Arte, Gioielli

LE ORIGINI DEI DIADEMI NELL’ANTICO EGITTO

Fin dall’Antico Regno nei rilievi tombali sono raffigurati personaggi che indossano diademi, ed alcuni di questi meravigliosi oggetti sono stati rinvenuti nel corso degli scavi.

Essi traggono origine dalle fasce di lino e dalle corde che gli Egizi di entrambi i sessi usavano portare sulla fronte annodandoli sulla nuca per tenere i capelli lontani dal viso; in seguito si affermò l’abitudine di infilare tra la fascia e la testa fiori e boccioli di profumata ninfea blu, e le nobildonne indossavano sulle loro parrucche coroncine floreali.

Con il tempo queste fasce e le decorazioni di fiori furono sostituite da copie in materiale prezioso e nacquero così i “diademi”, che avevano un carattere puramente ornamentale; quelli femminili divennero sempre più elaborati, e furono abbelliti con elementi intarsiati raffiguranti ninfee, papiri, stelle, melograni, fiocchi e nastri.

Anche il sovrano portava sulla fronte un semplice cerchietto adornato con un ureo, che gli era riservato in via esclusiva in quanto simbolo del suo potere; esso veniva usato anche con il nemes e talvolta, nelle occasioni formali, poteva essere indossato insieme ad altre corone.

Il diadema più antico giunto fino a noi è quello raffigurato qui sopra, ed è custodito presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna con il numero INV 7529; esso risale all’Antico Regno, più precisamente al periodo compreso tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI (2450-2350 a.C. circa) ed è stato ritrovato nel corso della campagna di scavi 1912/13 da H. Junker a Giza, (posizione 316) in una tomba maschile inviolata.

Era in frammenti ma è stato ricostruito in base al posizionamento delle singole parti e grazie alla comparazione con altri reperti analoghi intatti.

Esso imita una semplice fascia di lino, è alto cm. 2,5, con il diametro di cm. 19,5 ed è realizzato con una lamina di rame ricoperta da una foglia d’oro; i grandi bottoni decorativi dai quali si dipartono i nastri laterali (3 cm. di diametro) sono costituiti da un tondo di maiolica marrone circondato da un cerchietto di fango del Nilo ricoperto di lamina d’oro nel quale è incastonata una corniola rosso scuro.

L’utilizzo a scopo ornamentale del diadema è ampiamente documentato nei rilievi tombali e nelle statue dell’epoca che raffigurano personaggi di alto lignaggio; vi sono anche alcune immagini di persone comuni, per lo più barcaioli, che indossano le fasce di lino.

In questa immagine, proveniente dalla mastaba dell’alto dignitario Nikauisesi a Sakkara (VI dinastia), si notano personaggi a bordo di una barca che portano le fasce adornate da fiori di ninfea.

Questa bellissima donna raffigurata a tutto tondo è Nofret, moglie del principe Rahotep, figlio del faraone Snefru e fratellastro di Cheope, vissuta durante la IV dinastia; la sua statua in calcare fu dipinto rinvenuta insieme a quella del marito nella loro mastaba a Meidum ed è ora custodita al Museo del Cairo (quale dei due non so) con il numero di inventario CG4

FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

RE EFFIMERI E PIRAMIDI INCOMPIUTE DELLA III DINASTIA

Di Ivo Prezioso

Sekhemkhet scelse di erigere il suo complesso funerario a sud-est, e nelle immediate vicinanze di quello del suo predecessore Djoser, presso il margine occidentale della necropoli di Saqqara. La sua piramide si presenta incompiuta e giace all’interno di un vasto complesso di edifici di cui rimangono solo le fondamenta o, al massimo e solo in alcuni punti, le prime assise delle sovrastrutture (Immagine n. 46).

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Immagine n. 46. Ciò che rimane della piramide a gradoni incompiuta di Sekhemkhet raggiunge appena i 7 metri di altezza (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Gli architetti avevano progettato di cingerla con un grande muro a nicchie ed in origine era previsto che fosse collocata al centro di un recinto lungo 262 metri da nord a sud e largo 182 metri da est a ovest. Purtroppo, ne resta solo una splendida facciata decorata con modanature in calcare fine, le cui proporzioni sono rigorosamente identiche a quelle di Djoser. La presenza di segni di costruzione e di numerosi graffiti, lasciati dagli operai, non lascia dubbi sul fatto che l’edificio non fu mai portato a termine. In compenso vi figura un nome celeberrimo: Imhotep.

Durante la sua costruzione, il terrapieno fu ampliato a nord e a sud; il terreno fu poi rialzato, seppellendo e occultando il progetto originario, in modo da portare il complesso a ricoprire una superficie totale di dieci ettari; un’opera rimarchevole, certo, per le sue dimensioni, ma soprattutto per la sua concezione. I sondaggi e gli scavi effettuati presso l’angolo sud-occidentale dell’edificio, hanno infatti permesso di riportare alla luce un possente muro di contenimento, spesso in alcuni punti fino a 26 metri, che adattandosi alla topografia locale presentava variazioni di altezza al fine di ottenere una vasta piattaforma perfettamente livellata. L’ambizione di Sekhemkhet era quella riposare sotto una piramide a gradoni di dimensioni maggiori rispetto a quella del predecessore, ma la sua morte prematura interruppe il progetto che rimase incompiuto. La base dell’edificio è un quadrato i cui lati misurano ciascuno circa 120 metri e se i lavori fossero stati portati a termine avrebbe raggiunto un’altezza di 70 metri. Nonostante le vestigia restanti si elevino a poco meno di 7 metri, una rampa di costruzione, perpendicolare alla facciata occidentale, dimostra che il livello successivo avrebbe raggiunto i 9 metri; ma a questo punto i lavori si interruppero.

Immagine n. 47 Vestigia della piramide di Sekhemkhet con la rampa di accesso agli appartamenti sotterranei. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 38)

L’edificio è composto da quattordici sezioni di muratura concentriche e inclinate verso l’interno; disposte a coppie, queste avrebbero permesso la realizzazione di sette gradoni, rispetto ai sei che caratterizzano la piramide di Djoser. Gli appartamenti funerari hanno una collocazione esclusivamente sotterranea e sono raggiungibili grazie ad una rampa discendente che parte a nord del monumento e si inoltra al disotto della piramide seguendo un asse nord-sud (Immagini n. 47-48).

Immagine n. 48 Pianta del complesso di Sekhemkhet a Saqqara e veduta in prospettiva della piramide con i suoi appartamenti sotterranei (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

Il giorno della loro scoperta, l’accesso era ancora completamente bloccato, il che alimentò la speranza dell’egittologo incaricato dell’esplorazione, Muhammad Zakaria Ghoneim (1905-1959), di riportare alla luce una tomba intatta. Sfortunatamente le speranze andarono deluse e le evidenze dimostrarono che i saccheggiatori dell’antichità erano riusciti nel loro intento utilizzando un cunicolo verticale che collegava il soffitto della rampa all’aria aperta. Nel cumulo di detriti e depositi che riempivano il pozzo furono rinvenuti vasi, coppe e piatti in alabastro e pietra dura, tutti caratteristici della III dinastia, nonché giare sigillate con il nome di Sekhemkhet che permisero di stabilire con certezza l’appartenenza del monumento a questo sovrano.

Nella parete occidentale della rampa, proprio sotto il pozzo precedentemente descritto, si apre un corridoio che una quarantina di metri più in là sbocca, in una galleria trasversale, orientata da est a ovest, che si biforca alle due estremità, dirigendosi verso sud, per poi assumere un tracciato generale a forma di U lungo in totale circa 350 metri. Sia da una parte, sia dall’altra di questo corridoio furono sistemati diversi magazzini collocati secondo una disposizione a dente di pettine.

A 80 metri dall’entrata, al termine della rampa, è presente una porta che, all’epoca della sua scoperta, era ancora completamente ostruita da blocchi di muratura. Essa dà accesso alla camera sepolcrale che occupa una posizione esattamente centrale rispetto alla piramide e si trova a 32,10 metri sotto la base de recinto. La sala è lunga circa 9 metri, larga 5 ed alta 4,50 e la forma assunta dalla roccia dimostra che sia la cripta sia i suoi annessi furono solo abbozzati. Un magnifico sarcofago monolitico in alabastro troneggia al centro della camera funeraria. Quest’ultimo presenta la particolarità di essere stato svuotato a partire da uno dei suoi lati corti, che poteva poi essere chiuso tramite uno scivolo scorrevole verso il basso (Immagine n. 49). Confidando di ritrovarvi la mummia del re defunto, Ghoneim organizzò, nel 1954, una grande cerimonia per la sua apertura dinanzi ad un nutrito parterre di personalità e dignitari egiziani. Tra lo stupore generale il sarcofago si rivelò vuoto.

Immagine n. 49 ricostruzione del sarcofago di Sekhemkhet (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 39)

A circa 25 metri a sud della piramide si trova una mastaba, che potrebbe essere equiparata alla “tomba sud” del complesso di Djoser. Ad occidente della costruzione parte una rampa che raggiunge la base di un pozzo a 29 metri di profondità. Benché accuratamente nascosta anch’essa fu oggetto delle scorribande dei violatori, che riuscirono a perforare la muratura che la proteggeva. I saccheggiatori raggiunsero un sarcofago ligneo di piccola taglia che fu spogliato e frantumato, lasciando dietro di loro solo qualche frammento di legno e di foglia d’oro. Ciò è tutto quanto resta dell’arredamento funerario.

La piramide ha conosciuto riutilizzi almeno sino all’epoca saitica; lo testimoniano i vari magazzini, collegati alla celebrazione di riti tipici di quell’epoca. Le tracce relative a possibili intrusioni di ladri, inoltre, sono state definitivamente cancellate, pertanto non possono fornirci indicazioni sullo stato originario dei luoghi.

Il ritrovamento di gioielli in oro finemente lavorati, che potrebbero essere appartenuti a una dama di alto rango dell’Antico Impero, dimostra che l’edificio aveva effettivamente una funzione funeraria. La sepoltura del re rimane tuttavia una questione da risolvere.

Immagine n. 50 Questo piccolo contenitore a forma di conchiglia e i braccialetti d’oro a fianco furono rinvenuti insieme ad altri oggetti da Zakaria Ghoneim all’interno della camera sepolcrale di Sekhemkhet. Questo piccolo tesoro di raffinata qualità, insieme ad altri reperti, è databile alla III Dinastia. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Presso la località di Zawiyet el-Aryan, tra Gizah e Abusir a circa sette chilometri da Saqqara, sono presenti i ruderi di un’altra piramide della III dinastia, il cui progetto, anche se di dimensioni minori (circa 84 x 84 metri) era simile a quella di Sekhemket. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, rimase ancora più incompiuta (Immagini n. 51-52).

Immagine n. 51 La piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan, che oggi presenta un elevato di poco più di 17 metri, probabilmente non fu mai utilizzata (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Il primo esploratore del sito Alessandro Barsanti (colui che tra il 1890 e il 1891, scoprì la tomba di Akhenaton), suppose che la struttura non fosse mai stata utilizzata

La caratteristica più interessante è costituita dalla presenza di 32 magazzini disposti a “U”, come nel caso di Sekhemket.

Immagine n. 52 Ipotetica ricostruzione della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan. Sono evidenziati i corridoi sotterranei che conducono alla camera funeraria e i ruderi attuali (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 110).

Secondo Ali Radwan, la disposizione dei vani sotterranei che circondano le due camere sepolcrali, richiama alla mente la forma del geroglifico “ka” (𓂓) che tra i vari significati, comprende pure quelli di “alimento”, “alimentazione”, “mezzi di sussistenza”, “forza vitale”; pertanto, se questa sistemazione fu scelta di proposito è del tutto plausibile che si intendeva conferire ai magazzini nascosti il potere di sostentare praticamente e magicamente il re defunto. La stessa funzione di donazione attraverso il ka, la si può ritrovare nella figura rappresentata in un vaso rituale arcaico conservato presso il Metropolitan Museum of art Art di New Yorkh, oppure in una tavolozza per cosmetici proveniente da Helwan (Immagine n. 53).

Immagine 53 Tavolozza del ka proveniente dal sito di Helwan. Inizio I dinastia, Museo egizio del Cairo (© https://www.francescoraffaele.com/…/Heluan-Ka_palette.htm)

D’altra parte, nel versetto 1653 dei “Testi delle Piramidi” è espresso proprio questo desiderio: << O Atum, imponi le tue braccia sopra il re, su questa costruzione e su questa piramide come le braccia del segno ka affinché l’essenza del re possa risiedere in esso, rimanendovi per sempre>>.

La piramide presenta tutte le caratteristiche di un’architettura della III Dinastia: costruzione a sezioni concentriche, utilizzo di piccoli elementi disposti in file inclinate e distribuzione interamente sotterranea. La base è formata da un quadrato di 83,80 metri per lato e benché le rovine attuali superino di poco i 17 metri, la sua altezza, se fosse stato portato a termine il progetto, avrebbe raggiunto circa 40 metri. L’edificio è costituito da un nucleo largo 11 metri, su cui poggiano tredici, forse quattordici, sezioni concentriche disposte a gradini inclinati. La piramide seguendo questo schema avrebbe presentato alla fine un profilo a gradoni a cinque stadi. L’inclinazione delle facce è di circa 68° risultando, in questo caso, più accentuata rispetto a quella delle piramidi di Saqqara. L’accesso ai sotterranei si trova a nord dell’edificio e diversamente dai complessi di Djoser e Sekhemkhet, non è caratterizzato da una discesa lungo un asse nord-sud, ma prende avvio da una trincea collegata a un tunnel che si dirige direttamente verso ovest. L’ingresso è decentrato verso est; una scala permette di raggiungere la galleria che, dopo 36 metri, incontra un pozzo scavato nell’asse nord-sud della piramide. Senza dubbio realizzato per facilitare l’estrazione dei materiali provenienti dallo scavo, questo pozzo scende fino a 18 metri sotto il livello del suolo, offrendo accesso a diversi rami della distribuzione. A una profondità iniziale di 6 metri, si incrocia una galleria rimasta incompiuta. A 18 metri, è presente un corridoio che attraversa il pozzo da nord a sud e dopo 25 metri raggiunge una scala. Quest’ultima scende verso un tunnel orizzontale che conduce a una camera situata sotto il centro della piramide. Senza dubbio destinata a fungere da camera funeraria, questa sala è tuttavia di dimensioni modeste se paragonata a quelle delle altre sepolture reali di questo periodo: 3,63 metri da nord a sud, 2,65 metri da est a ovest e 3 metri di altezza. A partire dal pozzo, ma proseguendo questa volta verso nord, il corridoio conduce ad una galleria trasversale, orientata da est a ovest e lunga 120 metri. In ciascuna delle estremità essa si biforca ad angolo retto verso sud e termina dopo 50 metri adottando, come nel caso della piramide di Sekhemkhet un tracciato a forma di “U”. Questo immenso corridoio è fiancheggiato da trentadue nicchie, tutte disposte a pettine (Immagine n. 54).

Immagine n. 54. Ricostruzione in prospettiva della piramide a gradoni di Zawiyet el-Aryan secondo Franck Monnier (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 41)

L’incompiutezza del monumento è del tutto evidente e l’interruzione dei lavori dovette avvenire molto presto durante il regno del suo committente dal momento che non si sono ritrovate tracce di arredi funerari, né alcun sarcofago negli appartamenti. Inoltre, sembra che gli edifici annessi e le mura di cinta, ove mai fossero esistiti, siano stati al massimo abbozzati poiché, a quanto si può dedurre dai rapporti disponibili, non ne rimane assolutamente nulla. Tuttavia, poiché i dintorni del versante nord non sono stati esplorati, non è impossibile che in questo luogo si trovino le fondamenta di un tempio, come nel caso di Djoser e di Sekhemkhet.

Benché non sia mai stata individuata alcuna documentazione, la sepoltura è generalmente attribuita allo Horus Khaba, un sovrano della III Dinastia il cui nome è stato rinvenuto su diversi vasi in pietra scoperti in una vicina mastaba della stessa epoca. L’ipotesi che questo re, a causa della sua morte prematura, e quindi dell’incompiutezza della sua tomba, possa essere stato sepolto in questa stessa mastaba, però, non ha avuto molto seguito.

Immagine n. 55 La Piramide di Seila, visibile in alto a sinistra, domina la piana verdeggiante del Fayyum. In origine la sua base quadrata misurava 31,10 metri per lato. Gli scavi condotti da Nabil Swelim, hanno permesso di riportare alla luce le fondazioni di una cappella addossata alla faccia orientale dell’edificio. Frammenti di una tavola per le offerte e di una stele recante il nome di Snefru, hanno permesso di identificare il committente, ma anche di svelarne il carattere cultuale, cosa che fino ad allora era tutt’altro che certa. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

A partire dalla fine della III Dinastia e sino agli inizi della IV, furono costruite alcune piccole piramidi a gradoni; tutte possiedono una struttura solida di tre, talvolta quattro gradoni edificati con pietra locale, senza alcuna indicazione di fondamenta o camere. Ad oggi ne sono state individuate sette localizzate presso i seguenti siti:

Seila: 4 gradoni, altezza 6,8 metri (Immagini nn55-56-57)

Zawiyet el-Meitin: 3-4 gradoni, altezza 4,75 metri (Immagine n. 58).

Sinki (Abydos): 3 gradoni, altezza 4 metri circa (Immagine n. 59).

Ombos (Naqada): 3(?) gradoni, altezza 4.5 metri circa.

El-Khula: 3 gradoni, altezza 8,25 metri (Immagini n. 60-61).

Edfu: 3 gradoni, altezza 5,5 metri (Immagine n. 62).

Elefantina: 3 gradoni, altezza 5,4 metri.

Immagine n. 56. Veduta in primo piano della piramide di Seila costituita da 4 gradoni e alta 6,8 metri (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).
Immagine n. 57 Sezione trasversale di una ricostruzione della piramide di Seila (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 42)

Dal momento che gli scavi effettuati non hanno ancora rivelato indizi certi riconducibili ad un culto funerario, è molto probabile che questi monumenti, edificati tutti in prossimità di capitali regionali, rappresentassero simbolicamente il potere regale che aveva sede, all’epoca, nel dipartimento menfita. Comunque, non essendo stata ritrovata alcuna camera, né corridoio al disotto o nei pressi di questo gruppo di piramidi secondarie, è piuttosto difficile avanzare ipotesi sulla loro reale funzione.

Immagine n. 58 I resti della piramide provinciale di Zawiyet el-Meitin. Originariamente costruita su tre o quattro gradoni con lati di 22,5 metri ed un’altezza stimata di circa 17, oggi si eleva a poco meno di 5 metri. In alcuni punti sopravvivono resti del suo rivestimento calcareo. Non è mai stata trovata alcuna camera sepolcrale, il che suggerisce che, come per le altre piramidi di questo tipo, non sia mai stata concepita come monumento funerario (© https://egyptsites.wordpress.com/…/14/zawyet-el-maiyitin/

Nei pressi del complesso di Elefantina è stato rinvenuto un cono di granito che potrebbe aver avuto lo stesso valore delle cosiddette “stele di confine” del complesso di Djoser. Sulla parte inferiore del reperto si leggono il cartiglio di Huni e i simboli che stanno a significare “palazzo-finestra” o, in alternativa, “palazzo-santuario”, il che porterebbe a identificare in tal senso l’intera struttura. Ciò ha spinto gli archeologi Günter Dreyer e Werner Kaiser a supporre che questa piccola piramide fosse annessa a una residenza reale di provincia e che le altre svolgessero una funzione del tutto simile. I due studiosi, inoltre, sono giunti alla conclusione che tutte e sette facessero parte di un unico programma di costruzione iniziato da Huni, primo sovrano ad utilizzare il cartiglio* per contenere il proprio nome.

Immagine n. 59 Le rovine della piramide di Sinki si trovano a 5,5 km. a sud-ovest del tempio di Seti I e a circa un Km. dalle Montagne Occidentali di Abydos, ai margini dei campi coltivati (© https://isida-project.org/egypt_april_2018/sinki_en.htm

Si è anche ipotizzato che la realizzazione di questi edifici sia da mettere in relazione con il primo tentativo di istituire una religione ufficiale, la “dottrina solare”, sull’intero territorio egizio. Del resto, lo stesso Imhotep, il grande savio della III Dinastia, fu a capo del sacerdozio eliopolitano.

Immagine n. 60 La piramide di el-Khula (qui rappresentata in un disegno di John Perring del 1842) è composta da 3 gradoni e il lato di base misura 18,60 metri. Conserva attualmente un’altezza di 8,25 metri, sebbene a metà del XIX secolo Perring e Vyse ne rilevarono 11,75. Una caratteristica particolare di questa costruzione è che ad essere allineati ai punti cardinali sono i suoi angoli invece che i lati. La spiegazione risiede sicuramente nel fatto che il lato est è orientato verso il corso del Nilo che in questo punto scorre esattamente a nord-ovest (©https://en.wikipedia.org/wiki/Pyramid_of_el-Kula
Immagine 61 La piramide provinciale di el-Khula come appare oggi (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 111).

Come dicevamo, a causa della scarsità di dati a disposizione, le ipotesi sull’argomento non si limitano a quelle precedentemente menzionate. Ad esempio, l’egittologo polacco Andrzej Čwiek sostiene che la piramide a gradoni con o senza una camera sepolcrale, poteva essere associata alla Collina Primordiale” e alla “scala per il firmamento”, vale a dire il “punto di transizione fra la terra e il cielo”. Per Jean-Philippe Lauer, invece, si tratterebbe di cenotafi per le regine, situati nelle rispettive province.

Sul lato orientale della piramide di Seila sono state rinvenute due stele calcaree, delle quali una era inscritta con i nomi di Snefru, e una tavola d’offerta (tipici elementi di un luogo di culto), mentre sul lato nord sono stati rinvenuti frammenti di un tabernacolo e di una statua assisa. Rainer Stadelmann ha proposto che, in origine, questo simulacro si trovasse sulla parte superiore piatta della piramide e avesse lo scopo di attestare la possente presenza del re nella provincia. Lauer, invece suppose che il piccolo monumento fosse la prima tomba della regina Hetepheres, madre di Khufu e che fosse dotata di una camera sepolcrale nel nucleo della costruzione, all’interno del gradone sommitale; ma in effetti si tratta solo di congetture non suffragate da basi solide. Per Ali Radwan, La piramide a gradoni andò trasformandosi in un simbolo dell’unità delle “Due Terre” non solo in senso strettamente politico, ma anche da un punto di vista religioso e probabilmente la sua apparizione nelle zone di provincia voleva dimostrare proprio questo principio.

In passato esisteva una piccola piramide nel Delta, attestata da un’incisione e da una mappa riportate nella “Description de l’Égypte (1809-1829)” il cui rivestimento liscio e non a gradini indica che la sua datazione è posteriore rispetto alle piramidi provinciali. Tuttavia, la sua totale scomparsa non consente di trarre altre conclusioni.

Immagine n. 62 Ciò che resta della piramide di Edfu. La costruzione, in origine, era alta circa 17 metri anche se oggi ne raggiunge poco più di 5 a causa del saccheggio dei blocchi e dell’erosione dovuta agli agenti atmosferici. Non si pensava nemmeno che si trattasse di una piramide fino a quando gli archeologi, diretti da Marouard, non hanno cominciato a liberarla dalla sabbia e dai rifiuti moderni. La tipologia era quella tipica a gradoni e il materiale da costruzione fu prelevato da una cava di arenaria ubicata a soli 800 metri in direzione nord. Il carattere cultuale dell’area è stato confermato dalla presenza, sul lato orientale, di un impianto con tracce di offerte di cibo. (©Mattia Mancini in Djed Medu, Foto: Tell Edfu Project, University of Chicago’s Oriental Institute ). 

Si conclude così il percorso attraverso la III Dinastia. A partire dai prossimi articoli i riflettori saranno puntati sulla gloriosa IV Dinastia in cui lo sviluppo e la perfezione delle piramidi raggiunse livelli mai più eguagliati.

Il cartiglio era connesso con l’anello “shen” che simboleggiava il cerchio infinito dell’universo, implicando il fatto che l’autorità del sovrano fosse eterna ed illimitata come il dio sole “Ra”, sicché le costruzioni in oggetto potrebbero essere un’altra espressione del medesimo concetto.

Fonti:

  • Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43
Arte, Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

UNA STATUA…A RATE

Statua di divinità sconosciuta, XVIII Dinastia, regno di Amnhotep III (circa 1390-1352 BCE)

Granodiorite, h. 91.8 cm. N. inv. 19.2.15

Al Met Museum di New York è conservata una statua le cui parti hanno la particolarità di essere stati ritrovati in tempi diversi e riassemblati solo alla fine del secolo scorso.

La testa è stata ritrovata nel 1919, probabilmente nella zona del palazzo di Malqata, mentre il torso, danneggiato, è stato acquisito dal museo solo nel 1996 da una collezione privata (inv. 1996.362). Benché i due frammenti siano in condizioni di conservazione nettamente differenti – la testa si è conservata molto meglio, probabilmente trafugata in tempi antichi e tenuta al chiuso, mentre il torso è stato esposto alle intemperie – combaciano perfettamente, consentendo ai curatori del Met di riunire finalmente le due parti.

La testa ritrovata nel 1912

La statua, in granodiorite, è alta complessivamente quasi 92 cm e dal finezza dei tratti si presume appartenga al regno di Amenhotep III. La mano sinistra impugna uno scettro “was” simbolo di potere, mentre il braccio destro, andato perduto, impugnava presumibilmente il segno “ankh” simbolo di vita.

La statua riassemblata (inv. 19.2.15).
Nella foto del Met Museum si vede chiaramente la differenza nello stato di conservazione delle due parti.

La mancanza di iscrizioni non ci permette di identificare la divinità rappresentata, ma gli studiosi pensano facesse parte della serie
di immagini divine installate da Amenhotep III nel suo vasto tempio funerario e scolpite in occasione delle sue festività “heb-sed” (che noi chiamiamo anche “giubilei”).

Fonti:

Kemet Djedu

LE MALEFATTE DI PA-NEBI

A cura del Docente Livio Secco

Una denuncia penale nell’antico Egitto

Il 7 novembre scorso ho tenuto la prima lezione del Corso di Egittologia, Anno II, nell’ambito delle attività dell’UniTre di Nichelino (120 iscritti).
La stessa lezione l’ho tenuta l’11 novembre per il Corso di Egittologia, Anno VIII, per l’UniTre di Torino (146 iscritti).

La conferenza ha come titolo “Le malefatte di Pa-nebi – Una denuncia penale nell’antico Egitto“.
Narra le vicende accadute nel villaggio degli artigiani di Deir el Medina durante il tempo intercorso tra i regni di Sethy II (1200-1194 a.C.) e Siptah (1197-1191 a.C.).

Mappa di Deir el Medina, il villaggio degli operai (TT211 è la tomba personale di Pa-nebi

Le malefatte di Pa-nebi: la fonte

Fonte essenziale di studio dell’intero avvenimento è il papiro Salt 124, conservato oggi al British Museum con il numero di catalogo BM10055.

Il papiro Salt 124, BM 10055, recto, fonte della vicenda

Il papiro è scritto in ieratico e traducendolo si presenta come un documento compilato in modo ordinato ed amministrativo.

Si tratta in realtà di una lettera di denuncia da parte di un certo Amon-nekhet. La missiva è indirizzata al visir dell’epoca per esporgli il cattivo comportamento di uno dei due capisquadra in carica al villaggio degli artigiani.

Il denunciante di Pa-nebi

Il denunciante si presenta come il figlio (minore) del vecchio caposquadra Neb-nefer, morto il quale gli succede il figlio maggiore Nefer-hotep. Quando anche questi muore senza eredi diretti Amon-nekhet si aspetta la nomina che invece gli viene soffiata da Pa-nebi, figlio adottivo di Neb-hotep.

Amon-nekhet afferma subito, nelle prime righe della lettera, che la carica gli fu sottratta da Pa-nebi corrompendo il visir precedente.

Poi prende ad elencare tutta una serie di gravi eventi con i quali Pa-nebi marchia negativamente la sua reputazione.

Un elenco impressionante per “Le malefatte di Pa-nebi”

L’elenco è impressionante perché comprende furti nelle tombe di operai defunti, furti e sacrilegi nella tomba KV15 di Sethy II, sottrazione di manodopera pagata dal faraone per edificare la TT211 (tomba privata di Pa-nebi), sottrazione di attrezzatura pubblica e rottura della stessa, giuramenti falsi per scagionarsi da ruberie ritrovate poi effettivamente a casa sua.

La denuncia del sacrilegio nella KV15 di Sethy II

Ma non basta: l’elenco prosegue con uno stupro, con un omicidio e con violenze contro gli operai e contro la gente del villaggio che Pa-nebi bersaglia a mattonate.

La denuncia non dettagliata, ma sufficientemente circostanziata, per ipotizzare uno stupro

Tutto assolutamente circostanziato e corredato dai nomi di complici passivi o attivi e di testimoni ai quali il visir si potrà eventualmente riferire.

La conferenza non può ovviamente dimostrare tutto il documento e quindi prende dei singoli episodi opportunamente scelti e li traduce in diretta dal geroglifico in modo che gli ascoltatori abbiano piena testimonianza del documento originale senza l’intermediazione di uno storico.

Entrata della TT211 e immagine parietale di Pa-nebi

Uno spaccato di vita comune

Geroglifico dopo geroglifico, parola dopo parola, i partecipanti hanno ben chiara l’evidenza di tutta la gravità degli eventi accaduti.

Per di più provocati da un quadro intermedio che sembra sfuggire al controllo delle autorità preposte.

Sicuramente si tratta di una lezione di egittologia molto originale che tralascia per una volta lo studio classico di templi, siti ed architetture. Piuttosto fa luce su uno spaccato di vita della gente comune dell’antico Egitto.

Il lavoro è ispirato ad un testo prezioso di Testa Pietro


QdE20: LE MALEFATTE DI PA-NEBI – Una denuncia penale nell’antico Egitto
https://ilmiolibro.kataweb.it/…/le-malefatte-di-panebi/

CATALOGO

https://liviosecco.it/…/2025/12/Catalogo20260101.pdf

GRAMMATICA EGIZIA

(I livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

(II livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

(III livello): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

DIZIONARIO EGIZIO – ITALIANO 12000 LEMMI IN GEROGLIFICO

(I volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

(II volume): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Egyptoteca

IL TRONO DI KHETARA

Michelle Jabes Corpora

Presentato da Andrea Petta

Primo volume di una trilogia (il secondo dovrebbe uscire a maggio 2026 in lingua originale, vedremo i tempi di Rizzoli per la versione italiana). Uno strano mix di romanzo storico e fantasy, con diversi spunti interessanti e qualche caduta di stile.

In un Egitto (da Khemet diventa Khetara) che possiamo intuire essere quello della XXII Dinastia (la capitale è Tanis, rinominata Thonis, Bubastis diventa Bubas), si intrecciano i destini dei figli di un Faraone Amenmose (che non è “reale”) con quelli di una ragazzina-sacerdotessa, di un tombarolo e della figlia di un contadino, tutti alle prese con un’antica maledizione e una mummia che riprende vita nel bel mezzo di una ribellione interna e di un colpo di stato.

L’ambientazione è avvincente e l’antico Egitto è “presente”, ma la mia mentalità razionale si ribella ai cambi di nome, all’inversione di Alto e Basso Egitto (il nord diventa “Alto Egitto”), ai riferimenti fuori luogo che mescolano realtà e finzione.

Si parla di un Faraone bambino che avrebbe regnato nove anni (chissà chi sarà?) e la mummia risorta è quella di un Faraone eretico che avrebbe regnato 17 anni (un altro bel mistero per gli appassionati…), sfasandoli di qualche secolo rispetto alla realtà storica. Per non parlare di scene che ricordano troppo da vicino “La mummia” con Brendan Fraser, togliendo carica ad una trama che non guadagna nulla da questi spunti un po’ splatter.

Peccato, perché la narrazione è valida, e soprattutto per gli amanti del fantasy sarà una lettura avvincente in attesa dei prossimi volumi della saga.

Disponibile su Amazon qui: https://www.amazon.it/trono-Khetara-His-face-sun/dp/8817187798/

Arte, Gioielli

I DIADEMI NELL’ANTICO EGITTO


I DIADEMI NEL MEDIO REGNO
L’APICE DELLA RAFFINATEZZA

Donne di potere

MERIT-NEITH o MERNEITH

Frammento di stele funeraria con il nome di Merit-Neith, oggi al Louvre.
H. cm. 34 – L. cm. 19
Numero di inventario E 21715
Credito fotografico © GrandPalaisRmn (museo del Louvre) / Franck Raux

Anche con riguardo al ruolo di Merit-Neith (Amata da Neith), così come per quello di Neithotep vi è incertezza: fu semplicemente regina o divenne faraone dopo il marito e prima del figlio?

Ella visse attorno al 3000 a. C. e riemerse dalle nebbie del passato grazie agli scavi effettuati nel 1900 da Flinders Petrie ad Abydos, nella necropoli di Umm El Qa’ab dove sorgevano le tombe dei sovrani della I e della II dinastia.

Accanto alle sepolture di Djet e di Den infatti l’egittologo scoprì una grande mastaba appartenuta ad un misterioso personaggio il cui nome era scolpito su due grandi stele, oggi al Museo del Cairo; in quella necropoli erano sepolti solo sovrani ed attorno alla mastaba sorgevano altre 41 piccole tombe sussidiarie presumibilmente appartenenti a cortigiani o servi, per cui inizialmente egli ritenne che il titolare fosse un re ancora sconosciuto di nome Merit-Neith (al maschile).

Impronta del sigillo cilindrico trovato nella tomba di Den e recante l’elenco dei re della I dinastia, compreso quello di Merneith, indicata con il titolo di Madre del re.

L’identificazione di Merit-Neith come donna e la sua corretta collocazione nell’albero genealogico dei monarchi della I dinastia si raggiunsero quando nella tomba di re Den venne rinvenuto un sigillo cilindrico che riporta tutti i nomi Horus dei re della I dinastia (Narmer, Hor-Aha, Djer, Djet e Den) e la cita come “madre del re, Merneith”.

Divenne così chiaro che il titolare della mastaba doveva essere la figlia di Djer e la Grande Sposa Reale di Djet, che forse l’associò al trono, e che, rimasta vedova, governò l’Egitto in proprio o come reggente del figlio Den, ancora troppo piccolo per regnare: in effetti portava titoli di “Prima tra le donne” e “Madre reale”.

esti della tomba di Merit Neith ad Abydos
Credito immagine: Ministero del Turismo e delle Antichità – a questo link:
https://www.heritagedaily.com/…/archaeological…/148768

In seguito si scoprì che ella è citata anche sulla Pietra di Palermo, che elenca i sovrani dalla I alla V dinastia e le loro madri (sebbene non si possa affermare che sia stata citata come regnante perché il frammento è danneggiato proprio nell’area in cui, forse, era inciso il titolo di “Madre del Re”) e su alcuni oggetti trovati nella tomba del re Djer a Umm el-Qa’ab; per contro non è menzionata negli elenchi dei re redatti del Nuovo Regno, forse perché aveva svolto semplicemente le veci del figlio.

A prescindere dal titolo formale, tuttavia, non v’è dubbio che ella rivestì un ruolo di grande rilievo, confermato da quanto emerso nel corso degli scavi che ancora adesso un team tedesco – austriaco – egiziano sta conducendo nel sito della tomba; gli archeologi Dott. Dietersh Rao e dott. Christiana Köhler hanno riferito di avere rinvenuto il frammento di un vaso di pietra con un’iscrizione dalla quale si evincerebbe che ella fu responsabile del tesoro statale.

Una delle due stele erette di fronte alla tomba di Merneith ad Abydos e recanti il suo nome. Ora al Museo Egizio del Cairo (JE 34450).
Immagine a questo link:
https://commons.wikimedia.org/…/Category:Stele_of…

LE DUE TOMBE DI MERNEITH

La mastaba di Merneith ad Umm el-Qaab (la cosiddetta “tomba Y”, che misura circa 16,5 x 14 metri) aveva le caratteristiche tipiche delle tombe del re, dei familiari e dei dignitari di corte; essa era una grande fossa rettangolare poco profonda scavata nella roccia e divisa in vari ambienti.

La mappa della necropoli di Umm el-Kaab. La tomba di Merneith è contrassegnata dalla lettera Y.
Le altre sono individuabili come segue: Tomba di Iry-Hor (B1-B2)
Tomba del re Ka (B7-B9)
I dinastia
Tomba di Narmer (B17-B18)
Tomba di Aha (B19-B15-B10)
Tomba di Djer (O)
Tomba di Djet (Z)
Tomba di Den (T)
Tomba di Anedjib (X)
Tomba di Semerhket (U)
Tomba di Qaa (Q)
II dinastia
Tomba di Peribsen (P)
https://commons.wikimedia.org/…/File:AbydosSatMap…

Quello centrale custodiva il sarcofago, le offerte ed il corredo funerario, mentre gli altri erano magazzini destinati ad ospitare le provviste per l’aldilà, di solito cibo e giare contenenti vino, che erano chiuse con sigilli di argilla e stivate in varie file.

La fossa era coperta da travi e assi di legno e da una sovrastruttura con le pareti “a facciata di palazzo” in mattoni di argilla e paglia tritata essiccati al sole, comprendente otto stanze ed una camera funeraria scavata ancora più in profondità.

Ricostruzione della tomba di Y di Abydos; si notano nella parte anteriore della costruzione le due stele con il nome della regina, mentre non è ben evidenziata la decorazione a facciata di palazzo; attorno al muro di cinta vi è la fila delle sepolture sussidiarie.
Immagine a questo link: https://melissaindenile.wordpress.com/…/women-crush…/

Dal momento che non sono stati rinvenuti resti umani, alcuni studiosi hanno ipotizzato che il complesso fosse un cenotafio rituale e che la tomba vera e propria sarebbe da identificare nella Mastaba S3503 rinvenuta a nord di Sakkara, nella necropoli arcaica composta da tombe della I e della II dinastia che alcuni attribuiscono ai sovrani, altri ai loro più alti funzionari in quanto quegli stessi re avevano un’altra tomba ad Abydos.

Ricostruzione della mastaba S3503 di Sakkara (dalla tavola pubblicate da WB Emery in “Great Tombs of the First Dynasty”, II, 1954, pl. XXXVIII).
Autore: Bakha (Franck Monnier)
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mastaba-S3503.jpg

Si tratta di un imponente edificio lungo 41 metri e largo 16 decorato a facciata di palazzo, con nove nicchie sui lati lunghi e tre sui lati corti, all’interno del quale si trovavano 21 magazzini crollati o incendiati già nell’antichità ed una sottostruttura di 14,25 per 4,5 metri scavata sotto il livello del suolo.

Al centro di essa si trovava la camera sepolcrale, che misurava 4,80 metri per 3,5 circondata sui quattro lati da altri quattro ambienti; al suo interno era custodito un grande sarcofago ligneo ormai quasi distrutto, che conteneva ossa umane appartenute ad un soggetto di sesso non identificabile, i resti di un banchetto funerario, vasi di ceramica, tracce di casse di legno e cesti intrecciati che in origine contenevano oggetti facenti parte del corredo funerario e frammenti di pali di legno che probabilmente servivano per montare un baldacchino o una tenda.

Pianta della tomba 3503 a Sakkara, circondata dalle sepolture sussidiarie, dal citato testo di Emery, a questo link: https://www.archaeologypodcastnetwork.com/tpm/02

La mastaba era circondata da un muro di cinta lungo i cui lati si trovavano una ventina di sepolture sussidiarie, verosimilmente destinate ai dipendenti della famiglia del re o ad artigiani di varie arti e mestieri, destinati, forse, a servire il loro re anche dopo la morte.

Queste tombe erano fosse nelle quali il corpo del defunto veniva deposto avvolto in teli di lino e con un corredo composto da vassoi con del cibo, da giare di vino e dagli strumenti del loro mestiere; le fosse venivano poi chiuse con assi di legno sulle quali veniva costruita una bassa sovrastruttura rettangolare in pietra.

Ancora più a nord è stata scoperta una struttura destinata a contenere una barca solare, stranamente edificata fuori terra.

Sebbene saccheggiata in tempi antichi, la tomba conteneva ancora molti recipienti di pietra recanti il nome di Den e di Djer, e impronte di sigilli nelle quali il serekh di Djer era alternato a quello di Merneith, che si distingueva da quelli reali perché è sormontato dall’emblema di Neith anziché da quello di Horus.

Il sito della tomba di Merneith è ancora oggi oggetto di indagine e di studio in quanto la documentazione prodotta e pubblicata da Petrie, pur pregevole con riguardo agli standard dell’epoca, oggi è considerata insufficiente; nel 1978 l’Istituto Archeologico Germanico vi avviò ulteriori scavi che continuano ancora oggi e nell’intento di approfondire la conoscenza di Merneith è nato il progetto interdisciplinare “Visualizzare una regina dell’antico Egitto” che si è posto l’obiettivo di scavare di nuovo il complesso tombale secondo standard moderni, di documentarlo archeologicamente e fotogrammetricamente e di analizzare con le metodiche più recenti i reperti recuperati in situ.

Sacrifici umani come parte del rituale di sepoltura di Merneith?

La pratica del sacrificio umano nel predinastico e durante la I dinastia è generalmente riconosciuta e trova riscontri archeologici precisi, che inducono a ritenere, in particolare, che i riti di sepoltura di un sovrano prevedessero l’uccisione di cortigiani e servi che lo avrebbero accompagnato nell’Aldilà, ottenendo quale premio la vita eterna, all’epoca ritenuta prerogativa solo del re e dei suoi familiari; le vittime venivano seppellite nelle piccole tombe sussidiarie scavate accanto alla mastaba reale, riportate alla luce in gran numero anche attorno all’ultima dimora di Merneith.

Pianta di Umm el Qaab: si notino le innumerevoli piccole tombe sussidiarie.
https://www.odysseyadventures.ca/art…/mastabas/abydos.html
Tomba di Djer ad Umm el Qaab.

Il team che si occupa degli scavi nel sito ha dimostrato tuttavia che queste ultime furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo, per cui sarebbe da escludere che i soggetti ivi inumati siano deceduti contestualmente e quindi che nel corso dei riti funebri per la regina siano stati effettuati sacrifici umani.

La sepoltura accanto alla monarca sarebbe da interpretare come un onore riconosciuto per esserle stati fedeli in vita, consuetudine che si sarebbe affermata in modo definitivo durante la VI dinastia.

Un frammento dell’epoca di Aha con la la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto.
Da Wilkinson, Egitto protodinastico.
Un frammento del regno di Djer che mostra l’uccisione di un uomo in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra).
Fonte: Wilkinson, Egitto protodinastico

Nelle immagini troverete il disegno dei due frammenti raffiguranti un sacrificio umano, la piantina di Umm el Qaab dalle quali emergono le tombe sussidiarie e l’immagine degli scavi delle tombe reali circondate da innumerevoli sepolture minori.

Sul nostro sito a questi due link troverete interessanti articoli di

Patrizia Burlini e Giuseppe Esposito sui sacrifici umani nell’antico Egitto:

I SACRIFICI UMANI NELLA I DINASTIA

SACRIFICI UMANI NELL’ANTICO EGITTO

Sulla nostra bacheca, invece, potrete leggere un post di Franck Monnier – condivisione a suo tempo autorizzata dall’autore -, a questo link: https://www.facebook.com/…/permalink/1101009914035712

RECENTI RITROVAMENTI NELLA TOMBA DI MERNEITH AD UMM EL-QAAB

Nell’antico Egitto il vino era costoso ed alla portata solo delle classi agiate; esso veniva servito nei banchetti, utilizzato per i rituali religiosi e le offerte agli dei ed inserito nei corredi funerari.

Nel 2023 un team archeologico congiunto egiziano/tedesco-austriaco ha portato alla luce nella tomba della regina Merneith ad Umm al-Qaab centinaia di giare, molte delle quali con il sigillo ancora intatto, nelle quali vi sono ancora vinaccioli e residui di vino non più liquido (non si sa se rosso o bianco) risalenti a 5000 anni orsono.

Le giare facenti parte del corredo funerario di Merneith, a questo sito: https://allthatsinteresting.com/queen-merneith-tomb-wine….

Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino (già intorno al 3150 a. C. il re Scorpione I, uno dei primi sovrani d’Egitto, fu sepolto con 700 giare importate dal Levante meridionale) e gli archeologi auspicano che in seguito alle analisi scientifiche si possa determinarne la composizione, il profilo aromatico e gli eventuali additivi e comprendere meglio come esso veniva prodotto e commerciato nell’antico Mediterraneo e nel Nord Africa.

I vinaccioli perfettamente conservati in esse rinvenuti, a questo sito:
https://www.we-wealth.com/…/merneith-misteriosa-regina…

Dalle numerose pitture tombali che raffigurano scene agresti si deduce che l’uva veniva raccolta e pigiata in vasche di pietra da uomini a piedi nudi che, per mantenersi in equilibrio, si aggrappavano ad una corda o ad una trave posta sopra la vasca; il succo veniva convogliato tramite tubi d’argilla in un altro tino più piccolo dove veniva filtrato facendolo passare attraverso un foro coperto di stoffa e raccolto in giare rivestite di cera; i residui della pigiatura venivano messi in sacchi di tela e strizzati per recuperarne anche le ultime gocce.

Vendemmia e pigiatura dell’uva. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Nakht (TT52), XVIII dinastia, forse regno di Thutmose IV, Sheikh Abd el-Qurna; oggi a MET di New York. Opera di Norman de Garis Davies. Immagine di pubblico dominio a questo link:
https://commons.wikimedia.org/…/File:Norman_de_Garis…

Le giare venivano quindi sigillate con un tappo di argilla e contrassegnate con la tipologia del contenuto, la data di produzione, il nome del vigneto, del distretto di provenienza e del responsabile della produzione e poste in cantine sotterranee dove rimanevano per anni affinchè il vino maturasse e venivano aperte solo quando doveva essere consumato, previa decantazione.

Offerte di vino e papiro per il tempio di Amon. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Rekhmire (TT100), XVIII dinastia, regno di Thutmose III – inizio di Amenhotep II, Sheikh Abd el-Qurna, oggi al MET di New York. Opera di Charles K. Wilkinson. n. 30.4.151
Immagine di pubblico dominio a questo link:
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544627

FONTI CONSULTATE PER I POST SU MERNEITH:

Donne di potere

NEITHHOTEP, LA PRIMA REGINA EGIZIA IDENTIFICATA

Dettaglio di una targhetta d’osso recante il nome della regina Neithhotep, ritrovato a Naqada. Oggi custodito al British Museum di Londra (EA55589).

Neithhotep è considerata dagli storici la prima regina egizia identificata; ella visse attorno al 3100 a. C. ed era forse originaria del Delta, in quanto il suo nome, che significa “Neith è soddisfatta” la collega alla patrona del Basso Egitto, dea della caccia, dei tessitori e della guerra, venerata a Sais, in un importante tempio risalente alla I dinastia.

Frammento di alabastro recante il nome della regina Neithhotep, rinvenuto ad Abydos ed oggi al museo del Cairo (n. 3051)

Sebbene ella non sia citata con i titoli di “madre del re”, “moglie del re” o “figlia del re”, che cominciarono ad essere utilizzati nella seconda dinastia, certamente fu una regina, in quanto viene definita “Prima delle donne” e “Consorte delle Due Signore”, ossia Consorte del re, con riferimento al secondo nome del protocollo reale, appunto definito Nome delle Due Signore, con il quale il sovrano si metteva sotto la tutela delle dee Nekhbet e Wadjet, protettrici dell’Egitto unificato.

Minuscola statuetta in avorio trovata nella tomba di Neithhotep, oggi a Liverpool

In passato si riteneva che fosse la moglie di Narmer, fondatore della Prima Dinastia e re dell’Alto Egitto, il quale l’avrebbe sposata dopo la vittoria sui sovrani del Nord e l’unificazione del Paese, forse per favorire l’integrazione tra i due regni ed accrescere la propria autorità sulle terre conquistate; in qualità di moglie principale del sovrano regnante ella sarebbe quindi stata anche la madre di Hor Aha, figlio e successore di quest’ultimo.

Nel gennaio 2016, tuttavia, Pierre Tallet scoprì a Wadi Ameyra, nel Sinai, circa sessanta iscrizioni rupestri geroglifiche tracciate dai componenti delle spedizioni minerarie inviate da alcuni sovrani della Prima dinastia, da una delle quali si desume che ella fu invece reggente e quindi madre del re Djer e sposa di Aha.

Il graffito infatti mostra una processione di barche cerimoniali sulla destra delle quali si trova il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato; in alto a sinistra rispetto al falco è stato inciso in geroglifico il nome di Neithhotep (evidenziato in rosso nell’immagine sottostante, e costituito dal simbolo della dea Neith e dal trilittero hotep), in quanto, probabilmente, la spedizione nel Sinai venne effettuata in nome del sovrano, ma ordinata dalla madre che regnava in attesa che costui crescesse e potesse assumere di persona le responsabilità di governo.

Alcuni dei graffiti scoperti da Pierre Tallet: si notano sulla destra il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato ed a sinistra dello stesso, in alto rispetto al falco, i due segni geroglifici che compongono il nome Neithhotep (evidenziati in rosso). Foto di D. Laisney

Una prova del ruolo di reggente rivestito da Neithhotep potrebbe rinvenirsi nella Pietra di Palermo, una lista reale egizia che reca i nomi dei re delle prime cinque dinastie e che evidenzia un intervallo di poco più di un anno tra la morte di Hor Aha ed il regno del suo successore Djer, durante il quale il trono potrebbe essere stato occupato dalla regina madre in qualità di reggente; anche il Papiro dei Re di Torino, una lista risalente alla XIX dinastia, cita tra Hor Aha e Djer il regno di un misterioso Teti, che sarebbe durato solo un anno e del quale non sono state trovate tracce; è quindi possibile che si trattasse del nome assunto da Neithhotep come reggente.

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/551832
Sigillo di giara con impresso il nome della regina Neithhotep, oggi al MET di New York.

LA TOMBA DI NEITHOTEP

La tomba attribuita a Neithotep fu riportata alla luce nel 1897 a Naqada dall’egittologo francese Jean-Jacques de Morgan; si trattava di un’enorme mastaba rettangolare in mattoni crudi a “facciata di palazzo”, la cui sovrastruttura, sepolta dalla sabbia, misurava circa 52 x 27 m. ed era circondata da una cinta muraria.

La mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.

Sulle caratteristiche delle tombe reali della I e della II dinastia ad Abydos ed a Sakkara si veda l’articolo di Ivo Prezioso sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/tombe-della-i-e-ii-dinastia/

De Morgan concluse lo scavo in quindici giorni e fu ovviamente molto superficiale; per questo nel 1904 l’archeologo John Garstang tornò a lavorare sul sito e recuperò oltre 400 iscrizioni e reperti che erano rimasti nei cumuli di detriti lasciati dal suo predecessore, oggi conservati nel museo dell’Università di Liverpool che porta il suo nome; la tomba, già deteriorata al momento della scoperta, andò completamente perduta qualche tempo dopo.

La pianta della mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.

Essa era stata saccheggiata nell’antichità, tuttavia sono sopravvissute ciotole di pietra, targhette d’avorio e impronte di sigilli d’argilla recanti il serekh di Narmer, di Hor-Aha e dell’allora sconosciuta Neithotep, che si differenziava dagli altri in quanto era sovrastato dal simbolo della dea Neith (due frecce incrociate) invece che dal falco.

Sigillo recante il nome di Neithhotep in un serekh.
Immagine da questo sito: https://garstangmuseum.wordpress.com/…/neith-hotep-of…/

Essendo il serekh prerogativa dei re, inizialmente gli studiosi credettero che la mastaba appartenesse ad un sovrano non menzionato nelle liste reali; nei decenni successivi tuttavia la conoscenza dei geroglifici migliorò notevolmente e si capì che “Neithotep” era un nome femminile, ipotizzando quindi che il suo inserimento in un serekh significasse che ella aveva governato l’Egitto.

Nel contempo vennero alla luce altri reperti recanti il nome della sovrana, non solo a Naqada ma anche nelle necropoli di Helwan (vicino a Menfi) e nelle tombe di Hor Aha e di suo figlio Djer ad Abydos, ed emerse che ella utilizzò il suo particolare serekh anche durante il regno del marito.

Il serekh di Neithotep.
Immagine a questo link: https://www.wikiwand.com/fr/articles/Neith-Hotep

Allo stato ed in assenza di ulteriori fonti di conoscenza, si possono quindi formulare solo ipotesi: è possibile che Aha l’avesse nominata coreggente e che, rimasta vedova, ella abbia continuato a governare in attesa che Djer crescesse; alcuni, invece, osservando che aveva scelto di farsi inumare nella necropoli di Naqada anziché ad Abydos accanto al marito ed al figlio, hanno pensato che abbia utilizzato il serekh perché era stata sovrana o componente della famiglia che governava uno dei proto-regni d’Egitto antecedenti l’unificazione.

FONTI:

https://garstangmuseum.wordpress.com/…/neith-hotep-of…/

https://storiadintorni.altervista.org/neithhotep-la…/

https://www.livescience.com/53406-early-egyptian-queen…

https://anticatebe.blogspot.com/…/lultima-dimora-della…

https://www.livius.org/articles/person/neithhotep/

https://ancientegyptonline.co.uk/neithhotep/

https://www.egypttoday.com/…/Ancient-Egyptian-Queen…

https://news.liverpool.ac.uk/…/international-womens…/

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LE PIRAMIDI A GRADONI

Secondo Erodoto, la fondazione di Menfi come capitale delle Due Terre, fu una delle più grandi imprese del leggendario Menes fondatore della I Dinastia. Ragionevolmente, si può concordare che un’amministrazione centralizzata potesse essere condotta in maniera ottimale nel luogo strategicamente più rilevante dell’epoca, vale a dire il punto di congiunzione ideale tra l’Alto Egitto (la Valle) ed il Basso Egitto (il Delta).

A Saqqara Nord è presente la necropoli ufficiale della regione menfita, la prima per le inumazioni regali assieme a quella di Umm el-Qaab, nei pressi di Abydos.

Poco a ovest di Menfi, presso il margine settentrionale della piana di Saqqara e non lontano dal luogo dove circa mezzo millennio più tardi Djoser avrebbe edificato il complesso della piramide a gradoni, Aha eresse la sua tomba a mastaba (denominata S 3357 e scoperta nel 1936 dall’archeologo britannico W.B. Emery), caratterizzata da una sovrastruttura modanata e da una fossa per barca. Da allora, i successori della I Dinastia seguirono questo esempio promuovendo lo sviluppo della necropoli di Saqqara Nord. L’egittologo tedesco Hans Wolgang Müller , con argomentazioni convincenti, documentò che le maggiori mastabe di Saqqara (contraddistinte dalla tecnica di modanatura tipica del Basso Egitto), dovevano essere considerate cenotafi (vale a dire “tombe vuote”) dei re protodinastici, mentre le sepolture che le circondavano appartenevano a membri della famiglia reale e a funzionari di alto rango. I veri sepolcri di questi sovrani, invece, si trovavano ad Abydos, nella necropoli di Umm el-Qaab.

Le tombe dei primi re della II Dinastia non sono state ancora localizzate, ma un’iscrizione sulla spalla di un sacerdote cultuale della III Dinastia, Hetepdfjef, elenca i nomi di Horo dei primi tre re di quel periodo: HotepsekhemwyNeb[i]ra (o Raneb) e Ninetjer, suggerendo che la loro sepoltura si trovasse nella necropoli di Saqqara. In effetti, le gallerie sotterranee di due grandi tombe, scoperte poco a sud del complesso di Djoser, nell’area della piramide di Unas (ultimo re della V Dinastia), potrebbero appartenere a Hotepsekhemwy (oppure a Raneb) e a Ninetjer. Inoltre, la stele funeraria di Raneb (Immagine n. 1), rinvenuta a Saqqara lascerebbe supporre che questo sovrano fu sepolto proprio lì.

La stele di Raneb, quasi certamente, fu rinvenuta nella zona di Menfi, l’antica capitale egizia. Questo ha portato a ipotizzare che la sua tomba si trovasse nella vicina necropoli di Saqqara, dove sono stati rinvenuti sigilli di giare recanti il nome del re (© Foto https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545799)

Khaeskhemwy fu l’ultimo re del Periodo Arcaico e si fece seppellire ad Abydos. Il suo successore*, Djoser Netjerikhet (Immagine n. 2), quasi certamente fondatore della III Dinastia, segnò l’avvento di un’era di novità e progresso sia nel campo delle arti e dell’architettura, sia in quello della scrittura e dell’amministrazione. Ispirato dalla sua forza innovativa, questo sovrano fu capace di erigere un immenso complesso funerario sul plateau di Saqqara che gli consentisse di perpetuare nell’Aldilà le cerimonie che avevano caratterizzato la sua vita terrestre.

Immagine n. 2 Particolare della famosissima statua assisa di Djoser in calcare dipinto. Fu rinvenuta nel serdab in pietra del tempio funerario di Saqqara. Gli occhi, lavorati con pietre semipreziose, sono andati perduti, ma la maestà dell’aspetto è espressa dalla massiccia parrucca, dalla barba cerimoniale e da copricapo nemes. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 87)

Questa straordinaria concentrazione di edifici, una vera e propria città nella necropoli, è considerata come la prima realizzazione monumentale costruita interamente con pietra da taglio. La piramide che la domina, inoltre, è la prima che presenta queste caratteristiche. Il possente recinto che delimita la tomba e i suoi edifici di culto insistono su un’area di circa 15 ettari, vale a dire delle dimensioni colossali e assolutamente fuori del comune per un complesso funerario (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Veduta aerea del complesso di Djoser a Saqqara (© ph Label News. Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 26)

*Le liste dei re di Abydos e del Canone di Torino collocano Nebka (il cui nome di Horus, Sanakht, sembrerebbe a lui collegato) prima di Djoser, mentre la lista di Saqqara colloca Nebka dopo Djoser e Sekemkhet. Lo prove archeologiche,infine, mostrano che il fondatore della III dinastia fu molto probabilmente Djoser.

La III Dinastia fu l’ “Età della Piramide a Gradoni”, un’ epoca in cui l’impulso verso la conquista della magnificenza conobbe un’accelerazione impressionante. Gli “architetti” di Djoser e dei suoi successori posero le solide basi che avrebbero condotto alla costruzione delle grandi piramidi durante le successive dinastie dell’Antico Regno. Possiamo senz’altro definire questo periodo come la prima “Età dell’oro” della lunghissima storia egizia.

Dai manufatti superstiti coevi apprendiamo che Djoser (Immagine n. 4) era chiamato Netjerikhet: è questo, infatti, il nome con cui viene identificato nelle statue e nei rilievi rinvenuti sotto la Piramide a Gradoni, nonché nella relativa tomba sud*. In realtà, il nome proprio con il quale è molto più noto ai nostri giorni, compare per la prima volta nel famoso Papiro Westcar, risalente al Medio Regno.

Immagine n. 4 In questo piedistallo i piedi del re Djoser poggiano sui nove archi (i tradizionali nemici dell’Egitto); i tre uccelli-rḫyt (upupe) rappresentano il popolo. A sinistra del nome di Horo del sovrano, Netjerikhet, figurano il nome e i titoli del suo architetto Imhotep. Museo egizio del Cairo. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 89)

Dai canoni regi di epoca ramesside (Abydos, Saqqara e Torino) in poi, Netjerikhet fu identificato unicamente con il nome Djoser. Colui che compilò il Canone Regio di Torino ne scrisse il nome con inchiostro rosso (anziché nero) per evidenziarne l’importanza; ciò lascia presupporre che il suo regno all’epoca, fosse considerato come il punto di partenza di una nuova era. Infine, Manetone, il famoso storico e sacerdote egizio, vissuto nel III secolo a.C. lo cita come Tosorthros.

Nella lista di Saqqara, Djoser viene indicato come primo re della III Dinastia, mentre i Canoni di Abydos e di Torino indicano Nebka come suo predecessore e, quindi, fondatore della stessa. Oggi, le evidenze archeologiche – in particolare il rinvenimento da parte di Günter Dreyer di sigilli d’argilla recanti il nome di Horo Netjerikhet nella tomba di Khasekhemwuy, ultimo sovrano della II Dynastia – permettono di attribuire, con ragionevole sicurezza, il ruolo di capostipite a Djoser. Probabilmente, Nebka deve essere identificato con un altro sovrano il cui nome di Horo, Sanakht, compare in due rilievi scolpiti nei pressi delle miniere di turchese nella penisola del Sinai (Immagine n. 5) e in alcuni sigilli rinvenuti nel tempio funerario di Djoser. Inoltre, una menzione di Nebka, anche questa proveniente dal Papiro Westcar, lo posiziona chiaramente tra Djoser Snefru, fondatore della IV Dinastia.

Immagine n. 5 Rilievo del Sinai che mostra lo Horus Sanakht che uccide un nemico. Londra, British Museum

Quando furono posate le prime fondazioni del complesso di Saqqara, nulla lasciava presagire ciò che sarebbe diventato. Sicuramente, Djoser aveva già dato prova di possedere un’ambizione smisuratamente maggiore rispetto a quella dei suoi processori accordando al suo “architetto” l’utilizzo integrale della pietra, ma, probabilmente, l’idea di una sepoltura destinata a rappresentare e favorire l’ascesa al cielo del re fu concepita in un secondo momento. Ad ogni modo, allo scopo di realizzare una tomba reale che dominasse tutto il complesso, furono concepite nuove forme e strutture; queste vengono tradizionalmente attribuite a Imhotep **, il “grande responsabile degli artigiani”, leggendario architetto (e non solo) che più tardi sarà elevato al rango di divinità (Immagine n. 6) .

Immagine n. 6 Una delle rappresentazioni tipiche di Imhotep lo ritrae assiso mentre srotola un papiro, per dare risalto alla sua condizione di saggio. Il copricapo a calotta gli conferisce l’aspetto del dio Ptah, considerato suo padre. I suoi piedi, calzati con sandali, poggiano su una piccola base quadrata con inciso il nome di Imhotep e del dedicante, Pediamun, figlio di Bes e Irteru. Museo Egizio del Cairo, Epoca tarda, ca. 664-332 a.C (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 88)

Bisogna essere davvero dotati di un’immaginazione fuori dal comune per farsi un’idea di come potesse apparire questo gioiello architettonico il giorno dei funerali del re: una muraglia di cinta bianca, resa abbagliante dalla politura della pietra calcarea, si stagliava al centro di un scenario che all’epoca doveva essere piuttosto simile a quelle delle savane africane odierne; gli edifici di culto colpivano per la ricchezza dei soggetti dipinti i cui vividi colori aggiungevano alla trasposizione sulla pietra degli elementi vegetali l’illusione della vita terrena in un regno immobile quale quello dedicato ai morti (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Ricostruzione del complesso di Djoser (©Franck Monnier et Paul François, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 27)

L’esplorazione moderna del monumento ebbe inizio solo a partire dal XIX secolo quando, nel 1924, iniziò lo scavo sistematico del sito sotto la direzione dell’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth che, resosi conto dell’enormità del progetto si fece affiancare, a partire dal 1926 da un giovanissimo architetto e archeologo francese rispondente al nome di Jean-Philippe Lauer. Quest’ultimo, dopo la scomparsa di Firth, avvenuta nel 1931, riprese il cantiere in collaborazione con James Edward Quibell fino al 1935. A partire da quell’anno ne assunse, infine, la direzione. Lo studio del complesso l’avrebbe tenuto occupato per tutta la sua vita ed in modo così pregnante da lasciare un’impronta indelebile su questo sito prestigioso.

* Si tratta di una struttura, piuttosto enigmatica, situata nella parte meridionale del recinto piramidale. È dotata di gallerie ipogee simili a quelle che si trovano sotto la piramide stessa e contiene una camera sepolcrale che è, però, troppo piccola per ospitare una sepoltura.

** Per ulteriori approfondimenti sulla straordinaria figura di Imhotep:

Secondo l’egittologo tedesco Dietrich Wildung, Imhotep iniziò, con tutta probabilità, ad esercitare già all’epoca di Khasekhemwuy e morì sotto il regno di Huni, l’ultimo re della III Dinastia; non era di nobili origini (era forse figlio di un modesto architetto di nome Kanofer) e neanche, sempre secondo l’archeologo teutonico, vi sono prove assolutamente certe che fu mai innalzato alla carica di visir. Nondimeno, acquisì un’enorme fama non solo come architetto, ma anche come medico, scrittore e sapiente che, nel corso del tempo, non fece altro che accrescersi. Nel Nuovo Regno questo “genio” dell’antichità, fu considerato “patrono degli scribi” e nel Canone di Torino è menzionato quale “figlio di Ptah”, prima indicazione della sua antica reputazione di semidio che si sarebbe più tardi, in epoca saitica, trasformata in una vera e propria deificazione. La sua fama rimase invariata anche in epoca tolemaica (Immagine n.8) come attesta un’iscrizione scolpita sull’isola di Sahel, a sud di Aswan, in cui si fa menzione di Djoser e del suo famoso architetto (Immagine n. 9).

Immagine n. 8 Rappresentazione, d’epoca tolemaica, del saggio Imhotep. Museo del Louvre, E4216 (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 30)

L’ ingegnosità di questo “Leonardo da Vinci” ante litteram, è contraddistinta tanto dall’utilizzo intensivo e innovativo della pietra per costruzioni (per la verità, la Pietra di Palermo, cita l’edificazione di un tempio con tali caratteristiche alla fine della II Dinastia, ma nulla prova che sia mai stato completato) quanto dalla geniale intuizione di sovrapporre forme nuove e tradizionali nell’edificazione dello straordinario complesso funerario di Djoser.

Immagine n. 9 La famosa “Stele della carestia”. Si tratta di un’epigrafe scolpita, quasi sicuramente in epoca tolemaica (332-31 a.C.) sull’isola di Sahel, nei pressi di Aswan. In essa si racconta una storia ambientata durante il 18° anno di regno di Djoser. Il sovrano è estremamente preoccupato dal fatto che da sette anni il Nilo non esondava, provocando grave siccità, con relativa penuria di raccolti e conseguente malcontento del popolo. Il re chiede pertanto aiuto al suo gran sacerdote Imhotep, affinché riuscisse a scoprire il luogo di nascita di Hapy, la divinità fluviale direttamente identificata con il grande fiume. La storia si conclude con il successo di Imhotep e con l’emissione di un editto da parte del re in cui concede il tempio di Khnum ad Elefantina, con tutti i suoi averi, oltre ad una parte dei tributi provenienti dalla Nubia (© ph. Morburre – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64990839

Il sito funerario di questo sovrano fu progettato su un’area soprelevata del plateau di Giza, in prossimità della grande necropoli dei dignitari della II Dinastia, al fine di poterlo erigere in posizione dominante rispetto all’antica capitale Menfi. Le mastabe sovrapposte, che diedero vita alla famosa piramide a gradoni, furono costruite su un’altura che sovrastava di qualche metro l’intero distretto. La presenza di notevoli dislivelli costrinse i costruttori a colmare le varie depressioni con circa 400.000 mc. di materiali di risulta costituiti da pietrisco, scarti da taglio, sabbia e argilla, per potere innalzare la piattaforma del complesso al medesimo livello del piano di sepoltura. Al limitare del terrapieno fu costruito un immenso muro di cinta a nicchie, di pianta rettangolare, lungo 544,90 metri da nord a sud e 277,60 metri da est a ovest: un perimetro, dunque, di 1645 metri! Questa colossale recinzione, probabilmente frutto di un successivo ingrandimento, era fiancheggiata da una quindicina di false-porte ad anta doppia delle quali soltanto una, quella posizionata sul lato est nei pressi dell’angolo sud-orientale (l’ingresso attuale), fu lasciata aperta al fine di permettere la comunicazione verso l’esterno. Fu ripreso, per questo elemento architettonico il motivo decorativo a “facciata di palazzo” tipico delle mastabe e dei recinti funerari del Periodo Arcaico, ma segnando una rottura con quel tipo di schema a nicchie grazie alla realizzazione di forme più essenziali e stilizzate e, soprattutto, rinunciando alla vivace colorazione.

Immagine n. 10 L’ ingresso al complesso di Djoser (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)

L’unico ingresso della struttura, situato vicino all’angolo sud-est della cinta muraria (Immagine n. 10), si apriva su un corridoio che attraversava la parete da parte a parte. Una volta superato questo passaggio, quasi tutto era solo finzione scenografica. Si entrava, infatti, in un magnifico portico che si dirigeva verso ovest, fiancheggiato su entrambi i lati da una ventina di false colonne nervate, alte 6,60 metri e addossate a muri disposti a pettine. Queste non avevano alcuna funzione di sostegno per il tetto in quanto tale compito era svolto dalle pareti di collegamento, di cui costituivano le terminazioni ornamentali (Immagini n. 11-12).

Immagine n. 11 Il colonnato di ingresso visto dal cortile interno (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)
Immagine n. 12 Particolare del colonnato di ingresso in cui è chiaramente visibile la funzione esclusivamente ornamentale delle false colonne. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)

L’imponente complesso di Djoser (Immagine n. 13), con la maestosa presenza della Piramide a Gradoni, aveva lo scopo di celebrare la natura divina del re defunto. Questo sito monumentale indica chiaramente che l’unificazione delle Due Terre era ormai saldamente acquisita, così come testimoniato dall’ impiego di differenti elementi architettonici caratteristici sia dell’Alto sia del Basso Egitto, combinati insieme in maniera armonica ed equilibrata.

Immagine n. 13 Panoramica di Saqqara Nord. La Piramide a Gradoni domina l’enorme complesso del re. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 94-95)

Le numerose strutture presenti nell’enorme recinto rappresentano una selezione di tutti gli elementi essenziali alla vita ultraterrena del sovrano: la Tomba Sud con la relativa cappella di culto, le Cappelle per la festa “heb-sed” e il Tempio “T”, il Tempio funerario e il “serdab”, i Padiglioni del Sud e del Nord e, infine la stessa Piramide (Immagini n.14-15).

Immagine n. 14 Ricostruzione del complesso della Piramide a Gradoni (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 94)
Immagine n. 15 Pianta del complesso (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 95)

I tunnel ipogei, scavati sotto la piramide, i cosiddetti tumuli occidentali, i granai settentrionali e i due altari erano concepiti per assicurare un perenne approvvigionamento al defunto, ma anche il colonnato di accesso, così come ogni altro elemento presente, aveva la sua precisa funzione (ad esempio, le due edicole del cortile sud segnalavano le mete del percorso della corsa cerimoniale che il re doveva ripetere in eterno). In buona sostanza, l’intero complesso fu concepito per essere il luogo in cui sovrano avrebbe avuto la sua eterna dimora nell’Aldilà e dalla quale avrebbe continuato ad esercitare le sue funzioni di “Signore delle Due Terre”.

L’appassionata devozione alle tradizioni, che aveva contraddistinto la mentalità egizia sin dai primordi, conobbe un ulteriore impulso durante la III Dinastia e gli spettacolari esiti del regno di Djoser, ne rappresentarono senza dubbio l’apice. Uno sviluppo così rimarchevole deve essere stato dettato da una possente e consolidata credenza religiosa. Secondo l’egittologo tedesco Werner Kaiser, la maggior parte degli elementi del complesso fu costruita seguendo la più pura tradizione dell’Alto Egitto, sul modello delle recinzioni funerarie di Abydos. In realtà, nessuno è in grado di determinare quale fosse l’origine della tradizione di quella località. I tumuli fittizi all’interno delle recinzioni di Peribsen e Khasekhemwy, presenti in quel sito, erano, probabilmente collegati alla Collina Primordiale della teologia Eliopolitana, così come il sistema di modanatura di alcune mura di recinzione dell’Alto Egitto ad Abydos e a Hierakonpolis (attribuibili al regno di Khasekhemuy) può essere senz’altro collegato alla tradizione del Basso Egitto i cui esempi sono rintracciabili a Saqqara così come in tanti altri siti del nord.

In ogni caso, Il complesso di Djoser è l’esempio lampante della consolidata unificazione culturale, oltre che politica, dell’Antico Egitto alle soglie dell’Antico Regno: Da quel momento in poi ci sarà soltanto un’unica tradizione egizia.

Ritornando alla descrizione del complesso funerario, vale la pena ricordare che a sud del colonnato si rinvennero alcuni frammenti di statue scolpite con l’effigie di Djoser, uno dei quali recava il nome e i titoli del “gran maestro dei lavori” Imhotep. Questo maestoso viale conduceva direttamente al cortile sud, uno spazio di 175×108 metri delimitato dalla piramide a nord e da muri con leggere rientranze sui suoi altri tre lati. Come uniche costruzioni vi si trovavano un altare disposto ai piedi della piramide e, di fronte, due edicole a forma di delle quali si conoscono alcune raffigurazioni presenti negli appartamenti funerari. Sembra, come già accennato in precedenza, che queste piccole costruzioni fungessero da punti di riferimento attorno ai quali il sovrano poteva compiere ripetutamente una corsa rituale ispirata alle feste giubilari dette “feste-sed”. Un secondo cortile di questo tipo, ma di dimensioni ben più modeste, si apriva a est della piramide. Anche qui erano presenti due piccole edicole che, in questo caso presentavano la forma di una D. Un ulteriore spazio a cielo aperto si trovava più a sud, a est del cortile meridionale. Di forma slanciata, disposto lungo un asse nord-sud, era delimitato sui lati est e ovest da due serie di cappelle addossate e sostenute da un basamento rialzato. Ciascuna era dotata di un piccolo cortile e di una scala in pietra che conduceva a una nicchia che serviva ad ospitare una statua. La copertura era a volta, per la maggior parte di esse, e le facciate presentavano colonnine scanalate. Si trattava, in ogni caso, di opere fittizie prive di ogni allestimento interno. Di fronte, altre cappelle, di dimensioni minori, presentavano una decorazione più sobria, senza colonne, né scale. Una piattaforma in pietra con doppia scalinata d’accesso troneggiava nella parte meridionale di questo cortile. Le caratteristiche comuni con il doppio padiglione reale raffigurato più volte sulle etichette dei vasi del periodo arcaico suggeriscono che qui venisse simbolicamente celebrata la capacità del re di regnare per sempre. Questo è il motivo per cui questo cortile è stato battezzato “cortile dello heb-sed (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 Cortile dello “heb-sed”. Si riconoscono, in primo piano, le cappelle e il palco del doppio chiosco reale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 30)

Poco più a nord del cortile dello heb-sed, due grandi costruzioni rettangolari con copertura a volta, situate nell’ angolo nord-orientale della piramide, dominavano la zona orientale del complesso. La loro facciata, rivolta a sud, come quelle delle cappelle occidentali del “cortile della festa sed”, era fiancheggiata da colonnine scanalate (Immagine n. 17).

mmagine n. 17 Il doppio chiosco reale rappresentato nelle scene della festa sed, in questo caso ripresa dal tempio solare di Abu Ghorab, risalente alla V dinastia. (© Friedrich W.F. von Bissing, 1923. Immagine tratta da Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 31)

Molto si è dibattuto e scritto in merito a questi due padiglioni, ma la loro precisa funzione sembra ancora sfuggire ad una precisa collocazione. Siccome nei pressi furono rinvenuti frammenti di alcune stele con incisi i nomi delle principesse Hetefernebty e Inetkaes (Immagine n. 18), Cecil M. Firth ipotizzò che si trattasse della loro tomba.

Immagine n. 18 Una delle stele di confine del cortile meridionale del complesso di Djoser reca il nome di Horo del re di fronte al feticcio di Anubi, oltre ai nomi e ai titoli delle due dame reali Hetefernebty e Inetkaes. I segni in alto menzionano Anubi come “Signore della terra consacrata (la necropoli)”. Chicago, Oriental Institut Museum (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 86).

Ma, dal momento che non vi si rinvenne alcuna traccia di sepoltura, il suo successore Jean-Philippe Lauer accantonò in fretta questa congettura, lasciando il posto ad un’interpretazione di carattere squisitamente simbolico. Basandosi esclusivamente sulle tracce archeologiche rinvenute in situ, l’egittologo si convinse che in quel luogo furono erette due “case”, quella “del Sud” e quella “del nord”, le quali rappresentavano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto. Questo punto di vista fu ampiamente condiviso dalla comunità scientifica, finché le esplorazioni e i rilievi geofisici, svolti durante gli anni 2000, dalla missione lettone diretta da Bruno Deslandes, non rimisero in discussione questa teoria.

Esistono due pozzi molto profondi localizzati a circa venti metri da ciascuna delle due “case”, entrambi esplorati a suo tempo da Jean-Philippe Lauer che aveva raggiunto due locali oblunghi nei quali aveva rinvenuto null’altro che frammenti di vasellame. Ciò gli fece concludere che doveva trattarsi di depositi per le offerte. Tuttavia, le investigazioni più recentisuggeriscono che una lunga galleria, completamente ostruita, potrebbe dipartirsi dal fondo di ciascun pozzo per dirigersi fin sotto la piramide, a nord degli appartamenti attribuiti alle principesse e ai figli del re. Il carattere squisitamente funerario dei complessi che comprendono i padiglioni nord e sud, sarebbe in tal caso avvalorato (Immagine n. 19). Se l’esistenza di queste gallerie sarà confermata, resterà solo da determinare se appartengano effettivamente alle principesse Hetefernebty e Inetkaes oppure ad altri membri dell’entourage reale.

Immagine n. 19 Mappa del reticolo di sotterranei del complesso di Djoser. In tratteggio, le possibili gallerie rilevate dalla missione lettone nel 2007 (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 32)

Il nome del complesso funerario di Djoser“ķbḥw-nṯrw” (“libagione degli dèi”), sembrerebbe suggerire che la sala ipostila con le sue 40 colonne incassate, possa aver contenuto rappresentazioni delle divinità dei nomoi dell’Alto e del Basso Egitto. Comunque, anche se così non fosse, è rimarchevole notare che queste stesse divinità sono raffigurate nei cortili degli heb-sed associati alle cappelle presenti in entrambe le zone del paese.

La tomba di Anedjb (mastaba 3038)*, è stata anche proposta come prototipo della Piramide a Gradoni ed inoltre, è riscontrabile una certa affinità tra la planimetria del tempio funerario di Djoser e il luogo di culto adiacente al lato settentrionale della mastaba 3505 di Saqqara che, secondo alcuni appartenne a Qa’a, l’ultimo sovrano della I Dinastia, ma che il rinvenimento di una grande stele in calcare con relative iscrizioni di nomi e titoli, la farebbero con tutta probabilità attribuire al suo funzionario Merka, gran sacerdote e profeta di Neith.

* vedi, https://laciviltaegizia.org/…/tombe-della-i-e-ii-dinastia/)

Il tempio funerario era addossato al lato settentrionale della piramide. Una piccola costruzione chiusa, contenente una statua a grandezza naturale del re, precedeva l’ingresso sul suo lato orientale. Siamo in presenza del “serdab”; due orifici circolari, praticati nella parete a livello degli occhi della statua, permettevano al defunto di godere delle offerte che gli venivano fornite quotidianamente (Immagine n. 20).

Immagine n. 20 Orifici forati nel muro del serdab permettevano al re di beneficiare delle offerte funerarie quotidiane. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 31)

Una volta mostratisi agli occhi del sovrano divinizzato, i sacerdoti penetravano nel tempio per poi avviarsi in un corridoio tortuoso che conduceva ai diversi ambienti dell’edificio cultuale: camere per le abluzioni e due cortili centrali affiancati da portici dotati di colonne scanalate. La più occidentale di queste sale ospita attualmente l’accesso agli appartamenti funerari.

Il motivo per cui il programma di edificazione della Piramide a Gradoni sia stato modificato diverse volte è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi i quali, spesso, non concordano neppure sulle fasi delle modifiche del progetto. Si può ipotizzare, a grandi linee, che inizialmente fu costruita una mastaba a pianta quadrata allineata, approssimativamente, ai punti cardinali e che l’architetto stesse già maturando l’idea di realizzare una costruzione a gradoni, in quanto questa struttura iniziale fu ingrandita sui quattro lati con un’aggiunta un po’ più bassa. Un’ulteriore appendice, di livello ancora inferiore, fu quindi realizzata lungo il lato est, dando il via al successivo stadio costruttivo che portò alla trasformazione della tomba reale in una piramide a quattro gradoni, corredata di un piccolo tempio funerario situato appena più a nord. Fu durante questa fase che sul lato orientale di questo edificio fu realizzato il “serdab” descritto in precedenza. Successivamente, questa prima struttura scalare fu ulteriormente ampliata fino a raggiungere la definitiva forma piramidale a sei gradoni, alta 62,5 metri, rivestita con calcare di Tura e poggiante su una base divenuta di 121×109 metri, a seguito di due ampliamenti a nord e a ovest.

Sotto la piramide si estende una singolare rete di gallerie e di piccole camere che si sviluppa per una lunghezza totale di alcuni chilometri (Zahi Hawass ne calcola lo sviluppo complessivo in 5635 metri). Il complesso è caratterizzato da un pozzo profondo 27 metri contenente al centro una camera sepolcrale in granito (Immagine n. 21).

Immagine n. 21 Il pozzo centrale della Piramide a gradoni, come illustrato in questo spaccato, è concluso in basso dalla camera sepolcrale ed è circondato da un vero e proprio dedalo di gallerie e camere. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 96-97)

Quest’ultimo ambiente fu costruito in funzione di sarcofago e misura 1,6×2,9 metri. La galleria orientale conserva l’ornamento a piccole mattonelle blu invetriate, a imitazione di stuoie di canne, e tre rilievi in calcare incorniciati da iscrizioni con il nome e i titoli del re (Immagine n. 22).

mmagine n. 22 Nicchia decorata con bassorilievi e mattonelle di faïence turchese, al cui interno si vede Djoser, vestito con gli abiti della festa “sed”, impegnato nella corsa simbolica. Le mattonelle turchesi (il colore della rinascita per gli antichi egizi) erano ottenute fondendo cristalli di quarzo (© Maurizio Damiano, Egitto, vol. 1 pagg. 54-55).

Un enorme massiccio costeggiava l’ala occidentale della cinta muraria. La sua configurazione tripartita era dominata al centro da una lunga sovrastruttura con tetto a volta, la cui forma ricorda molto da vicino quella della “tomba sud”, di cui ci occuperemo più avanti. Al di sotto si estendono diversi chilometri di tunnel sotterranei.

Centinaia di magazzini, disposti a spina e collegati a tre gallerie centrali, si sviluppano da nord a sud, per una lunghezza di oltre 300 metri. Tre pozzi, alle estremità e al centro, collegavano questo sistema all’aria aperta. Poiché la roccia friabile e argillosa minacciava di crollare in molti punti, non è stato possibile portare a termine l’esplorazione di questo immenso labirinto.

Tale tipologia di magazzini è ubicata lungo il lato nord della cinta muraria laddove un’ampia massicciata formava una terrazza rialzata a livello del cammino di ronda. Erano caratterizzati da una serie di muri divisori che ne ripartiva il volume interno e si trattava, probabilmente, di simulacri di granai disposti al di sopra dei magazzini sotterranei. Vi si è rinvenuto, infatti, un ammasso di orzo, mentre nelle gallerie sottostanti sono stati ritrovati pane e frutta. Queste provvigioni vanno sicuramente messe in relazione con il grande altare situato vicino all’asse centrale del terrazzamento.

Una scalinata conduce dal cortile ovest del tempio funerario settentrionale alle fondamenta della piramide e Il particolare orientamento dell’entrata del monumento suggerisce che quest’ultimo sia il risultato di una ben precisa pianificazione: il “ba” del sovrano dimorava perennemente nel cielo settentrionale tra le “stelle che non tramontano mai” (ossia le stelle circumpolari), sicché una siffatta collocazione del tempio funerario, o della cappella che lo sostituiva, permetteva ai sacerdoti di comunicare, durante il compimento delle cerimonie rituali, con l’aspetto vitale dell’anima del sovrano, il “ba”, per l’appunto.

Alcune delle undici fosse sottostanti la piramide furono utilizzate come luoghi di sepoltura per alcuni membri della famiglia reale ed in esse sono stati rinvenuti alcuni sarcofagi di alabastro e il sarcofago ligneo di un fanciullo morto all’apparente età di circa otto anni. Nelle gallerie degli altri pozzi furono immagazzinati oltre 40.000* vasi di pietra al fine di garantire al monarca il costante ed imperituro rifornimento di offerte (Immagini nn. 23-24-25).

Immagine n. 23 Il cosiddetto vaso dello “heb-sed”, realizzato in alabastro e alto 18 cm., fu ritrovato nelle gallerie sotterranee della piramide. Il corpo e l’ansa del reperto mostrano un podio fiancheggiato da due rampe di scale, con il doppio padiglione del giubileo regale (heb-sed, appunto) e due troni. L’insieme è sostenuto dal segno “heh”, che simboleggia i milioni di anni. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 98)

La maggior parte di questi reperti reca iscrizioni che riportano i nomi di quasi tutti i sovrani della I e II dinastia, in qualche caso anche raggruppati in ordine di successione. Su una ciotola litica proveniente da uno di questi magazzini si legge addirittura il nome di Narmer, segno evidente che Djoser riteneva di estrema importanza circondarsi di oggetti che evocassero la continuità della regalità divina dei sovrani sia nella dimensione terrena che in quella ultramondana. Inoltre, sembrerebbe che il suo intento fosse quello di voler essere il primo a legittimare la propria regalità raccogliendo una simile lista di re nella propria residenza per l’eternità. Curiosamente, sorprende il fatto che in nessuno di questi manufatti sia iscritto il suo nome: le gallerie hanno infatti restituito soltanto un sigillo di argilla recante il nome di Horo del monarca, Netjerikhet.

Immagine n. 24 questo imponente altare di alabastro è uno dei due scoperti da Mariette a nord del tempio funerario di Djoser. È stato datato alla II Dinastia, ma è probabile che entrambi siano stati utilizzati per il suo culto funerario. I due leoni sono un motivo squisitamente egizio. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 98-99)

Il crollo parziale delle sezioni di muratura a est e a sud della Piramide ne ha rivelato le strutture interne permettendo, in tal modo, di ricostruire la storia del monumento. Il fatto che le varie modifiche al progetto inziale non abbiano mai contemplato demolizioni, ma solo aggiunte successive, ne ha facilitato la comprensione in modo tale che il grande egittologo francese Jean-Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902-Parigi, 15/5/2001) poté, individuarne i vari stadi.

Immagine n. 25 Questi tre vasi risalenti alla III Dinastia, rappresentano tre delle tipologie dei recipienti rinvenuti nella Piramide a Gradoni. Museo Egizio del Cairo. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.99)

In primo luogo, fu data alla tomba la forma di una mastaba (stadio M1). I costruttori tracciarono una base quadrata di 63 metri di lato ed innalzarono l’edificio fino ad un’altezza di 8,40 metri utilizzando una muratura in pietra calcarea locale legata con una malta d’argilla, il tutto disposto in corsi orizzontali. Il monumento fu successivamente rivestito con blocchi di calcare fine accuratamente posizionati, per uno spessore di 2,60 metri (Immagine n. 26). Si procedette successivamente alla smussatura dei blocchi di rivestimento in modo da conferire alle facciate esterne un’inclinazione di 8°30′ rispetto alla verticale.

Immagine n. 26 Ripresa della facciata orientale della Piramide a Gradoni nella quale si intravede la muratura della mastaba iniziale (© Missione lettone di Saqqara, in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 33)

L’innovazione non riguardava, quindi, l’aspetto, ma solo il materiale di costruzione: si abbandonava il tradizionale uso del mattone in favore di quello della pietra. A partire da questo stadio gli operai iniziarono a scavare gallerie e fosse, tra cui un grande pozzo centrale per realizzare la cripta, i suoi annessi e le tombe secondarie. All’esterno, su lato orientale, fu realizzata una serie di pozzi profondi oltre 33 metri, ciascuno dei quali conduceva ad una galleria orizzontale.

La sovrastruttura si poteva dire completata allorché fu apportata la prima modifica.

La prima modifica al progetto iniziale comportò l’aumento della dimensione di base che fu cinta da un involucro dello spessore di 4 metri, sempre disposto in strati orizzontali e costituito da blocchi del medesimo materiale. La superficie dell’edificio fu così portata a 71×71 metri (Stadio M2). Questa prima trasformazione dimostra chiaramente che la realizzazione di una piramide non era ancora stata presa in considerazione. Si decise,poi, per qualche motivo, di ampliare la struttura verso est aggiungendo una muratura di 8,5 metri di spessore (Stadio M3). Degli undici pozzi scavati in questo punto, i sei più a sud (numerati da VI a XI) furono colmati, mentre i primi cinque furono prolungati in modo da poter attraversare la sovrastruttura di M3. Nei pozzi III, IV e V furono rinvenuti basamenti di stele disposti davanti al rivestimento della mastaba, il che costituisce un chiaro indizio che lo scopo fosse quello di officiarvi dei culti regolari e che quindi, fino a quel momento, nulla lasciava presagire l’evoluzione verso ulteriori cambiamenti. Questo ampliamento non era ancora stato completato quando l’architetto cambiò nuovamente idea.

A questo punto, fu adottata una tecnica di costruzione completamente nuova addossando una sezione di muratura contro la facciata della mastaba M3 con fondamenta inclinate, questa volta, di 15°-17° rispetto al piano orizzontale. Questo procedimento, assolutamente innovativo, presentava un duplice vantaggio: in primo luogo, liberava i muratori dall’ onere del taglio obliquo dei blocchi di rivestimento; in secondo luogo, dotava la struttura di un sostegno equivalente a quello di un contrafforte avvolgente. Questa sezione, che è ancora visibile alla base del lato est della piramide, ha uno spessore di 2,90 metri e la base di questo edificio (Stadio P1) ora copriva un’area di 85 metri per 77. Appare molto probabile che, a questo punto, l’intenzione fosse quella di innalzare una piramide a quattro gradoni. Ma, un ulteriore ripensamento avrebbe finito per dare al monumento una dimensione completamente diversa. Si provvide ad ampliare considerevolmente la base dell’edificio, allargandola sia verso nord sia verso ovest, per costruirvi sezioni a corsi inclinati, addossati gli uni contro gli altri, fino a formare un nucleo centrale (Immagine n. 27).

Immagine n. 27 Pianta e sezione della Piramide a gradoni di Djoser, in cui sono molto bene evidenziati i diversi stadi della costruzione del monumento. Dalla mastaba originaria (M1) passando per il successivo ampliamento della stessa (M2 e M3) sino all’evoluzione verso la prima piramide a 4 gradoni (P1) e alla definitiva realizzazione a 6 gradoni (P2). (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 33)

Le nuove strutture non furono posate per accrescimento, ma per stratificazione dal basso verso l’alto; disposte a coppie, finirono per formare una sorta di scala di sei gradoni la cui sagoma è ancora oggi chiaramente distinguibile

Il tutto fu rifinito con un bel rivestimento in calcare fine, di cui rimangono solo alcuni blocchi sparsi; inoltre, l’inclinazione dei corsi addolciva visivamente il profilo dei gradoni di questa gigantesca scalinata.

Al termine dei lavori questa prima piramide presentava una base rettangolare di 109 metri da nord a sud e 121 metri da est a ovest, per innalzarsi fino a oltre 60 metri. (Immagini n. 28).

Immagine n. 28 La Piramide a Gradoni come appare oggi, ripresa da nord-ovest (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 32)

L’ipogeo di Djoser è costituito da due parti distinte: quella dedicata al re, che si estende sotto l’area centrale della piramide, e quella dedicata ai figli e alle principesse della famiglia reale, caratterizzata da undici gallerie situate nella parte più orientale e poste ad un livello inferiore rispetto agli appartamenti funerari del sovrano.

Quando furono gettate le prime fondamenta della mastaba, gli egizi scavarono un enorme pozzo a sezione quadrata di 7 metri per lato, nel quale avevano previsto di allestire la tomba reale. Per permetterne l’accesso, fu scavato un tunnel verso nord che terminava in una trincea a cielo aperto, in cui poter continuare a circolare e poi per essere utilizzata in previsione dei funerali. Siccome Il pozzo raggiunse successivamente una profondità di 28 metri, il tunnel fu notevolmente ampliato fino a raggiungere un’altezza di 15 metri e lo spazio aperto, dopo essere stato in gran parte riempito con muratura a vista, fu trasformato in una china che, attraverso la facciata nord della piramide, sbucava all’interno del tempio funerario (Immagine n. 29).

Immagine n. 29 Ricostruzione in 3D del reticolo di gallerie della Piramide a Gradoni. Gli accessi rappresentati in verde e in rosso-arancio sono quelli risalenti all’epoca saitica. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 34)

Grazie a dati georeferenziati molto precisi, raccolti di recente dalla missione lettone guidata da Bruno Deslandes, è stato possibile stabilire che la discesa termina sul versante nord dell’ultima fase di costruzione. Questo accesso, ostruito in maniera così perfetta da non essere mai stato precedentemente rilevato, non fu certamente chiuso prima del completamento dei lavori, come si pensava, ma rimase in servizio fino al funerale.

Un altro ingresso (quello che oggi utilizzano i turisti) ha origine nel cortile occidentale del tempio funerario: attraversa un lungo fossato, per poi raggiungere, sotto forma di un corridoio sotterraneo che si biforca e si divide più volte, il pozzo centrale. Ci sono, però, tutte le evidenze per ritenere che questo elemento sia stato realizzato molto dopo la III dinastia, probabilmente nel periodo saitico (circa 664-525 a.C.). Gli egizi di quell’epoca scavarono altrove una vasta galleria con pilastri partendo dal cortile sud, per raggiungere la parte superiore del pozzo, al fine di svuotarlo completamente; una volta raggiunto il sarcofago e gli ingressi dei corridoi adiacenti, studiarono la struttura sotterranea e riposizionarono le gallerie orientali che erano state utilizzate come tombe per i parenti del re.

Quando fu ritrovato dagli archeologi il pozzo centrale si presentava completamente dissotterrato, con una copertura a forma di cupola che lasciava intravedere le cavità interne della mastaba M1 (Immagine n. 30). La particolare disposizione del tipo a volta, faceva sì che i blocchi si sostenessero a vicenda, dando così l’impressione di reggere l’intera massa della piramide; le pietre a rischio di crollo, inoltre, erano puntellate da una possente struttura realizzata con travi in legno di cedro. Quest’ultima aveva già mostrato segni di instabilità allorché, nel 1992, un terremoto finì per danneggiarla seriamente provocando la caduta di travi e pietre della mastaba.

Immagine n. 30 La cripta di Djoser vista dall’alto del pozzo funerario (© Artiom Gizun, immagine tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 35)

Gli studi della missione lettone a Saqqara, incaricata di procedere alla verifica dello stato dei luoghi, hanno messo in evidenza che i poderosi rinforzi in cedro risalivano all’epoca di Djoser (avevano dunque la veneranda età di oltre 4.600 anni!) e che erano già stati sottoposti ad un intervento di consolidamento in epoca romana.

I lavori per la messa in sicurezza sono stati portati a termine di recente ed i turisti possono di nuovo accedere agli appartamenti in tutta tranquillità (Immagine n. 31).

Immagine n. 30 Turisti scattano fotografie nella cripta di Djoser, dopo che i recenti lavori di consolidamento ne hanno permesso la riapertura (© ph. REUTERS/MOHAMED ABD EL GHANY)

La cripta funeraria del re fu collocata sul fondo del pozzo e costituisce un ibrido tra un sarcofago ed una camera funeraria: non corrisponde infatti alle dimensioni classiche dell’uno o dell’altra e nemmeno alle loro rispettive concezioni. È alta 4 metri ed è costituita da quattro assise di grossi blocchi in granito; internamente misura 2,96 metri di lunghezza, 1,65 metri di larghezza, per un’altezza di 1,65 metri. Si ebbe, inoltre, cura di lasciare sul soffitto un’apertura circolare di un metro di diametro per potervi introdurre il feretro del re defunto. Questo orificio fu quindi sigillato con una grossa pietra di granito del peso di 3,5 tonnellate. Tuttavia, ciò non scoraggiò i violatori di tombe che riuscirono nell’intento di svuotare l’intero contenuto della sepoltura, disgregando i blocchi disposti intorno alla chiusura.

Allorché si decise di occultare la mastaba del progetto originario sotto una piramide, si dovette provvedere, prima di tutto, a colmare completamente il pozzo centrale; ma, siccome rimaneva di fondamentale importanza mantenere l’accesso alla cripta, fu realizzata, al di sopra della sua apertura, una camera di manovra che è andata distrutta, ormai, da lungo tempo.

Nelle sue vicinanze, così come pure nei corridoi di accesso, furono rinvenuti frammenti di ossa e di pelle. I primi furono ritrovati da Henrich von Minutoli nel 1821, che dichiarava di aver raccolto parti di una mummia (scomparse, purtroppo, durante un naufragio); altri furono recuperati da Battiscombe Gunn nel 1926 e ancora, poco dopo, da Jean-Philippe Lauer, la cui maggiore scoperta fu un piede sinistro mummificato. Si suppose, allora che tutti questi resti umani appartenessero al corpo di Djoser, finché negli anni Novanta, non furono analizzati con le tecnologie più avanzate disponibili. Ne risultò che tutti i campioni erano databili al I millennio a.C. ad eccezione dello scheletro di una giovane donna, ritrovato in una delle gallerie a pozzo, che poteva quasi sicuramente risalire al regno di Djoser, se non addirittura ad un’epoca leggermente anteriore.

Da ciascuno dei quattro angoli alla base del pozzo si dipartono quattro gallerie che penetrano orizzontalmente nella roccia (Immagine n. 32): quelle situate rispettivamente a nord, sud e ovest si dirigono verso i magazzini disposti a dente di pettine, mentre quella orientale conduce verso ambienti decorati.

Immagine n. 32 In questo particolare della base del pozzo che conduce alla cripta di Djoser sono chiaramente visibili, sulla destra, due degli accessi (credo si tratti di quelli nord ed est) alle quattro gallerie di comunicazione(© Artiom Gizun, immagina tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 35)

Quando si provvide al riempimento del pozzo tutti questi passaggi di comunicazione divennero inutilizzabili, per cui furono sostituiti da cunicoli estemporanei che partivano da nord. Mentre le pareti dei magazzini furono lasciate allo stato grezzo, quelle degli appartamenti situati a est furono parzialmente rifiniti con blocchi di calcare disposti accuratamente: si tratta delle cosiddette “camere blu” dalle quali è stata estratta una cornice incisa e intarsiata con maioliche blu, oggi esposta al museo di Berlino (Immagine n. 33).

Immagine n. 32 Falsa porta incrostata di faïence blu (©Missione lettone di Saqqara, immagina tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 36)

Sono quattro gli ambienti di questo tipo presenti; tutti furono decorati con motivi che imitavano intrecci di canne e ricoperti da numerose piastrelle blu ingegnosamente incastrate e fissate con fili vegetali e tenoni perforati. Sormontati da cornici ad arco, ornati da pilastri Djed, alcuni pannelli inquadrano nicchie con stele. In particolare, la sala più meridionale, presenta alcune stele finemente incise in leggero rilievo che mostrano il re mentre celebra cerimonie o visita i santuari dell’Alto e del Basso Egitto. Queste scene rappresentano chiaramente i riti della festa “sed“che Djoser doveva perpetuare, attraverso gli edifici riprodotti a tale scopo, nella sua tenuta funeraria (vedi immagine n. 22).

La parte orientale della distribuzione sotterranea consiste in una sequenza di undici gallerie (numerate da I a XI) il cui pozzo di accesso fu allestito lungo la facciata orientale della mastaba iniziale. L’ampliamento corrispondente allo stadio M3 dei lavori costrinse i costruttori ad occultare i sei tunnel più a sud (quelli da VI a XI) e a prolungare i cinque più settentrionali (da I a V) attraverso aggiunte di muratura. Tutti i pozzi, infine, furono definitivamente resi inaccessibili allorquando si cominciarono a elevare le assise della piramide. Un’eccezione, tuttavia, è rappresentata della galleria I che fu collegata al cortile esterno per mezzo di una ripida rampa nella quale vennero accuratamente intagliati dei gradini. Questa via di accesso fu, molto probabilmente, opera dei costruttori stessi preoccupati di riservarsi una via di accesso ai pozzi e alle gallerie che erano stati ricoperti dall’edificio.

Le gallerie da I a V sono tutte tombe legate alla cerchia familiare del sovrano e si estendono ognuna verso ovest per una trentina di metri, con una leggera deviazione verso nord a fine percorso per quattro di esse, allo scopo di evitare il pozzo centrale. Rivestimenti in legno ricoprivano un tempo le pareti, ad eccezione della galleria III, più ampia e più alta delle altre, le cui pareti erano rivestite in pietra calcarea squisitamente lavorata e con giunzioni accuratamente rifinite. Hanno restituito numerosi frammenti di sarcofagi d’alabastro tra cui due basamenti nella galleria II e due sarcofagi nella galleria V, uno dei quali ospitò il corpo di un fanciullo della presumibile età di circa 8 anni (Immagine n. 34). Scoperti nel 1933, questi cinque tunnel, in realtà, avevano già ricevuto la visita degli Egizi di epoca saitica e poi, più tardi, quella dei romani che pensarono di collegarli tra loro per mezzo di cunicoli.

Intravedendo dei vasi di pietra attraverso la roccia friabile, verso la parte terminale della galleria V, Jean-Philippe Lauer comprese che doveva esistere a sud una rete di gallerie parallele a questa: si aprì dunque un passaggio e, una dopo l’altra, ne scoprì sei praticamente identiche a quelle descritte.

Nessuna di queste fu mai destinata ad ospitare sepolture, ma furono utilizzate come depositi, nei quali furono accumulati circa 40.000 vasi di pietra di ogni tipo, tutti risalenti alle prime due dinastie e di cui si è già parlato nella parte sesta di questo argomento.

All’estremità meridionale del recinto si trova una sepoltura sussidiaria: si tratta della cosiddetta “tomba sud” (Immagine n. 34) che alcuni considerano come il prototipo delle piramidi di culto edificate accanto a quelle reali a partire dalla IV dinastia e per tutto l’arco temporale che va dall’ Antico al Medio Regno.

Immagine n. 34 La “tomba sud” del complesso di Djoser vista dal cortile. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 37)

La costruzione possiede una sua propria cappella, ubicata a nord della struttura, le cui facciate sono decorate con leggere rientranze e sormontate da un superbo fregio costituito da cobra uraei per proteggerne la sommità o, come sostiene Robert K. Ritner, per illuminarla in quanto pensata per “rifulgere nell’oscurità”; simboleggiano, in pratica, la nuova vita in quanto manifestazioni dell’occhio risplendente del di sole “Írt-Rˤ” (Immagini n. 35-36).

Immagine n. 35 La cappella funeraria della tomba sud presenta un muro modanato decorato sulla sommità con un fregio di cobra in atteggiamento di attacco. Tali raffigurazioni simboleggiavano la speranza in una nuova vita (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 100)

La camera sepolcrale in granito della tomba sud fu realizzata, analogamente a quella presente al di sotto della Piramide a Gradoni, sul fondo di un pozzo che misura 7×7 metri e profondo 28 metri; è però molto più piccola della sua controparte (1,60×1,60 metri), risultando, pertanto, inadatta ad accogliere un adulto.

Una particolare importanza rivestono i vani ipogei della tomba decorati con mattonelle in faïence blu, corrispondenti a quelle dell’appartamento reale. La distribuzione sotterranea della tomba presenta numerose somiglianze con quella della Piramide a Gradoni, in particolare la discesa, il grande pozzo funerario, la struttura della cripta e gli appartamenti sotterranei, la cui pianta è del tutto simile anche se le dimensioni sono molto più ridotte. Il suo accesso discendente, che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione e nel trasporto dei pesanti blocchi di granito, ma soprattutto nel garantire la comunicazione nei giorni del funerale, fu liberato solo nel XX secolo.

Immagine n. 36 In primo piano, il fregio costituito da urei e sullo sfondo la Piramide a Gradoni (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 100-101)

Il grande pozzo, che come già detto in precedenza, ha le stesse dimensioni del pozzo centrale della Piramide, presenta sul fondo una cripta alta 3,20 metri, costituita da quattro assise di blocchi in granito. Un orificio di forma cilindrica che attraversava il soffitto permise, all’epoca, l’introduzione degli elementi funerari e, così come avvenne nella Piramide, anch’esso fu sigillato con un elemento circolare di granito; ciononostante, i ladri dell’antichità si erano già fatti strada per saccheggiare la tomba scavando un cunicolo verticale nel pozzo.

Anche per la tomba sud fu realizzata una camera di manovra al di sotto dell’apertura per poterne assicurare la chiusura dopo lo svolgimento dei funerali. Una via di comunicazione prosegue in pendenza e diritta verso est per arrivare agli appartamenti veri e propri dove, esattamente come nella sua controparte settentrionale, troviamo le stanze e i corridoi riccamente decorati da pannelli intarsiati di maiolica blu (cui si faceva cenno poco sopra), con arcate sostenute da pilastri Djed o che circondano stipiti incisi con i protocolli dello Horus Netjerikhet (Djoser). Sono ugualmente presenti delle stele false-porte che mostrano il sovrano intento a compiere riti che riprendono i temi rappresentati sotto la Piramide a Gradoni e, per di più, è evidente che questi ambienti, contrariamente a quelli della tomba principale, furono portati a termine. Le iscrizioni ritrovate all’ interno, inoltre, permettono di attribuirne l’appartenenza a Djoser, non essendovi inciso altro nome oltre al suo.

Si è molto dibattuto sulle ragioni dell’esistenza di questa tomba.

Herbert Ricke suggerisce che fosse destinata all’inumazione del “ka” e la assimila a quelle piccole piramidi satellite situate nell’angolo sud-orientale delle piramidi della V e VI dinastia per le quali, però, non c’è ancora alcuna prova che abbiano svolto una tale funzione. Jean Philippe Lauer, invece, in ragione delle sue dimensioni, ipotizzò che si trattasse di una cripta per i vasi canopi, oppure di un cenotafio, secondo un punto di vista che, all’epoca, tendeva ad attribuire le tombe thinite di Saqqara ed Abydos ai medesimi sovrani e che le prove archeologiche e i numerosi studi successivi, hanno definitivamente smentito.

*a tal proposito si veda lo splendido post di Luisa Bovitutti al seguente link: https://laciviltaegizia.org/2024/08/05/la-tomba-a-sud/

È stata avanzata più volte l’ipotesi che la recinzione a nicchie del complesso di Djoser non fosse altro che una imitazione delle mura di Menfituttavia neppure si può escludere che riproducesse il muro di cinta di un palazzo del Basso Egitto del Periodo Arcaico dal momento che i blocchi di pietra con cui è stata edificata presentano lo stesso formato dei mattoni crudi utilizzati in passato. (Immagini n. 37-38).

Immagine n. 37 Il muro di recinzione modanato e l’ingresso del complesso di Djoser probabilmente imitano la facciata di un palazzo in mattoni crudi del Basso Egitto (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 104-105).

Per contro, è molto più difficile spiegare perché il muro di recinzione sia dotato di 14 porte fittizie a fronte di un unico ingresso effettivo. Una possibile ipotesi potrebbe essere ricondotta al fatto che il dio Ra, con il quale il sovrano si identificava nell’Aldilà, lo si riteneva titolare di 14 “ka”, tanti quanti erano i luoghi sacri “iat” (nicchie destinate ai personaggi sacri o benedetti nella vita futura) del Mondo Ultraterreno. In tal caso anche il re avrebbe avuto i suoi 14“ka”, ognuno dei quali bisognevole di una falsa porta. Un’altra ammissibile spiegazione potrebbe trovare riscontro nel mito di Osiride, il cui cadavere fu tagliato dal fratello Seth in 14 parti che furono disperse e poi sepolte in altrettante località disseminate per tutto l’Egitto. Ad ogni modo resta il fatto che il numero sette (così come pure i suoi multipli) fu sempre considerato un numero sacro: Ra, per esempio, oltre ai 14 “ka”, possedeva anche 7 “ba”.

Immagine n. 38 In questa ampia veduta panoramica, ripresa da sud-est, la Piramide a Gradoni compare insieme a tutti gli altri elementi del complesso di Djoser Egitto (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 102-103).

La sala rettangolare a otto colonne incassate che segna l’estremità del colonnato di ingresso (Immagine n. 39) sarebbe connessa, secondo Ali Radwan, con la pratica di distinguere gli ospiti della festa “heb-sed” in categorie basate sullo “status” dove il re vivente e le persone più importanti accedevano dall’ingresso centrale, le altre da quelli ubicati a destra o a sinistra. Siccome l’egittologo tedesco Eberhard Otto (Dresda, 1913 – Heidelberg, 1974) considerava la celebrazione di questo festival come una cerimonia di tradizione puramente menfita, ne concluse che all’interno del complesso di Djoser l’influenza cultuale del Basso Egitto fosse assolutamente predominante. Del resto, l’incoronazione a Menfi rivestì un carattere di straordinaria importanza per tutta la lunga storia egizia, addirittura sino all’epoca di Alessandro Magno.

Immagine n. 39 Il colonnato di ingresso termina in un atrio ipostilo a otto colonne, per consentire agli spettatori della festa “heb-sed” di usare passaggi diversi a seconda della condizione sociale (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 104).

Il cosiddetto tempio “T” è una costruzione molto particolare che può essere considerata alla stregua di un piccolo palazzo oppure di una sacrestia in cui il re avrebbe avuto la possibilità di cambiare le insegne (in particolare la corona bianca e quella rossa) durante la festa, oppure come un “Palazzo per la statua del re”.

Una piccola cappella situata all’estremità nord-occidentale del cortile per lo “heb-sed” contiene un basamento con quattro paia di piedi che sono ciò che resta di statue ormai perdute e sulla cui identificazione sono state avanzate svariate ipotesi. Quella più condivisa dagli studiosi sostiene che rappresentassero Djoser e la regina madre Nymaathep accanto a due dame: la regina Hetephernebtye la principessa Inetkaes. L’egittologo tedesco Rainer Sadelmann ipotizzò che i soggetti fossero il sovrano, AnubiHetephernebty e Inetkaes, mentre Jean-Philippe Lauer riteneva che Djoser fosse ritratto due volte (una con la corona rossa e l’altra con quella bianca) ed al suo fianco ci fossero Hetephernebty e Inetkaes. Ali Radwan propende, infine, per una statua del re raffigurato con la doppia corona, affiancato dalla dea Hathor e da Hetephernebty e Inetkaes.

Immagine n. 40 In questa veduta del cortile heb-sed appaiono tutti gli elementi: la piattaforma meridionale e i resti delle cappelle sud (muro occidentale) e di quelle nord (muro orientale), il padiglione reale. Il cosiddetto tempio “T” è l’edifico ubicato presso l’angolo sud-occidentale del cortile (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 106-107).

La rappresentazione antropomorfa degli dèi risale all’alba della storia egizia ed anche nel caso di Djoser alcuni frammenti provenienti dalla cappella reale di Heliopolis mostrano il dio Geb raffigurato in forma umana. Inoltre, Hathor, considerata simbolicamente come sua madre e moglie, assumeva un ruolo preminente durante le cerimonie del giubileo.

Il piccolo tempio (o cappella) posto presso l’angolo nord-occidentale del cortile dello “heb-sed”, fu visto da Ricke come un sacrario per il dio Khentiamentu (il “Primo degli Occidentali”), mentre Lauer vi ravvisava una cappella del re e delle due dame regali. È tuttavia proponibile anche l’ipotesi che servisse per il culto del sovrano defunto nella sua funzione di guida per i sudditi dell’Aldilà (Immagini n. 39-40-41).

Immagine n. 41 Qui sono illustrate in dettaglio (in alto) e in veduta panoramica (in basso) le ricostruite cappelle sud. Sorgono lungo il muro occidentale del cortile dello “heb-sed” che contiene la piattaforma sulla quale Djoser si assise in trono in occasione dell’incoronazione come re dell’Alto e del Basso Egitto(© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 107).

I due padiglioni del nord e del sud rappresentano, secondo l’egittologo inglese I.E.S Edwards (1909-1996), i due santuari nazionali dell’Alto (Hierakonpolis) e del Basso (Buto) Egitto. L’altare a forma di zoccolo, ritrovato nel cortile dell’edificio meridionale, lascia supporre che entrambe le costruzioni fossero destinate alla celebrazione di riti cerimoniali. Ali Radwan, invece, preferisce considerarli come tombe simboliche dei sovrani predinastici dell’Egitto meridionale i “Baw” di Neken) e di quelli dell’Egitto settentrionale i “Baw” di Buto), ossia dei mitici antenati di tutti i re egizi. L’origine del fregio kheker che adorna le facciate dei due padiglioni (Immagini n. 42-43-44) la si può far risalire al regno di Aha ed in particolare ad una piccola placca in avorio rinvenuta a Naqada in cui viene raffigurato sopra una costruzione occupata da tre funzionari stanti.

Immagine n. 42 Veduta d’insieme in cui si può osservare il padiglione nord (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 108-109).
Immagine n. 43 Veduta frontale del padiglione nord che mostra la relativa facciata e l’entrata del breve corridoio curvo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 109).
Immagine n. 44 Relativamente ben conservata, la facciata del padiglione sud presenta alcune parti di colonne scanalate e il cosiddetto fregio kheker che sovrasta l’entrata (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 109).

Il serdab (Immagine n. 45) è dotato di un proprio cortile e non fu realizzato all’interno del vicino tempio funerario; pertanto, è molto probabile che la statua di Djoser, contenuta al suo interno, fungesse da sostituto del re defunto per mettere in evidenza la sua natura divina anche come monarca dell’Aldilà: si tratterebbe, in questo caso, di una delle prime attestazioni di divinizzazione di un re egizio.

Immagine n. 45 La cappella del “serdab” sorge poco a est del tempio funerario di Djoser. Nel cortiletto prospiciente si officiavano cerimonie di fronte alla statua del re divinizzato (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 108).

Nell’ambito del complesso della Piramide a Gradoni, Djoser era, senza alcun dubbio, equiparato al rango del dio sole, come attesta il “nome d’ oro” (Rˁ-nwb) iscritto alla base del simulacro; ciò indica esplicitamente che la statua ricopriva la funzione di sostituto e rappresentante del sovrano.

Nel muro di cinta settentrionale sorge una cappella isolata posta di fronte alla Piramide, che contiene un altare intagliato nella roccia. Un tempo si riteneva che questo edificio fosse un tempio solare oppure un podio dotato di un baldacchino e due troni utilizzato dal re per la celebrazione di riti cerimoniali. Oggi, invece, si è propensi a supporre che fosse utilizzato solo per la raccolta di offerte e che fosse collegato con la parte settentrionale della recinzione.

In tutto il complesso di Djoser è ancor oggi possibile ammirare gli straordinari esiti della maestria di Imhotep, le cui vette più elevate consistettero nella creazione di una nuova architettura in pietra che imitava fedelmente i precedenti materiali da costruzione (mattoni crudi, legno, canne, stuoie ecc.).

Anche se nel complesso monumentale mancano colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e, ancor di più, le semicolonne papiriformi, costituiscono i primi esempi del genere espressi dall’architettura egizia. Tutto ciò finì per diventare un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche, e soprattutto, per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica, nonostante l’utilizzo di schemi del tutto tradizionali. Per citare un esempio, basti pensare che i rilievi della tomba sud furono fedelmente riprodotti in epoca saitica (ben duemila anni dopo!).

I lavori nel sito, iniziati da Cecil Mallaby Firth (1878-1931) e James Edward Quibell (1867-1935), furono proseguiti e in larga misura completati da Jean Philippe Lauer (1902-2001). Per anni questo appassionato egittologo francese si è dedicato all’esaltante ed impegnativo compito del restauro dei diversi elementi architettonici ritrovati sparsi all’intorno del sito, oltre che alla loro collocazione nella posizione originaria: gli esiti sono stati eccellenti ed il suo progetto di ricostruzione si è rivelato essere il più ambizioso e, con tutta probabilità, il meglio riuscito nella storia dei lavori sul campo in Egitto. Verrebbe quasi da pensare che Djoser, sia stato molto fortunato ad avere due architetti totalmente dediti a lui: Imhotep durante il corso della sua vita e Lauer a distanza di oltre 4500 anni.

Fonti:

  • Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43
Gioielli, XVIII Dinastia

L’ANELLO NEWBERRY

AY SPOSÒ ANKHESENAMUN?

Tutankhamon morì senza eredi diretti ed i candidati più probabili alla successione erano il Gran Visir Ay ed il Generalissimo Horemheb, i quali, pur non essendo nobili, avevano raggiunto le più alte vette del potere grazie alle loro capacità, diventando membri del Consiglio di Reggenza del giovane sovrano ed inducendolo a restaurare l’ortodossia e ad abbandonare Akhetaton, riportando la capitale a Tebe.

L’anziano Ay era, probabilmente, fratello della regina Tiye e forse padre di Nefertiti, della quale sua moglie Tey era stata la nutrice; grazie a questi legami familiari ed alla sua lealtà alla corona acquisì grande autorevolezza a corte con Amenhotep III e poi con Akhenaton (che l’aveva gratificato con il titolo di “it-netjer” o “Padre del Dio”) e con Tutankhamon.

Il vigoroso Horemheb invece era il Comandante supremo dell’esercito settentrionale, scelto forse da Akhenaton (del quale era cognato per avere sposato Mutnodjmet, sorella di Nefertiti), difendeva valorosamente il turbolento confine con il regno ittita e contava sulla fedeltà tributatagli dai suoi soldati; il suo prestigio era tale che Tutankhamon l’aveva nominato “iry-pat” (“Principe Ereditario o Coronato”) e “idnw” (“Vice del Re” in tutto il paese).

All’improvvisa morte del giovane sovrano, tuttavia, il Generalissimo era impegnato in una campagna contro gli Ittiti, per cui Ay approfittò fulmineamente della situazione e si impadronì del potere prima che il rivale riuscisse a rientrare in patria a contendergli il trono: in effetti sulla parete di fondo della camera sepolcrale della tomba di Tutankhamon il vecchio dignitario appare già come Kheper Kheperu Ra (quarto protocollo di Ay), indossa la corona khepresh e l’ureo reale sulla fronte ed esegue il rito dell’apertura della bocca sulla mummia del faraone defunto, prerogativa del suo successore.

Kheper Kheperu Ra esegue il rito dell’apertura della bocca. Tomba di Tutankhamon
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=98957878

E’ controverso se per legittimare la sua pretesa al trono egli avesse anche sposato la giovane Ankhesenamon, figlia, sorella e vedova di re, di purissimo lignaggio e di indiscusso prestigio per avere restaurato il culto degli antichi dei.

Amuleto in faience turchese recante il cartiglio di Ay (quarto protocollo – Kheper Kheperu Ra Irmaat) Museo egizio del Cairo 60057. Photo of Juan Lazaro
 https://commons.wikimedia.org/…/File:Kheperkheperure_Ay

Dopo la morte di Tutankhamon ella scomparve dalla storia, il che induce a ritenere verosimile ciò che ipotizza il professor Aidan Dodson, e cioè che avesse abbandonato la corte ritirandosi a vita privata oppure che fosse morta; l’unico reperto risalente al breve regno di Ay che la menziona è un anello in faience azzurra recante il suo cartiglio affiancato a quello di Kheper Kheperu Ra, asseritamente trovato in un sito sconosciuto del Delta e descritto nel 1931 dall’egittologo Percy Newberry, dal quale esso prese il nome.

L’iscrizione sull’anello perduto, così come ricordata da Newberry. https://www.jstor.org/stable/3854904

L’anello gli venne offerto in vendita da Ralph Blanchard, titolare di un famoso negozio di antiquariato del Cairo, ma egli non ritenne di comprarlo ed in seguito se ne perse ogni traccia; nel 1973 un anello simile, in faience di colore beige e dall’incerta provenienza fu acquistato dal Museo di Berlino ove si trova tuttora esposto.

Sebbene i sovrani fossero soliti commemorare il proprio matrimonio con l’emissione di scarabei e non di anelli, alcuni studiosi, tra i quali il dott. Bob Brier, ritengono che questo manufatto provi che effettivamente quelle nozze avvennero.

In passato, infatti, molti egittologi ritenevano che in Egitto il potere reale si trasmettesse per linea femminile e che l’aspirante al trono (chiunque fosse, anche lo stesso figlio maggiore del sovrano) lo potesse conquistare solo legandosi alla figlia o alla sorella del suo predecessore; per regnare legittimamente, quindi, Ay doveva prendere in moglie Ankhesenamon, anche solo in modo cerimoniale: come ho già sottolineato, questa teoria fondata su basi estremamente fragili ha trovato non pochi oppositori.

L’egittologa britannica dott. Joyce Tyldesley ha ipotizzato addirittura che l’anello potesse essere un falso, sebbene Blanchard rilasciasse certificati di autenticità per i reperti che vendeva e fosse considerato un professionista serio; egli infatti occasionalmente fece affari con l’antiquario e falsario armeno Oxnan Aslanian, e già i suoi contemporanei Herbert Winlock e Caroline Ramson Williams sospettavano che costui gli avesse venduto oggetti contraffatti che egli avrebbe messo in commercio credendoli autentici.

La studiosa ha altresì affermato che l’oggetto potrebbe essere stato distribuito da Ay per enfatizzare il vincolo di parentela con Ankhesenamon (figlia di Nefertiti e nipote di Tiye) e conferire maggiore lustro al suo lignaggio non reale, oppure che l’artigiano che ne plasmò lo stampo e che verosimilmente non sapeva né leggere nè scrivere potrebbe aver commesso un errore nell’iscrizione di uno dei due cartigli.

In effetti nell’Egitto antico gli anelli in faience erano molto diffusi in quanto economici e di facile produzione, ma diversamente da oggi non simboleggiavano un vincolo matrimoniale; inoltre sulle immagini scolpite sulle pareti della tomba di Ay il ruolo di Grande Sposa Reale è rivestito da Tey, la donna che egli aveva sposato molto prima di diventare Faraone; sarebbe quindi da escludere che egli avesse sposato la giovane vedova e che le dovesse il trono.

A quanto risulterebbe dalle fonti, inoltre, costei non desiderava affatto legarsi all’anziano dignitario, che all’epoca aveva tra i 60 ed i 70 anni e che giudicava inferiore, in quanto è quasi unanimemente ritenuta l’autrice della famosa lettera ritrovata ad Hattusa con la quale una regina egizia, rimasta vedova e senza eredi, affermava di non volersi unire ad un suo “servo” e chiedeva a Suppiluliuma I di inviarle uno dei suoi figli con il quale governare le Due Terre e perpetuare la sua dinastia.

La questione è ancora aperta, nella speranza di trovare nuovi elementi di valutazione.

Troverete i crediti delle immagini nelle didascalie.

FONTI:

Percy Edward Newberry, “King Ay, the Successor of Tut’ankhamūn,” The Journal of Egyptian Archaeology Vol. 18, No. 1/2 (May 1932) https://www.jstor.org/stable/3854904

https://egypt-museum.com/ankhesenamun/

https://missremember.substack.com/…/the-man-who-sold…

https://themator.museum-digital.de/t/1023/1027

https://www.ancient-origins.net/…/hunt-ankhesenamun-how…

https://www.ancient-origins.net/…/daughter-disaster…