760 d.C. il Vescovo di Metz (Chrodegang) per migliorare moralmente con la penitenza i religiosi (che pare fossero alquanto licenziosi), li costrinse a leggere il “Levitico” –terzo libro del Pentateuco- che contiene le leggi destinate, appunto, ai sacerdoti;

[23]  “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” fu scritto da Freud (1856-1939) tra il 1934 e il 1938 e pubblicato nel 1939, pochi mesi prima della sua morte. Già precedentemente Freud aveva scritto “il Mosè di Michelangelo”, pubblicato anonimo nel 1914 sulla rivista “Imago”. 

[24] Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio: “Mosè l’egiziano, nella Bibbia e nella leggenda” di Johannes Lehmann –ed. Garzanti- 1982.