Il mito di Osiride (rinchiuso in un sarcofago dal fratello Seth, buttato in mare, approdato a Byblos dove diventa parte di un albero, recuperato da Iside, diviso in 13 parti – di nuovo da Seth – nuovamente recuperate da Iside tranne il membro virile mangiato da un coccodrillo del Nilo e ricomposte da Iside insieme a Thot, che insieme lo fanno “risorgere”) potrebbe avere in questa sua ultima parte una base medica.
La resurrezione di Osiride era stata infatti tradotta inizialmente come il dio tornato “sano ed in buona salute” (nella traduzione di Faulkner degli anni ’70, ad esempio), ed il suo simbolo, il pilastro djed, correttamente indicato come la colonna vertebrale del dio, come simbolo di postura eretta, e quindi “vivo”.
Osiride raffigurato come un pilastro djed con pastorale e flagello tra le mani
Nel testo originale (il mito è riportato nel Libro dei Morti) si fa però riferimento letteralmente alla ricostruzione della colonna vertebrale del dio defunto. Uno dei simboli utilizzati (Gardiner S24), inizialmente interpretato come un nodo alla cintura, viene utilizzato nel Papiro Edwin Smith per indicare le vertebre. Dallo stesso papiro di deduce che i medici egizi conoscessero la relazione tra lesioni vertebrali e paralisi (para- o tetraplegia) e che degli interventi fossero possibili a livello del sistema nervoso centrale.
I simboli legati alla colonna vertebrale
Non solo: la pratica in uso fin dall’antichità è quella di fasciare strettamente (ed in tempi moderni ingessare) intorno alle ossa fratturate dopo il riallineamento per permetterne la saldatura.
Si può ipotizzare che “Osiride” fosse un alto funzionario, forse addirittura un sovrano predinastico, andato incontro ad una frattura vertebrale che lo avesse lasciato paralizzato e guarito con un intervento medico di riduzione della frattura tale da far pensare ad una “resurrezione”? Completamente fasciato dopo l’intervento per permettere una guarigione completa, diventando l’iconografia ufficiale di Osiride?
Statuetta di Osiride con il pilastro djed nella posizione della sua colonna vertebrale e delle costole. Museo del Cairo
In tempi moderni l’intervento di stabilizzazione della colonna vertebrale si avvale di un filo guida e, praticate delle incisioni sulla cute, vengono fatte scorrere verso la frattura gli strumenti necessari ad inserire i mezzi di sintesi, cioè le viti e barre, non ferromagnetiche, attraverso cui è possibile la ricomposizione delle fratture vertebrali. Il risultato è un riallineamento delle vertebre che va a decomprimere il midollo spinale con recupero del deficit motorio. In tempi antichi una trazione della colonna con un intervento chirurgico che decomprimesse volutamente o fortunosamente il midollo spinale avrebbe avuto successo?
Pilastro djed con la corona di Osiride sul retro di un sarcofago, British Museum
Ricordiamoci che nel papiro Edwin Smith una frattura del cranio con esposizione del cervello è “un male che curerò”…
È un’ipotesi suggestiva. Ma solo un’ipotesi.
Nel Papiro di Ani, che abbiamo già incrociato molte volte, al capitolo 26 si invoca Anubi “per rendere le mie gambe forti…ho ripreso forza nelle mie mani e nelle mie braccia, forza nelle mie gambe e nei miei piedi”.
Ma soprattutto (capitolo 50):
“Lega per me le vertebre del mio collo e della mia schiena. Mi è stato concesso il giorno in cui mi sono rialzato sulle mie due gambe dalla debolezza, il giorno in cui mi hanno tagliato i capelli. Seth e il ciclo degli dèi nella loro forza primordiale hanno fasciato le vertebre del mio collo e della mia schiena; possa non succedere mai nulla a causare la loro separazione… Nut [madre di tutti gli dèi, dea del cielo] ha fasciato le mie vertebre.”
Infine, nel capitolo 155: “Alzati…hai la tua spina dorsale” insieme alle istruzioni per porre un simbolo “djed” sul corpo del defunto.
Papiro di Ani, Plate XVI: al Capitolo 50 il riferimento a collo e vertebre fasciate collegate al potersi alzare sulle gambe
Non avremo mai la prova che una tale ipotesi possa corrispondere alla realtà: rimane un’idea intrigante
I pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari
Bibliografia specifica:
Filler, Aaron G. “A historical hypothesis of the first recorded neurosurgical operation: Isis, Osiris, Thoth, and the origin of the djed cross.” Neurosurgical Focus 23.1 (2007): 1-6.
Loukas, Marios, et al. “Clinical anatomy as practiced by ancient Egyptians.” Clinical Anatomy 24.4 (2011): 409-415.
Okereke, Isaac, Kingsley Mmerem, and Dhanasekaraprabu Balasubramanian. “The Management of Cervical Spine Injuries–A Literature Review.” Orthopedic Reserch and Reviews 13 (2021): 151.
Lang JK, Kolenda H: First appearance and sense of the term “spinalcolumn” in ancient Egypt. Historical vignette. J Neurosurg 97 (1 Suppl):152–155, 2002
Titolo: TOUTANKHAMON (TUTANKHAMON) SON TOMBEAU SON SIECLE (in francese);
Autore: Alexis Mallon S.J. (Societas Jesus);
Editore: Pontificio Istituto Biblico;
Anno di edizione: 1924;
Numero pagine: 36;
Qualcosa di…: trovato su una bancarella a Porta Portese (pagato mi pare 2 €), è un libretto che ha il pregio di essere stato scritto SOLO 2 ANNI dopo la scoperta della tomba (tanto che anche nelle planimetrie ci sono errori) e da un Padre gesuita per l’Istituto Biblico, a riprova di quanto la scoperta abbia stravolto davvero il mondo dell’epoca…
Qualcosa di…: avendo almeno una 20ina di libri tutti dedicati al “faraone fanciullo”, ed avendoli letti nel corso di decine di anni, diventa per me difficile differenziarli o, salvo casi particolari, rammentare un testo piuttosto che un altro. Mi limiterò, perciò, a registrarli nell’Egyptoteca a completamento e per opportuna conoscenza degli appassionati.
Qualcosa di…: Debbo aver letto “Antiche Sere” pochi anni dopo la sua prima edizione americana (intorno al 1985-86 credo), che è del 1983, ed averlo riletto anche in seguito, trovandolo decisamente affascinante.
Aldilà del racconto in se, quel che colpisce è la prosa decisamente dissacrante, osé, in alcuni tratti davvero “forte”. Può forse colpire chi non è preparato e si aspetta il “solito” romanzo storico, ma è decisamente un gran libro, fuori da ogni schema, come del resto era usuale per la “beat generation” cui Mailer apparteneva a pieno titolo, con altri nomi decisamente più noti come Allen Ginsberg o Jack Kerouac. Non dimentichiamo che era la corrente che voleva andare contro tutto e contro tutti gli stereotipi fino ad allora perseguiti e ritenuti alla base della convenzionale “società civile”. Una società in cui, a riprova della standardizzazione e massificazione dei giovani, il sociologo Reisman conia il termine di “giovane delle 3M: Macchina, Mestiere, Moglie”, ad indicare proprio quel disinteresse per il “sociale” che poi balzerà prepotentemente, ed improvvisamente, alla ribalta con uno dei periodi più “rivoluzionari” che si conoscano: il ’68. Avreste mai pensato che un libro di egittologia potesse avere tali implicazioni socio-culturali?
Da leggere non solo per le “parole”, ma alla luce di queste informazioni che forse lo faranno apprezzare ancora di più che non per il racconto in se, peraltro decisamente affascinante anche sotto il profilo della conoscenza egittologica manifestata.
Come leggere i geroglifici egizi: questo manuale pratico, è rivolto ai principianti e a tutti coloro che desiderano approfondire la propria conoscenza della lingua e della cultura egizia. Gli autori, Mark Collier e Bill Manley, hanno un’esperienza pluriennale nell’insegnamento in corsi per non specialisti: il loro metodo è provato e sperimentato. Sin dall’inizio sarete introdotti alla lettura di testi autentici tratti dagli antichi monumenti, riprodotti in modo chiaro apposta per questo libro.
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