L’Egitto è nuovamente libero ed indipendente. Siamo nel 402 a.C. e con il faraone autoctono Amirteo, inizia (e finisce) la XXVIII dinastia egizia che pone fine alla prima dominazione persiana.
Amirteo (Amonirdisu), fondatore, ed unico rappresentante della dinastia assume la piena titolatura reale egizia. Non esistono testimonianze su alcun monumento ma la sua esistenza ci giunge dalla “Cronaca Demotica”, un testo profetico egizio. Il testo, manoscritto, è contenuto in un papiro in demotico rinvenuto dagli studiosi al seguito della campagna di Napoleone (oggi conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi), nel testo si afferma che fu realizzato durante il regno di Teos (XXX dinastia) anche se in realtà venne scritto più tardi, nel III secolo a.C. sotto Tolomeo III Evergete. L’opera vuol raccontare le cronache delle dinastie XXVIII, XXIX e XXX, praticamente il periodo d’indipendenza egiziana interposto alle due dominazioni persiane. Lo scopo dell’opera non è tanto quella di parlarci dei vari faraoni che si sono succeduti in quel periodo bensì sull’operato e sul rispetto delle leggi di questi, affermando che la durata del loro regno, più o meno lungo e prospero, è dovuta al loro comportamento, come espressione del volere degli dei. Nel testo si parla anche del malgoverno dei persiani profetizzando il ritorno ad un’epoca dove regnino la legalità e la libertà (in pratica l’avvento dei tolomei). Di grande utilità si sono rivelate le cronache per gli studiosi che, nonostante il carattere esoterico e criptico del testo, hanno permesso di integrare le epitomi di Manetone fornendoci notizie riguardanti l’ordine di successione dei faraoni del suddetto periodo.
Amirteo lo troviamo anche citato in diversi papiri in aramaico rinvenuti ad Elefantina. Manetone lo cita nella sua lista chiamandolo Amyrteos, secondo Sesto Africano o Amyrtaios secondo Eusebio di Cesarea. Compare inoltre su alcune opere di storici greci che lo chiamano Amonortais.
Forse era il nipote di quell’altro Amirteo, principe del Delta fautore, con Inaro della rivolta contro i persiani nel 450 a.C. durante il regno di Artaserse I; entrambi forse discendenti della XXVI dinastia egizia. Già a partire dal 410 a.C. condusse numerose azioni di guerriglia contro i Persiani sfruttando la protezione delle intricate paludi del Delta del Nilo.
Alla morte di Dario II, nel 404 a.C. sfruttando la debolezza persiana dovuta alla contesa tra i suoi due figli, Artaserse II e Ciro il Giovane, Amirteo si proclamò “Re dell’Alto e Basso Egitto” cingendo la doppia corona e cacciando le guarnigioni persiane anche dal Basso Egitto. Dopo di ciò, nel 402 a.C., estese il suo potere anche sull’Alto Egitto regnando sulle Due Terre riunificate.
Secondo Manetone il suo regno durò sei anni e questa pare una durata accettabile in quanto nei papiri aramaici di Elefantina compare una promessa di pagamento di un debito che porta la data del suo quinto anno di regno. Le lotte intestine però prevalsero sugli eventi e dopo pochi anni, nel 399 a.C. Amirteo fu vittima di una congiura ordita dal principe di Mendes, Nefaarud, che usurpò il trono imprigionando a Menfi, ed in seguito uccidendo Amirteo, e fondando la XXIX dinastia attribuendosi il nome di Nepherites. Per il resto la figura di Amirteo è avvolta nella più cupa oscurità ad eccezione di una lettera dove il suo nome compare accanto a quello del suo successore Nepherites.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Nebmaat, omonimo del nonno, fu figlio di Amennakht, titolare della TT218, e Iymway. Khaemteri (TT220) fu suo fratello. La moglie si chiamava Mertseger e dai rilievi è possibile appurare che avesse un figlio di nome Wepwautmosi e almeno una figlia, di cui non è però riportato il nome[6].
La tomba
La tomba TT219 fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT218 e TT220 rispettivamente del padre Amennakht e del fratello Khaemteri. Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso delle TT218[7].
Anubi presiede all’apertura della bocca. Foto: Marie Thérèse Hébert & Jean Robert Thibaul
Nella cappella superiore (1 blu in planimetria[8]) Anubi/sciacallo accovacciato dinanzi al simbolo Sekhem; ai lati della porta di accesso alla cappella superiore (2) sei Servi del Luogo della Verità recano farro nel corte funebre che prosegue sulla adiacente parete (3) in cui, su tre registri (danneggiati) sono riportati parenti (?) e processione verso la piramide tombale. Sull’altro lato della porta (4), i resti di tre divinità femminili; Nekhtamon (TT335), con suo figlio in offertorio a Nebra, fratello del defunto e a sua moglie.
Sulla parete adiacente (5) scene di psicostasia con Thot/babbuino e il defunto presentato da Anubi ad Amenhotep I in palanchino; aiutanti dinanzi alla coppia e il defunto con la moglie offrono libagioni agli dei su un braciere. Sulla parete di fondo (6), a sinistra, il defunto e la famiglia; a destra, su tre registri, scene di offertorio.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218 (numerazione in rosso), TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero). Nella rampa di scale che dà accesso alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5 rosso) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6 rosso) il defunto con un inno a Ra. Nella prima anticamera, (7 rosso) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete della adiacente parete (9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra.
Poco discosto, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva (8 rosso) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra. Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10 rosso), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Al centro della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Amennakht cui si accede tramite una scala: (7 blu) su due registri, Anubi/sciacallo e un figlio, come prete, che offre libagioni al padre e alla madre. Sulla parete adiacente (8 blu) Iside alata, il defunto, assistito dalla moglie che suona un flauto, offre mazzi di fiori e incenso a Osiride, Amenhotep I, Hathor (?), Ahmose Nefertari; il defunto seguito da una figlia (nome non indicato) e la moglie giocano a dama in presenza di tre dee, con un uccello ba, e di babbuini in adorazione.
Iside alata, contrapposta a Nephtys. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Su altra parete (9 blu) Wepwautmosi, figlio del defunto, con la foglie offre libagioni ai genitori. Sulla parete più corta (10 blu), Nephtys alata, Anubi con gli strumenti per la Cerimonia di apertura della bocca che accudisce alla mummia su un catafalco.
La parete corta della camera funeraria con Nephtys alata e il rito dell’apertura della bocca. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Poco oltre (11), su due registri sovrapposti, il defunto che offre fiori a Satet e a Neith, mentre il figlio Wepwautmosi e sua moglie offrono fiori a Ra e Sekhmet, preti in offertorio a Ptah e Maat e il defunto presentato da Anubi a Osiride e alla dea dell’Occidente (Mertseger).
Scene della processione funeraria con il trasporto della mummia verso la piramide tombale; una breve scala adduce ad una seconda camera funeraria priva di decorazioni[9].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[7] Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.
[8] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.
Nebmaat, se-menw (?) di Amon fu suo padre, Hetepti sua madre. Iymway fu sua moglie, Nebmaat (TT219) e Khaemteri (TT220) furono suoi figli[6].
La tomba
La tomba TT218, che ospitava anche la moglie Iymway, fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT219 e TT220 dei figli del titolare, Amennakht.
Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso delle TT218[7]. Nella cappella superiore (1 rosso in planimetria[8]) un uomo in offertorio al defunto e alla moglie che, in una scena successiva, offrono libagioni a Ptah e a due divinità femminili; scene di processione funeraria e preti dinanzi alla mummia nei pressi della piramide tombale in presenza di prefiche sacerdotesse e altri Servi del Luogo della Verità.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Sulla parete opposta (2 rosso) una donna (una figlia?) in offertorio dinanzi al defunto e alla moglie; in tre scene, tre dee con due uccelli ba volanti; scene di psicostasia e Anubi che presenta il defunto a Osiride e ad altre divinità. Sulla parete di fondo (3 rosso) una stele, danneggiata a destra, con Ptah mummiforme (a sinistra), una donna con un flauto doppio e Sennedjem (TT1), Servo del Luogo della Verità.
Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (prosegue la numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218, TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero).
Nella rampa di scale che dà access alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6) il defunto con un inno a Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Nella prima anticamera, (7) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete adiacente [(9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri] e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra; poco discosta, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva [(8) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside]; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.
A sinistra della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Amennakht: (11 rosso) il defunto e la moglie con una figlia in atto di adorazione; il falco dell’occidente (12) con testi; Anubi (13) accudisce la mummia su un letto, tra le dee Iside e Nephtys rappresentate come falchi; sulla parete opposta (14) i Campi di Aaru. Sulla parete di fondo (15), gli dei riuniti a conclave con quattro testi.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Dalla TT218 proviene la parte inferiore di uno stipite con il defunto seduto, seguito dal figlio Neb[mehyt] (forse da identificarsi con Nebmaat TT219) oggi al Museo Etnologico di Lisbona[9].
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[7]Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.
[8]La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.
nella fila superiore delle tombe; a nord della casa di Mr. Schiaparelli a poca distanza dalla TT6
Biografia
Piay, Scultore del Luogo della Verità[5], fu suo padre, Nefertkha sua madre; i nomi sono ricavabili da un dipinto parietale della TT210 di Raweben, Servo del Luogo della Verità, molto verosimilmente fratello del defunto, in cui i genitori e lo stesso Ipuy compaiono nell’atto di offrire libagioni al titolare di TT210. Moglie di Ipuy fu Duammeres. Nella tomba sono raffigurati tre figli, due femmine e un maschio, ma non ne sono riportati i nomi[6].
La tomba
Un lungo corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[7]) solo i resti di scene del defunto e della moglie in presenza di Ra, dà accesso a una sala trasversale con resti di scene parietali su quattro registri sovrapposti (2) il defunto con altri funzionari premiato da Ramses II dalla finestra del palazzo, con prigionieri rappresentati di lato; su due file scene della processione funeraria con la mummia sotto un padiglione, il trasporto delle suppellettili funerarie e un gruppo di prefiche, verso la piramide tombale che presenta un portico sulla facciata; una casa con giardino con uomini che sollevano acqua con shadouf; scene di lavaggio abiti.
Lato sud parete orientale della camera trasversale. Scena di un tempio tra gli alberi. Foto: Museo Egizio di Torino
Poco oltre (3), su due registri un figlio e una figlia offrono mazzi di fiori al defunto che ha un gatto in grembo, mentre la moglie ne ha uno sotto la sedia; (4) il defunto, con la moglie, e un’altra figlia piccola, curano degli uccelli e offrono unguenti su un braciere a Osiride e Hathor.
Parete meridionale della camera trasversale. Due figli di Ipuy offrono libagioni ai genitori. Foto: Museo Egizio di Torino
Su altra parete (5), su cinque registri, il trasporto del lino, aratura e vagliatura in un’aia, resti di scena rappresentante la dea Thermutis; capre che brucano con pastori (di cui uno suona una cornamusa) e cani, barche cariche di prodotti da mercato, scene di immagazzinamento con offerte per Thermutis e ragazzi che si divertono a spaventare gli uccelli; scene di pigiatura dell’uva, di rammendo delle reti, di preparazione di uccelli e pesce, e il defunto con la famiglia intento nella pesca.
Lato sud parete occidentale della camera trasversale. Ipuy di fronte ad Osiride ed Hathor. Foto: Museo Egizio di Torino
Poco discosto, su quattro registri, (6) un uomo (il defunto?) seduto in presenza di parenti con uccelli e gatti sotto la sedia; allestimento delle suppellettili funerarie con abbattimento di alberi e un prete lettore[8]con gli strumenti per la celebrazione della Cerimonia di apertura della bocca, carpentieri che realizzano un padiglione reale e un catafalco.
Lato nord parete orientale della camera trasversale. Scene di pesca e di produzione del vino. Foto: Museo Egizio di Torino
Le scene proseguono (7) con il defunto e la moglie che offrono libagioni dinanzi ad Anubis e Ptah (?). Ai lati dell’ingresso ad un corridoio perpendicolare alla sala trasversale (8-9) statue del defunto e della moglie. Nel corridoio (10) resti di testo.[9]
Parete settentrionale della camera trasversale. A sinistra: Duammeres offre libagioni a Ptah-Sokar (non visibile). Al centro: la preparazione del defunto e del funerale. Foto: Museo Egizio di Torino
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[7] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.
[8] Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.
Cartonnage dorato e dipinto, altezza 44 cm Periodo 50 a. C.- Provenienza sconosciuta British Museum, Londra
La maschera funeraria, posta sulla testa e le spalle del corpo mummificato, è uno degli usi funerari più longevi.
Le maschere dell’ Età Tolemaica e Romana erano di cartonnage, e molte di esse erano dorate.
Si tratta di oggetti prodotti in serie, che non pretendono di ritrarre il defunto e che sviluppano le proprie convenzioni rappresentative, come si nota in questa maschera, nella particolare forma del mento e della bocca.
Il perseverare delle antiche credenze funerarie egizie è particolarmente evidente sul retro della maschera, dove manca la doratura.
Qui sono riprodotti i quattro figli di Horus, identificati con gli organi interni ( anche se questi non venivano ormai più da tempo rimossi), un falco con le ali aperte, che rappresenta Horus, e geroglifici di significato non chiaro.
Sulla corona posta sul capo della maschera è raffigurato uno scarabeo alato, simbolo di resurrezione.
Fonte
Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Legno stuccato e dipinto, lunghezza 152 cm Provenienza sconosciuta Agyptisches Museum, Berlino
Le scene dipinte sul sarcofago appartengono al repertorio iconografico tradizionale, ma il sarcofago stesso è insolito e presenta echi di usanze funerarie di quasi tremila anni prima.
La cornice aggettante veniva a volte utilizzata nel III millennio a. C, ed esistono anche paralleli più antichi per il lato mobile della testa, che può essere sollevato.
La scena raffigura una donna, abbracciata alla dea Maat, che alza le braccia in segno di gioia per il risultato della pesatura del cuore, che le permetterà di entrare nel regno dei morti.
Alla cerimonia presiede il dio ietacocefalo Ra-Horakhty.
Le figure sono state tracciate da una mano esperta.
Fonte e fotografie
Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Gioielli con conchiglie utilizzati dalle persone comuni
Le conchiglie erano molto decorative, ma non tutti potevano permettersele perchè dovevano essere portate dalle zone costiere e lavorate; si diffusero quindi riproduzioni in steatite smaltata, che offrivano comunque una buona resa estetica ad un prezzo più contenuto. Esempi interessanti sono offerti dagli oggetti raffigurati nelle immagini, meglio descritti nelle didascalie.
Perlina in steatite a forma di cauri risalente al Nuovo regno e venduta ad un privato in un’asta pubblica. Sul retro, piatto sono incisi un segno ankh, fiancheggiato da due segni nefer e da altri due segni che non so individuare. https://www.liveauctioneers.com/…/egyptian-steatite…/
Minuscolo pendente in pasta di vetro (?) a forma di conchiglia trovato ad Amarna e venduto ad un privato in un’asta pubblica. Immagine da Internet. Non ho altre informazioni
Anche questo amuleto a forma di conchiglia è realizzato in steatite smaltata; esso risale al periodo compreso tra il Medio Regno ed il Secondo Periodo Intermedio (XII – XVII dinastia) reca inciso il nome di intronizzazione di Amenemhat III (Nimaatre), fiancheggiato da pilastri djed ed ankh che simboleggiano stabilità e vita. Come i più grandi pendenti in madreperla con inciso il cartiglio di Senwosret, reca due fori per poter essere appeso al collo con una corda. Dimensioni: L. 3 × H. 2,7 cm Numero di adesione: 10.130.976 https://www.metmuseum.org/art/collection/search/556148
Questa collana in steatite smaltata lunga 40,5 cm. è composta da perle sferiche, perle a forma di ciprea ed uno scarabeo centrale risale al Tardo Medio Regno-inizio Nuovo Regno, ed è stata trovata insieme ad altri oggetti a ovest della piramide di Amenemhat I, apparentemente abbandonata dai tombaroli. Lo scarabeo risale alla tarda XIII dinastia ed è stato probabilmente realizzato in un laboratorio nel sito del Delta di Tell el-Dab’a. Si trova al MET di New York ed è identificata dal n. 22.1.1279 https://www.metmuseum.org/art/collection/search/557211
Figlio di Dario II e della moglie Parisatide, Arsace, divenuto poi Artaserse II fu re di Persia e re d’Egitto, ma solo dell’Alto Egitto.
Come abbiamo accennato in precedenza, la madre propendeva però per l’altro figlio, Ciro, al quale Dario II aveva assegnato la satrapia di Caria e Lidia che Artaserse II confermò su richiesta della madre. Ciro però non accettò la situazione ed armò un esercito di diecimila mercenari e mosse guerra al fratello. Lo scontro avvenne a Cunassa e Artaserse ne uscì vittorioso mentre il fratello Ciro morì nello scontro. Artaserse II nominò satrapo di Caria e Lidia, al posto del fratello, Tissaferne che partecipò attivamente alle guerre contro i greci. Le guerre contro i greci continuarono, non solo ma Artaserse dovette pure impegnarsi in altre guerre, prima contro Evagora I di Cipro poi contro i Carduchi, presso il Mar Caspio, dove il suo grande esercito riuscì con grande difficoltà a salvarsi dalla disfatta totale e Artaserse II fu costretto ad una pace senza ottenere alcun vantaggio. Non pago di guerre tentò più volte la riconquista dell’intero Egitto ma senza successo.
Ora, poiché il mio scopo è quello di raccontare la storia egizia, non vorrei perdermi ulteriormente nel raccontare quella persiana se non per quanto riguarda quel che resta della grandezza egizia. Purtroppo l’influenza achemenide sulla sorte dell’Egitto in questi periodi è solo quella di considerare quello che fu di questa grande civiltà una semplice satrapia periferica. Arrivo quindi alla fine del regno di Artaserse II quando cioè, sentendo avvicinarsi la sua fine, nell’intento di impedire ulteriori lotte fratricide, si affidò alle antiche regole e pose sul trono Dario, il maggiore dei suoi tre figli legittimi (alcune fonti riportano che ebbe 350 mogli che gli dettero 115 figli), conferendogli tutti i suoi titoli.
Dario si scontrò poi col padre a causa di Aspasia di Focea, un’etera che fu favorita di Ciro il Giovane ed alla sua morte di Artaserse II che gli riservò molti onori. Dario la nominò sacerdotessa di Anahita ed ordì un complotto per assassinare il padre. I congiurati furono traditi, e Dario venne condannato a morte con molti dei suoi complici. Gli altri due figli legittimi, Oco e Ariaspe, aspiravano entrambi a succedere al padre, Oco pensava di succedere al padre per diritto, Ariaspe aspirava pure lui in quanto più amato dai persiani per il suo carattere docile e amabile, ma Artaserse II avrebbe preferito Arsame, figlio di una delle sue concubine. Oco congiurò per portare Ariaspe alla disperazione e al suicidio e per assassinare Arsame. Di fronte a questi fatti di sangue nella sua famiglia, Artaserse II non resse al dolore e morì.
Ora ci inoltriamo in un vespaio in quanto Artaserse II aveva ereditato dal padre Dario II il titolo di “Gran Re di Persia” che mantenne fino alla morte avvenuta nel 358 a.C.. Al trono gli successe Oco che mutò il suo nome in Artaserse III. Aveva inoltre ereditato il titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto” anche se il suo effettivo potere si limitava al solo Alto Egitto.
Nel 402 a.C. gli venne strappato da Amirteo di Sais che già due anni prima aveva scacciato le guarnigioni persiane dal Basso Egitto ed assunto la piena titolatura reale egizia, Amirteo estese così il suo potere sull’intero Egitto ponendo fine alla prima dominazione persiana.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Artaserse in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
nella fila superiore delle tombe; a nord della TT6 e a sud della TT7
Biografia
La tomba TT216 appartiene a Neferhotep (II[6]), figlio di Nebnefer e nipote di Neferhotep (I), entrambi a loro volta artigiani reali facenti capo alla vicina TT6.
Iyemwaw, abbreviato in Iy[7] fu la madre di Neferhotep (II), mentre Pached, Portatore di stendardo, Henutmehyt e Iyemwaw (stesso nome della madre) furono rispettivamente due fratelli e una sorella.
Statua del fratello Pached dalla TT216. Fonte: osirisnet.net
Nebnefer, padre, svolse il suo incarico di operaio dall’anno quinto all’anno trentesimo/quarantesimo di Ramses II, mentre erano Visir dell’Egitto Paser TT106 e, successivamente, Khay TT173. Il suo incarico venne poi assunto nell’anno quarantesimo di Ramses II dal figlio Neferhotep (II), che assunse anch’egli la carica di “Capo della squadra di tribordo”[8] anche per i lavori delle tombe di Pached, Kaha e Ankherkhauy. Neferhotep è attestato, quale Capo squadra fino all’anno V del regno di Sethy II quando scompare dalla documentazione[9][10].
Webekht fu il nome della moglie di Neferhotep (II), forse figlia del “Capo della squadra di babordo” Baki; Hesysunebef fu forse suo figlio[11][12].
La tomba
L’ingresso della TT216
TT216 è annoverata tra le più grandi della necropoli di Deir el-Medina; questo, unito alla preminente posizione che sovrasta la valle, alla presenza di due cortili e di una lunga rampa di accesso, testimonia del potere del suo titolare.
Una lunga rampa di scale (lunga oltre 13 m, al cui centro si trova un piano inclinato per un più agevole trasporto del sarcofago[13]) conduce ad un cortile trapezoidale in cui (1 in planimetria[14]) una grande anfora, intestata a Thutmosi III venne riusata come contenitore per acqua. Dal cortile si accede attraverso un breve corridoio, in cui (2) frammenti di architrave, utilizzati come soglia, recano scene del dio falco dell’Occidente adorato da Iside, Nephtys e da alcuni babbuini, a una corte più esterna da cui, a sua volta, si accede ad una corte maggiore sul cui fondo si trova la facciata preceduta da due colonne.
Ai lati dell’ingresso le basi di due statue (4-5) di Qeh (o Kaha), titolare della TT360; nel corridoio che dal cortile adduce ad una sala con due pilastri (5), il defunto. Una sala rettangolare, con soffitto sorretto da due pilastri[15] presenta: resti di scene parietali, su tre registri (6-7-8), del tempio di Anuqet[16], con gazzelle sull’isola di Elefantina, gigli di fiume e Ramses II con portatori di flabello e il defunto dinanzi alla barca di Amon-Ra. Personaggi inginocchiati dinanzi alla Triade Tebana[17] e tre uomini dinanzi a Osiride e Hathor; la processione di Hathor con flabelliferi, il trasporto di statue reali con prigionieri rappresentati sulla base e il traino della barca di Hathor. Su altre pareti, su tre registri (9), alcune fanciulle in offertorio al defunto e alla moglie durante un banchetto; su due registri (10) prosegue la scena di banchetto (9), due preti che recano la testa della dea Anuqet in presenza dei suoi fratelli, la dea Satet e il dio Khnum. Poco oltre (11), il defunto dinanzi a Ra-Horakhti e a una dea nonché (12) una donna inginocchiata e (13) un uomo (?) dinanzi a Ramses II seduto sotto in chiosco mentre il defunto e la moglie adorano Ra-Horakhti e una dea alata. Ai lati dell’ingresso verso una cappella ancora più interna, le statue (15-16) del fratello Peshedu.
Nut sul soffitto della TT216. Fonte: osorosnet.net
Un breve corridoio, sulle cui pareti (16) sono riportati frammenti di testo e il defunto e la moglie seduti, nonché scene del pellegrinaggio ad Abydos, dà accesso ad una sala longitudinale[18] sulle cui pareti (17) il defunto, seguito dal padre, dal nonno Kenhirkhopshef, Scriba reale nel Luogo della Verità, da un altro uomo che reca un modello di barca e da un altro ancora che reca uno stendardo, dinanzi a Osiride e Anubi; in altro registro, scene di offertorio (?) al defunto e alla moglie. Sulla parete opposta (18) il defunto e la moglie offrono libagioni, su un braciere, alla dea Hathor rappresentata come vacca che protegge Amenhotep I; Osiride, Hathor e Sokar sotto un padiglione con cinque dee e mazzi di fiori; in altri registri, scene del corteo funerario con liste di offerte e offertorio a Osiride con preti, prefiche, uomini e buoi che trainano il sarcofago e alcune statue del defunto e altri uomini che trasportano suppellettili funerarie.
Osiride raffigurato nella TT216. Fonte: osorosnet.net
Ai lati della nicchia di fondo (19) il defunto seduto con un fanciullo di nome Hesysunebef (forse suo figlio identificato con l’epiteto: “il suo servo, nato nella sua casa”) e la moglie in piedi; sui lati del sedile i due danno grappoli di uva a scimmie; sull’altro lato (20) doppia statua del defunto e della moglie[19].
Il corteo funerario. Fonte: osorosnet.net
Nella nicchia di fondo (21), nelle pareti dell’accesso, a sinistra Hathor e Harsiesi seduti, a destra Anubi e Hathor ugualmente seduti; sulla parete di fondo Iside e Nephtys. Sulle pareti della nicchia, a sinistra Osiride e a destra Min.
La nicchia con Min (a destra) e Osiride (a sinistra). Fonte: osorosnet.net
Nella sala longitudinale (all’altezza dei dipinti di cui al n.ro 17), si apre il pozzo[20] che adduce all’appartamento funerario sotterraneo e alla camera funeraria (D in planimetria) in cui è rappresentata la dea Nephtys inginocchiata tra due Anubi/sciacallo; sul soffitto a volta le dee dell’ovest e dell’est accanto a un pilastro djed personificato con scarabeo e il sole dell’orizzonte; la dea Nut alata, rappresentata come albero, porge libagioni a due immagini del defunto[21].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 312.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione dell’epoca.
[5]Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[6] L’indicazione “II” viene posta per differenziarlo da suo nonno, Neferhotep a sua volta e perciò indicato come “I”, titolare della vicina TT6.
[7] Iy era sorella della dama Isis, come risulta dalla tomba TT250 di Ramose, Scriba del luogo della Verità in cui le due sorelle sono rappresentate insieme. Nella TT10, inoltre, Nebnefer risulta essere presente al funerale di Kasa.
[8] Le squadre che operavano per la realizzazione delle tombe reali della Valle dei Re erano usualmente due che si specializzavano per lavorare sul un lato della tomba; la terminologia faceva riferimento a termini navali come “babordo” e “tribordo” per indicare, rispettivamente, il lato sinistro e destro della tomba. Neferhotep (II), suo padre e suo nonno prima di lui, erano perciò responsabili dei lavori sul lato destro della tomba. Lo stesso incarico ebbero, inoltre, altri discendenti durante gran parte della XIX dinastia.
[9] Si ipotizza, per la scomparsa repentina di Neferhotep (II), una causa non naturale e ciò anche in funzione di una citazione esistente nel papiro Salt 124 in cui si legge che “il nemico uccise Neferhotep”. Questo nemico potrebbe essere identificabile in Paneb dalla sinistra reputazione, noto per aver tentato di assumere anche illegalmente l’incarico di Capo squadra, riportata ampiamente in letteratura.
[10] Tosi 1997, p. 19 e sgg.; Porter e Moss 1927, p. 14.; Wild 1979.
[11] Nessun nome viene indicato nella tomba come figlio; solo Hesysunebef viene identificato e riporta la dicitura “il suo servo, nato nella sua casa” e sembra godere di una particolare protezione professionale. Questi, infatti, occuperà la posizione di Vice Capo squadra fino ad un anno compreso tra l’anno XIV e XXIV di regno di Ramses III, quando riassumerà la qualifica di operaio.
[13] La rampa venne utilizzata anche per le necessità delle vicine tombe TT8, dell’architetto Kha, TT6 del padre e del nonno di Neferhotep, e TT7 dello scriba Ramose.
[14] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.
[15] 8,50 m di larghezza x 5,25 di profondità x 3,20 di altezza.
[16] Sorella di Satet (o Satis), protettrice delle acque del Nilo, il cui nome significa “eiaculazione” con riferimento alla masturbazione di Atum da cui in principio scaturirono i primi dei e che era annualmente indicata come la potenza fertilizzante della piena nilota, e di Khnum, vasaio divino, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, a Elefantina.
[18] 2,30 m di larghezza x 8,70 di profondità x 3,05 di altezza.
[19] Ai piedi del pozzo funerario vennero rinvenuti circa 50 frammenti facenti capo a tre gruppi statuari: una statua di Neferhotep in ginocchio con una stele di culto al sole; Neferhotep e la moglie, in piedi, affiancati; Neferhotep seduto su una sedia, con piedi in forma di zampe di leone, con la moglie in piedi alla sua destra. Sulla base della poltrona su cui è seduto, in bassorilievo, un fanciullo, nudo, indicato come Hesysunebef “suo servo, nato nella sua casa”, che offre uva ad una scimmia rappresentata delle stesse dimensioni.