STELE CON SETHY I E UN VISIR ADORANTI AMENHOTEP I E AHMOSE NEFERTARI
Il Museo Egizio di Torino custodisce questa stele; per il Museo si tratta del reperto catalogato al numero 1466, mentre precedentemente portava il codice CGT 50090.
La stele fu probabilmente repertata dai collaboratori di Drovetti che la inglobò nella sua collezione. È datata alla XIX dinastia sotto il regno di Ramesse II. È stata prodotta in calcare e ha dimensioni: altezza 75,5 cm, larghezza 56 cm e spessore 14 cm.
La stele è caratterizzata da un’unica scena nella quale si vede a destra il re Sethy I e un visir in atto di adorazione di una coppia di sovrani predecessori della XVIII dinastia. Essi sono Amenhotep I e la madre, la regina Ahmose Nefertari, sposa di Ahmose I entrambi genitori appunto di Amenhotep I.
La stele è particolare perché il suo stato di conservazione la definisce positivamente ma si nota che alcune iscrizioni in alto sono mancanti. Si comprende allora che l’arrotondamento della centina avvenne in una fase seguente a quella realizzativa. Non si capisce il motivo di questa seconda lavorazione anche perché, appunto, l’arrotondamento ha eliminato delle iscrizioni importanti.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno ancora studiati. Per chi volesse intraprendere questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare:
Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume):
Periodo romano (60 – 70 d. C.), dal Medio Egitto, Meir Cartonnage, gesso, vernice, fibre vegetali Dimensioni: larghezza 63 cm, altezza 53 cm Metropolitan Museum of Art 19.2.6
Sembra che le maschere di gesso fossero particolarmente apprezzate nel Medio Egitto.
Si sviluppano ovviamente dalle tradizioni egizie, ma le apparenze potevano essere fortemente individualizzate e la moda romana di acconciature, abiti e gioielli veniva seguita a vari livelli.
Questa maschera è molto simile ad un gruppo di Meir e quasi certamente proviene da quel sito.
La donna è come se fosse distesa sulla sua bara.
Indossa una lunga parrucca in stile egizio fatta di fibre vegetali, una tunica rosso intenso con clavi ( strisce) nere e gioielli che includono una lunula ( pendente a nezzaluna{ e braccialetti di serpente.
Sul bordo inferiore della tunica ci sono due fori che servivano per attaccare la maschera alla mummia.
La parte posteriore della testa è quindi rappresenta appoggiata su un supporto decorato.
Sopra la sua testa c’è una ghirlanda dorata che circonda uno scarabeo che rappresenta il sole che appare all’alba, metafora della rinascita.
Gli interstizi e l’area circostante sono riempiti da un fondo a motivi complessi, con i lati riempiti da un registro di nodi tyet e pilastri djed, simboli di Iside e Osiride.
Intorno al bordo della maschera corre un registro principe incentrato sul dio Osiride, fonte del potere rigenerativo affiancato da Iside e Nefti.
Alla destra di Osiride e delle due dee ci sono Horus, Amon, Thoth e Ra.
A sinistra ci sono Anubi, Tefnut, Hathor e Seshat.
Questi dei servono come testimoni della ressurezione del defunto.
Khaemteri, fu figlio di Amennakht, titolare della TT218, e Iymway. Nebmaat (TT219) fu suo fratello. La moglie si chiamava Nefert(em)satet[6]; dai rilievi non è possibile appurare se la coppia avesse figli[7].
La tomba
La tomba TT220 fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT218 e TT219 rispettivamente del padre Amennakht e del fratello Nebmaat. Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso della TT218. Nella cappella superiore (1 nero in planimetria[8]) solo uno schizzo di Osiride seduto; sulla parete di fondo una stele (2), non più esistente, a destra della quale si trova uno schizzo del dio Ptah. La cappella è sovrastata dai resti di una piramide.
Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218 (numerazione in rosso), TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero). Nella rampa di scale che dà accesso alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5 rosso) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6 rosso) il defunto con un inno a Ra. Nella prima anticamera, (7 rosso) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete della adiacente parete (9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra; poco discosto, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva (8 rosso) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra. Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10 rosso), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.
Parete occidentale della TT220. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
A destra della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Khaemteri costituita da una sola sala rettangolare: (3 nero) resti di testi; poco oltre (4) Anubi/sciacallo sovrasta il defunto, rappresentato come Osiride, e Iside dinanzi ad una tavola di cibi e la personificazione di un pilastro djed che versa acqua da anfore. Su altra parete (5) una vacca sacra nei pressi di un laghetto con un falco; segue (6) Anubi/sciacallo sovrasta la mummia del defunto deposta su un catafalco con i vasi canopi e gli strumenti per la Cerimonia di apertura della bocca. Sulla parete più lunga (7), solo o resti della parte inferiore di scene di banchetto funebre[9].
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[6] Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.
Marmo bianco, altezza cm 23 Luxor – Epoca Romana / Regno di Alessandro Severo (222-235 d. C.) Museo Egizio del Cairo – CG 27480
I sovrani tolemaici si presentavano agli egizi in qualità di faraoni, per cui le loro raffigurazioni erano frequentemente realizzate secondo gli antichi canoni iconografici, i ritratti imperiali in atteggiamenti e costumi tradizionali invece sono piuttosto rari.
Gli imperatori romani promossero la divulgazione, in Egitto e negli altri Paesi sottomessi, di effigi in puro stile classico.
La ritrattistica ufficiale, che nasce dall’ esigenza di diffondere un”immagine ideale, si distingue per un accentuato verismo.
Questa testa è di marmo bianco, un materiale che gli egizi usavano raramente.
Tramite i confronti con le raffigurazioni sulle monete, il personaggio ritratto è stato identificato con Alessandro Severo.
Le piccole ciocche di capelli e la corta barba sono scolpite accuratamente, la bocca è atteggiata in un impercettibile sorriso.
Il collo in stucco è frutto di un maldestro tentativo di restauro.
Alessandro Severo regnò dal 222 al 235 d. C., venne ucciso sul fronte germanico durante una rivolta militare.
Fonte e fotografia
I Tesori dell” Antico Egitto nella Collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – foto di Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star
Legno di sicomoro, 110 x 40 x 42 cm Epoca romana, Regno dell’imperatore Adriano Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti C. 2230
È certamente commovente la sepoltura di questo bambino, morto all’età di soli quattro anni, nel 125 d. C.
Il sarcofago, contenente la mummia del piccolo Petamenofi, fu rinvenuto da Antonio Lebolo, collaboratore di Drovetti, all’interno di una tomba della necropoli tebana.
Il corpo imbalsamato del bambino è stato avvolto in un raffinato intreccio di bende disposte a losanga, secondo l’usanza di epoca greco-romana, e ornato con una ghirlanda di foglie dorate intorno alla testa, segno tangibile dell’affetto familiare.
Mummia del piccolo Petamenofi
La mummia è poi stata deposta all’interno di un sarcofago di legno chiaro, scarno e semplice.
La sua forma è tipica del periodo, com una copertura arcata caratterizzata da quattro piastrine angolari.
La decorazione esterna è costituita solamente da uacrizioni che documentano il clima colturale ibrido in cui visse Petamenofi : oltre la colonna di geroglifici disposta nel centro del coperchio, ancora legata alla tradizione egizia, vi è un’annotazione in greco, scritta su uno dei suoi lati brevi, che riporta la precisa età del bambino.
Il fondo interno della cassa mostra invece la raffigurazione della dea del cielo Nut, secondo canoni estranei all’iconografia egizia: la figura è in un’anomalia posizione frontale che stilisticamente, ricorda la produzione artistica dei primi secoli dopo Cristo.
L’arte egizia è stata contraddistinta da raffigurazioni bidimensionali in cui il volti delle figure sono ritratti di profilo, mentre il busto è visto frontalmente. L’ immagine della dea Nut si allontana drasticamente da questo modello di tradizione millenaria, sperimentando una composizione del tutto nuova a livello iconografico e stilistico che, proprio in quanto tale, non si può più definire “egizia”.
Le due piccole immagini poste ai lati di Nut rappresentano le dee Iside e Nefti, strettamente connesse con il destino post-mortem di ogni defunto e quindi effigiate molto spesso sulle pareti dei sarcofagi. A differenza di quanto visto per la figura di Nut, in questo caso lo schema compositivo risente ancora dei legami con l’iconografia egizia tradizionale. Iside e Nefti, sorelle del dio Osiride , sono disegnate in modo identico, senza elementi distintivi, con un braccio sollevato in segno di lutto. Le dee prendono parte al dolore per la scomparsa di Petamenofi, identificato con Osiride, che dopo la morte è divenuto dio dell’ oltretomba
Fonte: I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
Maschera di mummia in cartonnage, epoca Tolemaica Collezione privata
All’epoca della dominazione anche i culti funerari subirono delle trasformazioni, sopratutto quelli greci.
Infatti trovarono nella cultura egizia quella prospettiva di vita eterna e di resurrezione che non esisteva nella loro, e se ne appropiarono molto presto.
Il culto funerario continua a essere quello che la cultura egizia ha elaborato nei secoli, con gli stessi simboli legati alla rinascita, come lo scarabeo alato o il pilastro djed, molto frequenti nelle sepolture e nei sarcofagi, e gli stessi rituali.
Sarcofago del sacerdote Hornedjitef Da Assasif ( Tebe) Foto: British Museum, Londra
Le necropoli di epoca alessandrina hanno restituito bellissimi sarcofagi, in pietra o più frequentemente in legno dipinto, che sono la derivazione di quelli dell’ Epoca Tarda : sono antropomorfi e si caratterizzano per l’espressività del volto spesso dipinto in oro oppure ricoperto con lamina d’oro.
Viene elaborata una nuova tecnica per diminuire i costi di realizzazione e rendere accessibile a un numero maggiore di persone la sepoltura secondo il rito egizio.
Sarcofago ligneo, Epoca Tolemaica
Conosciuta come cartonnage, tale tecnica consisteva nel realizzare il sarcofago e le maschere funerarie, sovrapponendo più strati di strisce di papiro bagnate che poi venivano struccate e dipinte.
Per realizzare il cartonnage venivano spesso reimpiegati rotoli di papiro che contenevano testi scritti…
Anche la maschera funeraria evolve in direzione della ritrattistica, esprimendo una più marcata espressività attraverso i grandi occhi dipinti.
Maschera funeraria, Epoca Tolemaica Palazzi Vaticani, Museo Gregoriano Egizio, Roma
Non c’è realismo nei colori, poiché la scelta dell’oro per le maschere e i sarcofagi è dovuta a motivi simbolici, ed è legata ai concetti di rinascita e purezza, espressi da questo materiale.
Nei sarcofagi di epoca greco – romana prendono posto ben presto amuleti, per garantire un sonno sereno e protezione al defunto, a tale scopo diviene fondamentale la rete, già in uso nel Nuovo Regno, realizzata in perline e decorata con simboli della rinascita.
Fonte e fotografie
L’ Arte Egizia – Alice Cartoccio e Gloria Rosati – Edizioni Scala-Giunti.Pollone che mi ha aiutato nella ricerca delle fotografie
L’Egitto è nuovamente libero ed indipendente. Siamo nel 402 a.C. e con il faraone autoctono Amirteo, inizia (e finisce) la XXVIII dinastia egizia che pone fine alla prima dominazione persiana.
Amirteo (Amonirdisu), fondatore, ed unico rappresentante della dinastia assume la piena titolatura reale egizia. Non esistono testimonianze su alcun monumento ma la sua esistenza ci giunge dalla “Cronaca Demotica”, un testo profetico egizio. Il testo, manoscritto, è contenuto in un papiro in demotico rinvenuto dagli studiosi al seguito della campagna di Napoleone (oggi conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi), nel testo si afferma che fu realizzato durante il regno di Teos (XXX dinastia) anche se in realtà venne scritto più tardi, nel III secolo a.C. sotto Tolomeo III Evergete. L’opera vuol raccontare le cronache delle dinastie XXVIII, XXIX e XXX, praticamente il periodo d’indipendenza egiziana interposto alle due dominazioni persiane. Lo scopo dell’opera non è tanto quella di parlarci dei vari faraoni che si sono succeduti in quel periodo bensì sull’operato e sul rispetto delle leggi di questi, affermando che la durata del loro regno, più o meno lungo e prospero, è dovuta al loro comportamento, come espressione del volere degli dei. Nel testo si parla anche del malgoverno dei persiani profetizzando il ritorno ad un’epoca dove regnino la legalità e la libertà (in pratica l’avvento dei tolomei). Di grande utilità si sono rivelate le cronache per gli studiosi che, nonostante il carattere esoterico e criptico del testo, hanno permesso di integrare le epitomi di Manetone fornendoci notizie riguardanti l’ordine di successione dei faraoni del suddetto periodo.
Amirteo lo troviamo anche citato in diversi papiri in aramaico rinvenuti ad Elefantina. Manetone lo cita nella sua lista chiamandolo Amyrteos, secondo Sesto Africano o Amyrtaios secondo Eusebio di Cesarea. Compare inoltre su alcune opere di storici greci che lo chiamano Amonortais.
Forse era il nipote di quell’altro Amirteo, principe del Delta fautore, con Inaro della rivolta contro i persiani nel 450 a.C. durante il regno di Artaserse I; entrambi forse discendenti della XXVI dinastia egizia. Già a partire dal 410 a.C. condusse numerose azioni di guerriglia contro i Persiani sfruttando la protezione delle intricate paludi del Delta del Nilo.
Alla morte di Dario II, nel 404 a.C. sfruttando la debolezza persiana dovuta alla contesa tra i suoi due figli, Artaserse II e Ciro il Giovane, Amirteo si proclamò “Re dell’Alto e Basso Egitto” cingendo la doppia corona e cacciando le guarnigioni persiane anche dal Basso Egitto. Dopo di ciò, nel 402 a.C., estese il suo potere anche sull’Alto Egitto regnando sulle Due Terre riunificate.
Secondo Manetone il suo regno durò sei anni e questa pare una durata accettabile in quanto nei papiri aramaici di Elefantina compare una promessa di pagamento di un debito che porta la data del suo quinto anno di regno. Le lotte intestine però prevalsero sugli eventi e dopo pochi anni, nel 399 a.C. Amirteo fu vittima di una congiura ordita dal principe di Mendes, Nefaarud, che usurpò il trono imprigionando a Menfi, ed in seguito uccidendo Amirteo, e fondando la XXIX dinastia attribuendosi il nome di Nepherites. Per il resto la figura di Amirteo è avvolta nella più cupa oscurità ad eccezione di una lettera dove il suo nome compare accanto a quello del suo successore Nepherites.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Nebmaat, omonimo del nonno, fu figlio di Amennakht, titolare della TT218, e Iymway. Khaemteri (TT220) fu suo fratello. La moglie si chiamava Mertseger e dai rilievi è possibile appurare che avesse un figlio di nome Wepwautmosi e almeno una figlia, di cui non è però riportato il nome[6].
La tomba
La tomba TT219 fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT218 e TT220 rispettivamente del padre Amennakht e del fratello Khaemteri. Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso delle TT218[7].
Anubi presiede all’apertura della bocca. Foto: Marie Thérèse Hébert & Jean Robert Thibaul
Nella cappella superiore (1 blu in planimetria[8]) Anubi/sciacallo accovacciato dinanzi al simbolo Sekhem; ai lati della porta di accesso alla cappella superiore (2) sei Servi del Luogo della Verità recano farro nel corte funebre che prosegue sulla adiacente parete (3) in cui, su tre registri (danneggiati) sono riportati parenti (?) e processione verso la piramide tombale. Sull’altro lato della porta (4), i resti di tre divinità femminili; Nekhtamon (TT335), con suo figlio in offertorio a Nebra, fratello del defunto e a sua moglie.
Sulla parete adiacente (5) scene di psicostasia con Thot/babbuino e il defunto presentato da Anubi ad Amenhotep I in palanchino; aiutanti dinanzi alla coppia e il defunto con la moglie offrono libagioni agli dei su un braciere. Sulla parete di fondo (6), a sinistra, il defunto e la famiglia; a destra, su tre registri, scene di offertorio.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218 (numerazione in rosso), TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero). Nella rampa di scale che dà accesso alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5 rosso) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6 rosso) il defunto con un inno a Ra. Nella prima anticamera, (7 rosso) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete della adiacente parete (9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra.
Poco discosto, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva (8 rosso) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra. Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10 rosso), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Al centro della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Amennakht cui si accede tramite una scala: (7 blu) su due registri, Anubi/sciacallo e un figlio, come prete, che offre libagioni al padre e alla madre. Sulla parete adiacente (8 blu) Iside alata, il defunto, assistito dalla moglie che suona un flauto, offre mazzi di fiori e incenso a Osiride, Amenhotep I, Hathor (?), Ahmose Nefertari; il defunto seguito da una figlia (nome non indicato) e la moglie giocano a dama in presenza di tre dee, con un uccello ba, e di babbuini in adorazione.
Iside alata, contrapposta a Nephtys. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Su altra parete (9 blu) Wepwautmosi, figlio del defunto, con la foglie offre libagioni ai genitori. Sulla parete più corta (10 blu), Nephtys alata, Anubi con gli strumenti per la Cerimonia di apertura della bocca che accudisce alla mummia su un catafalco.
La parete corta della camera funeraria con Nephtys alata e il rito dell’apertura della bocca. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Poco oltre (11), su due registri sovrapposti, il defunto che offre fiori a Satet e a Neith, mentre il figlio Wepwautmosi e sua moglie offrono fiori a Ra e Sekhmet, preti in offertorio a Ptah e Maat e il defunto presentato da Anubi a Osiride e alla dea dell’Occidente (Mertseger).
Scene della processione funeraria con il trasporto della mummia verso la piramide tombale; una breve scala adduce ad una seconda camera funeraria priva di decorazioni[9].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[7] Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.
[8] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.
Nebmaat, se-menw (?) di Amon fu suo padre, Hetepti sua madre. Iymway fu sua moglie, Nebmaat (TT219) e Khaemteri (TT220) furono suoi figli[6].
La tomba
La tomba TT218, che ospitava anche la moglie Iymway, fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT219 e TT220 dei figli del titolare, Amennakht.
Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso delle TT218[7]. Nella cappella superiore (1 rosso in planimetria[8]) un uomo in offertorio al defunto e alla moglie che, in una scena successiva, offrono libagioni a Ptah e a due divinità femminili; scene di processione funeraria e preti dinanzi alla mummia nei pressi della piramide tombale in presenza di prefiche sacerdotesse e altri Servi del Luogo della Verità.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Sulla parete opposta (2 rosso) una donna (una figlia?) in offertorio dinanzi al defunto e alla moglie; in tre scene, tre dee con due uccelli ba volanti; scene di psicostasia e Anubi che presenta il defunto a Osiride e ad altre divinità. Sulla parete di fondo (3 rosso) una stele, danneggiata a destra, con Ptah mummiforme (a sinistra), una donna con un flauto doppio e Sennedjem (TT1), Servo del Luogo della Verità.
Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (prosegue la numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218, TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero).
Nella rampa di scale che dà access alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6) il defunto con un inno a Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Nella prima anticamera, (7) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete adiacente [(9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri] e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra; poco discosta, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva [(8) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside]; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.
A sinistra della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Amennakht: (11 rosso) il defunto e la moglie con una figlia in atto di adorazione; il falco dell’occidente (12) con testi; Anubi (13) accudisce la mummia su un letto, tra le dee Iside e Nephtys rappresentate come falchi; sulla parete opposta (14) i Campi di Aaru. Sulla parete di fondo (15), gli dei riuniti a conclave con quattro testi.
Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society
Dalla TT218 proviene la parte inferiore di uno stipite con il defunto seduto, seguito dal figlio Neb[mehyt] (forse da identificarsi con Nebmaat TT219) oggi al Museo Etnologico di Lisbona[9].
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[7]Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.
[8]La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.