Non nota la planimetria; si è a conoscenza di un soffitto dipinto con, al centro, il defunto che adora Upuaut e due uomini inginocchiati[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 305.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Non nota la planimetria; si è a conoscenza di un dipinto rappresentante la cerimonia funebre nell’ingresso e di un fregio con il nome e i titoli del defunto nella sala più interna[6].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
^ Porter e Moss 1927, p. 305.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
“Indossando una corona di papiro e versando acqua da due vasi, il dio del Nilo Hapi personifica il segno zodiacale dell’Acquario sul soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Hathor a Dendera. Il soffitto è composto da sette strisce separate, ma qui stiamo osservando un dettaglio del registro superiore della STRISCIA PIÙ ORIENTALE.
Nell’intera striscia più orientale sono raffigurati sei segni zodiacali, mentre gli altri sei si trovano nella striscia più occidentale del soffitto della sala. Questi segni sono di origine greco-babilonese e non si trovano in Egitto prima della conquista da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C., ma ovviamente Hapy è presente nell’iconografia egizia molto prima.
Il dio con la testa di falco sulla sinistra è il pianeta Marte (chiamato “Horus il Rosso”). Le donne in piedi con le stelle sopra la testa sono le dee della terza e della seconda ora della notte.
Il corpo umano senza testa personifica una stella o una costellazione a nord dell’eclittica. Sempre a nord dell’Eclittica si trova la costellazione costituita da un dio dalla testa umana che tiene per le corna un orice. La posizione astronomica di entrambi i corpi celesti è nota grazie al famoso zodiaco rotondo di Dendera, conservato al Louvre.
Questa parte del tempio di Dendera fu costruita in epoca romana (I secolo d.C.). Foto Mick Palarczyk.”
Recentemente mi sono occupato delle cosiddette Triadi di Micerino derivandomi così un Laboratorio Breve per gli allievi di Filologia Egizia. Qui ne presento una per i nostri amici lettori.
Le Triadi di Micerino sono quattro gruppi statuari. Tecnicamente sono degli altorilievi realizzati con una pietra chiamata grovacca, un tipo di arenaria.
Le quattro triadi rappresentano il faraone Micerino in piedi posto in mezzo a due altre figure che servono soprattutto a dimostrarne l’autorità.
In realtà le triadi sono considerate sei perché alle quattro precedenti, molto simili tra di loro, sono state aggiunte una quinta triade incompleta perché molto danneggiata e un ultimo gruppo statuario che rappresenta Micerino con la sola sposa reale, forse Khamerernebty II.
Per alcuni studiosi, che hanno analizzato il sito dove avrebbero dovuto collocarsi in origine i sei gruppi statuari, le triadi dovrebbero essere in tutto almeno otto perché sono otto le cappelle del tempio funerario del re. Per l’egittologa Wendy Wood i gruppi statuari dovrebbero essere addirittura trenta, uno per ogni nomo dell’Alto e del Basso Egitto.
Le quattro triadi furono scoperte durante la campagna di scavo del 1908 – 1910 effettuata da George Andrew Reisner, gestita dall’Università di Harvard e dal Museum of Fine Arts di Boston. Lo scavo interessò il sito del tempio funerario di Micerino a Giza, sotto la piramide del sovrano. Durante questa campagna Reisner trovò le triadi ben conservate più la quinta molto frantumata. Più tardi, nel 1910, fu repertata anche la diade.
Ho aggiunto, come al solito, la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li hanno (ancora!) studiati.
L’obelisco si staglia contro il cielo del Dorset. Per la sua importanza, darà il nome anche ad una sonda spaziale
Nel 1817 Belzoni risale il Nilo verso Ybsambul, come veniva chiamata Abu Simbel, per completare l’opera di sbancamento della sabbia che chiude l’accesso al Tempio Maggiore. Lasciata l’Isola Elefantina, Belzoni sbarca a Philae, perla del Nilo, l’isola sacra a Iside, dove varie dinastie avevano costruito e ricostruito i loro templi.
Un magnifico obelisco di circa sette metri d’altezza e in ottime condizioni giace a terra. Essendo vicino al fiume, non sarebbe difficile portarselo via, pensa Belzoni. Ma per ora ha altro da fare, e riparte per Abu Simbel.
L’obelisco era stato notato da William Bankes, uno dei più ricchi viaggiatori del Nilo, che ne aveva dissotterrato la base mettendo in luce le iscrizioni. Uomo colto e snob, Bankes ha capito che uno dei cartigli riporta il nome di Cleopatra e lo ritiene adattissimo alla sua casa nel Dorset.
William Bankes ritratto negli anni in Egitto
Il peregrinare di William Bankes, deputato alla Camera dei Comuni, così lontano dalle acque grigie del Tamigi era in parte dovuto al grave scandalo che lo perseguitava: era infatti stato arrestato “in flagranza di reato di pederastia” in un vespasiano nei pressi di Westminster – assieme oltre a tutto ad un soldato della guardia reale. Il reato prevedeva la pena capitale (dopo vari processi che avevano deliziato i giornali dell’epoca, Bankes nel 1841 fu effettivamente condannato a morte), e anche se spesso tale condanna non veniva eseguita per ricchi e nobili, Bankes aveva pensato che stare il più lontano possibile dall’Inghilterra avrebbe giovato grandemente alla sua salute. Nei suoi viaggi collezionò oggetti per adornare una casa nel Dorset, nella quale non avrebbe mai più potuto metter piede (oggi è affidata al National Trust e aperta al pubblico).
Uno dei libri dedicati all’eccentrico snob inglese ed alla storia di questo obelisco. L’obelisco in copertina è completamente sbagliato, peraltro, ma non importa…
Ma un anno prima dell’arrivo di Belzoni in Egitto quell’obelisco aveva attratto l’attenzione anche di Drovetti, il console francese che abbiamo già “incrociato”.
Mentre Belzoni lavora ad Abu Simbel, Drovetti manda un certo Lebolo, uno dei suoi agenti, a convincere l’Aga locale a cedergli l’obelisco. Lebolo ha sentito parlare del trucco di Belzoni ad Abu Simbel (“Un mio lontano parente…”) ed usa lo stesso trucco: finge di saper leggere i geroglifici dell’obelisco ed afferma che sia stato scolpito dagli antenati di Drovetti – quindi, proprietà del console francese. Roba da matti.
L’Aga tentenna, dà ragione a Lebolo che ne dà notizia a Drovetti. Ma Belzoni, di ritorno da Abu Simbel, si mette in mezzo. Dona all’Aga il suo orologio, fornisce altri bakshish ai capivillaggio. E l’obelisco è suo.
Trasportare l’obelisco sembra facile, dopo l’esperienza con il “Giovane Memnone”. Ma sull’imbarcadero costruito in fretta e furia per caricarlo su una chiatta, il peso dell’obelisco causa lo spostamento di alcune pietre, e l’obelisco cade nelle acque del Nilo. “Devo confessare che per qualche minuto rimasi di sasso. La prima cosa che mi venne in testa fu la perdita di un tal pezzo di antiquariato; il secondo era come sarebbero stati felici i nostri oppositori” scrive Belzoni.
Il “naufragio” dell’obelisco nel disegno di Belzoni
In effetti, che Belzoni sia riuscito successivamente a caricare l’obelisco ha del miracoloso. Con l’aiuto di corde improvvisate e qualche tronco di palma risolleva dall’acqua l’obelisco, che inizia così il suo viaggio alla volta di Kingstone Lacy, nel Dorset, dove nel 1829 (dopo una lunga sosta a Londra) verrà issato in un nuovo sito inaugurato dal duca di Wellington. Né Bankes né Belzoni, purtroppo, lo vedranno nella sua attuale sede.
L’attuale collocazione dell’obelisco di Philae a Kingstone Lacy, nel Dorset
Drovetti non la prende molto bene. Probabilmente aveva già comunicato a Parigi che l’obelisco era suo. Dover trasmettere che invece è finito nelle mani degli odiati inglese è un rospo troppo grosso da digerire.
Quando vede l’obelisco arrivare al Cairo, viene alle mani con Belzoni. Ci va di mezzo anche il console inglese Salt. Si parla di una sfida a duello, poi gli animi si calmano un po’.
Prima era stata una gara, anche leale, ed un’amicizia tra Drovetti e Belzoni. Di lì in avanti diventerà guerra. Forse anche per quello Belzoni, dopo il rientro in Inghilterra, rivolgerà altrove la sua fame di avventure.
L’obelisco, invece, lo rivedremo. O meglio, rivedremo le sue iscrizioni – che in Francia ci finiranno sul serio, e saranno molto più importanti delle stravaganze di uno snob inglese.
Riferimenti:
· Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
· Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
· De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
· Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
· Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018
Questo anello non è propriamente un falso. Non è infatti un manufatto spacciato per autentico reperto d’epoca. Si tratta invece di un gioiello moderno prodotto dalla rinomata gioielleria Veneziana denominata: “Codognato, bijoutier de la Sérénissime 1866”.
E’ la rete che ha creato questa fake, e molti siti ne hanno fatto uso senza preoccuparsi della veridicità della affermazione “Anello di Tutankhamon”.
Uno dei tanti esempi di post fasulli che spacciano l’anello come proveniente dalla tomba di Tutankhamon o come reperto originale egizio.
Oltre alla banale evidenza che gli Egizi non possedessero la tecnologia per sfaccettare le pietre dure, basta comunque consultare l’archivio fotografico dei reperti della KV62 del Griffith Institute.
Per la ricerca Ring Snake (anello serpente) non si trova nulla, per la sola parola Ring, ecco l’elenco:
Non si ha la certezza che si tratti di Meritaton (in rete si trova nominata come Meritaton, Ankhesepaaton, ecc) ma sicuramente rappresenta una principessa amarniana.
Il busto originale presenta ancora tracce di colore. Alta solo 16,1 cm, fu acquistata dal Louvre nel 1937.
La stele di Sahathor a Torino ha molti particolari.
Innanzi tutto se ne sa molto poco. Faceva parte della collezione di Drovetti e, come molti reperti, essendo decontestualizzata per la modalità di come si scavavano i siti archeologici dell’epoca, non si hanno molte informazioni a suo riguardo.
Di più c’è che viene nominato un reparto militare d’élite del quale il defunto faceva parte.
Inoltre il defunto viene identificato con il matronimico invece che con il patronimico. In un’epoca in cui non c’erano i cognomi le persone erano meglio identificate con il nome del genitore. Qui vediamo invece il nome della madre seguito dal determinativo B1 e preceduto dal titolo femminile “nbt pr” (signora della casa). C’è anche da dire che abitualmente l’ascendenza era espressa con due verbi differenti: “msi” (partorire) per la madre e “ir” (fare=generare) per il padre. Qui è citata la madre con il verbo abituale del padre. Aver citato la madre può significare che ella fosse maggiormente conosciuta e che quindi la sua ascendenza fosse in qualche modo più prestigiosa per il defunto.
La formula funeraria finale “mȜꜤ-ḫrw” (giusto di voce) è al maschile e quindi sembra destinata al defunto Sahathor. È vero però che è immediatamente seguente al matronimico e potrebbe essere traslitterata “mȜꜤ(t)-ḫrw” e tradotta “giustificata” dando l’indicazione che defunta sia la madre del committente la stele ad essere mancata. Abitualmente la “t” del femminile era omessa. Qui ho preferito lasciare la formula al maschile.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li hanno (ancora) studiati.
Parlando di Psammetico III abbiamo detto che fu l’ultimo faraone di etnia egizia, ora però ci troviamo questo Petubastis III, principe locale, probabilmente imparentato con l’ormai decaduta dinastia saitica (quindi ancora di stirpe egizia), che si proclama faraone d’Egitto.
Non facciamoci trarre in inganno, la ragione per la quale Manetone lo abbia inserito nella XXVII dinastia ci è del tutto oscura. Petubastis III, come abbiamo detto, era un principe locale che capeggiò una rivolta contro gli occupanti persiani che, secondo il racconto scritto da un militare macedone, tale Polieno, si ribellò a causa dell’esorbitante tassazione imposta dal satrapo Aryandes il quale si era sicuramente montato la testa arrivando ad attribuirsi ampie libertà amministrative al punto da battere moneta a proprio nome e governando l’Egitto come fosse un feudo personale.
Ovviamente Petubastis colse al volo il malcontento che regnava tra il popolo approfittando delle ribellioni avvenute in varie parti dell’impero achemenide in seguito alla morte di Cambise II. Agli inizi del 521 a.C. Petubastis III insorse attribuendosi le insegne della regalità.
La sua figura è quasi del tutto sconosciuta ed oscura nella storia egiziana, come sconosciuta è la sua fine dopo essere stato sconfitto ma la sua esistenza è confermata dal ritrovamento di due sigilli, uno scarabeo con inciso il suo nome racchiuso in un cartiglio oltre ad un documento datato al 533 a.C. che fu il suo primo anno di regno, la cui durata fu meno di due anni.
Una sua rappresentazione si trovava sullo stipite di una porta del tempio di Amheida, un tempo ricoperto di foglia d’oro, che oggi si trova al Museo del Louvre e su una tavoletta conservata al Museo di Bologna (KS 289).
Nelle “Iscrizioni di Bisotun” volute da Dario il Grande, successore di Cambise II, viene citata una rivolta in Egitto. Non si sa quali provvedimenti abbia preso Dario contro i ribelli, è ancora Polieno che racconta che Dario si recò di persona a Menfi, arrivando mentre si celebrava la morte del toro Api, astutamente promise un’enorme ricompensa in oro a chi avesse fornito un nuovo toro Api; gli egizi rimasero impressionati da tale provvedimento che passarono in massa dalla sua parte. La rivolta però era già stata sedata da Aryandes e l’Egitto era già pacificato quando Dario giunse per la prima ed unica volta in Egitto nel 517 a.C..
Nel tempio, distrutto, di Thoth ad Amehida, nell’Oasi di Dakhla, su alcuni blocchi compaiono iscrizioni con il nome ed il titolo reale di Petubastis III da cui si pensa che possa aver fissato ivi la sua residenza, lontano dalla Valle del Nilo controllata dai persiani. Secondo alcuni da quella posizione Petubastis III potrebbe aver teso un’imboscata all’armata persiana inviata da Cambise II verso l’Oasi di Siwa, citata da Erodoto come “L’Armata Perduta di Cambise” che sarebbe stata sepolta da una tempesta di sabbia nel “Mare di Sabbia” del deserto occidentale.
Ovviamente in assenza di testimonianze che confermino tali affermazione noi restiamo fedeli ad Erodoto. In ogni caso a Petubastis III ci pensò Dario che lo sconfisse dopo di che si diresse all’oasi di Kharga e, dopo averne assunto il pieno controllo, intraprese un’attiva campagna di lavori la cui opera più importante fu la costruzione dell’imponente e ben conservato tempio di Amon.
Da qui, con ogni probabilità, cancellò ogni traccia di Petubastis, incluso il tempio di Amheida cancellando, probabilmente ogni traccia del passaggio dell’esercito perduto di Cambise.
Fonti e bibliografia:
Jean Yoyotte, “Petoubastis III”, Revue d’Egyptologie, Paris, 1962
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Sotto il rovente sole del mezzogiorno ci soffermiamo nel Cimitero sud a visitare la Mastaba di Seshemnefer IV (IV perchè ci sono quattro mastabe appartenenti ad altrettante persone con lo stesso nome), contrassegnata dalla sigla LG 53 – Lepsius Giza 53 -, a quanto pare l’unica aperta al pubblico.
La mastaba così come si presenta oggi. Foto di Emily M. Wilson
Seshemnefer era un dignitario vissuto nei primi anni della VI dinastia, capo dell’harem reale e, come si desume dai molteplici titoli onorifici conferitigli, uomo di fiducia del sovrano.
La mastaba sorge ai piedi della grande piramide, ed era in origine decorata con i bellissimi rilievi tipici delle tombe dei potenti della fine dell’Antico Regno: scene di vita quotidiana (il raccolto del grano, la vendemmia, la caccia, l’allevamento del bestiame) ed altre più specificamente funerarie (la macellazione di un bovino destinato al sacrificio e una processione di servi che portano offerte davanti ad una statua del defunto).
Rilievi nell’intradosso a sinistra della porta d’ingresso nella mastaba – foto di Silvia Vitrò
Purtroppo questi rilievi, nel XIX secolo ancora in discreto stato di conservazione, furono staccati dai muri e portati al museo di Berlino da Lepsius (2 frammenti) ed al Roemer und Pelizaeus Museum di Hildesheim da Junker (5 frammenti), dove si trovano tuttora.
Rilievi nell’intradosso a sinistra della porta d’ingresso nella mastaba che si sono conservati solo nel registro inferiore – il personaggio del quale si nota la veste è il defunto di dimensioni eroiche (si notino gli altri personaggi rappresentati di piccole dimensioni). foto di Silvia Vitrò
La facciata della mastaba, pesantemente ricostruita, è analoga alle altre di Giza ed è caratterizzata da un piccolo portico sorretto da due colonne, fiancheggiate da due statue del defunto seduto (recano iscritto il suo nome ed un titolo onorifico – smr watj sSmnfr – unico compagno Seshemnefer) e da due bassi obelischi; l’intradosso della porta reca ancora modesti rilievi ed una grande immagine del defunto, del quale sopravvive solo la parte inferiore dell’abito.
L’interno della cappella è costituito da un’anticamera e da pochissime stanze laterali completamente spoglie. L’unico aspetto vagamente interessante è dato dall’ingresso della camera funeraria, posta nel sottosuolo poco oltre l’ingresso, in corrispondenza di una falsa porta (per maggiori informazioni sulla falsa porta, guardate il nostro sito al seguente link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/06/la-falsa-porta-lingresso-per-laldila/
La falsa porta ed il pertugio che immette nella camera sepolcrale – foto di Silvia Vitrò
Mi sono per un momento sentita Indiana Jones, perchè l’apertura che permette di raggiungerla è uno stretto buco scavato nel terreno nel quale bisogna infilarsi, ma le emozioni finiscono qui; essa conserva solo un mastodontico sarcofago in pietra nera senza iscrizioni.
L’enorme sarcofago in pietra. Foto di Silvia Vitrò
Se si considera anche il fatto che la mastaba era affollatissima, non vale il tempo della visita: essa è tutto sommato insignificante, soprattutto se paragonata ad altre coeve che si trovano a Giza ed a Sakkara.
A Giza infatti si trovano, ad esempio quelle della regina Meresankh III moglie di Chefren (guardatela sul nostro sito a questo link https://laciviltaegizia.org/…/la-mastaba-della-regina…/), del funzionario della VI dinastia Idu, del suo contemporaneo Merynefer detto Qar ed infine di Irakuptah, sacerdote e Capo dei Macellai della grande casa” durante la V dinastia (sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/07/04/la-tomba-di-irakuptah/) che si differenziano tuttavia parecchio da quella di Seshernefer, il cui programma decorativo, come potrete verificare dalle immagini dei frammenti di Hildesheim e Berlino che ho trovato e pubblicato, era molto più simile a quello delle sepolture di Sakkara, di cui parlerò nei prossimi post.
Offerte di incenso e carne alla statua di Seshemnefer IV (Hildesheim – Inv. n. 3190). Il defunto è rappresentato in piedi, tendente alla pinguedine; è certo che si tratti di una statua in quanto spalle e braccia sono di profilo; se fosse stato Seshemnefer in persona le spalle sarebbero state mostrate di fronte. In effetti il testo recita “statua dell’unico amico, Seshemnefer” ( twt-r-ankh smr-watj sSm-nfr). Nella parte superiore del rilievo, l’amministratore Mer-r-ri ( jmj-rA pr mrrj) in qualità di sacerdote funebre, solleva il coperchio del vaso in modo che il profumo dell’incenso possa raggiungere il naso della statua. Dietro di lui c’è un secondo servo che regge un papiro con le formule da recitare, ora scomparso. Sotto, un altro servitore porta una coscia di bovino. Il frammento proveniente dalla mastaba è in calcare ed è alto 70,3 cm, largo 78,3 cm e profondo 10 cm. Foto Alamy Stock
La caccia agli uccelli con la rete (Hildesheim – Inv. n. 3193). Foto di Einsamer Schutze. I cacciatori tendevano la rete e si nascondevano in attesa che gli uccelli vi si posassero; al segnale del loro capo tiravano le funi a cui era assicurata ed essa, grazie ad un meccanismo che non si conosce, si chiudeva a portafogli ed intrappolava i volatili.
Macellazione di un manzo (Hildesheim, Inv. N. 3194) Un uomo tiene il manzo per le corna mentre un altro (non visibile) lo fa cadere tirando la corda che gli lega le zampe anteriori e dandogli un calcio su una delle zampe posteriori. Foto di Einsamer Schutze
Il raccolto (Hildesheim, Inv. n. 3191?. Nel registro centrale i mietitori raccolgono il grano con falci a mano sotto gli occhi di un sorvegliante armato di bastone, che si trova in piedi a destra. Nel registro inferiore i sacchi di grano caricati sugli asini vengono trasportati al granaio e i due uomini sulla destra lo accumulano all’interno. Il rilievo è in pietra calcarea ed è alto 84,5 cm, largo 100,5 cm e profondo 10,5 cm.. Foto di Einsamer Schutze
Scena del raccolto: i servi preparano i covoni e gli asini aspettano di essere caricati con i sacchi da portare al granaio. Il frammento è oggi a Berlino – non ho altre informazioni.