Donne di potere

IL CORREDO DI HETEPHERES

INTRODUZIONE

Il corredo funerario della regina Hetepheres è il più ricco tra quelli risalenti all’Antico Regno giunti fino a noi; come si è già detto la sua tomba conteneva in gran disordine oggetti personali, mobili, braccialetti, vasi in alabastro, in oro ed in ceramica, tornati all’antico splendore grazie a sapienti restauri ed ora trasferiti nel nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo dopo essere stati esposti per anni nel Museo di Piazza Tahrir.

La ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale: sulla sinistra si nota il sarcofago sul quale sono deposti i pali del baldacchino e la cassa, a destra la sedia ed il trono e dietro di essi la portantina ed il vasellame. La fotografia è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Il vasellame in alabastro, a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres
Rasoi e contenitori in oro forse per cosmetici, a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres
Un amuleto a forma di falcone che tiene tra le zampe un segno shen a questo link: https://egyptfwd.org/…/The-mother-of-King-Khufu-Why-is…
Un vaso in oro, ottenuto da una lamina tramite martellatura. Autore sconosciuto.

IL BALDACCHINO, LA CASSA ED IL LETTO DI HETEPHERES

    La ricostruzione del baldacchino di Hetepheres e del suo arredamento, custodita al MFA di Boston. https://collections.mfa.org/objects/147126

    Questo baldacchino smontabile era realizzato con pali in legno dorato ed era ricoperto da un telo di lino; è verosimile che la regina lo utilizzasse come tenda quando era in viaggio; esso era associato ad una cassa lunga e stretta parzialmente coperta da foglia d’oro (Museo del Cairo JE72030), destinata forse a contenerne alcune parti.

    Come si è detto, le parti lignee dei manufatti erano quasi completamente distrutte, e così nel 1929 l’MFA di Boston ne fece realizzare una riproduzione dall’ebanista Joseph Gerte; la decorazione della cassa, costituita da intarsi in faience, venne invece trovata sul sarcofago, accanto ai pali, nella medesima posizione che aveva in origine sul supporto ligneo.

    La cassa è l’unico oggetto della tomba oltre alla portantina a recare i cartigli di Snefru (gli altri sono contrassegnati da quello di Cheope).

    Frammento del nome di Snefru, fotografato da Reisner all’epoca della scoperta. Foto d’epoca

    Il letto (Museo del Cairo – n. di reg. 53261) è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, appoggiata su quattro gambe a forma di zampe leonine fissate con stringhe di cuoio al piano, costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso.

    Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.

    LA SEDIA E LA PORTANTINA

    La sedia I (JE53263), era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.

    Foto di di @Silvia Vitrò

    La seduta era leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda e lo schienale era rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto; le gambe erano a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedini sono stati aggiunti tamburi per offrire stabilità.

    La struttura era in legno naturale e decorata da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro.

    Foto di di @Silvia Vitrò

    Lo schienale probabilmente era in origine decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la sedia, che raffigurava Hetepheres assisa che annusa un fiore di ninfea e che parrebbe essere la sua unica immagine superstite (si veda il post sulla biografia, nel quale l’immagine è stata pubblicata).

    I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.

    Un altro reperto unico è la portantina della sovrana (E53262 Museo del Cairo).

    Fin dalla I’ dinastia gli egizi delle classi più elevate amavano spostarsi su di una portantina sorretta da servi: essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla.

    E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre alla cassa del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope.

    Sui lati anteriore e posteriore dello schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate recanti i titoli della regina.

    FONTI:

    Donne di potere

    IL GIALLO DELLA SEPOLTURA DI HETEPHERES

    Com’era possibile che la mummia della regina Hetepheres, madre, figlia, sorella e moglie di re, fosse scomparsa, mentre il sarcofago sigillato, il corredo ed i canopi si trovavano ancora nella camera funeraria all’ombra della piramide di Cheope?

    La questione è tuttora aperta e potrà essere risolta solo attraverso nuovi ritrovamenti archeologici: non vi sono prove del fatto che, come è stato ipotizzato, essa sia stata distrutta, e neppure si sa con certezza se la sua prima tomba sia stata violata e se la camera funeraria in fondo al pozzo G7000X fu effettivamente la sua ultima dimora.

    In primo piano quanto rimane della piramide attribuita ad Hetepheres; dietro di essa le altre due piramidi delle regine di Cheope.
    Immagine di Neithsabes (secondo quanto affermano i diritti d’autore; autore non evidenziato on line). Pubblico dominio, a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1761399

    L’amico José Barroso Sánchez, che ringrazio, ha pubblicato un interessante post nel quale ha illustrato le differenti teorie formulate in merito da Reisner all’epoca della scoperta della tomba e, più recentemente, da Lehner e da Hawass, che riporto per estratto in un diverso carattere grafico aggiungendo qualche osservazione critica, che evidenzia come nessuna di esse sia supportata da prove inconfutabili.

    I tre illustri egittologi individuano tre siti come possibile dimora per l’eternità di Hetepheres:

    a) Una presunta piramide satellite di Snefru a Dashur

    b) La piramide G1-a, satellite di quella di Cheope a Giza

    c) La tomba-pozzo G7000X, molto vicina alla G1A e all’imponente monumento funerario di Cheope.

    * REISNER: DA DASHUR A G7000X

    La reputazione del “Petrie Americano” era così grande che forse per questo motivo ha osato esporre una teoria degna di un romanzo d’avventura, per spiegare ciò che probabilmente era accaduto.

    Reisner era certo che il pozzo G7000X fosse una seconda sepoltura e che i danni alla parte superiore del sarcofago e quella inferiore del coperchio (citati nel precedente post) fossero stati causati in un’altra tomba, dove inizialmente la regina sarebbe stata inumata.

    Questa seconda tomba si sarebbe trovata a Dashur vicino alle piramidi del marito, il re Snefru; nei primi anni del regno di suo figlio e successore Cheope essa fu saccheggiata e la mummia della regina distrutta dai ladri per spogliarla dei gioielli e degli amuleti.

    Hemiunu non disse tutta la verità al re, limitandosi ad informarlo che la tomba di sua madre era stata violata e che i danni cagionati erano poco importanti e suggerendogli che sarebbe stato meglio riseppellirla vicino alla sua stessa tomba a Giza.

    Cheope non immaginava che il corpo di Hetepheres non fosse all’interno del sarcofago e dispose una nuova inumazione nel pozzo G7000X accanto alla sua piramide, facendovi trasferire tutti gli oggetti del corredo funerario portati dalla vecchia tomba.

    Il sarcofago in alabastro della regina

    Gli studiosi moderni evidenziano molteplici criticità nella teoria esposta da Reisner, osservando in primo luogo che l’affermazione in merito all’intervenuta sepoltura di Hetepheres accanto al marito non trova alcun riscontro concreto.

    Infatti, sebbene tutte le altre tombe note di regine “madri del re” siano vicino alle piramidi dei loro coniugi, l’unica che sorge a Dashur e che si trova di fianco alla piramide a doppia pendenza è quasi unanimemente ritenuta un luogo di culto e non una sepoltura (per qualche informazione in più su questa piramide, guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2024/07/14/la-piramide-satellite/).

    L’area della necropoli orientale di Giza vista dall’alto della Grande Piramide. Il punto B indica la tomba a pozzo (guardando bene si nota l’ingresso quadrato), il punto A indica invece la piramide di Hetepheres ed i resti del perimetro di una quarta piramide appena sbozzata e mai completata, che nel progetto originario poteva forse essere associata alla G7000x.
    Immagine da LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985,pag. 90.

    Ha inoltre osservato Lehner che è poco verosimile che gli ipotetici predoni di questa piramide, che dovevano agire rapidamente per non essere scoperti, non avessero semplicemente arraffato i preziosi oggetti del corredo funerario per poi darsi alla fuga, preferendo aprire con cautela il sarcofago invece di sfondarne il coperchio al fine di accedere alla mummia della regina.

    E’ infine poco logico che per garantire maggiore sicurezza alla sepoltura sia stato organizzato il trasferimento a Giza della mummia, dei canopi e del corredo funerario, quando sarebbe stato sufficiente disporre un più stretto servizio di sorveglianza a Dashur, del quale avrebbero beneficiato anche le numerose altre tombe principesche della zona.

    L’interno della tomba al momento del ritrovamento: a sinistra il sarcofago, sul quale si trovano i pali del baldacchino ed i resti degli intarsi della scatola lunga e stretta destinata a contenere parti del baldacchino, a terra il vasellame infranto e gli altri oggetti completamente sbriciolati.
    Immagine di pubblico dominio, scattata all’epoca del ritrovamento della tomba.

    * LEHNER: DA G7000X A G1-a

    Lehner invece sostiene che Hetepheres venne inizialmente sepolta nella tomba-pozzo G7000X. Quando la costruzione della piramide G1-a venne completata, si procedette a riseppellirla, spostando solo la mummia e lasciando nella collocazione originaria i vasi canopi ed il suo magnifico corredo funerario.

    * HAWASS: DA G1A A G7000X

    Hawass afferma l’esatto opposto di Lehner, e cioè che la regina fu inumata nella G1-a e che dopo la depredazione della piccola piramide venne scavata la G7000X, dove si procedette alla nuova e definitiva sepoltura.

    Della tomba a pozzo G7000X si è già ampiamente parlato: si tratta di una camera sepolcrale sotterranea nella quale certamente venne sepolta la regina, in quanto al suo interno sono stati trovati i vasi canopi con i visceri, il corredo funerario contrassegnato dal suo nome e da quelli del marito e del figlio ed un sarcofago di alabastro bianco sigillato recante i segni di una precedente apertura.

    La cassa canopica della regina.
    a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres

    A differenza delle altre sepolture della piana di Giza, essa fu realizzata senza sovrastruttura e senza cappella per le offerte, perché secondo Reisner doveva restare segreta; l’interpretazione non regge, in quanto si trovava a meno di 15 metri dalla strada rialzata della Grande Piramide, percorsa ogni giorno da migliaia di lavoratori che abitavano nei pressi, per cui era impossibile che passasse inosservata, a maggior ragione se l’area fosse stata inibita al transito durante i lavori di scavo.

    Lehner sostiene che ci siano prove sufficienti per dimostrare che la G7000X fu riaperta per prelevare la mummia della regina e poi richiusa per ordine di Cheope, in quanto il pozzo recava i suoi sigilli, ed ipotizza che il corredo funerario fosse in disordine e molti vasi di ceramica erano a terra infranti non a causa di una precedente violazione (in quel caso, infatti, Cheope avrebbe provveduto a reintegrare il corredo funerario sostituendo i pezzi danneggiati o sottratti) quanto per la goffaggine degli operai, che si trovarono a lavorare per aprire e richiudere il sarcofago in uno spazio ristretto.

    Non è peraltro possibile affermare con sicurezza che essa fosse una sepoltura provvisoria in attesa che venisse completata la G1-a, la più settentrionale delle tre piramidi delle regine che sorgono sul lato est della Grande Piramide.

    In origine era alta 30,25 metri ma ha perso il rivestimento esterno ed oggi è praticamente crollata; era costituita da un nucleo con tre o quattro gradini in calcare giallo rivestito con calcare di Tura; l’ingresso si trova nella parete nord ed immette in un corridoio che sul fondo si piega ad angolo retto sulla destra e conduce ad una piccola camera sepolcrale scavata nella roccia e rivestita con blocchi di calcare.

    Al di là di quanto sostenuto sia da Reisner che da Lehner e da Hawass, peraltro, non vi sono prove del fatto che essa fosse stata costruita od occupata da Hetepheres, non essendoci neppure unanimità tra gli studiosi in relazione alla titolarità delle piramidi delle regine di Cheope.

    Lehner sottolinea che la sua camera funeraria sembra essere stata progettata proprio per contenere alla perfezione il corredo poi rimasto nella G7000x: lo studioso ha calcolato l’ingombro degli oggetti, concludendo che l’intero ambiente verosimilmente poteva essere occupato dal baldacchino, salvo un minimo spazio necessario agli operai per il montaggio delle varie parti, e che sotto di esso avrebbero potuto trovare posto tutti gli altri beni stivati ordinatamente.

    Peraltro anche le camere delle altre due piramidi minori hanno dimensioni analoghe a quella di G1-a, il che suggerisce che ospitassero un corredo funerario simile a quello di Hetepheres I, che doveva essere “standard” per le regine dell’epoca, come si desume da un rilievo sulla parete sud della cappella sotterranea della mastaba di Meresankh III (G7530), che raffigura il corteo funebre nel quale vengono trasportati un baldacchino, un letto, una portantina, un trono e un cassone con tenda del tutto simili a quelli rinvenuti nella G7000x.

    L’attribuzione delle tre piramidi delle regine (G1-a, G1-b e G1-c) non è certissima.

    La G1-c è ritenuta essere l’ultima dimora di Henutsen, che a quanto pare fu moglie di Cheope e madre di Chefren ma della quale non si sa praticamente nulla.

    La G1-b trova gli studiosi discordi: alcuni ritengono sia appartenuta ad una regina sconosciuta, altri, invece l’interpretano come la tomba di Meryetyotes I (o Meritites), sorella e moglie principale di Cheope e figlia di Snefru e della stessa Hetepheres I.

    Ma molti, ed inizialmente lo stesso Reisner, sostengono invece che ella, e non Hetepheres I, sia stata sepolta nella G1-a in virtù del fatto che la piccola piramide sorge proprio di fronte alla mastaba di suo figlio Kawab (G7110-20) e che era consuetudine che i familiari più stretti venissero sepolti uno accanto all’altro.

    Un recente studio del dott. Peter Janosi ha dimostrato che nell’Antico Regno solo le regine madri venivano seppellite nelle piramidi minori, mentre per le altre mogli del re venivano predisposte mastabe o tombe scavate nella roccia; in effetti Meryetyotes era anche madre di Djedefra, successore di Cheope, così come Henutsen fu madre di Chefren.

    Ciò implica che, se effettivamente la G1-a appartenne ad Hetepheres I, allora la sua tomba segna un’importante modifica nelle pratiche funerarie della IV dinastia, in quanto fu sepolta accanto al figlio e non al marito (Lehner ritiene che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di dea madre, forse Hathor, Iside o Nut, e favorire la rinascita di Cheope nell’Aldilà), ed il riconoscimento di uno speciale status alla regina madre, gratificata con una piramide personale.

    Infine, a meno di ipotizzare che la tomba a pozzo e la piccola piramide, vicinissime, non venissero considerate quasi come facenti parte di un medesimo complesso funerario, pare del tutto inconcepibile che solo la mummia di Hetepheres fosse stata traslata nella G1-a lasciando nella G7000X la maggior parte del corredo funerario e soprattutto la cassa canopica, che di solito veniva deposta accanto al sarcofago nella stessa camera funeraria o in un suo annesso.

    SITO-BIBLIOGRAFIA DEI POST SU HETEPHERES E LA SUA TOMBA:

    • I diari di scavo di George Reisner e le fotografie originali scattate sul campo sono disponibili online su Digital Giza, un database completo della spedizione dell’Università di Harvard al Museum of Fine Arts, a questo link: giza.fas.harvard.edu.
    • REISNER, The tomb of the queen Hetep-heres, in Bulletin of the Museum of Fine ArtsSpecial number, supplement to volume XXV, (May 1927)
    • LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985
    • GRIMAL N., Storia dell’antico Egitto, Bari, 2021
    • CIMMINO F., Dizionario delle Dinastie Faraoniche, Milano, 2003
    • DAMIANO M., Dizionario enciclopedico dell’Antico Egitto e delle civiltà nubiane, Segrate, 2002
    • HAWASS Z., a cura di, Piramidi, Tesori misteri e nuove scoperte in Egitto, Vercelli, 2011
    • https://www.aramcoworld.com/…/egyptologys-eloquent-eye…
    • https://talesfromthetwolands.org/tag/hetepheres/
    • CALLENDER G. The queen Hetepheres, in The bullettin of the australian center for egyptology, vol. I, 1990.
    • REISNER, The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine ArtsVol. 27, No. 164 (Dec., 1929), a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
    • DODSON A. /HILTON D., The complete Royal families of ancient Egypt, Il Cairo, 2010
    • https://www.artesvelata.it/piramidi-egitto-necropoli-el…/
    • hetepheres_booklet, The Tomb of Queen Hetepheres, in gizamedia.rc.fas.harvard.edu
    Donne di potere

    IL COFANETTO ED I BRACCIALETTI DI HETEPHERES

    Nella tomba della regina Hetepheres, accanto al sarcofago, venne rinvenuto un raffinato cofanetto lungo 41,9 cm, largo 33,7 cm ed alto 21,8 cm. rivestito all’interno e all’esterno con foglia d’oro decorata da una fitta serie di linee orizzontali e con i bordi incisi con un motivo che imita la trama delle stuoie di paglia.

    Il coperchio, fissato tramite cerniere, è dotato di un pomello in avorio posto al centro, ai lati del quale sono presenti due iscrizione geroglifiche orizzontali, che recitano a sinistra “scatola contenente braccialetti” e a destra “madre del re dell’Alto e del Basso Egitto Hetepheres”; sotto questa seconda iscrizione è stata aggiunta la parola “braccialetti”, tracciata con inchiostro nero da uno scriba.

    All’interno, infilati su due perni cilindrici rimovibili, in origine erano custoditi venti braccialetti rigidi, larghi e spessi, di diametro variabile da 9 ad 11 cm. (dall’unica immagine della regina si deduce che ne indossava dieci per ogni avambraccio, ma ne sono sopravvissuti solo quindici), realizzati da un’unica lastra d’argento curvata e cava all’interno, intarsiata con un motivo decorativo in pietre semipreziose raffiguranti quattro farfalle con le ali spiegate separate l’una dall’altra da un piccolo disco di corniola rossa.

    La testa degli insetti è di turchese, il corpo di lapislazzuli e corniola, le ali di turchese, lapislazzuli, berillo e diaspro verde.

    Sedici braccialetti (dal n. JE 53266 al n. JE 52281) ed il cofanetto (JE 53265) sono oggi esposti al GEM, mentre uno di essi venne donato nel 1947 al Museum of Fine Arts di Boston (MFA 47.1700) insieme a frammenti di altri, con i quali i restauratori ne hanno ricomposto un altro (MFA 52.1837).

    FONTI:

    Le immagini a colori dei bracciali e del cofanetto dorato aperto sono tratte dal sopracitato articolo di Marie Grillot.

    Le immagini dei bracciali sul loro supporto all’interno del cofanetto e del cofanetto chiuso sul cui coperchio sono visibili le scritte e l’annotazione in inchiostro nero si trovano a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres

    Arte, Gioielli

    I DIADEMI DEL SECONDO PERIODO INTERMEDIO

    IL DIADEMA CON TESTE DI GAZZELLA

    La fine del Medio Regno vide il progressivo indebolimento del potere centrale e lo stanziamento nel Delta degli Hyksos, una popolazione di origine probabilmente semita che nell’arco di mezzo secolo estese il proprio dominio in tutta la parte settentrionale dell’Egitto fino a Menfi, costituendo uno stato autonomo con capitale Avaris e relegando i governanti Egizi nel Sud del paese.

    La convivenza tra i locali e gli invasori fu per molti anni abbastanza pacifica: questi ultimi assimilarono la cultura locale e vi infusero elementi della propria, quali l’uso del carro da guerra e del cavallo, il telaio verticale, la coltura dell’olivo, la lavorazione del bronzo, nuovi tipi di pugnali e spade, l’arco a lunga gittata.

    L’influenza Hyksos in campo artistico invece fu modesta ed emerge solo nella decorazione dei palazzi recentemente riportati alla luce ad Avaris, ispirata all’iconografia minoica, e in alcuni oggetti in stile asiatico rinvenuti nel corso degli scavi, come questo originale diadema, risalente alla XV dinastia, rinvenuto probabilmente a Salhiya, nei pressi di Avaris ed oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York (Accession Number : 68.136.1).

    Esso è realizzato in elettro (una lega naturale di argento e oro proveniente dal Deserto Orientale), è alto più di 1 cm., lungo 49,5 cm. ed è decorato con quattro teste di gazzella dalle corna sottili (simbolo di rigenerazione poiché cadono e ricrescono periodicamente) e con una testa centrale alta 8,9 cm. (forse di daino persiano già raro in Egitto in epoca faraonica) alternate a quattro rosette con petali appuntiti, forse ninfee.

    Questa decorazione è tipicamente asiatica ma l’oggetto è stato realizzato secondo una tecnica egizia, il che induce a ritenere che fosse di produzione locale e quindi che appartenesse ad una nobile Hyksos oppure ad una principessa straniera andata in sposa ad un faraone per consolidare i legami di amicizia tra il suo popolo e le Due Terre.

    FONTI:

    IMMAGINI A QUESTO LINK: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544073

    IL DIADEMA DI ANTEF

    I sovrani egizi continuarono ad utilizzare i diademi tradizionali, derivati dalle fasce per tenere i capelli lontani dal viso: quello raffigurato nelle fotografie allegate appartenne sicuramente ad un re perchè reca sulla fronte l’ureo in oro e perchè la sua raffinata fattura lo indica come opera degli orafi di corte; a ciò si aggiunga il suo notevole valore venale; esso infatti è realizzato in argento, metallo considerato più prezioso dell’oro perché in Egitto si estraeva in piccola quantità e la maggior parte di quello disponibile derivava dal commercio o era bottino di guerra oppure tributo di paesi sottomessi.

    La fascia del diadema imita il lino delle originarie fasce per trattenere i capelli anche nei motivi decorativi a linee verticali, è ricavata da una foglia d’argento martellata dello spessore di mm. 1 o 1,5 mm. ed un diametro di cm. 18; le estremità sono saldate insieme e il “nodo” è nascosto da due fiori di ninfea intarsiati con pasta vitrea blu; i lunghi nastri pendenti sul retro sono costituiti ciascuno da due strisce di foglia d’argento; all’interno di essi sono stati rinvenuti frammenti di lino, probabilmente i residui delle bende che avvolgevano la testa della mummia sulla quale è stato trovato l’ornamento.

    Il diadema venne alla luce nel 1827 in una sepoltura di Dra Abu el-Naga, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, nella necropoli dei sovrani della XVII dinastia tebana; qui gli abitanti del luogo rinvennero le tombe ed i sarcofagi in stile rishi di Nubkheperre Antef, Sekhemre-Heruhermaat Antef e Sekhemre-Upmaat Antef.

    Foto: Sailko, CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons

    L’esatta linea di successione dei tre sovrani è tuttora controversa, ma probabilmente Nubkheperre Antef, ritenuto il proprietario del diadema, era il fratello ed il successore di Sekhemre-Wepmaat Antef poiché sul sarcofago di quest’ultimo, ora al Louvre (E3019), si trova un’iscrizione che specifica che esso gli era stato donato da suo fratello il re Antef, il quale, quindi, essendosi preso cura della sua sepoltura secondo la tradizione doveva essere il suo erede.

    I tombaroli dispersero i beni rinvenuti, alcuni dei quali furono venduti a collezionisti occidentali; il sarcofago attribuito a Nubkheperre Antef fu acquistato da Salt, che poi lo cedette al British Museum (numero di catalogo EA 6652), mentre il diadema giunse al Rijksmuseum van Oudheden di Leida nel 1828 come parte della collezione di Jean d’Anastasi e qui si trova tuttora con il numero di catalogo AO11a-2
    Oggi si dubita del fatto che sia appartenuto a questo Antef: esso si trovava indosso alla mummia sul cui sarcofago erano incisi testi a nome di quest’ultimo, ma lo scarabeo del cuore era destinato ad un faraone chiamato Sobekemsaf, che regnò nel corso della XVII dinastia; è quindi possibile che la mummia di Sobekemsaf fosse stata collocata nel sarcofago di Antef, o che i tombaroli locali avessero spacciato i predetti reperti, provenienti da differenti sepolture, come facenti parte di un unico corredo al fine di renderli più appetibili per gli acquirenti ed aumentarne il prezzo.

    FONTI:

    IL DIADEMA DI UNA REGINA

    Anche questo diadema d’argento risale al Secondo Periodo Intermedio; esso è del tutto simile a quello di Antef che abbiamo visto qui sopra, ma visto che reca due urei anziché uno solo, prerogativa del re, appartenne certamente ad una regina.

    Tale convenzione si affermò in quest’epoca e divenne usuale con la XVIII dinastia; sono sopravvissute infatti immagini di Ahmose-Nefertari, di Tiye, di Nefertiti e di Nefertari che indossano diademi adornati con il doppio ureo.

    Rilievo raffigurante Tiye, grande sposa reale di Amenhotep III, che indossa il doppio ureo

    Il reperto, di provenienza sconosciuta, venne donato allo Yorkshire Museum di York che nel 1953 lo cedette a privati; riapparve poi in una vendita di Christie’s nel 2015, quando fu acquistato dall’attuale proprietario, lo sceicco Hassan al-Sabah del Kuwait.

    Esso non reca segni di usura, per cui verosimilmente aveva un uso meramente funerario; potrebbe provenire dalla tomba della regina Montuhotep, ritrovata intatta tra il 1822 ed il 1825 a Dra Abu el-Naga da alcuni scavatori locali oppure da quella della regina Sobekemsaf, che nel 1890 fu scoperta inviolata ad Edfu da alcuni contadini.

    Montuhotep era la moglie di Djehuty, un re della XVI dinastia tebana che regnò meno di un secolo prima di Antef, e fu sepolta in un grande sarcofago dipinto con i primi esempi conosciuti di formule tratte dal Libro dei Morti, che vennero ricopiati da John Gardner Wilkinson prima che esso e la mummia che conteneva andassero perduti.

    Sobekemsaf era la moglie dello stesso Antef e fu sepolta nella sua città natale con un sontuoso corredo funerario, che comprendeva un ciondolo d’oro, due braccialetti con distanziatori d’oro recanti figure di gatti ed i nomi dei reali coniugi incisi a graffio sulla base ed un anello d’oro con uno scarabeo di lapislazzuli, sulla cui montatura era inciso il nome di Antef; nel 1924, un collezionista privato donò l’anello e i distanziatori al British Museum, dove si trovano ancora oggi.

    Statua di Nefertari sulla facciata del tempio minore di Abu Simbel con il doppio ureo

    FONTI

    https://www.britishmuseum.org/…/British-Museum_Egypt…

    https://archaicwonder.tumblr.com/…/extremely-rare-royal…

    Arte, Gioielli

    I DIADEMI NEL MEDIO REGNO

    L’APICE DELLA RAFFINATEZZA

    IL DIADEMA DI SITHATHORIUNET

    L’oreficeria raggiunse in Egitto l’apice della sua evoluzione nel corso della XII dinastia grazie alla conquista dei territori a sud del paese fino alla seconda cataratta del Nilo ed al conseguente afflusso di grandi quantitativi di oro dalla Nubia.

    Gli scavi condotti da Jacques de Morgan nel 1894 a Dashur, presso le piramidi di Sesostri III hanno permesso di riportare alla luce tombe di principesse (forse in origine piccole piramidi), all’interno delle quali, nascosti in nicchie, sono stati rinvenuti cofanetti in ebano ormai deteriorati che contenevano i gioielli appartenuti a Sithathor e Mereret, miracolosamente sfuggiti agli antichi razziatori che già nell’antichità avevano profanato e saccheggiato le sepolture.
    L’anno successivo, scavando presso la piramide di Amenemhat II rinveniva le tombe e i gioielli delle principesse Iti e Khnumet.

    Nel 1914 Flinders Petrie e Guy Brunton, indagando ad El-Lahun il complesso piramidale di Sesostri II scoprirono la sepoltura a pozzo della principessa Sithathoriunet (“Figlia di Hathor di Dendera”), probabilmente figlia e moglie di quel faraone, sorella di Sesostri III e defunta dopo l’ascesa al trono del nipote Amenemhat III (1860 a.C. o 1846 a.C.), dato che nella sua tomba furono rinvenuti oggetti recanti il nome di questo sovrano.

    Foto Hans Ollermann, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0&gt;, da Wikimedia Commons

    All’interno si trovavano solo il suo sarcofago in granito rosso e una serie di vasi canopi; anche in questo caso tuttavia la fretta impedì ai ladri di trovare i cinque cofanetti con la parte più preziosa del corredo funerario comprendente gioielli, uno specchio, rasoi e vasetti per cosmetici, nascosti in una nicchia nel muro poi intonacata.

    Tra i fantastici oggetti si trovava anche il diadema della fotografia, che rappresenta evidentemente l’evoluzione preziosa di quello indossato più di sette secoli prima da Nofret.

    Esso è costituito da una fascia circolare d’oro decorata al centro con un ureo eretto e con rosette lavorate a cloisonné e costituite ognuna da quattro fiori di ninfea che si incontrano al centro con quattro foglie della stessa pianta inserite negli spazi tra loro.

    Nell’antico Egitto queste piante acquatiche erano associate alla rinascita, al sole, alla potenza di Ra e per la loro simmetria radiale anche alle stelle.

    Dalla parte centrale posteriore del diadema si levano due penne rimovibili e dal lato inferiore pendono sei bande ritagliate in lamina d’oro, fissate in modo da poter oscillare liberamente.

    L’ureo è in oro, anch’esso mobile, ed è intarsiato con lapislazzuli, corniola e forse amazzonite ed ha gli occhi di ossidiana, mentre le rosette sono intarsiate con lapislazzuli, corniola e faience verde o amazzonite.

    Il diadema era destinato ad essere indossato sopra una parrucca composta da decine di lunghe ciocche trattenute da fascette in oro.

    L’oggetto si trova ora al museo del Cairo (n. di catalogo JE 44919), mentre la maggior parte del corredo, inizialmente offerto da Petrie al British museum, fu alla fine acquistato dal Metropolitan Museum di New York ove è tuttora esposto.

    IL DIADEMA DI SENEBTISI

    Anche questo fragile diadema di filo d’oro unico nel suo genere, decorato sulla fronte con uno strano ornamento nel quale alcuni studiosi vedono un doppio ureo stilizzato, risale al primo Medio Regno ed appartenne a Senebtisi, una donna vissuta intorno al 1800 a.C. (XII dinastia), nota solo per il suo ricco corredo tombale, trovato nel 1907 a Lisht nord, fossa 763, da una missione del MET di New York, ove oggi esso si trova (Numero di adesione: 07.227.6lA).
    La sua tomba inviolata si trovava in una camera sotterranea posta in fondo ad un pozzo funerario che sorgeva vicino al complesso di Senwosert, visir di Senwosret I ed Amenemhat II, per cui si è ipotizzato che potesse essere sua figlia.
    In realtà i suoi beni non hanno fornito indizi sull’identità dei suoi genitori o di suo marito, nè sull’importanza della sua famiglia; ella viene semplicemente definita come Sathapy (figlia di Apis) e Signora della casa, ma la tomba era così ricca da escludere che potesse appartenere ad una persona comune.
    La mummia di Senebtisi era stata inumata in tre sarcofagi di legno mal conservati, il più interno dei quali antropoide, ed indossava tre ampi collari, bracciali, cavigliere, diverse collane di perline ed aveva allacciata alla vita una cintura dalla quale pendevano file di perline; nella tomba furono altresì rinvenute armi e insegne reali; accanto ai sarcofagi, in una nicchia, si trovava una cassa con i quattro vasi canopi ed ai piedi di essi erano stati deposti molti vasi di terracotta.
    Nella tomba sono state rinvenute anche molteplici rosette decorative in lamina d’oro, che in passato si pensava fossero decorazioni per parrucche.

    Le rosette in lamina d’oro

    Uno studio dettagliato delle fotografie della sepoltura le mostra raggruppate, suggerendo che fossero cucite su un pezzo di stoffa arrotolata o piegata, piuttosto che distanziate sui capelli. Le rosette erano simboli stellari associati in particolare alle donne, e venivano usate per decorare finte pelli di leopardo e mantelli o drappi funerari (si veda, ad esempio, il drappo di Tut decorato di stelle). Date le loro piccole dimensioni sembra molto probabile che provenissero da un mantello.

    L’ipotetica ricostruzione dell’acconciatura di Senebtisi (fotografia di Albert Shoucair per il libro Jewels of the Pharaohs di Cyril Aldred, 1971. Thames and London Limited)

    Per ulteriori notizie sul suo prezioso corredo funerario, del quale il diadema offre un’idea sbiadita, andate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/29/la-collana-di-senebtisi/

    I DUE DIADEMI DI KHNUMIT

    Come si è già detto, una ventina di anni prima della scoperta della tomba di Sithathoriunet da parte di Petrie, Jacques de Morgan aveva riportato alla luce a Dashur le sepolture di quattro principesse del Medio Regno, tra le quali quella inviolata di Khnumit, figlia di Amenemhat II presso la cui piramide aveva trovato l’estremo riposo e forse sorella e moglie di Sesostri II.

    Il primo diadema di Khnumit

    In un annesso alla camera sepolcrale vennero rinvenuti i canopi, resti di offerte ed il corredo funerario che comprendeva vasetti per cosmetici ed altri oggetti di uso personali, oltre a meravigliosi gioielli, tra i quali i due diademi policromi sotto rappresentati, “eredi” di quelli in voga nella IV dinastia.

    L’immagine pubblicata nel giornale “L’Illustration” dell’11 maggio 1895 raffigurante De Morgan al momento della scoperta del diadema.

    Il primo (foto in alto) è formato da dieci fili d’oro intrecciati, con applicazioni di numerosi fiorellini a cinque petali simili a stelle (ed al geroglifico che la rappresenta) in turchese e granelli tondi in lapislazzuli, a loro volta fermati da sei motivi cloisonnés a forma di croce di Malta con i bracci a forma di ninfea in turchese ed il cuore in cornalina.

    Esso è esposto al Museo del Cairo, con il numero di inventario JE 31104 – CG 52859

    Il secondo diadema di Khnumit

    Il secondo era destinato probabilmente ad uso cerimoniale, presenta motivi floreali e campanule stilizzate, lavorate con paste vitree e pietre dure ed è esposto al museo del Cairo, n. di inv. CG 52860.

    Per una dettagliata descrizione rimando al post di Grazia Musso sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-diadema-della…/; richiamo semplicemente l’attenzione sul piccolo avvoltoio ad ali spiegate al centro del diadema (nella foto non si vede tantissimo, è sullo sfondo), emblema reale destinato ad apparire sulla fronte della principessa e personificazione della dea Nekhbet.

    Esso tiene in ciascun artiglio un segno shen simbolo di eternità, decorato al centro con una corniola; il dorso e le ali sono costituiti da un’unica lamina d’oro, leggermente curvata ed incisa sia all’esterno che all’interno, mentre la testa, il corpo e le zampe sono cavi e realizzati separatamente; è sopravvissuto solo uno dei due occhi di ossidiana.

    Aggiungo infine che probabilmente erano previsti anche pennacchi decorativi, in quanto nella parte anteriore del diadema, dietro ad un fiore di giunzione, è saldato un tubicino destinato al loro inserimento.

    IL DIADEMA DI ABISHEMU, RE DI BYBLOS

    Diadema di Abishemu, re di Byblos, conservato a Beirut presso il Museo Nazionale.
    La fotografia enfatizza l’oggetto in modo notevole. In realtà si tratta di una lastrina sottile in oro lunga circa 15 cm. ed alta non più di 1,5 cm., evidentemente destinata ad essere legata sulla nuca con un cordino o altro. Essa è decorata a sbalzo con un fregio composto da segni ankh, djed e was; sopra di essa si erge un ureo in argento niellato in oro.
    Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001

    I sovrani egizi continuarono anche durante il Medio Regno ad utilizzare i diademi tradizionali a fascia, simbolo del loro potere in quanto sormontati dall’ureo, e tale manifestazione di regalità venne adottata anche dai monarchi di alcuni piccoli regni sui quali l’Egitto esercitava la propria supremazia.

    Il diadema sotto raffigurato appartenne ad Abishemu, sovrano della città-stato fenicia di Byblos, che sorgeva in Libano, nei pressi dell’odierna Jbeil; verosimilmente fu vassallo dell’Egitto tra la fine della XII e l’inizio della XIII dinastia, quando sul trono delle Due Terre sedeva Amenemhat III.

    In quell’epoca la città stabilì importanti legami commerciali con la Mesopotamia, l’Anatolia, Creta e l’Egitto e gli artigiani locali crearono manufatti di grande raffinatezza, adottando motivi artistici provenienti dalle culture limitrofe.

    Pettorale d’oro cesellato, ad imitazione di un ousekh egizio
    che risale ad un’epoca compresa tra il 2100 ed il 1550 a. C. circa.
    Esso è decorato con un falco che tiene due segni shen negli artigli ed ha le ali spiegate; fu ritrovato nella tomba della nocropoli reale di Byblos appartenente al re Ip Abi Shemu.
    H: 12 cm.; L.: 20,5 cm.
    Museo del Louvre, Parigi.
    Numero di inventario AO 909
    Immagine a questo link:
    https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010169781

    L’influenza più significativa venne esercitata dall’Egitto, in quanto i signori di Byblos assunsero a modello la monarchia faraonica, adottarono i titoli reali ed amministrativi egizi, la scrittura geroglifica ed alcune tradizioni religiose e sfoggiarono i beni di lusso che venivano importati dalle Due Terre o fatti copiare dalle maestranze locali.

    Nelle necropoli e nei templi infatti sono stati scoperti numerosi reperti di provenienza o in stile egizio e doni preziosi inviati da Amenemhat III allo stesso Abishemu e da Amenemhat IV al successore di costui Ip Shemu Abi.

    La tomba di Abishemu (individuata dal numero I ed attribuita a lui per il ritrovamento al suo interno di frammenti di terracotta con il suo nome, scritto in geroglifici) venne casualmente alla luce il 16 febbraio 1922, quando forti piogge provocarono una frana nella scogliera costiera di Jbeil.

    Essa si ispirava alle mastabe egizie ed era costituita da una sovrastruttura a forma di parallelepipedo, oggi praticamente scomparsa, con una base in pietra e malta nella quale si apriva l’ingresso di un pozzo funerario che conduceva alla camera sepolcrale sotterranea.

    Retro di un pettorale in oro in origine lavorato a cloisonnée (ora gli intarsi sul recto sono completamente perduti) rinvenuto nella Tomba I a Byblos ed oggi custodito al Museo Nazionale di Beirut.
    Anche questo oggetto è di evidente produzione egizia ed ha un fine protettivo, garantito dai molteplici simboli che sono incisi su di esso.
    La decorazione è speculare e comprende l’immagine della dea Hathor raffigurata come la vacca sacra che nutre il faraone con il suo latte divino, offrendogli energia e protezione.
    La dea reca sul dorso il cartiglio con il nome di intronizzazione di Amenemhat III (Nemaatra).
    Sopra di esso la dea Wadjet in forma di cobra e l’occhio udjat, simbolo di prosperità, del potere regale e di buona salute, che la rappresenta ed un fiore di ninfea, emblema araldico dell’Alto Egitto.
    Al centro dal basso uno scettro was ed un segno ankh dividono due immagini del faraone bambino che mostra affetto filiale nei confronti della dea Hathor, sormontato da un disco solare dal quale si dipartono due urei e due segni ankh, le corna e le due piume simbolo di Amon fiancheggiate da uno stelo di papiro, emblema araldico del Basso Egitto.
    Immagine tratta dal libro di Henry Stierlin, L’oro dei Faraoni, Bologna 2001 

    Scavi successivi permisero a Pierre Montet di scoprire altri otto sepolcri attribuibili ai re che governarono la città tra il XIX e l’XI secolo a. C. e che furono denominate con i numeri da II a IX; le più antiche (da I a IV) risalivano al XIX secolo a.C. ed erano le più raffinate; le prime tre, trovate intatte, contenevano ricchi corredi funerari che comprendevano oggetti preziosi e gioielli egizi o in stile egizio (vasi in ossidiana e oro, pettorali in oro cesellato o intarsiato, anelli e bracciali con scarabei, uno specchio d’argento con un manico papiriforme in legno ricoperto di foglia d’oro ed un secondo con manico di legno a forma di testa d’anatra ricoperto di foglia d’oro, khopesh in bronzo ed oro finemente decorati, un coltello d’argento e vasi in oro, argento, bronzo, alabastro e terracotta).

    Pettorale in oro lavorato a cloisonnée rinvenuto a
    Byblos, nella Tomba Reale II appartenuta ad Ip-Chemou-Abi
    Risale ad un’epoca compresa tra il 1900 a.C. ed il 1700 a.C. circa.
    Oggi conservato al Museo Nazionale di Beirut.
    La decorazione è tipicamente egizia, ricca di simbologia: si nota il falcone che regge tra gli artigli due segni shen e che con le sue ali spiegate avvolge e protegge il cartiglio del sovrano, sopra il quale si ergono uno scarabeo Khepri e due urei.
    Fotografia di Jona Lendering, Licenza CC0 1.0 Universal, a questo sito
    https://www.livius.org/…/byblos-royal-tomb-ii-ip…/

    FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

    Per il diadema di Senebtisi

    Per i due diademi di Khnumit:

    Arte, Gioielli

    L’EVOLUZIONE DEI DIADEMI TRA LA FINE DELL’ANTICO REGNO ED IL MEDIO REGNO

    Con il passare dei secoli il popolo continuò ad utilizzare la fascia sulla fronte con finalità eminentemente pratiche; verso la fine dell’Antico Regno e poi definitivamente nel Medio Regno tuttavia la nobiltà ne fece un accessorio ornamentale che fu ampiamente in voga fino a tutto il Nuovo Regno.

    I barcaioli indossano la fascia.
    Modellino di barca in legno, scoperto a Licopoli, risalente al Medio Regno.
    Dimensioni: L. 81 cm.; h. 38,5 cm.
    Ora al Louvre. N. di accesso E 12027.
    Questi modellini raffiguranti gruppi di persone che svolgevano attività quotidiane venivano posti nelle tombe durante il Medio Regno, e devono considerarsi un’evoluzione delle statue serventi: gli Egizi ritenevano che i personaggi rappresentati avrebbero continuato anche nell’Aldilà a lavorare per il defunto.
    https://commons.wikimedia.org/…/File:Ancient_Egyptian…
    Autore Vania Teofilo – licenza Creative Commons.

    Si trattava di una banda larga circa 2 cm. ritagliata da una sottile lastra in metallo prezioso, decorata in modo semplice con delle barrette incise sulla superficie e chiusa sulla nuca con un fermaglio a forma di fiocco decorato con ombrelli di papiro dal quale si dipartivano le due bande che scendevano sulla schiena; quello del Faraone e delle donne reali era adornato con un ureo, simbolo del potere reale.

    Barcaioli che indossano la fascia sulla fronte.
    Modellino in legno proveniente dalla tomba di Shemes ad Asyut e risalente al Primo periodo intermedio, Asyut. Oggi al Museo Egizio, Torino.
    Non ho informazioni sulla provenienza dell’immagine. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura rimuoverla o riconoscere il dovuto credito.
    Questa principessa chiamata Watetkhethor e soprannominata Sesheshet visse alll’inizio della VI dinastia ed era figlia del re Teti e moglie del suo visir Mereruka. Il rilievo proviene dalla mastaba costruita per la sua famiglia a Sakkara, e la rappresenta defunta, seduta sul suo scranno, vestita all’ultima moda e con il diadema a fascia sulla testa, mentre annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr.
    Frammento di rilievo in calcare dipinto raffigurante la testa del re Nebhepetre Montuhotep II che indossa una corta parrucca arricciata e il diadema derivato dalla fascia dei barcaioli, adornato dall’ureo.
    Dal suo tempio a Deir el-Bahari, Luxor, Medio Regno, XI dinastia.
    Oggi al Cairo – A.1906.349
    https://www.reddit.com/r/OutoftheTombs/comments/yj476m/relief_fragment_of_painted_limestone_depicting/

    Frammento di bassorilievo tombale in calcare dipinto, dalla tomba di Djehutyhotep, nomarca del Nomo della Lepre a Deir el-Bersha, scavata da Percy Newberry: XII din., regno di Sesostri III.
    Oggi al British Museum di Londra – Numero del museo EA1150
    La donna, il cui nome è andato perso, era la sorella del nomarca; è in piedi nella tipica posa femminile, con le braccia lungo i fianchi. Il dorso di entrambe le mani aperte è raffigurato con i pollici rivolti all’indietro, una posa convenzionale ma del tutto impossibile. Il piede sullo sfondo è leggermente avanzato, presumibilmente perché per l’iconografia egizia doveva essere visibile. Intorno alla lunga parrucca indossa il diadema a nastro ed esibisce un ampio collare e bracciali e cavigliere abbinati, simboli del suo importante ruolo a corte. Le bretelle della sua elegante tunica di lino bianco, molto di moda nella sua epoca, coprivano in realtà il seno, che appare esposto per pura convenzione artistica. La sua pelle era originariamente gialla. Ha una vita molto sottile, un seno abbondante e braccia eccessivamente lunghe. Questa nobildonna era alla testa di una processione di nove altre parenti di Djehutyhotep, comprese le figlie. Dietro di loro c’erano la moglie di dimensioni un po’ più grandi e lo stesso Djehutyhotep che sovrastava tutti.
    H: 72 cm.; Spessore: 12 cm.; L: 33 cm.
    https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA1150
    © The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons (CC BY-NC-SA 4.0)

    Questo rilievo raffigura Kagemni, visir e probabilmente genero di Teti (inizio VI dinastia) per avere sposato una delle sue figlie, e proviene dalla sua mastaba di Sakkara. Il nobiluomo tiene nelle mani i simboli del suo potere ed ha la fronte cinta dal diadema a nastro. 
    https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Kagemni…
    Autore della foto: Prof. Mortel.
    File rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica

    Arte, Gioielli

    GLI STRANI DIADEMI DELLA NECROPOLI DI GIZA

    Una menzione a parte deve essere fatta con riferimento ad un particolare tipo di diadema a fascia adornato da rosoni realizzati in gesso dipinto, o in bronzo, o in stucco e foglia d’oro ritrovato in sei esemplari simili tra loro (tre intatti e tre frammentari) sulla testa di corpi femminili sepolti a Giza in sarcofagi di pietra o di legno all’interno di mastabe risalenti alla V dinastia.

    Questi diademi facevano parte del corredo funerario di donne appartenenti all’élite ma non reali, probabilmente sacerdotesse di Hathor e/o di Thoth, forse non erano mai stati indossati in vita e potrebbero aver rivestito un ruolo importante nel cerimoniale funebre, anche se oggi sono possibili solo ipotesi non supportate da riscontri oggettivi.

    Il primo di essi è il cosiddetto diadema “del Cairo”, rinvenuto nell’area G 8887, Pozzo 294 (Cimitero Centrale), attualmente conservato al GEM presso la capitale egiziana; esso è intatto, in oro, misura cm. 24,6 ed i rosoni sono costituiti da quattro ombrelli di papiro con intarsi in corniola rossa; doveva essere legato intorno alla fronte.

    Diadema del Cairo

    Nella medesima sepoltura furono rinvenute perline in faience, pendenti in rame a forma di ninfea ed un cerchietto in rame ricoperti di foglia d’oro; una collana con geroglifici e dei braccialetti; un poggiatesta in alabastro; 50 ciondoli a forma di coleottero dorato, infilati su un filo d’oro e resti di offerte alimentari.

    Diadema del Cairo aperto

    Il secondo è denominato diadema “Boston”, rinvenuto nell’area G 7143 Pozzo B (Cimitero orientale) insieme a fasce di rame e due braccialetti, oggi al MFA di Boston.

    Diadema di Boston, rosone centrale

    Il cerchietto è stato in parte ricostruito in epoca moderna; è lungo 18,5 cm. ed è realizzato in rame, foglia d’oro, stoffa, gesso, vernice, corniola; sulla parte centrale della fascia di rame, a sinistra ed a destra si trovano tre rosoni ricoperti da un sottile strato di stoffa, gesso e foglia d’oro e sono costituite da due ombrelli di papiro contrapposti con un disco di corniola alla loro giunzione.

    Diadema di Boston, rosoni laterali

    Da questo disco si erge un ankh, e sui papiri sono posati uno di fronte all’altro con i becchi incrociati sopra il segno ankh due uccelli akh (ibis crestati), che richiamano l’idea di rigenerazione e beatitudine del defunto; dall’ornamento centrale più grande inoltre pende un ulteriore elemento floreale a forma di campana a cinque petali affiancato su ciascun lato da un bocciolo chiuso.

    Ricostruzione del rosone centrale del diadema di Boston con i colori originali

    Il terzo è definito Diadema “Lipsia”, proviene dall’area D 208 Pozzo 9 (Cimitero occidentale; vicino al campo G 4000) insieme ad una collana in faience con 20 pendenti a forma di scarabeo e perline blu, verdi e nere, ed è conservato nel Museo Egizio dell’Università di Lipsia.

    Diadema di Lipsia

    Il cerchietto intatto misura 21,5 cm. ed è in rame ricoperto di foglia d’oro e doveva essere legato sulla nuca.; il medaglione centrale è originale, ed è in legno ricoperto di foglia d’oro o dipinto, mentre quelli laterali sono riproduzioni moderne; esso è costituito da tre ombrelli di papiro aperti raggruppati lateralmente e verso il basso intorno al centro, ognuno perpendicolare all’altro.

    FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

    Arte, Gioielli

    LE ORIGINI DEI DIADEMI NELL’ANTICO EGITTO

    Fin dall’Antico Regno nei rilievi tombali sono raffigurati personaggi che indossano diademi, ed alcuni di questi meravigliosi oggetti sono stati rinvenuti nel corso degli scavi.

    Essi traggono origine dalle fasce di lino e dalle corde che gli Egizi di entrambi i sessi usavano portare sulla fronte annodandoli sulla nuca per tenere i capelli lontani dal viso; in seguito si affermò l’abitudine di infilare tra la fascia e la testa fiori e boccioli di profumata ninfea blu, e le nobildonne indossavano sulle loro parrucche coroncine floreali.

    Con il tempo queste fasce e le decorazioni di fiori furono sostituite da copie in materiale prezioso e nacquero così i “diademi”, che avevano un carattere puramente ornamentale; quelli femminili divennero sempre più elaborati, e furono abbelliti con elementi intarsiati raffiguranti ninfee, papiri, stelle, melograni, fiocchi e nastri.

    Anche il sovrano portava sulla fronte un semplice cerchietto adornato con un ureo, che gli era riservato in via esclusiva in quanto simbolo del suo potere; esso veniva usato anche con il nemes e talvolta, nelle occasioni formali, poteva essere indossato insieme ad altre corone.

    Il diadema più antico giunto fino a noi è quello raffigurato qui sopra, ed è custodito presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna con il numero INV 7529; esso risale all’Antico Regno, più precisamente al periodo compreso tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI (2450-2350 a.C. circa) ed è stato ritrovato nel corso della campagna di scavi 1912/13 da H. Junker a Giza, (posizione 316) in una tomba maschile inviolata.

    Era in frammenti ma è stato ricostruito in base al posizionamento delle singole parti e grazie alla comparazione con altri reperti analoghi intatti.

    Esso imita una semplice fascia di lino, è alto cm. 2,5, con il diametro di cm. 19,5 ed è realizzato con una lamina di rame ricoperta da una foglia d’oro; i grandi bottoni decorativi dai quali si dipartono i nastri laterali (3 cm. di diametro) sono costituiti da un tondo di maiolica marrone circondato da un cerchietto di fango del Nilo ricoperto di lamina d’oro nel quale è incastonata una corniola rosso scuro.

    L’utilizzo a scopo ornamentale del diadema è ampiamente documentato nei rilievi tombali e nelle statue dell’epoca che raffigurano personaggi di alto lignaggio; vi sono anche alcune immagini di persone comuni, per lo più barcaioli, che indossano le fasce di lino.

    In questa immagine, proveniente dalla mastaba dell’alto dignitario Nikauisesi a Sakkara (VI dinastia), si notano personaggi a bordo di una barca che portano le fasce adornate da fiori di ninfea.

    Questa bellissima donna raffigurata a tutto tondo è Nofret, moglie del principe Rahotep, figlio del faraone Snefru e fratellastro di Cheope, vissuta durante la IV dinastia; la sua statua in calcare fu dipinto rinvenuta insieme a quella del marito nella loro mastaba a Meidum ed è ora custodita al Museo del Cairo (quale dei due non so) con il numero di inventario CG4

    FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

    EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

    RE EFFIMERI E PIRAMIDI INCOMPIUTE DELLA III DINASTIA

    Di Ivo Prezioso

    Sekhemkhet scelse di erigere il suo complesso funerario a sud-est, e nelle immediate vicinanze di quello del suo predecessore Djoser, presso il margine occidentale della necropoli di Saqqara. La sua piramide si presenta incompiuta e giace all’interno di un vasto complesso di edifici di cui rimangono solo le fondamenta o, al massimo e solo in alcuni punti, le prime assise delle sovrastrutture (Immagine n. 46).

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    Immagine n. 46. Ciò che rimane della piramide a gradoni incompiuta di Sekhemkhet raggiunge appena i 7 metri di altezza (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

    Gli architetti avevano progettato di cingerla con un grande muro a nicchie ed in origine era previsto che fosse collocata al centro di un recinto lungo 262 metri da nord a sud e largo 182 metri da est a ovest. Purtroppo, ne resta solo una splendida facciata decorata con modanature in calcare fine, le cui proporzioni sono rigorosamente identiche a quelle di Djoser. La presenza di segni di costruzione e di numerosi graffiti, lasciati dagli operai, non lascia dubbi sul fatto che l’edificio non fu mai portato a termine. In compenso vi figura un nome celeberrimo: Imhotep.

    Durante la sua costruzione, il terrapieno fu ampliato a nord e a sud; il terreno fu poi rialzato, seppellendo e occultando il progetto originario, in modo da portare il complesso a ricoprire una superficie totale di dieci ettari; un’opera rimarchevole, certo, per le sue dimensioni, ma soprattutto per la sua concezione. I sondaggi e gli scavi effettuati presso l’angolo sud-occidentale dell’edificio, hanno infatti permesso di riportare alla luce un possente muro di contenimento, spesso in alcuni punti fino a 26 metri, che adattandosi alla topografia locale presentava variazioni di altezza al fine di ottenere una vasta piattaforma perfettamente livellata. L’ambizione di Sekhemkhet era quella riposare sotto una piramide a gradoni di dimensioni maggiori rispetto a quella del predecessore, ma la sua morte prematura interruppe il progetto che rimase incompiuto. La base dell’edificio è un quadrato i cui lati misurano ciascuno circa 120 metri e se i lavori fossero stati portati a termine avrebbe raggiunto un’altezza di 70 metri. Nonostante le vestigia restanti si elevino a poco meno di 7 metri, una rampa di costruzione, perpendicolare alla facciata occidentale, dimostra che il livello successivo avrebbe raggiunto i 9 metri; ma a questo punto i lavori si interruppero.

    Immagine n. 47 Vestigia della piramide di Sekhemkhet con la rampa di accesso agli appartamenti sotterranei. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 38)

    L’edificio è composto da quattordici sezioni di muratura concentriche e inclinate verso l’interno; disposte a coppie, queste avrebbero permesso la realizzazione di sette gradoni, rispetto ai sei che caratterizzano la piramide di Djoser. Gli appartamenti funerari hanno una collocazione esclusivamente sotterranea e sono raggiungibili grazie ad una rampa discendente che parte a nord del monumento e si inoltra al disotto della piramide seguendo un asse nord-sud (Immagini n. 47-48).

    Immagine n. 48 Pianta del complesso di Sekhemkhet a Saqqara e veduta in prospettiva della piramide con i suoi appartamenti sotterranei (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

    Il giorno della loro scoperta, l’accesso era ancora completamente bloccato, il che alimentò la speranza dell’egittologo incaricato dell’esplorazione, Muhammad Zakaria Ghoneim (1905-1959), di riportare alla luce una tomba intatta. Sfortunatamente le speranze andarono deluse e le evidenze dimostrarono che i saccheggiatori dell’antichità erano riusciti nel loro intento utilizzando un cunicolo verticale che collegava il soffitto della rampa all’aria aperta. Nel cumulo di detriti e depositi che riempivano il pozzo furono rinvenuti vasi, coppe e piatti in alabastro e pietra dura, tutti caratteristici della III dinastia, nonché giare sigillate con il nome di Sekhemkhet che permisero di stabilire con certezza l’appartenenza del monumento a questo sovrano.

    Nella parete occidentale della rampa, proprio sotto il pozzo precedentemente descritto, si apre un corridoio che una quarantina di metri più in là sbocca, in una galleria trasversale, orientata da est a ovest, che si biforca alle due estremità, dirigendosi verso sud, per poi assumere un tracciato generale a forma di U lungo in totale circa 350 metri. Sia da una parte, sia dall’altra di questo corridoio furono sistemati diversi magazzini collocati secondo una disposizione a dente di pettine.

    A 80 metri dall’entrata, al termine della rampa, è presente una porta che, all’epoca della sua scoperta, era ancora completamente ostruita da blocchi di muratura. Essa dà accesso alla camera sepolcrale che occupa una posizione esattamente centrale rispetto alla piramide e si trova a 32,10 metri sotto la base de recinto. La sala è lunga circa 9 metri, larga 5 ed alta 4,50 e la forma assunta dalla roccia dimostra che sia la cripta sia i suoi annessi furono solo abbozzati. Un magnifico sarcofago monolitico in alabastro troneggia al centro della camera funeraria. Quest’ultimo presenta la particolarità di essere stato svuotato a partire da uno dei suoi lati corti, che poteva poi essere chiuso tramite uno scivolo scorrevole verso il basso (Immagine n. 49). Confidando di ritrovarvi la mummia del re defunto, Ghoneim organizzò, nel 1954, una grande cerimonia per la sua apertura dinanzi ad un nutrito parterre di personalità e dignitari egiziani. Tra lo stupore generale il sarcofago si rivelò vuoto.

    Immagine n. 49 ricostruzione del sarcofago di Sekhemkhet (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

    A circa 25 metri a sud della piramide si trova una mastaba, che potrebbe essere equiparata alla “tomba sud” del complesso di Djoser. Ad occidente della costruzione parte una rampa che raggiunge la base di un pozzo a 29 metri di profondità. Benché accuratamente nascosta anch’essa fu oggetto delle scorribande dei violatori, che riuscirono a perforare la muratura che la proteggeva. I saccheggiatori raggiunsero un sarcofago ligneo di piccola taglia che fu spogliato e frantumato, lasciando dietro di loro solo qualche frammento di legno e di foglia d’oro. Ciò è tutto quanto resta dell’arredamento funerario.

    La piramide ha conosciuto riutilizzi almeno sino all’epoca saitica; lo testimoniano i vari magazzini, collegati alla celebrazione di riti tipici di quell’epoca. Le tracce relative a possibili intrusioni di ladri, inoltre, sono state definitivamente cancellate, pertanto non possono fornirci indicazioni sullo stato originario dei luoghi.

    Il ritrovamento di gioielli in oro finemente lavorati, che potrebbero essere appartenuti a una dama di alto rango dell’Antico Impero, dimostra che l’edificio aveva effettivamente una funzione funeraria. La sepoltura del re rimane tuttavia una questione da risolvere.

    Immagine n. 50 Questo piccolo contenitore a forma di conchiglia e i braccialetti d’oro a fianco furono rinvenuti insieme ad altri oggetti da Zakaria Ghoneim all’interno della camera sepolcrale di Sekhemkhet. Questo piccolo tesoro di raffinata qualità, insieme ad altri reperti, è databile alla III Dinastia. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

    Presso la località di Zawiyet el-Aryan, tra Gizah e Abusir a circa sette chilometri da Saqqara, sono presenti i ruderi di un’altra piramide della III dinastia, il cui progetto, anche se di dimensioni minori (circa 84 x 84 metri) era simile a quella di Sekhemket. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, rimase ancora più incompiuta (Immagini n. 51-52).

    Immagine n. 51 La piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan, che oggi presenta un elevato di poco più di 17 metri, probabilmente non fu mai utilizzata (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

    Il primo esploratore del sito Alessandro Barsanti (colui che tra il 1890 e il 1891, scoprì la tomba di Akhenaton), suppose che la struttura non fosse mai stata utilizzata

    La caratteristica più interessante è costituita dalla presenza di 32 magazzini disposti a “U”, come nel caso di Sekhemket.

    Immagine n. 52 Ipotetica ricostruzione della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan. Sono evidenziati i corridoi sotterranei che conducono alla camera funeraria e i ruderi attuali (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

    Secondo Ali Radwan, la disposizione dei vani sotterranei che circondano le due camere sepolcrali, richiama alla mente la forma del geroglifico “ka” (𓂓) che tra i vari significati, comprende pure quelli di “alimento”, “alimentazione”, “mezzi di sussistenza”, “forza vitale”; pertanto, se questa sistemazione fu scelta di proposito è del tutto plausibile che si intendeva conferire ai magazzini nascosti il potere di sostentare praticamente e magicamente il re defunto. La stessa funzione di donazione attraverso il ka, la si può ritrovare nella figura rappresentata in un vaso rituale arcaico conservato presso il Metropolitan Museum of art Art di New Yorkh, oppure in una tavolozza per cosmetici proveniente da Helwan (Immagine n. 53).

    Immagine 53 Tavolozza del ka proveniente dal sito di Helwan. Inizio I dinastia, Museo egizio del Cairo (© https://www.francescoraffaele.com/…/Heluan-Ka_palette.htm)

    D’altra parte, nel versetto 1653 dei “Testi delle Piramidi” è espresso proprio questo desiderio: << O Atum, imponi le tue braccia sopra il re, su questa costruzione e su questa piramide come le braccia del segno ka affinché l’essenza del re possa risiedere in esso, rimanendovi per sempre>>.

    La piramide presenta tutte le caratteristiche di un’architettura della III Dinastia: costruzione a sezioni concentriche, utilizzo di piccoli elementi disposti in file inclinate e distribuzione interamente sotterranea. La base è formata da un quadrato di 83,80 metri per lato e benché le rovine attuali superino di poco i 17 metri, la sua altezza, se fosse stato portato a termine il progetto, avrebbe raggiunto circa 40 metri. L’edificio è costituito da un nucleo largo 11 metri, su cui poggiano tredici, forse quattordici, sezioni concentriche disposte a gradini inclinati. La piramide seguendo questo schema avrebbe presentato alla fine un profilo a gradoni a cinque stadi. L’inclinazione delle facce è di circa 68° risultando, in questo caso, più accentuata rispetto a quella delle piramidi di Saqqara. L’accesso ai sotterranei si trova a nord dell’edificio e diversamente dai complessi di Djoser e Sekhemkhet, non è caratterizzato da una discesa lungo un asse nord-sud, ma prende avvio da una trincea collegata a un tunnel che si dirige direttamente verso ovest. L’ingresso è decentrato verso est; una scala permette di raggiungere la galleria che, dopo 36 metri, incontra un pozzo scavato nell’asse nord-sud della piramide. Senza dubbio realizzato per facilitare l’estrazione dei materiali provenienti dallo scavo, questo pozzo scende fino a 18 metri sotto il livello del suolo, offrendo accesso a diversi rami della distribuzione. A una profondità iniziale di 6 metri, si incrocia una galleria rimasta incompiuta. A 18 metri, è presente un corridoio che attraversa il pozzo da nord a sud e dopo 25 metri raggiunge una scala. Quest’ultima scende verso un tunnel orizzontale che conduce a una camera situata sotto il centro della piramide. Senza dubbio destinata a fungere da camera funeraria, questa sala è tuttavia di dimensioni modeste se paragonata a quelle delle altre sepolture reali di questo periodo: 3,63 metri da nord a sud, 2,65 metri da est a ovest e 3 metri di altezza. A partire dal pozzo, ma proseguendo questa volta verso nord, il corridoio conduce ad una galleria trasversale, orientata da est a ovest e lunga 120 metri. In ciascuna delle estremità essa si biforca ad angolo retto verso sud e termina dopo 50 metri adottando, come nel caso della piramide di Sekhemkhet un tracciato a forma di “U”. Questo immenso corridoio è fiancheggiato da trentadue nicchie, tutte disposte a pettine (Immagine n. 54).

    Immagine n. 54. Ricostruzione in prospettiva della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan secondo Franck Monnier (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 41)

    L’incompiutezza del monumento è del tutto evidente e l’interruzione dei lavori dovette avvenire molto presto durante il regno del suo committente dal momento che non si sono ritrovate tracce di arredi funerari, né alcun sarcofago negli appartamenti. Inoltre, sembra che gli edifici annessi e le mura di cinta, ove mai fossero esistiti, siano stati al massimo abbozzati poiché, a quanto si può dedurre dai rapporti disponibili, non ne rimane assolutamente nulla. Tuttavia, poiché i dintorni del versante nord non sono stati esplorati, non è impossibile che in questo luogo si trovino le fondamenta di un tempio, come nel caso di Djoser e di Sekhemkhet.

    Benché non sia mai stata individuata alcuna documentazione, la sepoltura è generalmente attribuita allo Horus Khaba, un sovrano della III Dinastia il cui nome è stato rinvenuto su diversi vasi in pietra scoperti in una vicina mastaba della stessa epoca. L’ipotesi che questo re, a causa della sua morte prematura, e quindi dell’incompiutezza della sua tomba, possa essere stato sepolto in questa stessa mastaba, però, non ha avuto molto seguito.

    Immagine n. 55 La Piramide di Seila, visibile in alto a sinistra, domina la piana verdeggiante del Fayyum. In origine la sua base quadrata misurava 31,10 metri per lato. Gli scavi condotti da Nabil Swelim, hanno permesso di riportare alla luce le fondazioni di una cappella addossata alla faccia orientale dell’edificio. Frammenti di una tavola per le offerte e di una stele recante il nome di Snefru, hanno permesso di identificare il committente, ma anche di svelarne il carattere cultuale, cosa che fino ad allora era tutt’altro che certa. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

    A partire dalla fine della III Dinastia e sino agli inizi della IV, furono costruite alcune piccole piramidi a gradoni; tutte possiedono una struttura solida di tre, talvolta quattro gradoni edificati con pietra locale, senza alcuna indicazione di fondamenta o camere. Ad oggi ne sono state individuate sette localizzate presso i seguenti siti:

    Seila: 4 gradoni, altezza 6,8 metri (Immagini nn55-56-57)

    Zawiyet el-Meitin: 3-4 gradoni, altezza 4,75 metri (Immagine n. 58).

    Sinki (Abydos): 3 gradoni, altezza 4 metri circa (Immagine n. 59).

    Ombos (Naqada): 3(?) gradoni, altezza 4.5 metri circa.

    El-Khula: 3 gradoni, altezza 8,25 metri (Immagini n. 60-61).

    Edfu: 3 gradoni, altezza 5,5 metri (Immagine n. 62).

    Elefantina: 3 gradoni, altezza 5,4 metri.

    Immagine n. 56. Veduta in primo piano della piramide di Seila costituita da 4 gradoni e alta 6,8 metri (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).
    Immagine n. 57 Sezione trasversale di una ricostruzione della piramide di Seila (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

    Dal momento che gli scavi effettuati non hanno ancora rivelato indizi certi riconducibili ad un culto funerario, è molto probabile che questi monumenti, edificati tutti in prossimità di capitali regionali, rappresentassero simbolicamente il potere regale che aveva sede, all’epoca, nel dipartimento menfita. Comunque, non essendo stata ritrovata alcuna camera, né corridoio al disotto o nei pressi di questo gruppo di piramidi secondarie, è piuttosto difficile avanzare ipotesi sulla loro reale funzione.

    Immagine n. 58 I resti della piramide provinciale di Zawiyet el-Meitin. Originariamente costruita su tre o quattro gradoni con lati di 22,5 metri ed un’altezza stimata di circa 17, oggi si eleva a poco meno di 5 metri. In alcuni punti sopravvivono resti del suo rivestimento calcareo. Non è mai stata trovata alcuna camera sepolcrale, il che suggerisce che, come per le altre piramidi di questo tipo, non sia mai stata concepita come monumento funerario (© https://egyptsites.wordpress.com/…/14/zawyet-el-maiyitin/

    Nei pressi del complesso di Elefantina è stato rinvenuto un cono di granito che potrebbe aver avuto lo stesso valore delle cosiddette “stele di confine” del complesso di Djoser. Sulla parte inferiore del reperto si leggono il cartiglio di Huni e i simboli che stanno a significare “palazzo-finestra” o, in alternativa, “palazzo-santuario”, il che porterebbe a identificare in tal senso l’intera struttura. Ciò ha spinto gli archeologi Günter Dreyer e Werner Kaiser a supporre che questa piccola piramide fosse annessa a una residenza reale di provincia e che le altre svolgessero una funzione del tutto simile. I due studiosi, inoltre, sono giunti alla conclusione che tutte e sette facessero parte di un unico programma di costruzione iniziato da Huni, primo sovrano ad utilizzare il cartiglio* per contenere il proprio nome.

    Immagine n. 59 Le rovine della piramide di Sinki si trovano a 5,5 km. a sud-ovest del tempio di Seti I e a circa un Km. dalle Montagne Occidentali di Abydos, ai margini dei campi coltivati (© https://isida-project.org/egypt_april_2018/sinki_en.htm

    Si è anche ipotizzato che la realizzazione di questi edifici sia da mettere in relazione con il primo tentativo di istituire una religione ufficiale, la “dottrina solare”, sull’intero territorio egizio. Del resto, lo stesso Imhotep, il grande savio della III Dinastia, fu a capo del sacerdozio eliopolitano.

    Immagine n. 60 La piramide di el-Khula (qui rappresentata in un disegno di John Perring del 1842) è composta da 3 gradoni e il lato di base misura 18,60 metri. Conserva attualmente un’altezza di 8,25 metri, sebbene a metà del XIX secolo Perring e Vyse ne rilevarono 11,75. Una caratteristica particolare di questa costruzione è che ad essere allineati ai punti cardinali sono i suoi angoli invece che i lati. La spiegazione risiede sicuramente nel fatto che il lato est è orientato verso il corso del Nilo che in questo punto scorre esattamente a nord-ovest (©https://en.wikipedia.org/wiki/Pyramid_of_el-Kula
    Immagine 61 La piramide provinciale di el-Khula come appare oggi (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).

    Come dicevamo, a causa della scarsità di dati a disposizione, le ipotesi sull’argomento non si limitano a quelle precedentemente menzionate. Ad esempio, l’egittologo polacco Andrzej Čwiek sostiene che la piramide a gradoni con o senza una camera sepolcrale, poteva essere associata alla Collina Primordiale” e alla “scala per il firmamento”, vale a dire il “punto di transizione fra la terra e il cielo”. Per Jean-Philippe Lauer, invece, si tratterebbe di cenotafi per le regine, situati nelle rispettive province.

    Sul lato orientale della piramide di Seila sono state rinvenute due stele calcaree, delle quali una era inscritta con i nomi di Snefru, e una tavola d’offerta (tipici elementi di un luogo di culto), mentre sul lato nord sono stati rinvenuti frammenti di un tabernacolo e di una statua assisa. Rainer Stadelmann ha proposto che, in origine, questo simulacro si trovasse sulla parte superiore piatta della piramide e avesse lo scopo di attestare la possente presenza del re nella provincia. Lauer, invece suppose che il piccolo monumento fosse la prima tomba della regina Hetepheres, madre di Khufu e che fosse dotata di una camera sepolcrale nel nucleo della costruzione, all’interno del gradone sommitale; ma in effetti si tratta solo di congetture non suffragate da basi solide. Per Ali Radwan, La piramide a gradoni andò trasformandosi in un simbolo dell’unità delle “Due Terre” non solo in senso strettamente politico, ma anche da un punto di vista religioso e probabilmente la sua apparizione nelle zone di provincia voleva dimostrare proprio questo principio.

    In passato esisteva una piccola piramide nel Delta, attestata da un’incisione e da una mappa riportate nella “Description de l’Égypte (1809-1829)” il cui rivestimento liscio e non a gradini indica che la sua datazione è posteriore rispetto alle piramidi provinciali. Tuttavia, la sua totale scomparsa non consente di trarre altre conclusioni.

    Immagine n. 62 Ciò che resta della piramide di Edfu. La costruzione, in origine, era alta circa 17 metri anche se oggi ne raggiunge poco più di 5 a causa del saccheggio dei blocchi e dell’erosione dovuta agli agenti atmosferici. Non si pensava nemmeno che si trattasse di una piramide fino a quando gli archeologi, diretti da Marouard, non hanno cominciato a liberarla dalla sabbia e dai rifiuti moderni. La tipologia era quella tipica a gradoni e il materiale da costruzione fu prelevato da una cava di arenaria ubicata a soli 800 metri in direzione nord. Il carattere cultuale dell’area è stato confermato dalla presenza, sul lato orientale, di un impianto con tracce di offerte di cibo. (©Mattia Mancini in Djed Medu, Foto: Tell Edfu Project, University of Chicago’s Oriental Institute ). 

    Si conclude così il percorso attraverso la III Dinastia. A partire dai prossimi articoli i riflettori saranno puntati sulla gloriosa IV Dinastia in cui lo sviluppo e la perfezione delle piramidi raggiunse livelli mai più eguagliati.

    Il cartiglio era connesso con l’anello “shen” che simboleggiava il cerchio infinito dell’universo, implicando il fatto che l’autorità del sovrano fosse eterna ed illimitata come il dio sole “Ra”, sicché le costruzioni in oggetto potrebbero essere un’altra espressione del medesimo concetto.

    Fonti:

    • Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
    • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43
    Arte, Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

    UNA STATUA…A RATE

    Statua di divinità sconosciuta, XVIII Dinastia, regno di Amnhotep III (circa 1390-1352 BCE)

    Granodiorite, h. 91.8 cm. N. inv. 19.2.15

    Al Met Museum di New York è conservata una statua le cui parti hanno la particolarità di essere stati ritrovati in tempi diversi e riassemblati solo alla fine del secolo scorso.

    La testa è stata ritrovata nel 1919, probabilmente nella zona del palazzo di Malqata, mentre il torso, danneggiato, è stato acquisito dal museo solo nel 1996 da una collezione privata (inv. 1996.362). Benché i due frammenti siano in condizioni di conservazione nettamente differenti – la testa si è conservata molto meglio, probabilmente trafugata in tempi antichi e tenuta al chiuso, mentre il torso è stato esposto alle intemperie – combaciano perfettamente, consentendo ai curatori del Met di riunire finalmente le due parti.

    La testa ritrovata nel 1912

    La statua, in granodiorite, è alta complessivamente quasi 92 cm e dal finezza dei tratti si presume appartenga al regno di Amenhotep III. La mano sinistra impugna uno scettro “was” simbolo di potere, mentre il braccio destro, andato perduto, impugnava presumibilmente il segno “ankh” simbolo di vita.

    La statua riassemblata (inv. 19.2.15).
    Nella foto del Met Museum si vede chiaramente la differenza nello stato di conservazione delle due parti.

    La mancanza di iscrizioni non ci permette di identificare la divinità rappresentata, ma gli studiosi pensano facesse parte della serie
    di immagini divine installate da Amenhotep III nel suo vasto tempio funerario e scolpite in occasione delle sue festività “heb-sed” (che noi chiamiamo anche “giubilei”).

    Fonti: