C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE ARTASERSE II MNEMONE

Di Piero Cargnino

Figlio di Dario II e della moglie Parisatide,  Arsace, divenuto poi Artaserse II fu re di Persia e re d’Egitto, ma solo dell’Alto Egitto.

Come abbiamo accennato in precedenza, la madre propendeva però per l’altro figlio, Ciro, al quale Dario II aveva assegnato la satrapia di Caria e Lidia che Artaserse II confermò su richiesta della madre. Ciro però non accettò la situazione ed armò un esercito di diecimila mercenari e mosse guerra al fratello. Lo scontro avvenne a Cunassa e Artaserse ne uscì vittorioso mentre il fratello Ciro morì nello scontro. Artaserse II nominò satrapo di Caria e Lidia, al posto del fratello, Tissaferne che partecipò attivamente alle guerre contro i greci. Le guerre contro i greci continuarono, non solo ma Artaserse dovette pure impegnarsi in altre guerre, prima contro Evagora I di Cipro poi contro i Carduchi, presso il Mar Caspio, dove il suo grande esercito riuscì con grande difficoltà a salvarsi dalla disfatta totale e Artaserse II fu costretto ad una pace senza ottenere alcun vantaggio. Non pago di guerre tentò più volte la riconquista dell’intero Egitto ma senza successo.

Ora, poiché il mio scopo è quello di raccontare la storia egizia, non vorrei perdermi ulteriormente nel raccontare quella persiana se non per quanto riguarda quel che resta della grandezza egizia. Purtroppo l’influenza achemenide sulla sorte dell’Egitto in questi periodi è solo quella di considerare quello che fu di questa grande civiltà una semplice satrapia periferica. Arrivo quindi alla fine del regno di Artaserse II quando cioè, sentendo avvicinarsi la sua fine, nell’intento di impedire ulteriori lotte fratricide, si affidò alle antiche regole e pose sul trono Dario, il maggiore dei suoi tre figli legittimi (alcune fonti riportano che ebbe 350 mogli che gli dettero 115 figli), conferendogli tutti i suoi titoli.

Dario si scontrò poi col padre a causa di Aspasia di Focea, un’etera che fu favorita di Ciro il Giovane ed alla sua morte di Artaserse II che gli riservò molti onori. Dario la nominò sacerdotessa di Anahita ed ordì un complotto per assassinare il padre. I congiurati furono traditi, e Dario venne condannato a morte con molti dei suoi complici. Gli altri due figli legittimi, Oco e Ariaspe, aspiravano entrambi a succedere al padre, Oco pensava di succedere al padre per diritto, Ariaspe aspirava pure lui in quanto più amato dai persiani per il suo carattere docile e amabile, ma Artaserse II avrebbe preferito Arsame,  figlio di una delle sue concubine. Oco congiurò per portare Ariaspe alla disperazione e al suicidio e per assassinare Arsame. Di fronte a questi fatti di sangue nella sua famiglia, Artaserse II non resse al dolore e morì.

Ora ci inoltriamo in un vespaio in quanto Artaserse II aveva ereditato dal padre Dario II il titolo di “Gran Re di Persia” che mantenne fino alla morte avvenuta nel 358 a.C.. Al trono gli successe Oco che mutò il suo nome in Artaserse III. Aveva inoltre ereditato il titolo di “Re dell’Alto e Basso Egitto”  anche se il suo effettivo potere si limitava al solo Alto Egitto.

Nel 402 a.C.  gli venne strappato da Amirteo di Sais che già due anni prima aveva scacciato le guarnigioni persiane dal Basso Egitto ed assunto la piena titolatura reale egizia, Amirteo estese così il suo potere sull’intero Egitto ponendo fine alla prima dominazione persiana.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Artaserse in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Necropoli tebane

TT216 – TOMBA DI NEFERHOTEP

Neferhopet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT216[1] [2]

 

Epoca:                                  XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NeferhotepCapo operaio nel Luogo della verità[5]Deir el-MedinaXIX Dinastia (Ramses II)nella fila superiore delle tombe; a nord della TT6 e a sud della TT7

Biografia

La tomba TT216 appartiene a Neferhotep (II[6]), figlio di Nebnefer e nipote di Neferhotep (I), entrambi a loro volta artigiani reali facenti capo alla vicina TT6.

Iyemwaw, abbreviato in Iy[7] fu la madre di Neferhotep (II), mentre Pached, Portatore di stendardo, Henutmehyt e Iyemwaw (stesso nome della madre) furono rispettivamente due fratelli e una sorella.

Statua del fratello Pached dalla TT216. Fonte: osirisnet.net

Nebnefer, padre, svolse il suo incarico di operaio dall’anno quinto all’anno trentesimo/quarantesimo di Ramses II, mentre erano Visir dell’Egitto Paser TT106 e, successivamente, Khay TT173. Il suo incarico venne poi assunto nell’anno quarantesimo di Ramses II dal figlio Neferhotep (II), che assunse anch’egli la carica di “Capo della squadra di tribordo”[8] anche per i lavori delle tombe di Pached, Kaha e Ankherkhauy. Neferhotep è attestato, quale Capo squadra fino all’anno V del regno di Sethy II quando scompare dalla documentazione[9]  [10].

Webekht fu il nome della moglie di Neferhotep (II), forse figlia del “Capo della squadra di babordo” Baki; Hesysunebef fu forse suo figlio[11] [12].

La tomba

L’ingresso della TT216

TT216 è annoverata tra le più grandi della necropoli di Deir el-Medina; questo, unito alla preminente posizione che sovrasta la valle, alla presenza di due cortili e di una lunga rampa di accesso, testimonia del potere del suo titolare.

Una lunga rampa di scale (lunga oltre 13 m, al cui centro si trova un piano inclinato per un più agevole trasporto del sarcofago[13]) conduce ad un cortile trapezoidale in cui (1 in planimetria[14]) una grande anfora, intestata a Thutmosi III venne riusata come contenitore per acqua. Dal cortile si accede attraverso un breve corridoio, in cui (2) frammenti di architrave, utilizzati come soglia, recano scene del dio falco dell’Occidente adorato da Iside, Nephtys e da alcuni babbuini, a una corte più esterna da cui, a sua volta, si accede ad una corte maggiore sul cui fondo si trova la facciata preceduta da due colonne.

Ai lati dell’ingresso le basi di due statue (4-5) di Qeh (o Kaha), titolare della TT360; nel corridoio che dal cortile adduce ad una sala con due pilastri (5), il defunto. Una sala rettangolare, con soffitto sorretto da due pilastri[15] presenta: resti di scene parietali, su tre registri (6-7-8), del tempio di Anuqet[16], con gazzelle sull’isola di Elefantina, gigli di fiume e Ramses II con portatori di flabello e il defunto dinanzi alla barca di Amon-Ra. Personaggi inginocchiati dinanzi alla Triade Tebana[17] e tre uomini dinanzi a Osiride e Hathor; la processione di Hathor con flabelliferi, il trasporto di statue reali con prigionieri rappresentati sulla base e il traino della barca di Hathor. Su altre pareti, su tre registri (9), alcune fanciulle in offertorio al defunto e alla moglie durante un banchetto; su due registri (10) prosegue la scena di banchetto (9), due preti che recano la testa della dea Anuqet in presenza dei suoi fratelli, la dea Satet e il dio Khnum. Poco oltre (11), il defunto dinanzi a Ra-Horakhti e a una dea nonché (12) una donna inginocchiata e (13) un uomo (?) dinanzi a Ramses II seduto sotto in chiosco mentre il defunto e la moglie adorano Ra-Horakhti e una dea alata. Ai lati dell’ingresso verso una cappella ancora più interna, le statue (15-16) del fratello Peshedu.

Nut sul soffitto della TT216. Fonte: osorosnet.net

Un breve corridoio, sulle cui pareti (16) sono riportati frammenti di testo e il defunto e la moglie seduti, nonché scene del pellegrinaggio ad Abydos, dà accesso ad una sala longitudinale[18] sulle cui pareti (17) il defunto, seguito dal padre, dal nonno Kenhirkhopshef, Scriba reale nel Luogo della Verità, da un altro uomo che reca un modello di barca e da un altro ancora che reca uno stendardo, dinanzi a Osiride e Anubi; in altro registro, scene di offertorio (?) al defunto e alla moglie. Sulla parete opposta (18) il defunto e la moglie offrono libagioni, su un braciere, alla dea Hathor rappresentata come vacca che protegge Amenhotep I; Osiride, Hathor e Sokar sotto un padiglione con cinque dee e mazzi di fiori; in altri registri, scene del corteo funerario con liste di offerte e offertorio a Osiride con preti, prefiche, uomini e buoi che trainano il sarcofago e alcune statue del defunto e altri uomini che trasportano suppellettili funerarie.

Osiride raffigurato nella TT216. Fonte: osorosnet.net

Ai lati della nicchia di fondo (19) il defunto seduto con un fanciullo di nome Hesysunebef (forse suo figlio identificato con l’epiteto: “il suo servo, nato nella sua casa”) e la moglie in piedi; sui lati del sedile i due danno grappoli di uva a scimmie; sull’altro lato (20) doppia statua del defunto e della moglie[19].

Il corteo funerario. Fonte: osorosnet.net

Nella nicchia di fondo (21), nelle pareti dell’accesso, a sinistra Hathor e Harsiesi seduti, a destra Anubi e Hathor ugualmente seduti; sulla parete di fondo Iside e Nephtys. Sulle pareti della nicchia, a sinistra Osiride e a destra Min.

La nicchia con Min (a destra) e Osiride (a sinistra). Fonte: osorosnet.net

Nella sala longitudinale (all’altezza dei dipinti di cui al n.ro 17), si apre il pozzo[20] che adduce all’appartamento funerario sotterraneo e alla camera funeraria (D in planimetria) in cui è rappresentata la dea Nephtys inginocchiata tra due Anubi/sciacallo; sul soffitto a volta le dee dell’ovest e dell’est accanto a un pilastro djed personificato con scarabeo e il sole dell’orizzonte; la dea Nut alata, rappresentata come albero, porge libagioni a due immagini del defunto[21].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 312.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione dell’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      L’indicazione “II” viene posta per differenziarlo da suo nonno, Neferhotep a sua volta e perciò indicato come “I”, titolare della vicina TT6.

[7]      Iy era sorella della dama Isis, come risulta dalla tomba TT250 di Ramose, Scriba del luogo della Verità in cui le due sorelle sono rappresentate insieme. Nella TT10, inoltre, Nebnefer risulta essere presente al funerale di Kasa.

[8]      Le squadre che operavano per la realizzazione delle tombe reali della Valle dei Re erano usualmente due che si specializzavano per lavorare sul un lato della tomba; la terminologia faceva riferimento a termini navali come “babordo” e “tribordo” per indicare, rispettivamente, il lato sinistro e destro della tomba. Neferhotep (II), suo padre e suo nonno prima di lui, erano perciò responsabili dei lavori sul lato destro della tomba. Lo stesso incarico ebbero, inoltre, altri discendenti durante gran parte della XIX dinastia.

[9]      Si ipotizza, per la scomparsa repentina di Neferhotep (II), una causa non naturale e ciò anche in funzione di una citazione esistente nel papiro Salt 124 in cui si legge che “il nemico uccise Neferhotep”. Questo nemico potrebbe essere identificabile in Paneb dalla sinistra reputazione, noto per aver tentato di assumere anche illegalmente l’incarico di Capo squadra, riportata ampiamente in letteratura.

[10]     Tosi 1997, p. 19 e sgg.; Porter e Moss 1927,  p. 14.; Wild 1979.

[11]     Nessun nome viene indicato nella tomba come figlio; solo Hesysunebef viene identificato e riporta la dicitura “il suo servo, nato nella sua casa” e sembra godere di una particolare protezione professionale. Questi, infatti, occuperà la posizione di Vice Capo squadra fino ad un anno compreso tra l’anno XIV e XXIV di regno di Ramses III, quando riassumerà la qualifica di operaio.

[12]     Porter e Moss 1927,  p. 312.

[13]     La rampa venne utilizzata anche per le necessità delle vicine tombe TT8, dell’architetto Kha, TT6 del padre e del nonno di Neferhotep, e TT7 dello scriba Ramose.

[14]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.

[15]     8,50 m di larghezza x 5,25 di profondità x 3,20 di altezza.

[16]     Sorella di Satet (o Satis), protettrice delle acque del Nilo, il cui nome significa “eiaculazione” con riferimento alla masturbazione di Atum da cui in principio scaturirono i primi dei e che era annualmente indicata come la potenza fertilizzante della piena nilota, e di Khnum, vasaio divino, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, a Elefantina.

[17]     Amon, Mut e Khonsu.

[18]     2,30 m di larghezza x 8,70 di profondità x 3,05 di altezza.

[19]     Ai piedi del pozzo funerario vennero rinvenuti circa 50 frammenti facenti capo a tre gruppi statuari: una statua di Neferhotep in ginocchio con una stele di culto al sole; Neferhotep e la moglie, in piedi, affiancati; Neferhotep seduto su una sedia, con piedi in forma di zampe di leone, con la moglie in piedi alla sua destra. Sulla base della poltrona su cui è seduto, in bassorilievo, un fanciullo, nudo, indicato come Hesysunebef “suo servo, nato nella sua casa”, che offre uva ad una scimmia rappresentata delle stesse dimensioni.

[20]     1,70 m x 0,82 x 3,80 di profondità.

[21]     Porter e Moss 1927,  pp. 312-315.

Necropoli tebane

TT215 – TOMBA DI AMENEMOPET

Amenenemopet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT215[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AmenemopetScriba reale nel Luogo della Verità[5]Deir el-MedinaXIX Dinastianon lontano dal tempio, a poca distanza dalla collina; a est della TT5

 

Biografia

I nomi dei genitori, Minmose ed Esi, sono ricavabili dalla TT335 di Nakhtamon[6], Servo del luogo della Verità, Incisore di Amon, e Prete wab[7] di Amenhotep I. Hathor, detta Hunuro, fu sua moglie; su una parete è rappresentato un figlio, ma non ne è indicato il nome[8].

La tomba

TT215 è di fatto la cappella, mentre la vera camera funeraria si trova nella TT265, sempre ad Amenemopet intestata. Nella cappella, costituita da una semplice camera rettangolare da cui si accede ad una piccola camera più interna, poche sono le scene parietali sopravvissute: un figlio presenta liste di offerte [al defunto e a sua moglie] (?); poco oltre, su tre registri sovrapposti, scene del corte funerario con statue di anubi/sciacallo trasportate verso il tempio tra due sicomori, altre scene del corteo con Anubi sotto un padiglione con tre dee femminili mentre la moglie (?) canta dinanzi al defunto seduto sotto una palma.

Parete est della cappella funebre. Da un’edicola tra due alberi parte un corteo funebre. Foto: Museo Egizio di Torino

Sul soffitto a volta, i Campi di Aaru con Harsheri, Scriba reale del Signore delle Due Terre,e la moglie intenti nella mietitura; frammenti di altre scene con palme e del Libro delle Porte; frammenti del defunto e della moglie che adorano un demone guardiano armato di coltello e resti di pesci e tartarughe in un laghetto.

Parete est della cappella funebre. Il corteo funebre. Foto: Museo Egizio di Torino

Nella camera più interna, il defunto e la moglie adorano Ra-Horakhti e Amon-Ra e tracce di testo con il defunto, la moglie e alcuni bambini[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 311.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      In TT335 un dipinto parietale rappresenta Amenemopet che offre fiori ai suoi genitori, Minmose ed Esi, ma non è specificato quale legame di parentela esista tra Nakhtamon e Amenemopet

[7]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 311.         

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 312.

LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LE CONCHIGLIE NEL PERIODO PREDINASTICO

Elementi decorativi e potenti amuleti

Fin dall’epoca predinastica gli antichi Egizi amavano adornarsi con i gioielli, che, naturalmente, erano di materiale più o meno pregiato in relazione alle capacità economiche ed allo status sociale di chi li indossava; anche gli uomini ed i bambini portavano collane, bracciali, anelli, orecchini e pettorali, che dopo la morte del proprietario venivano lasciati indosso alla mummia o posti tra le bende, oppure deposti nella tomba come parte del corredo funerario.

L’artigiano realizzava i gioielli con metalli preziosi, pietre dure e materiali organici come l’avorio, il corallo e la madreperla che veniva importata dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, ma i primi ornamenti utilizzati dagli Egizi furono le conchiglie, che senza alcuna lavorazione preventiva venivano forate per poterle infilare in corde e renderle così indossabili; esse erano anche combinate con pietre di vari colori, assumendo un valore estetico e di identificazione sociale ma soprattutto protettivo, in quanto si pensava che fossero potenti amuleti capaci di difendere da calamità, malattie, animali feroci e sterilità.

Sono state trovate collane di conchiglie anche nelle sepolture più modeste di siti predinastici come Hierakonpolis, dove gli unici altri beni posti accanto al defunto erano vasi di terracotta.

COLLANA DI PERLINE

Circa. 4000 – 3000 a. C.
Museo egizio di Barcellona
FOTO di Akhenatenator – di dominio pubblico – da Flickr

COLLANA DI PERLINE


Predinastico, Naqada III (ca. 3300–3100 a.C)
Centoquattro perle di vari materiali e forme: conchiglia, maiolica, corniola, lapislazzuli, pietra calcarea smaltata. L’incordatura è moderna.
Proveniente da Abu Zaidan, Egitto
Perla più grande: (1,6 x 0,9 cm)
NUMERO DI ADESIONE 09.889.304
LINEA DI CREDITO Fondo Charles Edwin Wilbour
acquistato ad Abu Zaidan, Egitto da Henri de Morgan di Francescas il quale lo vendette poi al Brooklyn Museum.
Fotografia del Museo di Brooklyn, 21/9/2007
https://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/3273

BRACCIALETTO DI PERLINE


Predinastico, Badariano (ca. 4400–3800 a.C)
Proveniente dall’Alto Egitto settentrionale, Matmar, Tomba 6001, scavi BSAE/Brunton, 1931
materiali: osso, serpentinite, conchiglia
Dimensioni: L. 15 cm.
Linea di credito: Fondo Rogers, 1932
Numero di adesione: 32.2.42
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/557613

COLLANA DI PERLINE


Possibile provenienza: Abu Zaidan, Egitto
Predinastico – Naqada III – CA. 3300 – 3100 a. C. .
DIM. più grande: 2,9 cm. – media 0,7 cm.
LINEA DI CREDITO Fondo Charles Edwin Wilbour
Centosessantadue perle di vari materiali e forme: conchiglie tagliate in perline di diverse dimensioni, piccolissimi cilindri di maiolica rossa e di maiolica verde, conchiglie troncate, conchiglie fusiformi forate come pendenti e quattro conchiglie piuttosto grandi di tipo ciprea con il dorso tagliato. Incordatura moderna.
Fotografia del Museo di Brooklyn, 21/9/2007
https://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/3273 

Senza categoria

RILIEVO DI FAMIGLIA

Marmo bianco, Altezza cm 85, Lunghezza cm 111
Provenienza sconosciuta – Età Romana ( 150 d. C.)
Museo Egizio del Cairo –
CG 27568

Il rilievo rappresenta un gruppo di persone composto da tre uomini e due donne.

Al centro è raffigurato un personaggio principale : un uomo con la barba, scolpito su un piano leggermente più avanzato rispetto agli altri.

È evidente l’intento dell’artista di dare maggiore risalto a questa figura.

L’uomo è leggermente rivolto verso sinistra e indossa una tunica e una toga.

Nella mano destra regge un rotolo, mentre con la mano sinistra trattiene la falda della toga che scende dalla spalla.

Alla sua destra è raffigurato un giovane con capelli corti e ricci e la testa cinta da una fascia (taenia).

L’abbigliamento è identico a quello dell’uomo precedentemente descritto ; nella mano destra stringe un lembo di stoffa, mentre con la sinistra regge la toga.

Alla destra del personaggio principale è rappresentato un altro giovane che, come lui, tiene un rotolo nella mano sinistra.

La posizione e l’abito sono differenti delle altre due figure maschili, suggeriscono l’attenzione dell’artista nell’evidenziare le differenze fra i personaggi.

Alle estremità del gruppo, sono raffigurate due donne, abbigliate in modo analogo.

La più anziana, sul lato destro, ha il capo coperto da un lembo del mantello (palla) e tiene la mano destra sollevata a sorreggere il mento.

L’altra donna, a sinistra, ha la tipica acconciatura delle matrone; il braccio sinistro è disteso lungo il fianco, mentre quello destro è piegato sul petto a reggere un lembo del mantello.

La rappresentazione iconografica evidenzia l’esistenza di un preciso ordine gerarchico, all’interno del quale il personaggio centrale occupa la posizione più elevata.

Il gruppo è stato in passato interpretato come il ritratto di una famiglia imperiale.

Per l’ uomo anziano è stata proposta l’ identificazione con L’imperatore Antonino, mentre nelle altre due figure maschili si è voluto riconoscere Marco Aurelio, a destra, e Lucio Vero, a sinistra.

Le due donne sono state invece identificate come Faustina Maggiore e Faustina Minore.

In particolare, il fatto che la donna più anziana abbia il capo velato ha suggerito l’ ipotesi che la donna all’ epoca della realizzazione dell’ opera fosse già deceduta e divinizzata.

Infatti questa iconografia è ripetuta sulle monete in cui ella appare come ” Diva Faustina” dopo l’ avvenuta divinizzazione.

Il rilievo dovrebbe essere stato scolpito dopo il 14 d.C., anno della morte della donna

L’ opera potrebbe anche essere datata al momento del matrimonio di Marco Aurelio con Faustina Minore, avvenuto nel 14 d.C., o essere di poco posteriore.

Il rilievo aveva probabilmente una funzione celebrativa della famiglia imperiale e la composizione doveva riflettere gli schemi gerarchici interni a questo nucleo sociale.

Fonte e fotografia

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Anna Leone – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Senza categoria

MASCHERA FUNERARIA

Cartonnage dorato e dipinto, altezza cm 42, larghezza cm 26, lunghezza cm 40
Provenienza sconosciuta – Epoca Romana ( I secolo d. C.)
TR 18/8/19/1

La ricca decorazione di questa maschera funeraria, dal lieve sorriso “arcaico”, riprende i temi tradizionali dell’iconografia funeraria egizia.

Il volto e la mano sono d’oro, come la carne degli dei, e il disco solare alato, che campeggia al centro della testa fiancheggiato da due cobra, ha la funzione di proteggere il defunto.

I due lati del cartonnage

Sulle bande della parrucca, bordate da urei, compaiono le due figure speculiari di Anubi che tiene tra le zampe le zampe uno scettro a garanzia di rinascita nell’aldilà.

Lo stile e la fattura presentano molte analogie con le maschere tipiche della zona di Meir, nel Medio Egitto.

La parte superiore del cartonnage
Il retro del cartonnage

Fonte e fotografie

I Tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – fotografia Araldo De Luca – Maria Sole Croce – National Geographic – Edizioni White Star

Foto: Abdelrahman, Abdelrahman Ali, and Ahmed Derbala. “An unpublished funerary mask in the egyptian museum (TR. 18.8. 19.4).” CADMO: revista de história antiga 31 (2022): 103-118.

Senza categoria

COLLANA

Oro, pietre rosse, lunghezza cm 42 – Periodo Greco-Romano
Dono del re Fauad I (1936)
Museo Egizio del Cairo – JE 67881

Le collane, presenti in Egitto fin dalle epoche più antiche, avevano spesso forme simboliche; la scelta stessa delle pietre corrispondeva a norme precise, legate al valore scaramantico dei monili.

Nel periodo Greco – Romano, a una produzione che riprende moduli del periodo faraonico se ne affianca un’altra in cui prevale l’elemento puramente decorativo, come testimonia questo raffinato gioiello.

Caratterizzato dal contrasto fra la lucentezza dell’oro e il colore vivo delle pietre rosse, il monile reca, in posizione centrale un semplice motivo a treccia ed è arricchito dalla presenza di otto ciondoli ripartiti.

Fonte e fotografie

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Camand – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Senza categoria

FIASCA CON DECORAZIONE

Terracotta, Altezza cm 30,5
Provenienza sconosciuta – Età romana
Museo Egizio del Cairo – JE 54502

La produzione di oggetti di terracotta, particolarmente fiorente in epoca faraonica, prospera anche durante l’ Età Romana.

Sono noti numerosi esemplari di statuine e di vasi solitamente connessi a questo periodo.

Nella produzione vascolare di Epoca Romana il repertorio figurativo si arricchisce di nuovi modelli iconografico e la sempre più vasta produzione fa sì che i manufatti vengano esportati in tutte le provincie dell’impero.

Nella tradizione di età Tardo-antica (IV secolo d. C.) sono note molte fiaschetta con decorazione realizzata a stampo.

È di questo periodo la fiasca della fotografia.

Su un lato la figurazione si sviluppa su due piani sovrapposti, racchiusi da una serie di quattro cornici a rilievo.

Le proporzioni dello schema compositivo sono determinate dalla superficie disponibile, come appare evidente nella parte superiore, in cui i due archi laterali sono di grandezza decisamente ridotta rispetto a quello centrale.

Nel registro inferiore si nota un tentativo di creare una prospettiva, resa dalle maggiori dimensioni delle due colonne dell’arco centrale.

Come nel registro superiore la soluzione è dettata dalla necessità di inserire in un’ area semicircolare lo schema compositivo.

Gli archi e i fusti delle colonne sono decorati da una serie di sottili linee parallele che si susseguono sulla superficie.

All’interno degli elementi architettonici sono inserite figure danzanti; nella parte superiore, lo spazio ridotto ha compromesso la realizzazione dei due personaggi laterali.

Nella parte inferiore, dove è in evidenza la figura centrale, la più ampia superficie ha consentito la maggiore cura dei dettagli.

Il tipo di vaso è la decorazione data o il reperto al IV se3 d. C.

Fonte e fotografia

Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo

Foto Araldo De Luca – Edizioni WHITE STAR

Senza categoria

RILIEVO DI ISIDE ED ARPOCRATE

Calcare, altezza cm 75, larghezza cm 56
Bant Harith (Tbeadelfia) – Età Romana
Museo Egizio del Cairo – JE 47108

Il rilievo raffigura Iside e Arpocrate inquadrati fra due piccole colonne.

La presenza di questi elementi architettonici solitamente fornisce alla composizione l’aspetto di un naiskos, cioè un piccolo tempio.

In questo caso, per le sue dimensioni decisamente sproporzionate rispetto allo spazio disponibile, la figura femminile sembra quasi fuoriuscire dalla cornice.

Il corpo della dea, piuttosto massiccio, non pare armonizzare con le proporzioni del braccio.

Il chitone è realizzato semplicemente con una serie di tratti che si incrociano al centro del busto.

Sul collo altre due linee a rilievo suggeriscono la presenza di una collana.

La figurazione dell’acconciatura appare scandita dalla rigida successione di volumi geometrici.

Dalla scriminatura centrale si dipartono due serie di incisioni parallele con andamento leggermente ricurvo; a queste in corrispondenza delle tempie, si sovrappongono due fasce di incisioni curvilinee ripiegate verso l’alto.

Su entrambe le spalle scendono tre ciocche di capelli che incorniciando il volto e la scollatura.

L’identificazione con Iside è avvallata dalla presenza dagli attributi tipici della dea: sul capo il disco lunare iscritto dalle corna di vacca, nella mano destra le spighe di grano.

Arpocrate fa capolino dietro la spalla destra, il volto è caratterizzato da un sorriso impertinente, che richiama l’influenza ellenistica della tipologia di Eros, cui la divinità venne assimilata

Sul capo poggia la corona del Basso e Alto Egitto.

Iside pur essendo una divinità egizia, venne accolta nel pantheon romano, in ogni parte dell’impero sorsero templi a lei dedicati: era il nume tutelare della fertilità, della prosperità.

Per questo motivo era spesso assimilata da Artemide, come attestano le spighe di grano strette in mano.

Il risultato complessivo di quest’opera è modesto, quindi è possibile che si tratti di un lavoro il cui schema compositivi, legato alla tradizione scultore a romana, fosse stato realizzato da un artigiano locale.

Fonte e fotografia

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – fotografia Araldo De Luca – Edizioni White Star

Kemet Djedu

NEBRA, UNA RONDINE E UNA GATTA

La cosiddetta Stele di Nebra è particolarmente originale dal momento che vi sono raffigurati una rondine ed una gatta. Si tratta evidentemente di due ipostasi divine.

La stele è al Museo Egizio di Torino e ne diamo qui il commento filologico con l’aggiunta dei codici IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha (ancora!) studiati.