Di Ivo Prezioso

La piramide di Cheope svetta in seno ad un vasto insieme di edifici cultuali e di sepolture sussidiarie appartenute ad alti funzionati, membri della corte e della famiglia reale (Immagini n. 5-6).
Una grande necropoli si sviluppò da una parte all’altra della Grande Piramide, a est e ad ovest. Un muro a dorso d’asino, largo alla base 3,10 metri e alto in origine 8 metri, circondava la piramide su ciascuno dei suoi lati e si collegava a nord e a sud al tempio alto, costruito vicino alla facciata orientale del monumento. Tutta la superficie era pavimentata con lastre di calcare e, per far defluire l’acqua piovana, furono realizzati lunghi canali di scolo.

Il tempio funerario (o tempio alto) aveva delle dimensioni senza precedenti e vi si accedeva tramite la via ascensionale che terminava in linea con il suo lato orientale (Immagine n. 7). Da quel punto, si penetrava in un vasto cortile sorretto da pilastri in granito e pavimentato con lastre di basalto provenienti dalle cave di gebel Qatrani, a nord del Fayyum (Immagine n. 8). I muri dell’edificio furono realizzati in calcare e, a giudicare da alcuni frammenti rinvenuti qua e là, dovevano essere ricoperti, almeno parzialmente da rilievi finemente incisi.


Il tempio, di pianta rettangolare, ricopriva una superficie di 52,40 metri per 40,30 con la corte che ne occupava la maggior parte, mentre lungo tutto il suo perimetro si intravedono le cavità in cui erano inseriti i pilastri. Nella parte più riservata (vestibolo, corridoio, cappelle e nicchie) venivano deposte le offerte e officiati i riti giornalieri.
Tempio alto e tempio della valle erano un tempo, collegati da una enorme via ascensionale, ma il turismo crescente del XX secolo e lo sviluppo esponenziale dell’urbanizzazione, spinsero gli abitanti del luogo a riutilizzarne i materiali per costruire dimore ed alberghi al di sopra delle fondamenta Immagine n. 9).

Il ripido bordo dell’altopiano costrinse gli architetti di Cheope a realizzare fondamenta alte più di 30 metri affinché la strada potesse raggiungere il livello della valle; la rampa era lunga 659 metri e le sue fondamenta avevano una larghezza di 18 metri.
Il tempio di accoglienza è scomparso da tempo, ma alcuni resti di uno spesso muro, collegato a un porto, potettero essere studiati prima della loro distruzione da parte dei promotori immobiliari: la presenza di blocchi di basalto dimostra che si tratta di un’installazione edificata per il complesso di Cheope.
Della rampa ascensionale, della quale Erodoto ci tramanda che ci fossero voluti dieci anni per realizzarla, non resta ormai più nulla. Lo storico greco riporta che essa era riccamente decorata, il che sembrerebbe essere confermato dal ritrovamento di numerosi frammenti di blocchi finemente incisi che furono reimpiegati sotto il regno di Amenemhat I (XII dinastia), nella costruzione del suo complesso funerario a Lisht. Tuttavia, non è possibile determinare con certezza se questi blocchi provengano dalla rampa oppure dal tempio funerario (Immagine n. 10).

A nord della strada, sul ciglio della scarpata dell’altopiano sono presenti le rovine di un’imponente piattaforma (14 metri di larghezza per un’estensione di 32 metri) costruita con grossi blocchi di calcare. Questa struttura, che domina la valle, potrebbe essere stata teatro di riti particolari di cui non conosciamo il significato.
Nelle immediate vicinanze della piramide furono scavate cinque enormi fosse per barche: due lungo il lato orientale, una lungo la rampa ascensionale, le altre due nei pressi del fianco meridionale (Immagine n. 11). Queste ultime, più piccole e di forma rettangolare, si distinguevano per il loro aspetto e il loro contenuto. Furono sigillate con una serie di blocchi in calcare pesanti ciascuno una quindicina di tonnellate e nella prima furono rinvenute diverse iscrizioni recanti il cartiglio di Redjedef, che indicano che fu a questo sovrano, figlio e successore di Cheope, che si deve la sua chiusura. Negli anni ’50, il loro recupero, avvenuto poco dopo la scoperta ad opera di Kamal el-Mallakh, portò alla luce tutti gli elementi in legno (di varie essenze, principalmente cedro) e il cordame di una grande imbarcazione reale che fu interamente smontata in almeno 1224 parti, prima di essere deposta nella sua fossa.

La seconda fossa, in peggiori condizioni di conservazione, è in fase di estrazione dal 2011.
Gli elementi rinvenuti nella fossa più orientale, rimessi insieme sotto la direzione di Hagg Ahmed Youssef Moustafa, hanno permesso di ricostruire, dopo 14 anni di lavoro, una splendida imbarcazione di circa 43, 5 metri di lunghezza per una larghezza massima di 5,9. Fu sistemata ed esposta nel Museo della Barca, appositamente allestito vicino alla Grande Piramide, fino al 2021 (Immagine n. 12) per poi essere trasferita, al GEM (Grand Egyptian Museum).
Vedi anche: LE BARCHE SOLARI DI CHEOPE

È possibile immaginare che queste imbarcazioni fossero state utilizzate quando il re era ancora in vita e che fossero state meticolosamente smontate per essere sepolte nel complesso funerario, affinché il sovrano potesse goderne durante i suoi viaggi nell’aldilà. È inoltre probabile che furono utilizzate il giorno del funerale di Cheope e che la loro natura, così sacralizzata, abbia reso indispensabile seppellirle nelle vicinanze. Il loro carattere solare, ovvero il fatto che erano destinate a trasportare l’anima del re sotto le sembianze del dio del Sole Ra, avanzato inizialmente come una semplice ipotesi, si è via via imposto peraltro, senza che sia stato fornito il benché minimo elemento di conferma.
Fonti:
- Maurizio Damiano, Antico Egitto pag. 50
- Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.122÷137
- Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, pagg.75-76
- Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 70÷122
- Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto (I racconti del papiro Westcar), pagg.188-189)