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STATUINA DI ISIDE-AFRODITE

Terracotta dipinta – Altezza 41 cm
Museo Egizio di Torino
Collezione Drovetti – C. 7215

Dall’Egitto di epoca romana è giunto sino a noi un discreto numero di statuine simili a questa, raffiguranti donne nude con alcuni simboli ricorrenti, quali un kalathos con ghirlanda di fiori sul capo, una doppia fascia colorata che si incrocia sul petto tra i seno, gioielli e nastri policromi.

Le figure, caratterizzate da un corpo morbido e carnoso dipinto a vivaci colori, hanno una forte connotazione erotica determinata dal fatto che esse rappresentano la dea dell’amore Afrodite, qui assimilata a Iside.

Entrambe le divinità erano anche ritenute protrettrici delle donne e ciò spiega la destinazione d’uso di queste piccole immagini che entravano a far parte della dote delle novelle spose con una chiara funzione beneaugurale.

A livello iconografico è difficile scorgere nelle statuine di Iside-Afrodite elementi tipicamente egizi dal momento che esse risultano fortemente influenzate dallo stile ellenistico di epoca romana.

Guardando questa statuina appare evidente che l’arte egizia è ormai molto lontana

Non si può nemmeno parlare di stile ibrido egizio – ellenistico perché qui c è un predominio assoluto della componente classica.

Con la conquista romana dell’ Egitto tutta la cultura locale di antica matrice faraonica subì un’ulteriore trasformazione, preludio della sua definitiva scomparsa.

Fonte e fotografia

I Grandi Musei : Torino Museo Egizio – Silvia Einaudi – Edizioni Electa

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE ARTASERSE I LONGIMANO (ARTAKHSASSA)

E LA RIVOLTA EGIZIA DI INAROS E AMIRTEO

Di Piero Cargnino

Artaserse I, figlio di Serse I, successe al padre, assassinato con il fratello maggiore Dario dal funzionario Artabano nel suo tentativo di usurpare il trono.

A tutti gli effetti fu anche il sesto faraone achemenide della XXVII dinastia egizia con il nome persiano di Artakhsassa (anche se parlare di titolo di faraone in questi periodi oscuri per l’Egitto non ha alcun senso). Per un amante della storia egizia è triste prendere atto che gli egizi non erano più in grado di esprimere il loro valore storico, culturale ed artistico, oltre che militare. Parlare di faraoni stranieri le cui dinastie, seppur nobili ed in grado di esprimere un livello di civiltà notevole, nulla hanno a che vedere con le dinastie egizie, neppure con quelle che, seppur di etnia straniera, regnavano sulle Due Terre ma soprattutto vivevano nel paese. Artaserse, come i suoi predecessori, forse non visitò mai la Valle del Nilo.

Di tanto in tanto però qualche anelito di libertà spirava anche in Egitto. Profittando della debolezza persiana seguita alla morte di Serse I, nella regione del Delta scoppiarono locali rivolte finché nel 460 a.C. avvenne un’aperta ribellione guidata da Inaros, il cui nome egizio significa “L’occhio di Horo [è contro di essi]”, figlio di Psametek, un principe imparentato con la decaduta dinastia saitica. Tucidide lo chiama “re dei Libu” con riferimento alle origini libiche della dinastia.

Inaros non si lasciò sfuggire l’occasione, dopo aver assoldato mercenari diede inizio alla rivolta dell’Egitto contro l’occupazione cui era sottoposto da sessant’anni. Con lui si schierò anche il governatore di Sais, il principe Amonirdisu (Amirteo) discendente della famiglia reale saitica annettendo il suo governatorato alla causa di Inaros. Intanto Artaserse I dopo aver consolidato la sua posizione di sovrano in patria, inviò in Egitto un’armata di 400.000 uomini con 80 navi  guidati dal satrapo Achemene.

Neppure Atene, acerrima nemica dei persiani, si lasciò sfuggire l’occasione, inviò, in aiuto degli insorti, truppe di terra ed la flotta di oltre 200 navi, che si trovava a Cipro al comando di Caritimide di Cimone. I due eserciti, quello egizio-greco e quello persiano, si scontrarono a Papremi. I persiani furono sconfitti e lo stesso Achemene trovò la morte. Papremi era una città nel Delta del Nilo poco lontano da Xois; citata da fonti storiche ma a tutt’oggi non è stata identificata. Curiosità: racconta Erodoto che Papremi era l’unico luogo  in tutto l’Egitto nel quale l’ippopotamo veniva considerato sacro. Nello scontro i persiani persero 100.000 uomini mentre il resto dell’esercito si ritirò a Menfi. La battaglia ebbe un seguito al largo dove la flotta ateniese con quaranta navi si scontrò con cinquanta navi persiane, i greci ne catturarono venti col loro equipaggio ed affondando le rimanenti. Finita la battaglia Inaros fece inviare al Gran Re Artaserse I il cadavere di Achemene. A questo punto Inaros poteva dirsi padrone di tutto il Delta ma non si attribuì i titoli regali. Forse però si montò un po la testa e diede l’assalto a Menfi che conquistò solo in parte. Artaserse I inviò nuovi rinforzi persiani guidati dal generale Megabizo che sbaragliò i ribelli i quali dovettero rifugiarsi nel dedalo di paludi del Delta del Nilo. I persiani riuscirono a catturare Inaros che deportarono a Susa dove nel 454 a.C. venne crocifisso (o impalato). Altre ribellioni scoppiarono durante l’occupazione persiana in Egitto ma quella di Inaros fu quella che lasciò una grande impronta nella storia egiziana. Persino Erodoto ne fu impressionato tanto che scrisse:

Ma la rivolta egizia non finì così; Amirteo, che aveva trovato rifugio nelle vaste zone paludose del Delta nord-occidentale tornò a chiedere l’aiuto degli ateniesi i quali inviarono sessanta navi da Cipro. Queste però non giunsero mai: durante il percorso scoppiò un’epidemia tra i marinai ed il comandante Cimone perse la vita e di conseguenza la flotta non proseguì ma fece ritorno a Cipro.

Finì così nel nulla l’ultimo anelito egizio di riconquistare la sua indipendenza. Rassegnati, gli egizi si trovavano ora governati da una pacifica satrapia che si affermò nel 448 a.C. con la pace di Callia che poneva fine, per il momento, alle ostilità tra la Grecia e l’impero achemenide.

Con la nomina del nuovo satrapo Arsame, si instaurò un periodo di pace e prosperità economica conciliante con la popolazione egizia; Arsame restituì a Tannira, figlio di Inaros ed a Paosiri, figlio di Amirteo, la direzione dei distretti di cui erano originari.

Ostile come sempre ai persiani, Erodoto, che in questo periodo storico compì il suo viaggio in Egitto, afferma che non fu comunque un atto di benevolenza ma semplicemente un uso dei persiani presso le popolazioni sottomesse. Giungiamo così al 424 a.C. quando Artaserse muore lasciando il trono al figlio Serse II.        

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Artaserse in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Necropoli tebane

TT214 – TOMBA DI KHAWEY

Khawey in geroglifici
 Planimetria schematica della tomba TT214[1] [2]

Epoca:                                   XIX – XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
KhaweyCustode nel Luogo della Verità[5]; servo di Amon in LuxorDeir el-MedinaXIX-XX dinastiatomba meridionale, a metà della collina e a sud della TT2

Biografia

Uniche notizie ricavabili dalle decorazioni parietali, il nome della moglie, Tawert, e del figlio Huy[6].

La tomba

L’ingresso della TT214[9]

TT214 è costituita da una cappella superiore e da un appartamento funerario sotterraneo cui si accede per il tramite di un pozzo sito nel cortile antistante la cappella. Sulle pareti del cortile, una stele (1 in planimetria[7]) recante una doppia scena del defunto inginocchiato dinanzi ad Amon e Ra-Horakhti, e del defunto e la moglie dinanzi a Osiride. Un breve corridoio, sulle cui pareti, molto danneggiate, (2) sono rappresentati il defunto e la moglie dinanzi a Osiride e alla dea dalla testa di serpente Mertseger, adduce alla cappella; su una parete (3), solo abbozzati, un uomo seduto e un falco e frammenti di decorazione.

Prospetto ortogonale della camera funeraria sotterranea della TT214[9]

Un pozzo nel cortile, al cui fondo si snoda una rampa di scale, immette all’appartamento funerario sotterraneo che consta di una anticamera in prosecuzione della scala, di una sala trasversale, in cui si apre una sala laterale, e una seconda scala che conduce alla camera funeraria. Sulle pareti: (4-5) due guardiani ai lati della porta di accesso e la personificazione dell’Occidente con una torcia tra due Anubi/sciacalli. Poco oltre (6) duplice scena del defunto inginocchiato dinanzi a una dea/cobra e il defunto e la moglie in adorazione del dio Harsiesi come falco. Sulla parete opposta (7) in due scene, il defunto adora Maat e Thot quale babbuino, e il defunto e la moglie adorano Hathor. Sul fondo (8) il figlio Huy dolente sulla mummia, poggiata su un letto, protetta da Anubi.

Miglioramento della leggibilità delle iscrizioni della TT214 in fotogrammetria[9]

Da questa tomba, e segnatamente da una nicchia forse della camera funeraria, provengono alcuni frammenti di scene del defunto inginocchiato in adorazione di Amon-Ra (Museo Egizio di Torino, cat. 9512, 9503).

Una tavola di offerte intestata al defunto, oggi al Scheurleer Museum de L’Aia (cat. 1098), proviene molto probabilmente dalla TT214[8].

Fonti

  1. ^ Porter e Moss 1927,  p. 310.
  2. ^ Gardiner e Weigall 1913
  3. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  4. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 311

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 310.

[9]        Mandelli, Alessandro, et al. “Digital twin and 3d documentation of a Theban tomb at Deir Al-Medina (Egypt) using a multi-lenses photogrammetric approach.” The International Archives of the Photogrammetry, Remote Sensing and Spatial Information Sciences 43 (2021): 591-597.

Necropoli tebane

TT213 – TOMBA DI PENAMUN

Penamun in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT213[1] [2]

Epoca:                                   XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PenamunServo del Signore delle Due Terre; Servo nel Luogo della Verità[5]Deir el-MedinaXX dinastiaalla sommità della fila, a nord della TT9 e a sud della TT4

Biografia

Genitori del titolare furono Baki Wennefer, Caposquadra e Servo del faraone nel Luogo della Verità (TT298), e Taysen. Nebtnuhet fu il nome di sua moglie; Unnefer e Khemwaset i nomi dei suoi figli (?)[6].

La tomba

TT213, il cui accesso avviene da un cortile, presenta una struttura esterna, la cappella, nel cui corridoio di accesso sono presenti i resti di un’immagine del defunto in offertorio con testi dedicatori.

Una scala, al fondo di un pozzo verticale, adduce all’appartamento funerario; anche qui scarsi sono i resti di decorazioni parietali con i figli (?), Unnefer e Khaemwaset, in offertorio al genitore e, poco oltre, i resti di tre divinità femminili, non identificabili, al sommo di un’architrave.

Caratteristica peculiare della TT213 è di avere una decorazione e iscrizione dipinta solo sulle porte di accesso alla cappella e alla camera funeraria. Le pareti sono state lasciate bianche.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 310.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 310.

Autentici falsi

LA MONETA PIU’ ANTICA


La moneta più antica della storia è di Tutankhamon?

Dalla Svizzera arriva una notizia che potrebbe riscrivere la storia della moneta.
Infatti il 18 novembre 2019 la casa d’aste Numismatica Genevensis metterà in vendita una moneta attribuita al faraone Tutankhamon. Questo oggetto risalirebbe dunque a quasi sette secoli prima delle più antiche monete ad oggi conosciute, emesse dal regno di Lidia dal 685 a.C.

Si tratta di un lingotto-moneta in argento contenente un’iscrizione geroglifica con il nome del faraone: “Tutankhamon reggente di Eliopoli dell’Alto Egitto”, ovvero di Tebe. Risalirebbe al periodo 1345-1327 a.C. e proverrebbe da un tesoretto fenicio ritrovato in Libano.
Pesa 41,55 grammi, ha dimensioni di 42 x 20 millimetri ed è spesso 7 millimetri. Il grado di purezza dell’argento è del 98,54%, forse il più alto raggiungibile in quell’epoca. In alto vi è il segno lasciato dalla tenaglia usata per tenere fermo il lingotto mentre veniva coniato, mentre l’argento non era ancora del tutto solidificato.

Questa moneta è stata studiata solo di recente, anche se apparteneva alla collezione di Roger Pereire (morto nel 1968), per poi essere acquistata da un collezionista di Ginevra che ora ha deciso di venderla. Il prezzo di partenza sarà di 30.000 franchi svizzeri, pari a poco più di 27.000 euro.

Da molto tempo gli storici si domandano come un impero così potente come quello egiziano abbia potuto commerciare senza monete. In effetti le prime monete egiziane conosciute finora erano delle imitazioni di tetradracme ateniesi e degli stateri d’oro del faraone Nektanebo II (361-343 a.C.), precedenti di poco la conquista di Alessandro Magno.

Però esiste un testo, posteriore di due secoli e mezzo regno di Tutankhamon, che ci riferisce le disavventure di un certo Unamon. Costui era incaricato dell’acquisto di legno per una barca destinata alle processioni fluviali in onore di Amon-Ra a Tebe.
Un uomo del suo equipaggio sarebbe fuggito con un vaso d’oro del peso di cinque deben, quattro brocche d’argento del peso di venti deben e un piccolo sacco contenente undici deben d’argento. Quest’ultimo era certamente riempito di piccoli lingotti.

L’estrema rarità di questi oggetti si spiega con il fatto che gli egizi non possedevano alcuna miniera d’argento. Essi entravano in possesso di questo metallo grazie agli scambi commerciali con città del Vicino Oriente come Ugarit, Byblos e Beirut. Si può quindi pensare che tali oggetti erano riservati a dei fini particolari o cerimoniali.

L’esistenza di tali lingotti in argento è stata confermata dal tesoro di Tod, che ne conteneva dodici. Attualmente sono conservati al Louvre e al museo del Cairo.
La particolarità che distingue il presente lingotto è la presenza di una iscrizione che gli attribuisce una data precisa e la garanzia di un’autorità. Se fosse autentico, questo rarissimo lingotto costituirebbe quindi il primo oggetto monetario datato della storia umana.

Va sottolineato il fatto che il nome del re non è circondato dall’usuale cartiglio reale, ovvero un ovale sottolineato da un tratto, simbolizzante l’universalità della regalità faraonica. Infatti in questo caso sia il cartiglio che il lingotto hanno forma di brocca, ovvero la stessa forma del geroglifico che significa “argento” e “lingotto”. Questa forma era quindi chiaramente familiare agli antichi egizi.

Foto e testo da:

https://www.coinbooks.org/v22/esylum_v22n44a22.html

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L’EPOCA ROMANA

Tempio di Nerone presso al Fayyum, a Kom Ushim

Tralascio tutti gli episodi, congiure, battaglie che si sono succedute per la conquista dell’Egitto da parte di Roma.

L’ Egitto, importante sia per la sua posizione strategica che per la sua economia, ebbe uno statuto patticolare : fu dichiarato proprietà personale dell’imperatore e soggetto a un suo rappresentante, il prefetto, da quel momento L’Egitto farà parte dell’impero romano e ne condividerà le sorti.

In Egitto l’ epoca romana sarà compresa fra il 30 a. C. e il 395 d. C., gli imperatori che succedettero a Ottaviano Augusto sfruttarono l’ Egitto per le sue ricchezze, asportarono dal paese molti monumenti, spesso obelischi, ma altri ne restaurarono e ampliarono, si fecero raffigurare come faraoni.

Catacombe di Kom El Shuqafa

Con l’arrivo del cristianesimo l’atteggiamento cambiò, andando all’accoglienza indifferente di un culto fra tanti altri sino alle persecuzioni.

In campo artistico il riflesso della storia, della politica e della cultura romane produrranno degli ibridi lontani dallo spirito originario.

In campo architettonico vi fu una continuità con la tradizione egizia: i templi vennero completati, ampliati e vennero anche costruiti diversi santuari.

Statua di Horus guerriero in abito imperiale.

Fra i templi ampliati in epoca romana ricordiamo Dendera, Kom Ombo, File.

Fra le nuove costruzioni il chiosco di Traiano, l’edicola degli Antonini o porta di Adriano, la porta di Diocleziano nel tempio di File.

Varie costruzioni nell’area del Fayyum come il tempio di Nerone a Karanis.

La maggioranza dei Templi fu costruita in Bassa Nubia: Kalabsha, Tafa, Dendur.

La statuaria ha ormai perso lo spirito e il significato che rivestiva per gli egizi, è in puro stile e tipologia romana.

Statuina di Iside-Afrodite

Fonte e fotografie:

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Periodo Romano

LE CATACOMBE DI KOM EL-SHUQAFA

Le catacombe di Kom el-Shuqafa sono la necropoli greco-romana più grande dell’Egitto e si trovano ad Alessandria; sono venute alla luce nel secolo scorso nella località chiamata “collina dei cocci” per il gran numero di resti di vasellame trovati in loco.

Essendo rimaste in uso dall’epoca tolemaica fin quasi alla conquista araba (639 – 641 d. C.), offrono una panoramica interessante sull’evoluzione dell’arte funeraria dovuta alla fusione tra la cultura egizia e quella dei conquistatori macedoni e romani.
Esse furono probabilmente costruite come tomba privata per una grande famiglia, i cui proprietari sono forse rappresentati nelle due statue poste all’ingresso, ma in seguito vennero ampliate per ospitare numerosi altri individui.

DIPINTO PARIETALE –
Una dea alata (a destra) ed un’altra divinità a sinistra rendono omaggio alla salma mummificata del defunto; sulle colonne tronche Horus in forma di falco con la corona faraonica assiste alla scena. Sopra la mummia una ghirlanda tipicamente romana, sulla quale troneggia un disco solare alato. Fotografia di Clemens Schmillen a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=89186269

La necropoli sotterranea è scolpita nella roccia fino alla profondità di oltre 30 m. e si articola in tre livelli, l’ultimo dei quali è oggi completamente allagato ed inagibile, nei quali le mummie dei defunti venivano calate con funi attraverso un pozzo verticale e poi spostate a braccia al loro loculo.

Il pozzo attraverso il quale la mummia del defunto, mediante carrucole e corde, veniva calata ai piani inferiori della necropoli (probabilmente oltre al terzo, allagato, vene sono altri due). Fotografia di Rüdiger Stehn, a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=58129187

Una scala immette al primo di essi, ove si trovano una sala rotonda centrale con soffitto a cupola ed un triclinium con sedute in roccia, dove si tenevano i banchetti in occasione dei funerali o delle commemorazioni dei defunti.

Da qui si aprono ben sei corridoi laterali contenenti un numero elevato di loculi e ad est una stanza con un altare situato al centro ed altri loculi nelle pareti; la parete centrale di questa camera contiene la scena greca di Ade che rapisce Persefone e quella egizia di Anubi che mummifica un cadavere.
Questa sala, detta “di Caracalla”, immette in un complesso funerario ancora più antico dedicato alla dea Nemesi, che restituiva gioia o dolore a seconda della condotta del ricevente, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte.
Esso è diventato accessibile dalla camera principale quando alcuni ladri di tombe vi irruppero abbattendo il muro divisorio.

Sul terreno della camera gli archeologi hanno trovato moltissime ossa umane ed hanno ipotizzato che appartenessero alle vittime di un massacro di massa ordinato dall’imperatore romano Caracalla nel 215 d.C. per punire gli abitanti di Alessandria, colpevoli di essersi opposti ai romani e di avere fatto circolare una satira nella quale si insinuava che avesse fatto uccidere suo fratello Geta, con il quale divideva il potere, ed avesse un rapporto incestuoso con la madre Giulia Domna al pari di Giocasta, madre di Edipo.

Dalla rotonda, una rampa di scale conduce al piano intermedio , riccamente decorato da sculture e fregi il cui stile mostra la fusione tra lo stile egizio, quello romano e quello greco.

L’INGRESSO AL PIANO INTERMEDIO
Le due colonne fronteggiano un piccolo pronao nel quale si apre un ingresso rettangolare, sormontato da un rilievo del sole alato e fiancheggiato dai demoni serpentiformi con la doppia corona sopra i quali si notano due scudi con la testa di Medusa. Sullo sfondo il rilievo di Anubi che compie il rito della mummificazione, che troverete in una foto successiva. Fotografia di Rudiger Stehn condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/Category:Kom_el-Shoqafa… 

L’ingresso è fiancheggiato da due colonne. Sopra il passaggio è raffigurato un disco solare alato tra due falchi simbolo di Horus, ed ai lati due serpenti eretti che portano sul capo la doppia corona dell’Egitto e che rappresentano Agatodemone, uno spirito greco benevolo.

Scolpiti nella roccia sopra di loro, ci sono due scudi con teste di Medusa, che, secondo la mitologia greca, avrebbero pietrificato gli eventuali saccheggiatori; sul lato interno del portale due rilievi di Anubi vestito da legionario romani, con lancia, scudo e corazza sorvegliano l’ingresso.

RILIEVO PARIETALE.
Il demone serpentiforme con la doppia corona, sul quale si nota uno scudo con la testa di Medusa. Foto di Carole Raddato a questo link: https://www.flickr.com/…/50852698447/in/photostream/

In questo livello si trovano tre enormi sarcofagi in pietra di stile romano, con coperchi fissi ricavati nella roccia, e si ipotizza che i cadaveri venissero collocati all’interno attraverso un’apposita apertura.
Nelle pareti sopra i sarcofagi sono scolpiti tre pannelli a rilievo: quello centrale raffigura Osiride mentre viene mummificato da Anubi, sotto la supervisione di Thot e di Horus.

RILIEVO PARIETALE
Anubi sta compiendo riti sopra un corpo mummificato, deposto su di un letto funerario di forma leonina con la corona osiriaca; ai lati della scena Horus e Thot fanno offerte. Fotografia di Carole Raddato a questo link: https://www.flickr.com/photos/41523983@N08/50852698752/

I due pannelli laterali mostrano il toro Apis che riceve doni da un faraone sotto lo sguardo di Maat, che tiene la piuma della verità, usata per la cerimonia della psicostasia.
Nel mezzo della camera centrale vi è l’accesso per il terzo livello e da qui si ramificano in tutte le direzioni passaggi che conducono a stanze secondarie e corridoi contenenti oltre trecento loculi.

RILIEVO PARIETALE –
Dietro il sarcofago che si nota in primo piano, dalle tipice decorazioni romane (ghirlande e testa di bovino) un faraone sta facendo offerte al dio Apis, dietro il quale una dea allarga le ali con un gesto di protezione.
Fotografia di Clemens Schmillen a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=89186270

FONTI:

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL POTENTE FUNZIONARIO ARTABANO

Di Piero Cargnino

La storia egizia si incrocia anche con questi oscuri personaggi; forse Manetone aveva capito male o forse non ne tenne conto. Sesto Africano, nella sua epitome dello storico greco, inserisce questo “Artabano” tra i sovrani d’Egitto della XXVII dinastia, il quale pare abbia regnato per soli 7 mesi, anche se dire che ha regnato è del tutto fuori luogo.

Di lui ne parla a lungo anche lo storico greco Erodoto di Alicarnasso, il “Padre della Storia”. Artabano di Ircania, come abbiamo già detto in precedenza, era un potente funzionario, comandante della guardia del corpo reale e satrapo della Battriana. Era anche il fratello minore di Dario I quindi zio di Serse – va detto che finché il figlio di Serse non avesse raggiunto l’età per governare, lui sarebbe stato potenzialmente successore del fratello.

Nelle opere di Ctesia viene chiamato Artapano. Nelle Storie di Erodoto viene definito come un saggio consigliere; infatti sconsigliò Dario di scontrarsi contro gli Sciti ed il suo consiglio si rivelò esatto. La campagna fu un vero disastro, Dario avanzò  per alcune settimane nelle steppe dell’Ucraina ma fu poi costretto al ritiro senza aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato. Erodoto racconta che il fautore della infausta campagna fu Mardonio che istigò il giovane Serse a dichiarare la guerra. Mardonio aveva sottoposto la decisione di entrare in guerra a un consiglio di nobili che furono tutti d’accordo tranne Artabano che arrivò anche ad accusare Mardonio e Serse di calunniare gli Elleni. Serse si limitò ad un solenne rimprovero ma poi, meditando tutta la notte convenne che Artabano aveva ragione, nonostante la notte stessa una visione gli avesse sconsigliato di dar ragione ad Artabano. A questo punto anche Artabano ebbe una visione notturna dove gli veniva detto invece di combattere: dopo di ciò, mutò parere e divenne un sostenitore della campagna. E qui non saprei se siamo ancora nella storia o nel mito, ma noi proseguiamo comunque.

L’esercito attraversò l’Ellesponto e pare che Serse nutrisse dei ripensamenti, mutava costantemente di umore e spesso piangeva. Notato ciò, Artabano lo avvicinò e gli chiese perché  piangesse, dopo essere stato felice. Quello che ci è stato tramandato è che ne nacque una discussione durante la quale Artabano afferma che non è tanto la brevità della vita a renderla triste, quanto il fatto che sia piena di tormenti.  A questo punto emerge il fatto che entrambi erano dubbiosi sull’esito dell’impresa.

Serse chiese ad Artamano se era il caso di aumentare il numero dei soldati, cosa che Artabano sconsigliò adducendo che un numero troppo elevato di uomini avrebbe creato maggiori problemi sia negli spostamenti che dal punto di vista logistico. Discorso che si confà ad  una costante dei racconti di Erodoto: “ogni eccesso umano è punito dalla volontà divina”.

A questo punto Serse non ascoltò più i consigli di Artabano e lo rimandò a Susa. Come abbiamo detto sopra la campagna si rivelò un disastro e Serse se ne tornò a Susa. A questo punto avvenne la rivolta di Artabano contro Serse, che abbiamo già descritto parlando di Serse, e lo fece assassinare. Secondo Aristotele fece assassinare prima Dario poi Serse e “regnò” alcuni mesi fino a quando Artaserse, venuto a conoscenza del fatto, lo fece giustiziare insieme ai suoi figli.

Secondo lo storico romano Marcus Iunianus Iustinus, Artabano aveva mire sul trono achemenide e per questo fece uccidere prima Dario poi Serse. Il seguito è completamente avvolto nel mistero, potrebbe aver usurpato il trono oppure aver nominato Artaserse sovrano di Persia ed essersi autonominato reggente. Forse, in parte all’oscuro di come si erano svolti i fatti, Artaserse accettò la situazione ma appena a conoscenza della realtà si liberò subito dell’usurpatore. Come detto sopra non è chiaro perché Manetone lo abbia inserito nella XXVII dinastia achemenide come fosse un faraone.         

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
  • Luciano Canfora, “Erodoto, Tucidide, Senofonte – Letture critiche”, Mursia, Milano, 1975
  • Giulio Giannelli, “Trattato di storia greca”, Patro, Bologna, 1976
Necropoli tebane

TT212 – TOMBA DI RAMOSE

Ramose in geroglifici

Planimetria schematica della tomba TT212[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RamoseScriba nel Luogo della Verità[5] (artigiano reale)Deir el-MedinaXIX dinastia  (Ramses II)all’estremo nord della valle, in alto nell’area in cui la collina si dirige a est

Biografia

Aldilà della semplice carica di Scriba, così come riportato nei rilievi della TT7, l’importanza di Ramose, quale scriba della necropoli, è attestata da tre tombe a lui intestate (oltre la TT7, la TT212 e la TT250), nonché da oltre un centinaio di monumenti che a lui fanno riferimento o che a lui sono espressamente dedicati[6]. Di lui esistono tracce e riferimenti in almeno altre quattro tombe dell’area[7] e veniva considerato tra i maggiorenti più ricchi del villaggio di Deir el-Medina[8].

Ramose era figlio di Amenemhab, Segretario e Ufficiale Giudiziario di Corte, e Kakaia; marito di Mutemwia, figlia di Huy e Neferetkau, Kenherkhepeshef fu suo figlio adottivo[9] [10]. Il primo incarico noto di Ramose fu di “Scriba nella casa di Men-Kheperu-Ra” ovvero del Tempio di Milioni di Anni di Thutmosi IV; a lui sono inoltre ascrivibili i titoli di: Tesoriere capo nella casa di Men-Kheperu-Ra; Direttore d’amministrazione nel dipartimento del direttore della documentazione sigillata; Scriba contabile del bestiame di Amon-Ra; Assistente scriba per la corrispondenza del Principe ereditario; Servo nei domini di Amon-Ra e Amministratore dei domini funerari nei campi di Amon-Ra.

Per quanto attiene all’incarico indicato sulla sua tomba “fu nominato Scriba del Luogo della Verità nell’anno 5°, il 3° mese di akhet, giorno 10, del re dell’Alto e Basso Egitto Usermaatra-Setepenra, vita, prosperità a salute, il figlio di Ra, Ramses, amato da Amon” (da un ostrakon, oggi al Museo Egizio del Cairo, cat. CG25671).

La tomba

Ramose inginocchiato davanti al sole nascente. Fonte: osirisnet.net

Originariamente TT212, peraltro mai ultimata, era costituita da un cortile esterno che dava accesso ad una cappella che presentava una profonda nicchia sul fondo. Attualmente, il cortile è indistinto e la cappella è crollata talché il complesso è ridotto alla sola nicchia di fondo[11] [12]. I pochissimi lacerti di pitture murali residui fanno riferimento a offerte da parte del defunto (2 in planimetria[13]) agli dei Thot e Harsiesi (?) e (3) del defunto e della moglie dinanzi a Osiride e Iside.

Ramose e la moglie in adorazione davanti a Osiride ed Iside. Fonte: osirisnet.net

Sulla parete di fondo (4) il defunto inginocchiato con inni a Ra e una doppia scena di una dea dinanzi al dio Ptah e di Maat dinanzi a Ra-Horakhti; al centro una statua della dea Hathor (?) come vacca celeste.

«Ra-Horakhti, il grande dio, maestro del cielo» Uno dei pochi dipinti interamente preservati della TT212, muro sud-est della nicchia

Si è a conoscenza che nella cappella (1) era presente (e ne restano labilissime tracce) un dipinto di scene agricole con alberi da frutto e due contadini con aratro[14].

Bruyere recuperò frammenti del dipinto con scene agricole della cappella con il testo: «…il servo Ptahesankh dice al suo maestro, lo scriba Ramose, giustificato: “il campo è in ottimo stato e il grano sarà eccellente…”»

A Ramose sono inoltre intestate altre due tombe della stessa necropoli di Deir el-Medina: TT7 e TT250[15].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 309.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Tosi 2005, , Vol. II, p. 152
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 35


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      Bruyere 1952,  p. 18 ed Exell 2006

[7]      TT336 dello scultore Neferrenpet: Ramose e sua moglie Mutemwia, talvolta abbreviata in Wia, recano offerte allo scriba reale Huy, fratello di Neferrenpet e padre di Mutemwia;

  • TT219 di Nebenmaat, Servo nel Luogo della verità, ma il testo, riportato da Bruyere 1952, è oggi perso;
  • TT4 dello scultore Ken, in cui il Visir Paser (TT106) e lo Scriba reale Ramose offrono libagioni a Maat;
  • TT10 di Penbui e Kasa, servi del Luogo della Verità, in cui Paser e Ramose, dinanzi a Ramses II, offrono libagioni a Ptah e Hathor.

[8]      Cerny 2004 e Porter e Moss 1927,  p. 309, confermata in edizione del 1970.

[9]      Una tavola di offerte, oggi al Museo del Louvre di Parigi (cat. E.13998), reca i nomi di Ramose e Khenirkhopshef, si ritiene provenga proprio dalla TT7 e testimonia di tale adozione.

[10]     Porter e Moss 1927,  p. 15.

[11]     Porter e Moss 1927,  p. 307.

[12]     Si tratta di un piccolo locale di 1,55 m di larghezza x 1,60 di profondità x 1,90 di altezza. La cappella, oggi non più esistente, era invece di 3,90 m di larghezza x 2 di profondità.

[13]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.

[14]     Con la TT217 di Ipuy, e la TT266 di Amennakht, è una delle rare scene di vita quotidiana, in special modo di lavori dei campi, rappresentate in tombe dell’area di Deir el-Medina.

[15]     Le tre tombe fatte realizzare da Ramose avevano, molto verosimilmente, differenti destinazioni: la TT7 fu quella a lui riservata, mentre la TT250 era destinata alla sepoltura delle maestranze che servivano nelle sua proprietà di sesso femminile (tanto che la tomba è spesso anche indicata come “tomba delle schiave”); non altrettanto chiara la destinazione della TT212 rimasta in fase iniziale di realizzazione. Per estensione si è ritenuto che potesse essere prevista per la servitù di casa di sesso maschile. Una delle tombe era sormontata da un Pyramidion, oggi al Museo Egizio di Torino, il cui testo è stato tradotto, nell’ambito del Progetto Rosetta, da Jean-Jacques Charlet nel 2009.

Necropoli tebane

TT211 – TOMBA DI PANEB

Paneb in geroglifici

Planimetria schematica della tomba TT211[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RawabenServo del Signore delle Due Terre nel Luogo della Verità[5]Deir el-Medina[6]XIX dinastiapiù in basso e ad est della TT10

Biografia

Genitori del titolare furono, Nefersenut, con lo stesso titolo del defunto, e Iuy.

Wabet fu il nome di sua moglie[6].

La tomba

TT211, il cui accesso avviene da un cortile, si presenta con planimetria molto irregolare costituita da un corridoio perpendicolare all’ingresso che immette in una camera funeraria: sulle pareti (1 in planimetria[7]), in alto la barca di Sokar e simboli di Nefertum; più in basso, il defunto con figli e figlie (non ne sono leggibili i nomi) in adorazione di Anubi e dell’Hathor dell’occidente.

La parete ovest, gravemente danneggiata, della camera mortuaria della TT211. Foto: Museo Egizio di Torino

Su altra parete (2) il defunto con sei figlie (di cui solo due ancora visibili); segue (3), in alto l’emblema di Osiride con due Anubi/sciacalli accucciati ai lati, il defunto e la moglie sono inginocchiati con accanto il nonno del defunto, Kasa (TT10) e sua moglie analogamente inginocchiati; in basso la mummia su un letto (?) con accanto le dee Iside e Nephtys; su altra parete (4) il defunto e i familiari in atto di incensare Osiride.

La parete orientale, gravemente danneggiata, della camera mortuaria della TT211. Foto: Museo Egizio di Torino

Il soffitto, a volta, presenta quattro scene di cui gran parte andate perse, il defunto adora il sole dell’orizzonte e il pilastro Djed; il dio Thot e lo sciacallo Anubi dinanzi ai quattro Figli di Horo[8].

La parete nord, gravemente danneggiata, e parte del soffitto della camera mortuaria della TT211 con una scena di adorazione di Osiride all’interno di un santuario. Foto: Museo Egizio di Torino

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 307.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione dell’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 306.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 307, confermata in edizione del 1970.