TT205, molto danneggiata, si presenta planimetricamente con una sala trasversale al centro della quale si apre una profonda nicchia; su una delle pareti della sala trasversale è ancora leggibile il defunto, in qualità di prete, che adora una divinità (non identificabile) e si intuiscono i resti di un testo[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Non nota la planimetria; è noto che sul soffitto dipinto si trovino resti del nome e dei titoli del defunto[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 305.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Dato ricavato da un cono funerario intestato a Nebanensu.
Di questa mummia in straordinario stato di conservazione avevo già parlato tempo fa, ma visto che ultimamente sta riapparendo su Facebook, approfittiamone per fare chiarezza. Non si tratta di un falso, in quanto la mummia è autentica, ma sono false le notizie sulla sua identità con cui viene presentata sui social.
Qualche tempo fa era apparsa su alcune testate e blog italiani la notizia che questa mummia molto ben conservata, con capelli e barba biondi/Rossi, apparterebbe nientepopodimeno al generale Sobek Um Shaf, comandante dell’esercito di Ramses II, probabilmente uno shardana, il misterioso “popolo del mare” che potrebbe avere origine sarde.
Su Facebook, anche recentemente, questa mummia viene anche presentata come quella del Generale Ossipumphnoferu, prodigioso militare vissuto sotto il regno di Thutmose III.
Vediamo cosa dicono i fatti.
– La mummia in questione è oggi conservata al Museum of Natural Sciences di Houston, probabilmente in prestito dal Michael C Carlos Museum Emory University. In passato si trovava al Niagara Falls Museum.
– La didascalia del museo dice che si tratta di un uomo, il cosiddetto “generale Ossipumphnoferu”. Secondo il museo, si tratta di una mummia di epoca romana, databile tra il 30 a.C. e il 330 d.C.
– Con ulteriori ricerche, scopriamo che la mummia in questione proveniva dal Niagara Falls Museum, dove veniva presentata come la mummia del Generale Ossipumphnoferu, prodigioso militare vissuto sotto il regno di Thutmose III (i grandi faraoni se lo contendevano evidentemente…). La presentazione in stile molto sensazionalistico e holliwoodiano del museo, che parla de “La curiosità più meravigliosa e preziosa del mondo”, è visibile qui
“GENERALE OSSIPUMPHNOFERU: ’[…] i primi direttori del Museo delle Cascate del Niagara fabbricarono i pedigree per molte delle loro mummie egiziane. Il più fantasioso fu realizzato per questa mummia maschile barbuta del periodo romano. Notevolmente ben conservata, ha una folta chioma e barba lunga colorata con L’henné, un colorante vegetale, ed è coperta con un mantello esterno di lino impreziosito da macchie dipinte e di linee a rete ad imitazione di bendaggi elaborati. Il museo aveva creato per lui una storia intricata, etichettando la mummia come “Generale Ossipumphnoferu, il generale in capo di Tuthmose III, il più abile sovrano dell’antico Egitto. Era un uomo di grande abilità militare, anche un famoso mago. Aveva 60 anni quando morì. La cicatrice sulla fronte fu causata da un elefante infuriato mentre difendeva il re dai suoi assalitori. Fu eretto un palazzo per il generale vicino a quello del re.!” Viene anche definito come “ la mummia meglio conservata di sempre.” Per molti anni è stato esposto nel sarcofago di Lawttayesheret, una donna della XXV Dinastia. Quello che avevamo era una mummia di un romano non identificato, nella bara di una donna vissuta 700 anni prima, con la pretesa di essere un famoso generale di altri 700 anni prima.” (New Life for the Dead. By: Lacovara, Peter, D’Auria, Sue, O’Gorman, Therese, Archeology, 00038113, Sep/Oct2001, Vol. 54, Issue 5.)
CONCLUSIONI:
La mummia è di età romana
La storia del generale di Thutmose III fu costruita ad hoc dal Niagara Falls Museum
La storia del generale di Ramses II è stata inventata di sana pianta da altri presunti egittologi
Ramses II non ha alcun legame con questa mummia …e di conseguenza neanche gli Shardana vi sono collegati
Veduta laterale dei resti della prima e seconda sala ipostila, precedute da quanto resta del duplice Cortile porticato
Kom Ombo, il cui nome deriva dal copto Umbo e all’antico Egiziano Nubit, era un grande villaggio situato al margine di un’ampia striscia di ricca terra agricola, all’imboccatura della via che conduceva alle miniere d’oro del deserto e delle carovaniere dirette alle oasi occidentali e al Sudan
Nel fiume, direttamente davanti al tempio, sono visibili numerose isolette e sbarramenti di sabbia che ospitavano un gran numero di coccodrilli : la città era connessa al dio Sobek.
Bassorilievo che decora le stanze situate dietro ai sacrari, nei quali è raffigurato il re che porta offerte a varie divinità
Sorto in Età Tolemaica tra i regni di Tolomeo VI è Tolomeo XIII, e ampliato in epoca romana, il tempio presenta un’insolita pianta a simmetria bilaterale : la parte destra è dedicata a Sobek, la sinistra a Horo il Vecchio, o Haroeri.
Il re compie offerte al dio Haroeri, Horo il Vecchio
Lo spostamento verso est del letto del Nilo negli ultimi mille cinquecento anni ha distrutto parte del primo pilone e del cortile anteriore.
Attualmente si accede al monumento dall’angolo sudorientale di un cortile esterno lastricato.
Porticato della prima sala ipostil
A destra, una piccola cappella dedicata alla dea Hathor, sul lato opposto del cortile nell’angolo sudiccidentale, si sorgono le vestigia di un mammisi, dove, nella parte superiore del muro di sinistra è scolpita una scena che raffigura il re a bordo di un’imbarcazione di giunchi in atto di cacciare volatili.
La facciata della ben conservata cappella di Hathor, eretta dall’imperatore Domiziano.
Poco rimane della copertura del tempio e la vivida luce illumina le pareti: il muro di schermo di sinistra della prima sala ipostila dove è raffigurato Tolomeo XIII che riceve un segno-ankh da Iside, e la parete sinistra raffigura il re con due dee al cospetto di Haroeri.
Due vestiboli seguono le sale ipostile e conducono ai sacrari degli dei, Haroeri a sinistra e Sobek a destra.
Rilievo con Haroeri, Hathor e Sobrek
Entrambi versano in gravi condizioni di degrado, una stretta cavità nel muro che li separa, è un accesso a un passaggio sotto il pavimento, che probabilmente percorso dai sacerdoti durante le celebrazioni.
Dietro ai sacrari e una serie di piccoli vani, due corridoi circondano l’intero tempio.
Dettaglio di rilievo con un leone prostrato di fianco ai piedi del sovrano
Sulla parete di fondo del deambulatorio interno sono allineate sei camere e una camera centrale
I rilievi di questi ambienti, incompiuti, consentono di osservare le tecniche impiegate dagli artigiani che li scolpirono e dipinsero.
Nel tempio di Kom Ombo esiste un famoso rilievo in cui sono raffigurati diversi strumenti che sembrerebbero chirurgici (vedi anche: CHIRURGIA EGIZIA)
Nel deambulatorio esterno, al centro della parete di fondo, un insieme di rilievi viene spesso interpretato come una raccolta di antichi strumenti chirurgici, tuttavia è più probabile che si tratti di strumenti rituali utilizzati nei vari momenti del culto.
All’esterno, nella grande spianata a sinistra si trova il bacino nel quale i sacerdoti allevavano i coccodrilli.
Bassorilievo che raffigura una donna che partorisce (vedi anche LA NASCITA)
Fonte e fotografie
I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
I grandi viaggi di Archeo: Antico Egitto – Edizioni White Star
Dario I di Persia successe a Cambise II sul trono achemenide; appartenente alla famiglia di Ciro era figlio di un dignitario persiano di nome Istaspe. Al fine di garantirsi il potere sposò Atossa, figlia del re Ciro II, sorella di Cambise, e dalla loro unione nacque Serse I, suo successore. Per avvalorare ancor più il suo diritto al trono, durante il suo regno Dario I fece incidere una gigantesca iscrizione sulle rocce di Bisotun affinché servisse da testimonianza per i posteri.
Il suo nome in persiano antico era Darayavahus che significa “Colui che possiede il bene”; oltre ad essere re di Persia fu anche sovrano d’Egitto con il nome di Stutra.
Subito furono evidenti i progetti che presero vita durante il suo regno; dapprima avviò la costruzione della sua nuova capitale Persepoli, abbandonando la vecchia capitale Pasargade, che considerava troppo legata alla memoria della dinastia di Ciro il Grande e di Cambise II sottolineando così la volontà di volersi distinguere.
Fece della sua nuova capitale una stupenda città d’arte con giardini e palazzi ed amministrata con giustizia. Persepoli vantava mura alte 20 metri e larghe 11, Anche le varie province videro un’intensa attività edilizia rivolta soprattutto alla realizzazione di strade ed altre vie di traffico. La sua magnanimità traspare anche dal fatto che nel 515 a.C. permise agli ebrei di riedificare il tempio di Salomone a Gerusalemme distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C..
Di grande importanza il suo interesse per l’antica civiltà egizia caduta sotto il suo dominio, troviamo il suo nome nei templi che fece costruire a Menfi ed a Edfu; permise inoltre la riapertura della “Casa della vita” a Sais.
Nel terzo anno del suo regno inviò un ordine al satrapo d’Egitto affinché radunasse gli uomini più saggi del paese, sia militari che sacerdoti che scribi affinché compilassero una raccolta di tutte le leggi egizie dagli inizi fino all’anno 44 di Amasis, compito che impegnò i responsabili per ben sedici anni. Questo episodio ci è noto solo attraverso una copia assai più tarda scritta dietro ad un papiro in demotico. Alan Gardiner non ha dubbi sull’autenticità del papiro che sarebbe confermata anche da Diodoro Siculo che nella sua opera definisce Dario I come il più grande legislatore d’Egitto.
Narra Erodoto che una delle sue opere più grandiose fu il completamento del canale fra il Nilo ed il Mar Rosso, che il faraone Necao II fece iniziare abbandonando poi il progetto. Dario non solo fece riparare la parte esistente ma lo fece completare e ci fece passare ventiquattro navi cariche di tributi dirette in Persia.
Tra le tante iscrizioni che ci parlano di questo periodo una su tutte è la più completa biografia in geroglifico scritta da un alto funzionario egiziano vissuto tra la XXVI e la XXVII dinastia Wedjahorresnet, noto per aver cercato di promuovere le usanze egiziane ai primi invasori persiani. Scrisse la sua autobiografia su di una statua che lo ritrae conosciuta come il “Naoforo Vaticano”, in origine si trovava nel tempio di Neith a Sais, oggi è esposta nel Museo Gregoriano Egizio di Roma.
Wedjahorresnet racconta che fu lui a comporre il nome egizio di Cambise:
<<……..e io composi la serie dei suoi titoli nel nome di Mesutira, re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.
Racconta inoltre, con enfasi, come gli presentò l’Egitto:
<<……..e gli feci conoscere la grandezza di Sais, sede di Neith la grande, la madre che diede la vita a Ra e che fu l’iniziatrice di nascite, quando niente era ancora nato…….>>.
Dario viene considerato come un sovrano illuminato, non un despota avido di potere, si interessava personalmente delle sorti del regno e non si limitava a lasciare che fossero solo i suoi satrapi a curare il benessere dei suoi domini. Le innovazioni portate da Dario I nella gestione del potere centrale portarono però i governanti delle province più esterne dell’impero a credere in una certa debolezza da parte del re, cosa che pensarono potesse agevolarli nel tentativo di riottenere la propria indipendenza.
Ci furono ribellioni in Babilonia, a Susa, Media e Margiana dove sorsero piccoli regni locali che si dotarono di grandi eserciti. Nonostante il suo modesto esercito composto da Persiani e Medi, ma guidati da esperti e fedeli generali, Dario I, nel giro di un anno, riuscì a sedare tutte le ribellioni e ristabilire la sua autorità su tutto l’impero.
Durante tutto il suo regno, Dario I visitò l’Egitto una sola volta, nel 517 a.C. pur senza disinteressarsene, come abbiamo detto sopra. Ora noi non seguiremo le sue ulteriori imprese in quanto esulano dalla storia dell’Egitto ma ci trasportiamo all’indomani della sconfitta persiana a Maratona, nel 490 a.C., ad opera degli ateniesi. Dario I riuscì a mantenere il suo impero ancora per poco: nel 486 a.C., venne distolto dalla preparazione della terza spedizione contro la Grecia da una ribellione in Egitto ma poco dopo Dario morì dopo trentasei anni di regno.
Venne sepolto nel sito di Naqsh-e Rustam, dodici chilometri a nord-ovest di Persepoli, in una delle quattro tombe rupestri dei re achemenidi scavate nella roccia ad una notevole altezza dal suolo. La sua tomba è distinguibile dalle altre in quanto contiene un’iscrizione che la identifica come tale.
Le altre tre, senza iscrizioni, potrebbero appartenere a Serse I, Artaserse I e Dario II; ne esiste una quinta, mai terminata, che potrebbe essere di Artaserse III o di Dario III. Le tombe vennero tutte saccheggiate durante la conquista della Persia ad opera di Alessandro Magno.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996)
Non nota la planimetria; si è a conoscenza di un soffitto dipinto con, al centro, il defunto che adora Upuaut e due uomini inginocchiati[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 305.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Non nota la planimetria; si è a conoscenza di un dipinto rappresentante la cerimonia funebre nell’ingresso e di un fregio con il nome e i titoli del defunto nella sala più interna[6].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
^ Porter e Moss 1927, p. 305.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
“Indossando una corona di papiro e versando acqua da due vasi, il dio del Nilo Hapi personifica il segno zodiacale dell’Acquario sul soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Hathor a Dendera. Il soffitto è composto da sette strisce separate, ma qui stiamo osservando un dettaglio del registro superiore della STRISCIA PIÙ ORIENTALE.
Nell’intera striscia più orientale sono raffigurati sei segni zodiacali, mentre gli altri sei si trovano nella striscia più occidentale del soffitto della sala. Questi segni sono di origine greco-babilonese e non si trovano in Egitto prima della conquista da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C., ma ovviamente Hapy è presente nell’iconografia egizia molto prima.
Il dio con la testa di falco sulla sinistra è il pianeta Marte (chiamato “Horus il Rosso”). Le donne in piedi con le stelle sopra la testa sono le dee della terza e della seconda ora della notte.
Il corpo umano senza testa personifica una stella o una costellazione a nord dell’eclittica. Sempre a nord dell’Eclittica si trova la costellazione costituita da un dio dalla testa umana che tiene per le corna un orice. La posizione astronomica di entrambi i corpi celesti è nota grazie al famoso zodiaco rotondo di Dendera, conservato al Louvre.
Questa parte del tempio di Dendera fu costruita in epoca romana (I secolo d.C.). Foto Mick Palarczyk.”
Recentemente mi sono occupato delle cosiddette Triadi di Micerino derivandomi così un Laboratorio Breve per gli allievi di Filologia Egizia. Qui ne presento una per i nostri amici lettori.
Le Triadi di Micerino sono quattro gruppi statuari. Tecnicamente sono degli altorilievi realizzati con una pietra chiamata grovacca, un tipo di arenaria.
Le quattro triadi rappresentano il faraone Micerino in piedi posto in mezzo a due altre figure che servono soprattutto a dimostrarne l’autorità.
In realtà le triadi sono considerate sei perché alle quattro precedenti, molto simili tra di loro, sono state aggiunte una quinta triade incompleta perché molto danneggiata e un ultimo gruppo statuario che rappresenta Micerino con la sola sposa reale, forse Khamerernebty II.
Per alcuni studiosi, che hanno analizzato il sito dove avrebbero dovuto collocarsi in origine i sei gruppi statuari, le triadi dovrebbero essere in tutto almeno otto perché sono otto le cappelle del tempio funerario del re. Per l’egittologa Wendy Wood i gruppi statuari dovrebbero essere addirittura trenta, uno per ogni nomo dell’Alto e del Basso Egitto.
Le quattro triadi furono scoperte durante la campagna di scavo del 1908 – 1910 effettuata da George Andrew Reisner, gestita dall’Università di Harvard e dal Museum of Fine Arts di Boston. Lo scavo interessò il sito del tempio funerario di Micerino a Giza, sotto la piramide del sovrano. Durante questa campagna Reisner trovò le triadi ben conservate più la quinta molto frantumata. Più tardi, nel 1910, fu repertata anche la diade.
Ho aggiunto, come al solito, la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li hanno (ancora!) studiati.
L’obelisco si staglia contro il cielo del Dorset. Per la sua importanza, darà il nome anche ad una sonda spaziale
Nel 1817 Belzoni risale il Nilo verso Ybsambul, come veniva chiamata Abu Simbel, per completare l’opera di sbancamento della sabbia che chiude l’accesso al Tempio Maggiore. Lasciata l’Isola Elefantina, Belzoni sbarca a Philae, perla del Nilo, l’isola sacra a Iside, dove varie dinastie avevano costruito e ricostruito i loro templi.
Un magnifico obelisco di circa sette metri d’altezza e in ottime condizioni giace a terra. Essendo vicino al fiume, non sarebbe difficile portarselo via, pensa Belzoni. Ma per ora ha altro da fare, e riparte per Abu Simbel.
L’obelisco era stato notato da William Bankes, uno dei più ricchi viaggiatori del Nilo, che ne aveva dissotterrato la base mettendo in luce le iscrizioni. Uomo colto e snob, Bankes ha capito che uno dei cartigli riporta il nome di Cleopatra e lo ritiene adattissimo alla sua casa nel Dorset.
William Bankes ritratto negli anni in Egitto
Il peregrinare di William Bankes, deputato alla Camera dei Comuni, così lontano dalle acque grigie del Tamigi era in parte dovuto al grave scandalo che lo perseguitava: era infatti stato arrestato “in flagranza di reato di pederastia” in un vespasiano nei pressi di Westminster – assieme oltre a tutto ad un soldato della guardia reale. Il reato prevedeva la pena capitale (dopo vari processi che avevano deliziato i giornali dell’epoca, Bankes nel 1841 fu effettivamente condannato a morte), e anche se spesso tale condanna non veniva eseguita per ricchi e nobili, Bankes aveva pensato che stare il più lontano possibile dall’Inghilterra avrebbe giovato grandemente alla sua salute. Nei suoi viaggi collezionò oggetti per adornare una casa nel Dorset, nella quale non avrebbe mai più potuto metter piede (oggi è affidata al National Trust e aperta al pubblico).
Uno dei libri dedicati all’eccentrico snob inglese ed alla storia di questo obelisco. L’obelisco in copertina è completamente sbagliato, peraltro, ma non importa…
Ma un anno prima dell’arrivo di Belzoni in Egitto quell’obelisco aveva attratto l’attenzione anche di Drovetti, il console francese che abbiamo già “incrociato”.
Mentre Belzoni lavora ad Abu Simbel, Drovetti manda un certo Lebolo, uno dei suoi agenti, a convincere l’Aga locale a cedergli l’obelisco. Lebolo ha sentito parlare del trucco di Belzoni ad Abu Simbel (“Un mio lontano parente…”) ed usa lo stesso trucco: finge di saper leggere i geroglifici dell’obelisco ed afferma che sia stato scolpito dagli antenati di Drovetti – quindi, proprietà del console francese. Roba da matti.
L’Aga tentenna, dà ragione a Lebolo che ne dà notizia a Drovetti. Ma Belzoni, di ritorno da Abu Simbel, si mette in mezzo. Dona all’Aga il suo orologio, fornisce altri bakshish ai capivillaggio. E l’obelisco è suo.
Trasportare l’obelisco sembra facile, dopo l’esperienza con il “Giovane Memnone”. Ma sull’imbarcadero costruito in fretta e furia per caricarlo su una chiatta, il peso dell’obelisco causa lo spostamento di alcune pietre, e l’obelisco cade nelle acque del Nilo. “Devo confessare che per qualche minuto rimasi di sasso. La prima cosa che mi venne in testa fu la perdita di un tal pezzo di antiquariato; il secondo era come sarebbero stati felici i nostri oppositori” scrive Belzoni.
Il “naufragio” dell’obelisco nel disegno di Belzoni
In effetti, che Belzoni sia riuscito successivamente a caricare l’obelisco ha del miracoloso. Con l’aiuto di corde improvvisate e qualche tronco di palma risolleva dall’acqua l’obelisco, che inizia così il suo viaggio alla volta di Kingstone Lacy, nel Dorset, dove nel 1829 (dopo una lunga sosta a Londra) verrà issato in un nuovo sito inaugurato dal duca di Wellington. Né Bankes né Belzoni, purtroppo, lo vedranno nella sua attuale sede.
L’attuale collocazione dell’obelisco di Philae a Kingstone Lacy, nel Dorset
Drovetti non la prende molto bene. Probabilmente aveva già comunicato a Parigi che l’obelisco era suo. Dover trasmettere che invece è finito nelle mani degli odiati inglese è un rospo troppo grosso da digerire.
Quando vede l’obelisco arrivare al Cairo, viene alle mani con Belzoni. Ci va di mezzo anche il console inglese Salt. Si parla di una sfida a duello, poi gli animi si calmano un po’.
Prima era stata una gara, anche leale, ed un’amicizia tra Drovetti e Belzoni. Di lì in avanti diventerà guerra. Forse anche per quello Belzoni, dopo il rientro in Inghilterra, rivolgerà altrove la sua fame di avventure.
L’obelisco, invece, lo rivedremo. O meglio, rivedremo le sue iscrizioni – che in Francia ci finiranno sul serio, e saranno molto più importanti delle stravaganze di uno snob inglese.
Riferimenti:
· Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
· Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
· De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
· Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
· Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018