Cose meravigliose, Tutankhamon

UN AMICO TRADITO, UN RE RITROVATO

A cura di Andrea Petta

Howard Carter a Chicago durante il suo tour di conferenze

Dopo il suo “sciopero” e l’allontanamento dalla tomba, nell’estate del 1924 Carter attraversa Stati Uniti e Canada in un giro di conferenze organizzato dal Met Museum. Si scopre oratore meticoloso, preciso, perfino umile; gli yankee impazziscono per lui. Per loro, per cui qualcosa “vecchio” di 100 anni è antico, qualcosa che risale a più di tre millenni prima è quasi fantascienza.

Ma Carter mostra una sola faccia al pubblico: nell’animo rigurgita rabbia per quella che considera un’immensa ingiustizia nei suoi confronti. Ogni tanto questa rabbia viene a galla, quando se la prende con gli autisti del pullman perché “non saprebbero guidare un carretto a cavalli” o con i camerieri mai abbastanza pronti e cortesi.

Carter alla Casa Bianca ricevuto dal presidente Coolidge.
“So che lei è nato in America, anche se vive in Inghilterra”
“Santo cielo, no…Sono inglese!”

SI trattiene a stento quando incontra il presidente Coolidge che, ingannato dagli articoli dei giornali statunitensi sulla scoperta della tomba, gli ricorda le sue “origini americane”. A stento riesce a mormorare “Santo cielo, no, sono inglese!”

Nessuno sa che, in segreto, ha fatto stampare a Londra un libello, “La tomba di Tut-Ankh-Amon. Dichiarazione e documenti sugli avvenimenti accaduti in Egitto nell’inverno 1923-1924 che portarono alla successiva rottura con il governo egiziano”.

Non è un libro in vendita, lo vuole distribuire a “pochi eletti”, amici e professionisti del settore, tra cui Lythgoe, Lacau e ovviamente Herbert Winlock del Met Museum che lo ha sempre sostenuto in un rapporto di mutuo beneficio.

È un errore colossale. Nell’appendice del libello, Carter ha pubblicato i telegrammi in codice scambiati con Winlock riguardo il caso della testa che emerge dal fiore di loto di cui abbiamo parlato qui:

https://laciviltaegizia.org/2021/11/19/il-mistero-della-testa-del-faraone-bambino/

Winlock si inc…si arrabbia profondamente. Si sente tradito, Carter ha messo in piazza un favore personale che lui gli aveva fatto per tirarlo fuori da una situazione incresciosa, mettendo a rischio la sua stessa carriera. Affronta a muso duro Carter, gli dice che per il suo ego sta buttando via una vita di ricerche.

Carter ne esce profondamente turbato e cambierà definitivamente il suo atteggiamento. Scrive la rinuncia ad ogni pretesa sugli oggetti e sui diritti relativi alla tomba e la invia a Lacau. Rimarrà da sistemare la questione della “spartizione” dei reperti con gli esecutori testamentari di Lord Carnarvon (Lady Almina vuole solo il risarcimento delle spese e non vuole più sentir parlare dell’Egitto), che verrà risolta con una somma di 36,000 sterline ed una vaga promessa sui “doppioni” che non sottraggano nulla al Museo Egizio.

Ma la chiave di volta non è una diatriba archeologica. Il 19 novembre 1924 viene assassinato Sir Lee Stack, comandante dell’esercito egiziano e Governatore della Nubia per conto di Sua Maestà. Gli Inglesi ne approfittano per reclamare pieni poteri e nel “pacchetto” ci finisce anche la tomba di Tutankhamon.

La prima bara all’interno del sarcofago in quarzite, pronta a rivelare i suoi segreti

Il 13 gennaio 1925 viene quindi firmata la nuova concessione (prudentemente di un anno, rinnovabile); il 25 gennaio vengono restituite a Carter le chiavi della tomba e del laboratorio. Sembra che sia tutto a posto e Carter si congratula con Lacau, poi scopre che il drappo funebre che copriva il secondo sacrario è stato lasciato all’aria aperta e si è letteralmente disintegrato al sole – e per fortuna non abbiamo nota di ciò che proferì alla vista…Non è l’unico danno: senza la “Banda Carter” il lavoro di spedizione è stato approssimativo: le ruote di un cocchio hanno danneggiato il cassone di un altro.

La prima bara. Apparve meravigliosa a Carter ed al suo staff, ma fu subito superata in bellezza dalle altre due. Foto ricolorata dal New York Times

Quello che rimane della stagione viene utilizzato per conservazione e restauro degli oggetti “lasciati in sospeso”, soprattutto quelli trovati nella camera sepolcrale ed il letto funebre raffigurante Ammut.

In autunno tutto è pronto. Finalmente il 13 ottobre Carter può aprire la prima bara. Riesce ad utilizzare le maniglie originali in bronzo per sollevare il coperchio, e scopre la seconda bara coperta da un sottile telo di lino e ghirlande di fiori.

Le bare appoggiate sul sarcofago in attesa di essere traslate per continuare il lavoro. Per la prima volta dopo più di tre millenni il Faraone è al di fuori del sarcofago

Annoterà Carter che “probabilmente è stata la regina Ankhesenamon a porre quei fiori” con un tono riverente e commosso.

Andare avanti non è facile: non c’è spazio tra le bare, che oltretutto pesano “in maniera sorprendente”. L’unica soluzione è sollevare il tutto e “sfilare” la prima bara da sotto. Vengono piantate delle viti ad occhiello nello spessore del legno della prima bara per sollevare il tutto ed estrarlo dal sarcofago. Nello spazio ristretto tra il sarcofago stesso ed il soffitto della camera sepolcrale è già un’impresa, con il timore di rovinare tutto.

Carter si accorge subito che la seconda bara è diversa dalla prima, ma al momento gli sembra solo “una rappresentazione più giovanile del Faraone”. Solo più tardi esprimerà il dubbio che non fosse predisposta per Tutankhamon ma appartenesse ad un altro membro della famiglia reale.

Sfilare la parte inferiore della prima bara non è facile. Carter corre un rischio pazzesco, solleva di poco il coperchio della seconda bara e fissa dei ganci metallici a quello che spunta dei chiodi originali di fissaggio per tenerla sollevata. Per sua e nostra fortuna gli artigiani egizi sapevano il fatto loro, ed i chiodi tengono.

Le operazioni di pulitura della seconda bara

Il 23 ottobre è possibile aprire la seconda bara, e finalmente si scopre il motivo del peso incredibile delle bare: la terza bara è in oro massiccio. Ed è anche incollata alla seconda per un trafilaggio degli unguenti usati per l’imbalsamazione del re, “una sorta di pece”, come dice Carter, durissima e tenace. Impossibile trattarla in situ, “ci vorrebbe il calore o degli acidi” per scioglierla.

Si decide allora di aprire la terza bara ancora incastrata nel guscio della seconda.

La terza bara in oro massiccio appena scoperta e dopo aver tolto le pesanti ghirlande di fiori e foglie che coprivano il petto

Il guscio della seconda e la terza bara ancora unite insieme, esaminate da Carter. Si vede bene l’eccesso delle sostanze usate per l’imbalsamazione del Faraone che ricopre parte della bara

Il 28 ottobre 1925, finalmente Carter apre la terza bara e si trova a tu per tu con il Faraone fanciullo. O meglio, davanti alla maschera d’oro che lo raffigura eternamente giovane, il reperto che diventerà il più famoso ed iconico di tutta la storia dell’Antico Egitto racchiudendone l’arte, il misticismo e la ricchezza.

Faccia a faccia con il volto dell’eternità

In quegli istanti” scrive Carter “le parole vengono a mancare…Il tempo misurato nel breve attimo di una vita umana perde la sua nozione di fronte a questo spettacolo che rievocava vivamente i i solenni riti religiosi di una civiltà scomparsa per sempre”

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