il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ubicato nella KV62 è stato oggetto del nostro XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA. Ne abbiamo analizzato e tradotto tutte quattro le facciate. Vi allego qui le pagine iniziali di ogni lato per mostrarvi la tipologia di lavoro che abbiamo fatto sulle iscrizioni geroglifiche.
Secondo la sequenza dinastica redatta dallo storico greco Manetone, Snefru (Immagine n. 1) fu il primo re della IV Dinastia. Con lui si chiude un’epoca cruciale che si estende dal periodo arcaico sino all’alba dell’Antico Impero e da inizio a uno dei periodi più straordinari di tutta la storia egizia.
La tradizione letteraria giunta sino a noi, ce lo rappresenta come un buon sovrano attento alle esigenze dei suoi sudditi (secondo le leggende popolari si rivolgeva loro chiamandoli “amici” e persino “fratelli”), tanto che, nonostante sia stato artefice di un programma architettonico a dir poco titanico, a differenza dei suoi successori Khufu e Kaefra, la sua reputazione non fu mai messa in discussione. Quel poco di lui che ci è noto lo si deve grazie ad un documento che riporta gli avvenimenti salienti anteriori alla VI Dinastia: gli annali della Pietra di Palermo (Immagine n. 2). Si tratta di una porzione di stele incisa facente parte di un reperto ben più consistente del quale si conservano altri frammenti presso il Museo del Cairo e il Petrie Museum of Egyptian Archeology di Londra. Da questo reperto apprendiamo che Snefru fece arrivare quaranta imbarcazioni cariche di legno importato dal Medio-Oriente. Sappiamo, inoltre, che durante la prima parte del suo regno promosse una spedizione in Nubia con cui si procurò materiale umano da impiegare nei suoi progetti edili (si riferisce di 4000 donne e 3000 uomini, ma i numeri sembrano un po’ esagerati) e razziò un enorme quantità di bestiame (200.000 capi).
Un’ iscrizione presente in questa regione, presso la località di Khor el-Aquiba, sembra fare riferimento proprio a questa campagna in quanto menziona un corpo di spedizione composto da 20.000 soldati e la cattura di 7.000 prigionieri. Più tardi l’operazione fu ripetuta, ma questa volta in Libia, e fruttò 1.100 prigionieri e 13.100 capi di bestiame sistemati successivamente in trentacinque nuove tenute reali del Fayyum e del Delta. Questo consistente approvvigionamento di mano d’opera e di animali fu posto in atto, evidentemente, per alleggerire in modo considerevole il carico lavorativo sulla popolazione egizia.
Tra le altre realizzazioni collegabili al suo regno figurano la realizzazione di un nuovo palazzo reale, probabilmente nella zona di Dashur, caratterizzato da grandi portali in legno di cedro, il varo di molte imbarcazioni, la lavorazione di statue reali a grandezza naturale in rame e in oro e la produzione di un’arpa insolitamente grande e preziosa.
Le fonti contemporanee circa l’ascendenza di questo sovrano sono ancora più scarse; probabilmente la madre, Meresankh, fu una sposa secondaria di Huni, ultimo re della III Dinastia, ma gli antenati reali dell’Antico Regno non sono mai menzionati direttamente dal momento che il re era, per natura di origine divina.
Sorprendentemente, la costruzione delle piramidi non è mai annotata nelle iscrizioni contemporanee di re o dignitari, nonostante rappresentasse il principale evento di un regno. Verosimilmente, siccome ciò era riconducibile all’espletamento dei rituali giornalieri nei templi (le cerimonie che garantivano il sorgere ed il tramontare del sole, la ricorrenza delle stagioni, l’esondazione periodica del Nilo, ecc.), e quindi facente parte dei compiti che un re doveva essere in grado di svolgere e assicurare in vita, non aveva alcun bisogno di essere menzionato.
In ogni caso, Snefru fu senza dubbio alcuno il più grande costruttore dell’Antico Egitto se non addirittura di tutto il mondo antico. A lui si devono, infatti, l’edificazione di tre grandi piramidi, di cui una situata a Meidum e le altre due a Dashur (oltre a due più piccole), per la cui realizzazione furono utilizzati oltre 3,6 milioni di metri cubi di pietra: un milione in più di quanti servirono a suo figlio per edificare la Grande Piramide di Giza. Nonostante l’attribuzione definitiva di questi monumenti costituisca ancora motivo di dibattito tra gli esperti, non esiste alcuna prova che consenta, ragionevolmente di dubitarne.
A partire dal suo regno ebbe inizio un ulteriore incredibile impulso evolutivo che portò in breve tempo a raggiungere vette di perfezione non solo nel campo dell’architettura, ma anche nelle arti della scultura, del rilievo e della pittura, nelle scienze naturali e in medicina dove furono gettate basi destinate a rimanere valide fino all’epoca greca. Il credo nell’onnipotente Ra, creatore universale, ormai dominava la religione, l’etica, lo Stato e la società egizia, che divenne sempre più ricettiva nei confronti di chi era in grado di lavorare su grandi progetti. Questi personaggi diedero forma alla nuova classe degli scribi, accademici istruiti nella conduzione teorica e pratica dello Stato; un gruppo costituito da principi ed individui che si erano elevati per chiari meriti. Garante di questo sofisticato sistema era il dio Rache conferiva potenza al sovrano, la cui divinità consisteva non nella sua persona, bensì nel ruolo assunto in funzione della sua capacità di governare le Due Terre. Egli era il dio benevolo, il dio delle necropoli la cui costruzione era suo compito e dovere. Il nome di Horo di Snefru, nb m3՚ t, (neb maat)significa, infatti, “Signore della Maat, dove Maat è proprio riferito all’ordine divino universale (Immagine n. 3)
Da questo sovrano in poi, influenzata dal culto del dio sole, la forma del complesso piramidale conobbe importanti e significative modificazioni trasformandosi da un rettangolo orientato secondo l’asse nord-sud, in un quadrato in direzione est-ovest che seguiva il percorso dell’astro diurno ed enfatizzava un nuovo elemento architettonico di grande significato simbolico. Si tratta della lunga rampa che prendendo avvio da est, la terra dei viventi, giungeva sino ai piedi della tomba-piramide per poi concludere il suo percorso nel tempio funerario che da allora in avanti sarebbe sempre stato collocato sul lato orientale del monumento. La porta d’accesso alla rampa era, invece, situata nel tempio in valle, vale a dire il centro cultuale della città della piramide al cui interno la dea Hathor e il sovrano erano adorati come divinità locali.
Prima di occuparci della sequenza cronologica (Immagine n. 4) dei cantieri di Snefru e delle ragioni che lo spinsero a dotarsi di tre tombe, si rendono necessarie alcune considerazioni riguardanti il proprietario della piramide di Meidum (Immagine n. 5). Da alcuni decenni questa località è spesso associata a Huni, ultimo sovrano della terza dinastia, la cui sepoltura non è stata ancora localizzata. Per il momento, come unica motivazione, si argomenta che sia irragionevole concedere al suo successore Snefru la costruzione di un terzo edificio di tali dimensioni, presumendo che sarebbe stato impossibile portare avanti tre cantieri in un lasso di tempo relativamente così breve quale fu il suo regno (24 o 29 anni a seconda delle fonti). Di conseguenza sembrerebbe del tutto naturale pretendere che la costruzione della piramide a gradoni di Meidum sia stata opera del re Huni e che in seguito sia stata modificata due volte dal suo successore al fine di farle assumere la classica forma a pareti lisce.
Tuttavia, finora nessuna menzione al sovrano della III Dinastia è stata ritrovata “in situ”, né alcun documento antico lo associa a questa sepoltura. Viceversa, gli egizi di tutte le epoche, mai hanno smesso di considerare Snefru, come intestatario del monumento: lo testimoniano i numerosi graffiti lasciati durante il Nuovo Regno sulle pareti del piccolo tempio funerario. Alcuni di questi lo evocano come “Il tempio di Snefru” e altricome la “grande piramide di Snefru”. Inoltre, i suoi figli Nefermaat, Rahotep e Ranefer, si fecero inumare in grandi mastabe situate proprio a Meidum.
È vero che fino ad oggi non è stata riportata alla luce alcuna iscrizione contemporanea dell’edificio recante il nome di Snefru, ma ciò non è sufficiente a escludere che sia stato egli stesso ad aver iniziato il cantiere e ad esigere per ben due volte la modifica del progetto. Per di più, nulla esiste che possa attestare l’usanza, durante l’Antico Regno, di un sovrano che si appropriasse della sepoltura del suo predecessore. Pertanto, l’ipotesi che possa essere stato Huni il committente del monumento resta solo un’idea vaga e senza alcuna evidenza che possa comprovarla; viceversa, gli indizi di cui siamo in possesso puntano tutti e decisamente in direzione del suo successore. Basta considerare la struttura interna a gradini, le dimensioni ridotte degli elementi costruttivi e delle camere funerarie, perché il confronto con la piramide di Dashur dimostri l’innegabile anteriorità della piramide primitiva di Meidum. Non c’è quindi dubbio che i primi due stati relativi alla piramide a gradoni iniziale siano stati realizzati all’inizio del regno e solo successivamente il sovrano decise di modificare le sue scelte sia riguardo alla forma che al luogo della sua sepoltura. Una volta completata la piramide di Meidum, infatti, ordinò la costruzione di una piramide di maggiori dimensioni e dal profilo triangolare presso la località di Dashur-Sud (Immagine n. 6).
Un tale fervore innovativo dovette, con ogni probabilità, costringere gli architetti ad avviare un nuovo cantiere e a cercare, a tal fine, un giacimento ricco di materie prime. A tal proposito i geologi Dietrich et Rosemarie Klemm* hanno recentemente posto in evidenza che il rivestimento esterno della piramide di Meidum dovette essere completato utilizzando un calcare locale ed un altro estratto dalla più lontana cava di Maasara, situata nei pressi di Dashur, sulla riva opposta del Nilo. (Questa cava fu, in seguito l’unica fonte di approvvigionamento, relativamente alle pietre da rivestimento, per i cantieri di Dashur). É probabile che proprio durante questa fase si presentassero problemi di portata tale da spingere i costruttori a modificare l’edificio una seconda volta, conferendogli, sembrerebbe, le proporzioni e le dimensioni della futura Piramide Rossa (Immagine n. 7).
Sono emerse alcune iscrizioni, datate al 15° anno di regno sui tre siti piramidali, rispettivamente su un blocco di fondazione della Piramide Rossa, su un altro facente parte del tempio di accoglienza della Piramide Romboidale ed infine su alcuni blocchi della piramide di Meidum. Di conseguenza deve essere stato in quel momento che il cantiere fu nuovamente trasferito ed è fuor di dubbio che, nei dintorni di quella data, i problemi strutturali occorsi alla piramide di Dashur-Sud finirono per convincere gli architetti a cercare, una volta ancora, alternative al progetto in corso. Se ne dispose, perciò, un altro che finì per fare assumere alla piramide la caratteristica forma definitiva “piegata o a doppia pendenza”. Si procedette, a questo punto, con l’apertura cantiere della Piramide Rossa e, allo stesso tempo, si riaprì quello di Meidum con lo scopo di trasformare la struttura a gradoni in una piramide rispondente alle nuove concezioni (Immagine n.8).
Probabilmente, si voleva prevenire l’eventualità dell’improvvisa scomparsa del sovrano che, consapevole della propria vecchiaia, temeva che la sua tomba non sarebbe stata completata in tempo.
Alla morte di Snefru, comunque, la Piramide Rossa era stata certamente completata (così come pure la piramide sussidiaria di Dashur-sud e forse anche quella di Meidum), ma sicuramente non i suoi edifici annessi, come dimostra l’impiego di mattoni crudi per portare a termine il suo tempio funerario. Analogamente, anche quello di Meidum si presenta con facce parzialmente sgretolate e totalmente prive di decorazioni.
Alcuni ricercatori rifiutano di prendere in considerazione l’ipotesi che gli architetti egizi avessero avuto dubbi sulla bontà dei loro progetti e, conseguentemente, cambiarli più volte. La tesi sostenuta è che nulla sarebbe dovuto al caso e l’insieme sarebbe stato accuratamente pianificato e pensato al fine di ottenere un risultato complessivo del tutto coerente. La dualità che si osserva a Dashur (due piramidi sul sito e doppia pendenza per quella romboidale) sarebbe, pertanto, di natura strettamente simbolica. Ma quella che a prima vista sembrerebbe una riflessione interessante è contraddetta innanzitutto dall’analisi architettonica delle due piramidi. Durante la costruzione della romboidale, infatti, si presentarono diversi problemi di natura statica che imposero numerose modifiche. Come metro di paragone, basta considerare le caratteristiche della Piramide Rossa che mostrano una netta e decisiva evoluzione delle tecniche di costruzione. Inoltre, la sequenza cronologica dei due monumenti è fuori discussione, dal che ne consegue che se l’idea iniziale fosse stata quella di erigere a Dashur un complesso architettonico bipartito, sarebbe stato del tutto logico procedere ad una edificazione simultanea e non successiva. Infine, non esiste alcun documento che possa in qualche modo avvalorare questo punto di vista.
Tutto ciò, comunque, non implica che una volta completato l’insieme, questo non apparisse perfettamente coerente e armonico agli occhi degli egizi dell’epoca. L’attenzione dedicata ad un secondo sito non comportò, infatti, l’abbandono del primo che era stato consacrato per i rituali di fondazione e continuò ad essere sempre considerato come parte integrante di un dominio funerario che si era progressivamente ingrandito.
Al momento non siamo ancora in possesso di dati che possano permettere di determinare con certezza il tempo che occorse per portare a termine il grandioso progetto di Snefru. Il Canone Reale di Torino gli attribuisce 24 anni di regno, ma è noto che questo documento non è esente da errori. Segni datati, venuti alla luce presso i siti di Dashur e Meidum, indicano che, quanto meno, questa cifra deve essere elevata a 29 anni.
Si può tentare di fare un paragone con la Grande Piramide di Khufu, sulla quale siamo meglio informati circa i tempi di edificazione. Con il suo volume di circa 2.600.000 mc., è presumibile che l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente, sia stata realizzata in meno di 27 anni (la durata massima attribuita al regno di questo sovrano). Adottando un criterio di proporzionalità e assumendo che i lavori si siano protratti in maniera continua per tutta la durata del regno, se ne deduce che per portare a compimento la Piramide Rossa furono necessari 18 anni; 15 anni per la Piramide Romboidale e 6 anni e mezzo per quella di Meidum, per un totale di circa 40 anni (una cifra evidentemente in disaccordo con i pochi riferimenti attualmente a nostra disposizione).
In ogni caso, che il regno di Snefru abbia avuto una durata di una trentina o una quarantina di anni, è certo che per realizzare i suoi tre complessi funerari fece estrarre, tagliare e mettere in opera qualcosa come circa 3.900.000 mc. di pietra calcarea, ossia ben 1.300.000 mc. in più di quanti ne furono necessari al suo successore.
* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm, sono stati protagonisti di un importantissimo lavoro relativo allo studio dei materiali di costruzione utilizzati per l’edificazione delle tre piramidi di Giza. I risultati delle loro ricerche, pubblicati nel 1993 nel volume “Steine und Steinbrüche im Alten Ägypten”, aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Chi fosse interessato all’argomento può trovarne un’ampia descrizione a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/01/lo-studio-di-dietrich-e-rosemarie-klemm/
LA PIRAMIDE DI MEIDUM
A circa 45 km. a sud di Menfi, ad est del Fayyum, simile ad un possente torrione, si erge l’imponente profilo della piramide di Meidum (Immagine n. 9) la cui forma, così particolare, trae origine da danni e distruzioni che le fecero perdere gran parte del suo rivestimento esterno.
La struttura del complesso funerario è caratterizzata da una netta cesura con quella della dinastia precedente, nel senso che la piramide acquisisce, da questo momento, un’importanza assolutamente predominante all’interno del quadro d’assieme. Gli edifici cultuali presenti nel complesso di Djoser, così vari e molteplici, appaiono qui sotto una forma molto semplice (oggi diremmo “minimalista”) riducendosi, in pratica, ad una cappella addossata alla facciata orientale. Questo edificio, di circa 9 metri di lato, comprende un piccolo corridoio a zig-zag che conduce a un cortile interno, al centro del quale si ergono, accanto a un tavolo sacrificale, due alte stele monolitiche con la sommità arrotondata (Immagine n. 10). Tutto, in questo luogo, mostra segni di incompiutezza: rifacimento delle pareti interrotto, iscrizioni contemporanee assenti e stele vergini.
Un recinto in pietra, alto circa 2 metri, delimitava uno spazio sacro intorno alla piramide. Una piccola piramide satellite, la prima del suo genere, fu edificata in posizione decentrata a sud così come una mastaba sul versante settentrionale. Di fronte al tempio funerario, una via processionale collegava l’unico ingresso a un piccolo tempio situato ai margini della valle. Lunga circa 210 metri, questa strada si presentava come una semplice via di comunicazione a cielo aperto delimitata da due muri paralleli: niente che possa, anche lontanamente, essere paragonabile alle gigantesche strade ascensionali che sarebbero state realizzate sotto il regno di Khufu.
É stato localizzato anche il tempio in valle ma, purtroppo, le coltivazioni che lo ricoprono hanno impedito lo svolgimento di scavi su larga scala. Ciò nonostante, nel sito, così come in quello della Piramide romboidale, si sono potuti rintracciare con evidenza i primi elementi costitutivi di un complesso funerario reale classico dell’Antico Regno: piramide, piramide satellite, tempio superiore e tempio inferiore (o tempio della valle) collegati da una lunga strada rialzata (Immagine n. 11).
Snefru costruì le sue prime piramidi a Meidum ancora nella forma a gradoni. Una di queste, piccola e solida, fungeva da torreggiante punto di riferimento sopra il palazzo reale di Seila, presso il margine orientale del Fayyum.
Il primo vero e proprio complesso piramidale, invece, domina la valle del Nilo, una decina di chilometri più ad est e include la grande piramide a gradoni, che fu ampliata e modificata in successive fasi costruttive fino a raggiungere, nel suo stadio finale, la vertiginosa altezza di circa 92 metri e ad acquisire la forma classica a pareti lisce.
La tipologia della piramide a gradoni è senz’altro da far risalire alla dinastia precedente, la terza, ma sotto il regno di Snefru, si diede inizio ad una serie di fondamentali modificazioni riguardanti sia l’orientamento del complesso sia la disposizione delle camere interne.
Rispetto alle arcaiche costruzioni cultuali della III Dinastia, sopravvissero, in pratica, solo il tempio funerario e la tomba sud che fu adattata a sepolcro del re sotto forma di una piccola piramide a gradoni situata direttamente a sud del monumento principale. Come già accennato precedentemente, a Meidum, il tempio funerario era un piccolo e semplice santuario a est della piramide, affiancato da due grandi stele che sostituivano e rappresentavano il re sepolto altrove.
La disposizione dei vani interni alla piramide fu anch’essa oggetto di ripensamenti rispetto al modello tipico della III Dinastia; la camera sepolcrale, infatti, non era più situata sul fondo di un pozzo scavato nella roccia del sottosuolo, ma fu allestita ben al di sopra del livello del terreno, in prossimità del centro del monumento.
Durante l’Antico Regno, l’entrata (o uscita) della piramide era sempre situata sulla facciata nord. Il re, attraverso il corridoio che sale dalla camera sepolcrale, poteva così ascendere alle stelle circumpolari (quelle che “non tramontano mai”) per congiungersi al dio sole Ra, nella sua barca. A ben vedere, questo assetto interno tripartito può essere rintracciato già nelle tombe risalenti alla I Dinastia, caratterizzate dalla presenza di una camera del sarcofago vera e propria alla quale si aggiungevano due vani supplementari utilizzati per immagazzinare le offerte più rilevanti da destinare al re defunto. Successivamente, a partire dall’epoca di Dioser, l’anticamera e le camere laterali furono già concepite con finalità e funzioni strettamente religiose, introducendo una concezione secondo la quale l’ascesa verso gli astri cominciasse dall’anticamera che, per questo motivo, aveva saracinesche in pietra decorate con stelle. I corridoi orientali e le cosiddette “camere blu” erano, invece, la rappresentazione di un modello di palazzo in cui il re avrebbe soggiornato nell’Aldilà.
Con la IV Dinastia, cambiò pure la collocazione spaziale delle camere; si passò da una disposizione orizzontale ad una verticale che trovò la sua massima espressione nella Grande Piramide di Khufu.
A Meidum, inoltre, prese avvio una tendenza riguardante il cimitero reale, che prevedeva l’allineamento in file regolari, a nord-est delle piramidi, delle mastabe dei figli di Snefru e delle loro mogli. Solo una di queste (la mastaba n. 17), però, sorge presso l’angolo nord-orientale della piramide e dunque in posizione particolarmente privilegiata: imponente e costruita apparentemente in gran fretta, conteneva la sepoltura di un principe, probabilmente l’erede al trono defunto in giovane età nei primi anni di regno del sovrano (Immagine n. 12).
Il prestigioso sito di Meidum, essendo stato in gran parte smantellato, ci offre la rara opportunità di ricavare informazioni sulla struttura interna di una grande piramide. Il monumento si caratterizza per il fatto di essere stato rimaneggiato durante tre successivi interventi, designati tradizionalmente come E1, E2, E3 (Immagine n. 13).
Il primo stadio (E1) fu edificato, attenendosi rigorosamente allo schema costruttivo della III Dinastia, realizzando otto fasce concentriche di muratura inclinata, appoggiate l’una contro l’altra fino a formare un tronco centrale. Si pervenne così a una piramide a sette gradoni avente un’altezza di circa 65 metri, le cui facciate furono poi accuratamente rivestite. Successivamente, si decise di aumentarne le dimensioni aggiungendo una sezione supplementare di muratura e rialzando ogni gradone fino a raggiungere un totale di otto livelli (stato E2). Anche in questo caso l’edificio fu completato, come dimostra il perfetto rivestimento della parte torreggiante attualmente esposta (Immagine n. 14).
Infine, fu deciso di modificare radicalmente il monumento (stato E3) sovrapponendovi un ulteriore involucro in muratura, ma questa volta disposto in strati orizzontali, in modo da fargli assumere la forma completamente nuova di una piramide dal profilo triangolare. A causa della struttura esistente, le facce risultanti assunsero una pendenza dell’ordine di 52°, un’inclinazione che più tardi fu ripresa per la piramide di Khufu.
Nel suo stadio finale l’edificio si presentava con una base quadrata di 144,32 metri di lato ed un’altezza di ben 91,90 metri. L’orientamento delle facce est e ovest deviano, rispetto all’asse nord-sud, di meno di mezzo grado; Il quadrato di base, pressoché perfetto, presenta una tolleranza di 15,50 centimetri e il livellamento della prima base su cui poggia il rivestimento è davvero notevole, con un errore massimo di soli 8,30 centimetri da un’estremità all’altra!
Immagine n. 15 In questa che ci mostra l’angolo nord-est, della piramide, sono stati evidenziate le tre fasi costruttive del monumento, indicate convenzionalmente con E1, E2, E3. (@Di derivative work: GDK (talk)Image:Meidoum pyramide 002.JPG: user:Neithsabes – Image:Meidoum pyramide 002.JPG, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5226985
Allo stato attuale, l’aggiunta dell’ultima stadio (E3) è rintracciabile solo nella parte inferiore del monumento, ancora ricoperta da una parte dei suoi splendidi blocchi di rivestimento in calcare fine. Le pareti del “torrione centrale” costituiscono una sorta di veduta tridimensionale ed in sezione dell’edificio nativo dal momento che, ormai, è possibile osservare lo stato originario del monumento attraverso i vari strati della muratura alternativamente smantellati e solo abbozzati.
Questa piramide fu la prima, in assoluto, ad essere dotata di appartamenti funerari allestiti nel corpo dell’edificio, invece che nel sottosuolo. L’ingresso, leggermente spostato verso est rispetto all’asse nord-sud, si apre nella facciata nord ad un’altezza di 18,50 metri da dove prende avvio una discesa che si inoltra all’interno per una distanza di circa 57 metri. Nonostante il materiale utilizzato per la realizzazione dell’opera muraria sia un calcare molto fine, lo stato generale di questo ambiente è altamente degradato, ove si eccettui la prima sezione. La roccia, infatti, ha subito un deterioramento tale che il passaggio, attualmente, presenta il brutto aspetto di un condotto cavernoso (Immagine n. 16).
Quest’ultimo conduce a due anticamere, anch’esse in pessime condizioni, disposte una di seguito all’altra. Si tratta di ambienti di dimensioni molto modeste (2,60 metri di lunghezza per 2,20 metri di larghezza) e con un’altezza appena sufficiente a permettere di tenersi in posizione eretta. Nel 2000, i ricercatori francesi Gilles Dormion e Jean-Yves Verd’hurt hanno scoperto l’esistenza di due volte a sbalzo che scaricano i soffitti di queste due stanze (Immagine n. 17).
All’estremità meridionale del corridoio, un passaggio verticale piuttosto irregolare conduce alla camera sepolcrale. Rispetto a quelle presenti nelle piramidi di Dashur, questa sala ha dimensioni modeste (2,65 metri di larghezza per 5,90 metri di lunghezza); una volta di scarico ne eleva il soffitto a 5,05 metri (Immagine n. 18).
All’ingresso del pozzo verticale, Flinders Petrie scoprì alcuni frammenti di sarcofago in legno che riteneva risalissero all’epoca dell’Antico Regno. Purtroppo, a causa delle occupazioni tardive del sito e dei rapporti di scavo molto sommari, solo delle analisi potrebbero confermare o smentire le ipotesi dell’archeologo britannico.
Nelle immediate vicinanze del monumento principale, a sud, fu elevata una piccola piramide di circa 28 metri di lato di base; non ne resta altro che qualche blocco e alcune vestigia di appartamenti scavati sotto il livello del terreno circostante.
LA PIRAMIDE ROMBOIDALE (DASHUR SUD)
A un certo punto del suo regno, Snefru decise di lasciare il cantiere di Meidum per puntare sulla località di Dashur, più vicina alla capitale, ad una trentina di chilometri a sud dell’odierna Il Cairo.
Le ragioni che lo spinsero ad abbandonare un palazzo e una piramide ormai quasi completata per dare inizio all’edificazione di una nuova residenza una cinquantina di chilometri più a nord, non sono note per cui, in proposito, è solo possibile avanzare delle ipotesi.
È possibile che la località di Meidum, per la sua posizione, ponesse problemi di controllo delle vie commerciali e di colonizzazione del Medio Egitto. Il nuovo sito di Dashur, viceversa, offriva un bacino naturale per il porto assicurando lo sviluppo economico dell’intera regione. Ad est si poteva utilizzare una via commerciale che conduceva al Sinai, mentre la presenza di un wadi permetteva di raggiungere le oasi occidentali e il Fayyum. Infine, il sito offriva cave di pietra calcarea da costruzione di facile accesso e sfruttamento. Dashur, quindi, rappresentava un’opportunità straordinaria per impegnare operai e specialisti in un’impresa ardita quale poteva essere la costruzione di una grande piramide dall’inclinazione simile a quella di una a gradoni (ma priva di questi) che avrebbe raggiunto la vertiginosa altezza di circa 140 metri, se non fossero intervenuti problemi in fase di realizzazione.
A proposito del passaggio da una piramide a gradoni ad una dalla forma geometrica pura, è fondamentale considerare che una simile evoluzione non è affatto consequenziale, come verrebbe naturale da pensare; lo dimostra il fatto che nessuna delle civiltà che costruirono piramidi a gradoni pose in atto la trasformazione verso quelle a pareti lisce. Il progresso tecnologico che portò alla conformazione tipica è il risultato di un’avventura unica e straordinaria che avvenne proprio ai tempi di Snefru. Per la nuova piramide di Dashur sud (Immagine n. 19), che a causa del suo aspetto finale è oggi nota, secondo le varie denominazioni, come “Piramide romboidale”,“a doppia pendenza” oppure “piegata”, si previdero anche audaci miglioramenti alle camere. Gli ambienti interni, infatti, avrebbero dovuto avere volte a mensoloni, come quelle già concepite a Meidum, ma qui ampiamente perfezionate e alte fino a 15 metri. Purtroppo, a causa dei cedimenti del terreno e dei conseguenti danni occorsi alla struttura in fase di edificazione, si resero necessarie modifiche di tale portata da produrre un sistema interno di vani incredibilmente complicato e difficile da ricostruire.
Secondo le tradizioni religiose più antiche riguardanti la vita ultraterrena del sovrano, la dimora mistica era situata nelle viscere del mondo sotterraneo, per cui la più bassa delle tre camere doveva essere collocata in profondità nella roccia come nel caso del sepolcro di Djoser. L’inclinazione del corridoio della tomba, coerentemente, fu determinata dall’esigenza di disporre di un passaggio senza deviazioni puntato direttamente verso le stelle circumpolari. Si iniziò dunque a scavare in profondità, sotto il livello del suolo, per giungere all’uscita posta sulla facciata settentrionale poco più in alto della base della piramide. La camera centrale è simbolicamente connessa all’ascesa del re al cielo, rappresentato dalla camera superiore, per quanto questa (intendo l’ascesa), sia strettamente legata anche alla direzione seguita dal corridoio della tomba (Immagine n. 20).
Per facilitare lo scavo di un pozzo di circa 7×7 metri e profondo 22,5 metri fu scelto, come a Saqqara, un suolo costituito da strati compositi di marna e ardesia. Questo espediente, però si rivelò insufficiente a sostenere il peso della massa di pietre. Via via che la costruzione della piramide procedeva, si presentarono importanti lesioni nelle tre camere e nel corridoio che, in un primo momento, si ritenne di poter riparare con riempimenti. Purtroppo, l’intervento non portò ai benefici sperati e presto ci si dovette arrendere all’evidenza che sia le camere sia il corridoio d’entrata erano ormai così danneggiati da non poter essere salvati e a nulla valsero la rinuncia alla camera inferiore e la riduzione dell’angolo di pendenza dell’edificio.
Ciò nonostante, la Piramide romboidale rimane un monumento straordinario sotto ogni punto di vista. Grazie al suo rivestimento di calcare fine (Immagine n. 21), in gran parte intatto, offre l’impressione di essere la meglio preservata e la sua forma atipica, dovuta al brusco cambiamento di pendenza delle facce, che comincia un po’ più in basso della metà della sua altezza, costituisce un “unicum” per questo tipo di edifici.
Il monumento troneggia a sud di Dashur, al centro di un’area delimitata anticamente da un recinto quadrato di 298,60 metri per lato e 2 metri di spessore. Proprio sotto l’entrata nord della piramide fu realizzata una cappella in mattoni contenente una tavola per le offerte in calcare. Ai piedi della facciata orientale fu eretto un tempietto costituito inizialmente solo da due alte stele monolitiche e da una tavola d’offerte, ma che fu progressivamente arricchito con l’aggiunta di una cappella e di un muro di cinta. Le stele, con sommità arrotondate ed alte in origine una decina di metri, erano decorate con le titolature del re: oggi sono completamente distrutte. Questo piccolo edificio venne rimesso in servizio e ampliato più volte nel corso del Medio Regno, allorquando fu ripristinato il culto in onore di Snefru.
La via ascensionale era affiancata da due muri paralleli per una lunghezza di 704 metri ed offriva ai sacerdoti la possibilità di raggiungere l’area sacra, senza mostrarsi al mondo esterno, risalendo da un tempio di accoglienza (o tempio basso).
Quest’ultimo, largo 26,20 metri di base e lungo 4,76 metri, doveva rappresentare una vera novità nell’architettura funeraria grazie alla ricchezza del suo programma decorativo. Una data rinvenuta sotto uno dei suoi blocchi di fondazione confermerebbe che la sua realizzazione fu contemporanea sia alla fondazione della Piramide Rossa, sia agli ultimi stadi di costruzione della Piramide Romboidale e di quella di Meidum.
Questo tempio, forse collegato alle cerimonie relative alla festa-sed, era dotato di magazzini, un cortile e di sei cappelle contenenti una grande statua con l’effigie di Snefru. Le pareti erano decorate in leggero rilievo con scene diversificate: riti di fondazione, festa-sed, visite del re nei vari santuari, rappresentazione dei domini reali (Immagine n. 22).
Scavi recenti hanno rivelato che in questo luogo era stato già costruito un edifico in mattoni, poi demolito e sostituito dal tempio di accoglienza in pietra. La costruzione primitiva annoverava anche un giardino piantumato con diverse essenze arboree la cui funzione resta ancora enigmatica. Secondo l’egittologo Felix Arnold, avrebbe fatto da cornice allo svolgimento di qualche cerimonia rituale durante la vita del re.
Una seconda strada, ma realizzata con in mattoni e lunga 148 metri, collegava questo complesso cultuale a un bacino rettangolare di 145×95 metri che rappresenta il primo porto d’approdo ad oggi conosciuto in un contesto funerario (Immagine n. 23). Questi siti di culto furono rioccupati e ripristinati sotto il Medio e Nuovo Regno, fino alla XIX Dinastia, epoca durante la quale furono smontati per riutilizzarne i materiali.
La piramide “a doppia pendenza” di Dashur sud si innalza per 104,71 metri e poggia su una base quadrata di 189, 43 metri in media per lato. Le facce sono orientate ai quattro punti cardinali con un errore massimo di un solo quarto di grado e mostrano una brusca variazione di pendenza (da circa 55° a circa 44°), che inizia a circa 47 metri di altezza. Questa piramide, eccezionalmente, ha al suo interno due distribuzioni diverse: una ha l’ingresso sulla facciata nord a 11,33 metri dal livello del suolo, l’altra con accesso sulla parete ovest a 32,76 metri di altezza (immagine n. 24).
Il corridoio discendente che parte da nord si compone di un primo troncone lungo 12, 60 metri, inclinato di 28° e 38’, al termine del quale sono visibili consistenti fratture sulle pareti laterali; prosegue per altri 66 metri all’interno della piramide, con una pendenza leggermente più dolce, fino a confluire in un vestibolo molto alto ricoperto da una volta a sbalzo. Sul muro meridionale di quest’ultimo, a circa 6,75 metri di altezza, una grande apertura funge da accesso alla cosiddetta “camera inferiore” che misura 4,96 metri lungo l’asse est-ovest e 6,30 su quello nord-sud. Questo maestoso locale è coperto da una magnifica volta ad aggetto che gli permette di raggiungere l’incredibile altezza di 17,30 metri. Considerevoli tracce di malta riconoscibili sulle pareti dimostrano che la parte inferiore era stata riempita con una muratura (oggi scomparsa), lasciando completamente libero solo lo spazio sotto la volta (Immagine n. 25).
Dal muro meridionale un piccolo passaggio conduce ad un condotto verticale, generalmente definito “camino”, che si innalza fino ad un’altezza di oltre 15 metri ed è privo di aperture. Negli alloggiamenti laterali, la presenza di due blocchi disposti di taglio e collocati in posizione di attesa sembra avvalorare l’ipotesi che fossero destinati a sigillare questo ambiente (Immagine n. 26).
Per diversi aspetti una simile distribuzione ricorda chiaramente quella della piramide di Meidum, in particolare per il corridoio ed il camino, che forse erano stati progettati inizialmente per condurre ad una camera funeraria. Ma gli architetti dovettero modificare ben presto i loro piani, come dimostrano la presenza del camino senza sbocco, dei due blocchi di chiusura che non hanno mai svolto la loro funzione e la presenza di una distribuzione superiore .
Ad un’altezza di 12,50 metri dal livello del suolo, nella parete meridionale della camera inferiore, si apre l’accesso ad un tunnel scavato nella muratura al fine di collegare questi ambienti al corridoio orizzontale della distribuzione superiore (Immagine n. 27).
La discesa che parte dall’ingresso occidentale si contraddistingue per la doppia pendenza: una parte iniziale (poco meno di 22 metri) inclinata di 30°09′, seguita da una parte più lunga (circa 46 metri) inclinata di 24°17′. Essa fu ostruita utilizzando decine di grossi blocchi di calcare del peso di svariate tonnellate e, quando negli anni ’50 del secolo scorso fu totalmente sgomberata, si scoprì l’entrata sulla parete ovest, fino ad allora assolutamente invisibile dall’esterno.
Questo lungo tunnel discendente conduce ad un corridoio orizzontale situato qualche metro sopra il livello del suolo e interrotto da due sistemi di chiusura a blocchi scorrevoli di cui solo il più occidentale fu utilizzato (Immagine n. 28). Un antico foro permette oggi di attraversarlo. L’intonacatura dei giunti su entrambi i lati del blocco di chiusura indica che fu abbassato prima dello sbarramento completo della galleria di discesa e che si rese necessario costruire un condotto che collegasse la camera inferiore al corridoio orizzontale per poter continuare ad accedere alla distribuzione superiore.
Ciascuno dei sistemi di chiusura si compone di una sezione trasversale nella quale è alloggiato un blocco di calcare pesante circa 7 tonnellate. Quest’ultimo poggiava su un piano inclinato di 35° ed era trattenuto in posizione di attesa da una grossa trave, un cuneo o una corda che, una volta ritirati, lo facevano scivolare, grazie alla sola forza di gravità, nella parte bassa dell’alloggiamento ostruendo definitivamente il passaggio.
Il sistema di chiusura orientale, invece, non fu mai utilizzato ed il relativo blocco giace ancora in loco trattenuto da una trave.
La camera superiore, situata all’estremità del condotto orizzontale, ha una pianta rettangolare; misura 5,26×7,97 metri ed è orientata da nord a sud. Questo ambiente è ricoperto da una volta a sbalzo su quattro lati che gli consente di raggiungere un’altezza di circa 14 metri. Il suo stato generale è molto deteriorato e la copertura è talmente danneggiata che non è più possibile distinguerne il profilo. Nelle pareti, inoltre, sono presenti numerose mancanze ed il rivestimento non fu mai completato.
Negli anni ’40, durante lo smantellamento di un massiccio blocco di pietra che riempiva interamente la camera funeraria fino ad un’altezza di 6 metri, fu rinvenuto un possente puntellamento in legno di cedro del Libano inserito nello spazio delimitato dalle pareti. Qui, fu scoperto il nome di Snefru scritto con inchiostro rosso. Di questa struttura ne rimane oggi solo circa un terzo (Immagine n. 29).
La camera fu realizzata per mezzo di una carpenteria, che probabilmente serviva facilitare il posizionamento e la stabilizzazione dei blocchi di rivestimento delle pareti durante l’innalzamento dei vari corsi. L’alta volta a sbalzo avrebbe dovuto proteggere l’ambiente dal carico sovrastante esercitato dalla piramide. Prima dello smantellamento del sistema di puntellamento provvisorio, si decise di rialzare il pavimento della camera aggiungendo un massiccio strato di muratura accuratamente pavimentato. Si passò successivamente a ritagliare e ridurre gli sbalzi della volta al fine di ottenere delle pareti relativamente lisce ed uniformi. Tuttavia, ancor prima di completare queste operazioni, si volle procedere ad un nuovo innalzamento del suolo della camera il che comportò un ulteriore intervento di appianamento dei costoloni della volta, tanto che ne rimasero intatti solo i cinque superiori (Immagine n. 30). Tutto ciò fu realizzato in modo molto accurato, affinché l’ambiente risultante presentasse le caratteristiche indispensabili per svolgere la particolare funzione cui era destinato.
Fino a non molto tempo fa, si riteneva che la camera, una volta consolidata, fosse stata immediatamente abbandonata a causa della comparsa di fessure e criticità statiche; ma, in realtà, alla luce dei recenti dati emersi da ulteriori rilievi sullo stato dei luoghi, questa ipotesi è da ritenersi errata. È vero che l’ambiente si presenta in condizioni di estremo degrado, ma ciò è conseguenza di un successivo intervento operato sulla volta che, a causa della cattiva qualità del calcare ha causato la frammentazione delle pietre che si sbriciolarono e crollarono nel corso dei secoli facendo si che oggi il luogo assomigli più a una grotta piuttosto che a una camera funeraria.
Le ragioni di queste numerose modifiche operate sulla struttura restano ancora da comprendere e se la camera fu concepita per accogliere le spoglie del sovrano, sembra evidente che non abbia mai assolto a questa funzione. Di certo, durante le ultime fasi della costruzione, alcuni movimenti strutturali ebbero un impatto sull’edificio. La piramide fu sottoposta a un ampliamento che ebbe ripercussioni inaspettate, innescando fratture e cedimenti che costrinsero gli architetti a dare al monumento questa forma a dir poco atipica.
Fonti:
Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Ptah-Hotep e Akhti-Hotep – Sakkara, V dinastia Foto a questo link: https://www.meisterdrucke.it/,
La scena dell’uccellagione con le reti fa parte del protocollo decorativo tipico delle tombe egizie fin dall’Antico Regno; si è visto che essa appare nella camera principale della tomba di Meresankh III, ma come si può costatare dai rilievi tombali sotto pubblicati, rimase in auge per molti secoli, fino almeno alla XVIII dinastia.
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, fotografia da Osirisnet.net
Nell’antico Egitto la caccia di animali di grossa taglia come leoni, gazzelle ed ippopotami si svolgeva nel deserto o lungo il Nilo e fu lo sport preferito dai nobili, mentre quella a piccioni, anatre, oche, gru e vari tipi di uccelli acquatici fu sempre molto praticata anche dai ceti più bassi per procurare cibo.
I cacciatori si servivano del bastone da lancio oppure si organizzavano in squadre e tendevano sulla superficie di uno specchio d’acqua una rete esagonale od ottagonale ancorata a due pertiche; quando gli uccelli si posavano sopra di essa, al segnale del loro capo gli uomini tiravano energicamente la corda che passava probabilmente per ciascun angolo della rete e la richiudevano intrappolando gli uccelli che si erano posati su di essa.
La caccia ai volatili con la rete. Mastaba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, fotografia da Osirisnet.net
La selvaggina catturata veniva uccisa, spennata e ripulita delle interiora direttamente in loco, quindi subito cucinata, offerta al tempio, oppure messa sotto sale in capienti giare o essiccata appendendola a delle rastrelliere per essere conservata a lungo: nelle scene di uccellagione infatti talvolta si trovano raffigurazioni di uomini impegnati a spiumare ed eviscerare delle anatre.
La spiumatura, l’eviscerazione e la conservazione delle prede per il successivo consumo. Tomba di Nakht, Sheikh Abd el-Qurna. XVIII dinastia. Autore sconosciuto, Pubblico dominio, via Wikimedia Commons
Spesso gli esemplari venivano tenuti in vita ed allevati insieme ad oche ed anatre per fornire uova, carne e grasso, come si evince dai rilievi tombali che mostrano effettivamente volatili addomesticati rinchiusi in recinti e servi che li stanno alimentando forzatamente.
Sulla sinistra, dotato di una porta metallica, l’ingresso della tomba, sito sul fianco della mastaba G7530; sullo sfondo, l’esterno della mastaba G7510. Immagine di Prof. Mortel, rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generica, a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Tomb_of_Queen…
La tomba di Meresankh sorge molto vicino alla Grande Piramide, nella settima fila della necropoli orientale di Giza, dove i membri della famiglia reale e gli alti dignitari venivano sepolti accanto al loro sovrano.
Essa fu scoperta nell’aprile 1927 dal team dell’Università di Harvard e del MFA di Boston guidato dall’egittologo G. A. Reisner, che riportò alla luce l’ingresso scavato nella roccia sottostante la doppia mastaba G7530/G7540, che già esisteva e che venne sfruttata come sua sovrastruttura.
E’ una delle più belle della necropoli per la qualità e la policromia dei bassorilievi che raffigurano scene di vita quotidiana e di offerte e molti congiunti della defunta, tra i quali i suoi genitori Hetepheres II e Kawab ed i suoi figli Nebemakhet, Khenterka, Niuserreankh e Duaenre; stranamente il suo reale sposo Chefren non è mai né raffigurato né menzionato.
Gli Egizi ritenevano che rappresentando nelle tombe queste scene avrebbero garantito magicamente al defunto un flusso perpetuo di cibo e di beni che gli avrebbe permesso di mantenere nell’Aldilà la stessa agiatezza della quale aveva goduto in vita.
E così, tra gli oggetti preparati per il suo corredo funerario si notano, ad esempio, oltre a derrate alimentari in gran quantità, anche un baldacchino, un letto, una sedia ed una portantina molto simili a quelli scoperti nella sepoltura di Hetepheres I della quale abbiamo già parlato.
La tomba, incompiuta, consiste nella citata doppia mastaba di superficie con una pianta di 36 x 17 m. (G7530 – G7540) risalente ai primi anni del regno di Chefren ed ora quasi scomparsa, in una sottostruttura vagamente cruciforme (G7530 sub) scavata nella roccia, accessibile tramite due scale contrapposte ricavate nel vicolo che separa la mastaba di Meresankh dalla G7650 ed in una camera sepolcrale alla quale si accede tramite un pozzo verticale ampio circa due metri quadrati e profondo cinque metri.
Pianta di ciò che rimane della sovrastruttura, dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Oggi quest’ultimo è stato dotato di una scalinata moderna, ma sulle sue pareti sono ancora visibili le tacche semicircolari che gli antichi avevano scolpito ed usato come rudimentali gradini.
La sottostruttura (o cappella), il cui ingresso è impreziosito da larghi stipiti in pietra che riportano il nome di Meresankh, i suoi titoli, la data in cui il suo corpo fu portato al luogo dell’imbalsamazione e quella in cui avvenne la sepoltura (ben 272 giorni dopo la sua morte) è composta da tre ambienti scavati due metri sotto il livello del suolo edorientati in direzione nord- sud.
Foto risalente al 1927 raffigurante la facciata dell’ingresso recante il nome, i titoli e la data di inizio della mummificazione e della sepoltura della regina, a questo link: http://Isida-project.org/egypt…/giza_meresankh_en.htm Oggi le iscrizioni sono state coperte da un rivestimento in pietra ed è stato aggiunto anche un moderno portale di sicurezza.
Essa ha il soffitto dipinto di rosso per imitare il pregiato granito di Assuan e conserva ancora in parte un fregio di fiori stilizzati lungo la parte superiore delle pareti; è decorata con scene di navigazione, agricoltura, uccellagione, pesca che vedono protagoniste anche Meresankh e la madre.
Stipite sinistro dell’ingresso decorato con un’immagine di Meresankh mentre annusa una ninfea; sopra di lei si trovano Anubi ed il testo di una preghiera di accompagnamento per garantirle la rinascita. Davanti a lei il sacerdote funerario Khemetenu si inchina e legge dal papiro che tiene in mano delle disposizioni riguardanti la salvaguardia del culto funerario. L’immagine è tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Stipite destro dell’ingresso che mostra la defunta in piedi, che guarda verso l’esterno, come se stesse accogliendo dei visitatori. Immagini tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Nella camera sotterranea sono stati trovati il sarcofago che conteneva ancora le ossa della regina, i suoi vasi canopi, posti in una nicchia sul pavimento e centinaia di amuleti, ushabtis, wadjet, intatti o in frammenti.
I vasi canopi, i più antichi ad oggi ritrovati, si trovano al MFA di Boston; hanno tutti diametri diversi, coperchi leggermente arrotondati e sono privi di iscrizioni.
LA CAPPELLA DI MERESANKH III
La parete est della sala principale.
Le scale dell’ingresso conducono direttamente nella sala principale della cappella, splendidamente decorata; ammireremo insieme le scene dipinte sulle pareti, che offrono una vivace immagine della vita di una persona di altissimo lignaggio dell’Antico Regno.
Appena entrati nella tomba, si ammira questo spettacolo; la parete analizzata in questo post è quella sulla destra, sulla quale si apre l’ingresso; il personaggio al centro è il principe Kawab; alla sua destra quattro registri con scene campestri, di caccia e di offerta. https://www.experienceegypt.eg/…/giza-e-le-antiche…
Cominciamo ponendoci di fronte alla parete est ed osservando il lato sinistro.
La prima immagine, alta fin quasi al soffitto e completamente avulsa dal programma decorativo circostante raffigura il principe Kawab, padre di Meresankh, che è già stato oggetto di trattazione da parte di Grazia.
Dietro di lui, nella metà superiore della parete, sono raffigurate Meresankh e sua madre su di una barca che navigano tra i canneti della palude svolgendo l’antico rituale del “far tintinnare i papiri” che serviva ad ottenere la presenza sacra della dea Hathor in forma bovina.
Meresankh III e la madre scuotono i papiri per Hathor. La palude rappresentava l’ambiente associato alle acque primordiali ed al liquido amniotico ed era legata alla rinascita (perchè Osiride fu riportato in vita in un papireto) ed al culto della dea. Il rito consisteva nello scuotere gli steli dei papiri facendo frusciare gli ombrelli e producendo un rumore simile a quello che le mucche selvatiche fanno muovendosi nel canneto, che avrebbe richiamato la dea; anche il sistro, che veniva utilizzato dalle sacerdotesse di Hathor, produceva un suono simile. E’ una scena suggestiva, anche se il boschetto di papiri è scomparso a causa delle infiltrazioni penetrate da un’apertura superiore praticata dagli antichi per far entrare un po’ di luce naturale nella stanza. Hetepheres è in piedi nella parte anteriore dell’imbarcazione, governata da un marinaio in piedi a poppa; ella è abbigliata secondo la moda delle nobildonne della sua epoca con una parrucca nera che le ricade sulle spalle ed un abito bianco lungo ed aderente sostenuto da larghe spalline, un collare e una collana, braccialetti e cavigliere e sta cogliendo il papiro con entrambe le mani; ai suoi piedi un bambino non identificato tiene con una mano una ninfea e con l’altra si regge alla sua gamba. Meresankh è dietro la madre; ha una parrucca corta e nera ed un diadema a nastro molto in voga all’epoca; il suo abito è identico a quello di Hetepheres, ma è impreziosito sul petto da una decorazione di perline colorate; con la mano destra sta strappando uno stelo di papiro mentre con la sinistra abbraccia la madre intorno alla vita. https://egypt-museum.com/queen-hetepheres-with-daughter…/
La parte rimanente della parete è divisa in quattro registri.
Il primo dall’alto mostra una processione di offerenti; ognuno di loro, tranne l’ultimo, è identificato da un’iscrizione verticale che indica il terreno funerario dal quale proviene il bene che sta portando; di seguito tre uomini stanno realizzando una stuoia di papiro.
Una processione di offerenti, che portano prodotti dei vari terreni destinati alla produzione di derrate per la tomba; il cartiglio che si nota accanto a ciascun servo è quello di Cheope. https://it.thebrainchamber.com/the-tomb-of-queen…/
Il secondo mostra la cattura degli uccelli acquatici nella palude, rappresentata come uno specchio d’acqua circondato da ninfee; questa scena è tipica della decorazione delle cappelle funerarie dell’Antico e Medio Regno e ne parleremo in un successivo approfondimento;
La scena dell’uccellagione raffigura come contestuali vari momenti succedutisi nel tempo, così come usuale all’epoca. E così vediamo cinque uomini che ad un segnale del loro capo tirano energicamente una fune per chiudere la rete esagonale ed intrappolare i volatili che si erano posati su di essa; alcuni uccelli che riescono a fuggire e volano via; un servo che ne cattura alcuni rimasti impigliati. https://egymonuments.gov.eg/…/tomb-of-queen-meresankh-iii – foto di Sandro Vannini
Nel terzo registro si vede una processione di gru, oche, buoi ed un vitello guidati dai propri custodi e destinati ad essere offerti alla defunta.
Il quarto registro è composto da due scene nautiche ed una agreste.
La prima di esse potrebbe ricordare un pellegrinaggio verso un luogo di culto e mostra due barche cariche di cesti, di ninfee, di uccelli in gabbia e addirittura un vitello, forse destinati ad essere offerti al tempio; la seconda raffigura una giostra acquatica che si svolge tra gli equipaggi di due imbarcazioni che si fronteggiano armati di remi e pali.
Immediatamente a destra tre pastori accudiscono un gregge ed un quarto si trova tra le pecore con la frusta alzata; due contadini portano sulle spalle un sacco di grano destinato alla semina ed un alto funzionario appoggiato al suo bastone sorveglia il lavoro dei subordinati.
Il lato destro della parete è stato scolpito nella roccia e rivestito con uno strato di intonaco ma è molto deteriorato; i due registri superiori rappresentano un viaggio in barca, mentre i tre inferiori raffigurano degli artigiani che stanno preparando il corredo funerario della regina, il sarcofago e due false porte.
In questo settore vi è una scena di grande interesse, che raffigura tale “Rehay” intento a dipingere una statua della regina e di fianco a lui il suo collega “Inkaf”, nell’atto di modellarne una seconda: non sappiamo se questi due personaggi siano realmente i principali decoratori della tomba, ma è certo che si tratta della prima volta in cui gli artigiani sono rappresentati con i loro nomi.
Accanto a loro degli uomini, con l’aiuto di funi, trascinano una slitta sulla quale si trova un tabernacolo di legno che ospita una statua di fronte al quale un sacerdote effettua un’incensazione ed una statua della regina assisa in trono.
Nel registro più in basso a sinistra è raffigurata una scena di metallurgia: quattro uomini inginocchiati a terra sotto una tettoia, con dei mantici soffiano in una piccola fornace per alimentare il fuoco e fondere l’oro; sulla loro sinistra un altro operaio sembra intento a frantumare il minerale aurifero.
Disegno delle scene della lavorazione del legno e del metallo, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
La sezione destra del registro, divisa in due sottoregistri sovrapposti e molto danneggiata è dedicata infine ai falegnami, rappresentati mentre costruiscono un tavolo da offerta, delle casse ed una portantina.
La parete sud della camera principale
La parete sud della camera principale presenta tre nicchie; quella a destra e quella centrale contengono la statua di uno scriba; quella a sinistra invece quattro statue di scribi; sopra di esse vi è una decorazione composta da cinque registri, tutti dedicati alla preparazione del corredo funebre ed al suo trasporto nella tomba di Meresankh.
La regina è raffigurata di grandi dimensioni sul lato destro della parete, assisa su di un trono cubico, e riceve le offerte portate dai servi in processione raffigurati nei tre registri dinanzi a lei; accovacciato ai suoi piedi c’è un personaggio di sesso indeterminato.
Statua di scriba scolpita direttamente nella parete Autore Hannah Pethen, da Flickr
L’iconografia di Meresankh è quella tipica delle nobildonne dell’Antico Regno: ella indossa un lungo abito ed una parrucca, annusa una ninfea che tiene nella mano destra e ne tiene un’altra avvolta intorno alla sinistra, appoggiata sulla coscia.
Di fronte a lei, distribuiti su quattro sotto-registri, vi sono tavoli e supporti colmi di offerte: volatili, verdure, dolci, ciotole, giare, nonché una brocca e un catino per lavarsi prima e dopo i pasti; nel sotto registro più basso, accanto al tavolo più grande, si trova un cane con orecchie dritte e coda arricciata.
Le statue dei quattro scribi cementate nella nicchia. Autore Hannah Pethen, da Flickr
Dietro le offerte si snodano altri registri: nel primo dall’alto compaiono quattordici figure con le braccia incrociate in atteggiamento di saluto o sottomissione, undici delle quali in ginocchio e tre in piedi.
Disegno di un particolare del registro raffigurante la preparazione del corredo funerario: la sedia ornata da un leone, un poggiatesta, un letto, un baldacchino ed una statua, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Nel secondo vi è una processione di dieci offerenti, guidati dal “Direttore della sala da pranzo, il sacerdote funebre, Rery” e nel terzo, molto danneggiato, alcune donne trasportano vari oggetti e fabbricano un letto mentre un uomo sta dipingendo una statua.
Disegno dei registri raffiguranti le offerte e la preparazione del corredo funerario, tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Il quarto ed il quinto registro mostrano altre fasi della preparazione e del trasporto del corredo: una donna spolvera una sedia con i braccioli ornati da un leone e le gambe a forma di zampa leonina; un’altra sorveglia i servi che trasportano una poltrona dotata di parasole; altre portano una grande borsa, delle casse, una scimmia al guinzaglio, uno sgabello con zampe taurine, un tabernacolo, vasi, un baule; varie casse e contenitori, un poggiatesta, un alto sacco di lino, una testa di vitello, un tavolo basso sono pronti per essere trasportati.
Meresankh di fronte alle offerte. Disegno tratto dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Su una bassa piattaforma, due donne, sotto un baldacchino di legno, stanno costruendo un letto; all’estrema destra il già citato pittore Rahay sta dipingendo una grande statua della regina (foto n. 4).
La camera occidentale o delle offerte
L’accesso a questa camera avviene attraverso i due ingressi già citati, posti nella camera principale; al suo interno si trova il pozzo che scende alla camera sepolcrale.
La parete sud era quasi interamente intonacata di rosa scuro, con le immagini evidenziate in rosso ed i testi geroglifici in bianco. Il lato destro ha subito gravi danni, ma dai disegni realizzati in passato si evince che era diviso in due registri che raffiguravano Meresankh seduta davanti ad una tavola per le offerte e ad un inventario delle stesse (si veda in tema l’interessante post di @Nico Pollone, a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/04/30/le-tavole-dofferta/).
Ricostruzione delle scene raffigurate sulla parete: a sinistra l’inventario delle offerte, a destra Meresankh davanti al tavolo delle offerte ed in basso gli scribi che annotano le entrate ed il funzionario davanti a loro. Immagine tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Nel sottoregistro superiore comparivano un sacerdote inginocchiato ed il suo assistente intenti a recitare un inno funebre e ad offrire pagnotte; in quello inferiore il “controllore del padiglione del pranzo, Rery” e altri due personaggi portano a Meresankh un uccello, un’oca e una grossa coscia di manzo.
L’intero registro inferiore è ora quasi del tutto scomparso e rappresentava la redazione dell’inventario delle entrate delle proprietà reali ed il processo a carico di coloro che avevano omesso di versare i tributi.
Cinque scribi accovacciati accanto ad un funzionario, identificato come il già citato Khemetnu, annotavano quanto riscosso, mentre un uomo armato di bastone costringeva un evasore fiscale ad avanzare piegato in due mentre altri quattro, a terra e sorvegliati da due guardie in piedi, aspettavano di essere processati.
Ricostruzione delle scene raffigurate sulla parete: a sinistra degli offerenti, a destra l’inventario delle offerte, in basso gli evasori fiscali in attesa di giudizio. Immagine tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
La parete nord è divisa in quattro registri: sul lato sinistro Meresankh, raffigurata di grandi dimensioni e con un fiore di ninfea in ognuna delle mani assiste al banchetto funebre assisa su di una sedia.
I due registri successivi raffigurano offerenti; un gruppo musicale composto da due arpisti, due flautisti ed un cantore accovacciati a terra; due gruppi di ballerine (sette in tutto) con corti gonnellini che danzano con il braccio destro sollevato sopra la testa e la mano sinistra sul fianco, e tre spettatrici in piedi con abiti lunghi ed attillati che battono le mani, probabilmente tenendo il tempo.
Una parte della scena molto rovinata rappresenta il padiglione di Meresankh e dei suoi ospiti, verso il quale quattro servi portano uccelli e pani, che vengono messi in cesti per essere serviti insieme al vino, conservato in giare.
L’estremità sinistra di questo registro era dedicata alla produzione della birra e del pane ed è andata in buona parte perduta.
La parete est della camera delle offerte reca sulla sinistra una falsa porta incompiuta, e fu decorata solo in parte con scene oggi praticamente scomparse dedicate alla mietitura, alla vagliatura ed allo stoccaggio del grano; in questo muro si apre il doppio portale che mette questa stanza in comunicazione con la camera principale.
Sul pilastro centrale compare Meresankh, in piedi, raffigurata in modo canonico; di fronte a lei, di dimensioni inferiori, lo scriba Khemetnu, già comparso in un’identica scena accanto all’ingresso, le porge un papiro o una tavoletta.
La parete ovest presenta una falsa porta al centro, scolpita sopra il pozzo funerario, fiancheggiata ad ognuno dei suoi lati da una nicchia contenente una coppia di statue grezzamente scolpite nella roccia e prive di dettagli; nella nicchia di sinistra si abbracciano, in quella di destra si tengono per mano.
La falsa porta centrale, fiancheggiata dalle due coppie di statue e posta davanti al pozzo che dà accesso alla camera sepolcrale, accessibile tramite la scalinata metallica che si nota nella foto. Immagine di Hannah Pethen, a questo link: https://hannahpethen.com/…/visiting-the-tomb-of…/
Di fianco alle statue si trova una decorazione a facciata del palazzo che si estende su tutta l’altezza della parete e sopra di essa, sull’architrave, è iscritta un’invocazione ad Anubi.
Ricostruzione della decorazione a “facciata di palazzo che è posta di fianco alle due coppie di statue. Immagine tratta dal testo The mastaba of queen Mersyankh III, di D. Dunham e W. K. Simpson, Boston, 1974
Le coppie di statue nella camera delle offerte della tomba di Meresankh
La maggior parte degli studiosi, muovendo dalla iniziale convinzione che anche Hetepheres fosse stata sepolta nella tomba insieme alla figlia, interpreta le due coppie di statue gemelle poste nella camera delle offerte come immagini delle due donne, già raffigurate insieme nella camera principale.
Più recentemente Laurel Flentye, pur riconoscendo che il gesto affettuoso che le unisce induce a ritenere che siano madre e figlia, ipotizza che potrebbero in realtà essere più rappresentazioni della stessa Meresankh oppure di Meresankh e del suo ka.
Patrick Nehls, autore del recente articolo consultato per la redazione di questo post, sostiene con ampie argomentazioni quest’ultima ipotesi, individuando gli elementi che contraddistinguono le raffigurazioni delle due donne quando sono certamente identificate ed osservando che essi difettano nelle coppie di statue della camera delle offerte.
Come già si è visto, Hetepheres e Meresankh compaiono insieme con certezza nelle due scene poste sulla parete est e su quella ovest della camera principale della tomba, nella statua doppia a tutto tondo conservata al MFA di Boston (MFA B 30.1456) e con buona probabilità nel gruppo di dieci statue identiche sulla parete nord, che reca tuttora l’iscrizione del nome di Meresankh, mentre quello di Hetepheres, a quanto pare in passato esistente, sarebbe ora scomparso.
La statua che rappresenta Hetepheres II che abbraccia ka figlia Meresankh III, i cui nomi figurano sul basamento; le due donne, inoltre, sono ben differenziate. Immagine a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Group_of…
Sulla parete est madre e figlia sono in piedi su una barca e celebrano un rito hathorico; esse sono raffigurate alla stessa altezza perchè di pari rilievo sociale ma Hetepheres è davanti a Meresankh, che tende il braccio verso la madre, senza che il suo gesto sia ricambiato.
Le due donne, inoltre, si caratterizzano per il loro aspetto differente: Hetepheres indossa una parrucca tripartita e un tubino di lino bianco, mentre Meresankh ha una corta parrucca nera ornata da una fascia ed un abito di perline.
Sulla parete ovest madre e figlia seguite da Nebemakhet, figlio di Meresankh, sono in scala gerarchica e ben differenziate tra loro, e senza contatti fisici; Hetepheres è davanti agli altri in quanto è la prima nella linea di successione che la scena vuole rappresentare.
Anche la statua della coppia rinvenuta nella tomba, infine, distingue chiaramente le due protagoniste per l’acconciatura, l’altezza e il gesto protettivo della madre nei confronti della figlia; gli abiti non sono confrontabili perchè danneggiati.
In sintesi, quando le due regine sono raffigurate insieme hanno il nome scritto accanto alla loro immagine, oppure si differenziano per l’aspetto fisico o per l’abbigliamento, e non sempre sono legate da segni di affetto.
Ciò posto, non vi sono prove testuali od iconografiche idonee a supportare l’ipotesi che una qualsiasi delle quattro statue gemelle raffiguri Hetepheres, anche perché sarebbe strano che nella camera delle offerte compaia un personaggio diverso dal defunto.
In realtà in alcune tombe dell’Antico Regno ci sono delle eccezioni, ma in questi rari casi il titolare della tomba e la persona effigiata insieme a lui sono ben differenziati o le immagini non si trovano nella camera delle offerte.
Ad esempio nella tomba di Idu, scriba reale sotto Pepi I e sovrintendente ai sacerdoti-wab delle piramidi di Cheope e Chefren (G7102 – VI dinastia) figura anche suo figlio Qar, ma la rappresentazione a mezzo busto di Idu che esce dalla metà inferiore della falsa porta e allunga le braccia verso la tavola delle offerte di fronte a lui evidenzia senza ombra di dubbio il suo ruolo di destinatario.
Le statue gemelle raffiguranti Idu; Qar è raffigurato di dimensioni più piccole, ben distinto dal padre anche come aspetto. Giza, necropoli orientale, mastaba di Idu (G 7102) Foto a questo link: https://funtrip-travel.net/portfolio/giza/
La falsa porta nella camera delle offerte della tomba di Idu, a Giza: il defunto si presenta personalmente nell’atteggiamento di chi deve ricevere le offerte. Foto a questo link: https://www.blackgate.com/…/exploring-the-tomb-of-idu…/
Anche lungo la parete meridionale dell’anticamera della tomba di Kaherptah (G7221) compare un gruppo di sei statue della stessa grandezza, tre delle quali si tengono per mano e che l’egittologo Timothy Kendall attribuisce al defunto ed a due dei suoi figli, che si distinguono da lui per l’acconciatura, mentre le altre tre statue rappresenterebbero sempre Kaherptah.
In questo caso, però, le raffigurazioni non si trovano nella sala delle offerte e padre e figli si distinguono gli uni dagli altri.
GIZA – CIMITERO ORIENTALE: Tomba di Kaherptah (G7721), la teoria di statue identiche scavate nella roccia della parete meridionale della stanza esterna. Si notino le tre di sinistra che si tengono per mano. Foto d’epoca a questo link: http://giza.fas.harvard.edu/photos/32040/ful
Infine in un rilievo nella camera A13 della tomba di Mereruka a Sakkara (anche qui, quindi, non nella sala delle offerte) il defunto è in piedi tra i suoi due figli e li tiene per mano, ma si differenzia chiaramente da loro grazie alle dimensioni decisamente più grandi.
E’ chiaro quindi che, contrariamente a quanto ritenuto da Laurel Flentye, il vicendevole gesto affettuoso che lega le statue non è un elemento decisivo per stabilirne l’identità, individuabile solo dall’esplicita apposizione del nome o dalle diverse caratteristiche iconografiche.
Le quattro statue poste nella sala occidentale della tomba sono identiche e non sono accompagnate da un testo: è quindi verosimile che rappresentino tutte la regina defunta, oppure Meresankh ed il suo ka, il suo “doppio” identico a lei, che in lei si fonde.
In effetti si trovano direttamente sopra la camera funeraria e proprio di fianco alla falsa porta che permetteva al defunto di tornare dall’Aldilà per prendere parte ai riti di offerta; nella camera delle offerte figura solo il nome di Meresankh; le statue sono simili alle altre sue rappresentazioni presenti nella tomba (ci si riferisce al gruppo posto sulla parete nord della camera principale)..
Ci si chiede a questo punto che significato potesse avere il replicare più volte statue identiche
La presenza di due coppie di statue che raffigurano il medesimo personaggio potrebbe essere spiegata con la predilezione per la simmetria da sempre mostrata dagli Egizi nell’arte, soprattutto con riferimento agli elementi architettonici o pseudo-architettonici come le false porte.
La produzione di molteplici raffigurazioni della defunta, inoltre, potrebbe essere stata finalizzata a garantire la sopravvivenza di almeno una di esse in caso di distruzione della mummia; essa, infatti, murata all’interno della tomba, in tale deprecabile caso sarebbe servita da sostituta del defunto e da ricettacolo per il suo ka, che avrebbe così potuto beneficiare del culto funerario.
La camera sepolcrale ed il sarcofago
Il pozzo che dalla sala delle offerte conduce alla camera funeraria, oggi dotato di scale per consentire una più agevole discesa. Foto del Prof. Mortel, da Flickr
Il pozzo funerario è stato scavato sotto la falsa porta principale affinchè le offerte poste sull’apposita tavola fossero il più vicino possibile al corpo di Meresankh, deposto nella camera sottostante, situata ad ovest rispetto ad esso ed accessibile attraverso un breve corridoio privo di iscrizioni; contro la parete sud è stata predisposta una fossa per deporvi i vasi canopi.
La camera sepolcrale come si trovava nel 1927, al momento della scoperta. Si noti sulla destra il sarcofago, il cui coperchio è tenuto sollevato da grandi pietre, a sinistra il vano per la cassa canopica e al centro un canopo gettato a terra. Immagine a questo link: http://mused.com/…/black-granite-sarcophagus-and-lid.of…
L’imponente sarcofago in granito era posizionato vicino alla parete occidentale ed aveva ancora il coperchio parzialmente sollevato grazie a due grandi pietre apposte dai saccheggiatori.
Esso (GEM45475), oggi esposto sulla scalinata d’onore del GEM, misura 2,16 x 0,87 x 0,80 m., ha un coperchio spesso 0,18 m. ed è decorato “a facciata di palazzo”, con sei pannelli su ciascuno dei lati lunghi e tre su ciascuno di quelli corti, realizzati solo in parte all’estremità sud; come già rilevato, su di esso figurano titoli di Hetepheres II, ma anche la seguente iscrizione: “Io ho dato il sarcofago a mia figlia, Meresankh, che era amata”.
Il sarcofago della regina. Immagine di HANNAH PETHEN dal suo articolo Visiting the tomb of Meresankh III, eastern cemetery Giza g7530-g7540/ a questo link: https://hannahpethen.com/…/visiting-the-tomb-of…/
Disegno del sarcofago di Meresankh, dal testo di DUNHAM D. e SIMPSON W. K., The Mastaba of Queen Mersyankh III, Giza Mastabas 1, Boston, Museum of Fine Arts, 1974
Si conclude qui la nostra ricerca sulla regina Meresankh; speriamo che vi sia piaciuta. Se desiderate approfondire l’argomento, di seguito troverete i testi ed i siti che abbiamo consultato.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
BARTA M., Journey to the West. The world of the Old Kingdom tombs in Ancient Egypt, Charles University in Prague Faculty of Arts 2011
BENDERITTER T., Testo e pagina web sulla tomba, OsirisNet 2017,
DUNHAM D. e SIMPSON W. K., The Mastaba of Queen Mersyankh III, Giza Mastabas 1, Boston, Museum of Fine Arts, 1974
FLENTYE L., The mastaba of Meresankh III (G7530/7540) in the eastern cemetery at Giza. An archaeological and art historical analysis, in Bulletin of Egyptian Museum, vol. 3, 2006.
HASSAN A., The queens of the fourth dynasty, 1997, Ministry of culture, Supreme council of antiquities
HAWASS Z., Piramidi. Tesori misteri e nuove scoperte in Egitto, Vercelli, 2010
REISNER G. A., The tomb of Meresankh, a great Granddaughter of Queen Hetep-heres I and Sneferuw, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, 25 (151), Boston, 1927
NEHLS P., Going to Her Ka: A New Identification of the Pair Statues in the Tomb of Meresankh III, University of Memphis Digital Commons Electronic Theses and Dissertations 5-2-2023
IL DIADEMA DELLE TRE MOGLI STRANIERE DI TUTHMOSE III
Con l’inizio del Nuovo Regno e con il superamento del periodo di ristrettezza legato alla guerra per la cacciata degli Hyksos e la riunificazione della Due Terre la produzione orafa riprese con estremo vigore, segnando l’apogeo della potenza egizia.
Soprattutto nel Nuovo Regno l’espansione territoriale dell’Egitto determinò l’ingresso nell’harem del sovrano di molte principesse orientali, che portavano con sé il proprio seguito introducendo a corte nuove conoscenze e usanze.
Alcune erano figlie di vassalli inviate a corte in segno di sottomissione e lealtà, altre invece, il cui padre era un re potente, giungevano in Egitto per siglare accordi ed alleanze attraverso un matrimonio diplomatico con il sovrano; da quel che si sa dalle fonti a nostra disposizione, esse rivestivano di solito il ruolo di mogli secondarie e risiedevano nell’harem reale con il proprio seguito e conducevano una vita agiata ma non sfarzosissima.
Questo diadema appartenne ad una delle tre mogli straniere di Tuthmose III (probabilmente siriane) che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, nella zona a sud-ovest di Malqatta utilizzata come necropoli per donne e bambini reali all’inizio della XVIII dinastia.
Essa venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono e dispersero gli oggetti sopravvissuti sul mercato antiquario, dove vennero in parte recuperati; Howard Carter ne acquistò un nutrito lotto per Lord Carnarvon, la cui vedova in seguito li cedette al Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti.
Thutmose III aveva fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro, un sistro; le loro mummie, deterioratesi a causa dell’acqua piovana che nei secoli era penetrata nella tomba, indossavano sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi.
Il diadema in oro lungo 48 cm. è conservato al Metropolitan Museum di New York (Inventario 26.8.99) ed è costituito da una fascia a “t” decorata da sei rosette del diametro di 2,3 cm. composte da dodici petali ed intarsiate in corniola e pasta di vetro turchese e blu terminante con protomi feline dotate di un foro attraverso il quale passava il nastro che consentiva di allacciarlo dietro il capo.
Sotto le gazzelle vi sono sette anellini dai quali, probabilmente, pendevano ornamenti frontali oggi scomparsi.
Esso si ispirava al modello più arcaico ed era stato “modernizzato” con l’aggiunta sulla parte frontale di due teste di gazzella, elemento decorativo di origine asiatica associato al sole, alla fertilità e alla rinascita e nel corso della XVIII dinastia riservato alle donne reali di rango secondario in sostituzione dell’ureo o dell’avvoltoio, prerogativa delle spose principali.
La tomba KV 56 è conosciuta con l’appellativo di «tomba d’oro» perchè in essa sono stati rinvenuti importanti reperti preziosi recanti i cartigli della regina Tausert e di suo marito Sethi II.
Essa fu scoperta nel gennaio 1908 da Edward Russel Ayrton che dirigeva gli scavi per conto di Theodore Davis, il magnate americano assegnatario della concessione per la Valle dei Re.
Si tratta di una vasta camera sotterranea (metri cinque per otto) dai contorni irregolari e non decorata alla quale si accede tramite un pozzo verticale profondo sette metri; Nicholas Reeves, che la investigò nel 2000, la data alla tarda XVIII dinastia, e quindi ipotizza che sia stata costruita per una reale amarniana e poi riutilizzata in seguito.
Il suolo era coperto da una coltre di fango alta un metro depositatasi nel corso dei secoli a seguito delle alluvioni, in cui erano sepolti vasi di alabastro e di ceramica ed una collezione unica di amuleti e di gioielli.
Inizialmente gli archeologi ed in particolare Maspero ritennero che fosse il deposito nel quale era stato trasferito il corredo della tomba KV 14 quando Ramses III la usurpò alla regina per seppellirvi suo padre Sethnakht; Aldred pensò invece che si trattasse della sepoltura di una figlia della coppia reale morta a cinque o sei anni, in quanto al suo interno vennero rinvenuti resti di decorazioni probabilmente provenienti da un sarcofago disgregatosi con il passare del tempo; non è neppure da escludere che i beni trovati al suo interno fossero il bottino di predatori di tombe, che lo nascosero lì e non riuscirono in seguito a recuperarlo.
Tra i reperti più significativi estratti dal fango ci sono due bracciali rigidi in argento raffiguranti Sethi II con Tausert, orecchini con il cartiglio di Seti II, un piccolo sandalo funerario e un paio di coprimani in argento verosimilmente destinati ad un defunto, otto anelli in oro con i nomi di Seti II, Tausert e Ramses II, numerosi amuleti in oro e corniola, tante sferette in oro che in origine componevano una collana ed il diadema in oro a rosette sotto mostrato, che secondo la tradizione che si è visto essersi affermata fin nall’Antico Regno, riproduce in metallo prezioso una delle corone di fiori freschi da sempre tanto di moda.
Il diadema è oggi custodito al museo del Cairo (JE 39674 – CG 52644); esso pesa 104 grammi, ha un diametro di 17 cm ed è costituito da una fascia alta 0,4 cm sulla quale sono applicati mediante filo di ferro otto rosette del diametro di 3 cm. in oro giallo alternate ad altrettante in oro rosa; ognuna di esse ha un bottone semisferico al centro che simula gli stami ed i petali recano incisi i cartigli di Seti II e della sua Grande Sposa Reale.
Esso non è sontuoso come i gioielli destinati ai sovrani dell’epoca, ed anzi, appare realizzato in modo sbrigativo, utilizzando pochissimo materiale prezioso lavorato “a stampo”, ossia steso in una lastra molto sottile e pressato in uno stampo in pietra per fargli ottenere la forma desiderata; per questo e per le dimensioni minuscole si ipotizza che fosse stato preparato per una principessa deceduta in tenera età.
Nell’immagine a destra ho pubblicato il diadema floreale molto simile trovato a Nuri, in Nubia, nella piramide del re kushita Talakhamani e risalente alla seconda metà del V secolo a. C.; esso è oggi conservato al MFA di Boston ed evidenzia in modo chiaro l’influenza della cultura egizia su quella locale, che ne rappresenta la continuazione.
A decorrere dall’VIII secolo a. C. infatti l’Egitto era stato governato dai faraoni di origine Nubiana (XXV dinastia) i quali diedero vita nella loro terra d’origine ad un regno fortemente egittizzato, nel quale la principale divinità era Amon di Tebe, si utilizzava la scrittura geroglifica e si seppellivano i re in piccole piramidi.
Queste tradizioni si mantennero fino al 300 a. C. circa, anche dopo la conquista dell’Egitto da parte degli Assiri, i quali nel 656 a. C. sconfissero definitivamente il Faraone Tenutamon (o Tantamani) e lo costrinsero a rifugiarsi a Napata, dove regnò autonomamente continuando a mantenere la propria cultura.
ULTIMI DUE ESEMPLARI POCO NOTI
Risalgono al Nuovo Regno anche questi due diademi, dei quali, purtroppo, non ho trovato particolari notizie, ma che per completezza vi mostro ugualmente.
Il primo di essi è in perline di pietre semipreziose o pasta di vetro con applicazioni in oro, si inserisce perfettamente nella tradizione faraonica ed è conservato al Museo di Barcellona.
Foto di Heidi Kontkanen da Flickr
L’altro, invece, custodito Museo di Brooklin (n. 37.702E), si discosta completamente dai modelli conosciuti; in effetti la didascalia del museo dà atto della circostanza che anche gli egittologi non sono d’accordo sull’originale funzione dell’oggetto, rinvenuto forse a Sakkara e risalente alla XIX – XX dinastia, che ben avrebbe potuto essere la decorazione di un vaso rituale andato perso.
Esso pesa 0,5 kg., misura 2,8 x 0,2 x 16,6 cm. e reca a circa 1,1 cm. dalla sommità una piccola fascia formata da una treccia e da fili d’oro, ed il profilo superiore è costituito da un fregio di piante di papiro e di dischi solari che rappresentano il mito della creazione, ossia il sole che emerge dalle acque primordiali del Noun, che suggerisce il contesto religioso in cui esso si inseriva.
FONTI PER IL DIADEMA DELLE TRE MOGLI STRANIERE DI TUTHMOSE III:
L’immagine del manichino che indossa il diadema è stata pubblicata su “The treasure of three Egyptian princesses” di H. E. Winlock, Metropolitan Museum of Art (New York, N.Y.), 1948.
La regina Meresankh III (o Mersyankh III) fu un personaggio di grande rilievo nel corso della IV dinastia e ricevette l’onore unico di un’ampia e raffinata mastaba nella necropoli orientale di Giza.
Ella portava i titoli di “figlia del re, figlia del suo corpo” (sorprendente perché suo padre non divenne sovrano), custode di Horus e Seth, la grande favorita delle due Signore, molto lodata, sacerdotessa di Thoth, seguace di Horus, consorte di colui che è amato dalle Due Signore, amata moglie del re”.
I titoli “Custode di Horus e Seth” e “Compagna di Horus” sono tipici della IV, della V e della VI dinastia e si riferiscono al rapporto privilegiato che legava la regina al sovrano – dio, colui che univa e riconciliava il Basso e l’Alto Egitto, come si spiegherà in un post di domani.
Snefru ed Hetepheres I furono i suoi bisnonni e Cheope suo nonno, in quanto era figlia di Hetepheres II e del vicerè d’Egitto Kawab, primogenito del sovrano e della regina Merytytes I, destinato al trono ma sfortunatamente premorto al padre.
L’erede di Cheope fu dunque Djedefre, il quale sposò Hetepheres II, vedova del fratello (peraltro anche sua sorella o sorellastra) rendendola regina; dopo otto anni Djedefre morì senza figli ed il trono passò a Chefren, fratello o figlio di Cheope, che sposò la nipote Meresankh III; ella gli diede numerosi figli, alcuni dei quali sono raffigurati e citati sulle pareti della sua mastaba (i principi Duaenre, Nebemakhet, Khenterka, Niuserre A e la principessa Shepsetkau).
Il trono delle Due Terre andò a Micerino, nato da un’altra moglie, ma Meresankh III continuò a godere di un ruolo di estremo rilievo a corte.
Ella è rappresentata in alcune statue scolpite direttamente nella parete di roccia della parte sotterranea della tomba, che vedremo in seguito, ed in altre rinvenute in frantumi nel piccolo cortile antistante la cappella della mastaba.
La più famosa di esse è il reperto 30.1456 custodito al MFA di Boston: si tratta di una gruppo scultoreo in calcare dipinto che si trovava probabilmente nel serdab posto sul lato sud del cortile della mastaba e che raffigura Meresankh III e sua madre Hetepheres II in piedi, l’una accanto all’altra, con quest’ultima che cinge affettuosamente le spalle della figlia con un braccio.
Le due donne non hanno un aspetto regale, e sono vestite in modo semplice; la più giovane addirittura non porta la parrucca, e sono state identificate grazie alle iscrizioni sulla base del gruppo statuario che definiscono la prima come “Colei che contempla Horus – Seth, consorte di colui che è amato dalle Due Signore” e la seconda come “Sua figlia, moglie del re, che egli ama”.
Dall’analisi dei resti di Meresankh III, rinvenuti scheletrizzati nel sarcofago profanato (ora esposto sulla grande scalinata del GEM al Cairo), emerge che ella era alta circa cm. 152 e che morì all’età di 50 – 55 anni; il decesso avvenne probabilmente nel primo anno di regno del figliastro e deve essere stato improvviso, in quanto sua madre Hetepheres II le cedette sia la mastaba G7530 della necropoli di Giza che era stata preparata per lei (in effetti vi è raffigurata moltissime volte) che il suo imponente sarcofago in granito nero (GEM45475), recante titoli di Hetepheres II, ma anche la seguente iscrizione: “Io ho dato il sarcofago a mia figlia, Meresankh, che era amata”.
Hetepheres II, madre di Meresankh III, era di purissimo lignaggio reale in quanto figlia di Cheope, e sposò in prime nozze il fratello Kawab, vicerè e principe ereditario d’Egitto; accanto alla G7120 di quest’ultimo, infatti, si trovano anche la G7110 ed il pozzo sepolcrale G7110B in origine a lei destinati.
Essi tuttavia rimasero inutilizzati in quanto, rimasta vedova, ella sposò il fratello Djedefra, successore di Cheope e divenne la sua regina, consolidandone il diritto al trono.
Hetepheres II morì ad oltre 70 anni d’età (alcuni dicono addirittura a 90) attorno al 2500 a. C., nel primo anno del regno di Shepseskaf, dopo aver attraversato i regni di Cheope, Djedefre, Chefren e Micerino; venne probabilmente inumata accanto alla figlia Meresankh III nella vicina mastaba G7350.
La sua eccezionale longevità le permise di garantire stabilità al paese in un’epoca che vide succedersi questi cinque sovrani, gestendo la burocrazia di corte nei periodi di transizione e supervisionando le risorse durante la realizzazione dei progetti monumentali che essi avevano commissionato.
Rappresentando la continuità dinastica in quanto aveva stretti legami di sangue con tutti i faraoni della IV dinastia, ebbe un’influenza immensa, che traspare dai numerosi titoli conferitile nel corso della sua vita, non tutti puramente onorifici.
In qualità di figlia del sovrano era definita “Figlia del re dell’Alto e Basso Egitto Cheope”, “L’amata figlia del re del suo corpo”; in relazione al suo status di regina e moglie di colui che rappresentava l’unificazione delle Due Terre era ”Moglie del re”, “La moglie del re, la sua amata”, “Colei che vede Horus – Seth”, “Consorte di colui che è amato dalle Due Signore”; con riferimento agli incarichi cultuali connessi al ruolo di sposa reale era “Sacerdotessa di Thoth”, “Sacerdotessa di Bapefy” e “Sacerdotessa di Tjasep” ed infine aveva anche il delicatissimo incarico amministrativo di “Supervisore dei macellai della casa dell’acacia”, che le attribuiva la responsabilità di supervisionare l’approvvigionamento e la distribuzione della carne e dei prodotti alimentari essenziali per le funzioni religiose ed i servizi civili.
Hetepheres II è ampiamente rappresentata nella tomba di Meresankh III in quanto essa era stata in origine preparata per lei; per l’analisi di tale iconografia si rinvia ai post successivi sulla mastaba.
Un reperto unico che verosimilmente la rappresenta, inoltre, è una sfinge in calcare dipinto esposta al NMEC del Cairo (JE 35137); essa è una delle primissime raffigurazioni di quel genere, e fu scoperta nel tempio funerario della piramide di Djedefre ad Abu Rawash.
Sfinge in calcare dipinto raffigurante probabilmente Hetepheres II, oggi al NMEC del Cairo (JE 35137). Foto da un post del gruppo Facebook Ancient Egypt Alive del 24 luglio 2024
Molto famoso è anche il gruppo statuario in pietra calcarea alto quasi 60 cm. illustrato più in alto, rinvenuto nella cappella della tomba di quest’ultima regina ed ora al MFA di Boston.
Essa raffigura Hetepheres II e sua figlia in piedi, abbracciate; sulla base reca iscrizioni incise con i loro nomi e titoli, a conferma della loro identità e del loro stretto legame.
Il corredo funerario della regina comprendeva anche un’altra sedia, detta “sedia II”, della quale sopravvivevano solo le quattro gambe identiche a quelle della sedia I e gli intarsi, che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., per ben due mesi pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.
I frammenti ritrovati vennero esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono. Il lavoro di ricostruzione si prospettava estremamente complesso e non fu mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, tessere in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, corde di cuoio e rame.
La sedia ricostruita
Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da un computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nelle immagini.
La seduta era un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.
Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La riproduzione del falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi della dea Neith, ognuno dei quali issato sul suo stendardo rivolto verso il centro; sotto di essi c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre. Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di tessere di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Una parte della decorazione originale, esposta al museo del Cairo.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda.
FONTI:
DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, in J.A.R.C.E. vol. 53, 2017
Il corredo funerario della regina Hetepheres è il più ricco tra quelli risalenti all’Antico Regno giunti fino a noi; come si è già detto la sua tomba conteneva in gran disordine oggetti personali, mobili, braccialetti, vasi in alabastro, in oro ed in ceramica, tornati all’antico splendore grazie a sapienti restauri ed ora trasferiti nel nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo dopo essere stati esposti per anni nel Museo di Piazza Tahrir.
La ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale: sulla sinistra si nota il sarcofago sul quale sono deposti i pali del baldacchino e la cassa, a destra la sedia ed il trono e dietro di essi la portantina ed il vasellame. La fotografia è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Questo baldacchino smontabile era realizzato con pali in legno dorato ed era ricoperto da un telo di lino; è verosimile che la regina lo utilizzasse come tenda quando era in viaggio; esso era associato ad una cassa lunga e stretta parzialmente coperta da foglia d’oro (Museo del Cairo JE72030), destinata forse a contenerne alcune parti.
Come si è detto, le parti lignee dei manufatti erano quasi completamente distrutte, e così nel 1929 l’MFA di Boston ne fece realizzare una riproduzione dall’ebanista Joseph Gerte; la decorazione della cassa, costituita da intarsi in faience, venne invece trovata sul sarcofago, accanto ai pali, nella medesima posizione che aveva in origine sul supporto ligneo.
La cassa è l’unico oggetto della tomba oltre alla portantina a recare i cartigli di Snefru (gli altri sono contrassegnati da quello di Cheope).
Frammento del nome di Snefru, fotografato da Reisner all’epoca della scoperta. Foto d’epoca
Il letto (Museo del Cairo – n. di reg. 53261) è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, appoggiata su quattro gambe a forma di zampe leonine fissate con stringhe di cuoio al piano, costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso.
Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
La sedia I (JE53263), era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.
Foto di di @Silvia Vitrò
La seduta era leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda e lo schienale era rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto; le gambe erano a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedini sono stati aggiunti tamburi per offrire stabilità.
La struttura era in legno naturale e decorata da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro.
Foto di di @Silvia Vitrò
Lo schienale probabilmente era in origine decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la sedia, che raffigurava Hetepheres assisa che annusa un fiore di ninfea e che parrebbe essere la sua unica immagine superstite (si veda il post sulla biografia, nel quale l’immagine è stata pubblicata).
I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.
Un altro reperto unico è la portantina della sovrana (E53262 Museo del Cairo).
Fin dalla I’ dinastia gli egizi delle classi più elevate amavano spostarsi su di una portantina sorretta da servi: essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla.
E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre alla cassa del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope.
Sui lati anteriore e posteriore dello schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate recanti i titoli della regina.
Com’era possibile che la mummia della regina Hetepheres, madre, figlia, sorella e moglie di re, fosse scomparsa, mentre il sarcofago sigillato, il corredo ed i canopi si trovavano ancora nella camera funeraria all’ombra della piramide di Cheope?
La questione è tuttora aperta e potrà essere risolta solo attraverso nuovi ritrovamenti archeologici: non vi sono prove del fatto che, come è stato ipotizzato, essa sia stata distrutta, e neppure si sa con certezza se la sua prima tomba sia stata violata e se la camera funeraria in fondo al pozzo G7000X fu effettivamente la sua ultima dimora.
In primo piano quanto rimane della piramide attribuita ad Hetepheres; dietro di essa le altre due piramidi delle regine di Cheope. Immagine di Neithsabes (secondo quanto affermano i diritti d’autore; autore non evidenziato on line). Pubblico dominio, a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1761399
L’amico José Barroso Sánchez, che ringrazio, ha pubblicato un interessante post nel quale ha illustrato le differenti teorie formulate in merito da Reisner all’epoca della scoperta della tomba e, più recentemente, da Lehner e da Hawass, che riporto per estratto in un diverso carattere grafico aggiungendo qualche osservazione critica, che evidenzia come nessuna di esse sia supportata da prove inconfutabili.
I tre illustri egittologi individuano tre siti come possibile dimora per l’eternità di Hetepheres:
a) Una presunta piramide satellite di Snefru a Dashur
b) La piramide G1-a, satellite di quella di Cheope a Giza
c) La tomba-pozzo G7000X, molto vicina alla G1A e all’imponente monumento funerario di Cheope.
* REISNER: DA DASHUR A G7000X
La reputazione del “Petrie Americano” era così grande che forse per questo motivo ha osato esporre una teoria degna di un romanzo d’avventura, per spiegare ciò che probabilmente era accaduto.
Reisner era certo che il pozzo G7000X fosse una seconda sepoltura e che i danni alla parte superiore del sarcofago e quella inferiore del coperchio (citati nel precedente post) fossero stati causati in un’altra tomba, dove inizialmente la regina sarebbe stata inumata.
Questa seconda tomba si sarebbe trovata a Dashur vicino alle piramidi del marito, il re Snefru; nei primi anni del regno di suo figlio e successore Cheope essa fu saccheggiata e la mummia della regina distrutta dai ladri per spogliarla dei gioielli e degli amuleti.
Hemiunu non disse tutta la verità al re, limitandosi ad informarlo che la tomba di sua madre era stata violata e che i danni cagionati erano poco importanti e suggerendogli che sarebbe stato meglio riseppellirla vicino alla sua stessa tomba a Giza.
Cheope non immaginava che il corpo di Hetepheres non fosse all’interno del sarcofago e dispose una nuova inumazione nel pozzo G7000X accanto alla sua piramide, facendovi trasferire tutti gli oggetti del corredo funerario portati dalla vecchia tomba.
Il sarcofago in alabastro della regina
Gli studiosi moderni evidenziano molteplici criticità nella teoria esposta da Reisner, osservando in primo luogo che l’affermazione in merito all’intervenuta sepoltura di Hetepheres accanto al marito non trova alcun riscontro concreto.
Infatti, sebbene tutte le altre tombe note di regine “madri del re” siano vicino alle piramidi dei loro coniugi, l’unica che sorge a Dashur e che si trova di fianco alla piramide a doppia pendenza è quasi unanimemente ritenuta un luogo di culto e non una sepoltura (per qualche informazione in più su questa piramide, guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2024/07/14/la-piramide-satellite/).
L’area della necropoli orientale di Giza vista dall’alto della Grande Piramide. Il punto B indica la tomba a pozzo (guardando bene si nota l’ingresso quadrato), il punto A indica invece la piramide di Hetepheres ed i resti del perimetro di una quarta piramide appena sbozzata e mai completata, che nel progetto originario poteva forse essere associata alla G7000x. Immagine da LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985,pag. 90.
Ha inoltre osservato Lehner che è poco verosimile che gli ipotetici predoni di questa piramide, che dovevano agire rapidamente per non essere scoperti, non avessero semplicemente arraffato i preziosi oggetti del corredo funerario per poi darsi alla fuga, preferendo aprire con cautela il sarcofago invece di sfondarne il coperchio al fine di accedere alla mummia della regina.
E’ infine poco logico che per garantire maggiore sicurezza alla sepoltura sia stato organizzato il trasferimento a Giza della mummia, dei canopi e del corredo funerario, quando sarebbe stato sufficiente disporre un più stretto servizio di sorveglianza a Dashur, del quale avrebbero beneficiato anche le numerose altre tombe principesche della zona.
L’interno della tomba al momento del ritrovamento: a sinistra il sarcofago, sul quale si trovano i pali del baldacchino ed i resti degli intarsi della scatola lunga e stretta destinata a contenere parti del baldacchino, a terra il vasellame infranto e gli altri oggetti completamente sbriciolati. Immagine di pubblico dominio, scattata all’epoca del ritrovamento della tomba.
* LEHNER: DA G7000X A G1-a
Lehner invece sostiene che Hetepheres venne inizialmente sepolta nella tomba-pozzo G7000X. Quando la costruzione della piramide G1-a venne completata, si procedette a riseppellirla, spostando solo la mummia e lasciando nella collocazione originaria i vasi canopi ed il suo magnifico corredo funerario.
* HAWASS: DA G1A A G7000X
Hawass afferma l’esatto opposto di Lehner, e cioè che la regina fu inumata nella G1-a e che dopo la depredazione della piccola piramide venne scavata la G7000X, dove si procedette alla nuova e definitiva sepoltura.
Della tomba a pozzo G7000X si è già ampiamente parlato: si tratta di una camera sepolcrale sotterranea nella quale certamente venne sepolta la regina, in quanto al suo interno sono stati trovati i vasi canopi con i visceri, il corredo funerario contrassegnato dal suo nome e da quelli del marito e del figlio ed un sarcofago di alabastro bianco sigillato recante i segni di una precedente apertura.
A differenza delle altre sepolture della piana di Giza, essa fu realizzata senza sovrastruttura e senza cappella per le offerte, perché secondo Reisner doveva restare segreta; l’interpretazione non regge, in quanto si trovava a meno di 15 metri dalla strada rialzata della Grande Piramide, percorsa ogni giorno da migliaia di lavoratori che abitavano nei pressi, per cui era impossibile che passasse inosservata, a maggior ragione se l’area fosse stata inibita al transito durante i lavori di scavo.
Lehner sostiene che ci siano prove sufficienti per dimostrare che la G7000X fu riaperta per prelevare la mummia della regina e poi richiusa per ordine di Cheope, in quanto il pozzo recava i suoi sigilli, ed ipotizza che il corredo funerario fosse in disordine e molti vasi di ceramica erano a terra infranti non a causa di una precedente violazione (in quel caso, infatti, Cheope avrebbe provveduto a reintegrare il corredo funerario sostituendo i pezzi danneggiati o sottratti) quanto per la goffaggine degli operai, che si trovarono a lavorare per aprire e richiudere il sarcofago in uno spazio ristretto.
Non è peraltro possibile affermare con sicurezza che essa fosse una sepoltura provvisoria in attesa che venisse completata la G1-a, la più settentrionale delle tre piramidi delle regine che sorgono sul lato est della Grande Piramide.
In origine era alta 30,25 metri ma ha perso il rivestimento esterno ed oggi è praticamente crollata; era costituita da un nucleo con tre o quattro gradini in calcare giallo rivestito con calcare di Tura; l’ingresso si trova nella parete nord ed immette in un corridoio che sul fondo si piega ad angolo retto sulla destra e conduce ad una piccola camera sepolcrale scavata nella roccia e rivestita con blocchi di calcare.
Al di là di quanto sostenuto sia da Reisner che da Lehner e da Hawass, peraltro, non vi sono prove del fatto che essa fosse stata costruita od occupata da Hetepheres, non essendoci neppure unanimità tra gli studiosi in relazione alla titolarità delle piramidi delle regine di Cheope.
Lehner sottolinea che la sua camera funeraria sembra essere stata progettata proprio per contenere alla perfezione il corredo poi rimasto nella G7000x: lo studioso ha calcolato l’ingombro degli oggetti, concludendo che l’intero ambiente verosimilmente poteva essere occupato dal baldacchino, salvo un minimo spazio necessario agli operai per il montaggio delle varie parti, e che sotto di esso avrebbero potuto trovare posto tutti gli altri beni stivati ordinatamente.
Peraltro anche le camere delle altre due piramidi minori hanno dimensioni analoghe a quella di G1-a, il che suggerisce che ospitassero un corredo funerario simile a quello di Hetepheres I, che doveva essere “standard” per le regine dell’epoca, come si desume da un rilievo sulla parete sud della cappella sotterranea della mastaba di Meresankh III (G7530), che raffigura il corteo funebre nel quale vengono trasportati un baldacchino, un letto, una portantina, un trono e un cassone con tenda del tutto simili a quelli rinvenuti nella G7000x.
L’attribuzione delle tre piramidi delle regine (G1-a, G1-b e G1-c) non è certissima.
La G1-c è ritenuta essere l’ultima dimora di Henutsen, che a quanto pare fu moglie di Cheope e madre di Chefren ma della quale non si sa praticamente nulla.
La G1-b trova gli studiosi discordi: alcuni ritengono sia appartenuta ad una regina sconosciuta, altri, invece l’interpretano come la tomba di Meryetyotes I (o Meritites), sorella e moglie principale di Cheope e figlia di Snefru e della stessa Hetepheres I.
Ma molti, ed inizialmente lo stesso Reisner, sostengono invece che ella, e non Hetepheres I, sia stata sepolta nella G1-a in virtù del fatto che la piccola piramide sorge proprio di fronte alla mastaba di suo figlio Kawab (G7110-20) e che era consuetudine che i familiari più stretti venissero sepolti uno accanto all’altro.
Un recente studio del dott. Peter Janosi ha dimostrato che nell’Antico Regno solo le regine madri venivano seppellite nelle piramidi minori, mentre per le altre mogli del re venivano predisposte mastabe o tombe scavate nella roccia; in effetti Meryetyotes era anche madre di Djedefra, successore di Cheope, così come Henutsen fu madre di Chefren.
Ciò implica che, se effettivamente la G1-a appartenne ad Hetepheres I, allora la sua tomba segna un’importante modifica nelle pratiche funerarie della IV dinastia, in quanto fu sepolta accanto al figlio e non al marito (Lehner ritiene che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di dea madre, forse Hathor, Iside o Nut, e favorire la rinascita di Cheope nell’Aldilà), ed il riconoscimento di uno speciale status alla regina madre, gratificata con una piramide personale.
Infine, a meno di ipotizzare che la tomba a pozzo e la piccola piramide, vicinissime, non venissero considerate quasi come facenti parte di un medesimo complesso funerario, pare del tutto inconcepibile che solo la mummia di Hetepheres fosse stata traslata nella G1-a lasciando nella G7000X la maggior parte del corredo funerario e soprattutto la cassa canopica, che di solito veniva deposta accanto al sarcofago nella stessa camera funeraria o in un suo annesso.
SITO-BIBLIOGRAFIA DEI POST SU HETEPHERES E LA SUA TOMBA:
I diari di scavo di George Reisner e le fotografie originali scattate sul campo sono disponibili online su Digital Giza, un database completo della spedizione dell’Università di Harvard al Museum of Fine Arts, a questo link: giza.fas.harvard.edu.
REISNER, The tomb of the queen Hetep-heres, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Special number, supplement to volume XXV, (May 1927)
LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985
GRIMAL N., Storia dell’antico Egitto, Bari, 2021
CIMMINO F., Dizionario delle Dinastie Faraoniche, Milano, 2003
DAMIANO M., Dizionario enciclopedico dell’Antico Egitto e delle civiltà nubiane, Segrate, 2002
HAWASS Z., a cura di, Piramidi, Tesori misteri e nuove scoperte in Egitto, Vercelli, 2011
CALLENDER G. The queen Hetepheres, in The bullettin of the australian center for egyptology, vol. I, 1990.
REISNER, The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
DODSON A. /HILTON D., The complete Royal families of ancient Egypt, Il Cairo, 2010
Nella tomba della regina Hetepheres, accanto al sarcofago, venne rinvenuto un raffinato cofanetto lungo 41,9 cm, largo 33,7 cm ed alto 21,8 cm. rivestito all’interno e all’esterno con foglia d’oro decorata da una fitta serie di linee orizzontali e con i bordi incisi con un motivo che imita la trama delle stuoie di paglia.
Il coperchio, fissato tramite cerniere, è dotato di un pomello in avorio posto al centro, ai lati del quale sono presenti due iscrizione geroglifiche orizzontali, che recitano a sinistra “scatola contenente braccialetti” e a destra “madre del re dell’Alto e del Basso Egitto Hetepheres”; sotto questa seconda iscrizione è stata aggiunta la parola “braccialetti”, tracciata con inchiostro nero da uno scriba.
All’interno, infilati su due perni cilindrici rimovibili, in origine erano custoditi venti braccialetti rigidi, larghi e spessi, di diametro variabile da 9 ad 11 cm. (dall’unica immagine della regina si deduce che ne indossava dieci per ogni avambraccio, ma ne sono sopravvissuti solo quindici), realizzati da un’unica lastra d’argento curvata e cava all’interno, intarsiata con un motivo decorativo in pietre semipreziose raffiguranti quattro farfalle con le ali spiegate separate l’una dall’altra da un piccolo disco di corniola rossa.
La testa degli insetti è di turchese, il corpo di lapislazzuli e corniola, le ali di turchese, lapislazzuli, berillo e diaspro verde.
Sedici braccialetti (dal n. JE 53266 al n. JE 52281) ed il cofanetto (JE 53265) sono oggi esposti al GEM, mentre uno di essi venne donato nel 1947 al Museum of Fine Arts di Boston (MFA 47.1700) insieme a frammenti di altri, con i quali i restauratori ne hanno ricomposto un altro (MFA 52.1837).
FONTI:
GRILLOT M., Les bracelets “papillons” de la reine Hétéphérès, a questo link:
REISNER A., The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), pp. 83-90 a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
Le immagini a colori dei bracciali e del cofanetto dorato aperto sono tratte dal sopracitato articolo di Marie Grillot.
Le immagini dei bracciali sul loro supporto all’interno del cofanetto e del cofanetto chiuso sul cui coperchio sono visibili le scritte e l’annotazione in inchiostro nero si trovano a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres