Piccola Guida Turistica

IL CORREDO FUNERARIO DELLA PRINCIPESSA NEFERUPTAH

Collare della principessa Neferuptah in feldspato blu-verde, corniola, oro e pasta di vetro (per gli intarsi delle gocce terminali).
Per una più ampia descrizione del reperto si veda il nostro sito a questo link:
https://laciviltaegizia.org/…/05/la-collana-di-neferuptah/

Neferuptah era una principessa della XII dinastia, figlia di Amenemhat III e sorella della famosa donna Faraone Sobekneferu (o Neferusobek), salita al trono dopo la morte di Amenemhat IV.

La principessa è definita “membro dell’élite”, “grande di favore”, “grande di lode” e “amata figlia del re del suo corpo” ma non fu “sposa reale” in quanto morì prima che il suo ipotizzato consorte, il fratello Hor-au-ib-re, venisse associato al trono dal padre; forse in ragione del fatto che era destinata a diventare regina, dopo la sua morte il suo nome venne iscritto in un cartiglio.
Amenemhat III le aveva fatto preparare una sepoltura accanto a sé nella sua piramide ad Hawara, nel Fayyoum, ma quando ella morì fu inumata in una piccola piramide eretta a circa tre chilometri di distanza.

Grembiule funerario della principessa; esso aveva scopo decorativo ed era destinato ad essere allacciato alla vita della mummia come una cintura; la chiusura è in oro.
Fotografia di Silvia Vitrò.


La piramide, costituita da mattoni crudi rivestiti di calcare, è stata quasi completamente smantellata nel corso dei secoli, ma la camera funeraria è rimasta intatta ed inviolata, e fu individuata nel 1936 da Labib Habachi ma scavata solo nel 1956 da Naguib Farag.
La sua mummia fu collocata all’interno di un sarcofago antropoide in legno coperto di lamina d’oro e decorato, a sua volta inserito in un sarcofago rettangolare di legno che fu inserito in un terzo sarcofago di granito (oggi al museo del Cairo) sul quale è incisa una breve formula di offerta.

Dettaglio della chiusura del grembiule funerario.
Foto di Heidi Kontkanen, su Flickr


Con il passare dei secoli il legno e la mummia si sono decomposti a causa delle infiltrazioni d’acqua nella camera sepolcrale in occasione delle periodiche inondazioni del Nilo, ma inglobati nello spesso strato di detriti e fango depositatosi sul fondo del sarcofago esterno furono rinvenuti i gioielli che adornavano la mummia, ancora nella posizione originaria.

Intarsi appartenuti al sarcofago della principessa ormai distrutto.
Fotografia di Merja Attia


Sono stati rinvenuti e riportati al loro aspetto originario un collare in oro, corniola e perline, un altro collare largo, un paio di braccialetti e un paio di cavigliere, una cintura di perle a disco con un pendente a forma di falco ed un grembiule funerario di maiolica e perle di faience blu.

Ricostruzione di un frammento del sarcofago perduto: la decorazione in pietra dura è stata realizzata con le piccole tessere originali, trovate in loco.
Fotografia di Silvia Vitrò

Nella camera sepolcrale furono trovati altresì tre vasi per libagioni in argento, materiale all’epoca più prezioso dell’oro in quanto doveva essere importato dall’estero.

I vasi d’argento per le cerimonie di purificazione del defunto con l’acqua (n. reg. al Museo del Cairo JE 90152, JE 90153, JE 90154). Il defunto al momento della sepoltura veniva purificato per essere come Ra, che alla fine del suo viaggio notturno nell’altro mondo si purifica nell’orizzonte orientale prima di risplendere in cielo, dove Horus signore del nord, Seth signore del sud, Dewen-anwy signore dell’est e Thoth signore dell’ovest versano su di lui l’acqua della vita e del potere dai quattro angoli dell’universo. Tutte le iscrizioni sui vasi recano i cartigli di Nerferuptah e di suo padre Amenemhat III.
Fotografia di Merja Attia, su Flickr

Potrete trovare maggiori informazioni su Neferuptah , sulla sua tomba e sul suo corredo funerario sul nostro sito, al seguente link: https://laciviltaegizia.org/…/la-tomba-della…/

Gli amanti della filologia troveranno l’analisi dei testi iscritti sul sarcofago e sui vasi per la purificazione sul nostro sito ai seguenti link: https://laciviltaegizia.org/…/neferuptah-iscrizione…/

Bracciali e cavigliere della principessa.
Fotografia di Merja Attia, da Flickr

FONTI:

  • FARAG N., La scoperta di Neferuptah, a questo link: http://www.fayoumegypt.com
  • DODSON A., HILTON D., The complete ROYAL FAMILIES of Ancient Egypt, Il Cairo, 2004.

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IL TRONO PERDUTO DELLA REGINA HETEPHERES

Il trono ricostruito

Questo trono non è esposto al NMEC e ne esiste solo una riproduzione, ma vale la pena di parlarne per apprezzare il lavoro incredibile effettuato dagli studiosi per restituirci questo capolavoro dell’antichità unico nel suo genere.

Oltre alla sedia della quale abbiamo già parlato, il corredo funerario di Hetepheres ne comprendeva un’altra, detta “sedia II”, quasi completamente distrutta, in quanto la sua esistenza venne desunta solo dal ritrovamento di quattro gambe identiche a quelle della sedia I.

Gli archeologi cercarono quindi di recuperare gli intarsi e le parti sopravvissute del manufatto che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., che per ben due mesi venne pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.

In seguito i frammenti ritrovati vennero deposti su vassoi, esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono.
L’estrema complessità del lavoro di ricostruzione ha fatto sì che esso non venisse mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, piastrelle in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, sedili in cordame e rame.

Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nell’immagine.

La seduta era costituita da un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.

Il falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica

Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi di Neith, una delle dee più venerate nell’Antico Regno, costituito da frecce incrociate su di uno strano oggetto composto da due ovali, dal quale si diparte una coppia di nastri.

La maggior parte degli studiosi ritiene che esso rappresenti il dorso degli scarabei bilobati (Agrypnus notodonta Latr), disegnato fin dalla prima dinastia con scanalature e poi trasformatosi in un ampio ovale a far tempo dalla quinta, ma non è chiaro il legame che esso aveva con la dea.
Ognuno di questi emblemi era issato sul suo stendardo rivolto verso il centro.

Una parte della decorazione originale della sedia

Sotto l’emblema di Neith c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre.
Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di piastrelle di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda arrivando a toccare terra con i piedi o comunque a piegare le ginocchia.

FONTI:

DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, a questo link: https://gizamedia.rc.fas.harvard.edu/…/manuelian_jarce…

https://solarey.net/queen-hetepheres-throne/ articolo e fotografie di Caroline Cervera

Immagini tratte dall’articolo del dott. Der Manuelian

Necropoli tebane

TT230 – TOMBA DI MEN (?)

Planimetria schematica della tomba TT230[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciuto, forse MenScriba dei soldati del Signore delle Due TerreSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastiaversante est della collina; leggermente più in alto e a sud della TT101

 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile se non, da un cono funerario, il titolo di Scriba dei soldati del titolare[5].

La tomba

TT230 non è ultimata; planimetricamente si sarebbe sviluppata secondo la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Nella sala trasversale su due registri, resti di scene di banchetto con una pila di vasi, obelischi e un padiglione (?) con tre donne. Sulla parete seguente di nord-est, più corta, Osiride sotto in padiglione[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              Porter e Moss 1927,  p. 327.

[6]              Porter e Moss 1927,  pp. 327-328.

Necropoli tebane

TT229 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT229[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutosconosciutoSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia versante nord-est della collina; a sinistra del passaggio principale verso la TT74

 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[5].

La tomba

TT229 non è ultimata; unico riferimento parietale è solo l’abbozzo di una scena di offertorio con il defunto e la moglie accanto a un braciere[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 328.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 328.

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LA SEDIA DELLA REGINA HETEPHERES

La sedia della regina oggi al NMEC – n. di reg. del Museo del Cairo 5326353261 – vista di tre quarti

Questa bellissima sedia appartiene al corredo funerario della regina Hetepheres I, figlia di Huni, moglie di Snefru e madre di Cheope, senza dubbio la donna più potente e più ricca della sua epoca.
La sua tomba, contrassegnata dalla sigla G 7000X fu rinvenuta nel 1925 a Giza da una missione congiunta delle Università di Harvard e di Boston guidata dal prof. George Andrew Reisner, e si trova nei pressi della piccola piramide eretta in suo onore dal figlio; essa è costituita da una camera sepolcrale posta in fondo ad un corridoio in origine chiuso ad entrambi i lati da blocchi di calcare che si diparte da un pozzo profondo 27 metri.

La sedia della regina vista di fronte.

Per avere informazioni dettagliate su di lei e sulla curiosa storia del rinvenimento della sua sepoltura, andate sul nostro sito a questi link:

Il corredo funerario comprendeva oggetti di uso personale come rasoi d’oro, coltelli, recipienti in alabastro per cosmetici e profumi, vasi di varie dimensioni e gioielli, tra cui braccialetti d’argento e ornamenti per le caviglie, ma anche una tenda – baldacchino ed un letto smontabili, due sedie (rispettivamente definite “sedia I” e “sedia II”) ed una portantina finemente decorate con foglia d’oro, che potrebbero avere avuto un significato cerimoniale o funerario ma che indussero alcuni studiosi a ritenere che la corte egizia della IV dinastia potesse essere itinerante.

Il legno di questi ultimi reperti si era deteriorato e dovette essere in gran parte sostituito, ma la foglia d’oro, rimasta a terra in frammenti, fu recuperata ed essi furono riportati all’originario splendore da Hag Ahmed Youssef Mustafa, che in seguito restaurò anche una delle barche solari di Cheope; il corredo funerario si trova oggi suddiviso tra il Museo del Cairo e quello di Harvard, tranne la sedia I che, come ho detto, è esposta al NMEC.

La ricostruzione dell’interno della tomba al momento dell’inumazione della regina, realizzato dall’Università di Harvard. Come potete notare, oltre a quella del NMEC c’era un’altra sedia in pessime condizioni, la cui ricostruzione è stata realizzata solo di recente all’esito di un lavoro estremamente complesso, del quale parlerò in un altro post.


La sedia I (JE53263), cosiddetta “da seduta” per distinguerla dalla portantina, che era detta “sedia da trasporto”, era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.


La seduta, leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda, e lo schienale, rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto, sono in legno naturale e sono ingentiliti da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro come le gambe, modellate a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedi sono stati aggiunti tamburi per mantenere stabile la sedia.
Lo schienale sarebbe stato originariamente decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la scocca della sedia, raffigurante una donna che annusa il profumo di un fiore di ninfea.
I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un elegante disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.

Approfitto dell’occasione per mostrarvi anche gli altri reperti lignei, conservati al Museo del Cairo e ad ora mai trattati sul gruppo, che dimostrano che all’inizio del terzo millennio a.C. gli Egizi avevano già raggiunto grande abilità nella falegnameria ed adottavano uno stile sobrio ed elegante; trovate le informazioni ad essi relative nelle didascalie delle immagini.

Il letto della regina. Museo del Cairo – n. di reg. 53261.
Il letto è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, dotata di quattro gambe decorate alla base con intagli a forma di zampe leonine e fissate al piano con stringhe di cuoio; il piano è costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso. Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
Portantina della regina Hetepheres. JE53262 Museo del Cairo.
Fin dalla I’ dinastia in Egitto gli esponenti delle classi più elevate amavano spostarsi su portantine sorrette da servi; quella di Hetepheres è l’unico esempio di tale mezzo di trasporto giunto fino a noi.
Essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che si dipartono dagli angoli e che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla.
E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre al baule del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope. Sul lato anteriore dello schienale della sedia, all’altezza dei braccioli e sullo schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate.
La fascia con l’iscrizione geroglifica sullo schienale interno della portantina
La cassa per il baldacchino. Museo del Cairo JE72030
Questa cassa lunga e stretta, parzialmente coperta da foglia d’oro, serviva per contenere parti del baldacchino della regina; al momento della scoperta essa era praticamente ridotta in polvere ma potè essere ricostruita fedelmente in quanto la decorazione ad intarsio in faience era rimasta intatta ed era a terra nel medesimo ordine con il quale si trovava applicata alla cassa.
Il lato lungo reca un’iscrizione divisa in due parti speculari dalla figura di Nekhbet, la dea avvoltoio ed è inoltre decorato con il cartiglio del re Snefru.
La tenda della regina come doveva apparire all’epoca del suo utilizzo

Le fotografie della sedia sono di Silvia Vitrò; non conosco l’autore delle altre immagini, reperite in internet; la ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ

FONTI:

Piccola Guida Turistica

IL BALDACCHINO DELLA PRINCIPESSA ISETEMKHEB II

Foto: Silvia Vitrò

Gli strani bastoni a sinistra sono delle torce; il cartiglio che figura sul baldacchino è quello di Pinedjem Meriamon (Pinedjem I).

Questo reperto spettacolare (in passato al museo del Cairo, n. reg. JE-26276) è già stato ampiamente trattato da Patrizia Burlini, al seguente link: https://www.facebook.com/groups/449981545805222/permalink/974212906715414/.

Qui inserisco la didascalia del NMEC e vi darò qualche informazione per individuare esattamente chi fosse Isetemkheb II, dato che nella XXI dinastia, della quale ella fa parte, ben quattro principesse portano questo nome e sono individuate o con i numeri romani (I, II, III e IV) o con le lettere (A, B, C, e D).

Fin dal periodo predinastico, gli antichi egizi hanno utilizzato tende costruite con stuoie, pelle e tessuto di lino spesso come abitazioni temporanee. Le scene parietali di vita quotidiana hanno rivelato che le tende venivano utilizzate dagli antichi egizi durante le battute di caccia e le campagne militari, nonché come dimora temporanea per le statue delle divinità nel corso delle processioni. Inoltre, nei giardini e nei cortili delle case venivano montate tende destinate alle donne perché potessero trascorrervi l’ultimo periodo della gravidanza e poi partorire. Nelle calde giornate estive, tende e padiglioni di lino finissimo venivano eretti accanto ai laghi e ai giardini dei palazzi come luogo di divertimento e svago. Inoltre, gli aristocratici e gli individui benestanti facevano costruire un baldacchino fatto di stuoia o cuoio davanti alle loro tombe per svolgervi le cerimonie di purificazione.

Foto: Silvia Vitrò


Quando nel 1881 Emile Brugsch e Ahmed Kamal svuotarono la cachette delle mummie di Deir el-Bahari (DB 320), scoprirono in uno dei suoi corridoi questa tenda, unica nel suo genere sopravvissuta fino ai giorni nostri, che conserva ancora i suoi colori vivaci perché realizzata interamente in pelle di vari colori, sulla quale sono applicate le decorazioni, anch’esse in pelle accuratamente ritagliata.

I testi sono fissati su strisce di pelle di colore diverso e descrivono Isetemkheb II in compagnia del dio Khonsu Signore di Tebe, della dea Mut e delle divinità oltremondane in un ambiente reso fragrante dai fiori e dai profumi di Punt.

Foto: Silvia Vitrò

Essa fu costruita tra il 1046 e il 1037 a.C. per la purificazione funebre della principessa della XXI dinastia, figlia del generale dell’esercito e sommo sacerdote di Amon Masaherta (figlio di Pinedjem I) e della cantatrice di Amon Tayuheret, quindi nipote del sovrano.

Ella rivestiva l’elevato grado di “superiore dell’harem di Min, Horus e Iside ad Akhmim” ed era una delle numerose principesse della famiglia ad avere questo nome; non risulta essersi sposata ed avere avuto dei figli.

L’albero genealogico della XXI dinastia ricostruito da Aidan Dodson individua

  • Isetemkhen I come come la regina moglie del re Pinedjem I;
  • Isetemkhem II – la titolare del baldacchino – come nipote di Pinedjem I;
  • Isetemkhem III come nipote di Pinedjem I, sorellastra e moglie dell’Alto sacerdote di Amon Menkheperre B e madre dell’Alto Sacerdote di Amon Pinedjem II.
  • Isetemkhem IV figlia di Isetemkhem III, sorellastra e moglie di Pinedjem II e superiora delle cantatrici di Amon.
Foto: Silvia Vitrò

Il sarcofago attualmente esposto all’interno del baldacchino appartiene a quest’ultima e fu scoperto nella Cachette di Deir el-Bahari.

FONTI:

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò

Necropoli tebane

TT228 – TOMBA DI AMENMOSE

Planimetria schematica della tomba TT228[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AmenmoseScriba del tesoro di AmonSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi III – Amenhotep II)versante nord-est della collina; molto vicina e sopra la TT104

Biografia

Unica notizia ricavabile il nome del padre, Aamtju Ahmose, identificabile forse nel visir titolare della TT83[5]

La tomba

TT228 si presenta molto danneggiata; planimetricamente segue la struttura a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.

Un corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) sono riportati resti di liste di offerte, immette in una sala trasversale. Sulle pareti (2), un uomo seduto; su altra parete (3), resti di scene di banchetto con fanciulle dinanzi ad ospiti femminili. Sul soffitto i resti di testi dedicatori. Al centro della parete si apre l’accesso ad una sala perpendicolare alla precedente con (4) resti di testi dedicatori e (5) la dea Nephtys dinanzi al dio Ptah-Sokaris[7] [8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  pp. 327-328.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.

[7]      Ptah-Seker-Osiride o Ptah-Sokari-Osiride (dal greco Φθᾶ-Σόκαρις-Ὄσιρις) è una divinità nata dalla fusione di tre dei: Ptah dio dell’artigianato, Osiride dio della morte e Sokar dio funerario della necropoli di Menfi e Saqqara, con la testa di falco. È considerato il signore dell’oltretomba.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 327.

Autentici falsi

IL PAPIRO TULLI, THUTMOSE III E GLI UFO

Nel 1934 , Alberto Tulli, allora direttore del Pontificio Museo del Vaticano, scovò sulla bancarella di un antiquario del Cairo un prezioso papiro, scritto in ieratico.

Tulli non poté acquistarlo a causa del prezzo elevato ma gli fu concesso di copiarlo per studiarlo ed eventualmente concluderne l’acquisto.

Nella trascrizione del testo in geroglifico fu coinvolto anche l ‘abate Étienne Drioton, direttore del Museo egizio del Cairo.

Il papiro datato all’anno 22 del Faraone Thutmosis III, raccontava di cerchi di fuoco apparsi in cielo ed altri fenomeni inspiegabili quali pesci e uccelli piovuti a terra, ma risultava incompleto in alcune parti “strategiche”.

Gli ufologi dell’epoca si scatenarono ed usarono il papiro come prova dei contatti di civiltà aliene con il nostro pianeta. Tra gli ufologi che ne parlarono il principe Boris de Rachewiltz, che affermò di aver analizzato e tradotto il papiro.

Wikipedia ci racconta che “La notizia arrivò in Italia nel 1963 per mezzo di Solas Boncompagni, un clipeologo (studioso degli UFOnell’antichità) che pubblicò sulla rivista Clypeus una diversa traduzione annotata del testo in italiano.In questa versione della storia troviamo il particolare del mancato acquisto del papiro originale, che sarebbe stato semplicemente ricopiato dal professor Tulli. Boncompagni scriverà poi in un articolo del 1995 che nella sua nuova traduzione aveva “cercato di interpretare anche le molte lacune dovute a cancellature che figuravano nella traduzione stessa”.

Il papiro nel frattempo era introvabile e, nonostante le teorie complottistiche che vedevano coinvolti ambienti del Vaticano, nel 1968 l’ispettore del Museo Gregoriano Egizio, mons. dott. Gianfranco Nolli, comunicò laconicamente che il papiro non era di proprietà del Museo ed era sostanzialmente disperso, forse dagli eredi Tulli.

Nell’aprile 2006 Franco Bussino di Egittologia.net analizzò il testo del papiro e scoprì che molti passaggi riportavano intere porzioni di papiri riportati dall’Egyptian Grammar di Alan Gardiner pubblicata nel 1927, inclusi due errori di trascrizione.

Il papiro quindi si rivelò una sofisticata bufala, copia di vari papiri, che per anni aveva ingannato ufologi improvvisatisi egittologi.

Fonti

Qui un bel racconto dell’ intricata vicenda da parte di Nicola Reggiani, dottore di ricerca in Storia e cultore della materia in Storia Greca presso l’Università degli Studi di Parma:

https://samgha.wordpress.com/…/lo-strano-caso-del…/

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Papiro_Tulli

Necropoli tebane

TT227 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria[1] schematica dell’area di Sheikh Ab del-Qurna[2] [3]

TT227

Tomba di sconosciuto

Epoca:                                  XVIII Dinastia

 Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
sconosciuto (fratello di Hapuseneb, titolare di TT67)titolo persoSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi III)versante nord-est della collina; sopra la TT68

Biografia

Nessuna notizia ricavabile dalla TT227. Il titolare, il cui nome è sconosciuto, era comunque fratello di Hapuseneb, titolare della TT67 e Primo Profeta di Amon, e figlio di Hapu, Terzo Prete lettore[6] di Amon, e Ahhotep, Concubina reale[7].

La tomba

Non si hanno riferimenti planimetrici della TT227.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 327.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37

[1]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[2]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[3]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 197 e Gardiner e Weigall 1913, p. 37.

Piccola Guida Turistica

IL SARCOFAGO DI NEDJEMANKH

Foto: Silvia Vitrò

LA STRANA STORIA DI KIM KARDASHAN E DEL SARCOFAGO DI NEDJEMANKH

Nedjemankh visse nel I’ secolo d. C. e fu un alto sacerdote di Heryshef, il dio dalle corna di ariete di Eracleopoli; ciò spiega la sontuosità del suo sarcofago, realizzato in cartonnage rivestito di foglia d’oro e decorato con scene funerarie e passi del Libro dei Morti che avrebbero aiutato il defunto a raggiungere l’Aldilà.

Nel luglio del 2017 esso fu acquistato per la cifra iperbolica di 4 milioni di dollari dal MET di New York, che l’anno successivo organizzò una mostra dal titolo “Nedjemankh and His Gilded Coffin”, che esibiva, oltre ad esso, anche 70 manufatti ispirati alla figura del sacerdote, ed alle scene ed ai riti funebri raffigurati sulla sua superficie.

Mentre la mostra era ancora in corso ed aveva già attirato quasi mezzo milione di visitatori, dovette essere chiusa perché la Procura Distrettuale di Manhattan aveva appreso che il sarcofago era stato illecitamente esportato dall’Egitto.

Cos’era accaduto? Nel corso del MET Gala del 2018, (un evento mondano che ogni anno la rivista Vogue organizza per raccogliere fondi in favore del Costume Institute del MET) Kim Kardashian si fece fotografare accanto ad esso, e l’immagine fu pubblicata su tutti i giornali e le riviste di moda.

La foto con Kim Kardashian che ha aperto le indagini sul sarcofago.

La foto fu vista anche da uno dei ladri, il quale, non avendo ricevuto dai complici la sua parte di compenso, li denunciò, permettendo agli inquirenti di portare a compimento una complessa indagine che da tempo li aveva messi sulle tracce dei trafficanti di opere d’arte.

Il MET dimostrò di aver acquistato il manufatto in buona fede dal mercante d’arte parigino Christophe Kunicki, esperto di archeologia del Mediterraneo, (poi processato in patria per “frode collettiva” e “riciclaggio di denaro”) che aveva fornito documenti che attestavano falsamente la legittimità della provenienza dell’opera, e nonostante il gravissimo danno patito per la vicenda, lo restituì all’Egitto, che oggi lo espone al NMEC.

FONTI: